SPAGNA 1936. Il monito dei Quijotes del Ideal ancora valido a 90 anni di distanza.

Diffondiamo da Piccoli Fuochi Vagabondi:

Quest’anno corrono i 90 anni dalla rivoluzione spagnola del 1936, nata in seguito al tentativo di golpe — il cosiddetto alzamiento — dei militari guidati dal generale Francisco Franco avvenuto il 17 luglio, che diede avvio ad una guerra civile che si concluderà nel marzo 1939 con la vittoria dei golpisti, appoggiati dagli aiuti militari dell’Italia fascista e della Germania nazista in una sorta di prova generale della seconda guerra mondiale.

Traduciamo questo articolo pubblicato nell’estate 1989 dalla rivista di Detroit (Michigan, Stati Uniti) Fifth Estate (numero 332) che riprende un appello del febbraio 1937, quando la situazione cominciava ad essere compromessa e le conquiste della rivoluzione libertaria sacrificate sull’altare della burocrazia, delle alleanze internazionali e delle necessità della guerra, scritto dal gruppo anarchico «Quijotes del Ideal» attivo nel quartiere Barrio de Gracia della Barcellona rivoluzionaria. Il gruppo era stato fondato da Federico Arcos Martinez (che in seguito sarà collaboratore proprio di Fifth Estate, una volta emigrato in Canada nella regione di Detroit-Windsor, a cavallo tra Canada e Stati Uniti), Liberto Sarrau, Diego Camacho (alias Abel Paz), José Baje e Germinal Gracia Ibars (Víctor García).

Il gruppo redigeva in Spagna anche il proprio organo di stampa, El Quijote, che pubblicò solo tre numeri poiché fu censurato per le sue critiche alla partecipazione al governo dei dirigenti del sindacato anarcosindacalista CNT.

Durante la rivoluzione spagnola, nei territori autogestiti dai comitati rivoluzionari e soprattutto a Barcellona e nella regione della Catalogna, dove il movimento anarchico era molto forte, la proprietà privata fu abolita di fatto: le fabbriche vennero occupate e gestite direttamente dagli operai, i latifondi aboliti e gestiti per la metà direttamente dai contadini e per l’altra metà dal Comitato delle Milizie antifasciste, i servizi caddero in mano ai sindacati proletari (CNT e UGT), le chiese vennero date alle fiamme od occupate ed adibite ad altri scopi. Ma come effetto della sconfitta della rivoluzione, che ebbe anche cause interne, non ultima la collaborazione della dirigenza della CNT al governo repubblicano, tutte queste conquiste vennero scalzate e Franco, una volta vinta la guerra civile, avrebbe governato la Spagna con la sua dittatura fino alla sua morte avvenuta nel 1975.

Quello che segue é uno scritto breve, nello stile del manifesto di propaganda del tempo, in presa diretta mentre gli eventi si stavano svolgendo, che è però anche un monito per l’oggi, e che con lucidità ci fornisce l’indicazione – anzi di più, la prova! – che non sono mai esistiti, né potranno mai esistere, governi amici.

Un monito che ieri si riferiva al governo spagnolo del Fronte Popolare (composto da forze borghesi come i repubblicani catalani, dai socialisti del PSOE, dal Partito Operaio di Unificazione Marxista-POUM, dall’UGT sindacato socialista vicino al PSOE, dagli stalinisti del Partito Comunista, e successivamente da quegli ossimori viventi che furono i “ministri anarchici” della CNT) ma che certamente faceva riferimento anche al governo considerato ingenuamente alleato della rivoluzione, quello sovietico di Stalin, che inviava armi al governo repubblicano non per spirito solidaristico ma per mero calcolo, alla ricerca di influenza politica e profitto (e il trasferimento nei forzieri russi dell’oro del Banco di Spagna, con la scusa di “metterlo al sicuro” — 510 tonnellate, corrispondenti ai tre terzi delle intere riserve spagnole, oro che non fu mai riconsegnato —servì solo a renderlo esplicito!).

Un governo, quello dell’Unione Sovietica, che si presentava al mondo intero come rappresentante internazionale del proletariato mentre i suoi agenti in Spagna assassinavano i rivoluzionari anarchici e i militanti del POUM (partito della sinistra comunista che pur faceva parte del Fronte Popolare) e disarticolavano le conquiste della rivoluzione libertaria facendo approvare dal governo spagnolo una serie di misure — dalla militarizzazione delle milizie autonome con la creazione di un “esercito popolare” direttamente controllato dal governo, alla riconsegna delle imprese collettivizzate ai precedenti proprietari — come biglietto da visita da usare per stringere accordi con le potenze democratiche Francia e Inghilterra (il che non impedì a Stalin di accordarsi con Hitler nel 1939 per spartirsi la Polonia con il patto Molotov-Ribbentrop e di siglare accordi commerciali con la Germania nazista ancora nel 1940 e 1941).

Un monito, quello dei «Quijotes del Ideal», ancor oggi di stretta rilevanza; l’affermazione schietta, puntuale, ineccepibile e storicamente comprovata, che non esistono governi amici non ha perso niente della sua attualità purtroppo, vista la partecipazione da una parte di cosiddetti “anarchici” nelle truppe regolari dell’esercito ucraino in quella guerra che oppone Federazione Russa e Paesi NATO alle porte dell’UE. E, dall’altra parte della medaglia, di un numero impressionante di sinistri ammiratori di regimi autocratici quali Russia, Iran e Cina.

Piccoli Fuochi Vagabondi, luglio 2026


Introduzione di Fifth Estate

Il 17 luglio 1936, le forze nazionaliste spagnole, guidate dal generale di estrema destra Francisco Franco, tentarono un colpo di Stato contro la Repubblica del Fronte Popolare da poco eletta. Nel contesto dello sconvolgimento sociale e politico seguito alla resistenza di massa contro la rivolta fascista, il movimento anarchico in Spagna organizzò l’opposizione più forte e radicale al fascismo, nonché una rivoluzione sociale di vasta portata.

Nel corso dei tre anni successivi, gli ideali libertari e antiautoritari dell’anarchia divennero la realtà quotidiana di milioni di spagnoli che presero il controllo dei propri luoghi di lavoro e delle proprie comunità, liberandosi dal dominio burocratico e repressivo del governo.

Sebbene questo esperimento rivoluzionario sia stato alla fine distrutto da una perfida combinazione di fascismo, stalinismo, “democrazie” occidentali e tradimento da parte del governo liberale spagnolo, è stato, secondo David Porter (vedi Fifth Estate, estate 1986), il “luogo di prova più intenso e su più vasta scala della rilevanza e della forza delle idee anarchiche nel mondo moderno”. E hanno funzionato.

Il seguente opuscoletto fu scritto e diffuso in Spagna nel 1937 da un gruppo di giovani anarchici di età compresa tra i 15 e i 17 anni chiamato «Quijotes del Ideal». Il testo ci è stato fornito da un nostro amico e compagno che fece parte dei Quijotes e che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva ancora vivo il suo ardore per gli ideali anarchici espressi in questo documento. È scritto nello spirito rivoluzionario dell’epoca, rivolgendo la propria voce al popolo, negando la legittimità di tutti i governi e di tutte le leggi, e indicando il tradimento della rivoluzione da parte della Repubblica spagnola come prova lampante dell’ostilità di quel governo verso il popolo.

The Fifth Estate Staff


Febbraio 1937, Al popolo:

Ci rivolgiamo a voi, popolo. A voi, perché siamo i vostri figli e perché siete voi che, come sempre, loro [le autorità governative] cercano di ingannare.

E non vi parleremo a nome della C.N.T. (Confederación Nacional del Trabajo) né a nome della F.A.I. (Federación Anarquista Ibérica). Vi parliamo piuttosto a nome del nostro ideale, l’Anarchia.

Siamo giovani libertari che, in onore del nostro nome, “I Quijotes”, incroceremo le spade con coloro che cercano di rafforzare i nostri tiranni prima attraverso discorsi ingannevoli e poi con la forza delle armi, grazie al potere delle forze militari e di polizia al loro comando; e incroceremo le spade con coloro che, collaborando con lo Stato, si definiscono anarchici pur sapendo che Anarchia significa negazione del governo e delle leggi. [1]

Ingenuamente abbiamo aspettato di vedere se, per la prima volta nella storia, un governo avrebbe smesso di essere tirannico e avrebbe esercitato la sua politica per il bene del popolo. Ma, vedendo l’avanzata del riformismo e il tradimento della rivoluzione, diciamo: basta; e resisteremo a questo con tutte le nostre forze.

E non liquidateci definendoci degli indisciplinati [incontrolados] o dei fascisti. Ciò che ci guida più di ogni altra cosa è l’immenso amore che proviamo per il popolo, ben più di quel governo che non è controllato da nessuno. Quanto ad essere fascisti, lo sono i funzionari governativi, non noi.

Il fascismo è imposizione, oppressione, schiavitù. Tutti gli Stati, senza eccezioni, si impongono, opprimono e schiavizzano il popolo; sebbene essi [i burocrati statali qui in Spagna] a loro volta siano tutti schiavi, consciamente o inconsciamente, di un’organizzazione di vagabondi e teppisti chiamata: L’Ordine dei Gesuiti. [2]

Alcuni dei ministri del governo della Repubblica sono milionari: Loro, insieme ai milionari fascisti, detengono milioni nella stessa banca londinese; pertanto, gli interessi degli uni e degli altri sono gli stessi. La rivoluzione mondiale proletaria dissolverebbe quella banca e quegli interessi.

È quindi evidente che ciò che è importante per tutti loro è frantumare la Rivoluzione che li minaccia e distruggere i lavoratori rivoluzionari in una guerra violenta.

Popolo: cercate di ragionare senza alcuna delle trappole del fanatismo che vi accecano gli occhi!

Un certo ministro del «popolo» ha già dimostrato, qualche giorno fa, che una volta che «questo» sarà finito, la Repubblica spagnola manterrà sicuramente le forme politiche che aveva prima della Rivoluzione.

Un ministro “operaio” permette che le prigioni e i penitenziari rimangano in piedi e, per di più, crea campi di concentramento mentre grida: “Abbasso il fascismo!”

E un altro va in giro a parlare nelle arene di anarchismo nazionalista e patriottico, mentre allo stesso tempo un vecchio politico catalano ordina al popolo di stare zitto e di obbedire ciecamente al governo.

Perché aggiungere altro? Gli anarchici non collaborano, non hanno mai collaborato e non collaboreranno mai con nessun governo. Diffondete avvertimenti al popolo ovunque affinché non si lasci ingannare come un eterno bambino, affinché rompa con quella vecchia e putrida farsa per far posto alla piena e bellissima luce del Sole dell’Anarchia.

Da parte nostra, siamo pronti a sacrificare le nostre stesse vite. Ma moriremo con dignità, compagni, gridando con forza «Abbasso il Governo! Viva l’Anarchia!».

Il gruppo anarchico Quijotes dell’Ideal

Note:

[1] Diversi «compagni di spicco» del sindacato anarchico-sindacalista, la CNT, assunsero incarichi nel governo repubblicano liberale nel vano tentativo di porre fine alla discriminazione nei confronti delle conquiste della Rivoluzione. Il loro «esperimento» si rivelò un fallimento e questa violazione dei principi anarchici provocò sgomento e ulteriore scoraggiamento in una situazione già in fase di disgregazione.

[2] Questo paragrafo illustra il ruolo prevalentemente reazionario che la Chiesa cattolica ha svolto nella società spagnola e l’odio che la gente comune nutriva nei confronti delle sue organizzazioni.

Membri del gruppo anarchico Quijotes del Ideal

LA PALLA AL BALZO

Diffondiamo:

Note sul testo e chiamata alla mobilitazione di solidarietà per lx arrestatx del 16 giugno.

PREMESSA: nel mentre scrivevamo queste righe lx compagnx sono statx quasi tuttx liberatx (manca, ora che inviamo le mail, “solo” Pietro all’appello e ci augriamo di averlo presto tra noi!) ma ci parevano considerzioni estemporanee, non necessariamente contingentate alla situazione repressiva che le ha scaturite, perciò, le inviamo comunque!:)

Leggiamo gli spunti che emergono dal testo di solidarietà e che invita alla mobilitazione per le giornate del 10-11-12 luglio, e ci dà l’appiglio per approfondire due tematiche che lì, viene detto, sono considerate punti cardine dell’inchiesta.
Perciò, benchè non sia poeticamente brillante, prendiamo come si suol dire “la palla al balzo” e bruttiamo giù due righe che ci sembra vadano nella direzione di approfondire l’analisi su alcuni temi che vengono, a nostro avviso molto puntualmente, toccati dal comunicato.

Procediamo senza ulteriore preamboli, drittx ai punti che vogliamo toccare.
Nel testo, tra le varie cose, si fa riferimento alle lotte per la liberazione di Alfredo Cospito e in difesa della popolazione palestinese: lotte che non abbiamo vinto (se no forse non saremmo qui con 8 nuovx compagnx dentro!) ma che hanno avuto, secondo noi, oltre a tanti altri, il merito di “ripoliticizzare la sfera pubblica” in Italia.
Qui per politica non intendiamo il teatro della democrazia, ma la presa di coscienza che siamo immersx in un contesto sociale nel/sul quale possiamo incidere con la nostra azione o inazione (diserzione e boicottaggio, strumenti comunque importanti benchè meno appariscenti/eclatanti di altri).
Secondo noi questo è stato, delle suddette mobilitazioni, il merito più inaspettato e più temuto dalla controparte: in un contesto sociale come quello italiano dove lo stigma della “politica” è totale, trasversale, multidirezionale (“a scuola non si fa politica!” “lo sport non è politico!” “lasciate fuori la politica da queste cose!”) il fatto di ridare una collocazione politica agli eventi ha in sé un bagliore di tante, tantissime possibilità.
Perchè se un problema non lo assumi come “evento” ma come una specifica “conseguenza” di un sistema sociale, economico, politico, allora puoi metterti in testa di individuarne dex resaponsabili e rileggere tutta la tua vita in chiave di conflitto preciso tra chi sfrutta e chi viene sfruttatx. E noi anarchicx abbiamo fatto (da sempre: con l’analisi teorica e con l’azione pratica) soprattutto questo: abbiamo evidenziato e indicato delle responsabilità. Ma ci torneremo.
Almeno dal berlusconismo in poi, in Italia, tuttx coloro che volessero fare carriere politica (qui parliamo del teatrino) si dichiaravano “antipolitici” (pensiamo a quei partiti tipo i 5 stelle che si sono chiamati – e da lì in avanti molti altri – “movimento”) perchè il contesto di sfiducia quasi totale ereditato dalla Seconda Repubblica, aveva non solo allontanato, ma schifato e disilluso, una grande fetta della società italiana.(*)
Operando una sovrapposizione strumentale tra “partitico” e “politico” si è lentamente (manco troppo) fatto passare quasi ovunque e quasi totalmente il messaggio che “tutto ciò che è politico è merda”.
Questa operazione di occultamento e manomissione dei significati è al contempo un’opera precisa di sabotaggio cognitivo e interpretativo, che si traduce in inazione pratica: tutto ciò che è politico è marcio perciò non mi ci metto tanto, per di più, non cambia nulla.
Questa seconda parte della frase, mantra rintracciabile su quasi tutte le bocche della penisola, è un esempio magistrale di profezia che si autoavvera: non faccio nulla per cambiare perchè tanto non cambia nulla.
Voilà!
Se da anarchicx siamo più che d’accordo che ciò che è politico è marcio, nel senso del teatro partitico/istituzionale democratico siamo però fermamente convintx invece che (quasi) tutto sia politico nella sua accezione di avere delle cause e delle conseguenze ambientali, in un ambiente che non è neutro ma dominato, sistematizzato, da regole di oppressione (patriarcato, specismo, capitalismo, autoritarismo, razzismo).
Quindi, il valore immenso di quelle mobilitazione per noi (ripetiamo, non per invisibilizzarne altri, nè per tacerne i limiti, ma ci pare che su quanto scriviamo ora nessun testo avesse posto l’accento) è stato ripoliticizzare il quotidiano: tanto con la mobilitazione per Alfredo quanto, in misura maggiore, per la Palestina, la vita sembrava avere di nuovo dei connotati storici, ideali, etici. Questo, crediamo, sia ciò che più di tutto terrorizza chi detiene il potere e con la buona vecchia dottrina fascista (“in questo posto di lavoro non si parla di politica. Si lavora e basta”.) mantiene masse di sfruttatx in uno stato di costante frustrazione disillusa, di oppressione rassegnata, proprio perchè alienata da qualsiasi possibilità di cambiare le cose.
Durante i mesi di mobilitazione per Alfredo tutte le tv e i giornali e le radio e i social parlavano del carcere, questionandolo, criticandolo, qualcunx ponendo in discussione la sua utilità: cosa c’è di più assurdo e pericoloso per una società poliziesca e carceraria come quella italiana? (poi che si possa discutere a lungo sulla “mediatizzazione” delle lotte, soprattutto di quella per Alfredo, è un altro importante punto che non toccheremo ora).
Durante le mobilitazioni per la Palestina c’era un vero e proprio senso di polarizzazione sociale (ossia ti dovevi posizionare, stava saltando il sacrosanto diritto-dovere alla “neutralità”: di fronte a una cosa così grossa devi dire da che parte stai) di presa di coscienza e di presa in carico di questioni politiche addirittura immensamente più grandi del solo nostro orticello, e il fatto che stesse diventando via via sempre più di massa questo coinvolgimento, crediamo sia stato determinante nel fare inscenare il teatrino della “tregua” che poi ha sancito la prosecuzione del genocidio con altri (soliti) mezzi, e la morte della mobilitazione globale di solidarietà.
Ora, non vogliamo mitizzare oltre il dovuto queste mobilitazioni, e neppure ne elencheremo qui tutti i limiti che pure ci sono stati, solo ci interessava partecipare al dibattito che si suggerisce nel testo e dire e dirci che noi anarchicx siamo creature che necessitano di un mondo politicizzato, perchè questo è il nostro linguaggio, laddove invece il potere necessita (e ha ottenuto) un mondo tecnico: formalmente apolitico, praticamente reazionario tendente al fascista.
Noi anarchicx diamo il nostro meglio in un contesto di effervescenza etica, per la capacità e l’attitudine a suggerire i giusti obiettivi della giusta rabbia sociale o individuale: i padroni, gli amministratori delegati, le industrie belliche, gli armatori complici, le ferrovie complici, le banche, etc etc.
Questo nostro “cassandrismo” è di solito una voce che cade nel vuoto, ma laddove la società si ripoliticizza, laddove si riscopre l’azione politica, allora ecco che torna a fare paura a chi detiene il potere. O per lo meno questo è quello che crediamo e che vorremmo aggiungere alle sopracitate riflessioni del testo.
Lo stesso “insurrezionalismo”, che tanto ancora viene sbandierato daigiornali (a dir la verità ormai suona un pò boomer dire “anarco-insurrezionalista” ma tant’è!) a nostro modesto parere teorizzava – e praticava –  uno “stare nelle lotte preesistenti nel tessuto sociale con l’intento di radicalizzarle”, ma vivendo in un contesto dove le lotte sociali non esistono, per lo meno quelle che possano vantare una partecipazione e una durata che le faccia considerare “rischiose” dalla controparte, ecco che il compito dellx anarchicx si complica incredibilmente.
Ed ecco perchè, crediamo, le ultime mobilitzione in Italia hanno così spaventato il governo e gli apparati repressivi: perchè una parte, minoritaria certo, ma agente e pensante, della popolazione italiana(**) stava ripoliticizzando la sua esistenza.
E quando assumi che tutto è politico in un sistema sovrasocializzato come il nostro, allora ovunque diviene legittimo manifestare la propria politicizzazione, il proprio posizionamento: crediamo che, in defintiva, sia stato questo l’incubo dei padroni negli anni ’70 (oltre all’illegalismo di massa e armato): che la gente non lasciava correre, si schierava, rivendicava, lottava, protestava, diceva, scriveva, si univa, ovunque, non c’era una separazione tra il circolo politico, il concerto, il luogo di lavoro, la scuola, la famiglia, i boschi, le spiagge, tutto è da mettere i discussione, tutto è da ribaltare, perchè su tutto, stato e capitalismo, hanno messo le mani.

Un altro punto sul quale condividiamo la necessità di “presa in carico”, come si suggerisce nel testo, è quello che riguarda il 270quinques ter: il “terrorismo della parola”.
Quello che scriveremo, invero, ci rendiamo conto essere un po’ una banalità per chi mastica di diritto e leggi e tribunali, perciò saremo brevi.
Come si dice nel testo sembra un articolo studiato apposta per un movimento come quello anarchico che ha sempre scritto e stampato e letto tanto, ma anche, aggiungeremmo, per un momento storico come quello attuale dove i contenuti virtuali dilagano sui cellulari di quasi ogni singola persona sulla terra e, proprio come nel caso di Ahmed Salem, se sei la persona sbagliata col video sbagliato, finisci incarcerato per terrorismo.
Infatti, sempre secondo chi scrive, ci vogliono almeno due ingredienti perchè il maleficio della legge si compia: il fatto che viene contestato (in Italia poi basta la supposizione del fatto, se sei, per esempio, anarchicx o palestinese) e, appunto, l’identità del soggetto.
E’ infatti evidente che la legge non punisce i fatti ma chi li commette (gli stessi opuscoli che sono valsi l’arresto e la detenzione in AS2 per i nostri compagni Pietro e Toni, se fossero stati rinvenuti nella casa di un manager o di uno sbirro o di un onesto cittadino che vota nella maniera giusta, cosa avrebbero comportato?) e come non considerare che, sempre in Italia, ci sono negozi (reali o online) che vendono dozzine e dozzine di testi nazisti o fascisti, che promuovono gli stermini razziali, la misoginia, l’assassinio politico e così via, e continuano a circolare in normalissimi circuiti commerciali? (taluni patecipano anche alle fiere del libro!)
E’ una domanda retorica e non vuole portare con sé alcuna indignazione: sappiamo che la legge è l’espressione di un rapporto di forza, e sappiamo che la legge disciplina i corpi e le menti, non regolamenta le interazioni. In definitiva sappiamo che la legge è un plotone d’esecuzione con la pallottola sempre in canna diretto verso i marginali, le ribelli, le scomode, i reietti, i non conformi, le refrattarie all’ordine.
E per ognuno di questi soggetti, ci pare di leggere dalle applicazione fatte fin’ora di questo nuovo articolo, si contestano, secondo il principio di arbitrarietà e vacuità legislativa capisaldi dell’ordinamento repressivo italiano, sfumature diverse di “terrorismo”.
Allx anarchicx infatti fin’ora sono stati contestati testi – per quanto ci è dato sapere – assimilabili a “manuali”, quindi testi che restano nel campo semantico dell’azione diretta, dell’artigianato
rivoluzionario, laddove il compagno palestinese di cui accennavamo è stato arrestato per un video che mostra alcune componenti della resistenza palestinese in azione. Un video, a detta di tantx, che avranno visto centinaia di migliaia (se non di più) di persone nel mondo, Italia compresa.
Lx anarchicx continuano, da centocinquant’anni, a fare paura agli stati perchè coniugano la parola con i gesti concreti, le persone palestinesi
devono essere schiacciate sul nascere (come Israele insegna brillantemente) e sradicate dalla loro cultura, cosmogonia, terra, lingua, e dal loro immaginario di resistenza, perchè la loro stessa esistenza è un affronto alla pretesa onnipotenza del potere (in questo caso Israelo-statunitense).

Ecco, ci pare che possiamo fermarci qui, augurandoci che possano essere parole utili al dibattito.

Complici e solidali con tuttx lx prigionierx anarchicx e rivoluzionarix nel mondo!
Per un mondo di liberx ed ugualx!

(*) Questa nota potrà sembrare fuori contesto, ma siamo invece persuasx che sia un esempio calzante di “guerra alla politicizzazione”: le scritte sui muri.
Sempre uno dei passi fatti dal berlusconismo fu di dichiarare guerra ax writer. Se da un lato si può leggere come una facile strizzata d’occhio al cittadino medio che ammazzerebbe a mani nude chi gli tagga il portone di casa, dall’altra pensiamo che questa crociata contro le scritte sui muri sia precisamente mirata a sopprimere uno dei mezzi storicamente (da quando esiste la scrittura…ed esitono i muri!) utilizzati dalla gente di strada per comunicare, denunciare le malefatte del potere, sfogarsi, filosofare, dedicare, etc.
Il fatto di aver reso reato penale l’imbrattamento ci dice che la direzione è quella di stringere il monopolio sulla comuncazione e di criminalizzare chi volesse contenderlo attraverso la pratica autogestita della muralità: solo chi ha legittimità di fornire messaggi, i media, può occupare lo spazio pubblico, voi invece siete teppisti, non gente che ha idee che vuole trasmettere. E i teppisti, in una società con la religione del decoro, sono il gradino prima de terroristi.
Si potrà obiettare che ci sono i social che sono bacheche dove ognunx può dire la sua, ma controbiettermo che la fisicità dei luoghi, la concretezza di un muro che vedi tutti i giorni sulla tua strada, non è paragonabile alla fumosità del virtuale, dove micini coccolosi e bambini senza braccia a Gaza hanno lo stesso peso, basta scrollarli via.

(**) O meglio, che vive all’interno dei confini italiani, perchè, altro dato assolutamente allarmante per il potere, per la prima volta – nella vita di chi scrive –  gente italiana e gente razzializzata si stavano incontrando davvero nelle strade, saldandosi in dei rapporti, scontrandosi assieme contro la polizia, e questo è pericolosissimo per uno stato colonialista e razzista che fonda la quais totalità delle sue strategie di propaganda e di dominio sul razzismo e sul suprematismo.
All’oggi quello che resta di questo incontro sono lx prigionierx: tanto da parte anarchica come da parte palestinese/solidale ci sono arrestatx,
spesso nei circuiti d Alta Sicurezza, che si sono, anche, riconosciutx in quella lotta comune: crediamo sia interessante ragionare come non parcellizzare la solidarietà da un punto di vista identitario (anarchicx con anarchicx e palestinesi con palestinesi) ma fare della repressione
un’occasione di nuovo incontro e complicità. Cominciando magari proprio dal partecipare reciprocamente ai presidi sotto le carceri.

SUI CIVILITICI

Diffondiamo da Infranero:

Il solo manoscritto che sia rimasto di Joseph Déjacque è una lettera scritta il 20 febbraio 1861, alla vigilia del suo imbarco per quell’Europa da cui mancava da sette anni. In questa lettera, indirizzata ad un proscritto francese rifugiatosi in Svizzera, Déjacque esprime tutto il suo disprezzo per un paese in cui aveva sperato di trovare maggiore libertà, e dove invece regnava il «cretinismo politico e religioso». Le parole di Déjacque sul conto della società statunitense dell’epoca sono durissime, e vale la pena qui riportarle: «L’America è letteralmente una nazione di bottegai, di negozianti all’ingrosso e al dettaglio che non hanno in testa e nel cuore che una cosa sola, il commercio, lo sfruttamento. La fede politica come la fede religiosa di ognuno è solo una merce su cui si specula a profitto dei propri interessi mercantili. Nell’americano non c’è che un sentimento, quello della propria venalità e della venalità degli altri; questo sentimento è l’erbaccia che soffoca in lui ogni grande idea. […] Le strade di New York, inseminate di passanti indigeni ed esotici, sono per me più deserte delle foreste dell’Ovest, popolate di alberi e rocce; mi sentirei meno solo in quelle vaste solitudini che in questa popolosa città, vivaio di uomini e donne americanizzati. Lo dico con umiltà più che con boria, (perché dopo tutto questi idioti sono miei fratelli, sono impastati della stessa argilla di cui sono impastato io) qui, tranne rare eccezioni, non frequento nessuno con piacere e nessuno ama sul serio la mia compagnia. Tutti coloro che mettono piede sul suolo americano si abbrutiscono in poco tempo, se non lo sono già prima di venire, gli uni sacrificandosi a un Dio Pluto, gli altri sacrificandosi a un Dio Bacco, il più delle volte sacrificandosi ad entrambi».
Le parole di Déjacque sul conto della popolazione statunitense della metà dell’800 sono precorritrici. Anticipano e corrispondono a quanto si potrebbe sostenere oggi a proposito degli abitanti di tutti i paesi occidentali, che nel frattempo hanno trovato un altro Dio a cui sacrificarsi: Tecno. All’inizio del terzo millennio si è meno soli nei boschi che in mezzo a torme di «civilitici» che brancolano con lo smartphone in mano, urtandosi l’un l’altro, senza vedere nulla, senza sentire nulla, senza provare nulla, senza pensare nulla — alla ricerca del selfie del proprio successo sotto la capillare sorveglianza del Grande Fratello.
Così in questi ultimi anni abbiamo assistito impotenti alla scomparsa delle grandi idee, quali che siano, sepolte sotto tonnellate di venalità, di vanità, di abbrutimento intellettuale ed etico. Tant’è che anche le amare parole con cui Déjacque concludeva la sua lettera potrebbero essere oggi sottoscritte dai pochi amanti rimasti dell’utopia: «Sono stanco di vivere qui da eremita in mezzo alla folla […]. Ho nostalgia, non del paese in cui sono nato, ma del paese che finora ho intravisto solo in sogno, la terra promessa, la terra della libertà al di là del mare rosso… Vedete come vorrei fuggire dal suolo su cui il destino del momento mi incatena, correre alla ricerca della felicità in un altro continente… Poveri socialisti antesignani che siamo! Uomini declassati nella civiltà cristiana, erriamo come intelligenze in pena, sperando sempre di trovare un angolo dove sentirci meno al di fuori dalla nostra sfera naturale, un angolo che non possiamo trovare perché non è di questo mondo, cioè di questo secolo!». Uomo senza mondo, Déjacque sarebbe morto tre anni dopo in preda alla follia a Parigi, nel 1864.
È questo il destino che attende tutti i sovversivi inchiodati ad una calcolata e calcolante realtà che non offre vie di fuga, incapaci di ridurre la smisuratezza del proprio sogno alle mediocri dimensioni dell’esistente? La cella di una prigione o la camera imbottita di un manicomio, un peso legato al collo o il cuore spaccato dallo sconforto? Può darsi, certo. Ma è impossibile fare a meno di notare che, appena sette anni dopo la morte di Déjacque, la Comune di Parigi esplose proprio nelle strade in cui egli si era spento. Niente è mai finito, tutto è sempre possibile. Ecco perché non vale la pena rattristarsi nel frequentare il presente dal fetore di cadavere, molto meglio profanare un certo passato per farne scaturire la vita. Nonostante il successo trionfale riscontrato ovunque dal realismo, ci saranno sempre banchi vuoti alle sue lezioni di consenso e di rassegnazione, di indifferenza e di attendismo, di compromesso e di opportunismo. Non è la politica che seppellirà il vecchio mondo, ma solo l’utopia che, saltata fuori ancora una volta dal ripostiglio dei sogni infranti dove era stata rinchiusa, tornerà a diventare arma fumante spianata contro chi ci obbliga a un’esistenza che non merita di essere vissuta. Un’utopia che non promette pace, ma che scatena guerra. Qui ed ora.

È USCITO IL TERZO NUMERO DI LAHAR

Diffondiamo:

Questo numero di Lahar nasce a seguito di un incontro di discussione con quelle realtà e individualità, in particolare a sud, con cui si era già avuto un primo confronto sui temi della rivista e condiviso un interesse a continuarlo. È quindi al tempo stesso un punto di approdo e un punto di partenza. Uno dei propositi con cui era nata questa rivista era proprio quello di condividere ragionamenti e limiti, arricchirci reciprocamente anche a partire da esperienze diverse, per ritrovarci dove possibile individualità complici nell’affrontare questo maleodorante presente. Muoverci dalla nostra prospettiva – in particolare dal sud di questa penisola – per guardarne altre.

Confrontarsi sui punti di continuità e di rottura tra le lotte e le forme di oppressione esistenti nei territori del sud non voleva essere in alcun modo la proposta di una via maestra alla liberazione dai rapporti di potere, ma solo uno dei mille multiformi metodi per demistificare certe forme di propaganda; individuare alcuni nodi critici dell’oppressione; confrontarsi sulla realtà di ieri, oggi e domani, per capirci qualcosa in più e sapere cosa dire e a chi dirlo; cogliere i fiori della rivolta e piantare altri germogli; affinare strumenti di lotta.

Questo numero nasce infatti dal desiderio di ragionare insieme su esperienze di mobilitazione e repressione, così come su obiettivi e metodi (cioè le strade che li collegano e che intendiamo percorrere per perseguirli), in modo da provare a combattere una certa sensazione di spaesamento nel buio. Trovare delle complicità, dilatare l’immaginazione, condividere pezzi di percorsi di liberazione, creare delle occasioni organizzative: per tutte queste cose, a parer nostro, il confronto in carne e ossa resta insostituibile. Del resto, ciò che rimane nero su bianco nelle pagine di questa rivista non è che il frutto mai maturo di tutti i confronti costanti, collettivi, individuali, mancati, complessi, utopici che l’hanno accompagnata finora, e un seme per altri che verranno.

Queste pagine non avrebbero senso di esistere se non fossero state messe insieme per diventare un’occasione di conoscenza, discussione e intervento, sia tra individualità che vivono uno stesso territorio, che tra territori diversi (ma con delle caratteristiche simili), e ciò per due motivi. In primo luogo, affinché lo scambio di informazioni e di visioni del mondo non sia mera restituzione di notizie fine a sé stessa, ma per individuare dei campi d’azione. Era nostra intenzione darci uno strumento più in un momento storico in cui, se stiriamo l’idea che abbiamo della guerra e la estendiamo anche ai territori quasi pacificati che viviamo, una guerra quotidiana contro poveri e dissidenti la troviamo anche nel bombardamento di informazioni che distrugge ogni possibilità di distinguere ciò che conta: il nostro sguardo diventa cieco – senza prospettiva; la nostra coscienza muta – non sappiamo cosa dire e a chi dirlo, cosa fare e con chi farlo. In questo caos imposto dall’alto, la controinformazione può essere uno strumento di lotta, perché è un’informazione non solo diversa da quella dei poteri dominanti, ma che vuole contribuire a distruggerli. Riconosciamo infatti che nella costruzione di un sistema di dominio come quello in cui viviamo sapere è potere: non solo come sostantivo, ma anche come verbo.

Il secondo motivo, soprattutto per quanto riguarda l’efficacia dello scambio tra persone che vivono territori diversi, è che ciò permette di condividere esperienze e conoscenze che solo chi li attraversa possiede. Per questo, curvare le analisi degli scenari bellici e repressivi globali o italiani per guardare alla loro concretizzazione in specifici progetti di potere locali è così importante. Nessuno, nemmeno il potere, può conoscere i territori che viviamo meglio di noi. Per questa ragione abbiamo pensato che per ampliare il nostro sguardo d’insieme potesse essere utile ritrovarci per uno scambio su quanto sta succedendo in vari territori del sud, e provare a condividerlo nero su bianco in questo numero. Affinché nuove affinità e nuove forme di lotta possano germogliare.

Analizzare il ruolo chiave dei territori del sud Italia (e del mondo) nello stringere la morsa della guerra e nel preparare un futuro energivoro, tecnocratico, nuclearizzato e mlitarizzato è per noi una delle angolature da cui provare a seminare conflitto contro questa prospettiva agghiacciante. La devastazione di intere regioni per la costruzione di grandi opere utili solo al capitale militare-industriale; la colonizzazione delle isole e di alcuni punti strategici da parte delle basi militari; la costruzione di poli tecnologici e di ricerca a servizio della guerra; l’estrattivismo di acqua ed energia nelle province spopolate; lo sfruttamento del lavoro di chi resta; la costellazione di reclusori, carceri e cpr; l’incarcerazione di massa in galere e 41 bis; il reclutamento dei giovani al servizio delle forze di polizia e militari, insieme all’aumento dell’odio e della violenza tra sfruttati; la turistificazione al servizio di un piano di espulsione della gente povera: il quadro è più o meno chiaro, ora sta a noi andare fino in fondo e capire come intervenire.

Contro la repressione politica e poliziesca che vorrebbe prevenire il conflitto sociale e punire ogni scintilla di ribellione è quantomai importante contrastare la propaganda con gli strumenti di controinformazione di cui disponiamo, ma perché? Per nutrire un attacco al potere, ma in che forma? Un duello privato tra pochi vendicatori solitari e lo stato? Forse. Una mera indignazione umanitaria della società civile contro lo stato? Anche no. È possibile trovare complici in un sistema ormai intollerabile per la stragrande maggioranza delle persone? Chissà.

Una cosa è certa. Partire dal proprio radicamento nei luoghi che viviamo serve a rafforzarci e a rafforzare connessioni con altre esperienze molto vicine o anche molto lontane: contro ogni confine imposto e contro ogni gabbia teorica, geografica o politica. Coscienti che l’internazionalismo antiautoritario è una delle armi più forti che abbiamo contro gli stati e le loro guerre.

Per info e richiesta copie contattare: louisemichel@autistici.org

COME FUOCO AL VENTO – UNA RACCOLTA DI RIFLESSIONI SU CARNEVALE NO PONTE E OPERAZIONE IPOGEO

Diffondiamo un nuovo opuscolo:

COME FUOCO AL VENTO – Una raccolta di riflessioni su carnevale no ponte ed operazione ipogeo


Dall’introduzione:

Questa è una raccolta non esaustiva di testi, interventi, lettere comunicati scritti in seguito a due operazioni repressive: il processo per il carnevale no ponte e l’operazione ipogeo, che hanno portato a perquisizioni, arresti e misure preventive in Sicilia e in Puglia. Attualmente, tre compagnx sono stati condannati a pene tra 1 e 3 anni per il processo in primo grado del carnevale no ponte, due hanno ricevuto rispettivamente un foglio di via da Messina e un avviso orale per un corteo solidale in occasione dell’udienza.

Due compagnx si trovano in custodia cautelare in carcere ormai da 8 mesi con l’accusa di devastazione e saccheggio nell’ambito dell’operazione ipogeo, il cui processo è ancora aperto (14 persone imputate, 36 anni di pena complessivi richiesti).

Con un pensiero a chi sta pagando la vendetta dello stato, a chi è strettx nelle grinfie della repressione, a chi continua a lottare dentro e fuori le galere, a dire che il carcere fa schifo e che il 41 bis è tortura. Nonostante provino a spezzare la solidarietà, nonostante i loro tentativi di isolarci, spaventarci, separarci dai nostri affetti più cari cercando di stringerci nella morsa della tristezza e della repressione; nonostante gli anni di galera con cui vorrebbero seppellire vivx lx nostrx compagnx, noi siamo e saremo sempre al loro fianco, nelle strade, nelle piazze, sotto le carceri. Che la solidarietà abbatta quelle mura infami.

FINCHE’ DI OGNI GALERA NON RIMAGANO SOLO MACERIE
LUIGI E BAK LIBERX
TUTTX LIBERX

Giugno 2026, da qualche parte in Sicilia

PDF OPUSCOLO: come fuoco al vento

ALCUNE RIFLESSIONI, E UN APPELLO ALLA MOBILITAZIONE, IN SOLIDARIETÀ ALLX COMPAGNX ARRESTATX E INQUISITX NELL’OPERAZIONE DEL 16 GIUGNO

Diffondiamo:

Sono passati dieci giorni da quando, all’alba, in varie parti dello stivale, compagnx si svegliavano con i colpi degli sbirri alle porte ed alle barricate; dieci giorni da quando hanno sigillato col cemento il Bencivenga; dieci giorni in cui si è dormito poco, bestemmiato molto, pensato e riflettuto.
Abbiamo bisogno di trasformare l’universo di emozioni e sensazioni che abbiamo dentro attraverso le parole; abbiamo bisogno di ritrovarci nel calore della solidarietà, di un agire concreto che spezzi il dispositivo più atroce della repressione: l’isolamento.

Vogliamo altresì ambire a riflessioni ed analisi che siano all’altezza dei tempi davvero complessi e gravi che stiamo vivendo per provare a farne, invece, un momento propizio. Anche se con la fretta dell’ennesima ghigliottinata alle nostre relazioni di complicità, avvertiamo la priorità di far uscire qualche concetto che, a caldo, consideriamo cardine per la lettura di questa ennesima indagine antianarchica. Ci troviamo di fronte ad un copione che mescola vecchi e nuovi strumenti repressivi in un contesto connotato da profondi mutamenti sociali ma, esistendo tante e più approfondite analisi sul presente che viviamo oggi, vogliamo concentrarci non tanto sul tratteggiare il contesto-mondo nel quale viene calata dal dominio questa operazione, quanto più cosa questa operazione ci dice del mondo.

Gli ingredienti che vengono citati ripetutamente, al fine di persuadere un GIP a firmare la carcerazione dex nostrx compagnx, parlano del contesto di alcune lotte che si sono sviluppate, in italia, negli ultimi anni. E da qui cerchiamo di partire. Ci riferiamo principalmente alla lotta contro al 41bis che, in qualche forma, secondo chi scrive, ha trovato dei rapporti di continuità nelle mobilitazioni per la Palestina, sviluppatesi con forti connotati antiautoritari (nel primo caso squisitamente anarchici) e che, crediamo, sia importante rivendicare come un tassello del nostro presente di conflitto.

Di quei giorni e mesi di rabbia e azione non devono essere le carogne di tribunali, giornali o caserme a parlare per noi, ma quando lo fanno, citandoli esplicitamente come movente della repressione, ci sembra che sia fondamentale soffermarsi sul portato che ha avuto ed avrà, ciò che abbiamo messo, e che metteremo, in campo. Forse non c’è stato il tempo (o la voglia) di analizzare approfonditamente quello che si è giocato in quelle strade e in quelle piazze ma l’operazione repressiva del 16 giugno muove i suoi passi anche da lì e quindi ci pare sensato interrogarci sul perchè.

Il potere parte dalla necessità che lx anarchicx devono essere isolatx, mistificatx, sbattutx sui giornali quando lx si arresta, e poi ritornare nel dimenticatoio della storia. Così, in parte, lo stato riesce a gestire l’esistenza di un’idea-pratica che porterà alla sua distruzione ed estinzione della sua ragion d’essere: il dominio. Quando lx anarchicx invece non sono più alienx ma sono presenti nello spazio pubblico e i loro slogan sono sulle bocche di persone “insospettabili” o quando nelle manifestazioni di massa alcuni temi e pratiche dell’anarchismo si diffondono, ecco che lo stato decide di dare un segnale più forte di altri. La repressione non serve, infatti, solo a tentare di spezzare dei legami consolidati, fiaccare animi e corpi, diffondere allarme tra lx nemichx dell’ordine, ma anche a dissuadere potenziali complici da unirsi ax “cattivx maestrx”. La grandinata di denunce e arresti e misure preventive nei confronti di quellx che si definiscono attivistx è lì a testimoniare che, certo, questo governo è più zelante di altri nel reprimere fino al semplice dissenso, ma questa furia castigatrice ci dice anche che il leviatano deve colpire per mantenersi in vita, scagliandosi sempre più spesso e sempre più violentemente contro lx proprx oppositricx. È la logica stessa della guerra: prosegue solo se hai nemici sempre freschi da combattere e da dare in pasto alla parte di popolazione soggiogata dai rigurgiti patriottici.

Fortunatamente esistono ancora – e sempre esisteranno – minoranze agenti che non solo disertano l’arruolamento patriottico delle coscienze, ma cercano anche di sabotarlo. In questo senso leggiamo lo sgombero di un luogo storico del movimento anarchico, della controcultura, dell’opposizione alla vita metropolitana mercificata: ci tolgono gli spazi perchè è nell’attarversarli assieme (siano essi piazze, squat, cascine, montagne) che si creano legami e possibili cospirazioni. Ci tolgono i nostri luoghi anche per farla finita con la nostra storia, che così come la questione palestinese ci dice, è visceralmente connessa ai territori che abitiamo, in cui lottiamo.

In ogni contesto di guerra la compressione dello spazio pubblcio deve essere massima, figuriamoci sopportare l’esistenza di un’isola di alterità così sfacciata com’è sempre stato il Bencivenga.

E se di guerra si parla è perchè tutto nell’azione della repressione parla il linguaggio bellico: la prova muscolare d’irruzioni sbirresche coi passamontagna calati in faccia; l’apposizione, a mo di sfregio fascista, del tricolore sulla porta appena murata del Benci, che cosa sono se non una diapositiva della guerra che, a macchia di Leonardo è già in atto contro chi sceglie la via della ribellione o percorre, per moto centrifugo della storia, il grande esodo dell’esclusione dai privilegi?

E cosa è stata la celebrazione dei giochi di Milano-Cortina, contro i quali l’azione di sabotaggio dei treni di cui si parla nell’indagine si è scagliata come un fulmine, se non una gigantesca e multimilionaria parata di guerra? (che trova nell’ostentata presenza delle truppe ICE il suo apice)
Il fatto che lo stato, nelle sue stesse vene o arterie – le infrastruttre di trasporti e telecomunicazioni – possa essere ostacolato, indebolito, sabotato, rallentato, è intollerabile per un istituzione totalitaria che si identifica, al netto dei formalismi democratici-liberali, essenzialmente con la sua stessa tensione alla guerra, esterna come interna. Guerra non dichiarata che chiamiamo normalità.

Le armi che si dispiegano in questo stillicidio contro la ribellione e l’alterità, allo stato attuale dell’organizzazione sociale, non sono più rappresentate dal plotone d’esecuzione che si schiera d’innanzi allx condannatx, piuttosto un dedalo di sofisticati tranelli e tagliole che prendono il nome di leggi. Con questo non vogliamo dire che la legge sia uno strumento repressivo nuovo (è purtroppo vecchio quanto l’autorità) ma che assistiamo ad una forma di pan-penalizzazione e pan-normatività, nel contesto italiano, che ci attanaglia, e questa particolare forma di repressione causa tutta una serie di specifiche conseguenze in noi che la subiamo e vi resistiamo.

Inoltre l’arsenale dello stato italiano si è incredibilmente arricchito di nuovi strumenti repressivi negli ultimi anni (senza mai tralasciare di oliare struttre ben rodate e indispensabili come, appunto, il 41bis) e questo, si badi bene, non lo imputiamo alla natura fascista dei governanti attuali: mai come oggi ci permettiamo di dire che democrazia e fascismo sono esattamente due facce della stessa medaglia, intercambiabili e possibilmente coesistenti. Un articolo, tra gli altri, che questa indagine scaglia sul capo dex nostrx compagnx, e che ha giustificato l’arresto di due di loro (arresto che, a parità di condizioni, solo un anno fa non sarebbe avvenuto) che ci pare necessiti un’urgente presa in carico da parte nostra è il 270quinques terzo. Il così detto “terrorismo della parola”.

Se infatti sono anni, decenni, che ci confrontiamo con accuse legati ai reati associativi (270bis) il fatto di punire la semplice detenzione di materiale cartaceo o virtuale che possa essere considerato da lor signori come terrorista, apre la porte a scenari di arresti (in flagranza!) facilissimi per i nostri repressori. Il 270quinques terzo, a differenza del secondo (autoaddestramento) a detta dex legali, è estremamente ostico da smontare in sede processuale perchè non vi è la necessità da parte del PM di dimostrare alcuna intenzionalità nel “passare all’azione”: il semplice fatto di possedere uno scritto incriminato può condurci in galera. Questa legge sembra fatta proprio apposta per un movimento, come quello anarchico, dove gli scritti hanno sempre avuto grande e numeroso risalto sia nella crescita individuale, sia nella propaganda.

Queste le suggestioni che abbiamo ritenuto, dopo confronti tutti da approfondire, di condividere per tracciare un minimo comune terreno di azione e di discorso sul quale vogliamo chiamare la mobilitazione per la solidarietà a chi è statx arrestatx, perquisitx, inquisitx, imprigionatx in casa propria.

Sentiamo forte in questo momento la spinta a fare sì che la repressione non sia mai e poi mai vissuta come una questione privata (benchè si parli di un contesto che non è quello anarchico, il suicidio di due attivisti per la Palestina, a Torino, posti agli arresti domiciliari, ci dà un sanguinario polso della situazione) e vogliamo, in chiusura di questo testo, chiamare alla mobilitazione in solidarietà ax compagnx colpitx nell’operazione del 16 giugno. Proprio per uscire dall’angolo, proprio per riportare nella dimensione pubblica il fatto che c’è un mondo che si sta disfacendo e del quale possiamo accelerare la caduta, costruendo nel mentre quel sogno difficilissimo e irrinunciabile che è l’anarchia.

Nelle giornate dal 10 al 12 luglio, in vista del riesame, facciamo quindi sentire forte la solidarietà ax nostrx compagnx ostaggx dello stato: ognunx nei modi che riterrà opportuno, come sempre diciamo, per uscire dall’angolo della presa male e rilanciare la nostra voglia di ribaltare questo dannato presente. La libertà è possibile e tangibile, nella lotta per la liberazione.

Solidarietà e complicità con lx arrestatx, perquisitx, inquisitx del 16 giugno! Nico, Micol, Pietro, Giu, Luna, Bibi, Toni, Ste liberx subito!

Tuttx liberx, fuoco a tribunali e galere!

Alcunx compagnx solidalx

Di seguito diffondiamo gli estremi del conto sul quale versare benfit e contributi economici per l’operazione del 16 giugno: D’ORA IN AVANTI FATE RIFERIMENTO SOLO A QUESTO CONTO.

Giovanna di Romano
IT67E3608105138259570159586
Numero Carta PostePay
5333174809836489

Questi, al momento gli indirizzi disponibili dex compagnx: scriviamo loro, non facciamolx sentire solx nè isolatx

Andrea Toniolo (Toni):
C.C. di Rossano – Contrada ciminata.
87064 – Corigliano Rossano (CS)

Francesco Benedetti (Bibi):
C.C di Rossano – Contrada ciminata.
87064 – Corigliano Rossano (CS)

Micol Marino:
C.C. Rebibbia femminile – Via Bartolo Longo 92
00156 – Roma (RM)

Stefano Marri:
C.C. di Terni – Strada delle campore 32
05100 – Terni (TR)

Pietro Rosetti:
C.C di Terni – Strada delle Campore  32
05100 – Terni (TR)

Nico Aurigemma:
C.C. di Ferrara – Via arginone 327
44122 – Ferrara (FE)

Arnau Vallet Casadevall:
Regina Coeli
via della Lungara 29
00165 Roma

DI BARRICATE INFRANTE E CUORI SALDI

Diffondiamo qualche parola sullo sgombero del Bencivenga, seguito
all’operazione repressiva del 16 giugno. Qui il pdf.

All’alba di martedì 16 giugno il rumore dei flessibili anticipava l’irruzione al Bencivenga Occupato di una grande quantità di carogne in maschera. Annunciandosi con un mandato di perquisizione, tentavano di nascondere quello che si è poi rilevato ben altro una volta che le barricate hanno ceduto al loro passo: due provvedimenti di custodia cautelare in carcere per un compagno e una compagna che hanno trovato all’interno. Dalle prime pagine dell’ordinanza si è avuto modo di comprendere che la vastità dell’operazione stava colpendo altre compagne ed altri compagni in svariate parti d’Italia. Reato contestato: associazione con finalità di terrorismo (art. 270Bis). Un classico dell’armamentario statale per tentare di imprigionare chi non si piega alla sua pretesa sovranità. Formalizzata la notizia dei mandati d’arresto è iniziata una perquisizione che si è protratta per circa 7 ore, concentratasi, come da manuale, su dispositivi informatici e materiale cartaceo. E’ dopo questo lunghissimo periodo di tempo che lo sgombero è stato annunciato, anche se in mancanza delle scartoffie che lo ufficializzavano.

Ax compagnx che si trovavano lì, prima che venissero trasportatx verso carceri e questure, non è stata data dalla sbirraglia la possibilità di prendere praticamente niente, tra effetti personali e materiale d’archivio presente nello spazio. Niente di cui stupirsi: nella contrapposizione delle parti, in questo conflitto, l’annientamento reciproco è un obbiettivo a cui miriamo entrambi. Nessun grido di sdegno, dunque. Sappiamo benissimmo come la logica dei diritti portata avanti dallo Stato è solo uno degli strumenti per soggiogare la struttura sociale, e perdura fin quando il dominio decida che far valere la propria forza è la strategia preferibile per neutralizzare l’indesiderato in questo presente di guerra.

L’operazione repressiva e il conseguente sgombero ci portano a fare delle valutazioni su cui sarà necessario soffermarsi, quello che adesso sappiamo è che, se nei loro intenti lo sgombero del Bencivenga è finalizzato a spezzare i legami tra compagnx, in questo hanno già fallito. Non si può contenere in quattro mura l’odio che proviamo per questa società, come non si potranno contenere nelle quattro mura di un carcere la forza e gli ideali dex nostrx compagnx. Portiamo nel cuore la stessa rabbia! La stessa rabbia di chi non è più al nostro fianco, ma vive nel presente di ogni lotta contro il dominio sull’esistente.

Libertà per Mic, Arnau, Ste, Pietro, Giulia, Nico, Luna, Toni e Bibi!!!

Tuttx Liberx!!!

Con Sara e Sandro, verso un orizzonte di libertà!

Con odio, per amore.
Per l’anarchia!

Compagnx del Bencivenga.

FORTEZZA EUROPA – UNA VISIONE SU FRONTIERE E NUOVO PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE

In occasione dell’entrata in vigore del nuovo patto europeo su migrazione e asilo, che consolida ulteriormente l’approccio securitario delle politiche migratorie europee e la criminalizzazione delle persone in movimento, riceviamo e diffondiamo queste riflessioni. Qui il testo in pdf.

Nel 2024 è stato pubblicato il contenuto del “nuovo patto sulla migrazione europeo”, in vigore dal 12 giugno 2026 e che riforma in buona sostanza il contenuto del precedente sistema comune di asilo. Si può descrivere come un’ulteriore implementazione dell’azione esterna ai confini comunitari dell’Unione e del ristabilimento della loro funzione di scudo respingente. Di seguito un tentativo di mettere insieme alcuni elementi che caratterizzano tale riforma, ricordando la funzione che hanno le frontiere come oggetto arma micidiale e come oggetto mentale utile al mantenimento della solidità del potere egemone. Il punto di vista non è giuridico e si invita a dare una letta agli atti del nuovo patto europeo sulla migrazione; si potrà facilmente ravvisare una riorganizzazione delle frontiere secondo gli standard di una società che risponde alle “rinnovate sfide” di un conflitto pervasivo seppur caratterizzato da tempi e modalità diverse nei luoghi del mondo.

Mentre si saldano le frontiere, si inaspriscono i controlli e aumentano le pene per chi le attraversa “illegalmente” si predispone il compartimento detentivo per quelle persone, invece, in attesa di essere rimpatriate o che semplicemente giungono ai confini europei; luogo ove migranti, venendo a contatto con le istituzioni comunitarie, vedono la loro libertà notevolmente contratta e definita in svariati e, spesso, incomprensibili oscuri corridoi burocratici. Status, procedure, direttive, regolamenti, qualifiche, screening, banche dati, campi di reclusione, “finzioni di non ingresso” etc.

Tecniche di contenimento e di localizzazione forzata apprese in contesti bellici vengono applicate nei confini cosiddetti interni delle società, invece, pacificate. Il trattenimento amministrativo è infatti uno strumento ampiamente utilizzato, ad esempio, dallo stato israeliano per contenere e carcerare- principalmente palestinesi- senza dover addurre motivazioni oltre quelle del non permesso a soggiornare in territorio per le persone straniere- minaccia per antonomasia, queste, del lignaggio identitario e di potere di stati e nazioni. Ma oltre la forma amministrativa della detenzione della persona migrante sono molteplici e planetari gli esempi di persecuzione e criminalizzazione dellx stranierx: si vedano, ad esempio, i rastrellamenti dell’ICE negli Stati Uniti o la speculare azione di FRONTEX per conto dell’Unione Europea. L’ “altro” mette sostanzialmente in discussione la fissità a-storica dell’identità di determinate comunità di potere. L’attraversabilità delle sue frontiere è una messa in dubbio radicale della fissità del suo esercizio; lo stato reagisce inasprendo il controllo o addolcendolo attraverso l’elargizione di status privilegiati per le classi dirigenti di altri paesi complici nel raggiungimento dei concordati sanguinari obiettivi in materia. In questo quadro si inserisce l’azione così detta di esternalizzazione delle frontiere comunitarie europee. Un ‘do ut des’ tra classi dirigenti in cui ad essere considerata a ribasso è sempre e solo la vita delle persone. Il trattenimento amministrativo (vedi detenzione) è un metodo scientifico di lagerizzazione e repressione dell’attività migratoria. La localizzazione forzata delle persone diviene si un’ulteriore strumento di controllo e repressione dei flussi migratori o comunque più in generale di coercizione per le persone che vivono sempre sotto la minaccia del rimpatrio, ma anche e certamente strumento simbolico di un potere che si mantiene sanguinosamente eretto ogni qual volta contestato. Lo stesso, dunque, vale per ogni forma di detenzione. Ma come si può relativizzare la privazione di libertà? Così come ne hanno dato significato in infinite sfaccettature rendendola un composito mai completo ed irraggiungibile, contemporaneamente vengono creati molteplici contenitori in cui sigillarne l’esistenza e tentare, in ogni modo, di sterilizzarla quanto più possibile. La persona, svuotata dall’individuo per essere trasformata in marchio di un insieme di deiezioni dal normale, diventa un obiettivo simbolico nel quadro del mantenimento della finzione. Privarla della libertà preventivamente concessagli in quanto gregaria di una società monopolisticamente amministrata è un’azione di guerra concreta nei confronti del tessuto sociale tutto.

Sembra affermare la sua inscalfibilità questo mondo quando quei cancelli si chiudono, quando quelle sezioni traboccano di vita pericolosa, quando i blindo delle celle schiaffano in petto un “a domani (merda)”.

Quella del trattenimento dei migranti è una tortura destinata a vedersi applicata sempre più date le nuove procedure di frontiera introdotte dall’ultimo tentativo europeo di “armonizzare” norme e politiche in materia. Una pratica certamente non inedita per i singoli paesi membri, in particolar modo quelli detti di frontiera. Basti pensare al territorio italiano cosparso di ben dieci centri di permanenza per il rimpatrio, senza contare i due centri costruiti in Albania dopo il recente protocollo siglato tra i due paesi con la cessione di territorio demaniale albanese alle autorità italiane per la detenzione di persone migranti. In prima battuta quelle esclusivamente destinatarie di procedura di frontiera accelerate; oggi, con il decreto-legge 37/2025 (convertito poi nella legge 23 maggio 2025, n.75), i centri in territorio albanese acquisiscono le stesse funzioni degli altri CPR già presenti sul suolo nazionale. In più, se citiamo l’avvenente benthamiano centro di Castel Volturno e diamo credito alle dichiarazioni del ministro Piantedosi circa gli studi in atto per l’individuazione di altri luoghi idonei alla funzione di CPR il numero sopracitato sale quantomeno a dodici o tredici e va, evidentemente, oltre.

Il mondo galera, confine, trincea. Diffuso di avamposti di guerra contro la vita, affina sempre più la sua tecnica replicabile all’infinito di soffocamento di ogni “altro”. L’oggetto entro cui si fonda la differenziazione sono le frontiere. Risulta parecchio difficile imprimere una forma finita di concepirle tanto nello spazio geografico che in quello delle menti. Esiste, però, un momento in cui si è reso manifesto quel processo per il quale all’aldilà di tali confini vi erano, ora, altri stati e non più la selva oscura e sconosciuta. Dunque, quella individualità prima anche difficilmente concepibile come appartenente alla “razza umana”, lx stranierx, adesso diventa congegno di una più grande visione di accumulazione di valore ad ogni costo, il maledetto culto della filigrana. Hanno così messo in piedi il diritto internazionale, quello di alcune nazioni “più eguali di altre”. Se in un primo momento si estrae il demonio a colpi di spada da questi corpi smarriti dal gregge del dio cristiano e nel mentre si fa razzia di porzioni di terra, oro e monili; adesso, codificata la loro inferiorità si assiste cristianamente come i primi gesuiti in viaggio nei meandri del blanqueamiento della “razza negra”, per poterne fare miniera di guadagno ad ogni condizione. La conquista non è mai terminata. La “limpieza de sangre” persiste come principio perno dell’organizzazione del mondo, una purezza che viene misurata sulla base del possedere. Tale trasformazione è resa possibile dall’aggregazione verso il centro metropolitano di tutto ciò che fino ad un momento fa era stato considerato esclusivamente “periferia”. Presto ci si accorse che ai margini di questo mondo di plastica si potevano posizionare dei kapò con il compito di scuotere la testa davanti ad ogni spasmo di incatenate, per poi reprimerlo con la stessa brutalità insegnatagli loro dai coloni. Questi inframezzi dello spossesso hanno completamente deposto la loro aggressività per lasciarsi convincere da quel motivetto della “non violenza” che ha loro garantito scrusciare continuo di moneta. Questi mediatori hanno il compito di cernierare le pattumiere del capitalismo con il suo stesso centro vorace, trasformando tutto, oltre che in miniera, anche in florido mercato pieno di clientela dipendente dalla dopamina del consumo, afflitta dal cortisolo della quotidianità, schiavizzata da ormai generazioni e generazioni. Un culto del “passato coloniale” che mai ha interrotto questo filo stretto alla gola al mondo intero, anzi ne permette intessiture sempre inedite nel tempo. Un nuovo che è possibilitato solo dalla distruzione e negazione di tutto ciò che vi era prima su questa linea temporale costruita dal suo stesso predatore. Da qui l’eterna a-storicità della consistenza soffocante degli egemoni amministratori del mondo. Così, dalle rivoluzioni per le indipendenze nacquero altre nazioni, altri stati. Forme di controllo sperimentate nelle terre coloniali degli imperi, poi applicate nella metropoli e, subito dopo, esportate per il mondo previamente conquistato.

Amministrare la vita, esercitando il potere delegato nel contesto dello svolgimento di una delle tante “crazie” imperanti, significa negarla pedissequamente. La norma, olio rognoso di quella tecnica di sottrazione sistematica di vita di cui sopra, è la base della replicabilità di un sistema che tende a darsi forme e significati seppur apparentemente sempre diversi comunque al servizio di una sola luce: il soldo, il potere. Un mostro poiché composito di elementi che presi singolarmente non hanno alcun tipo di ragione di esistere oltre la ripetitiva produzione di dolore e sofferenza, ma ibridati tra loro si privano dell’unicità del mostro per rivelarsi come la più vorace ed assassina normalità. Rendere la strage proceduralizzabile è l’orgasmo dell’amministrazione del potere, un amplesso di norme intrise di banale sessualità penetrativa e sottomissione. Lo si è visto con la strage calcolata delle donne per mano dell’inquisizione; con le stragi delle conquiste coloniali “d’oltremare”, finanche con la presa del “posto al sole” di italica memoria; ancor prima, con la “reconquista” che ha permesso una solida piattaforma da cui poi diffondere il potere dei re cattolici per un mondo suddiviso dalle bolle papali che ne regolavano il possedimento tra i vari regni europei in corsa per l’espansione globale; lo si è visto con Auschwitz, Dachau, i gulag orientali, i ghetti di concentramento diffusi nel mondo, come anche negli Stati Uniti con la segregazione delle persone giapponesi li residenti durante la grande guerra o, ancora, il continuum schiavista delle leggi razziali che non permettevano la riunione di più di tre “colored” nello stesso posto, adunata sediziosa (ricorda molto il numero utile perché si possano configurare, nell’ordinamento italiano, reati con profilo associativo). E quanto potrebbe continuare questa lista di stragi organizzate di persone marginalizzate, razzializzate, inferiorizzate, criminalizzate e perseguitate?! Laddove non direttamente sterminate. Non vi è luogo dove l’organizzazione del potere non si sia ispirata alle forme monopolistiche del mercato aderendo e riproducendo stragi sistemiche di ogni forma di vita considerata concorrente a questo tipo di egemonia. Una persecuzione capace di modellare la propria intensità e legalità sulla base del posizionamento di tale concorrenza al monopolio del potere; infatti, quelle identità in lotta per la sua abolizione e non per l’impadronimento sono senz’altro considerate le più plausibilmente eliminabili. Quegli altri, quelli che il potere lo vorrebbero per loro, coloro che vorrebbero prendere il posto dei coloni per poter amministrare le società costituite sul sangue di simili in fin dei conti ne garantirebbero la riproduzione nelle stesse forme non configurandosi come veri e propri inceppi per una visione di spossesso che non conosce quei confini che infligge, invece, a chiunque non sia vettore di capitale diretto. Così che l’amministrazione del potere passa senz’altro dal controllo della più o meno porosità dei confini che una comunità di potere prepotentemente si dà. Luoghi che diventano produttori di soggettività differenziate sulla base delle necessità di quello stesso potere che le amministra. Dunque, le società si riempiono di solchi e trincee di cui alcuni non valicabili, altre ben armate e sorvegliate, altri checkpoint il cui passaggio è garantito solo da carta abilitante. I confini sono molteplici e coprono, seppur con medesimi meccanismi, funzioni differenti; più precisamente, variano le soggettività che si relazionano entro ognuna delle frontiere che attraversano l’esistenza, gli “aldiquà” e gli “aldilà”. La stratificazione delle società è per antonomasia un esempio banale di confini interni, certamente molto porosi, particolarmente in quelle società che si definiscono ad ispirazione democratica. Infine, è proprio il differenziale di esercizio di questo “kratos” che determina il posizionamento e lo scivolamento- tanto verso l’alto che verso il basso- in questa “organizzazione delle apparenze”. Ancora, le periferie delle città sono senza dubbio frontiere ben sorvegliate e meno attraversabili di quei confini che la società civile si dà nel quadro della morale e dell’efficienza collettiva. Il confine che divide questi luoghi dell’abitare da quelli del possedere è caratterizzato principalmente da caserme, grandi linee ferrate, asfaltate, compound della logistica e della produzione etc. etc. etc. Insomma, perlopiù luoghi non valicabili se non nella logica della permanenza forzata nel contesto delle ore necessarie all’accumulazione del salario (un’altra forma di detenzione?); oppure, militarizzati e inaccessibili a chi sta dall’altro lato del mirino, quello che è subito seguito dalla canna del fucile. Un porto, un hub militare. Un porto, un hub crocieristico. Un porto, un hotspot, zona rossa, scudo respingente di non volutx.

Il sistema della gestione dei confini esterni europei ha attraversato una recente riforma, pubblicata nel 2024 e che vede la totalità degli atti in essa contenuti entrare in vigore dal 12 giugno del 2026. La riformata gestione delle frontiere è adesso in vigore. Regolamenti e direttive compongono gli atti di questa tragedia poco classica e molto attuale della gestione sanguinaria delle frontiere e della loro sempre minore attraversabilità. Della loro configurazione come estese aree di confinamento per persone “straniere”.  Il nuovo patto sulla migrazione e asilo dell’UE mira a configurare una gestione “armonizzata” in materia, lo conferma ante tutto la trasformazione di diversi atti componenti il precedente sistema europeo comune d’asilo da direttive in regolamenti. Questa trasformazione ha l’effetto fondamentale di modificarne il peso giuridico. Di fatti, contrariamente alle direttive che necessitano delle cosiddette “norme di recepimento” degli ordinamenti interni degli stati membri e consistono in obiettivi comuni cui viene lasciato ampio margine di discrezionalità ai singoli stati sulla strategia e gli strumenti da adoperare per il loro raggiungimento. I regolamenti, invece, sono fonti di diritto che si applicano direttamente agli stati membri e cittadinx dell’Unione. Ma non è certamente questa la novità fondamentale della riforma in questione. Invero si è potuto constatare come, soprattutto nelle relazioni esterne con i “paesi terzi strategici” in materia di migrazione, il legislatore non abbia fatto altro che affermare una prassi già ampiamente consolidata. Particolarmente significative in tal senso sono le modalità adoperate dagli stati membri nel siglare accordi con stati terzi per il contenimento e la repressione dei flussi migratori. Potrebbe accendere qualche luce il memorandum tra Italia e Libia, tacitamente rinnovato ogni tre anni dalle autorità dei rispettivi paesi, nel cui quadro avviene la mercificazione e strage quotidiana di persone in passaggio da quel “corridoio mediterraneo”; ancora, le enclavi di Ceuta e Melilla, luoghi in cui le autorità agiscono alla stessa maniera di cacciatori nella savana, come quando il fuoco incrociato ispanico-marocchino giustiziava le persone che arrampicandosi su quella maledetta rete cercavano di oltrepassarla. O, anche, la merce di scambio siriana. Quando il presidente turco Erdogan utilizzava rifugiatx per fare pressione sulle istituzioni europee al fine di ottenere quanti più vantaggi politici possibili. La “pressione migratoria” si conferma arma potente e merce di scambio di quegli stati di “origine e/o transito” dei flussi migratori. Delle fauci sempre aperte e sempre affamate, il sangue di questa gente non vale nulla più di quella fanghiglia presto sabbia secca sotto il sole dei deserti imposti nei diversi non-luoghi di questo inferno diffuso.

Ma prima di vedere alcuni dei tratti che caratterizzano il nuovo patto sulla migrazione europeo che, come sopra citato, si basa fondamentalmente su un’implementazione della dimensione esterna della politica migratoria europea, potrebbe essere una buona base analitica (chiedo scusa per l’asetticcità di questo termine) osservare le caratteristiche degli accordi con paesi terzi strategici in materia di migrazione sino ad ora. Si possono genericamente distinguere due macro-categorie di accordi c.d. di esternalizzazione. In un primo momento si basano su strumenti giuridici detti classici, cioè che rientrano nel quadro previsto dal trattato sul funzionamento dell’unione europea che, all’articolo 219, da facoltà al consiglio di concludere accordi internazionali nelle materie di interesse comune per l’Unione. Questi accordi erano caratterizzati principalmente da una struttura di finanziamenti atti ad implementare l’apparato di repressione dei flussi migratori della controparte straniera (tanto d’origine, quanto in transito) ed a intervenire sulla prevenzione, nel senso di operare sulle infrastrutture locali per “disincentivare” l’abbandono del paese in questione. Aspetto che tanto rivela dell’animo predatorio proprio alle istituzioni del capitale. La “crisi migratoria” del 2015, occasione del giochetto di potere tra le autorità europee e quella della repubblica turca sulle spalle di profughx in fuga dal conflitto in corso in terra siriana, ha dato il via ad una nuova forma di accordi detti “misti”. Più precisamente, in questa fase si instaura un meccanismo di premio basato sul rapporto diretto tra il grado di cooperazione della controparte e finanziamenti erogati dall’Unione; ossia, più elevati sono i livelli di cooperazione più fondi e benefit politici vengono erogati. In più, vi è una progressiva delega di funzioni operative nel contrasto e repressione dei flussi migratori nei confronti dei paesi terzi, a volte “strategici” a volte “canaglia”. In questo contesto si inquadra lo sciacallaggio della guardia costiera libica che, a bordo di motovedette acquistate o donate dall’Italia, esegue operazioni di sequestro in mare di persone per poterle condurre nei campi di concentramento, ancora, finanziati dal bel paese. Una terza modalità di accordi in materia migratoria nel solco dell’azione di esternalizzazione delle frontiere europee è quella che fa capolino con il protocollo Italia-Albania e la nuova “procedura integrata di frontiera” introdotta dal nuovo patto sulla migrazione del 2024 (in vigore da giugno 2026). In particolar modo, nel caso del protocollo che ha dato vita ai centri di Shëngjin e Gjadër viene meno la componente della delega delle funzioni operative caratteristica degli accordi in materia intrapresi dal 2015 in poi. Infatti, nel caso dei centri in territorio albanese, come già noto, ad operare è personale delle autorità italiane, configurando una vera e propria cessione di giurisdizione all’interno delle porzioni di territorio interessate dalla presenza dei CPR. Una modalità che potrebbe essere stata una previdente risposta alle nuove procedure oggetto della riforma. Nonostante l’assenza del permesso a fare ingresso nel territorio comunitario introdotto dal nuovo patto, vige infatti l’obbligo per la persona richiedente di mantenersi a disposizione delle autorità competenti, configurando de facto una situazione di contrazione automatica della libertà della persona straniera una volta giunta alle frontiere esterne europee ed interfacciatasi con le relative autorità. Certo, la persona straniera può decidere di allontanarsi dalla frontiera tornando sui suoi passi e potrebbe quindi apparire la sua libertà di movimento comunque tutelata; ma sorgono alcuni interrogativi: in primo luogo, in che modo sarebbe tutelata la libertà di movimento di quelle persone che richiedono asilo e per cui allontanamento volontario può essere considerato come un rifiuto a proseguire nelle procedure relative alla sua richiesta di protezione e che si ritrovano ora ad attendere che venga stabilita la competenza all’analisi della richiesta e l’analisi della richiesta stessa in stato di trattenimento? Ed, inoltre, è proprio nell’atto di voler mettere sotto tutela la libertà che i sistemi di potere vigenti la imprimono di standard che non fanno altro che sottrarla porzione dopo porzione. Poi, questa disposizione evoluta nella rinnovata normativa europea sembra non tenere in conto che le rotte migratorie passano attraverso territori dove è già di per se seriamente messa a repentaglio l’incolumità di diverse soggettività esposte poiché in attraversamento “illegale” di detti territori. Questo secondo aspetto apre uno spazio di riflessione sul concetto di “paese terzo sicuro”. Infatti, sempre nel contesto del nuovo patto, si è consolidata nella normativa comunitaria una prassi praticamente già in forze nell’agire degli stati. Ossia, considerare un paese terzo sicuro anche quando tale qualità possa essere confermabile solo per una regione o porzione di territorio individuabile, permettendo di fatto un’espansione a ventaglio delle procedure accelerate di frontiera. In altre parole, per quanto la definizione di illegale per un essere vivente desta di per sè ribrezzo, la condizione determinata nel quadro del nuovo patto sulla migrazione è quella di un sostanziale assottigliamento tra la figura della persona straniera richiedente protezione internazionale con quella di chi attraversa le frontiere “illegalmente”. Insomma, chiunque giunga alle frontiere esterne è consideratx di per sé una minaccia e, dunque, trattatx come tale.

La riforma è suddivisibile in maniera stilizzata in atti completamente nuovi, in atti riformati in parte ed altri che restano, invece, praticamente invariati. Va sottolineato come, nonostante quanto scritto in precedenza circa la modifica degli atti da direttive in regolamenti, il corpus normativo e di politiche comunitarie che rappresenta il nuovo patto conserva ampi spazi di manovra alla discrezionalità dei singoli stati membri. Ora, l’analisi delle singole parti necessiterebbe certamente un piglio molto più giuridico di quello in possesso allo scrivente; si possono, però, nel quadro dei continuum tra la vecchia normativa e quella parte della riforma, individuare alcune peculiarità che, a parere personale, non hanno poca influenza sulla conformazione delle politiche interne agli stati membri in materia migratoria. Come primo aspetto una delle fondamentali criticità notate dalla democratica comunità degli stati (sigh!) sono i criteri con i quali è stabilita la competenza all’analisi delle richieste di protezione internazionale tra i singoli membri dell’Unione. Uno dei principali che caratterizza il cosiddetto sistema Dublino era, ed è, il cosiddetto principio di “primo ingresso”. Ossia lo stato cui siano state per prima varcate le frontiere risulta competente all’analisi dell’eventuale richiesta di protezione internazionale. Nella gerarchia dei principi per stabilire tale competenza espressa nei regolamenti Dublino, quello del primo ingresso ne rappresenta l’apice. Questo, parlando in termini terribilmente materiali, ha anche causato un sovraccarico dei sistemi dei paesi europei cosiddetti di frontiera, alimentando così la persistenza di procedure sempre più stringenti. In questa maniera, all’ endemico razzismo di stati e nazioni, si aggiunge il crollo dei sistemi di gestione delle richieste di protezione internazionale a legittimare politiche sempre più marcatamente razziste e liberticide. Sembra che i tecnicismi della norma comunitaria favoriscano, dunque, lo svilupparsi di orrori del calibro dei centri di permanenza per il rimpatrio in Italia o anche in Grecia o Spagna, quantomeno per quanto riguarda le rotte del Mediterraneo. Ma a dare la dimensione della spinta verso il ristabilirsi della funzione di scudo dei confini esterni e la conseguente drastica riduzione della libertà di movimento delle persone razzializzate è la così detta “procedura integrata di frontiera”. Composta da tre regolamenti che restituiscono la dimensione di un’Europa che si organizza sempre più come la fascistissima fortezza, che serra i propri confini esterni ed invoca con sempre più frequenza l’impiego di misure a grado massimo di coercizione, come appunto il trattenimento/detenzione.

Il primo elemento è il nuovo regolamento procedure (reg. n. 2024/1348), che ha l’effetto di normalizzare procedure considerate tendenzialmente eccezionali come quelle accelerate e di frontiera. La procedura d’esame accelerata è contenuta all’articolo 42 del regolamento che la rende applicabile a quelle domande di protezione presentate da persone straniere che non hanno le adeguate caratteristiche per esserne titolari; la procedura di asilo alla frontiera, elemento che istituzionalizza l’esternalizzazione delle frontiere e della loro rinforzata funzione di trattenimento oltre che inasprimento di quella di respingimento, è contenuta all’articolo 43 dello stesso regolamento. Tale tipo di procedura è subordinata a quelle contenute nel cosiddetto regolamento screening (reg. n. 2024/1356), secondo atto parte della procedura integrata di frontiera. Anche nel caso di detto regolamento, il soggetto che vi è sottoposto non gode dell’autorizzazione a fare ingresso nel territorio comunitario, avendo però comunque l’obbligo di restare a disposizione delle autorità competenti che per garantire lo svolgimento di tali procedure possono intraprendere qualunque tipo di azione contenuta nel diritto nazionale al fine di evitare la fuga o l’irreperibilità della persona migrante. Questo aspetto di obbligatorietà espresso nel regolamento costituisce, quindi, parte delle procedure pre-ingresso nelle quali si può con un certo margine di precisione presupporre un massiccio impiego di misure fortemente coercitive. Il contenuto del regolamento screening ha la ratio di individuare lo status giuridico che riguarda il soggetto che vi è sottoposto e la funzione della raccolta dei relativi dati biometrici- aspetto che apre ad una riflessione, troppo vasta perché possa essere qui affrontata, sull’operazione di profilazione di massa che avviene dalle frontiere alle galere attraverso il prelievo del DNA; ulteriore elemento, questo, che salda le pratiche di detenzione penale con quelle della detenzione amministrativa e della gestione delle frontiere. Sembra che l’efferata guerra nei confronti di non graditx assuma le stesse procedure quand’anche si esprime nell’interiorità del sistema di amministrazione del potere, come nelle “patrie galere” . Terzo ed ultimo atto componete la procedura integrata è il regolamento UE 2024/1349, che stabilisce una procedura di rimpatrio alla frontiera. L’applicazione delle disposizioni di tale regolamento hanno carattere di obbligatorietà per ogni cittadinx stranierx o apolide cui richiesta di protezione abbia riscontrato esito negativo;  anche nel caso delle operazioni di rimpatrio alla frontiera è prevista la possibilità per le autorità competenti di costringere alla permanenza geografica in un determinato luogo per il tempo necessario all’espletamento delle procedure, un’altra conferma del “approccio hotspot” che guida sempre più esplicitamente l’azione europea e dei suoi singoli stati membri nella gestione della “questione migratoria”. Elemento fondamentale di questo insieme di norme è che le necessità infrastrutturali per garantire una tale mole di trattenimenti coatti sono difficilmente soddisfabili. Si pensi a quando nel 2015 si presentarono alle frontiere esterne europee oltre un milione di persone. Ecco che tale carenza è soddisfatta con una introflessione del confine esterno verso l’interno del territorio comunitario. Nel caso non dovessero bastare le strutture presso le frontiere esterne per contenere tutte le persone sottoposte alle disposizioni della “procedura integrata di frontiera”, i soggetti migranti potranno essere condotti verso strutture all’interno dei territori nazionali. Ricordando la non concessione del permesso d’ingresso in territorio comunitario bisognerà considerare i soggetti ristretti in questi enclavi dei confini esterni fisicamente presenti sul territorio nazionale dello stato membro, ma giuridicamente no. Beh non ci si affida certo alla protezione giuridica, d’altronde è proprio nel quadro del diritto che si consuma e legittima questo sterminio organizzato, ma questa condizione di presenza-non presenza (propriamente detta “finzione di non ingresso”) fa pensare ad una serie di fantasmi in balia dell’ennesimo non-luogo in cui questo mondo lx costringe. Va rilevato anche come vi sia un sempre maggiore interesse dell’industria infrastrutturale nell’occuparsi della costruzione/implementazione della rete strutturale della detenzione. Che il privato abbia interesse nella restrizione delle persone è ampiamente manifesto da una serie di fattori tra i quali l’estrazione sistemica di manodopera detenuta o ristretta che ci si può immaginare come facilmente ricattabile; o ancora, l’interesse della transnazionale Webuild nella costruzione di nuovi carceri ultramoderne e utra private e il conseguente impegno all’assunzione di una grande quantità di forza lavoro detenuta da impiegare nei cantieri che questa macchina di cemento e devastazione dissemina e continua a disseminare in Italia, come altrove. Come già visto nelle recenti versioni “sicurezza”, ossessivamente aggiornate da questo governo, è sempre più evidente la connivenza tra corpus normativo e corporazioni economico-finanziarie. Va rilevato, infine, il rinnovato ruolo delle agenzie europee con competenza in materia migratoria (ex.: FRONTEX) che hanno, nel quadro normativo del nuovo patto sulla migrazione, autorità nell’espletamento delle procedure di registrazione della persona migrante nel portale EURODAC, obbligatorie nel quadro delle procedure di pre-ingresso.

Questa rinforzata funzione di scudo delle frontiere esterne europee si inserisce perfettamente nel quadro di guerra totale che pervade entrambi i lati di queste sanguinanti linee tracciate ovunque. La sempre meno celata guerra contro lx non graditx di questo mondo assume le caratteristiche più tragiche dello sterminio selezionato di categorie di persone marginalizzate e rese nemiche di questo succoso conflitto tra nazioni. Sono le forme di questo sterminio che variano in intensità, evidenza e strumenti di legittimazione. Il mutaformismo del sistemico carattere stragista del capitalismo restituisce la dimensione dei gradi di personalizzazione che l’organizzazione del potere riesce a conformare nel suo rispondere, in maniera variegata e contestualizzata, all’univoco compito di mantenere indiscusso e, dunque, garantito lo svolgersi dei suoi misantropi interessi. Ma, ancora, la personalizzazione di categorie estratte da pattern creati a monte di questo o quel sistema di potere conferma l’azione repressiva e di “guerra ai corpi” come uno dei diversi mercati entro cui si svolge il “normale” funzionamento del mondo capital-coloniale. L’individuazione di target di mercato per il grande bazar della carcerazione si svolge prettamente nella normazione, che garantisce agli agenti di commercio di questo business asmatico la possibilità di consolidare prassi al di fuori di quanto stabilito nelle marmoree tavole del capitalismo democratico. Lo ha detto anche il titolare del ministero dell’interno all’anniversario della p.s. ringraziando gli agenti per la loro azione preventiva che spesso anticipa la regolamentazione di quello stesso modus operandi repressivo. Insomma, gli sceriffi scrivono la legge inventando per le strade le migliori maniere per soffocare ogni esondazione plausibile. L’onnipresenza di tali presidi del controllo (in una forbice che va dalla pattuglia ad una cella d’isolamento) rende in qualche modo tangibile il clima di guerra diffusa nel quale le diverse “operazioni del capitale” ci incastrano sempre più. L’onnipresenza di tali presidi conferma l’espandersi costante delle infrastrutture utili al dominio sulle persone, un dominio che non si arresta alla conquista militare ma tracima nei contenuti delle menti (dei cuori) tentando di incatenarci nello squallido binarismo del concesso/non-concesso, stabilendo differenziali e forme di governare che mettono sotto vuoto l’esistenza attraverso la sua definizione, dandogli poi un prezzo in etichetta. Carne da bancone.

Come opporsi a questo regime stragista? Quali strumenti possono essere utili per praticare solidarietà nei confronti di chi quotidianamente mette in discussione la fissità delle frontiere di questo ibrido di leggi e procedure assassine? Come riconoscerle? Cosa opporvi? Queste domande non sono solo retorica da chiusura di un testo, ma un concreto invito a mettere in comune pratiche ed esperienze che hanno, anche solo per un momento, bucato la membrana della solitudine respingente che questo mondo vuole imporci.

AVÈC LE SANS PAPIER!
NO BORDERS!
NO PONTE!
LIBERX TUTTX!

IL CUORE È ESPLOSIVO, LA GIOIA È COMBUSTIBILE, IL RESPIRO È UN BOATO – RIFLESSIONI INDIVIDUALI A SEGUITO DI ALCUNE OPERAZIONI REPRESSIVE

Diffondiamo (qui il testo in pdf)

All cops are bandogs:
cani da guardia per scelta (è la scelta la loro prima colpa).
La “pappa” gliela danno i politici, miseri giardinieri tuttofare
che fanno creste sulla spesa e scodinzolano
le poche volte che vengono ammessi alla casa padronale.
Se vogliamo davvero che la paura cambi lato
È in quella casa che ci devono sentire,
quelle le finestre che per prime dovranno piangere i vetri
delle nostre pietre e bottiglie di rabbia
quelli i muri che dovranno sanguinare.
Sono pochi, i nomi sono noti,
vogliono farsi credere lontani e
irraggiungibili, ma la puzza della loro merda li tradisce 

 Seguono alcune riflessioni individuali maturate a seguito di quanto avvenuto nel contesto del carnevale no ponte dello scorso uno marzo a Messina, dell’operazione “Ipogeo” della procura di Catania e dello sgombero della Palestra L.U.P.O a Catania.  Riflessioni che sorgono anche dall’assordante silenzio del movimento no ponte, anche il meno istituzionalizzato, riguardo gli arresti e le condanne che hanno seguito il carnevale no ponte e riguardo le applicazioni delle ultime disposizioni in materia di sicurezza nell’arginare e criminalizzare la solidarietà espressa in occasione della prima udienza relativa alle misure cautelari per le persone inquisite per i fatti dello scorso uno marzo a Messina. Quel giorno, il 17 dicembre, oltre un presidio al tribunale di Messina sono state percorse alcune delle strade del centro città in maniera rumorosa e solidale, il che ha maturato (ad oggi) un avviso orale nei confronti di un compagno di Messina ed un foglio di via nei confronti di un compagno di Catania.

Il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Una terra che si muove lenta, frana inesorabilmente, si rende irreversibilmente ostica alla presenza assassina di scavatrici, carri armati e fili spinati. Una patria di militari e di immortali, nomi grossi su petti stretti, cuori labili corrosi da effetti speciali e luci illusorie. Uno spettacolo stridente come le catene dei macchinari della produzione, mezzi, cui obiettivo ultimo è l’asservimento di un’esistenza collettivamente solitaria. La metafora non è aleatoria, ma portatrice di altro. Trincea a fucile spianato, terreno minato. Petti esplosi che manco sanguinano più e che esigono la loro concretezza contro il nostro respiro. Una lunga ed infinita apnea che costringe alla cianosi di corpi ormai tendenzialmente vuoti meccanismi, ingrassati da successi e pezzi di carta certificanti. Distrazione costante dalla vita, esistere consiste nel raggiungere obiettivi per altri; scuole di regime, conoscenze prepotentemente universalizzate, un dito su un grilletto e, poi, un bersaglio target di questo triste esperimento balistico di morte insensata. L’anestesia del sentire nel colore del viso tumefatto dal patriarcato, della schiena spezzata del turno di lavoro, da quel laccio che mi ha addormentato per sempre. Tutto avverrà domani, intanto… confini su confini su confini e chiavi buttate in un mare che non restituisce nient’altro che ulteriori sottrazioni, costante relazione inversamente proporzionale tra vita e ordine. Hanno voluto del galeone un relitto… Ma la mareggiata?! Il lento accasciarsi dei promontori su questi presidi di civiltà?! Così sul letto di queste fiumare asciutte, soffocate dall’asfalto il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Gli occhi?! Costretti ad un post-traumatico immortale fallicamente imposto nel rito dell’ignobile anonima morte in seno ad una banale icona; una croce uncinata, una S doppiamente sbarrata, delle stelle e delle strisce: altari delle patrie, sia che sventoli un tricolore o debito pubblico appena stampato, chi non vi si inginocchia innanzi dev’essere deglutitx da (in)umani voraci di carne, invece, disumanizzata. Le combattono tutte le loro guerre, non ne perdono una, anche quando il segno che precede vita sembra essere sempre più un meno. E le costringono (le guerre) ai topi succubi della loro stridente nenia di flauto ingannatore; disseminata la peste, va asservita a certi e svilenti pensieri. E la loro peste, cui vettore ne è ormai principalmente un drone, imperversa in quello che è considerato da certi un banchetto: il mondo. Fanno della vita detriti schizzati in aria dalle bombe cucite dai loro compari in patria. Fanno della vita una sbrilluccicante brochure per celare un mondo, invece, solo galera. Coloro che ogni cosa e tuttx riempiono di “per” scorrazzano; maledetti, questi non hanno che rantolare il grido del loro allineamento. Qualunque loro sia la posizione, le labbra sono state (s)vendute. Si sentono cuscinetti, ma la loro convivenza con la convenienza li ha smussati a freno motore ormai corroso di un motore altrettanto corroso, frizione bruciata, fetide intenzioni tutte volte alla retromarcia. La sbandata è tutt’altro che garantita. Le iniezioni letali di cemento sono già quelle che, intorpiditi i neuroni, annullano ogni tensione alla tensione; annullano ogni propensione all’irreversibile domanda sul tutto. Garotaggi di persone hanno permesso una soffocazione quasi niente sbagliata di macroaree sentimentali, catalogando(ci) in mega gruppi nei quali contenitori ci si mette troppo spesso volontariamente. Eccoli qui i cantieri, le reti arancioni, l’ennesima dissociazione di un mondo sempre più distante. Una propensione all’arroganza del pastore d’anime ed alla ricerca di un argine dal quale mai fuoriuscire. Sanno bene verso dove far sputare le loro linguacce e quale bestia sbranare per ridurla in strazio con la loro danza sterilizzatrice di vita.

Il mondo-cantiere è indifferente. Oltre replicarsi all’infinito, procede in questo riprodursi senza alcun badare ai sentire delle vite. Non interessa proprio! Procede a testa bassa, deve costruire parcheggi… Nella missione di graduazione e, dunque, valorizzazione delle cose nella supposta sottrazione al de-grado, non vi è tempo per badare agli odori delle epidermidi. Non c’è tempo, hanno valutato ogni singolo istante e, dunque, lo hanno saldato ad un valore, ogni sobbalzo significa problemi. Ogni sobbalzo significa ruberie che vacillano. Sottraggono spazio al “degrado” sostituendolo con cemento, bitume e delle strisce tristemente blu. Ticket orari e “bella vita” tra le vie dove la vita è, invece, criminalizzata, sottratta e voluta infertile. Se non altro per certi visitatori basta un plastico coloriccio simile alle brochure che gli hanno rappresentato i social-network del mercatino della “vita lenta” da consumare in poche ore, così poche da non poter mai scorgere invece il triste nulla su cui si regge quella bella patina di merda. Il mondo cantiere non può badare a nulla se non che al ticchettio di fondi a rischio perdita. Un fondo perduto poiché mai voluto, il loro scavare sembra perpetuo e mai pronto a fermarsi. Fanno i solchi e li riempiono con il loro denaro, fondi su fondi su fondi. Tutto va a fondo.

E del brulicare di vita? Cosa resta? Chiaro; il battere cassa è a certi più importante di qualunque altro battito. Figuriamoci quello cardiaco.

“Fanno il deserto”… E se non lo hanno fatto loro allora bramano di conquistarlo o, comunque, di darne una forma gradita e conosciuta. Bombe? Ruspe? Manganelli? Sfratti? Crisi di panico? Solitudine? Tutto è agito dalla stessa mano stragista protetta dalle leggi e che afferra tutto per stritolarlo nella sua morsa letale. “E lo chiamano decoro”… quello squallido trucco che appongono alla loro morte insensata, per poi volercela schiaffare in petto. Che schifo tuttociò. Decorano la loro maschera da stupratori della vita con parcheggi, quartieri sbrilluccicanti sottratti ad ogni esistenza, case vacanza sempre vuote (anche quando infestate dai soldatini del turismo che viene e che torna), con città fatte sempre più per rapidi (o meno) banchetti e campagne trincerate per simulare il sanguinario gioco della guerra degli Stati (per esempio, lo svolazzare di elicotteri di guerra statunitensi su cieli, anche, dei parchi protetti delle Madonie, nel palermitano). Tutti questi cantieri ci si chiudono in petto e ci opprimono il respiro che a ‘lorsignori’ tanto arreca fastidio. O almeno questo è il loro volere, messo chiaramente a servizio di chi lo ha anche più grosso. Hanno dunque reso l’aria irrespirabile con il loro fiato cancerogeno ed adesso che l’ennesima rete è stata bullonata al suolo cosa avete ottenuto? Pensate veramente di poter offuscare tuttx nella vostra nuvola di cemento sgretolato innalzata dalle vostre ruspe? Pensate di poterla seppellire sotto l’ulteriore cemento che vi apporrete sopra con le vostre betoniere metastatiche?

Una guerra infinita quella della nazione contro le persone e, tra la nazione e queste, tutta una serie di magnaccia e capò si infiltrano saccheggiando e devastando, rapinando, distruggendo, agendo violenza squadrista, organizzata e legittimata dalle leggi degli Stati cui ne proteggono gli interessi. E poi i loro incappucciati manganello muniti aprono la strada come vere e fedeli guide di un padrone che odia la selva e la riproduce all’infinito solo per il gusto di vederla distrutta. Il fronte, la trincea, un esterno che sembra mai giungere sotto gli sguardi pacificati… questi, mentre cercano il feticcio da venerare nei loro riti da salotto impomatato, non tardano a condannare con paternalistico fare quelle bestioline incontrollabili che gli hanno sottratto il totem per farne, invece che culto, strazio iconoclasta. Ma gli egonomi della lotta non tardano a riprendersi il loro pupazzetto di plastica, con l’aiuto dei venerabili delle segreterie di partito, con l’aiuto degli agenti dell’opinione pubblica e delle questure che bramano quell’ordine fetoso della delega e dei leader.

Ma si può veramente costringere definitivamente la vita? La si può veramente ridurre esclusivamente a protocolli, PEC, ed a quanto è più conveniente? È riducibile alla scelta di un candidato? Ad una “quota rosa”? Nelle considerazioni di una procura? La si può sottrarre di pulsazioni quando viene colposamente descritta come deviata? La si può costringere ad un reparto psichiatrico? La si può definire in delle teorie? Nello strame che ne fanno leggi e nazioni? Si può veramente sottrarre la vita dalle vite? La si può ridurre ad un vuoto a rendere?

“Una delle regole essenziali del totalitarismo è la distinzione dei sudditi in categorie protette e categorie prive di protezione. In queste ultime possono poi ricavarsi categorie destinate allo sterminio”. (A. M. Bonanno)

Se l’ atto repressivo è un fatto “normale” di un regno che vede la propria legittimità messa in discussione, bisognerebbe, dunque, domandarsi cosa è che lo normalizza. Cosa rende accettabile il monopolio statale della violenza e della narrativa non-violenta/pacifista? Cosa rende normale il seppellire la vita nelle gattabuie dello Stato? Cosa normalizza il lancio di lacrimogeni in faccia alle persone? Cosa rende normale l’invasione di braccia armate prodromo di cemento e solitudine? Cosa rende normale l’ossessiva presenza di pattuglie e telecamere per le strade delle città? I rastrellamenti a chiara matrice razziale per permettere la voracità dell’industria turistica, come San Berillo a Catania? Cosa rende normale la militarizzazione totale delle polizie e la polizificazione degli eserciti? Cosa rende normali frontiere sanguinarie, serrate e sempre più concepite come aree di ghettizzazione forzata delle persone migranti? Cosa rende normale tutte le persone suicidate nelle carceri? nei CPR? nei reparti psichiatrici? dalla disperazione della povertà? dalla ghettizzazione della vostra morale? Forse una percezione diffusa di impotenza schiacciante. Quella sensazione di nullità di fronte ad un mostro talmente gigante che ci riempie di ricatti. Il lavoro, l’università, la famiglia, debiti, la morale etc. etc. etc… Questa visione del mondo si regge sul guinzaglio corto e soffocante al collo di ognunx. Ogni strattone della bestia vuole essere corrisposto da una presa ancora più salda del suo padrone, il sadismo di costoro è colmato dal soffocamento dei loro sottoposti. Possibile in virtù di un’impalcatura di potere cui potremmo aggiungere definizioni e spiegazioni per parecchio, risalendo il crinale di questa storia sino al punto zero della pace vestfaliana, con la nascita degli Stati-nazione e l’adorazione maschia della “madre patria”. L’applicazione di un sistema tale viene narrato come tutto intra-europeo, la nascita del sistema moderno, del capitale. Ma è vero, invece, che un sistema tale non sarebbe potuto esistere senza l’imposizione della “società coloniale”. Infatti, il sistema di capitale, dapprima fondato su una narrazione unicamente ed esplicitamente identitaria-culturale, conosce le sue prime applicazioni, sotto forma di tragici esperimenti, nel corso delle conquiste delle “terre d’oltre mare”. Così che mentre le compagnie commerciali emettevano i primi titoli azionari per finanziare le proprie imprese commerciali nelle “Indie”, gli eserciti dei regni cattolici estraevano con spada e cannone le materie prime utili ad un mondo che si preparava all’industrializzazione; tra le quali, anche forza lavoro a costo zero.

“Avere palazzi di corte lustri, ma campi incolti e granai vuoti, indossare abiti raffinati e lussuosi e portare alla cintola spade affilate, […] possedere beni e ricchezze ben oltre il necessario, tutto ciò equivale a ladrocinio […]” (Laozi)

È nella politica identitaria che si trova la base dalla quale si costruiscono da un lato le espansioni coloniali e dall’altro le esperienze di sottomissione dei popoli colonizzati. Il sistema capitalistico moderno prende forma attraverso lo stabilirsi di forme specifiche e differenziali, che hanno avuto nel capitalismo coloniale il suo terreno fondamentale di sperimentazione. Le forme di tale dominio coloniale, seppure con i dovuti cambi di rotta, persistono dal momento che le guerre per le indipendenze non hanno prodotto altro che ulteriori Stati attraverso i quali riprodurre quelle medesime strutture di dominio che si andavano organizzando dagli albori delle esperienze coloniali. Così, l’organizzazione della società è ricca di esperienze in cui spossessati si sono trasformati nei più sanguinari servi del vile piano d’oppressione delle stesse nazioni che li ha dapprima bistrattati e, poi, assorbiti nelle sue marginalità, al servizio della tanto continua mobilità delle sue infinite frontiere. Un’inquietante esempio possono essere i sefarditi, in fuga da luoghi dove la loro vita era messa seriamente a rischio ed infatuati dal progetto di poter convivere con altri “ebrei”. Sposare l’identità dello Stato israeliano, che li considera come le “classi” più abiette della società, ha condotto questi ultimi a trasformarsi in sanguinosi torturatori ed efferati sbirri del sionismo pur di mantenere il privilegio dell’incolumità statale che i loro governanti elargiscono. Dall’altro lato come non menzionare le fazioni più efferatamente stataliste che vedono nella “causa palestinese” la concreta possibilità di accostarsi al banchetto dei loro stessi persecutori; con bottoni lucidi sbirri di Gaza opprimono le insurrezioni popolari, concreto rischio per la realizzazione del loro progetto di potere. D’altronde il modello si ripete pedissequamente: le insurrezioni popolari per queste elitès coloniali significano il rischio di perdere i privilegi concessi loro dal colono. Tutte forze che agiscono intorno allo sfruttato “creando un clima di sottomissione ed inibizione che allevia il compito delle forze dell’ordine”. Ma ulteriormente, si potrebbe parlare della composizione sociale delle forze armate e dell’ordine in tutte le nazioni del mondo e si manifesterà la più banale delle verità: non è difficile alimentare le paure degli oppressi. La massa mediata, dunque, sanguinosamente facile da irreggimentare agli scopi dei loro elargitori di privilegi in termini materiali, mentali o altri. Dunque, partiti o individui caratterizzati da un’attività di tipo perlopiù elettorale, non essendo effettivamente interessati ad un rovesciamento totale del sistema, non invocano mai l’uso della forza da parte delle masse, ma la usano come minaccia verso le istituzioni dei coloni al fine di ottenere più peso e potere politico.

“Il reietto impaurito è spesso più miserabile ancora del dominatore, il realista è più feroce del re in persona”. (A. M. Bonanno)

Esiste una continuità con il mondo coloniale che si fonda in maniera sempre più solida su concetti identitari e i differenziali che ne derivano. La replica di questo schema di significare il mondo è concretamente la metastasi del “normale” che affligge percorsi ed esplosioni di libertà opponendone burocrazie e standard, a tutti i livelli. La possibilità di intessere discorsi identitari su tutti i livelli rende possibile la replica all’infinito di confini, affacci da cui il sistema di capitale conduce il suo andamento di espansione-contrazione. I fili spinati dell’identità, pietra angolare della legittimità del sistema capitale-statalista, permeano l’esistenza dei sudditi, influenzandone ogni aspetto dell’esistenza. Lo stesso dispositivo ha, dunque, costruito i confini del discorso d’esclusione che troppo spesso i “movimenti territoriali” (s’intende quelli mediati da pastorx d’anime) hanno dispiegato per corroborare l’indice incolpante contro ormai famosx “infiltratx”. Bisognerebbe prendere atto che le mediazioni politiche, quand’anche non propriamente partitiche, tendono a cloroformizzare la partecipazione spontanea, indipendente ed autonoma. I confini di un “movimento” troppo spesso delineano un contenitore di pratiche e procedure che hanno l’effetto di posporre la vita aderendo all’esistenza inerziale che il mondo colonial-capitalistico desidera. L’idea stessa di movimento “territoriale” suggerisce l’esistenza di caratteristiche specifiche senza le quali non si potrebbe aderire a quella lotta in particolare. Questo particolarismo è utile solo alla riproduzione della posizione di “capo-bastone” che, incistata nel modo di vedere le cose, viene replicata e cucita su ogni forma di vita altra, con la pretesa di ridurne l’esistenza a standard conosciuti e concordati in comunità strette e fortemente mediate da figure “leader”. Questo tipo di organizzazione a livelli fa di moltissimi movimenti “territoriali” delle strutture parecchio simili a quelle dei partiti. Infatti, troppo spesso le istanze di tali movimenti, auto-dichiaratisi indipendenti in principio, finiscono per impolpare il piatto dei contenuti delle campagne elettorali, svuotando definitivamente ogni possibile carica di rivolta dell’istanza “territoriale”.

Tali vescovi dei labili “no” finiscono presto per dimenticare la loro primaria definizione di “movimento territoriale”, stabilendo un differenziale basato sul successo e la “comunicabilità” che apre le porte a strutture organizzate, abdicando definitivamente all’auto-gestione, se non in piccoli e tribali rituali da chiacchiera “infra nos”. I movimenti di lotta “territoriale” così sentono di divenire difensori del milieu territoriale, proponendo “alternative” che non fanno altro che aggravare la portata della loro (innocente?) menzogna. Il “percorso” tanto gradito a tali assemblee, utile a rendersi comprensibili anche “alla vecchina al balcone”, si trasforma in una routinaria e vuota tradizione fatta di appuntamenti periodici e rituali a ripetizione. Il discorso “territoriale” è caratteristico di diversi movimenti, la “difesa del territorio” diviene un elemento fondante di questo tipo di aggregazione scenica. Una modalità di aggregazione che non concede null’altro che la pedissequa ripetizione della  quotidianità, escludendo ogni seducente possibilità di gioia.

Il taboo della violenza, che si concretizza poi nella pacificazione più servile, esclude inoltre la possibilità di un discorso concreto sulla repressione e le strategie- tanto collettive, quanto individuali- che si potrebbero dispiegare nel fronteggiarla, normalizzando di fatti il rapporto di potere unilaterale che intercorre tra oppressore ed oppressx e il suo potere di farci percepire solx. Inoltre, non si può assolutamente eludere l’azione cloroformio che questa vita-galera ci sottopone quotidianamente. Troppo spesso, infatti, ci si trova impreparatx davanti all’aggressione da parte dell’ “ordine costituito”. Ma ulteriormente impreparatx davanti alle furbate di chi cela ulteriori intenzioni oltre quella di “riempire le piazze”. Mentre certi sacerdoti condannano qualunque altra pratica come colpevole di svuotare le fila dei loro movimenti, lasciano aprire le loro sfilate dai segretari di quegli stessi partiti di c.d. opposizione che non hanno esitato e non esitano a porgere il fianco e fare favori a chi la vita la odia!  Trasformando il tutto in un banale e “normale” spettacolino elettorale, tutta carta straccia una volta allontanatesi le urne dai calendari di questi funzionari.

Quando spossessatx fanno scricchiolare le loro catene il mondo dei ben pensati di partito e di movimento si scandalizza. Questo mondo affonda il viso tra le mani per una scritta su un muro, per una vetrina infranta, per una sassaiola su un plotone di polizia e reputa “normali” (normalizzandole) le tragedie umane alle quali quotidianamente questo mondo ci sottopone. Si concepisce possibile tenere i fucili costantemente puntati contro stranierx alle frontiere e ci si scandalizza se per una volta, invece, quella violenza cambia direzione e, anziché essere strumento di riproduzione di potere, diviene mezzo di libertà, di concreta solidarietà senza alcun confine. Così la prima frontiera della repressione, volenti o nolenti, è la pretesa di aderire al copione democratico del dissenso secondo le regole da parte dei movimenti di massa mediata. E poi… lo sbirro che risiede in ognunx (o quasi) di noi.  Ma come micelio, anche se la terra è resa infertile, prima o poi rispunta e, comunque, nel frattempo…seguendo vie differenti da quelle percorse va manifestandosi “altrove”. Anche se spesso certe relazioni di potere si replicano pedissequamente in questi “altrove”, avviene comunque che la gioia esploda e colori oltre che i cieli e i muri delle città, anche le sue strade. Quando le catene scricchiolano a volte, poi, si spezzano. Ed anche se poi, la maggior parte delle volte, tornano più strette di prima, quei momenti sono impossibili da alienare dalla dimensione dei fatti. E così il piatto sopravvivere delle nostre routine delle volte si incrina e prende delle direzioni inaspettate che, seppur non totalizzanti, divengono sempre più consistenti nel se. Le brecce che si sono rotte non possono più risaldarsi, anche opponendovi tutto lo squallore cementificante possibile a questo mondo.

“Illuminata dalla violenza la coscienza del popolo si ribella contro qualsiasi pacificazione. I demagoghi, gli opportunisti, i maghi hanno ormai il compito difficile. La prassi che le ha buttate in un corpo a corpo disperato conferisce alle masse un gusto vorace del concreto. L’impresa di mistificazione diventa, a lunga scadenza, praticamente impossibile.” (F. Fanon)

Tutti quei fuochi di vicinanza, ogni insurrezione e ribellione di solidarietà nei confronti della libertà; ognuna di queste brecce, ognuno di questi momenti in cui la violenza si è ritorta contro il padrone, ogni viso che si è esposto con le persone detenute e/o in lotta contro questo orribile e squallido mondo intriso di “crazia”, ognuna di queste diserzioni ha fatto sì che questo bramoso mostro capitale tremasse ancora un altro po’. Ed ogni esperienza di liberazione, anche se assolutamente effimera, diventa ispirazione, coraggio, propulsione per altri momenti di libertà e per altrx; diventa un’ulteriore sbavatura su tutto questo trucco che edulcora le galere della vita.  Per questo, e molto altro ancora, prendere le distanze e criminalizzare tali atti di libertà significa riprodurre e corroborare relazioni di potere che sono le armi fondamentali con cui il mondo vigente si mantiene in vita.

Queste parole sono tutte contro i nemici della vita, costruttori di ghetti ben sorvegliati! E sono tutte in solidarietà a chi si trova ingabbiatx. Sia dentro un carcere che dentro un’esistenza costantemente sotto la minaccia del “fallimento”. In solidarietà a tutte le persone sole nell’angolo buio di questa non-vita a rilascio prolungato. In solidarietà e vicinanza a chiunque convive e condivide punti interrogativi. In solidarietà agli irreversibili dubbi verso tutto! Contro ogni certezza raggelante e definitoria! Queste parole sono un ennesimo tentativo di liberarmi di queste scarpe di cemento nello sguazzare dentro questa palude.

Con il cuore e lo stomaco stretti in una morsa delle volte letale. Con il formicolio alle mani. CON AMORE E RABBIA!

“DAI CORTEI PER RAMY A MILANO AI CORTEI NAZIONALI E NON PER LA PALESTINA IL PRIMO NEMICO DELL’ INSURREZIONE SONO I MOVIMENTI E I CORPI APPACIFICATORI!
SOLIDARIETÀ ALLX ANARCHICHX RINCHIUSX NELLE GALERE DA CATANIA ALL’INDONESIA.
SEMPRE PACIFISTX, MAI PACIFICX!” (Bak)

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Corpi Luoghi Frontiere – 26, 27, 28 Giugno – Fattizze, Salento

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Corpi Luoghi Frontiere 26th, 27th, 28th of June – Fattizze, Salento

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