IL CUORE È ESPLOSIVO, LA GIOIA È COMBUSTIBILE, IL RESPIRO È UN BOATO – RIFLESSIONI INDIVIDUALI A SEGUITO DI ALCUNE OPERAZIONI REPRESSIVE

Diffondiamo (qui il testo in pdf)

All cops are bandogs:
cani da guardia per scelta (è la scelta la loro prima colpa).
La “pappa” gliela danno i politici, miseri giardinieri tuttofare
che fanno creste sulla spesa e scodinzolano
le poche volte che vengono ammessi alla casa padronale.
Se vogliamo davvero che la paura cambi lato
È in quella casa che ci devono sentire,
quelle le finestre che per prime dovranno piangere i vetri
delle nostre pietre e bottiglie di rabbia
quelli i muri che dovranno sanguinare.
Sono pochi, i nomi sono noti,
vogliono farsi credere lontani e
irraggiungibili, ma la puzza della loro merda li tradisce 

 Seguono alcune riflessioni individuali maturate a seguito di quanto avvenuto nel contesto del carnevale no ponte dello scorso uno marzo a Messina, dell’operazione “Ipogeo” della procura di Catania e dello sgombero della Palestra L.U.P.O a Catania.  Riflessioni che sorgono anche dall’assordante silenzio del movimento no ponte, anche il meno istituzionalizzato, riguardo gli arresti e le condanne che hanno seguito il carnevale no ponte e riguardo le applicazioni delle ultime disposizioni in materia di sicurezza nell’arginare e criminalizzare la solidarietà espressa in occasione della prima udienza relativa alle misure cautelari per le persone inquisite per i fatti dello scorso uno marzo a Messina. Quel giorno, il 17 dicembre, oltre un presidio al tribunale di Messina sono state percorse alcune delle strade del centro città in maniera rumorosa e solidale, il che ha maturato (ad oggi) un avviso orale nei confronti di un compagno di Messina ed un foglio di via nei confronti di un compagno di Catania.

Il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Una terra che si muove lenta, frana inesorabilmente, si rende irreversibilmente ostica alla presenza assassina di scavatrici, carri armati e fili spinati. Una patria di militari e di immortali, nomi grossi su petti stretti, cuori labili corrosi da effetti speciali e luci illusorie. Uno spettacolo stridente come le catene dei macchinari della produzione, mezzi, cui obiettivo ultimo è l’asservimento di un’esistenza collettivamente solitaria. La metafora non è aleatoria, ma portatrice di altro. Trincea a fucile spianato, terreno minato. Petti esplosi che manco sanguinano più e che esigono la loro concretezza contro il nostro respiro. Una lunga ed infinita apnea che costringe alla cianosi di corpi ormai tendenzialmente vuoti meccanismi, ingrassati da successi e pezzi di carta certificanti. Distrazione costante dalla vita, esistere consiste nel raggiungere obiettivi per altri; scuole di regime, conoscenze prepotentemente universalizzate, un dito su un grilletto e, poi, un bersaglio target di questo triste esperimento balistico di morte insensata. L’anestesia del sentire nel colore del viso tumefatto dal patriarcato, della schiena spezzata del turno di lavoro, da quel laccio che mi ha addormentato per sempre. Tutto avverrà domani, intanto… confini su confini su confini e chiavi buttate in un mare che non restituisce nient’altro che ulteriori sottrazioni, costante relazione inversamente proporzionale tra vita e ordine. Hanno voluto del galeone un relitto… Ma la mareggiata?! Il lento accasciarsi dei promontori su questi presidi di civiltà?! Così sul letto di queste fiumare asciutte, soffocate dall’asfalto il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Gli occhi?! Costretti ad un post-traumatico immortale fallicamente imposto nel rito dell’ignobile anonima morte in seno ad una banale icona; una croce uncinata, una S doppiamente sbarrata, delle stelle e delle strisce: altari delle patrie, sia che sventoli un tricolore o debito pubblico appena stampato, chi non vi si inginocchia innanzi dev’essere deglutitx da (in)umani voraci di carne, invece, disumanizzata. Le combattono tutte le loro guerre, non ne perdono una, anche quando il segno che precede vita sembra essere sempre più un meno. E le costringono (le guerre) ai topi succubi della loro stridente nenia di flauto ingannatore; disseminata la peste, va asservita a certi e svilenti pensieri. E la loro peste, cui vettore ne è ormai principalmente un drone, imperversa in quello che è considerato da certi un banchetto: il mondo. Fanno della vita detriti schizzati in aria dalle bombe cucite dai loro compari in patria. Fanno della vita una sbrilluccicante brochure per celare un mondo, invece, solo galera. Coloro che ogni cosa e tuttx riempiono di “per” scorrazzano; maledetti, questi non hanno che rantolare il grido del loro allineamento. Qualunque loro sia la posizione, le labbra sono state (s)vendute. Si sentono cuscinetti, ma la loro convivenza con la convenienza li ha smussati a freno motore ormai corroso di un motore altrettanto corroso, frizione bruciata, fetide intenzioni tutte volte alla retromarcia. La sbandata è tutt’altro che garantita. Le iniezioni letali di cemento sono già quelle che, intorpiditi i neuroni, annullano ogni tensione alla tensione; annullano ogni propensione all’irreversibile domanda sul tutto. Garotaggi di persone hanno permesso una soffocazione quasi niente sbagliata di macroaree sentimentali, catalogando(ci) in mega gruppi nei quali contenitori ci si mette troppo spesso volontariamente. Eccoli qui i cantieri, le reti arancioni, l’ennesima dissociazione di un mondo sempre più distante. Una propensione all’arroganza del pastore d’anime ed alla ricerca di un argine dal quale mai fuoriuscire. Sanno bene verso dove far sputare le loro linguacce e quale bestia sbranare per ridurla in strazio con la loro danza sterilizzatrice di vita.

Il mondo-cantiere è indifferente. Oltre replicarsi all’infinito, procede in questo riprodursi senza alcun badare ai sentire delle vite. Non interessa proprio! Procede a testa bassa, deve costruire parcheggi… Nella missione di graduazione e, dunque, valorizzazione delle cose nella supposta sottrazione al de-grado, non vi è tempo per badare agli odori delle epidermidi. Non c’è tempo, hanno valutato ogni singolo istante e, dunque, lo hanno saldato ad un valore, ogni sobbalzo significa problemi. Ogni sobbalzo significa ruberie che vacillano. Sottraggono spazio al “degrado” sostituendolo con cemento, bitume e delle strisce tristemente blu. Ticket orari e “bella vita” tra le vie dove la vita è, invece, criminalizzata, sottratta e voluta infertile. Se non altro per certi visitatori basta un plastico coloriccio simile alle brochure che gli hanno rappresentato i social-network del mercatino della “vita lenta” da consumare in poche ore, così poche da non poter mai scorgere invece il triste nulla su cui si regge quella bella patina di merda. Il mondo cantiere non può badare a nulla se non che al ticchettio di fondi a rischio perdita. Un fondo perduto poiché mai voluto, il loro scavare sembra perpetuo e mai pronto a fermarsi. Fanno i solchi e li riempiono con il loro denaro, fondi su fondi su fondi. Tutto va a fondo.

E del brulicare di vita? Cosa resta? Chiaro; il battere cassa è a certi più importante di qualunque altro battito. Figuriamoci quello cardiaco.

“Fanno il deserto”… E se non lo hanno fatto loro allora bramano di conquistarlo o, comunque, di darne una forma gradita e conosciuta. Bombe? Ruspe? Manganelli? Sfratti? Crisi di panico? Solitudine? Tutto è agito dalla stessa mano stragista protetta dalle leggi e che afferra tutto per stritolarlo nella sua morsa letale. “E lo chiamano decoro”… quello squallido trucco che appongono alla loro morte insensata, per poi volercela schiaffare in petto. Che schifo tuttociò. Decorano la loro maschera da stupratori della vita con parcheggi, quartieri sbrilluccicanti sottratti ad ogni esistenza, case vacanza sempre vuote (anche quando infestate dai soldatini del turismo che viene e che torna), con città fatte sempre più per rapidi (o meno) banchetti e campagne trincerate per simulare il sanguinario gioco della guerra degli Stati (per esempio, lo svolazzare di elicotteri di guerra statunitensi su cieli, anche, dei parchi protetti delle Madonie, nel palermitano). Tutti questi cantieri ci si chiudono in petto e ci opprimono il respiro che a ‘lorsignori’ tanto arreca fastidio. O almeno questo è il loro volere, messo chiaramente a servizio di chi lo ha anche più grosso. Hanno dunque reso l’aria irrespirabile con il loro fiato cancerogeno ed adesso che l’ennesima rete è stata bullonata al suolo cosa avete ottenuto? Pensate veramente di poter offuscare tuttx nella vostra nuvola di cemento sgretolato innalzata dalle vostre ruspe? Pensate di poterla seppellire sotto l’ulteriore cemento che vi apporrete sopra con le vostre betoniere metastatiche?

Una guerra infinita quella della nazione contro le persone e, tra la nazione e queste, tutta una serie di magnaccia e capò si infiltrano saccheggiando e devastando, rapinando, distruggendo, agendo violenza squadrista, organizzata e legittimata dalle leggi degli Stati cui ne proteggono gli interessi. E poi i loro incappucciati manganello muniti aprono la strada come vere e fedeli guide di un padrone che odia la selva e la riproduce all’infinito solo per il gusto di vederla distrutta. Il fronte, la trincea, un esterno che sembra mai giungere sotto gli sguardi pacificati… questi, mentre cercano il feticcio da venerare nei loro riti da salotto impomatato, non tardano a condannare con paternalistico fare quelle bestioline incontrollabili che gli hanno sottratto il totem per farne, invece che culto, strazio iconoclasta. Ma gli egonomi della lotta non tardano a riprendersi il loro pupazzetto di plastica, con l’aiuto dei venerabili delle segreterie di partito, con l’aiuto degli agenti dell’opinione pubblica e delle questure che bramano quell’ordine fetoso della delega e dei leader.

Ma si può veramente costringere definitivamente la vita? La si può veramente ridurre esclusivamente a protocolli, PEC, ed a quanto è più conveniente? È riducibile alla scelta di un candidato? Ad una “quota rosa”? Nelle considerazioni di una procura? La si può sottrarre di pulsazioni quando viene colposamente descritta come deviata? La si può costringere ad un reparto psichiatrico? La si può definire in delle teorie? Nello strame che ne fanno leggi e nazioni? Si può veramente sottrarre la vita dalle vite? La si può ridurre ad un vuoto a rendere?

“Una delle regole essenziali del totalitarismo è la distinzione dei sudditi in categorie protette e categorie prive di protezione. In queste ultime possono poi ricavarsi categorie destinate allo sterminio”. (A. M. Bonanno)

Se l’ atto repressivo è un fatto “normale” di un regno che vede la propria legittimità messa in discussione, bisognerebbe, dunque, domandarsi cosa è che lo normalizza. Cosa rende accettabile il monopolio statale della violenza e della narrativa non-violenta/pacifista? Cosa rende normale il seppellire la vita nelle gattabuie dello Stato? Cosa normalizza il lancio di lacrimogeni in faccia alle persone? Cosa rende normale l’invasione di braccia armate prodromo di cemento e solitudine? Cosa rende normale l’ossessiva presenza di pattuglie e telecamere per le strade delle città? I rastrellamenti a chiara matrice razziale per permettere la voracità dell’industria turistica, come San Berillo a Catania? Cosa rende normale la militarizzazione totale delle polizie e la polizificazione degli eserciti? Cosa rende normali frontiere sanguinarie, serrate e sempre più concepite come aree di ghettizzazione forzata delle persone migranti? Cosa rende normale tutte le persone suicidate nelle carceri? nei CPR? nei reparti psichiatrici? dalla disperazione della povertà? dalla ghettizzazione della vostra morale? Forse una percezione diffusa di impotenza schiacciante. Quella sensazione di nullità di fronte ad un mostro talmente gigante che ci riempie di ricatti. Il lavoro, l’università, la famiglia, debiti, la morale etc. etc. etc… Questa visione del mondo si regge sul guinzaglio corto e soffocante al collo di ognunx. Ogni strattone della bestia vuole essere corrisposto da una presa ancora più salda del suo padrone, il sadismo di costoro è colmato dal soffocamento dei loro sottoposti. Possibile in virtù di un’impalcatura di potere cui potremmo aggiungere definizioni e spiegazioni per parecchio, risalendo il crinale di questa storia sino al punto zero della pace vestfaliana, con la nascita degli Stati-nazione e l’adorazione maschia della “madre patria”. L’applicazione di un sistema tale viene narrato come tutto intra-europeo, la nascita del sistema moderno, del capitale. Ma è vero, invece, che un sistema tale non sarebbe potuto esistere senza l’imposizione della “società coloniale”. Infatti, il sistema di capitale, dapprima fondato su una narrazione unicamente ed esplicitamente identitaria-culturale, conosce le sue prime applicazioni, sotto forma di tragici esperimenti, nel corso delle conquiste delle “terre d’oltre mare”. Così che mentre le compagnie commerciali emettevano i primi titoli azionari per finanziare le proprie imprese commerciali nelle “Indie”, gli eserciti dei regni cattolici estraevano con spada e cannone le materie prime utili ad un mondo che si preparava all’industrializzazione; tra le quali, anche forza lavoro a costo zero.

“Avere palazzi di corte lustri, ma campi incolti e granai vuoti, indossare abiti raffinati e lussuosi e portare alla cintola spade affilate, […] possedere beni e ricchezze ben oltre il necessario, tutto ciò equivale a ladrocinio […]” (Laozi)

È nella politica identitaria che si trova la base dalla quale si costruiscono da un lato le espansioni coloniali e dall’altro le esperienze di sottomissione dei popoli colonizzati. Il sistema capitalistico moderno prende forma attraverso lo stabilirsi di forme specifiche e differenziali, che hanno avuto nel capitalismo coloniale il suo terreno fondamentale di sperimentazione. Le forme di tale dominio coloniale, seppure con i dovuti cambi di rotta, persistono dal momento che le guerre per le indipendenze non hanno prodotto altro che ulteriori Stati attraverso i quali riprodurre quelle medesime strutture di dominio che si andavano organizzando dagli albori delle esperienze coloniali. Così, l’organizzazione della società è ricca di esperienze in cui spossessati si sono trasformati nei più sanguinari servi del vile piano d’oppressione delle stesse nazioni che li ha dapprima bistrattati e, poi, assorbiti nelle sue marginalità, al servizio della tanto continua mobilità delle sue infinite frontiere. Un’inquietante esempio possono essere i sefarditi, in fuga da luoghi dove la loro vita era messa seriamente a rischio ed infatuati dal progetto di poter convivere con altri “ebrei”. Sposare l’identità dello Stato israeliano, che li considera come le “classi” più abiette della società, ha condotto questi ultimi a trasformarsi in sanguinosi torturatori ed efferati sbirri del sionismo pur di mantenere il privilegio dell’incolumità statale che i loro governanti elargiscono. Dall’altro lato come non menzionare le fazioni più efferatamente stataliste che vedono nella “causa palestinese” la concreta possibilità di accostarsi al banchetto dei loro stessi persecutori; con bottoni lucidi sbirri di Gaza opprimono le insurrezioni popolari, concreto rischio per la realizzazione del loro progetto di potere. D’altronde il modello si ripete pedissequamente: le insurrezioni popolari per queste elitès coloniali significano il rischio di perdere i privilegi concessi loro dal colono. Tutte forze che agiscono intorno allo sfruttato “creando un clima di sottomissione ed inibizione che allevia il compito delle forze dell’ordine”. Ma ulteriormente, si potrebbe parlare della composizione sociale delle forze armate e dell’ordine in tutte le nazioni del mondo e si manifesterà la più banale delle verità: non è difficile alimentare le paure degli oppressi. La massa mediata, dunque, sanguinosamente facile da irreggimentare agli scopi dei loro elargitori di privilegi in termini materiali, mentali o altri. Dunque, partiti o individui caratterizzati da un’attività di tipo perlopiù elettorale, non essendo effettivamente interessati ad un rovesciamento totale del sistema, non invocano mai l’uso della forza da parte delle masse, ma la usano come minaccia verso le istituzioni dei coloni al fine di ottenere più peso e potere politico.

“Il reietto impaurito è spesso più miserabile ancora del dominatore, il realista è più feroce del re in persona”. (A. M. Bonanno)

Esiste una continuità con il mondo coloniale che si fonda in maniera sempre più solida su concetti identitari e i differenziali che ne derivano. La replica di questo schema di significare il mondo è concretamente la metastasi del “normale” che affligge percorsi ed esplosioni di libertà opponendone burocrazie e standard, a tutti i livelli. La possibilità di intessere discorsi identitari su tutti i livelli rende possibile la replica all’infinito di confini, affacci da cui il sistema di capitale conduce il suo andamento di espansione-contrazione. I fili spinati dell’identità, pietra angolare della legittimità del sistema capitale-statalista, permeano l’esistenza dei sudditi, influenzandone ogni aspetto dell’esistenza. Lo stesso dispositivo ha, dunque, costruito i confini del discorso d’esclusione che troppo spesso i “movimenti territoriali” (s’intende quelli mediati da pastorx d’anime) hanno dispiegato per corroborare l’indice incolpante contro ormai famosx “infiltratx”. Bisognerebbe prendere atto che le mediazioni politiche, quand’anche non propriamente partitiche, tendono a cloroformizzare la partecipazione spontanea, indipendente ed autonoma. I confini di un “movimento” troppo spesso delineano un contenitore di pratiche e procedure che hanno l’effetto di posporre la vita aderendo all’esistenza inerziale che il mondo colonial-capitalistico desidera. L’idea stessa di movimento “territoriale” suggerisce l’esistenza di caratteristiche specifiche senza le quali non si potrebbe aderire a quella lotta in particolare. Questo particolarismo è utile solo alla riproduzione della posizione di “capo-bastone” che, incistata nel modo di vedere le cose, viene replicata e cucita su ogni forma di vita altra, con la pretesa di ridurne l’esistenza a standard conosciuti e concordati in comunità strette e fortemente mediate da figure “leader”. Questo tipo di organizzazione a livelli fa di moltissimi movimenti “territoriali” delle strutture parecchio simili a quelle dei partiti. Infatti, troppo spesso le istanze di tali movimenti, auto-dichiaratisi indipendenti in principio, finiscono per impolpare il piatto dei contenuti delle campagne elettorali, svuotando definitivamente ogni possibile carica di rivolta dell’istanza “territoriale”.

Tali vescovi dei labili “no” finiscono presto per dimenticare la loro primaria definizione di “movimento territoriale”, stabilendo un differenziale basato sul successo e la “comunicabilità” che apre le porte a strutture organizzate, abdicando definitivamente all’auto-gestione, se non in piccoli e tribali rituali da chiacchiera “infra nos”. I movimenti di lotta “territoriale” così sentono di divenire difensori del milieu territoriale, proponendo “alternative” che non fanno altro che aggravare la portata della loro (innocente?) menzogna. Il “percorso” tanto gradito a tali assemblee, utile a rendersi comprensibili anche “alla vecchina al balcone”, si trasforma in una routinaria e vuota tradizione fatta di appuntamenti periodici e rituali a ripetizione. Il discorso “territoriale” è caratteristico di diversi movimenti, la “difesa del territorio” diviene un elemento fondante di questo tipo di aggregazione scenica. Una modalità di aggregazione che non concede null’altro che la pedissequa ripetizione della  quotidianità, escludendo ogni seducente possibilità di gioia.

Il taboo della violenza, che si concretizza poi nella pacificazione più servile, esclude inoltre la possibilità di un discorso concreto sulla repressione e le strategie- tanto collettive, quanto individuali- che si potrebbero dispiegare nel fronteggiarla, normalizzando di fatti il rapporto di potere unilaterale che intercorre tra oppressore ed oppressx e il suo potere di farci percepire solx. Inoltre, non si può assolutamente eludere l’azione cloroformio che questa vita-galera ci sottopone quotidianamente. Troppo spesso, infatti, ci si trova impreparatx davanti all’aggressione da parte dell’ “ordine costituito”. Ma ulteriormente impreparatx davanti alle furbate di chi cela ulteriori intenzioni oltre quella di “riempire le piazze”. Mentre certi sacerdoti condannano qualunque altra pratica come colpevole di svuotare le fila dei loro movimenti, lasciano aprire le loro sfilate dai segretari di quegli stessi partiti di c.d. opposizione che non hanno esitato e non esitano a porgere il fianco e fare favori a chi la vita la odia!  Trasformando il tutto in un banale e “normale” spettacolino elettorale, tutta carta straccia una volta allontanatesi le urne dai calendari di questi funzionari.

Quando spossessatx fanno scricchiolare le loro catene il mondo dei ben pensati di partito e di movimento si scandalizza. Questo mondo affonda il viso tra le mani per una scritta su un muro, per una vetrina infranta, per una sassaiola su un plotone di polizia e reputa “normali” (normalizzandole) le tragedie umane alle quali quotidianamente questo mondo ci sottopone. Si concepisce possibile tenere i fucili costantemente puntati contro stranierx alle frontiere e ci si scandalizza se per una volta, invece, quella violenza cambia direzione e, anziché essere strumento di riproduzione di potere, diviene mezzo di libertà, di concreta solidarietà senza alcun confine. Così la prima frontiera della repressione, volenti o nolenti, è la pretesa di aderire al copione democratico del dissenso secondo le regole da parte dei movimenti di massa mediata. E poi… lo sbirro che risiede in ognunx (o quasi) di noi.  Ma come micelio, anche se la terra è resa infertile, prima o poi rispunta e, comunque, nel frattempo…seguendo vie differenti da quelle percorse va manifestandosi “altrove”. Anche se spesso certe relazioni di potere si replicano pedissequamente in questi “altrove”, avviene comunque che la gioia esploda e colori oltre che i cieli e i muri delle città, anche le sue strade. Quando le catene scricchiolano a volte, poi, si spezzano. Ed anche se poi, la maggior parte delle volte, tornano più strette di prima, quei momenti sono impossibili da alienare dalla dimensione dei fatti. E così il piatto sopravvivere delle nostre routine delle volte si incrina e prende delle direzioni inaspettate che, seppur non totalizzanti, divengono sempre più consistenti nel se. Le brecce che si sono rotte non possono più risaldarsi, anche opponendovi tutto lo squallore cementificante possibile a questo mondo.

“Illuminata dalla violenza la coscienza del popolo si ribella contro qualsiasi pacificazione. I demagoghi, gli opportunisti, i maghi hanno ormai il compito difficile. La prassi che le ha buttate in un corpo a corpo disperato conferisce alle masse un gusto vorace del concreto. L’impresa di mistificazione diventa, a lunga scadenza, praticamente impossibile.” (F. Fanon)

Tutti quei fuochi di vicinanza, ogni insurrezione e ribellione di solidarietà nei confronti della libertà; ognuna di queste brecce, ognuno di questi momenti in cui la violenza si è ritorta contro il padrone, ogni viso che si è esposto con le persone detenute e/o in lotta contro questo orribile e squallido mondo intriso di “crazia”, ognuna di queste diserzioni ha fatto sì che questo bramoso mostro capitale tremasse ancora un altro po’. Ed ogni esperienza di liberazione, anche se assolutamente effimera, diventa ispirazione, coraggio, propulsione per altri momenti di libertà e per altrx; diventa un’ulteriore sbavatura su tutto questo trucco che edulcora le galere della vita.  Per questo, e molto altro ancora, prendere le distanze e criminalizzare tali atti di libertà significa riprodurre e corroborare relazioni di potere che sono le armi fondamentali con cui il mondo vigente si mantiene in vita.

Queste parole sono tutte contro i nemici della vita, costruttori di ghetti ben sorvegliati! E sono tutte in solidarietà a chi si trova ingabbiatx. Sia dentro un carcere che dentro un’esistenza costantemente sotto la minaccia del “fallimento”. In solidarietà a tutte le persone sole nell’angolo buio di questa non-vita a rilascio prolungato. In solidarietà e vicinanza a chiunque convive e condivide punti interrogativi. In solidarietà agli irreversibili dubbi verso tutto! Contro ogni certezza raggelante e definitoria! Queste parole sono un ennesimo tentativo di liberarmi di queste scarpe di cemento nello sguazzare dentro questa palude.

Con il cuore e lo stomaco stretti in una morsa delle volte letale. Con il formicolio alle mani. CON AMORE E RABBIA!

“DAI CORTEI PER RAMY A MILANO AI CORTEI NAZIONALI E NON PER LA PALESTINA IL PRIMO NEMICO DELL’ INSURREZIONE SONO I MOVIMENTI E I CORPI APPACIFICATORI!
SOLIDARIETÀ ALLX ANARCHICHX RINCHIUSX NELLE GALERE DA CATANIA ALL’INDONESIA.
SEMPRE PACIFISTX, MAI PACIFICX!” (Bak)

FIRENZE: DI DISAGI COLLETTIVITÀ E VISIONI ANTIPSICHIATRICHE


Diffondiamo:

Confronto su quali sono i limiti e le possibilità della cura e della gestione collettive di situazioni di malessere psicologico/psichiatrizzazione.

A seguire cena benefit per la cassa transfemminista queer di sostegno economico per il supporto psicologico.

Info sulla cassa:

L’idea di questa cassa nasce dalla costatazione che moltx di noi o persone vicino a noi fronteggiano condizioni psicologiche tremendamente precarie e spesso invalidanti. Spesso e difficile trovare strumenti autogestiti per affrontare queste situazioni, specialmente quando lo stratificarsi di traumi e oppressioni sisremiche portano a un malessere cronico. Per questo motivo alcunx di noi scelgono di intraprendere percorsi di psicoterapia o di altre discipline che si sentono più vicine. O desidererebbero farlo: i costi sono inaccessibili per moltx. Per questo abbiamo pensato ad una cassa solidale di supporto per questo tipo di spese.

La cassa è transfemminista e queer, si occupa di persone che non siano maschi etero-cis. Siamo partitx da noi, e dalla consapevolezza che l’eterocis patriarcato è un’oppressione sistemica e che ci espone duramente a compromissioni della nostra salute mentale e contemporaneamente ci limita l’accesso alle risorse economiche.

Siamo consapevoli che una condizione invalidante della salute psicologica può inficiare e minare la partecipazione alle lotte. Spesso i contesti di lotta e le reti amicali non riescono ad offrire supporto adeguato con il rischio di lasciare indietro compagnx.

Il nostro pensiero del professionalismo della cosiddetta salute mentale e del professionalismo in generale è estremamente critico. Tuttavia ammettiamo l’efficacia e l’utilità di questi percorsi nel ridurre e alleviare disagi molto profondi e duraturi, quando affrontarli da solx o nella collettività non è possibile. Per noi questo ha anche un valore di prevenzione alla psichiatria, a cui spesso ci si rivolge in assenza di alternative (senza giudizio di chi vi si rivolge).

Questa cassa è un’idea riproducibile, un invito a trovare modalità di presa di cura collettiva.

cassasupportopsi@riseup.net

https://lapunta.org/event/di-disagi-collettivita-e-visioni-antipsichiatriche

GUERRA NO, GUERRIGLIA SÌ – UN CONTRIBUTO DA MESSINA A SEGUITO DEL RICEVIMENTO DELL’ AVVISO ORALE

Diffondiamo le riflessioni di un compagno a seguito del ricevimento dell’avviso orale da parte del questore di Messina, maturato a seguito di un presidio di fronte al tribunale e del successivo corteo solidale in città il 17 dicembre 2025, giorno della prima udienza relativa al Carnevale No Ponte. Qui il pdf.

"E' certo vero che l'organizzazione dell'esistente si sta sgretolando, vacilla, non è più in grado di autoalimentarsi e conservarsi. Non è però detto che questa debolezza renda a noi il compito più facile: intanto perché spinge gli umani iper-domesticati a cercare un sovrappiù di sicurezza, rifugiandosi nel poco che resta del vecchio ordine. Poi, perché il decadimento in corso ha indebolito anche le nostre forze, la nostra capacità di resistenza.
Non si può stare a lungo esposti a un ambiente artefatto e avvelenato, restando saldi e lucidi nei propri propositi, e in forze.”

Queste parole di Piero Coppo, da “critica radicale e rivoluzione”, mi aiutano a chiarire a me stesso almeno una parte delle ragioni per cui non sono riuscito finora a scrivere niente – pur ripromettendomi, mentendomi, di farlo ogni giorno dal 2 di aprile: quando cioè mi è stato notificato (anche per iscritto) l’avviso orale del questore di Messina. Rilevato che annovero “plurimi precedenti di polizia per delitti contro l’ordine pubblico”, per “reati contro la P. A., il patrimonio e l’amministrazione della giustizia”, e ritenuto che sarei “dedito a condotte di particolare allarme sociale”, nonché “alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza, la sanità e la tranquillità pubblica”, ci sarebbe da “porre un freno, con urgenza,” alla mia “condotta illecita”; ove persistessi nei miei “comportamenti antigiuridici nonostante il presente avviso”, potrò essere proposto per l’applicazione delle “più gravi misure di prevenzione”.
Vengo tuttavia informato di avere la facoltà di chiedere in qualsiasi momento la revoca del presente provvedimento se dimostro che la mia condotta è mutata. Su questo, sin dal primo istante, qualcosa dentro di me scalpitava per urlare al più presto e con la maggiore nettezza possibile che non c’è niente di niente di niente – di quello di cui sono accusato personalmente, ma anche di tutto ciò di cui sono accusate le anarchiche e gli insorti di ogni latitudine – che potrei mai rinnegare senza recidere le radici e gli attaccamenti che mi tengono in vita.

Se c’è qualcosa di cui sono irrevocabilmente grato a ciò di cui ho fatto esperienza nei momenti di lotta e negli attimi di festa, nell’estasi del loro intrecciarsi nelle situazioni sovversive cui talvolta, in modo intermittente, sappiamo dar vita, è l’aver sentito un mondo nuovo crescere dentro di me, nel mio e negli altri cuori ardenti: e mentre il ticchettìo della guerra bussa a ritmo sempre più marziale alle nostre porte e alle nostre tempie, nascondendosi sotto mille forme ma col manganello e i gas urticanti sempre a portata di mano e il carcere sempre all’orizzonte di chi provi a (fare ciò che bisogna fare, cioè) disertare e sabotare, respingere le intimidazioni psicologiche della repressione, riflettere a voce alta sui suoi codici, mi sembrava un’urgenza a cui aveva senso dare forma. Eppure sono rimasto per quasi un mese incapace di riuscirci, paralizzato forse da un certo timbro d’accidia che a volte prende il sopravvento dentro di me, ma anche dalla coscienza che troppo grande e non colmabile dalle parole è lo scarto tra ciò che accade ogni giorno e ciò di cui ci sarebbe bisogno per invertire la rotta, esitante ad esortare verso ciò che io stesso esito a saper fare: penso alle pratiche messe in campo negli scorsi anni da Palestine Action, a quanto sarebbe bello e generativo apprestarsi all’opera di demolizione urgente della base militare di Sigonella e del Muos di Niscemi, (necessariamente scontrandosi con i salariati dell’industria dello sterminio), a quanto invece non mi sembrino adeguati sit-in e cortei il cui andamento sia in tutto e per tutto nel solco delle disposizioni emanate da questura e prefettura.

Ma penso pure ai bagliori di rispecchiamento esperiti anche solo per un istante, anche con gente sconosciuta, negli scorsi mesi di manifestazioni contro il genocidio a Gaza, penso a quanto non tutta la fibra psichica del mondo si pieghi al tallone di ferro silicio e cemento armato che ci schiaccia, penso al carnevale no-ponte, al corteo di Catania contro il ddl sicurezza per il quale due compagnx sono in carcere da mesi e mesi in custodia cautelare essendo imputatx insieme ad altrx per devastazione e saccheggio (Luigi anche per “rapina”, aggravata dall’accusa di aver sottratto una paletta a un vigile urbano che si è poi fatto dare cinque giorni di prognosi): e sento che zitto, in faccia all’avviso del questore, non voglio e non posso stare. Intanto mi chiedo: quale sarebbe “l’ingiusto profitto” ottenuto con quella paletta? L’aver messo in discussione per qualche attimo l’ordine simbolico del nostro mondo? Il comune di Catania, che ha da poco demolito con le ruspe la palestra Lupo affinchè dei luoghi di aggregazione e discussione fuori dai circuiti mercantili non restino che parcheggi, vuole passare per “parte lesa”, laddove nessun privato si è costituito parte civile per i danneggiamenti? Spieghi dunque in cosa sarebbe consistito il “saccheggio”, dal momento che chi manifestava è tornatx a casa con perquisizioni fogli di via, denunce e custodie cautelari pesantissime – ma a quanto risulta senza rolex, borse Gucci, scarpe Prada o generi di prima necessità, che pure sarebbe sensato, nel bel mezzo di un’orda devastante e saccheggiatrice, voler espropriare. Non dico che non sarebbe stato bello (avoja), ma è un fatto che non sia successo. Ed è un fatto con la testa durissima che il ddl sicurezza si accanisce specificamente nel voler stroncare le rivolte carcerarie, che pure continuano ad accadere – imperterrite seppure isolate e duramente represse: anche a piazza Lanza, lì dove proprio pochi mesi prima del corteo un detenuto trentunenne aveva tentato il suicidio.

Quando ho visto le immagini della polizia in fuga davanti alla rabbia esplosa là davanti, e uno striscione immenso su cui c’era scritto “solidali coi popoli in rivolta; l’unico infiltrato è lo Stato”, il mio cuore è esploso di gioia. Per quegli istanti di lotta in sé, ma anche per ciò che possono seminare nonostante e tantopiù si cerchi di seppellirli sotto una coltre di distorsioni interpretative (la solita tiritera del virus illegalista che infetta il corpo sano delle manifestazioni “pacifiche”) e la minaccia o l’effettività della galera. “Chi trova mollo zappa fondo”: per questo quella determinazione di un corteo che ha saputo arrivare momentaneamente illeso al suo scioglimento, senza subire cariche, mi era sembrata e continua a sembrarmi una bella notizia: nonostante temessi la vendetta di chi tiene le redini del dominio e non vuole vederle vacillare, temevo e temo di più che la critica a provvedimenti così gravi resti perimetrata all’ambito, forse necessario ma certo angusto, della verbalizzazione inerte.

Per il resto voglio essere molto chiaro: finché esisterà la violenza organizzata, strutturale, oppressiva, degli eserciti e dei confini, ribellarsi all’ordine costituito, non lasciare campo libero ai suoi sicari, è giusto. Finché si morirà di sfruttamento nei luoghi di lavoro e di tortura nei luoghi di detenzione, finché esisteranno sguardi di disconoscimento e di scherno contro i corpi in tensione verso la libertà di incamminarsi fuori dai binari imposti, finché esisteranno i mattatoi e la macellazione industriale, praticare il pensiero critico e l’azione diretta, non lasciar atrofizzare la nostra capacità di sentire, è necessario. Finché la logica cancerogena del profitto, il treno del progresso e la fantasmagoria della merce avveleneranno la terra e il nostro vissuto quotidiano, “tirare il freno d’emergenza” con un’attitudine insurrezionale mi sembra fondamentale. Finché qualcuno pretenderà di brevettare i semi, e di determinare in laboratorio e a Piazza Affari il destino del vivente, danneggiare e distruggere i campi coltivati a ogm può essere definito un gesto di “violenza insensata” solo da chi non si accorge di quanta insensata violenza si annidi per davvero nel lasciar fare ai padroni del vapore. Io ho chiaro da che parte stare. Penso, sento con tutto me stesso, che sia giusto provare con audacia e coraggio a invertire il verso della paura. E augurarsi, e fare in modo, che a provarla smettano di essere il vecchietto quando suona il campanello e sa che si tratta dell’ufficiale giudiziario col suo talvolta letale avviso di sfratto, o la sua dirimpettaia che non sa se riuscirà a mettere insieme i soldi per curarsi da un tumore.

La società astrattamente intesa, la “onorata società” il cui involucro è lo Stato, e nel cui nome si esprimono ministri, giudici e questori, considera pericolose le pratiche e le idee anarchiche: ma chiediamoci, pericolose per chi? Forse per chi dopo ore e ore di attesa al pronto soccorso, talvolta in condizioni pessime, o per chi dopo aver visto distrutta la propria abitazione da un’alluvione, abbia poi da sentire le frasi di un politicante come Nino Germanà sul fatto che il ponte serve alla gente siciliana molto più di investimenti per la messa in sicurezza di case scuole e ospedali?
Forse per l’abitante di un territorio nel quale non è più possibile alcuna economia di sussistenza dopo che una grande impresa multinazionale (magari la stessa che ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto) ha inondato 8000 ettari di terreni agricoli per costruire una diga? O l’autista di un’ambulanza libanese sotto le bombe sganciate dalle nostre democrazie, o una bambina e un guerrigliero palestinese sotto tiro dei cecchini dell’Idf? Che cosa penserà, dello spauracchio anarchico, un piccolo spacciatore di San Berillo o Rogoredo taglieggiato dalla grande criminalità, spesso in divisa? Chi ha ucciso le maestre e gli alunni di quella scuola iraniana? E’ stata forse rasa al suolo da missili anarchici? O da armi progettate da valenti ingegneri formatisi nelle migliori università, e realizzate con accurata precisione da lavoratori resi insensibili, dall’aria del tempo e dall’educazione ricevuta, ad ogni scrupolo etico riguardo la finalità dei propri “prodotti”?

Pensiamo a delle persone migranti braccate alle frontiere dalla tenaglia di due polizie, e poi “amministrativamente” recluse per il colore della loro pelle o per non avere abbastanza denaro: chi è per loro “il pericolo”?
Quando dico “che la paura cambi campo”, so di dare adito all’accusa poliziesca di essere un terrorista, uno che si augura di far paura.
Ma sono nato e cresciuto in un paese la cui storia è intessuta di vere e proprie stragi – nelle quali sono rimaste uccise e dolorosamente coinvolte tantissime persone.
Il questore di Milano che garantiva a Bruno Vespa che a sua volta la garantiva ai telespettatori la consistenza delle prove contro Valpreda e Pinelli era lo stesso che si occupava, su nomina di Mussolini, di gestire il confino degli antifascisti. Per fortuna non se la bevvero in molte e molti – e una riscossa collettiva aiutò a smascherare molte menzogne ordite dall’alto. Cosa succederebbe oggi?
Oggi succede intanto che Gasparri, cresciuto nella sua cameretta da giovane camerata col poster di Almirante – firmatario del manifesto della razza che diede il via al rastrellamento degli ebrei – si permetta di legiferare affinché si incrimini come antisemita chiunque critichi radicalmente lo stato d’Israele. E che la polizia scorti i fascisti a onorare la memoria di Mussolini e porti in questura per dieci ore 91 persone in quanto anarchiche o amiche di Sara e Sandro, la cui colpa indifendibile sarebbe il crollo sotto l’urto della propria inconciliabilità con questo mondo immondo.

Io sono di un altro avviso, di un’altra razza, di un’altra scuola: se la compagna e il compagno che sono morti a Roma stavano davvero fabbricando un ordigno artigianale, non ne avrebbero certo fatto l’uso che ne hanno fatto i servizi segreti a portella della Ginestra, a Piazza Fontana, a Brescia, alla stazione di Bologna, a via dei Georgofili.
E’ storia risaputa e conclamata da risultanze inoppugnabili: in Italia c’è stato uno scontro all’interno dei servizi segreti, tra l’ala spiritosamente definita deviata, che aiutava i fascisti a mettere le bombe allo scopo di destabilizzare il sistema per favorire un colpo di stato militare, e quella saldamente fedele all’ordine repubblicano – che le bombe invece le metteva o le commissionava allo scopo di stabilizzare il potere della democrazia cristiana. E con questa storia e questa consapevolezza alle spalle, con dinanzi un governo come quello in carica che senza alcuna remora ha reso definitivamente non più perseguibile chi da agente segreto compia reati nell’esercizio delle sue funzioni, dovrei forse io vergognarmi di desiderare che invece di noi comuni mortali possano essere finalmente i potenti e i loro sgherri ad aver paura di perdere i propri privilegi, e a fare esperienza di cosa vuol dire sentir franare il terreno sotto i propri piedi?

Chi si è arricchito con la produzione e il traffico d’armi, chi rideva dopo il terremoto a L’Aquila pregustando gli enormi guadagni garantiti dalla ricostruzione, chi li ha aiutati tramite gli strumenti della politica e l’uso dei media, chi legittima il monopolio della violenza in quelle mani lì, non è giusto dorma sonni tranquilli – non dopo aver fatto vivere in un incubo la popolazione di Gaza, non dopo aver costruito mine antiuomo a forma di giocattolo, non dopo aver fatto desiderare a dei bambini di morire interi e non a brandelli come hanno visto succedere ai loro amici.
Per questo, visto che buona parte della mia condotta sotto accusa riguarda queste questioni, non considero possibile neppure mezzo millimetro di ravvedimento – e sento anzi forte l’esigenza di un ulteriore rilancio, la cui intensità e il cui furore sono mitigati al momento solo dalla mia percezione di rischiare inciampi retorici cui non saprò dare – come mi è già successo nella vita – l’adeguato seguito pratico.
Il fatto è che vorrei tanto essere pericoloso nei confronti dell’ordine esistente: e in faccia alle intimidazioni repressive mi preme dire innanzitutto questo. Mi preme gridare: viva la classe pericolosa!

Ma non voglio, nello sforzo sincero di rintuzzare le parole del potere costituito, dire parole non veritiere: e se è incrollabile la mia fiducia che tanti altri mondi sono e restano possibili, e che tante persone -alla faccia degli ayatollah della mega-macchina capitalistica- ne fanno davvero esperienza in modo molteplice, non potrei d’altronde illudermi di essere riuscito minimamente a mettere in crisi l’allestimento quotidiano del sistema di apparenze che ci imprigiona. Non considerando il green pass un provvedimento sanitario, non credo di aver messo in pericolo la sanità pubblica scegliendo di non averlo e anzi provando a battermi contro la sua applicazione. Webuild che ha sversato arsenico molto probabilmente fin nelle falde acquifere, da Nizza a Contesse, può dire la stessa cosa? E chi dice di battersi contro questi soprusi compiuti dalle grandi imprese, eppure ne vede la trionfante arroganza quotidianamente, come può stracciarsi le vesti per delle scritte sui muri e dei sacrosanti tafferugli con la polizia? “Not in my name”, ha scritto il coordinamento no ponte – composto da partiti, sindacati e associazioni, per fortuna non dal resto del movimento – qualche ora dopo il carnevale no-ponte. Lo slogan con cui due decenni fa si diceva al potere di non fare la guerra in nostro nome ritorto contro chi al potere si ribella alzando l’asticella del conflitto possibile. A stampa polizia e magistratura si è data così in pasto sin da subito, e poi per giorni e mesi, una narrazione con la quale i buoni prendevano le distanze dai cattivi – che però salvo qualche locale e isolabile mela marcia venivano quasi tutti da fuori.

Mi viene da vomitare e da piangere nello stesso tempo, mentre ne scrivo: ma ci tengo a spiegare perché per me è davvero il minimo indispensabile per potermi guardare allo specchio, stare fuori dal tribunale a volantinare e gridare in solidarietà con chi è cadutx nelle maglie della repressione per aver lottato per tuttx. E farlo, per quanto mi riguarda, senza chiedere alcun permesso o dare alcuna comunicazione a lorsignori, che tra l’altro hanno deciso che il processo in tribunale fosse a porte chiuse, impedendomi di assistere laddove avessi voluto.
Quanto poi a tutte le stronzate sbirresche su organizzatori e partecipanti, leader e non so cos’altro, fatevene una ragione: l’etica anarchica non ha niente a che vedere con il modo in cui si organizzano gli stati e le mafie. Io non direi mai, e mai potrei avere per amico chi lo dicesse, la frase di cui si fa vanto l’arma dei carabinieri: usi a obbedir tacendo. Mi ispiro piuttosto allo statuto dei gabbiani, redatto da Horst Fantozzini, anarchico rapinatore di banche, nei cui articoli mi posso riconoscere.

“1) I gabbiani sono nati per volare liberi. È l’amore e la gioia di vivere che determina il loro essere sovversivi. 2) Con il loro comportamento essi insegnano a volare agli altri uccelli, senza la presunzione d’essere l’avanguardia di chicchessia. 3) Essi si cercano e si trovano in base alle affinità comuni e non accettano regole all’infuori delle proprie passioni, dei propri desideri e del loro piacere di vivere e di volare insieme. Su questa base si uniscono in piccoli stormi d’affinità, federati tra di loro, per vivere e volare insieme e per lottare contro tutto quanto umilia il senso della vita e della libertà. 4) i gabbiani praticano il mutuo appoggio e quindi s’impegnano ad aprire e rompere le gabbie dove sono rinchiusi i gabbiani e gli uccelli. 5) Con questo articolo si annullano i precedenti quattro ed eventuali futuri articoli, perché i gabbiani non riconoscono statuti, né leggi, né regolamenti, né forme programmate d’esistenza, all’infuori del loro piacere di volare liberi. Tutto il precostituito e il programmato non fa che limitare e umiliare la vita.”

Ah quanto è felicemente diverso, questo lessico, da quello delle carte della questura. Che invece, qualche anno fa, chiedendo ai giudici che all’accusa di imbrattamento per un attacchinaggio anti-elettorale venisse aggiunta quella per istigazione a delinquere, si esprimeva così:

“E’ innegabile che la diffusione capillare delle affissioni (..) rappresenterebbe comunque, a parere dell’Ufficio scrivente, un idoneo prodromo a generici atti di violenza, ben potendo costituire la precipua attività di sollecitazione, di incitamento, di persuasione, uno stimolo capace di far sorgere nei destinatari una risoluzione criminosa prima inesistente, oppure a rafforzarne una preesistente. Tali condotte, alimentate diuturnamente da frequenti input inneggianti alla violenza e oltremodo dilatate da piattaforme mediatiche agilmente fruibili da chiunque, potrebbero rappresentare, infatti, un concreto pericolo di coinvolgimento per tutte quelle frange deboli, deluse dalla politica e tendenzialmente esasperate dall’attuale congiuntura economica.”

Era il 2018, e dal momento che la congiuntura economica odierna è decisamente più esasperante, le voci dissonanti vanno zittite ancor di più: per stessa ammissione della digos, il rischio da scongiurare in ogni modo è che la gente delusa dalla politica e inquieta per la propria vita decida di ribellarsi. E questa propaganda anarchica che dice “non votare, auto-organizzati, lotta”, “il dolore può diventare coscienza, la coscienza può farsi azione”, non deve circolare liberamente. Da qui accuse esorbitanti, talvolta ritenute tali persino da giudici non certo magnanimi con chi non ne riconosce l’autorità morale, e li considera anzi un perno a garanzia dei rapporti sociali dominanti. Di fronte a queste accuse, mi succede a volte di sentire i miei passi tallonati dai custodi dell’ordine dominante, e di avvertire la cappa del militarismo piuttosto materialmente: ma le mie vicende mi risultano ben poca cosa, se raffrontate a tutto il resto.

Per militarismo, ci tengo a chiarirlo, non intendo soltanto le spese esorbitanti per il riarmo, o la repressione del dissenso interno, contro cui pure bisogna senz’altro battersi con tutti i mezzi a propria disposizione.
Mi riferisco piuttosto a un fenomeno molto più pervasivo, che forgia i rapporti sociali nel segno della gerarchia e dell’obbedienza, invade le scuole e le università con l’obiettivo di farne per metà aziende e per metà caserme (rinnovando la storica alleanza tra management e nazismo), diffonde la pedagogia dell’umiliazione dal pulpito del ministero dell’istruzione e da quello dei talent show alla masterchef – fino a diventare un fatto sociale totale. Se poi si pensa alla carriera di Violante e di Minniti, ai loro ruoli cruciali nella politica parlamentare prima (di “sinistra”! e davvero mi vengono i brividi all’idea che da adolescente per un pelo mi sono salvato dall’avere a che fare con le strutture partitiche e sindacali che hanno garantito l’ascesa di questi schifi della terra, la cui mission è stata in questi anni la diffusione e la promozione dei valori di un’azienda come Leonardo all’interno del tessuto sociale – e non posso che ringraziare tutte le persone e le esperienze che mi hanno fatto incamminare sulla ‘cattiva strada’) e nell’industria degli armamenti poi (o viceversa, se si pensa a Crosetto), la saldatura tra i diversi establishment si rivela del tutto blindata; e se a questo si aggiunge che gran parte dei concorsi di polizia è riservata a chi ha già intrapreso la strada dell’esercito professionale, con tutti gli addestramenti del caso ad essere torturati per imparare a torturare, il quadro che si delinea è davvero pericoloso. E credo riguardi pressoché tuttx.

Si è potuto glissare a lungo, dalla prima guerra del Golfo, su cosa comportasse la neo- lingua coloniale secondo cui ogni guerra sarebbe stata da quel momento un’operazione di polizia internazionale. (Certo non hanno potuto glissare, o interrogarsi sulla crisi del diritto internazionale, la popolazione di Belgrado, quella afghana, quella irachena su cui sono piovute bombe al fosforo bianco.) Ma non credo convenga glissare ancora su cosa comporti il fatto che, specularmente, le operazioni di polizia interna sono sempre più appaltate a un personale equipaggiato come i militari, e quel che è peggio psicologicamente addestrato alle regole d’ingaggio della guerra – che prevedono la disumanizzazione del nemico e un violento dressage per smettere di provare empatia.
Che ci sia un nesso tra episodi come quello del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in cui i secondini sono stati ripresi (pensando che le telecamere fossero state disattivate) mentre infierivano persino su un detenuto in carrozzina, e questo tipo di pedagogia militarista che innerva sempre più ambiti, lo riconoscono tanto la sociologia migliore (penso ai preziosissimi lavori, anche auto-etnografici, di Charlie Barnao) quanto i peggiori comunicati dei sindacati della polizia penitenziaria – in uno dei quali veniva posta schiettamente questa questione: se sono ormai centinaia gli agenti sotto processo per aver ecceduto nell’uso della forza, appare chiaro che la teoria delle mele marce non regge al minimo esame di realtà. Quindi concludevano: basta dunque processarci, riconosciate una buona volta che il mandato che riceviamo è quello di stroncare ogni rivolta e sopire anche con le cattive ogni dissenso, e dateci carta bianca e guarentigie legali. Come dice Salvini: non vorrete mica che polizia e carabinieri offrano il cappuccino ai criminali.

Delmastro -quello tutto law, order & camorra- ha proposto un encomio per gli agenti della penitenziaria di cui parlavo prima, il governo Meloni ha messo uno dei più alti in grado coinvolti in quei fatti a capo di coloro che dovranno formare il nuovo personale delle guardie carcerarie – e col decreto Caivano prima e col ddl sicurezza poi ha dichiarato sempre più esplicitamente guerra alla popolazione detenuta.
(Ma non sarebbe giusto omettere che c’era un governo di centrosinistra, all’epoca del covid, del coprifuoco per chiunque e della pena di morte reiteratamente ripristinata nel carcere di Modena.)
In questo scenario, maturano episodi che dovrebbero destare ulteriore allerta e gridare ancora più forte vendetta: penso alla condanna a 4 anni di reclusione inflitta ad Ahmad Salem per il fatto di essere palestinese ed aver cercato di regolarizzare la sua posizione in Italia mostrando in questura le foto dei suoi documenti sul cellulare, sul quale sono stati trovati video della resistenza palestinese al genocidio e un suo appello a fare di più per supportarla rivolto al mondo musulmano. Condannato per “istigazione a delinquere” e per quello che è stato definito “terrorismo della parola”. Penso anche ad Alfredo Cospito, alle torture quotidiane, bianche e invisibili, che lo Stato gli infligge da anni: l’ultima infamia è il rinnovo del 41 bis. Un regime detentivo che consente alla procura di negargli persino l’accesso alla possibilità di leggere e ascoltare musica – scrivendo che non è opportuno che “un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri e cd veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale.” Chiunque pensi si tratti di problemi relativi alla “galassia anarchica” e basta, e pensa che la cosa non lo riguardi, rischia di svegliarsi dentro un incubo da cui non è consentita sortita alcuna. Se anche fosse, comunque, personalmente mi volto già abbastanza spesso dall’altra parte – per paura di finire nelle grinfie del più gelido dei gelidi mostri – per pentirmi delle volte in cui sono riuscito a non farlo, e ho gridato e agito la mia rabbia e il mio rifiuto.

Se ora sto scrivendo, è fondamentalmente per ribadire in piena coscienza questo rifiuto. In questo scenario, occorre dire di no – ciascunx come può e vuole. Si tratta di un nodo veramente cruciale.
Mi vengono in mente le parole di Elvio Fachinelli e Franco Fortini – non proprio due anarco-insurrezionalisti come i nemici pubblici principali dell’intelligence italiana; le prime, del 1974, sotto forma di prosa, le altre, del 1967, in poesia (entrambi i testi non riportati integralmente). Uno fu pubblicato dalla rivista “L’erba voglio”, l’altra fu letta in piazza a Firenze nel corso di una manifestazione contro la guerra in Vietnam. Se si sostituisce palestinesi a vietnamiti, e Gaza ad Hanoi, credo travalichino gli argini del tempo per il quale sono state pensate, e parlino profeticamente alla nostra contemporaneità.

“Non inganniamo noi stessi: i giovani che nelle settimane precedenti il Natale 1972 hanno tentato di assassinare il Vietnam (e che forse lo ritenteranno, appena gli giunga l’ordine) sono gli stessi che, anni fa, piombavano i vagoni degli ebrei, o gasavano i villaggi abissini, o radevano al suolo Guernica; sono gli stessi che occupavano Budapest e Praga.
Sono gli stessi che, domani, partirebbero leggeri con le H. Gli stessi, anche, che su e giù per i treni italiani delle licenze di Natale, discutono pacificamente tra loro dei rispettivi vantaggi del T – 47 e del Leopard, come si discute di modelli di automobili tra amici.
Non sono belve assetate di sangue; o non lo sono nella stragrande maggioranza; sono giovani ‘normali’, ai quali nessuno ha insegnato, come compito primario, il rifiuto dell’obbedienza ai feticci.
Questa è la tragedia.
Nessuna reazione che non fosse di paura o – dopo l’insuccesso – di pentimento e recriminazione è venuta da coloro che sono stati chiamati a distruggere Hanoi. ‘Gli ordini non si discutono’, ‘Io ero una rotellina nell’ingranaggio’, ‘Come potevo disobbedire?’: interrogati, questi uomini rispondono come altri, in passato, già risposero.
Eichmann, per esempio.
Nessuno risponde come pure rispose Claude Eatherly, il pilota americano di Hiroshima: ‘io sono responsabile, e la società in cui vivo rifiuta di riconoscermi responsabile, perché dovrebbe riconoscere le sue responsabilità anche più grandi’.
La sinistra ha quasi sempre pensato che questo problema fosse secondario, anziché il cuore di ogni politica.
Ha lasciato che i fedeli esecutori marciassero agli ordini giunti da non si sa chi, per azioni che finiscono non si sa dove.
Ha cancellato dal suo programma di lavoro il significato rivoluzionario dell’insubordinazione, della rottura pratica delle regole imposte; o se non l’ha cancellato, l’ha di fatto relegato al ‘ribellismo giovanile’; o l’ha seppellito allegramente underground. In questo modo, ha consegnato all’individualismo più gretto, al cinismo, alla disperazione latente, milioni di individui.
Li ha consegnati disarmati a uomini come quel maggiore di stanza a Hue, che ha dichiarato ai giornalisti: ‘Bombardiamo finché non gli esca la merda dagli occhi, e poi partiamo’.
Nello stesso tempo, ha dato in appalto un problema di tutti ai moralisti e agli psicologi, che l’hanno rapidamente trasformato in un problema di ‘colpa’ e ‘responsabilità’ individuale. Come una volta si concedeva il cielo ai teologi, ha concesso ai teologi dell’io il problema della soggezione e della ribellione al potere. [..]
Di qui è venuto che la politica della sinistra è stata in buona parte alienata: il riferimento al Vietnam è servito da alibi per la nostra effettiva apatia; l’immagine pura del Vietnam ci ha permesso ogni sorta di marce, appelli, ordini del giorno, firme di protesta, fiaccolate di donne, veglie sul sagrato, unanimità estese fino al ‘Pontefice della Chiesa Romana’, per esprimerci con lo stile dell’ <Unità>, fino a coloro che, con le loro decisioni di ogni giorno, ogni giorno combattono il Vietnam; in breve, ci ha consentito di sentirci rivoluzionari e di non esserlo, qui, oggi, nell’immediato dell’agire quotidiano.
E così facendo, come non abbiamo aiutato noi stessi, non abbiamo, inevitabilmente, aiutato il Vietnam.”

Mi sono chiesto di che cosa si stia veramente parlando.
E credo che ragione del nostro discorso
non sia solo l’atteggiamento da consigliare a noi e agli altri per la guerra del Vietnam
ma sia: l’uso della violenza.

Oggi molti la violenza costringe a non parlare.
A poche ore di jet da questo luogo. Come sapete: ammazzando.
E a pochi minuti da qui
ben distribuita fra storiche architetture e autostrade – un’altra violenza
troppi più altri obbliga
con le armi dei bisogni falsi e veri, troppi più altri obbliga
spaventati o distratti a parlar d’altro
o a parlare solo apparentemente di quello di cui stiamo parlando. Ma noi non vogliamo dire la penultima parola,
la consolante penultima parola
che ci fa sentire abbastanza onesti.
La penultima parola che è
la peggiore nemica dell’ultima.

Cercare di dire l’ultima parola di questa situazione equivale a dire che oggi la situazione è rigida.
C
he quanto accade fra i Vietnamiti e le forze degli Stati Uniti non è un episodio di polizia internazionale
non è soltanto un episodio di neocolonialismo né soltanto una guerra d’aggressione.
Non può essere inserito nel monotono turbine di orrori
che hanno trasformato in un film mediocre la nostra unica esistenza.
Ma è qualcosa di nuovo un esempio un modello del conflitto radicale fra due classi di uomini.
Fra due specie fra due ipotesi fra due futuri degli uomini. [..]

Per questo i Vietnamiti sono oggi il popolo più libero della terra. Perché nessuno come essi incarna oggi la coscienza della necessità.
Nessuno si dimostra con tanta costanza degno della elezione storica feroce
che in sé riassume tutti i caratteri dell’oppressione del passato: dove razza, sottosviluppo e persino la stessa consistenza etnica paiono formare la figura dell’uomo ridotto al limite
della propria inesistenza, al margine della realtà.
Mentre chi li squarta e li brucia
è l’erede di tutto quel che gli uomini d’Occidente hanno saputo e pensato, l’erede
del Cristianesimo, del Rinascimento e del Liberalismo:
l’Americano del Nord. [..]

C’è uno slogan che forse dobbiamo ripensare.
È quello che dice Yankees go home, Americani a casa.
E’ giusto dirlo? Era giusto e lo è
dove lotta per la nazione e lotta per il socialismo erano o sono ancora una cosa sola. Ma da noi? Non sono gli Stati Uniti d’America
La casa madre, la patria, la Gerusalemme del nostro capitalismo? I marines possono anche andarsene.
Restano coloro che prendono le decisioni nella grande industria e coloro che per una lunga via gerarchica
puntellano il sistema di potere e profitto,
l’universale buona coscienza di profitto estorto e potere subìto, l’universale coscienza felice di essere dentro un sistema, il sistema. Restano le guardie bianche a Caracas, ad Atene, a Bogotà, fra noi. I marines possono andarsene. In Spagna gli Americani
Non hanno bisogno della NATO.
Senza troppe lacrime lasciano la Francia.
State attenti che, seguendo un collaudato sistema, partiti di governo o d’opposizione
non vi stiano impegnando in combattimenti di retroguardia, non vi invitino a sfondare porte già semiaperte, a chiedere di uscire dalla NATO e dal Patto Atlantico quando NATO e Patto Atlantico contano già così poco
nella strategia complessiva delle due superpotenze.
E noi sappiamo che ci si può anche generosamente battere per nobili cause non essenziali.
I consigli d’amministrazione delle massime industrie italiane ed i sinodi vescovili
certo deplorano il massacro del Vietnam
e – salvo le ripercussioni eventuali sul mercato delle materie prime – e – salvo le ripercussioni eventuali sulla amministrazione elettorale – sarebbero molto lieti della pace.
E chissà che il nostro governo non prenda o non trovi il coraggio di dare qualche autorizzato dolore agli uomini del Pentagono. [..]

Storia ed esperienza mi hanno insegnato
che si deve oggi tendere non ad unire ma a dividere. A dividere sempre più violentemente il mondo,
a promuovere l’approfondita, la sola vera, la sola feconda divisione, divenuta sempre più chiara, dolorosa e necessaria,
per entro l’unità creata dal mercato internazionale,
per entro l’unità determinata dal potere e dall’oppressione. Vuol dire anzitutto distruggere le false divisioni del passato, vuol dire vedere identificare interpretare
l’unità confusa e corrotta che oggi esiste. [..]

A noi la massima potenza industriale del mondo ha passato, come si fa talvolta con i servi,
le vestaglie ideologiche, i drappi etico-religiosi umanitari, gli aromi spirituali invecchiati e le invecchiate tecnologie di cui s’è andata rapidamente sbarazzando negli anni.
Se anzi c’era bisogno d’una conferma
Della raggiunta maturità, quindi della inevitabilità degli Stati Uniti dell’impossibilità di «mandarli a casa», essa è
nel loro odierno franco cinismo, in questa
loro funzione di ilari becchini degli ideali che ne sostennero la storia. [..]

I Vietnamiti combattono un blocco che ha gli Stati Uniti alla testa
ma di cui fa parte a nome del nostro paese la nostra classe dirigente
autorizzata ad emettere di tanto in tanto in italiano
qualche bel gemito.
I Vietnamiti combattono quel che noi da tempo
abbiamo accettato: il potere
politico fondato su quello economico,
lo sfruttamento santificato degli ideali antifascisti,
temperato dal sindacalismo e dalle libertà costituzionali; insomma
il sistema della libertà
come scelta obbligatoria
fra prodotti.

Essi non hanno forse amici oggi nemmeno fra quelle nazioni
che quella amicizia dichiarano o provano. Perché non accettano
di ridursi alla parte che da essi
anche i loro amici vorrebbero. Non accettano
di essere i protagonisti di una situazione arretrata.
E nemmeno un simbolo. Della loro lotta
essi riconoscono amici ed eguali
soltanto chi non appena combatte lo stesso nemico
ma lo combatte nello stesso modo e per lo stesso fine,
al di là dei propri confini e delle proprie bandiere. Questi
non si riconoscono dal grido di Viva il Vietnam
ma dal modo in cui deliberano di vivere e lavorare, di produrre e consumare, un modo  diverso da quello che i loro padroni vorrebbero;
dal modo
che ha trovato la sua formula più provocatoria ma più esatta nel grido: «Guerra no, guerriglia sì».

Guerriglia, sì: per provare in ogni modo a strappare il mondo dalle mani di chi perpetua e rinnova giorno per giorno una rapina secolare e una devastazione permanente. Guardate la foto del board of peace promosso dall’amministrazione Trump: e chiedetevi se ci sia a livello planetario una cosca mafiosa con più omicidi sul groppone. Ai fondatori di Palantir, alla brutalità dell’Ice e dell’esercito israeliano, al modello Guantanamo-Abu Ghraib, a quello Diaz-Bolzaneto-piazza Alimonda, non si può rispondere senza contendere il monopolio del furore e della violenza a chi ne fa l’uso che abbiamo visto e che non possiamo tacere. E invece, dopo gli scontri al corteo in solidarietà ad Askatasuna, nelle dichiarazioni di altri sinistri personaggi come Bonelli e Fratoianni – utili da citare, malgrado lo sforzo di fegato necessario, per un ultimo impietoso ragguaglio dal fronte della società dello spettacolo, essendo evidente quanto le uniche interlocutrici di questi professionisti dell’opportunismo siano le telecamere -, ritornava ossessivo il ritornello: “criminali, teppisti, estranei ai codici della politica” (..e menomale!). Per poi proseguire: “non potete chiedere a noi di isolare i violenti, è il Viminale, che molti li conosce benissimo, a dover loro impedire di raggiungere la manifestazione.” Non che ne sia propriamente stupito: ma vero mi chiedo come non provassero alcun imbarazzo, l’indomani, ad attaccare il governo per la conseguente introduzione del fermo preventivo. E davvero (mi) chiedo: che fiducia si potrebbe mai riporre in persone e partiti del genere?

La nostra vulnerabilità, spesso così visibile a fior di pelle, non va rimossa: a me è successo e succede spesso di contattarla e trovarmi a fare un passo indietro da certi rischi che si corrono lottando (non sono mica Umberto Bossi, il grande statista celebrato in occasione della sua morte recente da tutto l’arco costituzionale – il quale per un periodo nei suoi comizi parlava di migliaia di fucili padani pronti a sparare in nome del federalismo fiscale, ma nessun giudice ha avuto alcunchè da ridire.) Questo però non dovrebbe mai significare revocare la propria solidarietà totale e incondizionata a chi invece fa un passo avanti, e mette in gioco e a repentaglio tutti i minimi o grandi privilegi di cui dispone per configgere gli zoccoli della sua determinazione negli ingranaggi della sottomissione singolare e comune.

Il questore scrive: “ XXX leggeva a tutti i partecipanti una lettera scritta da uno degli indagati, confermandone i propositi, la consapevolezza del loro agire e il permanere dei propositi criminosi”. Ci tengo quindi a riportare integralmente la lettera sotto accusa, con l’augurio che se quelli sono propositi criminosi possano rafforzarsi o sorgere in chi si trovi a leggerle – e ribadendo la più forte stretta di cuore a Bak che l’ha scritta. A quanto pare la consapevolezza è un’aggravante.. per il resto si sa, l’amore per la libertà – sentire che la nostra comincia, non finisce, dove comincia quella altrui: e agire di conseguenza – è il crimine che contiene tutti i crimini.

“Ciao a tuttx compagnx, grazie per l’affetto e il supporto ricevuto. Lo stato italiano ha tolto a me e a altrx due compagnx il privilegio della libertà di movimento. Non voglio e non posso parlare del fatto di cui siamo accusatx ma condividere con voi un pensiero che ho bisogno di scrivere. prendo un paio di righe per dirvi che sto molto bene, i compagni di cella sono fantastici, la solidarietà fra oppressx è qualcosa di stupendo. E’ proprio vero che dove lo stato abbandona e opprime sono i rapporti tra animali umani a rimediare;

Il mio pensiero va a Guido e Andre, spero stiano bene quanto me.
La vita mi ha portato già in passato, da minorenne ad essere privatx della libertà, quell’esperienza rende più sopportabile questa detenzione; so che per tantx compagnx la detenzione è una cosa che sembra lontana e che spaventa, questo è normale, ma con la repressione che aumenta dobbiamo essere pronti a questo.
Il mio pensiero da quando sono qui va a tutti i fratelli e sorelle rinchiusi e torturati nel lager di stato, i cpr non sono prigioni, ma strutture con sbarre create apposta per sottomettere, torturare e annientare gli animali umani che ci vengono rinchiusi.
La detenzione amministrativa nei cpr niente ha a che fare con le prigioni come quella in cui sono rinchiuso io.
Anche ora che ho perso il privilegio che considero più grande, sono più privilgiatx di chi viene perseguitato in strada, nelle stazioni e nelle piazze e poi torturato nei lager solo per la sua provenienza.

Questo pensiero rende ancora più insignificante la sofferenza che si prova a stare qui e più sopportabile il tutto. Chi lotta nei CPR è il più grande rivoluzionario che ci sia, nelle carceri il privilegio di essere bianchx regolarx annichilisce ogni sentimento di rivolta, i diritti che si hanno nei penitenziari normali in confronto ai CPR sono oro.
Il mio pensiero va ad Abel, Moussa e tuttx i morti uccisi dai CPR Il mio pensiero va ad ogni oppressx torturatx nei CPR
Il mio pensiero va anche ad Alfredo rinchiuso e torturato al 41 bis e ad ogni detenutx torturatx da questo regime carcerario torturatore.
Il mio pensiero va a tuttx lx compagnx in alta sicurezza e tuttx lx detenutx da questi regimi carcerari meno privilegiati di quello in cui sono rinchiusx
Il mio pensiero va ad ogni palestinesx e popolo oppresso

Libertà per Andre
Libertà per Guido
Libertà per tuttx

Fuoco ai CPR! Fuoco alle galere!
Fuoco alle questure, caserme e commissariati!
Paura dell’indifferenza e non dell’arresto
Forza e grazie compagnx
Viva l’anarchia!
Viva gli e le harraga, che allah sia con voi!

Un grosso abbraccio
Poggioreale 14/09/2025”

Non so davvero chi leggerà queste parole, chi si sentirà di arrivare fino in fondo. Il mio intento è stato innanzitutto di messa a fuoco personale, poi a muovermi è stato il tentativo di mettere in comune alcune riflessioni e le emozioni che le accompagnano: per non deglutire questa per fortuna piccola dose di cicuta di Stato in sostanziale isolamento. Egoisticamente, non voglio affrontare certi snodi da solo – e mi preme quindi diffondere quanto più possibile i miei spunti di vista. Sono però veramente anche convinto che dentro un episodio specifico e singolare si possano intravedere in filigrana alcune trame più generali, che riguardano la società tutta. E mi piacerebbe dare il mio piccolo contributo affinché possano essere poste -in comune e ognunx per sè- delle domande che mettano in discussione il regno degli eserciti e del denaro, le sue leggi che si arrogano il diritto di pretendersi uguali per tutti nonostante sia sotto gli occhi di tutti che alcuni uomini sono armati e altri no, e lo sono a difesa delle immense proprietà ingiustamente redistribuite. Mi piacerebbe sia dare che ricevere degli stimoli, anche polemici. Chiedere a tutte e tutti se pensino che l’obbedienza sia una virtù oppure no, se abbiamo imparato qualcosa, e se sì cosa, dal fatto che 600.000 persone hanno contribuito alla costruzione della prima bomba atomica senza conoscere le finalità del “segmento di produzione” in cui erano “impiegate”. Se nell’insanabile conflittualità che contraddistingue ogni tragedia stanno con Creonte o dalla parte di Antigone. E infine, per il momento, ribadire che se ogni istanza di trasformazione profonda è o può far presto a diventare “istigazione a delinquere”, non è questione che riguardi poche teste calde, magari come dice la procura di Catania quasi psico-patologicamente inclini alla rivolta, ma nè più nè meno che chiunque non sia disposto a barattare scampoli di “agibilità politica” con la cecità verso ciò che lo circonda. Per quanto mi riguarda, sento l’esigenza di non interiorizzare una specie di autocensura permanente in ordine alla quale calibrare quello che può essere detto e quello che sarebbe più opportuno tacere: la passione è irriducibile al calcolo.

 

LA SAGRA DEL NAZIFASCISMO – ANCORA SUL CONVEGNO DI FORZA NUOVA DEL 25 APRILE A PREDAPPIO

Diffondiamo

Alla fine dobbiamo ammettere che ci siamo un po’ cascatx anche noi, abbagliatx dalla bile e dai crampi allo stomaco che ti vengono ogni volta che si parla di Predappio e delle sempre più inquietanti manifestazioni fasciste che li si tengono puntualmente, non abbiamo carpito fin da subito il carattere essenzialmente propagandistico di tutta la faccenda.
Perché alla luce del fatto che il luogo scelto per la conferenza (l’ex fabbrica Caproni, che è un rudere con tutti gli ingressi murati) era chiaramente fasullo, e che di conseguenza i nazi si sono spostati al circolo ACLI di Rocca delle Caminate * dove sembrano ormai di casa (è un camerata predappiese che fa le prenotazioni) questa della conferenza del 25 aprile ci pare, a tutti gli effetti, una sparata mediatica per attirare attenzione da parte di chi vede la sua base di iscritti in forte decrescita, Forza Nuova appunto (a favore della Rete dei Patrioti, Casa Pound, addirittura Futuro Nazionale o formazioni simili).

Diciamo questo non per sminuire l’accaduto, ma per ridimensionare il carattere emergenziale che tutto il web mondo ha impresso alla cosa, o meglio, per ribadire, lucidamente, che la “questione Predappio” è un’emergenza, ma costante, radicata nel tempo e prolungata, non certo episodica, non certo nuova. Non che non sia grave organizzare un convegno con esponenti neonazi internazionali sulla “fine dell’antifascismo” proprio il 25 aprile: è certo che è stata una provocazione ed è anche certo che è stato un “saggiare il terreno” per vedere quanto in là ci si può spingere, ma è altrettanto certo che l’effetto più ricercato da tutta questa storia, da parte di Fiore, effetto aihnoi riuscito ci pare, sia stata la pubblicità per la sua facciona di merda e il suo partito.
Infatti per chi conosce il terriotorio, lo sa fin troppo bene che da anni il 25 aprile non è la “festa della liberazione” da queste parti, ma uno dei due appuntamenti annuali in cui il paese e la bassa valle del Rabbi si riempiono di merda nazi-fascista che scorrazza nei negozietti di “souvenir” (che faccia tosta chi li ha battezzati tali!). È stato coì l’anno scorso e quello prima ancora e ancora… Se la locale sezione ANPI almeno un tempo organizzava il pranzo del 25 apirle, assediati comunque nella ex casa del popolo (ora sostanzialmente abbandonata, eccezion fatta per una bruschetteria che fa soldoni con…i fascisti! Poveri comunisti che l’hanno costruita con sudore e ideali!) adesso manco quello!

Ogni aprile ed ogni ottobre Predappio si riempie di camerati e camerate e purtroppo la cosa è totalmente normalizzata. E seppure una minoranza antifascista (democratica) esiste, è totalmente silenziata, e una mini-minoranza non democratica pure, ma sbirrescamente guardata a vista.
Alla fine, come epilogo di questa ennesima storia di merda, ci pare che possiamo dire che i vincitori sono, come purtroppo spesso accade, questura e prefettura: hanno fatto la parte degli “equilibrati” vietando per pure ragioni tecniche l’aduanata alla Caproni (di essere democristiani non si smette mai) per poi lavarsene le mani quando la cosa si è spostata al circolo ACLI, hanno fortemente blindato l’intero paese per dare il duplice messaggio, da un lato ai fasci per dir loro, “sì camerati, quando ci servite a picchiare qualche zecca ok, ma del resto comandiamo noi, sia chiaro” e dall’altro a compagnx e antifascistx perché capissero che “nessunx provi a manifestare contro”. Così da ribadire ai primi che il racket dell’ordine (cioè l’esercizio della violenza) è saldamente nelle loro mani e ai secondi che la giustizia (cioè vendetta di stato contro chi lo mette in crisi/discussione) è sempre lì pronta a denunciare, perquisire, arrestare, trattenere, fermare e infine picchiare.

E poi, tuttx a casa contenti, col fez in testa o la divisa, con la tracollina del digossino o la croce uncinata, tutti soddisfatti a pancia piena, dopo dichiarazioni vittimiste ai giornalisti da parte del povero Fiore “boicottato” e foto di marziale ordine pubblico con le lucette blu, mentre la memoria di chi ha dato la vita per spazzare via sia gli uni (fascisti al soldo dei padroni) che gli altri (sbirri al soldo dei padroni) marcisce dimenticata e grida vendetta. Abbiamo scritto l’anno scorso per l’occorrenza del 28 ottobre quando appunto Fiore si riaffacciava sulla scena, abbiamo scritto quat’anno per il 25 aprile, perché almeno qualche parola che non fosse la viscida e traditrice retorica antifascista del PD e della CGIL (che purtroppo nel territorio regna sovrana) ci pareva doveroso, ma non vogliamo proseguire per emergenze, così come questo mondo ci ha ammaestratx a fare: Predappio è a tutti gli effetti, da decenni, la capitale nazionale e in parte internazionale, del nazi-fascismo e ogni anno viene invasa da centianai, migliaia di fascisti (ma anche ogni giorno dell’anno i negozietti attirano fasci da tutta la regione e da tutta Italia, spesso in bande non trascurabili dal punto di vista della pericolosità in strada**) e questa cosa non la cambieranno le parole allarmate ad ogni ricorrenza, che poi finiscono nel dimenticatoio digitale qualche istante dopo, nè tantomeno la cambieranno le sparate di politicanti in cerca di qualche sinistro consenso.

E se pure ad alcunx parrà una sorta di democratica indignazione, non possiamo non dire che, porco dio, ax anarchicx è vietato salutare per l’ultima volta un compagno e una compagna cadutx in azione (Sara e Sandro) e a folle di schifosi fascisti è steso il tappeto rosso a Predappio ogni volta che vogliano commerare un dittatore. Non è indignazione la nostra, ma rabbia, tanta rabbia, e vorremmo convincerci che non siamo lx solx a provarla. Se vogliamo cambiare questa situazione, se vogliamo contrastare il fascismo totalmente sdoganato in questa vallata (che è una specie di visione premonitrice dell’Italia intera, dieci, quindici anni prima?!) dobbiamo tirarci su le maniche, noi che viviamo il/nel territorio, in primis, ma con il supporto di tuttx lx compagnx che vorranno starci, per un lavoro che siamo già parecchio in ritardo col cominciare, benchè non sia mai troppo tardi.

– Antifascistx dalle colline Romagnole –

* (dove lo scorso 28 ottobre, per chi riesuma il ricordo dalle nebbie dei post virtuali, gli stessi camerati avevano organizzato il pranzo della Marcia su Roma e della scarcerazione del capo, Fiore appunto. La sede ACLI in questione è esattamente di fronte alla Rocca delle Caminate che, per dovere di cronaca, non è stata soltanto una delle “residenze estive” dell’infamone di Predappio, ma anche sede delle SS e luogo di tortura, nonché primissimo luogo di incontro tra Mussolini, ufficiali nazisti e gerarchi rimasti fedeli – post 8 settembre – per fondare la Repubblica Sociale Italiana, il capiotolo più violento, infame e servile del ventennio fascista.
Quella Rocca delle Caminate, contesa tra il Comune di Predappio e il Comune di Meldola, dove, tra i numerosi altri, hanno torturato e seviziato per quattro giorni consecutivi il partigiano Antonio Carini, che non tradì mai i compagni, per poi finirlo a pietrate e trascinarlo legato a un’auto fino al fiume Ronco, nei pressi di Meldola, dove oggi, su quel ponte, campeggia il monumento a Carini e ad altrx partigianx che hanno dato la vita contro queste carogne in camicia nera.)

(** se non abbiamo le prove provate, possiamo quantomeno supporre che i militanti di Casa Pound che hanno aggredito due ragazzi in pieno centro a Cesena, dove hanno la loro sede regionale e i trenta-quaranta ragazzi che inneggiavano all’Italia e al Duce che ne hanno pestati tre, sempre in centro Cesena, sempre l’anno scorso, fossero passati, almeno una volta di qua. Hai Dysneyland a due passi, che fai, non ci vai?! Il movente dei pestaggi: forse è superfluo dirlo, i ragazzi oggetto delle aggressioni erano razzializzati)

A’ CHIAZZE UNITE – RACCOLTA DI RIFLESSIONI SU CARCERE, LOTTA E RESISTENZA

Diffondiamo:

A’ chiazze unite
Raccolta di riflessioni su carcere, lotta e resistenza, scritte da detenutx e gruppi di supporto in Italia, Grecia e Germania per il 25 Aprile 2025.

Antudo, Luigi, Claudio, Giulio, Marianna, Gruppo di supporto per Nanuk, Stecco, Tonio, Alessandro e Graziano.

Redatto e stampato da
Valle d’Itria Antifascista
Settembre 2025

itria.antifa@autoproduzioni.net

Scarica qui il PDF


Dalla prefazione:

Siamo Valle d’Itria Antifascista, un gruppo attivo in puglia dal giugno 2024. Crediamo nell’importanza di fare politica fuori dalle grandi città e vogliamo portare, nella provincia, una narrativa diversa, una narrativa conflittuale che si oppone radicalmente alla politica istituzionale. Vogliamo creare uno spazio che dia la possibilità, a chiunque ne abbia voglia, di avvicinarsi all’anarchia, alla militanza, all’antisessimo, all’antifascismo e a tutte quelle lotte chi si oppongono all’oppressione e allo sfruttamento dei più deboli. Vogliamo interagire con la comunità locale attraverso manifestazioni pubbliche e soprattutto nella vita di tutti i giorni attraverso le conoscenze dirette e personali.

Questa fanzine nasce come conseguenza del nostro primo presidio pubblico nella piazza di un paesino, Locorotondo, dove i concetti di militanza, antifascismo e anarchia sono ben lontani dall’essere familiari.

Abbiamo deciso di organizzare il nostro primo presidio per il 25 aprile 2025. Per noi questa data è un’occasione per ribadire le nostre posizioni di resistenza, lotta e distruzione del sistema attuale imperniato su logiche di dominio e sfruttamento.

Abbiamo voluto ricordare che l’antifascismo non è legato solamente al passato e alle dittature del ‘900, esso non ha mai cessato di esistere e non ha mai smesso di opporsi a tutte le nuove forme di fascismo ed oppressione nella società. Con questo presidio abbiamo voluto ribadire, che l’antifascismo reale, non quello legato alle fasulle celebrazioni istituzionali di questa data, è presente e messo in pratica quotidianamente da moltx compagnx. Una militanza che viene duramente repressa e perseguitata. Numerosx compagnx sono infatti dietro le sbarre proprio perché si impegnano nella lotta contro il fascismo e contro ciò che lo perpetua, ovvero, lo stato e il capitale.

Durante questo presidio abbiamo voluto dare spazio allx compagnx in prigione. Abbiamo voluto portare le loro voci e le loro idee nella piazza del nostro paese, Locorotondo, in modo tale che anche in questo luogo, pieno di turisti, imprenditori e fascisti potessero risuonare le parole dellx compagnx che stanno pagando il prezzo più alto della loro militanza.

Abbiamo quindi scritto allx prigionierx, a collettivi e gruppi di supporto allx detenutx, chiedendo loro un contributo da poter leggere in piazza riguardo all’infame repressione che lx ha colpitx, e delle considerazioni su ciò che vogliano dire al giorno d’oggi, i concetti di resistenza, lotta e distruzione del potere e delle logiche di dominio. Questa fanzine raccoglie alcune delle lettere e dei contributi che ci sono stati inviati.

SUL RADUNO NAZIFASCISTA “LA FINE DELL’ANTIFASCISMO” A PREDAPPIO.

Diffondiamo

«Lo siamo tutti, cara Cate […] Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista»
– Cesare Pavese. La Casa in collina –

SUL RADUNO NAZIFASCISTA “LA FINE DELL’ANTIFASCISMO” A PREDAPPIO.
E se queste merde avessero ragione?

E’ di oggi (21/04) la notizia che i fascio-nazisti di Forza Nuova, capeggiati dal loro milionario capo-padrone, Roberto Fiore, insieme ad altri due partiti neo-nazisti, il greco Alba Dorata e l’inglese British National Party, organizzeranno in uno stabile di proprietà di Domenico Morosini (commerciante fascista di paccottiglia mussoliniana e proprietario di Villa Carpena, ex residenza forlivese del dittatore, oggi museo privato) nel giorno della “liberazione”, il 25 aprile, un convegno dall’eloquente titolo “la fine dell’antifascismo”.

La scelta è ricaduta sul “paese natale di Mussolini”, secondo noi, sì per ovvi fini propagandistici (nonchè la scelta provocatoria della data, così come di renderla pubblica quattro giorni prima: abbastanza per far loro pubblicità, non abbastanza per organizzare una risposta antifascista reale) ma anche perchè, e ci piange il cuore dirlo, tra le colline romagnole questi mercenari del capitale si sentono tranquilli.
La tragedia, infatti, è che queste merde (in doppioppetto, ma con al seguito sicari e picchiatori da strada) non hanno tutti i torti a parlare di “fine dell’antifascismo”, se in una terra come la Romagna, che ha avuto una storica mobilitazione popolare partigiana durante il perido della guerra civile antifascista, oggi non si muove una foglia di fronte a una provocazione simile.

Lungi da noi osannare il 25 aprile come data simbolo di una liberazione che non c’è mai davvero stata (basti citare la quasi totalità di prefetti, giudici, poliziotti e questori fascisti reintegrati nel neonato regime democratico e invece le centinaia di partigianx incarceratx o perseguitatx per le loro azioni) anche perchè si è passatx dal fascismo mussoliniano al capitalismo made in USA con tutto quello che ne è conseguito e le cui conseguenze vediamo ancora oggi più che mai (sudditanza neo-coloniale agli yankee, liberalismo sfrenato, strategia della tensione, tentati golpe orditi/patrocinati dalla CIA), ma ogni simbolo può essere svuotato o completato di significato, da chi lo fa proprio.

E’ pur vero che i fascisti sono al governo in Italia, e che da decenni ormai si sta erodendo ogni qualsivoglia senso di fratellanza/sorellanza e di solidarietà tra lx oppressx, ma una sberla così in pieno volto senza nemmeno un grido, o meglio, un gesto, di dissenso, senza un minimo di opposizione, senza una sana dose di giusta rabbia, fa davvero paura.
Perchè se passa questo, oggi, domani cos’altro passerà, in sordina, come se nulla fosse?!

Perchè se già abbiamo normalizzato le morti in mare e alle frontiere di chi scappa dalle tragedia che il nostro colonialismo impianta nel loro paese; se abbiamo normalizzato che politicx e padroni fanno quello che vogliono e “tanto non possiamo farci nulla”; se abbiamo normalizzato che le carceri sono sempre più luoghi di tortura dove seppellire le eccedeza marginali di questa società da incubo; se abbiamo normalizato un genocidio altamente tecnologico in diretta social; se abbiamo normalizzato l’esistenza del 41bis, un regime di tumulazione in vita per prigionierx (tra cui comunistx e un anarchico, Alfredo Cospito); se abbiamo normalizzato che le nostre città siano doventate dei deserti di asfalto e vetrine, dove se ti bevi una birra su un marciapiede ti becchi un DASPO; se abbiamo normalizzato, e lo abbiamo fatto, già tutto questo e molto altro e se normalizziamo che dei nazisti, che hanno sulle spalle morti ammazzati, pestaggi, stragi (Fiore è stato indagato e se ne andò in latitanza in Inghilterra dove fondò il suo impero, Easy London, per la strage di Bologna del 2 agosto) possano venire tra le “nostre” colline, in aperta provocazione, allora siamo già cadutx anche noi nel fascismo, siamo già un pò fascistx, e hanno vinto loro.

Se invece non siamo dispostx ad accettarlo, perchè la vita che abbiamo nei nostri sogni e nel cuore è una vita che non è disposta a scendere a patti con questi assassini e sicari al servizio degli oppressori, allora DOBBIAMO FARE QUALCOSA!

Per non lasciarci con solo alcuni slogan, impegniamoci a costruire, nel tempo, anzi, ricostruire, un antifascismo che sappia dare risposte concrete a situazioni come questa, che ci è capitata tra capo e collo come l’ennesima piccola-grande emergenza, che poi, il minuto dopo averla scrollata dallo schermo, già non esiste più.
Seminiamo, nuovamente, faticosamente, nel nostro territorio (dalla bassa fino agli appennini) un antifascismo che non sia solo un fregio – seppur sentito – da sfoggiare nelle ricorrenze, ma una pratica di conflitto e di solidarietà.

Contro il fascismo in ogni sua forma, anche quello che abbiamo introiettato, sotto le spoglie dell’abitudine alla banalità del male.

Qui l’articolo (preso da quel giornalaccio del Resto del Carlino, che per la cronaca è storicamente filo fascista) che racconta per sommi capi questa brutta e gravissima faccenda:

https://www.ilrestodelcarlino.it/forli/cronaca/sfregio-25-aprile-predappio-finito-antifascismo-vkbxyrpi

Antifascistx dalle colline romagnole.

DUE RIGHE CON GLI OCCHI RIVOLTI ALLE STELLE

Diffondiamo:

viscida e vorace
è la mano dello stato
con un morso
violenta e veloce
vorrei ucciderla

Dopo un mese Sara e Sandro sono ancora nei nostri pensieri. Giorno dopo giorno brucia sempre più!
Alimenta un fuoco che ci porterà sempre più, dalla parte di chi mette in gioco il proprio corpo nella lotta alla libertà.
Al fianco di Alfredo, Anna e tutte le persone colpite dalla repressione per le mobilitazioni contro il 41bis e questa società infame.
Con Kyriakos, Sara e Sandro nel cuore, con amore e rabbia, sino a distruggere l’ultima gabbia

Anarchicx pugliesx

ASTRAZIONE E PERDITA DI SIGNIFICATO

Diffondiamo questo scritto, come un dono sempre attuale.

Pensiero e dinamite, il pensiero per sollevare i deboli,
la dinamite per abbattere i potenti
Paolo Schicchi

La pochezza dei tempi non avviene per caso. Per chi ha un mondo da demolire, astrazione e insignificanza stanno sempre più divenendo spettri. Da una parte è chiaro come un sistema estremamente tecnologico renda l’alienazione astratta: reale e virtuale tendono a mischiarsi e il sentire ne viene divorato. Che fare quando l’avvilimento emerge in tutta la sua inconsistenza nel vissuto? Quando si percepisce la stasi ma non se ne vuole vedere la sostanza? Questa greve alienazione senza peso è legata fortemente alla perdita del significato di ogni parola. Con chi discutere se tutto è diventato incomprensibile? Se la giustapposizione ha offuscato la contrapposizione? Se si può dire questo e fare il suo perfetto contrario? Se si considera la vita separata dalla sopravvivenza perché tanto questa separazione rende comodo il fatto di sommergere nella sicurezza del bisogno, piuttosto che inoltrarsi nella selva oscura della libertà desiderata e

inafferrabile?

Allora reinventarsi potrebbe divenire un tentativo tutto da esplorare. La lotta contro l’oppressione non è che una minima parte dell’incombenza insurrezionale che vuole prendersi ciò che è inaudito: la vita. Siamo sempre troppo giovani per aspettare, le nostre esistenze sono troppo brevi e non sono mai state così tante le teste dei tiranni da oltraggiare e i loro regni da distruggere. A divenire merce spendibile nelle false coscienze è l’opinione buona per tutte le stagione e per calmare gli animi: il realismo. Ma le mie idee, il mio corpo, le mie azioni non sono quelle di ieri, non saranno uguali nel domani e non appartengono a nessuno se non a me stessa, perché penso e sento. Di già coniato sulla moneta, di già identificato sulla merce, di già programmato nelle infrastrutture, di già urlato dalla cattività, di già disegnato nell’arte e di già scritto su tantissimi fogli imbrattati, nascosta dietro gli imperativi del vivere quotidiano, c’è solo la schiavitù che ci pone in un vincolo del tutto totalitario: indugiare nel futuro.

I dominatori del tempo e i censori dello spazio vogliono imporre a tutte e a tutti la propria misura. Solo le nostre pretese smisurate possono divenire l’ordigno indispensabile per stravolgere tutto l’abbrutimento di questo mondo. Può sempre accadere qualcosa, al di là dell’insignificanza generalizzata e dell’astrazione alienante.

Senza prendere appuntamento con nessuno, stringendo per mano l’imprevedibile, godendo all’infinito per incarnare ciò che più di lontano esiste dalla tecnologia: l’appassionante bellezza della vendetta.

(Dardi, n. 8)

UNA SPINA NEL FIANCO

Diffondiamo un volantino comparso nella notte a Cremona: 

Una spina nel fianco.

Il silenzio è pericolo, il buio inebria il rischio. È l’angoscia a generare il vuoto, la sensazione di trovarsi sul ponte dove si guarda giù e si nota l’abisso, dove non si distoglie lo sguardo dal baratro che si apre davanti al mondo: ma è proprio in momenti come questi che si tende a sentirsi vivi, senza mediatori di ogni risma.
Strepiti di industrie o stillicidio di dispositivi, come il chiacchiericcio democratico, sono insopportabili perché l’immaginazione, la sedizione, la sensibilità, la riflessione e il sogno ad occhi aperti vengono appiattiti e sostituiti dal continuo bombardamento di informazioni, messaggi, suoni da notifica, imposizioni a consumare e richiami all’ordine della guerra. La megamacchina fagocita, la schiavitù dormiente indossa invisibili catene e la sentita impotenza asseconda continui massacri e genocidi.

La catena di comando può esistere solo grazie alla gerarchia. La gerarchia si basa sulla netta distinzione e separazione tra chi esegue e chi ordina. L’anello debole di questa catena è la comunicazione fra di essi, materializzata da sinistri strateghi e armatissimi soldati. Interrompendo questa, nulla più potrebbe continuare.
Disertare lo scontro frontale e colpire ai fianchi permette di sottrarsi alle logiche simmetriche della guerra, sempre svantaggiose per chi insorge. Quando si batte il passo con gli ordini è sempre un corpo sociale o una massa di persone che obbedisce, quando invece subentra il desiderio di rottura con il potere, i piccoli gruppi e gli individui possono agire in maniera libera, colpendo dove più li aggrada, rispondendo soltanto alla loro coscienza e alle loro idee.
Pensare al potere e alla sua tracotanza come qualcosa di monolitico e inesorabile non permette agli individui di concepire degli attacchi che possono aprire brecce e crepe nel tempo dell’oppressione, ma esse potrebbero fare immaginare ciò che pare impossibile ora. E se un blackout ponesse le basi per esprimere le proprie tensioni ribelli? E se il silenzio del potere facesse sentire solo il rumore del caos?
E se una vetrina sfondata generasse l’idea di bruciare tutti i soldi di questo mondo? E se un traliccio di alta tensione cadesse e il buio delle necropoli rendesse possibile l’aura dei sogni reconditi mai espressi?

Il decadimento e la morte di questa società possono far nascere qualcosa di tutt’altro. Pensiamo ad un cancro, un insieme di cellule informi e non codificabili dal sistema stesso, le quali non collaborano e si oppongono al suo regolare funzionamento. Il carcinoma trova sulla sua strada i linfonodi, i quali lo bloccano e come servi, uniti nell’organicità e comunicanti fra loro proteggono il sistema.
Talvolta, per via di un malfunzionamento, il cancro si diffonde come disordine e non permette più al Leviatano di mantenersi. E se si immaginasse il linfonodo come un’antenna, una telecamera, uno smartphone, un registratore, un datacenter o un traliccio che raccoglie, controlla e scambia una quantità enorme di dati e informazioni, le cellule cancerose, anonime e anomale, incarnerebbero ciò che porta morte al sistema.

Se la notte prendesse le sembianze dello stupore e la solitudine della luna incendiasse le idee chiare, per infliggere il silenzio a questa società dell’orrore basterebbero solo qualche conoscenza, strumenti alla portata di chiunque e tante meravigliose collere senza capi né servi.

anonime e anomale.

PER LX NOSTRX COMPAGNX CHE SONO MORTX IN DIFESA DELLA VITA

Diffondiamo

Per lx nostrx compagnx che sono mortx in difesa della vita

Per lx compagnx che hanno deciso di prendere in mano il proprio destino

Per lx combattenti che erano dispostx a fare tutto il necessario

Per lx rivoluzionarix che non si accontentavano di nulla di meno che tutto

E per le persone che erano ragazzx come te e me

Per te, Kyriakos

Per te, Sara e Sandro

Per tuttx coloro che hanno dato la vita per difendere la vita

Il 19 marzo 2026, lx compagnx anarchicx Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano sono statx trovatx mortx in seguito al crollo di una casolare a Roma. I media parlano della presunta detonazione di un ordigno esplosivo. Mentre le circostanze esatte rimangono poco chiare, una cosa per noi è certa: Sara e Sandro sono mortx in azione, sono mortx combattendo.

Riceviamo queste notizie poco prima dell’inizio del processo di Ampelokipi contro le nostre compagne anarchiche Marianna Manoura e Dimitra Zarafeta, nonché contro lx altrx tre imputatx. Marianna è rimasta gravemente ferita nell’esplosione di un ordigno il 31 ottobre 2024 ad Atene e da allora è detenuta insieme a Dimitra nel carcere femminile di Korydallos.

Quella stessa esplosione ha ucciso il nostro compagno Kyriakos Xymitiris.

Ricordiamo con dolore quei primi giorni dopo la sua morte: il vuoto, il dolore, la rabbia. Il tentativo di afferrare l’incomprensibile, di comprendere la definitività di un singolo atto. Solo insieme potevamo affrontare la realtà in cui viviamo.

Abbiamo pianto insieme e urlato insieme. Ci siamo seduti insieme in silenzio. Abbiamo discusso, fatto progetti e agito insieme. Abbiamo deciso di considerare la difesa della memoria rivoluzionaria come nostra responsabilità e come la logica conseguenza della nostra lotta comune.

Allx amicx, allx acompagni e alle famiglie di Sara e Sandro: sentiamo il vostro dolore, condividiamo la vostra rabbia e siamo al vostro fianco nella difesa della memoria dellx nostrx compagnx cadutx. Vi auguriamo tutta la forza, l’amore e la tenerezza di cui abbiamo bisogno per mantenere viva la fiamma della nostra lotta comune. Vi auguriamo momenti di riposo, per piangere e soffrire insieme. Combattiamo al vostro fianco per momenti di insurrezione, in cui lasciamo che la nostra rabbia diventi il fuoco che mantiene viva la memoria dellx nostrx compagnx.

I cuori rivoluzionari ardono per sempre!
Da Roma ad Atene a Berlino: abbiamo ragione, vinceremo!

Sara Ardizzone – Sempre al nostro finaco!
Alessandro Mercogliano – Sempre al nostro finaco!
Kyriakos Xymitiris – Sempre al nostro finaco!

-R94