RIFLESSIONI A PARTIRE DA LATEBRE – OLTRE LE TENEBRE, NEL FURORE DELLA SEDIZIONE

Diffondiamo queste riflessioni di Luigi, anarchico prigioniero, a partire da Latebre – Oltre le tenebre, nel furore della sedizione:

Leggo con piacere Latebre, mi colpiscono molto due capitoli contenuti nella rivista, su quelli provo a riflettere. Sedazione, seduzione, sedizione perché parla di me, parla di noi. Delicatessen perché parla di orizzonti in lotta, di me, di noi ancora.

La galera è un posto buio, non sbaglia chi la definisce un “non luogo”. Ha l’intento di annichilire, tumulare, sedare e perché no? Anche uccidere lx nemichx dello stato, il terrore dei padroni?

Ma oggi i padroni hanno paura?

Sembrerebbe di no, in quanto è feroce l’avanzata della forza del capitale. Mezzo è la città che tutto ingloba, non ne è esente la campagna, la montagna, il vulcano, il mare, il verde ed il cemento hanno ormai lo stesso padrone.

La città a misura di uomo tecnologico, un automa 4.0 che vive nel comfort della sicurezza, agognata ricerca della stessa riempie le galere ed i lager dello stato, i CPR.

La campagna, ormai immense distese di serre al servizio della GDO, non esiste, intorno a me, terra libera da coltivare, dove auto-produrre lontani da logiche del capitale. Ma voglio essere chiaro, io mai comprerei la terra. E non perché ci sono nato, quindi è mia. Credo al contrario che io appartengo a la terra tutta e, se correttezza fosse un termine con un minimo di senso, dovrebbe essere la terra a comprare gli umani, non il contrario. Io occupo il suolo è un termine che mi e ci dovrebbe, rispecchiare. Tuttx siamo abitantx abusivx, o no?

Fa lo stesso la montagna, il vulcano, io c’ho vissuto per anni sotto, è stato emozionante vederlo sbuffare fuoco, sentire l’impotenza che ti pervade quando erutta, poi si scopre che una fetta di vulcano è di un privato. Ancora oggi se ci penso mi sento scemo, è surreale, come è possibile che si possa comprare un vulcano? Ma la domanda fatta al contrario è ancora più surreale: chi te l’ha venduto il vulcano? E no, non è stato Totò come con la fontana di Trevi.

È stato il comune, con il suo Totò, magari appoggiato dal “compratore di vulcani”, provvisto di spalle grosse e mazzetta facile. Mostruosità del caso. E il mare? “Il mare nostro ha continuato a riempirsi di affogati, sputati in acqua da legni fradici, senza in tasca neanche la ricevuta di un biglietto pagato a prezzo di usura. In una deportazione da dannati.”.

Le parole di cui ricopio anche le virgole per imprimerle nella testa sono quelle di Barbara Balzerani. Anche lei dannata della terra, una “terrorista” e perciò meritata la galera, che ha scontato. In mezzo a troppi non detti la rivoluzione di cui è stata parte attiva s’è infranta contro qualcosa di più grande della vita, ammesso che a qualcunx interessa la vita del prossimo, dellx altrx. A Barbara interessava, a me pure, forse per questo meritiamo la galera. Ed il secondino è convinto, anche a ragion veduta, che la nostra vita gli appartiene. Che è lui a decidere le sorti della intera esistenza del tumultuoso mare che è la popolazione detenuta. Sciocco! Siamo vivx, anche da mortx.

Penso ad Alfredo, al rumore che fa l’isolamento, a Nadia che dal 41bis batteva ogni dì per le compagne in AS2 a L’Aquila, penso a Carlo Cipriani che rifiuta di andare al mare con gli operatori, a tantx lottarmatistx, che non chiedono benefici dopo 30 anni di prigionia. È vero quanto si dice in Sedazione, seduzione, sedizione, “Il carceriere, il quale vuole che non si scordi nemmeno un momento l’insuperabile confine tra onirico e reale”.

Vero, come è vero che, se moltx sono confinati in una cella, è grazie al processo tecnologico che non ha creato solo nuove gabbie, ha fatto sì che si riempissero anche le vecchie. E tutto si interseca come se il Fato è stato così beffardo da farmi vedere tutto ed insieme.

Dice l’avv. che mi difende che ad incastrarmi sono state delle telecamere posizionate fuori dal carcere per bloccare eventuali evasioni. Sono quelle del carcere in cui sono ristretto, singolare, no? Come sono le telecamere ad incastrare 40 persone razzializzate, arrestate in un ghetto, ch’è comodo chiamare “piazza di spaccio”. Potrei andare avanti all’infinito ma mi frena il capitolo dopo, Delicatessen.

Perché è bello quando qualcosa colpisce così nel centro nevralgico, tanto che lo stato, anzi gli stati tentano di occultarlo.

Un sabotaggio a Carnia, non rivendicato (!?), eseguito da mani ignote ha rallentato il traffico del petrolio. Non solo in Italia, ma in buona parte dell’Europa. L’ingenuità d’animo mi fa viaggiare con la mente, vorrei conoscere le intenzioni politiche, vorrei saperne di più. Perché non ne hanno parlato? Poi ci penso meglio, è bene così. Non m’interessa chi è stato, mi interessa che è stato. Ed è andata, ha funzionato, ha lasciato il segno perché ne stiamo parlando, perché ha smosso, c’ha fatto felici, ci da la forza di continuare a sognare che l’impossibile non è solo un’utopia, ma è qualcosa alla portata di tuttx, anche di un’individualità, anche e solo animata da un’unicità, quella che sa che la vendetta dei padroni arriva, e magari ne ha – dico giustamente – paura, ma che comunque infrange e si schianta senza freni sulle barricate interne e viscerali del nostro io.

Se penso ad un sogno “possibile possibile possibile” credo sia questo. Ed è fondamentale perseguirlo perché così esiste.

A volte i discorsi con compagnx mi s’imprimono così tanto addosso che mi vien da dire che di questo sono fatto.

Un giorno unx mi disse “L’azione e la pratica vanno allenate”, ed un altrx di recente m’ha scritto che “La tensione costante logora”.

Come dare torto ad entrambx, lo scrivo da una galera, in tensione costante forzata, ma ho imparato a giocare con gli elastici ed a tenderli a mio modo, e questo perché ho allenato l’azione e la pratica.

Che non sono strumenti razionali, lo ben so, ma a vivere con i mostri da mostro ti ricorda ogni giorno che per vivere devi sopravvivere, a te, allx altrx, al nemico, ecco il nemico.

Quello è importante individuarlo, sapere dove si annida, cercarne i nervi scoperti, sapere cosa fare, perché allenando l’azione e la pratica, unita al pensiero, quello a Carnia non è un sogno, per lo più possibile possibile possibile.

Con il cuore stretto al fianco di chi lotta
Con Sara e Sandro più forti della fame
Con Anna, Alfredo, Nadia, Stecco, Ghespe, Bak e Paolo!

TUTTX LIBERX

Luigi Bertolani
C.C. Piazza Lanza
P.zza Lanza, n°11
95123 – Catania (CT)

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SPAGNA 1936. Il monito dei Quijotes del Ideal ancora valido a 90 anni di distanza.

Diffondiamo da Piccoli Fuochi Vagabondi:

Quest’anno corrono i 90 anni dalla rivoluzione spagnola del 1936, nata in seguito al tentativo di golpe — il cosiddetto alzamiento — dei militari guidati dal generale Francisco Franco avvenuto il 17 luglio, che diede avvio ad una guerra civile che si concluderà nel marzo 1939 con la vittoria dei golpisti, appoggiati dagli aiuti militari dell’Italia fascista e della Germania nazista in una sorta di prova generale della seconda guerra mondiale.

Traduciamo questo articolo pubblicato nell’estate 1989 dalla rivista di Detroit (Michigan, Stati Uniti) Fifth Estate (numero 332) che riprende un appello del febbraio 1937, quando la situazione cominciava ad essere compromessa e le conquiste della rivoluzione libertaria sacrificate sull’altare della burocrazia, delle alleanze internazionali e delle necessità della guerra, scritto dal gruppo anarchico «Quijotes del Ideal» attivo nel quartiere Barrio de Gracia della Barcellona rivoluzionaria. Il gruppo era stato fondato da Federico Arcos Martinez (che in seguito sarà collaboratore proprio di Fifth Estate, una volta emigrato in Canada nella regione di Detroit-Windsor, a cavallo tra Canada e Stati Uniti), Liberto Sarrau, Diego Camacho (alias Abel Paz), José Baje e Germinal Gracia Ibars (Víctor García).

Il gruppo redigeva in Spagna anche il proprio organo di stampa, El Quijote, che pubblicò solo tre numeri poiché fu censurato per le sue critiche alla partecipazione al governo dei dirigenti del sindacato anarcosindacalista CNT.

Durante la rivoluzione spagnola, nei territori autogestiti dai comitati rivoluzionari e soprattutto a Barcellona e nella regione della Catalogna, dove il movimento anarchico era molto forte, la proprietà privata fu abolita di fatto: le fabbriche vennero occupate e gestite direttamente dagli operai, i latifondi aboliti e gestiti per la metà direttamente dai contadini e per l’altra metà dal Comitato delle Milizie antifasciste, i servizi caddero in mano ai sindacati proletari (CNT e UGT), le chiese vennero date alle fiamme od occupate ed adibite ad altri scopi. Ma come effetto della sconfitta della rivoluzione, che ebbe anche cause interne, non ultima la collaborazione della dirigenza della CNT al governo repubblicano, tutte queste conquiste vennero scalzate e Franco, una volta vinta la guerra civile, avrebbe governato la Spagna con la sua dittatura fino alla sua morte avvenuta nel 1975.

Quello che segue é uno scritto breve, nello stile del manifesto di propaganda del tempo, in presa diretta mentre gli eventi si stavano svolgendo, che è però anche un monito per l’oggi, e che con lucidità ci fornisce l’indicazione – anzi di più, la prova! – che non sono mai esistiti, né potranno mai esistere, governi amici.

Un monito che ieri si riferiva al governo spagnolo del Fronte Popolare (composto da forze borghesi come i repubblicani catalani, dai socialisti del PSOE, dal Partito Operaio di Unificazione Marxista-POUM, dall’UGT sindacato socialista vicino al PSOE, dagli stalinisti del Partito Comunista, e successivamente da quegli ossimori viventi che furono i “ministri anarchici” della CNT) ma che certamente faceva riferimento anche al governo considerato ingenuamente alleato della rivoluzione, quello sovietico di Stalin, che inviava armi al governo repubblicano non per spirito solidaristico ma per mero calcolo, alla ricerca di influenza politica e profitto (e il trasferimento nei forzieri russi dell’oro del Banco di Spagna, con la scusa di “metterlo al sicuro” — 510 tonnellate, corrispondenti ai tre terzi delle intere riserve spagnole, oro che non fu mai riconsegnato —servì solo a renderlo esplicito!).

Un governo, quello dell’Unione Sovietica, che si presentava al mondo intero come rappresentante internazionale del proletariato mentre i suoi agenti in Spagna assassinavano i rivoluzionari anarchici e i militanti del POUM (partito della sinistra comunista che pur faceva parte del Fronte Popolare) e disarticolavano le conquiste della rivoluzione libertaria facendo approvare dal governo spagnolo una serie di misure — dalla militarizzazione delle milizie autonome con la creazione di un “esercito popolare” direttamente controllato dal governo, alla riconsegna delle imprese collettivizzate ai precedenti proprietari — come biglietto da visita da usare per stringere accordi con le potenze democratiche Francia e Inghilterra (il che non impedì a Stalin di accordarsi con Hitler nel 1939 per spartirsi la Polonia con il patto Molotov-Ribbentrop e di siglare accordi commerciali con la Germania nazista ancora nel 1940 e 1941).

Un monito, quello dei «Quijotes del Ideal», ancor oggi di stretta rilevanza; l’affermazione schietta, puntuale, ineccepibile e storicamente comprovata, che non esistono governi amici non ha perso niente della sua attualità purtroppo, vista la partecipazione da una parte di cosiddetti “anarchici” nelle truppe regolari dell’esercito ucraino in quella guerra che oppone Federazione Russa e Paesi NATO alle porte dell’UE. E, dall’altra parte della medaglia, di un numero impressionante di sinistri ammiratori di regimi autocratici quali Russia, Iran e Cina.

Piccoli Fuochi Vagabondi, luglio 2026


Introduzione di Fifth Estate

Il 17 luglio 1936, le forze nazionaliste spagnole, guidate dal generale di estrema destra Francisco Franco, tentarono un colpo di Stato contro la Repubblica del Fronte Popolare da poco eletta. Nel contesto dello sconvolgimento sociale e politico seguito alla resistenza di massa contro la rivolta fascista, il movimento anarchico in Spagna organizzò l’opposizione più forte e radicale al fascismo, nonché una rivoluzione sociale di vasta portata.

Nel corso dei tre anni successivi, gli ideali libertari e antiautoritari dell’anarchia divennero la realtà quotidiana di milioni di spagnoli che presero il controllo dei propri luoghi di lavoro e delle proprie comunità, liberandosi dal dominio burocratico e repressivo del governo.

Sebbene questo esperimento rivoluzionario sia stato alla fine distrutto da una perfida combinazione di fascismo, stalinismo, “democrazie” occidentali e tradimento da parte del governo liberale spagnolo, è stato, secondo David Porter (vedi Fifth Estate, estate 1986), il “luogo di prova più intenso e su più vasta scala della rilevanza e della forza delle idee anarchiche nel mondo moderno”. E hanno funzionato.

Il seguente opuscoletto fu scritto e diffuso in Spagna nel 1937 da un gruppo di giovani anarchici di età compresa tra i 15 e i 17 anni chiamato «Quijotes del Ideal». Il testo ci è stato fornito da un nostro amico e compagno che fece parte dei Quijotes e che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva ancora vivo il suo ardore per gli ideali anarchici espressi in questo documento. È scritto nello spirito rivoluzionario dell’epoca, rivolgendo la propria voce al popolo, negando la legittimità di tutti i governi e di tutte le leggi, e indicando il tradimento della rivoluzione da parte della Repubblica spagnola come prova lampante dell’ostilità di quel governo verso il popolo.

The Fifth Estate Staff


Febbraio 1937, Al popolo:

Ci rivolgiamo a voi, popolo. A voi, perché siamo i vostri figli e perché siete voi che, come sempre, loro [le autorità governative] cercano di ingannare.

E non vi parleremo a nome della C.N.T. (Confederación Nacional del Trabajo) né a nome della F.A.I. (Federación Anarquista Ibérica). Vi parliamo piuttosto a nome del nostro ideale, l’Anarchia.

Siamo giovani libertari che, in onore del nostro nome, “I Quijotes”, incroceremo le spade con coloro che cercano di rafforzare i nostri tiranni prima attraverso discorsi ingannevoli e poi con la forza delle armi, grazie al potere delle forze militari e di polizia al loro comando; e incroceremo le spade con coloro che, collaborando con lo Stato, si definiscono anarchici pur sapendo che Anarchia significa negazione del governo e delle leggi. [1]

Ingenuamente abbiamo aspettato di vedere se, per la prima volta nella storia, un governo avrebbe smesso di essere tirannico e avrebbe esercitato la sua politica per il bene del popolo. Ma, vedendo l’avanzata del riformismo e il tradimento della rivoluzione, diciamo: basta; e resisteremo a questo con tutte le nostre forze.

E non liquidateci definendoci degli indisciplinati [incontrolados] o dei fascisti. Ciò che ci guida più di ogni altra cosa è l’immenso amore che proviamo per il popolo, ben più di quel governo che non è controllato da nessuno. Quanto ad essere fascisti, lo sono i funzionari governativi, non noi.

Il fascismo è imposizione, oppressione, schiavitù. Tutti gli Stati, senza eccezioni, si impongono, opprimono e schiavizzano il popolo; sebbene essi [i burocrati statali qui in Spagna] a loro volta siano tutti schiavi, consciamente o inconsciamente, di un’organizzazione di vagabondi e teppisti chiamata: L’Ordine dei Gesuiti. [2]

Alcuni dei ministri del governo della Repubblica sono milionari: Loro, insieme ai milionari fascisti, detengono milioni nella stessa banca londinese; pertanto, gli interessi degli uni e degli altri sono gli stessi. La rivoluzione mondiale proletaria dissolverebbe quella banca e quegli interessi.

È quindi evidente che ciò che è importante per tutti loro è frantumare la Rivoluzione che li minaccia e distruggere i lavoratori rivoluzionari in una guerra violenta.

Popolo: cercate di ragionare senza alcuna delle trappole del fanatismo che vi accecano gli occhi!

Un certo ministro del «popolo» ha già dimostrato, qualche giorno fa, che una volta che «questo» sarà finito, la Repubblica spagnola manterrà sicuramente le forme politiche che aveva prima della Rivoluzione.

Un ministro “operaio” permette che le prigioni e i penitenziari rimangano in piedi e, per di più, crea campi di concentramento mentre grida: “Abbasso il fascismo!”

E un altro va in giro a parlare nelle arene di anarchismo nazionalista e patriottico, mentre allo stesso tempo un vecchio politico catalano ordina al popolo di stare zitto e di obbedire ciecamente al governo.

Perché aggiungere altro? Gli anarchici non collaborano, non hanno mai collaborato e non collaboreranno mai con nessun governo. Diffondete avvertimenti al popolo ovunque affinché non si lasci ingannare come un eterno bambino, affinché rompa con quella vecchia e putrida farsa per far posto alla piena e bellissima luce del Sole dell’Anarchia.

Da parte nostra, siamo pronti a sacrificare le nostre stesse vite. Ma moriremo con dignità, compagni, gridando con forza «Abbasso il Governo! Viva l’Anarchia!».

Il gruppo anarchico Quijotes dell’Ideal

Note:

[1] Diversi «compagni di spicco» del sindacato anarchico-sindacalista, la CNT, assunsero incarichi nel governo repubblicano liberale nel vano tentativo di porre fine alla discriminazione nei confronti delle conquiste della Rivoluzione. Il loro «esperimento» si rivelò un fallimento e questa violazione dei principi anarchici provocò sgomento e ulteriore scoraggiamento in una situazione già in fase di disgregazione.

[2] Questo paragrafo illustra il ruolo prevalentemente reazionario che la Chiesa cattolica ha svolto nella società spagnola e l’odio che la gente comune nutriva nei confronti delle sue organizzazioni.

Membri del gruppo anarchico Quijotes del Ideal

LA PALLA AL BALZO

Diffondiamo:

Note sul testo e chiamata alla mobilitazione di solidarietà per lx arrestatx del 16 giugno.

PREMESSA: nel mentre scrivevamo queste righe lx compagnx sono statx quasi tuttx liberatx (manca, ora che inviamo le mail, “solo” Pietro all’appello e ci augriamo di averlo presto tra noi!) ma ci parevano considerzioni estemporanee, non necessariamente contingentate alla situazione repressiva che le ha scaturite, perciò, le inviamo comunque!:)

Leggiamo gli spunti che emergono dal testo di solidarietà e che invita alla mobilitazione per le giornate del 10-11-12 luglio, e ci dà l’appiglio per approfondire due tematiche che lì, viene detto, sono considerate punti cardine dell’inchiesta.
Perciò, benchè non sia poeticamente brillante, prendiamo come si suol dire “la palla al balzo” e bruttiamo giù due righe che ci sembra vadano nella direzione di approfondire l’analisi su alcuni temi che vengono, a nostro avviso molto puntualmente, toccati dal comunicato.

Procediamo senza ulteriore preamboli, drittx ai punti che vogliamo toccare.
Nel testo, tra le varie cose, si fa riferimento alle lotte per la liberazione di Alfredo Cospito e in difesa della popolazione palestinese: lotte che non abbiamo vinto (se no forse non saremmo qui con 8 nuovx compagnx dentro!) ma che hanno avuto, secondo noi, oltre a tanti altri, il merito di “ripoliticizzare la sfera pubblica” in Italia.
Qui per politica non intendiamo il teatro della democrazia, ma la presa di coscienza che siamo immersx in un contesto sociale nel/sul quale possiamo incidere con la nostra azione o inazione (diserzione e boicottaggio, strumenti comunque importanti benchè meno appariscenti/eclatanti di altri).
Secondo noi questo è stato, delle suddette mobilitazioni, il merito più inaspettato e più temuto dalla controparte: in un contesto sociale come quello italiano dove lo stigma della “politica” è totale, trasversale, multidirezionale (“a scuola non si fa politica!” “lo sport non è politico!” “lasciate fuori la politica da queste cose!”) il fatto di ridare una collocazione politica agli eventi ha in sé un bagliore di tante, tantissime possibilità.
Perchè se un problema non lo assumi come “evento” ma come una specifica “conseguenza” di un sistema sociale, economico, politico, allora puoi metterti in testa di individuarne dex resaponsabili e rileggere tutta la tua vita in chiave di conflitto preciso tra chi sfrutta e chi viene sfruttatx. E noi anarchicx abbiamo fatto (da sempre: con l’analisi teorica e con l’azione pratica) soprattutto questo: abbiamo evidenziato e indicato delle responsabilità. Ma ci torneremo.
Almeno dal berlusconismo in poi, in Italia, tuttx coloro che volessero fare carriere politica (qui parliamo del teatrino) si dichiaravano “antipolitici” (pensiamo a quei partiti tipo i 5 stelle che si sono chiamati – e da lì in avanti molti altri – “movimento”) perchè il contesto di sfiducia quasi totale ereditato dalla Seconda Repubblica, aveva non solo allontanato, ma schifato e disilluso, una grande fetta della società italiana.(*)
Operando una sovrapposizione strumentale tra “partitico” e “politico” si è lentamente (manco troppo) fatto passare quasi ovunque e quasi totalmente il messaggio che “tutto ciò che è politico è merda”.
Questa operazione di occultamento e manomissione dei significati è al contempo un’opera precisa di sabotaggio cognitivo e interpretativo, che si traduce in inazione pratica: tutto ciò che è politico è marcio perciò non mi ci metto tanto, per di più, non cambia nulla.
Questa seconda parte della frase, mantra rintracciabile su quasi tutte le bocche della penisola, è un esempio magistrale di profezia che si autoavvera: non faccio nulla per cambiare perchè tanto non cambia nulla.
Voilà!
Se da anarchicx siamo più che d’accordo che ciò che è politico è marcio, nel senso del teatro partitico/istituzionale democratico siamo però fermamente convintx invece che (quasi) tutto sia politico nella sua accezione di avere delle cause e delle conseguenze ambientali, in un ambiente che non è neutro ma dominato, sistematizzato, da regole di oppressione (patriarcato, specismo, capitalismo, autoritarismo, razzismo).
Quindi, il valore immenso di quelle mobilitazione per noi (ripetiamo, non per invisibilizzarne altri, nè per tacerne i limiti, ma ci pare che su quanto scriviamo ora nessun testo avesse posto l’accento) è stato ripoliticizzare il quotidiano: tanto con la mobilitazione per Alfredo quanto, in misura maggiore, per la Palestina, la vita sembrava avere di nuovo dei connotati storici, ideali, etici. Questo, crediamo, sia ciò che più di tutto terrorizza chi detiene il potere e con la buona vecchia dottrina fascista (“in questo posto di lavoro non si parla di politica. Si lavora e basta”.) mantiene masse di sfruttatx in uno stato di costante frustrazione disillusa, di oppressione rassegnata, proprio perchè alienata da qualsiasi possibilità di cambiare le cose.
Durante i mesi di mobilitazione per Alfredo tutte le tv e i giornali e le radio e i social parlavano del carcere, questionandolo, criticandolo, qualcunx ponendo in discussione la sua utilità: cosa c’è di più assurdo e pericoloso per una società poliziesca e carceraria come quella italiana? (poi che si possa discutere a lungo sulla “mediatizzazione” delle lotte, soprattutto di quella per Alfredo, è un altro importante punto che non toccheremo ora).
Durante le mobilitazioni per la Palestina c’era un vero e proprio senso di polarizzazione sociale (ossia ti dovevi posizionare, stava saltando il sacrosanto diritto-dovere alla “neutralità”: di fronte a una cosa così grossa devi dire da che parte stai) di presa di coscienza e di presa in carico di questioni politiche addirittura immensamente più grandi del solo nostro orticello, e il fatto che stesse diventando via via sempre più di massa questo coinvolgimento, crediamo sia stato determinante nel fare inscenare il teatrino della “tregua” che poi ha sancito la prosecuzione del genocidio con altri (soliti) mezzi, e la morte della mobilitazione globale di solidarietà.
Ora, non vogliamo mitizzare oltre il dovuto queste mobilitazioni, e neppure ne elencheremo qui tutti i limiti che pure ci sono stati, solo ci interessava partecipare al dibattito che si suggerisce nel testo e dire e dirci che noi anarchicx siamo creature che necessitano di un mondo politicizzato, perchè questo è il nostro linguaggio, laddove invece il potere necessita (e ha ottenuto) un mondo tecnico: formalmente apolitico, praticamente reazionario tendente al fascista.
Noi anarchicx diamo il nostro meglio in un contesto di effervescenza etica, per la capacità e l’attitudine a suggerire i giusti obiettivi della giusta rabbia sociale o individuale: i padroni, gli amministratori delegati, le industrie belliche, gli armatori complici, le ferrovie complici, le banche, etc etc.
Questo nostro “cassandrismo” è di solito una voce che cade nel vuoto, ma laddove la società si ripoliticizza, laddove si riscopre l’azione politica, allora ecco che torna a fare paura a chi detiene il potere. O per lo meno questo è quello che crediamo e che vorremmo aggiungere alle sopracitate riflessioni del testo.
Lo stesso “insurrezionalismo”, che tanto ancora viene sbandierato daigiornali (a dir la verità ormai suona un pò boomer dire “anarco-insurrezionalista” ma tant’è!) a nostro modesto parere teorizzava – e praticava –  uno “stare nelle lotte preesistenti nel tessuto sociale con l’intento di radicalizzarle”, ma vivendo in un contesto dove le lotte sociali non esistono, per lo meno quelle che possano vantare una partecipazione e una durata che le faccia considerare “rischiose” dalla controparte, ecco che il compito dellx anarchicx si complica incredibilmente.
Ed ecco perchè, crediamo, le ultime mobilitzione in Italia hanno così spaventato il governo e gli apparati repressivi: perchè una parte, minoritaria certo, ma agente e pensante, della popolazione italiana(**) stava ripoliticizzando la sua esistenza.
E quando assumi che tutto è politico in un sistema sovrasocializzato come il nostro, allora ovunque diviene legittimo manifestare la propria politicizzazione, il proprio posizionamento: crediamo che, in defintiva, sia stato questo l’incubo dei padroni negli anni ’70 (oltre all’illegalismo di massa e armato): che la gente non lasciava correre, si schierava, rivendicava, lottava, protestava, diceva, scriveva, si univa, ovunque, non c’era una separazione tra il circolo politico, il concerto, il luogo di lavoro, la scuola, la famiglia, i boschi, le spiagge, tutto è da mettere i discussione, tutto è da ribaltare, perchè su tutto, stato e capitalismo, hanno messo le mani.

Un altro punto sul quale condividiamo la necessità di “presa in carico”, come si suggerisce nel testo, è quello che riguarda il 270quinques ter: il “terrorismo della parola”.
Quello che scriveremo, invero, ci rendiamo conto essere un po’ una banalità per chi mastica di diritto e leggi e tribunali, perciò saremo brevi.
Come si dice nel testo sembra un articolo studiato apposta per un movimento come quello anarchico che ha sempre scritto e stampato e letto tanto, ma anche, aggiungeremmo, per un momento storico come quello attuale dove i contenuti virtuali dilagano sui cellulari di quasi ogni singola persona sulla terra e, proprio come nel caso di Ahmed Salem, se sei la persona sbagliata col video sbagliato, finisci incarcerato per terrorismo.
Infatti, sempre secondo chi scrive, ci vogliono almeno due ingredienti perchè il maleficio della legge si compia: il fatto che viene contestato (in Italia poi basta la supposizione del fatto, se sei, per esempio, anarchicx o palestinese) e, appunto, l’identità del soggetto.
E’ infatti evidente che la legge non punisce i fatti ma chi li commette (gli stessi opuscoli che sono valsi l’arresto e la detenzione in AS2 per i nostri compagni Pietro e Toni, se fossero stati rinvenuti nella casa di un manager o di uno sbirro o di un onesto cittadino che vota nella maniera giusta, cosa avrebbero comportato?) e come non considerare che, sempre in Italia, ci sono negozi (reali o online) che vendono dozzine e dozzine di testi nazisti o fascisti, che promuovono gli stermini razziali, la misoginia, l’assassinio politico e così via, e continuano a circolare in normalissimi circuiti commerciali? (taluni patecipano anche alle fiere del libro!)
E’ una domanda retorica e non vuole portare con sé alcuna indignazione: sappiamo che la legge è l’espressione di un rapporto di forza, e sappiamo che la legge disciplina i corpi e le menti, non regolamenta le interazioni. In definitiva sappiamo che la legge è un plotone d’esecuzione con la pallottola sempre in canna diretto verso i marginali, le ribelli, le scomode, i reietti, i non conformi, le refrattarie all’ordine.
E per ognuno di questi soggetti, ci pare di leggere dalle applicazione fatte fin’ora di questo nuovo articolo, si contestano, secondo il principio di arbitrarietà e vacuità legislativa capisaldi dell’ordinamento repressivo italiano, sfumature diverse di “terrorismo”.
Allx anarchicx infatti fin’ora sono stati contestati testi – per quanto ci è dato sapere – assimilabili a “manuali”, quindi testi che restano nel campo semantico dell’azione diretta, dell’artigianato
rivoluzionario, laddove il compagno palestinese di cui accennavamo è stato arrestato per un video che mostra alcune componenti della resistenza palestinese in azione. Un video, a detta di tantx, che avranno visto centinaia di migliaia (se non di più) di persone nel mondo, Italia compresa.
Lx anarchicx continuano, da centocinquant’anni, a fare paura agli stati perchè coniugano la parola con i gesti concreti, le persone palestinesi
devono essere schiacciate sul nascere (come Israele insegna brillantemente) e sradicate dalla loro cultura, cosmogonia, terra, lingua, e dal loro immaginario di resistenza, perchè la loro stessa esistenza è un affronto alla pretesa onnipotenza del potere (in questo caso Israelo-statunitense).

Ecco, ci pare che possiamo fermarci qui, augurandoci che possano essere parole utili al dibattito.

Complici e solidali con tuttx lx prigionierx anarchicx e rivoluzionarix nel mondo!
Per un mondo di liberx ed ugualx!

(*) Questa nota potrà sembrare fuori contesto, ma siamo invece persuasx che sia un esempio calzante di “guerra alla politicizzazione”: le scritte sui muri.
Sempre uno dei passi fatti dal berlusconismo fu di dichiarare guerra ax writer. Se da un lato si può leggere come una facile strizzata d’occhio al cittadino medio che ammazzerebbe a mani nude chi gli tagga il portone di casa, dall’altra pensiamo che questa crociata contro le scritte sui muri sia precisamente mirata a sopprimere uno dei mezzi storicamente (da quando esiste la scrittura…ed esitono i muri!) utilizzati dalla gente di strada per comunicare, denunciare le malefatte del potere, sfogarsi, filosofare, dedicare, etc.
Il fatto di aver reso reato penale l’imbrattamento ci dice che la direzione è quella di stringere il monopolio sulla comuncazione e di criminalizzare chi volesse contenderlo attraverso la pratica autogestita della muralità: solo chi ha legittimità di fornire messaggi, i media, può occupare lo spazio pubblico, voi invece siete teppisti, non gente che ha idee che vuole trasmettere. E i teppisti, in una società con la religione del decoro, sono il gradino prima de terroristi.
Si potrà obiettare che ci sono i social che sono bacheche dove ognunx può dire la sua, ma controbiettermo che la fisicità dei luoghi, la concretezza di un muro che vedi tutti i giorni sulla tua strada, non è paragonabile alla fumosità del virtuale, dove micini coccolosi e bambini senza braccia a Gaza hanno lo stesso peso, basta scrollarli via.

(**) O meglio, che vive all’interno dei confini italiani, perchè, altro dato assolutamente allarmante per il potere, per la prima volta – nella vita di chi scrive –  gente italiana e gente razzializzata si stavano incontrando davvero nelle strade, saldandosi in dei rapporti, scontrandosi assieme contro la polizia, e questo è pericolosissimo per uno stato colonialista e razzista che fonda la quais totalità delle sue strategie di propaganda e di dominio sul razzismo e sul suprematismo.
All’oggi quello che resta di questo incontro sono lx prigionierx: tanto da parte anarchica come da parte palestinese/solidale ci sono arrestatx,
spesso nei circuiti d Alta Sicurezza, che si sono, anche, riconosciutx in quella lotta comune: crediamo sia interessante ragionare come non parcellizzare la solidarietà da un punto di vista identitario (anarchicx con anarchicx e palestinesi con palestinesi) ma fare della repressione
un’occasione di nuovo incontro e complicità. Cominciando magari proprio dal partecipare reciprocamente ai presidi sotto le carceri.

SUI CIVILITICI

Diffondiamo da Infranero:

Il solo manoscritto che sia rimasto di Joseph Déjacque è una lettera scritta il 20 febbraio 1861, alla vigilia del suo imbarco per quell’Europa da cui mancava da sette anni. In questa lettera, indirizzata ad un proscritto francese rifugiatosi in Svizzera, Déjacque esprime tutto il suo disprezzo per un paese in cui aveva sperato di trovare maggiore libertà, e dove invece regnava il «cretinismo politico e religioso». Le parole di Déjacque sul conto della società statunitense dell’epoca sono durissime, e vale la pena qui riportarle: «L’America è letteralmente una nazione di bottegai, di negozianti all’ingrosso e al dettaglio che non hanno in testa e nel cuore che una cosa sola, il commercio, lo sfruttamento. La fede politica come la fede religiosa di ognuno è solo una merce su cui si specula a profitto dei propri interessi mercantili. Nell’americano non c’è che un sentimento, quello della propria venalità e della venalità degli altri; questo sentimento è l’erbaccia che soffoca in lui ogni grande idea. […] Le strade di New York, inseminate di passanti indigeni ed esotici, sono per me più deserte delle foreste dell’Ovest, popolate di alberi e rocce; mi sentirei meno solo in quelle vaste solitudini che in questa popolosa città, vivaio di uomini e donne americanizzati. Lo dico con umiltà più che con boria, (perché dopo tutto questi idioti sono miei fratelli, sono impastati della stessa argilla di cui sono impastato io) qui, tranne rare eccezioni, non frequento nessuno con piacere e nessuno ama sul serio la mia compagnia. Tutti coloro che mettono piede sul suolo americano si abbrutiscono in poco tempo, se non lo sono già prima di venire, gli uni sacrificandosi a un Dio Pluto, gli altri sacrificandosi a un Dio Bacco, il più delle volte sacrificandosi ad entrambi».
Le parole di Déjacque sul conto della popolazione statunitense della metà dell’800 sono precorritrici. Anticipano e corrispondono a quanto si potrebbe sostenere oggi a proposito degli abitanti di tutti i paesi occidentali, che nel frattempo hanno trovato un altro Dio a cui sacrificarsi: Tecno. All’inizio del terzo millennio si è meno soli nei boschi che in mezzo a torme di «civilitici» che brancolano con lo smartphone in mano, urtandosi l’un l’altro, senza vedere nulla, senza sentire nulla, senza provare nulla, senza pensare nulla — alla ricerca del selfie del proprio successo sotto la capillare sorveglianza del Grande Fratello.
Così in questi ultimi anni abbiamo assistito impotenti alla scomparsa delle grandi idee, quali che siano, sepolte sotto tonnellate di venalità, di vanità, di abbrutimento intellettuale ed etico. Tant’è che anche le amare parole con cui Déjacque concludeva la sua lettera potrebbero essere oggi sottoscritte dai pochi amanti rimasti dell’utopia: «Sono stanco di vivere qui da eremita in mezzo alla folla […]. Ho nostalgia, non del paese in cui sono nato, ma del paese che finora ho intravisto solo in sogno, la terra promessa, la terra della libertà al di là del mare rosso… Vedete come vorrei fuggire dal suolo su cui il destino del momento mi incatena, correre alla ricerca della felicità in un altro continente… Poveri socialisti antesignani che siamo! Uomini declassati nella civiltà cristiana, erriamo come intelligenze in pena, sperando sempre di trovare un angolo dove sentirci meno al di fuori dalla nostra sfera naturale, un angolo che non possiamo trovare perché non è di questo mondo, cioè di questo secolo!». Uomo senza mondo, Déjacque sarebbe morto tre anni dopo in preda alla follia a Parigi, nel 1864.
È questo il destino che attende tutti i sovversivi inchiodati ad una calcolata e calcolante realtà che non offre vie di fuga, incapaci di ridurre la smisuratezza del proprio sogno alle mediocri dimensioni dell’esistente? La cella di una prigione o la camera imbottita di un manicomio, un peso legato al collo o il cuore spaccato dallo sconforto? Può darsi, certo. Ma è impossibile fare a meno di notare che, appena sette anni dopo la morte di Déjacque, la Comune di Parigi esplose proprio nelle strade in cui egli si era spento. Niente è mai finito, tutto è sempre possibile. Ecco perché non vale la pena rattristarsi nel frequentare il presente dal fetore di cadavere, molto meglio profanare un certo passato per farne scaturire la vita. Nonostante il successo trionfale riscontrato ovunque dal realismo, ci saranno sempre banchi vuoti alle sue lezioni di consenso e di rassegnazione, di indifferenza e di attendismo, di compromesso e di opportunismo. Non è la politica che seppellirà il vecchio mondo, ma solo l’utopia che, saltata fuori ancora una volta dal ripostiglio dei sogni infranti dove era stata rinchiusa, tornerà a diventare arma fumante spianata contro chi ci obbliga a un’esistenza che non merita di essere vissuta. Un’utopia che non promette pace, ma che scatena guerra. Qui ed ora.

“DI CARCERE NON SI DEVE MORIRE, DI CARCERE NON SI DEVE VIVERE” – UNA RIFLESSIONE SUL CARCERE DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)

Diffondiamo una riflessione sul carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, nato come Ospedale Psichiatrico Giudiziario, noto per le lussuriose detenzioni concesse ai “grandi” di cosa nostra; oggi casa circondariale con un reparto dedicato alla “tutela della salute mentale”. Una piccola introduzione per descrivere l’origine e la trasformazione della struttura, seguita da alcune parole di Luigi dal carcere di Piazza Lanza, Catania. Qui il testo in pdf.

Il 14 febbraio del 1905 si stipulava il contratto tra l’Amministrazione Carceraria e il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto per l’acquisto di un terreno di 40.000 metri quadrati da servire per la costruzione del Manicomio Criminale. Questo sarebbe diventato, come è stato nel 1925, il primo manicomio giudiziario maschile ad aprire in Italia ed anche l’ultimo a chiudere, nella forma di Ospedale Psichiatrico Giudiziario, nel 2017. Da allora, a Barcellona Pozzo di Gotto si trova la casa circondariale “Vittorio Madia” , dal nome dello psichiatra, allievo di Lombroso, che è stato direttore della struttura fino al 1954. Questo il suo credo: “Studiare i detenuti per conoscerli. Conoscerli per governarli razionalmente. Governarli razionalmente per bonificarli. Bonificarli per utilizzarli”. Nuove sfumature della predazione coloniale, questa volta nei confronti di “pazzi criminali”. Entrare nelle menti etichettate come incivili e malate, “sanificarle” con tutti gli strumenti più infami che la psichiatria può offrire, per poi sfruttarne la messa a lavoro dei corpi.  

Ora la casa circondariale contiene, con le parole della ex direttrice, “una sezione di reclusione, un reparto articolazione per la Tutela della Salute Mentale maschile e femminile” -il più grande d’Italia-, “una Casa di Lavoro, nonché i soggetti sottoposti ad osservazione psichiatrica e i detenuti ai sensi dell’art. 148 cp”, ovvero lx condannatx che iniziano a presentare un’Infermità psichica durante l’esecuzione di una pena detentiva. 

Al primo piano della “Casa di lavoro”, si trova anche una “colonia agricola”. L’art. 215 del codice penale prevede tra le misure di sicurezza personali anche “l’assegnazione a una colonia agricola o ad una casa di lavoro” . Si tratta di un periodo detentivo ulteriore a quello già scontato, di minimo un anno, per coloro che vengono dichiaratx “delinquenti abituali, professionali, per tendenza” e nei confronti di cui viene dichiarata la pericolosità sociale. La ex direttrice si vantava dell’esistenza anche di una sala karaoke dentro l’OPG. Invece, eccole le colonie penali. E i manicomi. 

E la soluzione non sono certo le REMS; in Sicilia ce ne sono ben tre, una a Naso (Me) e due a Caltagirone (Ct), per un totale di 60 posti, che sono sopraggiunte dopo la chiusura degli OPG come strutture d’emergenza per chi ha crisi psichiche acute. D’altronde sappiamo quanto queste residenze fungono da ruspe scavatrici di ogni humus vitale di corpi svuotati a suon di “terapia” ed abbandono. 

Né sono una soluzione le messe a lavoro più “civilizzate”, spacciate per “consensuali”. Come quelle aperte dai vari accordi tra stato e imprese, tra cui gli sgravi fiscali per le aziende che assumono detenuti che sono stati introdotti dal Decreto sicurezza del 2025 -proprio quello contro cui han lottato alcunx compagnx che si trovano ora in detenzione cautelare-. O gli accordi tra Webuild -azienda del ponte e della papabile ricostruzione di Gaza in chiave residence trumpiano- e il Ministero di giustizia. 

Poi quali lezioni di civiltà e buone condotte possono venire da uno stato, che nella sua articolazione del DAP, riproduce le discriminazioni riportate nella lettera che segue? Quei requisiti- riportati (nelle parole di) da Luigi- non parlano di protezione, ma trasudano omofobia, binarismo di genere e fobia per la malattia mentale e per la dipendenza da sostanze. Uno stato che per le sue ragioni di sicurezza, ovvero le sue paure di tenuta dell’istituzione carceraria (perché l’incolumità dei detenutx, è chiaro che diventa un problema solo se è l’incolumità del carcere quella in questione), acuisce la violenza sessista e psicologica di chi reclude. E produce costantemente morte. Nel 2025, nel giro di sei mesi tre persone sono state suicidate a Barcellona Pozzo di Gotto. La prima persona a marzo. A maggio, un ragazzo tunisino di 24 anni si è impiccato in una cella di isolamento, nella quale era stato condotto solo da alcune ore. E ad agosto, una persona di quarantotto anni, nata in India, impiccatasi nelle docce. E poi Francesco, morto a marzo del 2026 nel carcere di Augusta, ma che era stato “tradotto” da quello di Barcellona Pozzo di Gotto due mesi prima. Lì il suo avvocato aveva presentato un’istanza urgente di scarcerazione per le condizioni di salute. Ma la valutazione sanitaria della casa circondariale aveva riportato che “non si evince, in ragione delle patologie psichiatriche, una condizione di incompatibilità con il regime carcerario”. 

“Quando entrai per la prima volta in una prigione, ero studente in medicina. Lottavo contro il fascismo e fui incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. Vi era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri. Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore di un manicomio e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione. Non vi era l’odore di merda, ma vi era un odore simbolico di merda. Mi trovai in una situazione analoga, una intenzione ferma di distruggere quella istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l’istituzione era completamente assurda, che serviva solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese” F. Basaglia 

Il carcere di Barcellona Pozzo di Gozzo annienta -ancora- lx reclusx

Di carcere non si deve morire, di carcere non si deve vivere. Imprimo queste parole su un foglio perché ho la fortuna, il privilegio, la grazia (a me concessa) di poterlo fare.

Mesi fa, unx compagnx mi scriveva preoccupatx. Mi diceva che qualcunx a lxi caro era stato “tradotto” dal carcere di P.za Lanza a quello di Barcellona Pozzo di Gotto, carcere famoso per le barbarie, perpetue, ai danni dellx reclusx. Negli anni questa struttura è stata il luogo dove “uomini di rispetto” e detenuti eccellenti hanno trascorso una discreta e protetta vacanza in attesa del proscioglimento giudiziario. Non a caso è famoso per essere stato il carcere di “don Liggio”.

Quello che segue è uno stralcio di ciò che succedeva lì negli anni 1970. Ma non c’è da stupirsi, e nemmeno da tirare un qualche respiro di sollievo pensando che di tempo ne è trascorso: questo succede ancora.

“XXX mi ha raccontato di essere stato legato al letto anche per mesi. Quando eri legato ti dovevi fare tutto addosso, non ti facevano certo andare al cesso […] A forza di pisciarti addosso ti incrostavi tutto. Come unica forma di igiene personale c’era il lavaggio che, una volta al giorno, ti faceva lo scopino. Passava con una scopa ed un secchio d’acqua, intingeva la scopa nel secchio d’acqua e te la passava addosso. Con l’acqua dello stesso secchio lavava tutti quelli legati. Gran parte del tempo lo passavi inebetito perché ti bombardavano di scopolamina o vari mix di farmaci […] Il più delle volte dovevi aggiungerci le iniziative autonome delle guardie che passavano il tempo a tormentarti. Tra i giochi preferiti c’era quello di spegnare sigarette sui legati e fargli bere acqua salata. (… E le) scommesse che guardie e detenuti di rispetto organizzavano. In cambio di qualche sigaretta, un po’ di caffè, cibo decente o la semplice doccia col sapone, venivano organizzati dei combattimenti tra detenuti. Divertenti risultavano quelli tra detenuti imbottiti di psicofarmaci. Il modo goffo e impacciato di muoversi, i riflessi non allenati e l’equilibrio precario dava al combattimento un tono di comicità particolarmente apprezzato. In ogni caso il sangue doveva scorrere. Il combattimento aveva fine quando uno dei due era realmente Ko”.

Questo quello che avveniva nelle carceri dove eran ristrettx detenutx che sono statx psichatrizzatx, ed ha valenza, almeno per contestualizzare, sapere chi viveva quelle carceri, e chi le vive adesso.

Allora tantx prigionierx politicx, specie in seguito a rivolte o ripetute evasioni, venivano tradottx nelle carceri psichiatriche. L’intento era chiaro come il sole: sedare, annientare ed annichilire dissidenti, ma anche detenutx -e questo, come quello, succede ancora- che agiscono autolesionismo. A questx bisogna aggiungere quei detenuti che invece miravano alla semi-infermità mentale, per lo più uomini rispettati che, così facendo, diventavano una minoranza privilegiata che, grazie alla connivenza, vivevano come in un albergo. E’ il caso di Luciano Liggio a Barcellona Pozzo di Gotto. Soldi, protezione, nessun trattamento sanitario, niente farmaci o manganelli. Nessuno li legava, nessuna camicia di forza, nessuna doccia ghiacciata, nessuna violenza da parte delle guardie.

Ad oggi, di questa parte di popolazione detenuta non ho contezza. Ma a Barcellona Pozzo di Gotto continuano a susseguirsi torture e annichilimento.

Racconto di A. che, con addosso già le sue problematiche che in carcere si erano acuite, da Piazza Lanza è stato tradotto al carcere di Barcellona Pozzo di Gotto. Ma qui, al comune, aveva trovato amicx che gli volevano bene, lo rispettavano ed aiutavano nella carcerazione. Poi, ad aprile viene tradotto. Il perché non si sa: non aveva fatto casini, liti, autolesionismo. Si immagina che di questo spostamento sia complice l’area psico-sanitaria, che il dottor psichiatra abbia deciso che A. non era più idoneo a stare qui. Dopo 2 mesi di tortura, ieri è tornato. Il suo avvocato ha lottato per farlo tornare qui. Viene da dire che l’ha salvato, ma di questo non si è certx. Ora A. non sta più fermo, ha un costante tremolio che prima non aveva. Non parla, non scherza, è pallido, smagrito. Con la voce roca racconta l’atrocità di vivere in quel carcere orrendo. Celle da tre persone, minuscole, senza luce. Non vi è possibilità di cucinare (hanno paura del fuoco i guardiani -il problema non è il fuoco, mai-). Lx reclusx non parlano tra di loro e non si socializza, tanto che A. non si ricorda i nomi dex concellinx e compagnx di sezione. Trema, è rallentato, come se il mondo corresse troppo veloce e lui avesse preso una di quelle sbornie che non passano mai, perché è stata voluta da chi ha scelto per lui.

Qualche settimana fa, giusto in bacheca, c’era un annuncio che cercava lavorantx da trasferire nella struttura di Barcellona. I requisiti, sempre gli stessi: pena non inferiore a due anni e non superiore ai cinque, non aver collezionato rapporti e, la precisazione finale, “non essere omosessuale o transex”. Perché queste persone non devono/possono lavorare. Spero che un giorno ci sia chiarezza da parte del DAP, che continua ad usare questa dicitura come se nulla fosse. La ricopio in forma integrale, perché è vomitevole.

“Si avrà cura di escludere le richieste dei detenuti tossicodipenti, in trattamento sanitario, nonché appartenenti a particolari tipologie (transex, omosessuali, ecc.) ed in genere tutti coloro che hanno problemi di incolumità e/o sono ristretti in sezioni c.d. protette”. E’ agghiacciante, come è agghiacciante che lx reclusx psichiatrizzatx non possano lavorare e, così, magari svagare, tenersi impegnatx, invece che -racconto di A.- passare 2/3 giorni a letto senza nemmeno mangiare.

Ma capisco che ricevere spiegazioni dal DAP non è una cosa semplice, anche perché, se così fosse, le domande sarebbero innumerevoli. E le considerazioni da trarne le stesse : delle galere, solo macerie.

Nell’ultimo mese ho notato un notevole cambiamento della popolazione detenuta. E tutto, a mio parere, grava sull’area sanitaria in combutta con la struttura. E’ entrato un ragazzo che non stava in piedi, tanta la droga che aveva in corpo. Un altro, con un‘infezione legata all’uso di sostanze, che ha avuto sfogo di sangue e pus infetto dalle ginocchia. Oltre che le innumerevoli persone che sono recluse, già considerate “inferme mentalmente”. Ed ancora un uomo andato in ospedale post-intervento per un tumore alla prostata, lo si vedeva in sezione col catetere. Ed in fine un settantatreenne con un cancro ai polmoni. Eppure, al primo ingresso, dovrebbe esserci una visita di idoneità. Ma talvolta viene fatta dopo giorni, altre volte salta del tutto. Talvolta è fatta da medici che sembrano bendati, che poi sanno rispondere “eh, il sovraffollamento!”, facendo finta di non esserne complici. Come appunto la somministrazione delle terapia: basta lamentarsi di non dormire bene la notte per vedersi somministrato lo xanax vita natural durante. E senza visita, senza esami, senza nessun controllo. E Massimo, detenuto morto a fine maggio, è l’apice di tutto questo. Di fronte a tutto questo, c’è spesso solidarietà tra reclusx. Qui molti gli vogliono bene, gli fanno fare due passi, due chiacchiere. Ma ovviamente noi non siamo qualificati come operatori sanitari, non abbiamo strumenti per gestire crisi d’astinenza, patologie create ad hoc. Qui dentro, qualcunx nel vedere come A. è tornato ha anche pianto. Io lo capisco, empatizzo, ed ascolto anche il concellino che mi dice “impazziremo anche noi qui dentro”. Già, perché su una cella da sei, siamo solo due a non aver “patologie psichiche” comprovate (?!). Insomma la situazione qui resta critica, col caldo poi si assiste ad un surriscaldamento del clima all’interno dei cervelli. Tuttx sembrano più incazzatx, rissosx, arrabbiatx. Ed io ho paura, perché sanno fare bene il lavoro i guardiani.

Sanno annichilirti, annientarti ed anche portarti alla morte – vedi Massimo- nel silenzio più totale ed assordante, riuscendo a dire: “non è colpa nostra, abbiamo fatto il possibile”. Io sogno l’impossibile invece, tendo le mani verso la solidarietà, verso l’amore, affinché di una prigione non restino che macerie.

Concludo con le parole di chi mi somiglia, di chi s’è salvato. B. rapinatore anni ’70: “non è che fossimo più furbi di questi, la nostra fortuna era quella di non sentirci mai isolati. Potevano mandarti dove volevano, ma non riuscivano a farti diventare un sepolto vivo. Un esempio, da non sottovalutare, è la posta. Io ricevevo sempre una lettera e una cartolina al giorno. C’era gente che non riceveva nemmeno un biglietto d’auguri di natale da dieci anni. Le guardie queste cose le vedono”.

Carx compagnx, quindi grazie per salvarmi la vita coi vostri pensieri. Un saluto a tuttx – complice e solidale con lx compagnx arrestatx a Roma-Valsusa-Forlì.

Eterna lucha y defiende la tierra – la tierra no se vende.

Carcere di Piazza Lanza, giugno 2026

Luigi Bertolani
c/c casa circondariale
Piazza  V. Lanza n.11
95123 Catania

 

A FIANCO DELLE PERSONE ARRESTATE ED INQUISITE IL 16 GIUGNO

Diffondiamo:

Lo scorso 16 giugno l’apparato repressivo statale ha messo in campo l’ennesima operazione anti-anarchica, diretta dalla procura di Roma, effettuando a livello nazionale una serie di perquisizioni, arresti ed infine lo sgombero del Bencivenga, storica occupazione di movimento attiva a Roma dal 2001.

Le accuse ufficiali per giustificare un simile sforzo poliziesco vertono principalmente su sabotaggi alla rete ferroviaria avvenuti in occasione delle recenti olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, nonché sulla costituzione di fantomatiche associazioni finalizzate “al terrorismo e all’eversione dell’ordine democratico” o sul cosiddetto autoaddestramento per i medesimi scopi, applicando alla lettera anche alcune novità in ambito legislativo (come l’art. 270 quinquies 3, il cosiddetto “terrorismo della parola”) realizzate ad hoc per imbavagliare il dissenso, in un’epoca sempre più votata alla soppressione di ogni forma di insubordinazione, che si tratti delle mobilitazioni per Alfredo Cospito prigioniero in 41bis o di quelle contro il genocidio della popolazione palestinese, degli scioperi nella logistica o dei blocchi nelle stazioni e nei porti contro il traffico di armi.

Nove in tutto le persone inquisite e sottoposte alla consueta gogna mediatica, due delle quali attualmente ai domiciliari, le restanti in carcere, progressivamente in trasferimento presso circuiti di Alta Sicurezza dislocati in lungo e in largo per tutta la penisola. Tra queste, il nostro amico e compagno Pietro recluso a Terni.

Da anarchichx, non ci stupiamo del goffo tentativo dello Stato nel creare espedienti per togliere di mezzo tutte quelle individualità che in qualche modo abbiano deciso di mettersi in gioco in prima persona per combattere contro questo presente di cemento, alienazione tecnologica, confini e gabbie. L’unico interesse di chi reprime è bloccare e mettere a tacere chi non è dispostx ad abbassare la testa di fronte alla barbarie del sistema di oppressione capitalista, che ci vorrebbe inermi ed indifferenti di fronte ad un futuro di guerre, riarmo, sfruttamento, devastazione dei territori e controllo sociale. Quello che però ci dà forza in questi giorni bui, è una ferma consapevolezza: chi lotta non è mai solx. La nostra passione per la libertà supera ogni sbarra, ogni muro, ogni frontiera.

La solidarietà è la nostra arma, e non smetteremo mai di essere complici e affini alle persone che oggi stanno pagando sulla propria pelle il duro colpo della repressione. Mandiamo un grande abbraccio solidale a tuttx loro, aspettando il giorno in cui potremo brindare assieme sulle ceneri di ogni autorità.

Micol, Stefano, Nico, Pietro, Toni, Luna, Giulia, Arnau, Bibi liberx! Tuttx Liberx!

Compagnx dello spazio libertario “Sole e Baleno”, Cesena
https://spazio-solebaleno.noblogs.org


Di seguito diffondiamo gli estremi del conto corrente sul quale versare benefit e contributi economici per l’operazione del 16 giugno:
D’ORA IN AVANTI FARE RIFERIMENTO SOLO A QUESTO CONTO:

Giovanna di Romano
IT67E3608105138259570159586
Numero Carta PostePay
5333174809836489

COME FUOCO AL VENTO – UNA RACCOLTA DI RIFLESSIONI SU CARNEVALE NO PONTE E OPERAZIONE IPOGEO

Diffondiamo un nuovo opuscolo:

COME FUOCO AL VENTO – Una raccolta di riflessioni su carnevale no ponte ed operazione ipogeo


Dall’introduzione:

Questa è una raccolta non esaustiva di testi, interventi, lettere comunicati scritti in seguito a due operazioni repressive: il processo per il carnevale no ponte e l’operazione ipogeo, che hanno portato a perquisizioni, arresti e misure preventive in Sicilia e in Puglia. Attualmente, tre compagnx sono stati condannati a pene tra 1 e 3 anni per il processo in primo grado del carnevale no ponte, due hanno ricevuto rispettivamente un foglio di via da Messina e un avviso orale per un corteo solidale in occasione dell’udienza.

Due compagnx si trovano in custodia cautelare in carcere ormai da 8 mesi con l’accusa di devastazione e saccheggio nell’ambito dell’operazione ipogeo, il cui processo è ancora aperto (14 persone imputate, 36 anni di pena complessivi richiesti).

Con un pensiero a chi sta pagando la vendetta dello stato, a chi è strettx nelle grinfie della repressione, a chi continua a lottare dentro e fuori le galere, a dire che il carcere fa schifo e che il 41 bis è tortura. Nonostante provino a spezzare la solidarietà, nonostante i loro tentativi di isolarci, spaventarci, separarci dai nostri affetti più cari cercando di stringerci nella morsa della tristezza e della repressione; nonostante gli anni di galera con cui vorrebbero seppellire vivx lx nostrx compagnx, noi siamo e saremo sempre al loro fianco, nelle strade, nelle piazze, sotto le carceri. Che la solidarietà abbatta quelle mura infami.

FINCHE’ DI OGNI GALERA NON RIMAGANO SOLO MACERIE
LUIGI E BAK LIBERX
TUTTX LIBERX

Giugno 2026, da qualche parte in Sicilia

PDF OPUSCOLO: come fuoco al vento

ALCUNE RIFLESSIONI, E UN APPELLO ALLA MOBILITAZIONE, IN SOLIDARIETÀ ALLX COMPAGNX ARRESTATX E INQUISITX NELL’OPERAZIONE DEL 16 GIUGNO

Diffondiamo:

Sono passati dieci giorni da quando, all’alba, in varie parti dello stivale, compagnx si svegliavano con i colpi degli sbirri alle porte ed alle barricate; dieci giorni da quando hanno sigillato col cemento il Bencivenga; dieci giorni in cui si è dormito poco, bestemmiato molto, pensato e riflettuto.
Abbiamo bisogno di trasformare l’universo di emozioni e sensazioni che abbiamo dentro attraverso le parole; abbiamo bisogno di ritrovarci nel calore della solidarietà, di un agire concreto che spezzi il dispositivo più atroce della repressione: l’isolamento.

Vogliamo altresì ambire a riflessioni ed analisi che siano all’altezza dei tempi davvero complessi e gravi che stiamo vivendo per provare a farne, invece, un momento propizio. Anche se con la fretta dell’ennesima ghigliottinata alle nostre relazioni di complicità, avvertiamo la priorità di far uscire qualche concetto che, a caldo, consideriamo cardine per la lettura di questa ennesima indagine antianarchica. Ci troviamo di fronte ad un copione che mescola vecchi e nuovi strumenti repressivi in un contesto connotato da profondi mutamenti sociali ma, esistendo tante e più approfondite analisi sul presente che viviamo oggi, vogliamo concentrarci non tanto sul tratteggiare il contesto-mondo nel quale viene calata dal dominio questa operazione, quanto più cosa questa operazione ci dice del mondo.

Gli ingredienti che vengono citati ripetutamente, al fine di persuadere un GIP a firmare la carcerazione dex nostrx compagnx, parlano del contesto di alcune lotte che si sono sviluppate, in italia, negli ultimi anni. E da qui cerchiamo di partire. Ci riferiamo principalmente alla lotta contro al 41bis che, in qualche forma, secondo chi scrive, ha trovato dei rapporti di continuità nelle mobilitazioni per la Palestina, sviluppatesi con forti connotati antiautoritari (nel primo caso squisitamente anarchici) e che, crediamo, sia importante rivendicare come un tassello del nostro presente di conflitto.

Di quei giorni e mesi di rabbia e azione non devono essere le carogne di tribunali, giornali o caserme a parlare per noi, ma quando lo fanno, citandoli esplicitamente come movente della repressione, ci sembra che sia fondamentale soffermarsi sul portato che ha avuto ed avrà, ciò che abbiamo messo, e che metteremo, in campo. Forse non c’è stato il tempo (o la voglia) di analizzare approfonditamente quello che si è giocato in quelle strade e in quelle piazze ma l’operazione repressiva del 16 giugno muove i suoi passi anche da lì e quindi ci pare sensato interrogarci sul perchè.

Il potere parte dalla necessità che lx anarchicx devono essere isolatx, mistificatx, sbattutx sui giornali quando lx si arresta, e poi ritornare nel dimenticatoio della storia. Così, in parte, lo stato riesce a gestire l’esistenza di un’idea-pratica che porterà alla sua distruzione ed estinzione della sua ragion d’essere: il dominio. Quando lx anarchicx invece non sono più alienx ma sono presenti nello spazio pubblico e i loro slogan sono sulle bocche di persone “insospettabili” o quando nelle manifestazioni di massa alcuni temi e pratiche dell’anarchismo si diffondono, ecco che lo stato decide di dare un segnale più forte di altri. La repressione non serve, infatti, solo a tentare di spezzare dei legami consolidati, fiaccare animi e corpi, diffondere allarme tra lx nemichx dell’ordine, ma anche a dissuadere potenziali complici da unirsi ax “cattivx maestrx”. La grandinata di denunce e arresti e misure preventive nei confronti di quellx che si definiscono attivistx è lì a testimoniare che, certo, questo governo è più zelante di altri nel reprimere fino al semplice dissenso, ma questa furia castigatrice ci dice anche che il leviatano deve colpire per mantenersi in vita, scagliandosi sempre più spesso e sempre più violentemente contro lx proprx oppositricx. È la logica stessa della guerra: prosegue solo se hai nemici sempre freschi da combattere e da dare in pasto alla parte di popolazione soggiogata dai rigurgiti patriottici.

Fortunatamente esistono ancora – e sempre esisteranno – minoranze agenti che non solo disertano l’arruolamento patriottico delle coscienze, ma cercano anche di sabotarlo. In questo senso leggiamo lo sgombero di un luogo storico del movimento anarchico, della controcultura, dell’opposizione alla vita metropolitana mercificata: ci tolgono gli spazi perchè è nell’attarversarli assieme (siano essi piazze, squat, cascine, montagne) che si creano legami e possibili cospirazioni. Ci tolgono i nostri luoghi anche per farla finita con la nostra storia, che così come la questione palestinese ci dice, è visceralmente connessa ai territori che abitiamo, in cui lottiamo.

In ogni contesto di guerra la compressione dello spazio pubblcio deve essere massima, figuriamoci sopportare l’esistenza di un’isola di alterità così sfacciata com’è sempre stato il Bencivenga.

E se di guerra si parla è perchè tutto nell’azione della repressione parla il linguaggio bellico: la prova muscolare d’irruzioni sbirresche coi passamontagna calati in faccia; l’apposizione, a mo di sfregio fascista, del tricolore sulla porta appena murata del Benci, che cosa sono se non una diapositiva della guerra che, a macchia di Leonardo è già in atto contro chi sceglie la via della ribellione o percorre, per moto centrifugo della storia, il grande esodo dell’esclusione dai privilegi?

E cosa è stata la celebrazione dei giochi di Milano-Cortina, contro i quali l’azione di sabotaggio dei treni di cui si parla nell’indagine si è scagliata come un fulmine, se non una gigantesca e multimilionaria parata di guerra? (che trova nell’ostentata presenza delle truppe ICE il suo apice)
Il fatto che lo stato, nelle sue stesse vene o arterie – le infrastruttre di trasporti e telecomunicazioni – possa essere ostacolato, indebolito, sabotato, rallentato, è intollerabile per un istituzione totalitaria che si identifica, al netto dei formalismi democratici-liberali, essenzialmente con la sua stessa tensione alla guerra, esterna come interna. Guerra non dichiarata che chiamiamo normalità.

Le armi che si dispiegano in questo stillicidio contro la ribellione e l’alterità, allo stato attuale dell’organizzazione sociale, non sono più rappresentate dal plotone d’esecuzione che si schiera d’innanzi allx condannatx, piuttosto un dedalo di sofisticati tranelli e tagliole che prendono il nome di leggi. Con questo non vogliamo dire che la legge sia uno strumento repressivo nuovo (è purtroppo vecchio quanto l’autorità) ma che assistiamo ad una forma di pan-penalizzazione e pan-normatività, nel contesto italiano, che ci attanaglia, e questa particolare forma di repressione causa tutta una serie di specifiche conseguenze in noi che la subiamo e vi resistiamo.

Inoltre l’arsenale dello stato italiano si è incredibilmente arricchito di nuovi strumenti repressivi negli ultimi anni (senza mai tralasciare di oliare struttre ben rodate e indispensabili come, appunto, il 41bis) e questo, si badi bene, non lo imputiamo alla natura fascista dei governanti attuali: mai come oggi ci permettiamo di dire che democrazia e fascismo sono esattamente due facce della stessa medaglia, intercambiabili e possibilmente coesistenti. Un articolo, tra gli altri, che questa indagine scaglia sul capo dex nostrx compagnx, e che ha giustificato l’arresto di due di loro (arresto che, a parità di condizioni, solo un anno fa non sarebbe avvenuto) che ci pare necessiti un’urgente presa in carico da parte nostra è il 270quinques terzo. Il così detto “terrorismo della parola”.

Se infatti sono anni, decenni, che ci confrontiamo con accuse legati ai reati associativi (270bis) il fatto di punire la semplice detenzione di materiale cartaceo o virtuale che possa essere considerato da lor signori come terrorista, apre la porte a scenari di arresti (in flagranza!) facilissimi per i nostri repressori. Il 270quinques terzo, a differenza del secondo (autoaddestramento) a detta dex legali, è estremamente ostico da smontare in sede processuale perchè non vi è la necessità da parte del PM di dimostrare alcuna intenzionalità nel “passare all’azione”: il semplice fatto di possedere uno scritto incriminato può condurci in galera. Questa legge sembra fatta proprio apposta per un movimento, come quello anarchico, dove gli scritti hanno sempre avuto grande e numeroso risalto sia nella crescita individuale, sia nella propaganda.

Queste le suggestioni che abbiamo ritenuto, dopo confronti tutti da approfondire, di condividere per tracciare un minimo comune terreno di azione e di discorso sul quale vogliamo chiamare la mobilitazione per la solidarietà a chi è statx arrestatx, perquisitx, inquisitx, imprigionatx in casa propria.

Sentiamo forte in questo momento la spinta a fare sì che la repressione non sia mai e poi mai vissuta come una questione privata (benchè si parli di un contesto che non è quello anarchico, il suicidio di due attivisti per la Palestina, a Torino, posti agli arresti domiciliari, ci dà un sanguinario polso della situazione) e vogliamo, in chiusura di questo testo, chiamare alla mobilitazione in solidarietà ax compagnx colpitx nell’operazione del 16 giugno. Proprio per uscire dall’angolo, proprio per riportare nella dimensione pubblica il fatto che c’è un mondo che si sta disfacendo e del quale possiamo accelerare la caduta, costruendo nel mentre quel sogno difficilissimo e irrinunciabile che è l’anarchia.

Nelle giornate dal 10 al 12 luglio, in vista del riesame, facciamo quindi sentire forte la solidarietà ax nostrx compagnx ostaggx dello stato: ognunx nei modi che riterrà opportuno, come sempre diciamo, per uscire dall’angolo della presa male e rilanciare la nostra voglia di ribaltare questo dannato presente. La libertà è possibile e tangibile, nella lotta per la liberazione.

Solidarietà e complicità con lx arrestatx, perquisitx, inquisitx del 16 giugno! Nico, Micol, Pietro, Giu, Luna, Bibi, Toni, Ste liberx subito!

Tuttx liberx, fuoco a tribunali e galere!

Alcunx compagnx solidalx

Di seguito diffondiamo gli estremi del conto sul quale versare benfit e contributi economici per l’operazione del 16 giugno: D’ORA IN AVANTI FATE RIFERIMENTO SOLO A QUESTO CONTO.

Giovanna di Romano
IT67E3608105138259570159586
Numero Carta PostePay
5333174809836489

Questi, al momento gli indirizzi disponibili dex compagnx: scriviamo loro, non facciamolx sentire solx nè isolatx

Andrea Toniolo (Toni):
C.C. di Rossano – Contrada ciminata.
87064 – Corigliano Rossano (CS)

Francesco Benedetti (Bibi):
C.C di Rossano – Contrada ciminata.
87064 – Corigliano Rossano (CS)

Micol Marino:
C.C. Rebibbia femminile – Via Bartolo Longo 92
00156 – Roma (RM)

Stefano Marri:
C.C. di Terni – Strada delle campore 32
05100 – Terni (TR)

Pietro Rosetti:
C.C di Terni – Strada delle Campore  32
05100 – Terni (TR)

Nico Aurigemma:
C.C. di Ferrara – Via arginone 327
44122 – Ferrara (FE)

Arnau Vallet Casadevall:
Regina Coeli
via della Lungara 29
00165 Roma

DI BARRICATE INFRANTE E CUORI SALDI

Diffondiamo qualche parola sullo sgombero del Bencivenga, seguito
all’operazione repressiva del 16 giugno. Qui il pdf.

All’alba di martedì 16 giugno il rumore dei flessibili anticipava l’irruzione al Bencivenga Occupato di una grande quantità di carogne in maschera. Annunciandosi con un mandato di perquisizione, tentavano di nascondere quello che si è poi rilevato ben altro una volta che le barricate hanno ceduto al loro passo: due provvedimenti di custodia cautelare in carcere per un compagno e una compagna che hanno trovato all’interno. Dalle prime pagine dell’ordinanza si è avuto modo di comprendere che la vastità dell’operazione stava colpendo altre compagne ed altri compagni in svariate parti d’Italia. Reato contestato: associazione con finalità di terrorismo (art. 270Bis). Un classico dell’armamentario statale per tentare di imprigionare chi non si piega alla sua pretesa sovranità. Formalizzata la notizia dei mandati d’arresto è iniziata una perquisizione che si è protratta per circa 7 ore, concentratasi, come da manuale, su dispositivi informatici e materiale cartaceo. E’ dopo questo lunghissimo periodo di tempo che lo sgombero è stato annunciato, anche se in mancanza delle scartoffie che lo ufficializzavano.

Ax compagnx che si trovavano lì, prima che venissero trasportatx verso carceri e questure, non è stata data dalla sbirraglia la possibilità di prendere praticamente niente, tra effetti personali e materiale d’archivio presente nello spazio. Niente di cui stupirsi: nella contrapposizione delle parti, in questo conflitto, l’annientamento reciproco è un obbiettivo a cui miriamo entrambi. Nessun grido di sdegno, dunque. Sappiamo benissimmo come la logica dei diritti portata avanti dallo Stato è solo uno degli strumenti per soggiogare la struttura sociale, e perdura fin quando il dominio decida che far valere la propria forza è la strategia preferibile per neutralizzare l’indesiderato in questo presente di guerra.

L’operazione repressiva e il conseguente sgombero ci portano a fare delle valutazioni su cui sarà necessario soffermarsi, quello che adesso sappiamo è che, se nei loro intenti lo sgombero del Bencivenga è finalizzato a spezzare i legami tra compagnx, in questo hanno già fallito. Non si può contenere in quattro mura l’odio che proviamo per questa società, come non si potranno contenere nelle quattro mura di un carcere la forza e gli ideali dex nostrx compagnx. Portiamo nel cuore la stessa rabbia! La stessa rabbia di chi non è più al nostro fianco, ma vive nel presente di ogni lotta contro il dominio sull’esistente.

Libertà per Mic, Arnau, Ste, Pietro, Giulia, Nico, Luna, Toni e Bibi!!!

Tuttx Liberx!!!

Con Sara e Sandro, verso un orizzonte di libertà!

Con odio, per amore.
Per l’anarchia!

Compagnx del Bencivenga.

ARRESTI DEL 16 GIUGNO, SOLIDARIETÀ DALLA ROMAGNA

Diffondiamo:

SULL’INDAGINE E RELATIVI ARRESTI DEL 16 GIUGNO.
Solidarietà dalla Romagna

…e sono tante, troppe, le mattine così, per tanti, troppi, individui che vengono gettati nel tritacarne del macabro e viscido teatro che lor signori chiamano Giustizia.
Un’ennesima mattina di sveglia con le guardie alla porta, con le loro pettorine da fiction TV, con le pistole alla cintola, i guantini, il puzzo di dopobarba e le facce di chi sta facendo bene il proprio sordido mestiere: applicare la legge.
Non sempre finisce con gli arresti, stavolta sì, e con uno spazio storico sgomberato, spazio che per tantx di noi era casa, per altrx punto di riferimento, scoglio anomalo nel mare di cemento e aperitivi della capitale: il Benci odia ancora!

I fatti, per ora, per quello che ci è dato sapere (visto che le indagini sono tutt’ora in corso) sono più o meno già ampiamente circolati sia in ambienti di movimento, sia nel web-mondo, perciò ci siamo chiestx cosa potevamo dire che ne valesse davvero la pena, in un momento del genere, un momento in cui nove sorelle e fratelli sono tra le grinfie dello stato, al caldo di queste sbarre infami?! (e se ci siamo attardatx tanto per esprimerci pubblicamente, sappiamo che capirete: sono state ore febbrili, di mille cose da pensare e da fare!)

Se le parole hanno un senso in momenti come questo – secondo noi – è di cercare di accostarsi alla pancia e al cuore, cercare di tradurre il magma di sensazioni che proviamo e che tutte non possono esprimersi a gesti: rabbia, rabbia, rabbia, fatica, stanchezza, amaro, impotenza, incredulità, ancora rabbia. Ma, dall’altro lato della barricata interiore dei nostri spiriti inquieti, anche contentezza nel vedere la forza che riusciamo ad esprimere nella solidarietà e la tenacia e la voglia di resistere un secondo in più degli oppressori che mirano a rubarci/intristirici la vita e l’orgoglio di avere compagnx così fortx e dolci allo stesso tempo, così splendidamente imperfettx e incamminatx, a testa alta, verso il nostro sogno comune: la libertà.

Questa è la parte migliore di noi e quando riusciamo a farla emergere, già tocchiamo con mano un pò del mondo che vorremmo, e la repressione – ragion di Stato assassina e vigliacca – ha se non altro questo merito, che ci spinge a tirarla fuori.

Dopo la convalida degli arresti di Toni e Pietro, dopo che anche a Giulia e Luna sono state applicate le misure cautelari (domiciliari con braccialetto elettronico) mentre aspettiamo di sapere dove spediranno tuttx lx nostrx compagnx, che dalle carceri attuali saranno trasferitx nelle sezioni di Alta Sicurezza, come compagnx della Cassa Antirepressione Capitano ACAB vogliamo mandare i nostri abbracci di cuore a tuttx lx arrestatx, perquisitx, inquisitx per questa ennesima operazione del 16 giugno e ci impegniamo a seguire tuttx lx compagnx prigionierx a partire dal nostro compagno, amico, fratello, Pietro, arrestato (come Toni) in ossequio alla logica che vuole che dopo che ste carogne promulgano una nuova legge, qualcunx debba cadervi preda (parliamo qui del 270quinques terzo) per far sorridere di soddisfazione gli aguzzini in giacca e cravatta. Ci pare interessante e importante far cirocolare il nome degli opuscoli che sono valsi la galera per Pietro, visto che hanno giustificato il suo arresto, si chiamano “Taglio e Cucito”, “L’informatore anarchico” e “Stop that train”.

In queste ore roventi (in tutti i sensi!!) ci stiamo dicendo di procedere per passaggi: al momento, in attesa del Riesame che ci auguriamo dissolva o per lo meno ridimensioni il fumoso/fuffoso impianto accusatorio, è seguire lx compagnx nei trasferimenti; è stare vicino agli affetti dellx arrestatx e inquisitx; raccimolare soldi per le molte spese che verranno; farci forza l’un l’altrx, coltivando un sano odio sempre col sorriso, che non ci consumi dentro ma che sappia esondare in faccia ai nostri nemici.
Come sempre diciamo e scriviamo, la miglior solidarietà è proseguir nelle lotte dex compagnx colpitx dalla repressione, e questo vogliamo tenerlo a mente.

Non si tratta di mitizzazione, di martirio per l’ideale, di eroismo o cose del genere, ma di una precisa scelta di campo che lx nostrx compagnx, e noi con loro, abbiamo fatto, da tempo: scegliere il lato scomodo del mondo, per trovare un punto d’appoggio dove far leva, e mandare questo putrido sistema sociale ed economico gambe all’aria.

Scegliere il sogno, l’amore, il conflitto, la solidarietà, l’immischiarsi, il fare la propria parte.
Scegliere, ogni giorno, di non voler essere complici dell’abominio capitalista-statale-patriarcale, ma sabotatorx della normalità, con il fiato sempre corto e il cuore che va a mille. Scegliere di essere vivx, per l’anarchia.

Micol, Ste, Nico, Pietro, Toni, Luna, Giu, Arnau, Bibbi liberx!
Tuttx Liberx!
Con Sara e Sandro nel cuore.

Cassa Antirepressione Capitano ACAB. 22 giugno 2026
capitanoacab@insiberia.net