DA NORD A SUD: CHI DEVASTA E SACCHEGGIA É LO STATO. CON BAK, LUIGI E LE IMPUTATX DELL’OPERAZIONE IPOGEO

Diffondiamo:

Oggi 14 luglio alcunx nostrx compagnx verranno giudicatx per un corteo avvenuto a Catania nel maggio 2025, contro l’inasprimento delle misure repressive introdotto dal DL sicurezza. Tra le accuse anche “devastazione e saccheggio”, quel reato di fascisti natali volto a colpire pochx per la rabbia di moltx, e a fare in modo che il conflitto non dilaghi per le strade.
Bak e Luigi stanno affrontando mesi di detenzione preventiva per aver scelto da che parte stare. Li vogliamo liberi subito. É bene che lo Stato sappia che non staremo fermx a guardare mentre ci stringe il cappio intorno al collo. La determinazione di quel corteo ci appartiene. Siamo complici e solidali con chi si rivolta a questo presente di gabbie, guerra, sfruttamento e miseria.

Chi devasta e saccheggia é lo Stato.

Al fianco di Bak, Luigi e lx imputatx dell’operazione Ipogeo.

Liberx tuttx

Compagnx da Bologna

SUI CIVILITICI

Diffondiamo da Infranero:

Il solo manoscritto che sia rimasto di Joseph Déjacque è una lettera scritta il 20 febbraio 1861, alla vigilia del suo imbarco per quell’Europa da cui mancava da sette anni. In questa lettera, indirizzata ad un proscritto francese rifugiatosi in Svizzera, Déjacque esprime tutto il suo disprezzo per un paese in cui aveva sperato di trovare maggiore libertà, e dove invece regnava il «cretinismo politico e religioso». Le parole di Déjacque sul conto della società statunitense dell’epoca sono durissime, e vale la pena qui riportarle: «L’America è letteralmente una nazione di bottegai, di negozianti all’ingrosso e al dettaglio che non hanno in testa e nel cuore che una cosa sola, il commercio, lo sfruttamento. La fede politica come la fede religiosa di ognuno è solo una merce su cui si specula a profitto dei propri interessi mercantili. Nell’americano non c’è che un sentimento, quello della propria venalità e della venalità degli altri; questo sentimento è l’erbaccia che soffoca in lui ogni grande idea. […] Le strade di New York, inseminate di passanti indigeni ed esotici, sono per me più deserte delle foreste dell’Ovest, popolate di alberi e rocce; mi sentirei meno solo in quelle vaste solitudini che in questa popolosa città, vivaio di uomini e donne americanizzati. Lo dico con umiltà più che con boria, (perché dopo tutto questi idioti sono miei fratelli, sono impastati della stessa argilla di cui sono impastato io) qui, tranne rare eccezioni, non frequento nessuno con piacere e nessuno ama sul serio la mia compagnia. Tutti coloro che mettono piede sul suolo americano si abbrutiscono in poco tempo, se non lo sono già prima di venire, gli uni sacrificandosi a un Dio Pluto, gli altri sacrificandosi a un Dio Bacco, il più delle volte sacrificandosi ad entrambi».
Le parole di Déjacque sul conto della popolazione statunitense della metà dell’800 sono precorritrici. Anticipano e corrispondono a quanto si potrebbe sostenere oggi a proposito degli abitanti di tutti i paesi occidentali, che nel frattempo hanno trovato un altro Dio a cui sacrificarsi: Tecno. All’inizio del terzo millennio si è meno soli nei boschi che in mezzo a torme di «civilitici» che brancolano con lo smartphone in mano, urtandosi l’un l’altro, senza vedere nulla, senza sentire nulla, senza provare nulla, senza pensare nulla — alla ricerca del selfie del proprio successo sotto la capillare sorveglianza del Grande Fratello.
Così in questi ultimi anni abbiamo assistito impotenti alla scomparsa delle grandi idee, quali che siano, sepolte sotto tonnellate di venalità, di vanità, di abbrutimento intellettuale ed etico. Tant’è che anche le amare parole con cui Déjacque concludeva la sua lettera potrebbero essere oggi sottoscritte dai pochi amanti rimasti dell’utopia: «Sono stanco di vivere qui da eremita in mezzo alla folla […]. Ho nostalgia, non del paese in cui sono nato, ma del paese che finora ho intravisto solo in sogno, la terra promessa, la terra della libertà al di là del mare rosso… Vedete come vorrei fuggire dal suolo su cui il destino del momento mi incatena, correre alla ricerca della felicità in un altro continente… Poveri socialisti antesignani che siamo! Uomini declassati nella civiltà cristiana, erriamo come intelligenze in pena, sperando sempre di trovare un angolo dove sentirci meno al di fuori dalla nostra sfera naturale, un angolo che non possiamo trovare perché non è di questo mondo, cioè di questo secolo!». Uomo senza mondo, Déjacque sarebbe morto tre anni dopo in preda alla follia a Parigi, nel 1864.
È questo il destino che attende tutti i sovversivi inchiodati ad una calcolata e calcolante realtà che non offre vie di fuga, incapaci di ridurre la smisuratezza del proprio sogno alle mediocri dimensioni dell’esistente? La cella di una prigione o la camera imbottita di un manicomio, un peso legato al collo o il cuore spaccato dallo sconforto? Può darsi, certo. Ma è impossibile fare a meno di notare che, appena sette anni dopo la morte di Déjacque, la Comune di Parigi esplose proprio nelle strade in cui egli si era spento. Niente è mai finito, tutto è sempre possibile. Ecco perché non vale la pena rattristarsi nel frequentare il presente dal fetore di cadavere, molto meglio profanare un certo passato per farne scaturire la vita. Nonostante il successo trionfale riscontrato ovunque dal realismo, ci saranno sempre banchi vuoti alle sue lezioni di consenso e di rassegnazione, di indifferenza e di attendismo, di compromesso e di opportunismo. Non è la politica che seppellirà il vecchio mondo, ma solo l’utopia che, saltata fuori ancora una volta dal ripostiglio dei sogni infranti dove era stata rinchiusa, tornerà a diventare arma fumante spianata contro chi ci obbliga a un’esistenza che non merita di essere vissuta. Un’utopia che non promette pace, ma che scatena guerra. Qui ed ora.

UNA SPUDORATA INIZIATIVA ANTI-ANARCHICA. SULL’OPERAZIONE DEL 16 GIUGNO

Diffondiamo:

Il 16 giugno scorso è stata lanciata l’ennesima operazione repressiva contro il movimento anarchico. Dopo le solite perquisizioni in varie città (Roma, Bologna, Forlì, Napoli, Torino e Milano), sono state applicate nove misure cautelari: sette in carcere, con trasferimenti nei circuiti di Alta Sicurezza (AS2) e due ai domiciliari con braccialetto elettronico e divieto di comunicazioni. L’operazione è servita oltretutto da pretesto per sgomberare uno dei luoghi perquisiti, il Bencivenga Occupato, attivo a Roma da ben 25 anni.

Tra i capi di accusa alcuni sabotaggi alla rete ferroviaria dell’Alta velocità in occasione della devastazione portata dalle Olimpiadi di guerra Milano-Cortina (alla cui sicurezza, per intenderci, hanno partecipato anche agenti dell’ICE, la milizia assassina di Trump) a cui i repressori, per rendere più credibile il reato di associazione con finalità di terrorismo – il famigerato 270 bis – hanno collegato una serie di lotte che si sono sviluppate negli ultimi anni, dalle mobilitazioni a sostegno di Alfredo Cospito a quelle contro il 41 bis, fino alle recenti mobilitazioni per la Palestina.

Ma a rendere palese che ad essere perseguite non sono solo determinate azioni quanto il pensiero che le anima, è il fatto che due degli arresti sono avvenuti per degli opuscoli rinvenuti durante le perquisizioni domiciliari contestando il cosiddetto “Terrorismo della parola” (270 quinques terzo, “detenzione di materiale con finalità di terrorismo”), reato introdotto dal D.L. 11 aprile 2025 n. 48 ovvero il penultimo pacchetto sicurezza del governo Meloni. Si tratta di un reato predittivo, altrimenti detto di “pericolo presunto”, che punisce – con la reclusione da due a sei anni – non il compimento di un atto ma il suo ipotetico verificarsi, attraverso la semplice detenzione di scritti cartacei o virtuali.

Come hanno ben scritto altrx compagnx “il 270 quinques terzo, a detta dex legali, è estremamente ostico da smontare in sede processuale perché non vi è la necessità da parte del PM di dimostrare alcuna intenzionalità nel “passare all’azione”: il semplice fatto di possedere uno scritto incriminato può condurci in galera. Questa legge sembra fatta apposta per un movimento, come quello anarchico, dove gli scritti hanno sempre avuto grande e numeroso risalto sia nella crescita individuale, sia nella propaganda”. Che poi lo scritto incriminato lo si sia effettivamente letto o meno, sembra essere ininfluente per le finalità repressive.

Non é nemmeno un caso se questa nuova operazione anti-anarchica avviene nel momento in cui il Tribunale di Sorveglianza di Roma era chiamato a esprimersi sul rinnovo o meno del regime di 41bis per Alfredo Cospito, l’unico anarchico nella storia a cui – dal 2022 – é stato applicato questo regime afflittivo specifico, poi effettivamente rinnovato per altri due anni, respingendo il ricorso del suo avvocato.

Di fronte a questa nuova operazione repressiva, sintomo di una crescente stretta contro l’opposizione interna e nuovo capitolo del secolare quanto vano tentativo dello Stato di annientare l’anarchismo, non servono troppe parole, ma serve continuare – ed, anzi, intensificare! – le lotte contro la guerra e i nazionalismi, contro il militarismo e il riarmo dell’economia e della società, contro quella macchina infernale che è il carcere e le sue appendici mostruose come il 41 bis, contro l’esistenza e la militarizzazione delle frontiere e quei campi di concentramento per immigrati che sono i Cpr (ora “esternalizzati” in Paesi terzi, sull’esempio dell’Italia in Albania e con la benedizione del Patto su migrazione e asilo dell’UE), contro la devastazione dei territori da parte di progetti calati dall’alto utili solo alla speculazione del cemento e della finanza.
Per una società autorganizzata e libera da autorità e capitalismo. Per l’anarchia!

Piccoli Fuochi Vagabondi
https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/una-spudorata-iniziativa-anti-anarchica-sulloperazione-repressiva-del-16-giugno/

IN ESTATE CI SONO DUE CERTEZZE: IL CALDO E UN’INCHIESTA ANTI-ANARCHICA. UN TESTO DA NAPOLI

Diffondiamo da Napoli:

“Odio l’estate”

Sulle note di Bruno Martino

Niente di nuovo sotto al Sole.

In estate ci sono due certezze: il caldo e un’inchiesta anti-anarchica.

Le giornate che si allungano, l’asfalto che brucia e, con puntuale infamità, la Magistratura Antimafia e Antiterrorismo (DNAA) che si premura di mandare qualcuno al fresco.

A prima (s)vista sembrerebbe l’ennesimo gioco d’animazione che, almeno dagli anni ’90 li fa divertire ogni stagione. Se non fosse che …

Qualcosa di nuovo sotto al Sole c’è sempre

A questo nuovo giro di vite, tra le 5 e le 6 di mattina del 16 giugno, la Procura di Roma ha sguinzagliato digos e polizia per tutta Italia con 18 mandati di perquisizione (per case di compagnx, familiari e due spazi occupati) e 7 mandati di arresto per compagne e compagni per un’inchiesta per associazione con finalità di terrorismo (270 bis) e con l’accusa di aver sabotato la linea dei Treni ad Alta Velocità (TAV) in occasione delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Approfittando ulteriormente della già infame inchiesta, al termine delle perquisizioni, ci vengono strappati altri due compagni, imprigionati con l’accusa di 270 quinquies TER per il ritrovamento di alcuni opuscoli.

Il reato di autoaddestramento (270 quinquies) è stato usato per decenni nei confronti dei cosiddetti terroristi islamici, perlopiù persone arabo-islamiche sbattute in galera per aver scritto o consultato sui social cose che non piacciono agli stati occidentali. Questo nuovo strumento repressivo doveva servire a colpire quelli che sono stati definiti semplicisticamente e opportunisticamente “lupi solitari” che si radicalizzano da soli, ma in sostanza ad avere nuovi strumenti per colpire ogni “terrorista” senza ricorrere all’impianto associativo. È così che Ahmed Salem è stato condannato a 4 anni di galera per la presenza sul suo telefono di alcuni video della resistenza palestinese.

Circa tre anni fa, abbiamo iniziato ad assistere all’ulteriore espansione di questo dispositivo repressivo. Era la prima volta che questa accusa veniva utilizzata nella storia della repressione antianarchica quando a Napoli un compagno veniva accusato di 280 bis (attentato con finalità di terrorismo) aggravato, appunto, da 270 quinquies. Cogliamo l’occasione per aggiornare sul fatto che questo processo a Zac, che si era concluso nel luglio 2024, ricomincerà il prossimo 16 luglio, perché il PM, evidentemente indispettito dall’esito, ha presentato appello contro l’assoluzione.

In quel contesto scrivevamo: “Nei decreti sicurezza di prossima introduzione si prevede l’inserimento del reato di <detenzione di materiale con finalità di terrorismo>: in parole povere, uno stesso materiale letto da una persona qualunque e letto da un anarchico, diventa reato nel secondo caso. Riuscirà Willy il coyote (proprio il cartone animato) guardato da un anarchico, a sfuggire alla finalità di terrorismo?”

[Warner Bros. annuncia uscita Coyote Vs. Acme nel 2023 – Lo Spazio Bianco][willy coyote][154 immagini, foto stock e illustrazioni esenti da diritti d’autore a tema Wile coyote | Shutterstock]

Più che facili previsioni, facevamo i conti con una realtà. Quel pacchetto sicurezza è infatti poi diventato legge, comprendendo il nuovo articolo 270 quinquies TER, che ha determinato un’ulteriore estensione della sua già arbitraria applicabilità.Con il reato di 270 quinquies era punito il fatto di aver acquisito anche autonomamente istruzioni per la fabbricazione di armi, materiali esplosivi, sostanze chimiche/batteriologiche e altre pratiche e metodi finalizzate ad atti di “terrorismo” inclusi i sabotaggi, ma la detenzione di materiale di questo tipo doveva essere unita sul piano probatorio ad altre condotte concretamente collegabili con la finalità di terrorismo. Con la nuova fattispecie, invece, è punita direttamente e per sé la sola detenzione di materiale contenente questo tipo di istruzioni o informazioni, o anche per il solo fatto che provengano da gruppi considerati terroristici. Data l’estrema indeterminatezza, ci sembra evidente la funzione preventiva e deterrente di questa norma, funzionale a garantire con molta più facilità l’arresto immediato di chiunque venga trovato in possesso di materiali cartacei o digitali considerati pericolosi.

Allora vediamo che ad ogni nuova operazione antianarchica qualcosa di nuovo da sperimentare sotto al sole c’è sempre. In genere si tratta piuttosto della combinazione tra vecchi e nuovi strumenti repressivi. Stare a vedere cosa ci combinano questa volta gli scienziati della DNAA riguarda tutti coloro che scelgono di lottare contro un mondo di guerra e sopraffazione. Perché ogni arma puntata oggi contro qualcuno, domani potrebbe cambiare la mira. Il lavoro per mettere fuori gioco chi si mette di traverso ai calcoli del potere si ristruttura di continuo: in una società sempre meno pacificata, le strategie repressive diventano sempre meno selettive, e il mirino può allargarsi fino a includere tutti i nemici e le nemiche dell’autorità. È successo col 270 bis, con l’Alta sicurezza, col 270 quinquies, col 41 bis, col Daspo, con la Sorveglianza speciale. Questa lista si allungherà se lo sconfinamento delle armi del potere non trova argine.

Per ravvivare una narrazione triste.

La narrazione acchittata dai media non sembra affatto casuale, ma semmai diretta emanazione della superprocura nazionale che indaga per reati di mafia e terrorismo (DNAA). Il codice dell’antiterrorismo, basato sulla punizione dell’autore per ciò che è e per ciò che rappresenta, non è molto diverso da quello dell’antimafia, tanto quanto il linguaggio usato. Se al TG1 gli anarchici diventano “pianificatori della strategia della tensione” che si riuniscono in “covi come la mafia”, il popolo dovrebbe necessariamente pensare che valga la pena “metterli in galera e buttare la chiave”, come del resto accetta che venga fatto coi “mafiosi”. Tanto di guadagnato per la magistratura che a combattere anarchici, mafiosi e islamici tutti insieme ci guadagna finanziamenti e salti di carriera senza incontrare ostacoli.

L’altro ieri i rivoluzionari come bruti sanguinari, ieri gli anarchici come kamikaze, oggi anarchici come mafiosi. Ogni relazione in lotta per la libertà viene impigliata nella narrazione di una rete associativa con finalità di “terrorismo” con metodi “mafiosi”, e i terroristi-kamikaze-mafiosi disegnati come mostri a tre teste. Loro non possono immaginare e proporre altro da questo. Noi dal canto nostro non possiamo che immaginare una vita libera da ogni forma di oppressione imposta e non possiamo che proporre di agire per realizzarla. Con ogni mezzo conseguente a questo fine. Oggi come ieri e l’altro ieri, qualcuno trova dentro di sé e con altri aneliti di anarchia per cui vale la pena vivere. Questo siamo. Alla malora il resto.

Per non credere alle favole.

Crediamo dunque nel caos, ma non nel caso. Non è un caso neppure che le richieste di arresto presentate al GIP due mesi fa siano state firmate proprio nei giorni in cui si discuteva il ricorso per l’applicazione del 41bis ad Alfredo, infine rigettato come da copione. A beffarsi di chi negli ultimi mesi ha creduto nelle favole sulla riforma della giustizia, sulla differenza tra giudici buoni e cattivi, sulla giustizia della giustizia, la realtà dimostra che le bugie hanno le gambe corte.

Il magistrato è di nuovo nudo, e fa pure schifo. Il sistema giustizia è irrimediabilmente al servizio della politica. Non c’è controriforma che possa salvarlo dal diventare peggiore di quello che è. I tribunali, rossi o neri che siano, servono a punire chi non sta alle regole del gioco. Le parabole con cui raccontano e ingabbiano le nostre esistenze in quelle aule grigie non sono mai a lieto fine. Innocenti, colpevoli, assoluzioni e condanne sono il vocabolario morto di una lingua di legno, che in ogni caso si traduce in anni di udienze, carcere, preventivi, misure di sorveglianza, domandine, colloqui, microspie, videocamere, eccetera, eccetera, eccetera. Il processo rituale della giustizia, esercitato da uomini e donne in toghe nere e fasce tricolore sarà sempre e comunque la perversa riproduzione del trionfo della loro civiltà (anche se in quegli istanti ci sembra di vedere neanderthaliani vestiti di pellicce che pronunciano parole incomprensibili agitando e sbattendo una clava).

Ma dove corre quella bugia con le sue gambe corte…

Sappiamo molto bene che è lo Stato a seminare terrore indiscriminato come qualunque religione, a estorcere soldi a chiunque come una mafia, e a compiere stragi come…qualunque Stato. (Proprio in questi mesi il caso Delmastro fa da parafulmine a un intero sistema che funziona così; nessuno sdegno se proprio in questi giorni si propongono risibili condanne agli stragisti del ponte Morandi, mentre chi si è ribellato al Ponte sullo stretto è ancora in galera).

Quando tra un piagnisteo e un altro, Salvini prova a ripulirsi di tutta la merda che gli è stata lanciata negli ultimi anni sul pessimo funzionamento dei trasporti, dicendo che gli anarchici seminano il panico tra la povera gente che deve andare a lavorare…diciamo solo due cose. La prima è che la povera gente solo raramente prende la TAV per andare a lavorare. La seconda è che la sua “povera” TAV è a tutti gli effetti un’infrastruttura di guerra. È per questo che da anni azioni, blocchi e scioperi mettono in crisi il suo già inutile ministero…e il militarismo europeo.

Dal 2016, i Piani d’azione per la mobilità militare dell’Unione europea hanno iniziato a prevedere che tutte le infrastrutture dei trasporti venissero convertite in funzione dual use (civile e militare), in vista di una possibile guerra con la Russia. L’ultimo accordo del 2024 tra Rete Ferroviaria Italiana e Leonardo s.p.a. per la militarizzazione digitale delle ferrovie dice tutto: far viaggiare armi sempre più pesanti su treni sempre più veloci.

È per questo che con particolare foga si reprimono le lotte contro ponti, ferrovie… e olimpiadi…di guerra. E sì, è piena la storia di parate mondiali che a colpi di giochi e a suon di concerti, applausi e fuochi d’artificio distolgono lo sguardo dei popoli da bombe che cadono altrove. (Lo sanno bene anche le periferie di Napoli dove l’Occidente in guerra sta acchittando la prima mondiale dell’America’s Cup, una competizione velistica di lusso su un territorio già devastato dall’industria).

Vite di lavoratori, ettari di boschi e interi palazzi sono caduti per permettere a quei treni di passare e a questi circhi internazionali di illudere che tutto scorra sui binari morti della normalità. Ma dove oggi viaggiano gli atleti, domani viaggeranno i militari.

E non finisce qui

Tornando al 16 giugno…Nel corso di quella giornata di merda, oltre a 7 compagnx in carcere e 2 compagne confinate ai domiciliari, con un altro infame colpo di coda il Bencivenga occupato viene sgomberato. Il mandato di perquisizione e arresto sopraggiunto sul posto a carico di due compagni inquisiti si trasforma magicamente nell’espulsione di tutti gli abitanti, nella messa al bando di uno spazio di vita e di lotta per tutti coloro tra noi che nei suoi 25 anni di storie siamo cresciuti anche tra quelle mura spesse, tra quei pavimenti di cemento abbiamo coltivato relazioni, davanti al fuoco ci siamo scaldati dell’amore per una vita diversa e della rabbia per quella complice indifferenza che manda avanti il mondo così com’è. Inutile dire che murare le sue porte e sporcarle con un ridicolo vessillo dell’Italia unita non potrà mai rimuovere l’esperienza di chi ha scelto di vivere pezzi di vita libera insieme. Né tutto ciò che ne rimane; che non è poco in un mondo dove si muore di apatia e solitudine.

Per non concludere.

Per ogni posto e compagn che ci viene strappato siamo sicure di incontrarne ancora altri. Per continuare a lottare per la liberazione di chi è dentro tanto quanto per la nostra. La solidarietà verso i compagni prigionieri è solidarietà verso noi stessi, che per sempre più motivi potremmo finire da quella parte, e che da qua fuori viviamo l’oppressione contro cui loro hanno lottato fino a essere repressi. È per questo che solidarietà significa continuare le lotte, ogni giorno con un motivo in più.

Con Sara e Sandro nel cuore,

Al fianco di Bibi, Micol, Nico, Toni, Arnau, Ste, Pietro, Giulia e Luna. Contro ogni prigione. Per l’anarchia.

Compagne e compagni a Napoli

FERRARA: RESOCONTO DEL PRESIDIO AL CARCERE DI VIA ARGINONE DI VENERDÌ 10 LUGLIO

Diffondiamo:

Venerdì 10 luglio si è tenuto a Ferrara un presidio sotto alle mura del carcere dove fino a giovedì 9 luglio era tenuto prigioniero il nostro compagno Nico, trasferito lì in AS2 a seguito degli arresti del 16 giugno.
Nonostante il rilascio di Nico insieme allx altrx compagnx per cui il riesame ha disposto la revoca delle misure cautelari, si è deciso comunque di portare la nostra solidarietà a tutte le persone detenute nel carcere di via Arginone.

Per un paio d’ore il presidio ha rotto l’isolamento con musica e interventi, scatenando una bella risposta da dentro. Abbiamo ripercorso i fatti del 16 giugno, ricordando i nostri compagni Tony e Pietro ancora in carcere con l’accusa di 270 quinquies-ter, “terrorismo della parola”, perché oggi anche solo immaginare di rivoltarlo questo mondo è qualcosa che lo stato non intende permettersi, così anche la detenzione di qualche opuscolo o video ritenuto “pericoloso”, basta a rinchiudere compagnx e nemici interni nelle patrie galere.

Siamo andati sotto al carcere di Ferrara, per dire che no, non ci annichiliscono.

È stata portata solidarietà a Ra’ed Dawoud, prigioniero palestinese nell’alta sicurezza ferrarese, arrestato lo scorso 27 dicembre con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale.
Vi sono stati interventi di solidarietà rivolti a tutte le persone che affrontano sulla propria pelle il razzismo di stato e l’oppressione carceraria, e che continuano a rivoltarsi da dentro, ma anche a chi resiste al di fuori delle mura di questa società carcere militarizzata in cui si consumano guerre, genocidi e devastazioni in nome del cosiddetto “ordine democratico dello Stato“.

Fa paura a chi detiene il monopolio della violenza pensare che si capisca che chi ha il potere non è intoccabile.

Lx prigionierx si sono fatti sentire con urla e fischi, e sebbene le loro parole non ci arrivassero chiare, ci è arrivata tutta la determinazione delle loro voci!

Ricordiamo il presidio al carcere di Ferrara sabato 18 luglio alle 18, al fianco di Dawoud e tuttx le prigionierx palestinesx

Con Pietro e Tony, con Alfredo. Con Bak e Luigi, con Dawoud

TUTTX LIBERX

SICILIA: PROIEZIONI DI “181 GIORNI CONTRO IL 41 BIS”

Diffondiamo:

Proiezioni di “181 giorni contro il 41 bis”, documentario che racconta la mobilitazione e le proteste in solidarietà con Alfredo Cospito, e il suo lungo sciopero della fame contro 41 bis ed ergastolo ostativo.

MESSINA
Sabato 11 luglio h.19
Piazza Casa Pia
Cena benefit, proiezione del documentario e dibattito

CATANIA
Domenica 12 luglio h.19
Parco Falcone
Hummus e birrette benefit inguaiatx
Chiacchiere su carcere e repressione

CHIUDERE IL 41 BIS 
LIBERX TUTTX

BOLOGNA: CONTRO QUESTO MONDO, CONTRO LE OLIMPIADI Di GUERRA, SOLIDARIETÀ AX NOSTRI COMPAGNX

Diffondiamo:

Ieri un gruppo di compagnx ha interrotto rumorosamente la placida attesa dei bolognesi che aspettavano l’inizio di uno spettacolo della rassegna del cinema sotto le stelle in Piazza Maggiore. L’intento è stato quello di urlare la solidarietà ax compagnx arrestatx il 16 giugno, con volantini, torce e un grande striscione con scritto: contro le olimpiadi di guerra. Con Mic, Ste, Nico, Arnau, Toni, Bibi, Pietro, Giulia, Luna.

Di seguito il testo dei volantino distribuito:

Siamo qui oggi per portare tutta la nostra solidarietà ai compagnx arrestati il 16 giugno a seguito di un’operazione repressiva che ha coinvolto diverse città, tra cui la nostra. Sono accusati di associazione con finalità di terrorismo, inoltre, tra i capi di imputazione compare un sabotaggio all’alta velocità in concomitanza di quella macchina di distruzione chiamata Olimpiadi. Quell’evento che dietro la facciata dello sport e del dialogo, nasconde gli interessi dei signori della guerra e della devastazione. Un momento in cui mentre si celebra la “multiculturalità” si ignora che le frontiere sono luoghi di morte e respingimento, come le nostre città, dove esistono luoghi in cui rinchiudere le persone che non hanno i documenti giusti e chi lotta contro quest’ordine di cose. Lo stesso trucco che usa la città di Bologna, che si maschera di inclusione e veste di grandi eventi, ma lascia senz’acqua ad asfissiare le persone detenutx alla Dozza in condizioni disumane. Le roventi strade che attraversiamo ci ricordano come gli eventi climatici estremi di questi giorni ricadano sulla pelle di pochx e siano il risultato diretto di politiche di sfruttamento di corpi e territori.

I nostrx compagnx sono accusati di voler sovvertire questo mondo e noi siamo al loro fianco. Sappiamo che non c’è fatto più spaventoso per lo stato di sapere che esiste la possibilità di pensare e creare un altro presente, qui e ora.

Con Mic, Ste, Nico, Arnau, Toni, Bibi, Pietro, Giulia, Luna e tuttx lx prigionierx

PADOVA: CONTRO L’AFA CHE AVANZA. TRE GIORNI BENEFIT [10-12 LUGLIO]

Diffondiamo da Non Riciclabile:

Contro l’afa che avanza.
L’afa, quella sensazione di non riuscire a respirare. Svegliarsi al mattino già col fiato corto, con l’impressione di non farcela ad arrivare fino a sera. Spesso ci sentiamo così, in queste prime giornate d’estate. Ma non è solo il caldo, non è solo l’umidità opprimente dell’aria. È soprattutto l’esistenza in questa società, che continua a stringere le catene che ci legano i polsi e che cercano di tenerci lontanx da ogni alternativa che non faccia della miseria il suo tempo e del profitto il suo luogo, provando a cancellare la nostra capacità di immaginare una vita diversa. Questa è l’afa che avanza. Quell’afa che ingombra il pensiero e toglie il respiro, in quei giorni in cui non riesci più a vedere una possibilità al di fuori di quelle offerte, anche quando le catene che ti appesantiscono sono un po’ più lunghe e meno visibili, mascherate da gentili concessioni.

Nel tentativo di combattere tutto questo e rendere l’aria un po’ più respirabile anche nella nostra città, il 10, 11 e 12 luglio a Padova ci sarà “Contro l’afa che avanza”: un festival dove trovarsi e stare assieme tra discussioni, banchetti, pasti collettivi e musica. Un’occasione per condividere esperienze, visioni e strategie e per sostenere la cassa antirepressione locale e lx compagnx recentemente colpitx dall’operazione anti-anarchica del 16 giugno, dall’operazione ipogeo e per i fatti del carnevale no ponte.

Ci raggiungeranno amicx da varie parti d’italia e non solo, con cui condividiamo l’opposizione a questo mondo e la voglia di crearne di nuovi, attraverso modi imprevisti di relazionarsi e fare musica, liberx dalla razionalità di cui siamo pregnx.
La musica non sarà un sottofondo né un mezzo per richiamare gente, ma una voce che amplificherà la rabbia e il malessere che questo mondo ci mette addosso. I gruppi e lx artistx che suoneranno sono persone con cui condividiamo non solo legami di amicizia, ma soprattutto una visione del mondo e un modo di fare musica in contrasto con le logiche dell’intrattenimento e del profitto.

Contro l’afa che avanza.
Per creare nuove forme di complicità e solidarietà che rendano possibili intrecci di vite ed esperienze anche apparentemente distanti tra loro, ma annodate alla radice.

DALLA PARTE DI CHI SI RIBELLA
TUTTX LIBERX


Programma:

VENERDÌ E SABATO 10 e 11 Luglio presso Bike Stop Padova, Via isonzo 15 (PD)

DOMENICA 12 Luglio presso Fenice Green Park Energy, lungargine Gerolamo Rovetta 28 (PD)

“DI CARCERE NON SI DEVE MORIRE, DI CARCERE NON SI DEVE VIVERE” – UNA RIFLESSIONE SUL CARCERE DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)

Diffondiamo una riflessione sul carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, nato come Ospedale Psichiatrico Giudiziario, noto per le lussuriose detenzioni concesse ai “grandi” di cosa nostra; oggi casa circondariale con un reparto dedicato alla “tutela della salute mentale”. Una piccola introduzione per descrivere l’origine e la trasformazione della struttura, seguita da alcune parole di Luigi dal carcere di Piazza Lanza, Catania. Qui il testo in pdf.

Il 14 febbraio del 1905 si stipulava il contratto tra l’Amministrazione Carceraria e il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto per l’acquisto di un terreno di 40.000 metri quadrati da servire per la costruzione del Manicomio Criminale. Questo sarebbe diventato, come è stato nel 1925, il primo manicomio giudiziario maschile ad aprire in Italia ed anche l’ultimo a chiudere, nella forma di Ospedale Psichiatrico Giudiziario, nel 2017. Da allora, a Barcellona Pozzo di Gotto si trova la casa circondariale “Vittorio Madia” , dal nome dello psichiatra, allievo di Lombroso, che è stato direttore della struttura fino al 1954. Questo il suo credo: “Studiare i detenuti per conoscerli. Conoscerli per governarli razionalmente. Governarli razionalmente per bonificarli. Bonificarli per utilizzarli”. Nuove sfumature della predazione coloniale, questa volta nei confronti di “pazzi criminali”. Entrare nelle menti etichettate come incivili e malate, “sanificarle” con tutti gli strumenti più infami che la psichiatria può offrire, per poi sfruttarne la messa a lavoro dei corpi.  

Ora la casa circondariale contiene, con le parole della ex direttrice, “una sezione di reclusione, un reparto articolazione per la Tutela della Salute Mentale maschile e femminile” -il più grande d’Italia-, “una Casa di Lavoro, nonché i soggetti sottoposti ad osservazione psichiatrica e i detenuti ai sensi dell’art. 148 cp”, ovvero lx condannatx che iniziano a presentare un’Infermità psichica durante l’esecuzione di una pena detentiva. 

Al primo piano della “Casa di lavoro”, si trova anche una “colonia agricola”. L’art. 215 del codice penale prevede tra le misure di sicurezza personali anche “l’assegnazione a una colonia agricola o ad una casa di lavoro” . Si tratta di un periodo detentivo ulteriore a quello già scontato, di minimo un anno, per coloro che vengono dichiaratx “delinquenti abituali, professionali, per tendenza” e nei confronti di cui viene dichiarata la pericolosità sociale. La ex direttrice si vantava dell’esistenza anche di una sala karaoke dentro l’OPG. Invece, eccole le colonie penali. E i manicomi. 

E la soluzione non sono certo le REMS; in Sicilia ce ne sono ben tre, una a Naso (Me) e due a Caltagirone (Ct), per un totale di 60 posti, che sono sopraggiunte dopo la chiusura degli OPG come strutture d’emergenza per chi ha crisi psichiche acute. D’altronde sappiamo quanto queste residenze fungono da ruspe scavatrici di ogni humus vitale di corpi svuotati a suon di “terapia” ed abbandono. 

Né sono una soluzione le messe a lavoro più “civilizzate”, spacciate per “consensuali”. Come quelle aperte dai vari accordi tra stato e imprese, tra cui gli sgravi fiscali per le aziende che assumono detenuti che sono stati introdotti dal Decreto sicurezza del 2025 -proprio quello contro cui han lottato alcunx compagnx che si trovano ora in detenzione cautelare-. O gli accordi tra Webuild -azienda del ponte e della papabile ricostruzione di Gaza in chiave residence trumpiano- e il Ministero di giustizia. 

Poi quali lezioni di civiltà e buone condotte possono venire da uno stato, che nella sua articolazione del DAP, riproduce le discriminazioni riportate nella lettera che segue? Quei requisiti- riportati (nelle parole di) da Luigi- non parlano di protezione, ma trasudano omofobia, binarismo di genere e fobia per la malattia mentale e per la dipendenza da sostanze. Uno stato che per le sue ragioni di sicurezza, ovvero le sue paure di tenuta dell’istituzione carceraria (perché l’incolumità dei detenutx, è chiaro che diventa un problema solo se è l’incolumità del carcere quella in questione), acuisce la violenza sessista e psicologica di chi reclude. E produce costantemente morte. Nel 2025, nel giro di sei mesi tre persone sono state suicidate a Barcellona Pozzo di Gotto. La prima persona a marzo. A maggio, un ragazzo tunisino di 24 anni si è impiccato in una cella di isolamento, nella quale era stato condotto solo da alcune ore. E ad agosto, una persona di quarantotto anni, nata in India, impiccatasi nelle docce. E poi Francesco, morto a marzo del 2026 nel carcere di Augusta, ma che era stato “tradotto” da quello di Barcellona Pozzo di Gotto due mesi prima. Lì il suo avvocato aveva presentato un’istanza urgente di scarcerazione per le condizioni di salute. Ma la valutazione sanitaria della casa circondariale aveva riportato che “non si evince, in ragione delle patologie psichiatriche, una condizione di incompatibilità con il regime carcerario”. 

“Quando entrai per la prima volta in una prigione, ero studente in medicina. Lottavo contro il fascismo e fui incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. Vi era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri. Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore di un manicomio e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione. Non vi era l’odore di merda, ma vi era un odore simbolico di merda. Mi trovai in una situazione analoga, una intenzione ferma di distruggere quella istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l’istituzione era completamente assurda, che serviva solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese” F. Basaglia 

Il carcere di Barcellona Pozzo di Gozzo annienta -ancora- lx reclusx

Di carcere non si deve morire, di carcere non si deve vivere. Imprimo queste parole su un foglio perché ho la fortuna, il privilegio, la grazia (a me concessa) di poterlo fare.

Mesi fa, unx compagnx mi scriveva preoccupatx. Mi diceva che qualcunx a lxi caro era stato “tradotto” dal carcere di P.za Lanza a quello di Barcellona Pozzo di Gotto, carcere famoso per le barbarie, perpetue, ai danni dellx reclusx. Negli anni questa struttura è stata il luogo dove “uomini di rispetto” e detenuti eccellenti hanno trascorso una discreta e protetta vacanza in attesa del proscioglimento giudiziario. Non a caso è famoso per essere stato il carcere di “don Liggio”.

Quello che segue è uno stralcio di ciò che succedeva lì negli anni 1970. Ma non c’è da stupirsi, e nemmeno da tirare un qualche respiro di sollievo pensando che di tempo ne è trascorso: questo succede ancora.

“XXX mi ha raccontato di essere stato legato al letto anche per mesi. Quando eri legato ti dovevi fare tutto addosso, non ti facevano certo andare al cesso […] A forza di pisciarti addosso ti incrostavi tutto. Come unica forma di igiene personale c’era il lavaggio che, una volta al giorno, ti faceva lo scopino. Passava con una scopa ed un secchio d’acqua, intingeva la scopa nel secchio d’acqua e te la passava addosso. Con l’acqua dello stesso secchio lavava tutti quelli legati. Gran parte del tempo lo passavi inebetito perché ti bombardavano di scopolamina o vari mix di farmaci […] Il più delle volte dovevi aggiungerci le iniziative autonome delle guardie che passavano il tempo a tormentarti. Tra i giochi preferiti c’era quello di spegnare sigarette sui legati e fargli bere acqua salata. (… E le) scommesse che guardie e detenuti di rispetto organizzavano. In cambio di qualche sigaretta, un po’ di caffè, cibo decente o la semplice doccia col sapone, venivano organizzati dei combattimenti tra detenuti. Divertenti risultavano quelli tra detenuti imbottiti di psicofarmaci. Il modo goffo e impacciato di muoversi, i riflessi non allenati e l’equilibrio precario dava al combattimento un tono di comicità particolarmente apprezzato. In ogni caso il sangue doveva scorrere. Il combattimento aveva fine quando uno dei due era realmente Ko”.

Questo quello che avveniva nelle carceri dove eran ristrettx detenutx che sono statx psichatrizzatx, ed ha valenza, almeno per contestualizzare, sapere chi viveva quelle carceri, e chi le vive adesso.

Allora tantx prigionierx politicx, specie in seguito a rivolte o ripetute evasioni, venivano tradottx nelle carceri psichiatriche. L’intento era chiaro come il sole: sedare, annientare ed annichilire dissidenti, ma anche detenutx -e questo, come quello, succede ancora- che agiscono autolesionismo. A questx bisogna aggiungere quei detenuti che invece miravano alla semi-infermità mentale, per lo più uomini rispettati che, così facendo, diventavano una minoranza privilegiata che, grazie alla connivenza, vivevano come in un albergo. E’ il caso di Luciano Liggio a Barcellona Pozzo di Gotto. Soldi, protezione, nessun trattamento sanitario, niente farmaci o manganelli. Nessuno li legava, nessuna camicia di forza, nessuna doccia ghiacciata, nessuna violenza da parte delle guardie.

Ad oggi, di questa parte di popolazione detenuta non ho contezza. Ma a Barcellona Pozzo di Gotto continuano a susseguirsi torture e annichilimento.

Racconto di A. che, con addosso già le sue problematiche che in carcere si erano acuite, da Piazza Lanza è stato tradotto al carcere di Barcellona Pozzo di Gotto. Ma qui, al comune, aveva trovato amicx che gli volevano bene, lo rispettavano ed aiutavano nella carcerazione. Poi, ad aprile viene tradotto. Il perché non si sa: non aveva fatto casini, liti, autolesionismo. Si immagina che di questo spostamento sia complice l’area psico-sanitaria, che il dottor psichiatra abbia deciso che A. non era più idoneo a stare qui. Dopo 2 mesi di tortura, ieri è tornato. Il suo avvocato ha lottato per farlo tornare qui. Viene da dire che l’ha salvato, ma di questo non si è certx. Ora A. non sta più fermo, ha un costante tremolio che prima non aveva. Non parla, non scherza, è pallido, smagrito. Con la voce roca racconta l’atrocità di vivere in quel carcere orrendo. Celle da tre persone, minuscole, senza luce. Non vi è possibilità di cucinare (hanno paura del fuoco i guardiani -il problema non è il fuoco, mai-). Lx reclusx non parlano tra di loro e non si socializza, tanto che A. non si ricorda i nomi dex concellinx e compagnx di sezione. Trema, è rallentato, come se il mondo corresse troppo veloce e lui avesse preso una di quelle sbornie che non passano mai, perché è stata voluta da chi ha scelto per lui.

Qualche settimana fa, giusto in bacheca, c’era un annuncio che cercava lavorantx da trasferire nella struttura di Barcellona. I requisiti, sempre gli stessi: pena non inferiore a due anni e non superiore ai cinque, non aver collezionato rapporti e, la precisazione finale, “non essere omosessuale o transex”. Perché queste persone non devono/possono lavorare. Spero che un giorno ci sia chiarezza da parte del DAP, che continua ad usare questa dicitura come se nulla fosse. La ricopio in forma integrale, perché è vomitevole.

“Si avrà cura di escludere le richieste dei detenuti tossicodipenti, in trattamento sanitario, nonché appartenenti a particolari tipologie (transex, omosessuali, ecc.) ed in genere tutti coloro che hanno problemi di incolumità e/o sono ristretti in sezioni c.d. protette”. E’ agghiacciante, come è agghiacciante che lx reclusx psichiatrizzatx non possano lavorare e, così, magari svagare, tenersi impegnatx, invece che -racconto di A.- passare 2/3 giorni a letto senza nemmeno mangiare.

Ma capisco che ricevere spiegazioni dal DAP non è una cosa semplice, anche perché, se così fosse, le domande sarebbero innumerevoli. E le considerazioni da trarne le stesse : delle galere, solo macerie.

Nell’ultimo mese ho notato un notevole cambiamento della popolazione detenuta. E tutto, a mio parere, grava sull’area sanitaria in combutta con la struttura. E’ entrato un ragazzo che non stava in piedi, tanta la droga che aveva in corpo. Un altro, con un‘infezione legata all’uso di sostanze, che ha avuto sfogo di sangue e pus infetto dalle ginocchia. Oltre che le innumerevoli persone che sono recluse, già considerate “inferme mentalmente”. Ed ancora un uomo andato in ospedale post-intervento per un tumore alla prostata, lo si vedeva in sezione col catetere. Ed in fine un settantatreenne con un cancro ai polmoni. Eppure, al primo ingresso, dovrebbe esserci una visita di idoneità. Ma talvolta viene fatta dopo giorni, altre volte salta del tutto. Talvolta è fatta da medici che sembrano bendati, che poi sanno rispondere “eh, il sovraffollamento!”, facendo finta di non esserne complici. Come appunto la somministrazione delle terapia: basta lamentarsi di non dormire bene la notte per vedersi somministrato lo xanax vita natural durante. E senza visita, senza esami, senza nessun controllo. E Massimo, detenuto morto a fine maggio, è l’apice di tutto questo. Di fronte a tutto questo, c’è spesso solidarietà tra reclusx. Qui molti gli vogliono bene, gli fanno fare due passi, due chiacchiere. Ma ovviamente noi non siamo qualificati come operatori sanitari, non abbiamo strumenti per gestire crisi d’astinenza, patologie create ad hoc. Qui dentro, qualcunx nel vedere come A. è tornato ha anche pianto. Io lo capisco, empatizzo, ed ascolto anche il concellino che mi dice “impazziremo anche noi qui dentro”. Già, perché su una cella da sei, siamo solo due a non aver “patologie psichiche” comprovate (?!). Insomma la situazione qui resta critica, col caldo poi si assiste ad un surriscaldamento del clima all’interno dei cervelli. Tuttx sembrano più incazzatx, rissosx, arrabbiatx. Ed io ho paura, perché sanno fare bene il lavoro i guardiani.

Sanno annichilirti, annientarti ed anche portarti alla morte – vedi Massimo- nel silenzio più totale ed assordante, riuscendo a dire: “non è colpa nostra, abbiamo fatto il possibile”. Io sogno l’impossibile invece, tendo le mani verso la solidarietà, verso l’amore, affinché di una prigione non restino che macerie.

Concludo con le parole di chi mi somiglia, di chi s’è salvato. B. rapinatore anni ’70: “non è che fossimo più furbi di questi, la nostra fortuna era quella di non sentirci mai isolati. Potevano mandarti dove volevano, ma non riuscivano a farti diventare un sepolto vivo. Un esempio, da non sottovalutare, è la posta. Io ricevevo sempre una lettera e una cartolina al giorno. C’era gente che non riceveva nemmeno un biglietto d’auguri di natale da dieci anni. Le guardie queste cose le vedono”.

Carx compagnx, quindi grazie per salvarmi la vita coi vostri pensieri. Un saluto a tuttx – complice e solidale con lx compagnx arrestatx a Roma-Valsusa-Forlì.

Eterna lucha y defiende la tierra – la tierra no se vende.

Carcere di Piazza Lanza, giugno 2026

Luigi Bertolani
c/c casa circondariale
Piazza  V. Lanza n.11
95123 Catania

 

NUOVA PUBBLICAZIONE: NEGATIVITÀ QUEER (EDIZIONI ANARCOQUEER)

Diffondiamo:

Annunciamo con piacere l’uscita di un nuovo libro delle edizioni Anarcoqueer, “Negatività queer”, di Alex B. [Collana Le Affinità Elettive].

Sulla scia delle riflessioni offerte da un testo quale “Come stormi del caos”, “Negatività queer” prova ad esplorare, seguendo territori inediti, come potrebbero intersecarsi le teorie queer antisociali con un anarchismo nichilista e conflittuale, per produrre delle prassi più incisive e autentiche di rottura dell’esistente. Mettendo in dialogoautorx come Jack Halberstam, Judith Butler, Max Stirner, Leo Bersani, Lee Edelman, Guy Hocquenghem e Albert Libertad con le esperienze di strada delle soggettività queer e trans più emarginate e in lotta per la sopravvivenza, questo testo mostra come la queerness possa tornare a essere una pericolosa arma contro il sistema di dominio.

Edizione speciale limitata a 250 copie numerate con copertina serigrafata a mano su cartoncino in inchiostro rosso (230 copie) o color oro (solo 20 copie, a sorteggio!). Interno in carta usomano avoriata.

68 pagine, 6 euro a singola copia,
4 euro da cinque copie in su
Costi di spedizione: 1,50 piego di libri ordinario (non tracciato)
o 5 euro piego di libri raccomandato (tracciato)

Per ordini e info: anarcoqueer@riseup.net

Ricordiamo che il blog (https://anarcoqueer.noblogs.org) viene
aggiornato periodicamente con nuove ‘zine liberamente scaricabili! Inoltre sono ancora disponibili le precedenti uscite delle edizioni
Anarcoqueer:

“STREGHE ISTERICHE UNTRICI. Il ruolo della medicina nella repressione delle donne”
di Barbara Ehrenreich e Deirdre English
La seconda ristampa è ora disponibile!
172 pagine, 10 euro a singola copia,
7 euro da cinque copie in su

“STREGONERIA E CONTROCULTURA GAY” di Arthur Evans
240 pagine, 12 euro a singola copia,
8 euro da cinque copie in su

“FHAR – Distruggere la sessualità / Culi indiavolati”
72 pagine, 6 euro a singola copia,
4 euro da cinque copie in su

“COME STORMI DEL CAOS. Un progetto queer nichilista e insurrezionale”
128 pagine, 8 euro a singola copia,
5 euro da cinque copie in su

“DECOLONIZZARE LA PALESTINA. La Palestina attraverso la storia e il rainbow washing di Israele”
164 pagine, 9 euro a singola copia,
6 euro da cinque copie in su

“GUERRIGLIA FROCIA. Testi di Ed Mead e Rita “Bo” Brown  sulla George Jackson Brigade e il collettivo gay anticarcerario  Men Against Sexism (1975-1978)”
112 pagine, 8 euro a singola copia,
5 euro da cinque copie in su

Per descrizioni dei singoli libri:
https://anarcoqueer.noblogs.org/edizioni-anarcoqueer/

Nuove uscite in previsione in autunno, stay tuned 🙂