AGGIORNAMENTI GIORNATA 16 GIUGNO 2026

Diffondiamo da Epigea:

La mattina del 16 giugno, a Catania, si è svolta l’udienza in primo grado relativa ai fatti contestati dalla procura di Catania in occasione di un corteo che ha attraversato le strade della città il 17 maggio scorso. L’operazione “ipogeo”, dal nome della via che precede il carcere di Piazza Lanza, vede coinvoltx 16 imputatx, tre dellx quali sono statx postx in carcere in via cautelare a novembre scorso e di cui solo unx ha poi ottenuto i domiciliari. La richiesta complessiva è di 36 anni di pena e le accuse vanno dal “travisamento”, all’ormai nota “devastazione e saccheggio”, alla “rapina”. La sentenza è attualmente rinviata al 14 luglio e per le due persone ancora rinchiusx nella “patrie galere” (da ormai circa otto mesi) è stata rifiutata ogni istanza di scarcerazione o richiesta di domiciliari per motivazioni legate alla “pericolosità sociale”.
Quantomeno emblematico il fatto che il 14 luglio si celebra la presa della Bastiglia, fondamento dell’attuale società, nata dall’assalto dellx insortx al carcere in quanto emblema di un sistema che minacciava le loro idee e le loro azioni.
Se oggi ha smesso di essere percepita come problrmatica la presenza delle galere non è certo perché sia venuto meno l’endemico carattere sanguinario dei detentori del potere. Se oggi un saluto caloroso alle persone detenute e una critica attiva al sistema che le detiene può tradursi in svariati anni di galera, è perché quello stesso sistema di potere che amministrava regni ed imperi non ha fatto altro che cambiare maschera per potersi garantire la sopravvivenza nei secoli.

Le origini dell’articolo 419 del codice penale dell’attuale ordinamento italiano ha origini, come noto, dal fascistissimo codice Rocco. Un reato, quello di devastazione e saccheggio, pensato per colpire chiunque decidesse di portare avanti una critica attiva nei confronti del regime o che, semplicemente, tentava di accaparrarsi un pezzo di pane durante la grande fame che regimi e guerre impongono alle società da loro amministrate.
Il reato di devastazione e saccheggio è stato riesumato dopo i fatti del G8 di Genova, nel 2001. Quando venne utilizzato con l’intento di criminalizzare e colpire quello che veniva definito come il “blocco nero”. Una categoria impressa dai detentori del potere per poter rinchiudere nelle gattabuie dello stato chiunque tracimasse dal consentito nel corso della propria contestazione. Devastazione e saccheggio è un reato che mira a difendere “l’ordine democratico” nella sua accezione più materiale: la proprietà privata. Si rende così evidente il legame tra il possesso e la sopravvivenza dei regimi democratici ed il ruolo delle polizie come suoi efferati difensori.

La stessa mattina dell’udienza la repressione ha bussato funesta alle porte della nostra alba. Arresti e perquisizioni in tutto lo stivale e lo sgombero del Bencivenga occupato. Infatti, alle prime luci del 16 giugno un’altra operazione repressiva ha colpito 7 compagnx anarchicx, portando all’arresto cautelare in carcere di 5 compagnx, mentre 2 ai domiciliari con braccialetto, con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo (270bis). Altrx 2 compagnx sono statx, poi, arrestatx con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo (articolo 270quinques.3). Un reato introdotto nei nuovi decreti sicurezza ampliando lo spettro di cosa è considerato materiale sovversivo,  come ad esempio un qualunque opuscolo informativo.
Che agli arresti sia seguito lo sgombero del Bencivenga occupato, utilizzando questa giornata di repressione come pretesto, conferma ancora una volta l’efferatezza della guerra alla vita, condotta dal capitale e le sue istituzioni. Provano a reprimere solo con delle presunte accuse, con ore di intercettazioni e spionaggio di chiacchiere informali. Stando a quanto dicono i giornali e la procura di Roma, gli arresti sarebbero ricondotti ai sabotaggi della linea ferroviaria che ci sono stati durante le olimpiadi di “Milano Cortina”, che hanno portato alla perdita di mezzo milione di euro e ad un guasto della linea Roma-Firenze.

Una repressione, quella compiuta dal capitale per mano delle leggi di stato, che ha visto l’accanimento dell’ordine anche nei confronti di chi esprime e/o ha espresso solidarietà verso le persone cui viene privata, ancora, la libertà. La solidarietà è un crimine. Lo dimostra l’ondata repressiva che si è scagliata contro le mobilitazioni in tutta Italia contro il regime di tortura del 41-bis ed in solidarietà alle persone li ristrette. Basti pensare all’operazione “city” a Torino o alla più recente sentenza del tribunale di Bologna, arrivata sempre il 16 giugno, relativa al processo in cui ha testimoniato anche Alfredo Cospito, per la mobilitazione contro il 41bis del 2022-23, che ha emesso una condanna a un anno e 8 mesi per danneggiamento per unx compagnx e l’assoluzione per lx altrx.

Potrebbe sembrare il plot di una commedia citare che nelle stesse ore avveniva anche l’ultima udienza del processo che ha portato in tribunale – con accuse di tortura e lesioni-  98 infami guardie penitenziarie responsabili della strage nel carcere di Modena nel 2020, in cui sono state ammazzate 9 persone detenute. Questa udienza è stata il momento conclusivo per la discussione degli atti di opposizione presentati dagli avvocati dei detenuti e dall’associazione Antigone contro l’istanza di archiviazione depositata l’11 luglio 2025. Il gip, anche in questo caso, si riserva di decidere in una sentenza rinviata. (Chissà perchè qui non vi sono imputati rinchiusi in misure cautelari nel frattempo…)

Quello che si delinea è un quadro repressivo, dispiegatosi largamente nella giornata del 16,  costruito su narrazioni delle questure che vogliono colpire l’anarchismo e, quindi, distruggere pensieri e azioni di lotta per un mondo libero, contro la guerra e chi la produce e vi partecipa, contro l’oppressione in tutte le sue forme. Le testate delle questure non hanno perso occasione per dipingere il movimento anarchico come la spaventosa, gerarchica e organizzata cellula mafiosa terrorista che si muove nei tunnel sotterranei, in clandestinità. Non si son fatti scappare neanche la possibilità di seguire compagnx con droni spiandone ogni movimento. Dall’elezione di Alfredo Cospito a leader anarchico, alle presunte azioni terroristiche che avrebbero potuto compiere Sara e Sandro, mortx nell’esercizio delle loro passioni il 19 marzo, tutto costruisce uno scenario surreale e grottesco dellx anarchicx come un’organizzazione mafiosa, come un pericolo non solo per lo stato ma per tutta la popolazione. Ma le bombe di Piazza della Loggia, di Piazza Fontana, della strage di Bologna etc. etc. etc. non portavano certamente in grembo il progetto di un mondo libero dall’oppressione. Sappiamo bene, invece, il quadro in cui questi attentati si inserivano. Da una parte la tensione per un golpe fascista e dall’altro quella per l’istituzione democratica del fascismo. E le vittime calcolate di queste stragi sono svariate. Ad oggi, la storia della benamata repubblica non conosce esplosione rivendicata dalla lotta anarchica che sia macchiata anche di una sola vittima innocente. Gli ordigni piazzati da Solar e Monica Caballero in solidarietà alle rivolte che si dispiegavano allora in Cile non ha ucciso una sola persona; l’ordigno davanti alla scuola ufficiali dei carabinieri non ha ucciso nessuno. Questo non per porci in una postura di giudizio verso altre pratiche di azione, giudicare non ci interessa e i giudici non ci sono mai piaciuti. Piuttosto ci preme evidenziare il modo totalmente arbitrario e funzionale al sistema in cui i detentori del potere utilizzano la legge (quella che a detta loro è uguale per tutti) a loro piacimento, definendo chi è terrorista e chi no, chi è stragista e chi no. Rendendo evidente che quando la paura cambia campo, anche solo per un istante, le grinfie del potere si dotano di artigli accuminati e li affondano nel tessuto dell’esistenza.

Tutto ciò fa parte del costante tentativo di ingabbiare le idee anarchiche e stigmatizzarle all’interno di logiche di potere, morte e sopraffazione. È paradossale  che lo stato, istituzione violenta per eccellenza, signore della guerra che uccide nelle carceri e nei CPR, nelle campagne, che devasta e saccheggia i nostri territori, accusi di violenza, terrorismo o strage chi cerca in ogni forma di resistere e lottare praticando forme di vita libera con uno sguardo d’amore verso chiunque… piante, animali e rocce.

La repressione agita dallo stato, non è altro che una risposta dettata dalla paura che le sue istituzioni, le sue regole, speculazioni e profitti vengano messi in crisi.

Non smetteremo mai di mostrare e praticare la solidarietà per chi è colpitx dalla repressione e per chi lotta ogni giorno contro l’esistente.

Ci stringiamo affinché il nostro agire possa non essere solo in risposta alla repressione ma nella costante costruzione di legami e complicità, affinchè le nostre radici rompano le loro strade e i loro muri.

Complici e solidali con Micol, Bibi, Nico, Arnau, Ste, Giu, Luna, Marti, Marifra, Toni, Pietro e tuttx lx altrx indagatx
Con Bak e Luigi
Con Alfredo, Nadia, Roberto e Marco e tuttx lx progionierx che continuano a resistere al 41bis e all’ergastolo ostativo.

Con tutte le persone colpite da indagini e perquisizioni, con lx compagnx del benci sgomberato.

Libertà per tuttx lx prigionierx
Fuoco a tutte le gabbie

Di seguito l’indirizzo per scrivere a Micol, mentre per Nico, Arnau, Ste, Pietro, Toni e Bibi attendiamo notizie sui possibili trasferimenti nelle AS. Condivideremo gli indirizzi appena possibile.

Micol Marino
C.C. Rebibbia femminile, via Bartolo Longo, 92 00156 Roma

Gli indirizzi per scrivere a Bak e Luigi:

Gabriele Maria Venturi
C/o Casa Circondariale Via Appia, 131 – 72100 Brindisi

Luigi Calogero Bertolani
C/o Casa Circondariale Piazza Vincenzo Lanza, 11 – 95123 Catania

BOLOGNA: CHIACCHIERA CON L’ASSEMBLEA NO CPR-FVG E PIZZATA BENEFIT SPESE LEGALI

Diffondiamo:

28/06 @Sottolosko Via Carpani 6, Vidiciatico BO

Dalle 16.30 chiacchiere e aggiornamenti su CPR e deportazioni con compagnx dell’assemblea NoCPR Friuli Venezia Giulia
A seguire fantastica pizzata vegana
Distro – Torneo di biliardino – Musichette

Per contarci per le pizze manda un messaggio al +393664896867 entro mercoledì 24

 

VAMPATE DI SOLIDARIETÀ

Riceviamo e diffondiamo:

Dalle 5 circa della mattina del 16 giugno 2026 è scattata l’ennesima operazione repressiva che ha coinvolto numerosx compagnx anarchicx in varie parti della penisola. Il reato contestato è un’associazione con finalità di terrorismo (art.270 bis). L’associazione sarebbe inerente alcuni sabotaggi compiuti in occasione della devastazione dei territori di Milano e Cortina, anche nota come Olimpiadi Invernali.
A quanto ci risulta sono state applicate 5 custodie cautelari in carcere e 2 arresti domiciliari con braccialetto elettronico. A seguito delle perquisizioni però, con la contestazione di autoaddestarmento (270 quinquies), altri 2 compagni sono stati tratti in arresto, per loro non era inizialmente prevista alcuna misura cautelare.
A seguito di questa operazione il Bencivenga occupato è stato sgomberato.

Nell’ambito di questa operazione repressiva, mandati dalla capitale sono giunti all’alba alle porte del nostro castello un manipolo di fecce in divisa. Sfondato il portone, si dimenavano di stanza in stanza sulle tracce del compagno Bibi. Con nostra grande rabbia il compagno è stato poi arrestato ad altre latitudini.
Se pensavano con questo pretesto di svegliarci… non ci sono riusciti, eravamo già sveglie!
Se pensavano di metterci a soqquadro il castello… l’avevamo già egregiamente fatto noi!
Se pensavano… ma quando mai hanno pensato!?
Se volevano intimorirci… ci troveranno sempre più complici e solidali!

Al fianco di Micol, Bibi, Nico, Arnau, Ste, Giu, Luna, Marti, Marifra, Toni, Pietro e tuttx lx altrx indagatx
Contro ogni prigione!

PS uno sgombero può murare quattro porte, un tricolore sulla porta può spacciare che l’Italia esiste…
ma noi costruiamo castelli di sogni più alti di ogni muro.

La mamma di mia mamma è mia nonna
la mamma di mia nonna è mia bisnonna
la zia di mia zia, non so chi cazzo sia
per sempre odierò la poliziaaa!

Con rabbia e amore, per l’anarchia.

La Vampa

Di seguito l’indirizzo per scrivere a Micol, mentre per Nico, Arnau, Ste, Pietro, Toni e Bibi attendiamo notizie sui possibili trasferimenti. Condivideremo gli indirizzi appena possibile.

Micol Marino
C.C. Rebibbia femminile, via Bartolo Longo, 92 00156 Roma

SULL’OPERAZIONE REPRESSIVA PER 270BIS CONDOTTA MARTEDÌ 16 GIUGNO IN DIVERSE CITTÀ

Diffondiamo:

[Aggiornato al 17/06/2026]
Dalle 5 circa della mattina del 16 giugno 2026 è scattata l’ennesima operazione repressiva, diretta dalla procura di roma, che ha coinvolto numerosx compagnx anarchicx in varie parti della penisola. Il reato contestato è un’associazione con finalità di terrorismo (art.270 bis). L’associazione sarebbe inerente alcuni sabotaggi compiuti in occasione della devastazione dei territori di Milano e Cortina, anche nota come Olimpiadi Invernali.
A quanto ci risulta sono state applicate 5 custodie cautelari in carcere e 2 arresti domiciliari con braccialetto elettronico. A seguito delle perquisizioni però, con la contestazione di autoaddestarmento (270 quinquies), altri 2 compagni sono stati tratti in arresto in attesa della convalida.
A seguito di questa operazione il Bencivenga occupato è stato sgomberato.
Attualmente elenchiamo gli indirizzi noti dex compagni incarceratx.

Nico Aurigemma
Arnau Vallet Casadevall
Stefano Marri
Andrea Toniolo
Regina Coeli, via della Lungara 29, 00165, Roma

Micol Marino
C.C. Rebibbia femminile, via Bartolo Longo, 92 00156 Roma
Francesco Benedetti
C.C.Lorusso e Cotugno, via Maria Adelaide Aglietta 35, 10151, Torino

Pietro Rosetti
C.C.di Forlì, via della Rocca 4, 47121, Forlì

Questi indirizzi sono provvisori e potrebbero cambiare nei prossimi giorni. Seguiranno aggiornamenti.
A loro va tutta la nostra solidarietà. Con rabbia e amore, per l’anarchia.

16.5.2026

Dalle 5 circa della mattina del 16 giugno 2026 è scattata l’ennesima operazione repressiva da parte della procura di Roma, che ha coinvolto numerosx compagnx anarchicx in varie parti della penisola. Il reato contestato è un’associazione con finalità di terrorismo (art.270 bis). L’associazione sarebbe inerente alcuni sabotaggi compiuti in occasione della devastazione dei territori di Milano e Cortina, anche nota come Olimpiadi Invernali.
A quanto ci risulta sono state applicate 5 custodie cautelari in carcere e 2 arresti domiciliari con braccialetto elettronico. A seguito delle perquisizioni però, con la contestazione di autoaddestramento (270 quinquies), altri 2 compagni sono stati tratti in arresto, per loro non era inizialmente prevista alcuna misura cautelare.
A seguito di questa operazione il Bencivenga occupato è stato sgomberato.
Attualmente elenchiamo gli indirizzi noti dex compagni incarceratx.

Nico Aurigemma
Arnau Vallet Casadevall
Stefano Marri
Regina Coeli, via della Lungara 29, 00165, Roma

Micol Marino
C.C. Rebibbia femminile, via Bartolo Longo, 92  00156 Roma

Pietro Rosetti
C.C.di Forlì, via della Rocca 4, 47121, Forlì

Francesco Benedetti
C.C.Lorusso e Cotugno, via Maria Adelaide Aglietta 35, 10151, Torino

Questi indirizzi sono provvisori e potrebbero cambiare nei prossimi giorni. Uno dei due compagnx arrestatx a seguito della perquisizione pare ancora in questura in attesa del processo per direttissima. Seguiranno aggiornamenti.
A loro va tutta la nostra solidarietà. Con rabbia e amore, per l’anarchia.

PER IL NOSTRO AMICO E COMPAGNO BAK E PER LX ALTRX IMPUTATX DELL’OPERAZIONE IPOGEO

Diffusione:

Domani martedì 16 Giugno si terrà l’udienza per il nostro amico e compagno Bak, attualmente detenuto preventivamente nel carcere di Brindisi e per gli altrx detenutx per l’operazione Ipogeo. Sono già 8 mesi che Bak vive tra carceri (Poggioreale e Brindisi) e arresti domiciliari. 8 mesi nei quali la mancanza di Bak si è sentita molto. Ci manca nelle assemblee, nelle piazze e nella vita di tutti i giorni. La repressione colpisce alcunx compagnx direttamente e colpisce anche tutte le persone che lx stanno intorno, cerca di demoralizzare, spaventare ed essere un monito per non finire come chi sta già dietro le sbarre. Gli arresti di Bak e la repressione che ne è conseguita sono stati sì, un duro colpo per noi che siamo una realtà molto piccola ma sono stati anche il motore che ci ha portato a rafforzare ancora di più quei legami con le altre realtà intorno a noi in Puglia, in Italia e in Europa. Alla repressione rispondiamo costruendo ponti, e quanta più dura sarà la repressione tanto più solidi saranno i nostri legami e le nostre convinzioni.

Bak ha varie accuse tra cui “devastazione e saccheggio” per un corteo, avvenuto a Catania nel maggio 2025, contro l’inasprimento delle misure repressive introdotto dal DL sicurezza 2025.

Un articolo che ha origine alla fine dell’800, che riappare durante il fascismo e che viene definitivamente riesumato nei primi anni 2000 dopo il G8 di Genova. Una norma indeterminata e vaga che non definisce chiaramente cosa sia la devastazione e non definisce chiaramente cosa sia il saccheggio. L’articolo 419 sembra presentarsi come un reato contro la società civile che la priverebbe dei propri mezzi di sopravvivenza e di difesa.
Tale indeterminatezza è molto pericolosa in termini repressivi in quanto rende questo articolo liberamente interpretabile da polizia e magistratura che possono decidere arbitrariamente chi etichettare come nemico dello stato e dalla società.
Lo strumento ideale nelle mani del potere per reprimere ogni sintomo di ribellione e ogni comportamento che si distingua dalla tranquilla e gestibile passeggiata dei cortei. Uno strumento che criminalizza i singoli individui e interi contesti di lotta. Un deterrente per chiunque voglia andare oltre le pratiche concesse.

Come alcunx compagni hanno scritto prima di noi crediamo che l’incremento dell’utilizzo dell’articolo 419 da parte del potere sia, tra le altre cose, una conseguenza dello sfaldamento del tessuto sociale e della sempre meno presente solidarietà tra gli oppressi.
Un contesto che purtroppo fa fatica a reagire e che rende più facile l’applicazione di determinate norme repressive.

Nonostante le circostanze ci siano al momento sfavorevoli, non muteremo né il nostro modo di agire né le nostre convinzioni. Al contrario, come detto sopra, risponderemo alla repressione tessendo quante più connessioni possibili.

Ci auguriamo per Bak e per lx altrx imputatx dell’operazione Ipogeo la più lieve possibile delle sentenze.
Non faremo mancare la nostra solidarietà e il nostro supporto allx nostrx compagnx in carcere e continueremo a camminare seguendo quel percorso che abbiamo ben chiaro, quello delle nostre idee e della nostra etica.

“C’è un’enorme differenza fra la violenza degli oppressi e quella degli oppressori: la prima segue un’etica, la seconda nessuna”.
Sara Ardizzone

Bak e Luigi liberx! Liberx tuttx!

Alcunx compagnx dalla Puglia

FORTEZZA EUROPA – UNA VISIONE SU FRONTIERE E NUOVO PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE

In occasione dell’entrata in vigore del nuovo patto europeo su migrazione e asilo, che consolida ulteriormente l’approccio securitario delle politiche migratorie europee e la criminalizzazione delle persone in movimento, riceviamo e diffondiamo queste riflessioni. Qui il testo in pdf.

Nel 2024 è stato pubblicato il contenuto del “nuovo patto sulla migrazione europeo”, in vigore dal 12 giugno 2026 e che riforma in buona sostanza il contenuto del precedente sistema comune di asilo. Si può descrivere come un’ulteriore implementazione dell’azione esterna ai confini comunitari dell’Unione e del ristabilimento della loro funzione di scudo respingente. Di seguito un tentativo di mettere insieme alcuni elementi che caratterizzano tale riforma, ricordando la funzione che hanno le frontiere come oggetto arma micidiale e come oggetto mentale utile al mantenimento della solidità del potere egemone. Il punto di vista non è giuridico e si invita a dare una letta agli atti del nuovo patto europeo sulla migrazione; si potrà facilmente ravvisare una riorganizzazione delle frontiere secondo gli standard di una società che risponde alle “rinnovate sfide” di un conflitto pervasivo seppur caratterizzato da tempi e modalità diverse nei luoghi del mondo.

Mentre si saldano le frontiere, si inaspriscono i controlli e aumentano le pene per chi le attraversa “illegalmente” si predispone il compartimento detentivo per quelle persone, invece, in attesa di essere rimpatriate o che semplicemente giungono ai confini europei; luogo ove migranti, venendo a contatto con le istituzioni comunitarie, vedono la loro libertà notevolmente contratta e definita in svariati e, spesso, incomprensibili oscuri corridoi burocratici. Status, procedure, direttive, regolamenti, qualifiche, screening, banche dati, campi di reclusione, “finzioni di non ingresso” etc.

Tecniche di contenimento e di localizzazione forzata apprese in contesti bellici vengono applicate nei confini cosiddetti interni delle società, invece, pacificate. Il trattenimento amministrativo è infatti uno strumento ampiamente utilizzato, ad esempio, dallo stato israeliano per contenere e carcerare- principalmente palestinesi- senza dover addurre motivazioni oltre quelle del non permesso a soggiornare in territorio per le persone straniere- minaccia per antonomasia, queste, del lignaggio identitario e di potere di stati e nazioni. Ma oltre la forma amministrativa della detenzione della persona migrante sono molteplici e planetari gli esempi di persecuzione e criminalizzazione dellx stranierx: si vedano, ad esempio, i rastrellamenti dell’ICE negli Stati Uniti o la speculare azione di FRONTEX per conto dell’Unione Europea. L’ “altro” mette sostanzialmente in discussione la fissità a-storica dell’identità di determinate comunità di potere. L’attraversabilità delle sue frontiere è una messa in dubbio radicale della fissità del suo esercizio; lo stato reagisce inasprendo il controllo o addolcendolo attraverso l’elargizione di status privilegiati per le classi dirigenti di altri paesi complici nel raggiungimento dei concordati sanguinari obiettivi in materia. In questo quadro si inserisce l’azione così detta di esternalizzazione delle frontiere comunitarie europee. Un ‘do ut des’ tra classi dirigenti in cui ad essere considerata a ribasso è sempre e solo la vita delle persone. Il trattenimento amministrativo (vedi detenzione) è un metodo scientifico di lagerizzazione e repressione dell’attività migratoria. La localizzazione forzata delle persone diviene si un’ulteriore strumento di controllo e repressione dei flussi migratori o comunque più in generale di coercizione per le persone che vivono sempre sotto la minaccia del rimpatrio, ma anche e certamente strumento simbolico di un potere che si mantiene sanguinosamente eretto ogni qual volta contestato. Lo stesso, dunque, vale per ogni forma di detenzione. Ma come si può relativizzare la privazione di libertà? Così come ne hanno dato significato in infinite sfaccettature rendendola un composito mai completo ed irraggiungibile, contemporaneamente vengono creati molteplici contenitori in cui sigillarne l’esistenza e tentare, in ogni modo, di sterilizzarla quanto più possibile. La persona, svuotata dall’individuo per essere trasformata in marchio di un insieme di deiezioni dal normale, diventa un obiettivo simbolico nel quadro del mantenimento della finzione. Privarla della libertà preventivamente concessagli in quanto gregaria di una società monopolisticamente amministrata è un’azione di guerra concreta nei confronti del tessuto sociale tutto.

Sembra affermare la sua inscalfibilità questo mondo quando quei cancelli si chiudono, quando quelle sezioni traboccano di vita pericolosa, quando i blindo delle celle schiaffano in petto un “a domani (merda)”.

Quella del trattenimento dei migranti è una tortura destinata a vedersi applicata sempre più date le nuove procedure di frontiera introdotte dall’ultimo tentativo europeo di “armonizzare” norme e politiche in materia. Una pratica certamente non inedita per i singoli paesi membri, in particolar modo quelli detti di frontiera. Basti pensare al territorio italiano cosparso di ben dieci centri di permanenza per il rimpatrio, senza contare i due centri costruiti in Albania dopo il recente protocollo siglato tra i due paesi con la cessione di territorio demaniale albanese alle autorità italiane per la detenzione di persone migranti. In prima battuta quelle esclusivamente destinatarie di procedura di frontiera accelerate; oggi, con il decreto-legge 37/2025 (convertito poi nella legge 23 maggio 2025, n.75), i centri in territorio albanese acquisiscono le stesse funzioni degli altri CPR già presenti sul suolo nazionale. In più, se citiamo l’avvenente benthamiano centro di Castel Volturno e diamo credito alle dichiarazioni del ministro Piantedosi circa gli studi in atto per l’individuazione di altri luoghi idonei alla funzione di CPR il numero sopracitato sale quantomeno a dodici o tredici e va, evidentemente, oltre.

Il mondo galera, confine, trincea. Diffuso di avamposti di guerra contro la vita, affina sempre più la sua tecnica replicabile all’infinito di soffocamento di ogni “altro”. L’oggetto entro cui si fonda la differenziazione sono le frontiere. Risulta parecchio difficile imprimere una forma finita di concepirle tanto nello spazio geografico che in quello delle menti. Esiste, però, un momento in cui si è reso manifesto quel processo per il quale all’aldilà di tali confini vi erano, ora, altri stati e non più la selva oscura e sconosciuta. Dunque, quella individualità prima anche difficilmente concepibile come appartenente alla “razza umana”, lx stranierx, adesso diventa congegno di una più grande visione di accumulazione di valore ad ogni costo, il maledetto culto della filigrana. Hanno così messo in piedi il diritto internazionale, quello di alcune nazioni “più eguali di altre”. Se in un primo momento si estrae il demonio a colpi di spada da questi corpi smarriti dal gregge del dio cristiano e nel mentre si fa razzia di porzioni di terra, oro e monili; adesso, codificata la loro inferiorità si assiste cristianamente come i primi gesuiti in viaggio nei meandri del blanqueamiento della “razza negra”, per poterne fare miniera di guadagno ad ogni condizione. La conquista non è mai terminata. La “limpieza de sangre” persiste come principio perno dell’organizzazione del mondo, una purezza che viene misurata sulla base del possedere. Tale trasformazione è resa possibile dall’aggregazione verso il centro metropolitano di tutto ciò che fino ad un momento fa era stato considerato esclusivamente “periferia”. Presto ci si accorse che ai margini di questo mondo di plastica si potevano posizionare dei kapò con il compito di scuotere la testa davanti ad ogni spasmo di incatenate, per poi reprimerlo con la stessa brutalità insegnatagli loro dai coloni. Questi inframezzi dello spossesso hanno completamente deposto la loro aggressività per lasciarsi convincere da quel motivetto della “non violenza” che ha loro garantito scrusciare continuo di moneta. Questi mediatori hanno il compito di cernierare le pattumiere del capitalismo con il suo stesso centro vorace, trasformando tutto, oltre che in miniera, anche in florido mercato pieno di clientela dipendente dalla dopamina del consumo, afflitta dal cortisolo della quotidianità, schiavizzata da ormai generazioni e generazioni. Un culto del “passato coloniale” che mai ha interrotto questo filo stretto alla gola al mondo intero, anzi ne permette intessiture sempre inedite nel tempo. Un nuovo che è possibilitato solo dalla distruzione e negazione di tutto ciò che vi era prima su questa linea temporale costruita dal suo stesso predatore. Da qui l’eterna a-storicità della consistenza soffocante degli egemoni amministratori del mondo. Così, dalle rivoluzioni per le indipendenze nacquero altre nazioni, altri stati. Forme di controllo sperimentate nelle terre coloniali degli imperi, poi applicate nella metropoli e, subito dopo, esportate per il mondo previamente conquistato.

Amministrare la vita, esercitando il potere delegato nel contesto dello svolgimento di una delle tante “crazie” imperanti, significa negarla pedissequamente. La norma, olio rognoso di quella tecnica di sottrazione sistematica di vita di cui sopra, è la base della replicabilità di un sistema che tende a darsi forme e significati seppur apparentemente sempre diversi comunque al servizio di una sola luce: il soldo, il potere. Un mostro poiché composito di elementi che presi singolarmente non hanno alcun tipo di ragione di esistere oltre la ripetitiva produzione di dolore e sofferenza, ma ibridati tra loro si privano dell’unicità del mostro per rivelarsi come la più vorace ed assassina normalità. Rendere la strage proceduralizzabile è l’orgasmo dell’amministrazione del potere, un amplesso di norme intrise di banale sessualità penetrativa e sottomissione. Lo si è visto con la strage calcolata delle donne per mano dell’inquisizione; con le stragi delle conquiste coloniali “d’oltremare”, finanche con la presa del “posto al sole” di italica memoria; ancor prima, con la “reconquista” che ha permesso una solida piattaforma da cui poi diffondere il potere dei re cattolici per un mondo suddiviso dalle bolle papali che ne regolavano il possedimento tra i vari regni europei in corsa per l’espansione globale; lo si è visto con Auschwitz, Dachau, i gulag orientali, i ghetti di concentramento diffusi nel mondo, come anche negli Stati Uniti con la segregazione delle persone giapponesi li residenti durante la grande guerra o, ancora, il continuum schiavista delle leggi razziali che non permettevano la riunione di più di tre “colored” nello stesso posto, adunata sediziosa (ricorda molto il numero utile perché si possano configurare, nell’ordinamento italiano, reati con profilo associativo). E quanto potrebbe continuare questa lista di stragi organizzate di persone marginalizzate, razzializzate, inferiorizzate, criminalizzate e perseguitate?! Laddove non direttamente sterminate. Non vi è luogo dove l’organizzazione del potere non si sia ispirata alle forme monopolistiche del mercato aderendo e riproducendo stragi sistemiche di ogni forma di vita considerata concorrente a questo tipo di egemonia. Una persecuzione capace di modellare la propria intensità e legalità sulla base del posizionamento di tale concorrenza al monopolio del potere; infatti, quelle identità in lotta per la sua abolizione e non per l’impadronimento sono senz’altro considerate le più plausibilmente eliminabili. Quegli altri, quelli che il potere lo vorrebbero per loro, coloro che vorrebbero prendere il posto dei coloni per poter amministrare le società costituite sul sangue di simili in fin dei conti ne garantirebbero la riproduzione nelle stesse forme non configurandosi come veri e propri inceppi per una visione di spossesso che non conosce quei confini che infligge, invece, a chiunque non sia vettore di capitale diretto. Così che l’amministrazione del potere passa senz’altro dal controllo della più o meno porosità dei confini che una comunità di potere prepotentemente si dà. Luoghi che diventano produttori di soggettività differenziate sulla base delle necessità di quello stesso potere che le amministra. Dunque, le società si riempiono di solchi e trincee di cui alcuni non valicabili, altre ben armate e sorvegliate, altri checkpoint il cui passaggio è garantito solo da carta abilitante. I confini sono molteplici e coprono, seppur con medesimi meccanismi, funzioni differenti; più precisamente, variano le soggettività che si relazionano entro ognuna delle frontiere che attraversano l’esistenza, gli “aldiquà” e gli “aldilà”. La stratificazione delle società è per antonomasia un esempio banale di confini interni, certamente molto porosi, particolarmente in quelle società che si definiscono ad ispirazione democratica. Infine, è proprio il differenziale di esercizio di questo “kratos” che determina il posizionamento e lo scivolamento- tanto verso l’alto che verso il basso- in questa “organizzazione delle apparenze”. Ancora, le periferie delle città sono senza dubbio frontiere ben sorvegliate e meno attraversabili di quei confini che la società civile si dà nel quadro della morale e dell’efficienza collettiva. Il confine che divide questi luoghi dell’abitare da quelli del possedere è caratterizzato principalmente da caserme, grandi linee ferrate, asfaltate, compound della logistica e della produzione etc. etc. etc. Insomma, perlopiù luoghi non valicabili se non nella logica della permanenza forzata nel contesto delle ore necessarie all’accumulazione del salario (un’altra forma di detenzione?); oppure, militarizzati e inaccessibili a chi sta dall’altro lato del mirino, quello che è subito seguito dalla canna del fucile. Un porto, un hub militare. Un porto, un hub crocieristico. Un porto, un hotspot, zona rossa, scudo respingente di non volutx.

Il sistema della gestione dei confini esterni europei ha attraversato una recente riforma, pubblicata nel 2024 e che vede la totalità degli atti in essa contenuti entrare in vigore dal 12 giugno del 2026. La riformata gestione delle frontiere è adesso in vigore. Regolamenti e direttive compongono gli atti di questa tragedia poco classica e molto attuale della gestione sanguinaria delle frontiere e della loro sempre minore attraversabilità. Della loro configurazione come estese aree di confinamento per persone “straniere”.  Il nuovo patto sulla migrazione e asilo dell’UE mira a configurare una gestione “armonizzata” in materia, lo conferma ante tutto la trasformazione di diversi atti componenti il precedente sistema europeo comune d’asilo da direttive in regolamenti. Questa trasformazione ha l’effetto fondamentale di modificarne il peso giuridico. Di fatti, contrariamente alle direttive che necessitano delle cosiddette “norme di recepimento” degli ordinamenti interni degli stati membri e consistono in obiettivi comuni cui viene lasciato ampio margine di discrezionalità ai singoli stati sulla strategia e gli strumenti da adoperare per il loro raggiungimento. I regolamenti, invece, sono fonti di diritto che si applicano direttamente agli stati membri e cittadinx dell’Unione. Ma non è certamente questa la novità fondamentale della riforma in questione. Invero si è potuto constatare come, soprattutto nelle relazioni esterne con i “paesi terzi strategici” in materia di migrazione, il legislatore non abbia fatto altro che affermare una prassi già ampiamente consolidata. Particolarmente significative in tal senso sono le modalità adoperate dagli stati membri nel siglare accordi con stati terzi per il contenimento e la repressione dei flussi migratori. Potrebbe accendere qualche luce il memorandum tra Italia e Libia, tacitamente rinnovato ogni tre anni dalle autorità dei rispettivi paesi, nel cui quadro avviene la mercificazione e strage quotidiana di persone in passaggio da quel “corridoio mediterraneo”; ancora, le enclavi di Ceuta e Melilla, luoghi in cui le autorità agiscono alla stessa maniera di cacciatori nella savana, come quando il fuoco incrociato ispanico-marocchino giustiziava le persone che arrampicandosi su quella maledetta rete cercavano di oltrepassarla. O, anche, la merce di scambio siriana. Quando il presidente turco Erdogan utilizzava rifugiatx per fare pressione sulle istituzioni europee al fine di ottenere quanti più vantaggi politici possibili. La “pressione migratoria” si conferma arma potente e merce di scambio di quegli stati di “origine e/o transito” dei flussi migratori. Delle fauci sempre aperte e sempre affamate, il sangue di questa gente non vale nulla più di quella fanghiglia presto sabbia secca sotto il sole dei deserti imposti nei diversi non-luoghi di questo inferno diffuso.

Ma prima di vedere alcuni dei tratti che caratterizzano il nuovo patto sulla migrazione europeo che, come sopra citato, si basa fondamentalmente su un’implementazione della dimensione esterna della politica migratoria europea, potrebbe essere una buona base analitica (chiedo scusa per l’asetticcità di questo termine) osservare le caratteristiche degli accordi con paesi terzi strategici in materia di migrazione sino ad ora. Si possono genericamente distinguere due macro-categorie di accordi c.d. di esternalizzazione. In un primo momento si basano su strumenti giuridici detti classici, cioè che rientrano nel quadro previsto dal trattato sul funzionamento dell’unione europea che, all’articolo 219, da facoltà al consiglio di concludere accordi internazionali nelle materie di interesse comune per l’Unione. Questi accordi erano caratterizzati principalmente da una struttura di finanziamenti atti ad implementare l’apparato di repressione dei flussi migratori della controparte straniera (tanto d’origine, quanto in transito) ed a intervenire sulla prevenzione, nel senso di operare sulle infrastrutture locali per “disincentivare” l’abbandono del paese in questione. Aspetto che tanto rivela dell’animo predatorio proprio alle istituzioni del capitale. La “crisi migratoria” del 2015, occasione del giochetto di potere tra le autorità europee e quella della repubblica turca sulle spalle di profughx in fuga dal conflitto in corso in terra siriana, ha dato il via ad una nuova forma di accordi detti “misti”. Più precisamente, in questa fase si instaura un meccanismo di premio basato sul rapporto diretto tra il grado di cooperazione della controparte e finanziamenti erogati dall’Unione; ossia, più elevati sono i livelli di cooperazione più fondi e benefit politici vengono erogati. In più, vi è una progressiva delega di funzioni operative nel contrasto e repressione dei flussi migratori nei confronti dei paesi terzi, a volte “strategici” a volte “canaglia”. In questo contesto si inquadra lo sciacallaggio della guardia costiera libica che, a bordo di motovedette acquistate o donate dall’Italia, esegue operazioni di sequestro in mare di persone per poterle condurre nei campi di concentramento, ancora, finanziati dal bel paese. Una terza modalità di accordi in materia migratoria nel solco dell’azione di esternalizzazione delle frontiere europee è quella che fa capolino con il protocollo Italia-Albania e la nuova “procedura integrata di frontiera” introdotta dal nuovo patto sulla migrazione del 2024 (in vigore da giugno 2026). In particolar modo, nel caso del protocollo che ha dato vita ai centri di Shëngjin e Gjadër viene meno la componente della delega delle funzioni operative caratteristica degli accordi in materia intrapresi dal 2015 in poi. Infatti, nel caso dei centri in territorio albanese, come già noto, ad operare è personale delle autorità italiane, configurando una vera e propria cessione di giurisdizione all’interno delle porzioni di territorio interessate dalla presenza dei CPR. Una modalità che potrebbe essere stata una previdente risposta alle nuove procedure oggetto della riforma. Nonostante l’assenza del permesso a fare ingresso nel territorio comunitario introdotto dal nuovo patto, vige infatti l’obbligo per la persona richiedente di mantenersi a disposizione delle autorità competenti, configurando de facto una situazione di contrazione automatica della libertà della persona straniera una volta giunta alle frontiere esterne europee ed interfacciatasi con le relative autorità. Certo, la persona straniera può decidere di allontanarsi dalla frontiera tornando sui suoi passi e potrebbe quindi apparire la sua libertà di movimento comunque tutelata; ma sorgono alcuni interrogativi: in primo luogo, in che modo sarebbe tutelata la libertà di movimento di quelle persone che richiedono asilo e per cui allontanamento volontario può essere considerato come un rifiuto a proseguire nelle procedure relative alla sua richiesta di protezione e che si ritrovano ora ad attendere che venga stabilita la competenza all’analisi della richiesta e l’analisi della richiesta stessa in stato di trattenimento? Ed, inoltre, è proprio nell’atto di voler mettere sotto tutela la libertà che i sistemi di potere vigenti la imprimono di standard che non fanno altro che sottrarla porzione dopo porzione. Poi, questa disposizione evoluta nella rinnovata normativa europea sembra non tenere in conto che le rotte migratorie passano attraverso territori dove è già di per se seriamente messa a repentaglio l’incolumità di diverse soggettività esposte poiché in attraversamento “illegale” di detti territori. Questo secondo aspetto apre uno spazio di riflessione sul concetto di “paese terzo sicuro”. Infatti, sempre nel contesto del nuovo patto, si è consolidata nella normativa comunitaria una prassi praticamente già in forze nell’agire degli stati. Ossia, considerare un paese terzo sicuro anche quando tale qualità possa essere confermabile solo per una regione o porzione di territorio individuabile, permettendo di fatto un’espansione a ventaglio delle procedure accelerate di frontiera. In altre parole, per quanto la definizione di illegale per un essere vivente desta di per sè ribrezzo, la condizione determinata nel quadro del nuovo patto sulla migrazione è quella di un sostanziale assottigliamento tra la figura della persona straniera richiedente protezione internazionale con quella di chi attraversa le frontiere “illegalmente”. Insomma, chiunque giunga alle frontiere esterne è consideratx di per sé una minaccia e, dunque, trattatx come tale.

La riforma è suddivisibile in maniera stilizzata in atti completamente nuovi, in atti riformati in parte ed altri che restano, invece, praticamente invariati. Va sottolineato come, nonostante quanto scritto in precedenza circa la modifica degli atti da direttive in regolamenti, il corpus normativo e di politiche comunitarie che rappresenta il nuovo patto conserva ampi spazi di manovra alla discrezionalità dei singoli stati membri. Ora, l’analisi delle singole parti necessiterebbe certamente un piglio molto più giuridico di quello in possesso allo scrivente; si possono, però, nel quadro dei continuum tra la vecchia normativa e quella parte della riforma, individuare alcune peculiarità che, a parere personale, non hanno poca influenza sulla conformazione delle politiche interne agli stati membri in materia migratoria. Come primo aspetto una delle fondamentali criticità notate dalla democratica comunità degli stati (sigh!) sono i criteri con i quali è stabilita la competenza all’analisi delle richieste di protezione internazionale tra i singoli membri dell’Unione. Uno dei principali che caratterizza il cosiddetto sistema Dublino era, ed è, il cosiddetto principio di “primo ingresso”. Ossia lo stato cui siano state per prima varcate le frontiere risulta competente all’analisi dell’eventuale richiesta di protezione internazionale. Nella gerarchia dei principi per stabilire tale competenza espressa nei regolamenti Dublino, quello del primo ingresso ne rappresenta l’apice. Questo, parlando in termini terribilmente materiali, ha anche causato un sovraccarico dei sistemi dei paesi europei cosiddetti di frontiera, alimentando così la persistenza di procedure sempre più stringenti. In questa maniera, all’ endemico razzismo di stati e nazioni, si aggiunge il crollo dei sistemi di gestione delle richieste di protezione internazionale a legittimare politiche sempre più marcatamente razziste e liberticide. Sembra che i tecnicismi della norma comunitaria favoriscano, dunque, lo svilupparsi di orrori del calibro dei centri di permanenza per il rimpatrio in Italia o anche in Grecia o Spagna, quantomeno per quanto riguarda le rotte del Mediterraneo. Ma a dare la dimensione della spinta verso il ristabilirsi della funzione di scudo dei confini esterni e la conseguente drastica riduzione della libertà di movimento delle persone razzializzate è la così detta “procedura integrata di frontiera”. Composta da tre regolamenti che restituiscono la dimensione di un’Europa che si organizza sempre più come la fascistissima fortezza, che serra i propri confini esterni ed invoca con sempre più frequenza l’impiego di misure a grado massimo di coercizione, come appunto il trattenimento/detenzione.

Il primo elemento è il nuovo regolamento procedure (reg. n. 2024/1348), che ha l’effetto di normalizzare procedure considerate tendenzialmente eccezionali come quelle accelerate e di frontiera. La procedura d’esame accelerata è contenuta all’articolo 42 del regolamento che la rende applicabile a quelle domande di protezione presentate da persone straniere che non hanno le adeguate caratteristiche per esserne titolari; la procedura di asilo alla frontiera, elemento che istituzionalizza l’esternalizzazione delle frontiere e della loro rinforzata funzione di trattenimento oltre che inasprimento di quella di respingimento, è contenuta all’articolo 43 dello stesso regolamento. Tale tipo di procedura è subordinata a quelle contenute nel cosiddetto regolamento screening (reg. n. 2024/1356), secondo atto parte della procedura integrata di frontiera. Anche nel caso di detto regolamento, il soggetto che vi è sottoposto non gode dell’autorizzazione a fare ingresso nel territorio comunitario, avendo però comunque l’obbligo di restare a disposizione delle autorità competenti che per garantire lo svolgimento di tali procedure possono intraprendere qualunque tipo di azione contenuta nel diritto nazionale al fine di evitare la fuga o l’irreperibilità della persona migrante. Questo aspetto di obbligatorietà espresso nel regolamento costituisce, quindi, parte delle procedure pre-ingresso nelle quali si può con un certo margine di precisione presupporre un massiccio impiego di misure fortemente coercitive. Il contenuto del regolamento screening ha la ratio di individuare lo status giuridico che riguarda il soggetto che vi è sottoposto e la funzione della raccolta dei relativi dati biometrici- aspetto che apre ad una riflessione, troppo vasta perché possa essere qui affrontata, sull’operazione di profilazione di massa che avviene dalle frontiere alle galere attraverso il prelievo del DNA; ulteriore elemento, questo, che salda le pratiche di detenzione penale con quelle della detenzione amministrativa e della gestione delle frontiere. Sembra che l’efferata guerra nei confronti di non graditx assuma le stesse procedure quand’anche si esprime nell’interiorità del sistema di amministrazione del potere, come nelle “patrie galere” . Terzo ed ultimo atto componete la procedura integrata è il regolamento UE 2024/1349, che stabilisce una procedura di rimpatrio alla frontiera. L’applicazione delle disposizioni di tale regolamento hanno carattere di obbligatorietà per ogni cittadinx stranierx o apolide cui richiesta di protezione abbia riscontrato esito negativo;  anche nel caso delle operazioni di rimpatrio alla frontiera è prevista la possibilità per le autorità competenti di costringere alla permanenza geografica in un determinato luogo per il tempo necessario all’espletamento delle procedure, un’altra conferma del “approccio hotspot” che guida sempre più esplicitamente l’azione europea e dei suoi singoli stati membri nella gestione della “questione migratoria”. Elemento fondamentale di questo insieme di norme è che le necessità infrastrutturali per garantire una tale mole di trattenimenti coatti sono difficilmente soddisfabili. Si pensi a quando nel 2015 si presentarono alle frontiere esterne europee oltre un milione di persone. Ecco che tale carenza è soddisfatta con una introflessione del confine esterno verso l’interno del territorio comunitario. Nel caso non dovessero bastare le strutture presso le frontiere esterne per contenere tutte le persone sottoposte alle disposizioni della “procedura integrata di frontiera”, i soggetti migranti potranno essere condotti verso strutture all’interno dei territori nazionali. Ricordando la non concessione del permesso d’ingresso in territorio comunitario bisognerà considerare i soggetti ristretti in questi enclavi dei confini esterni fisicamente presenti sul territorio nazionale dello stato membro, ma giuridicamente no. Beh non ci si affida certo alla protezione giuridica, d’altronde è proprio nel quadro del diritto che si consuma e legittima questo sterminio organizzato, ma questa condizione di presenza-non presenza (propriamente detta “finzione di non ingresso”) fa pensare ad una serie di fantasmi in balia dell’ennesimo non-luogo in cui questo mondo lx costringe. Va rilevato anche come vi sia un sempre maggiore interesse dell’industria infrastrutturale nell’occuparsi della costruzione/implementazione della rete strutturale della detenzione. Che il privato abbia interesse nella restrizione delle persone è ampiamente manifesto da una serie di fattori tra i quali l’estrazione sistemica di manodopera detenuta o ristretta che ci si può immaginare come facilmente ricattabile; o ancora, l’interesse della transnazionale Webuild nella costruzione di nuovi carceri ultramoderne e utra private e il conseguente impegno all’assunzione di una grande quantità di forza lavoro detenuta da impiegare nei cantieri che questa macchina di cemento e devastazione dissemina e continua a disseminare in Italia, come altrove. Come già visto nelle recenti versioni “sicurezza”, ossessivamente aggiornate da questo governo, è sempre più evidente la connivenza tra corpus normativo e corporazioni economico-finanziarie. Va rilevato, infine, il rinnovato ruolo delle agenzie europee con competenza in materia migratoria (ex.: FRONTEX) che hanno, nel quadro normativo del nuovo patto sulla migrazione, autorità nell’espletamento delle procedure di registrazione della persona migrante nel portale EURODAC, obbligatorie nel quadro delle procedure di pre-ingresso.

Questa rinforzata funzione di scudo delle frontiere esterne europee si inserisce perfettamente nel quadro di guerra totale che pervade entrambi i lati di queste sanguinanti linee tracciate ovunque. La sempre meno celata guerra contro lx non graditx di questo mondo assume le caratteristiche più tragiche dello sterminio selezionato di categorie di persone marginalizzate e rese nemiche di questo succoso conflitto tra nazioni. Sono le forme di questo sterminio che variano in intensità, evidenza e strumenti di legittimazione. Il mutaformismo del sistemico carattere stragista del capitalismo restituisce la dimensione dei gradi di personalizzazione che l’organizzazione del potere riesce a conformare nel suo rispondere, in maniera variegata e contestualizzata, all’univoco compito di mantenere indiscusso e, dunque, garantito lo svolgersi dei suoi misantropi interessi. Ma, ancora, la personalizzazione di categorie estratte da pattern creati a monte di questo o quel sistema di potere conferma l’azione repressiva e di “guerra ai corpi” come uno dei diversi mercati entro cui si svolge il “normale” funzionamento del mondo capital-coloniale. L’individuazione di target di mercato per il grande bazar della carcerazione si svolge prettamente nella normazione, che garantisce agli agenti di commercio di questo business asmatico la possibilità di consolidare prassi al di fuori di quanto stabilito nelle marmoree tavole del capitalismo democratico. Lo ha detto anche il titolare del ministero dell’interno all’anniversario della p.s. ringraziando gli agenti per la loro azione preventiva che spesso anticipa la regolamentazione di quello stesso modus operandi repressivo. Insomma, gli sceriffi scrivono la legge inventando per le strade le migliori maniere per soffocare ogni esondazione plausibile. L’onnipresenza di tali presidi del controllo (in una forbice che va dalla pattuglia ad una cella d’isolamento) rende in qualche modo tangibile il clima di guerra diffusa nel quale le diverse “operazioni del capitale” ci incastrano sempre più. L’onnipresenza di tali presidi conferma l’espandersi costante delle infrastrutture utili al dominio sulle persone, un dominio che non si arresta alla conquista militare ma tracima nei contenuti delle menti (dei cuori) tentando di incatenarci nello squallido binarismo del concesso/non-concesso, stabilendo differenziali e forme di governare che mettono sotto vuoto l’esistenza attraverso la sua definizione, dandogli poi un prezzo in etichetta. Carne da bancone.

Come opporsi a questo regime stragista? Quali strumenti possono essere utili per praticare solidarietà nei confronti di chi quotidianamente mette in discussione la fissità delle frontiere di questo ibrido di leggi e procedure assassine? Come riconoscerle? Cosa opporvi? Queste domande non sono solo retorica da chiusura di un testo, ma un concreto invito a mettere in comune pratiche ed esperienze che hanno, anche solo per un momento, bucato la membrana della solitudine respingente che questo mondo vuole imporci.

AVÈC LE SANS PAPIER!
NO BORDERS!
NO PONTE!
LIBERX TUTTX!

PARMA: COME VENTO CHE DEFLAGRA NEL REALE – BENEFIT BRIGANTX INGUAIATX CON LA LEGGE

Diffondiamo:

Sabato 13 giugno 2026
Casa Cantoniera (Via Mantova 24, Parma)

COME VENTO CHE DEFLAGRA NEL REALE
Benefit brigantx inguaiatx con la legge

h 19 Recital di Giovanni Canzoneri e presentazione della silloge poetica “Occhi di picciriddi”

h 20:30 cena vegan

A seguire concerti con:
Rüdo – hardcore punk da Parma
Schifonoia – anarcopunk/death rock da nessun luogo
Pensieri oltre – sludge/doom death industrial da Arezzo
Dysmorfic – Avant-grind da Mantova

IL CUORE È ESPLOSIVO, LA GIOIA È COMBUSTIBILE, IL RESPIRO È UN BOATO – RIFLESSIONI INDIVIDUALI A SEGUITO DI ALCUNE OPERAZIONI REPRESSIVE

Diffondiamo (qui il testo in pdf)

All cops are bandogs:
cani da guardia per scelta (è la scelta la loro prima colpa).
La “pappa” gliela danno i politici, miseri giardinieri tuttofare
che fanno creste sulla spesa e scodinzolano
le poche volte che vengono ammessi alla casa padronale.
Se vogliamo davvero che la paura cambi lato
È in quella casa che ci devono sentire,
quelle le finestre che per prime dovranno piangere i vetri
delle nostre pietre e bottiglie di rabbia
quelli i muri che dovranno sanguinare.
Sono pochi, i nomi sono noti,
vogliono farsi credere lontani e
irraggiungibili, ma la puzza della loro merda li tradisce 

 Seguono alcune riflessioni individuali maturate a seguito di quanto avvenuto nel contesto del carnevale no ponte dello scorso uno marzo a Messina, dell’operazione “Ipogeo” della procura di Catania e dello sgombero della Palestra L.U.P.O a Catania.  Riflessioni che sorgono anche dall’assordante silenzio del movimento no ponte, anche il meno istituzionalizzato, riguardo gli arresti e le condanne che hanno seguito il carnevale no ponte e riguardo le applicazioni delle ultime disposizioni in materia di sicurezza nell’arginare e criminalizzare la solidarietà espressa in occasione della prima udienza relativa alle misure cautelari per le persone inquisite per i fatti dello scorso uno marzo a Messina. Quel giorno, il 17 dicembre, oltre un presidio al tribunale di Messina sono state percorse alcune delle strade del centro città in maniera rumorosa e solidale, il che ha maturato (ad oggi) un avviso orale nei confronti di un compagno di Messina ed un foglio di via nei confronti di un compagno di Catania.

Il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Una terra che si muove lenta, frana inesorabilmente, si rende irreversibilmente ostica alla presenza assassina di scavatrici, carri armati e fili spinati. Una patria di militari e di immortali, nomi grossi su petti stretti, cuori labili corrosi da effetti speciali e luci illusorie. Uno spettacolo stridente come le catene dei macchinari della produzione, mezzi, cui obiettivo ultimo è l’asservimento di un’esistenza collettivamente solitaria. La metafora non è aleatoria, ma portatrice di altro. Trincea a fucile spianato, terreno minato. Petti esplosi che manco sanguinano più e che esigono la loro concretezza contro il nostro respiro. Una lunga ed infinita apnea che costringe alla cianosi di corpi ormai tendenzialmente vuoti meccanismi, ingrassati da successi e pezzi di carta certificanti. Distrazione costante dalla vita, esistere consiste nel raggiungere obiettivi per altri; scuole di regime, conoscenze prepotentemente universalizzate, un dito su un grilletto e, poi, un bersaglio target di questo triste esperimento balistico di morte insensata. L’anestesia del sentire nel colore del viso tumefatto dal patriarcato, della schiena spezzata del turno di lavoro, da quel laccio che mi ha addormentato per sempre. Tutto avverrà domani, intanto… confini su confini su confini e chiavi buttate in un mare che non restituisce nient’altro che ulteriori sottrazioni, costante relazione inversamente proporzionale tra vita e ordine. Hanno voluto del galeone un relitto… Ma la mareggiata?! Il lento accasciarsi dei promontori su questi presidi di civiltà?! Così sul letto di queste fiumare asciutte, soffocate dall’asfalto il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Gli occhi?! Costretti ad un post-traumatico immortale fallicamente imposto nel rito dell’ignobile anonima morte in seno ad una banale icona; una croce uncinata, una S doppiamente sbarrata, delle stelle e delle strisce: altari delle patrie, sia che sventoli un tricolore o debito pubblico appena stampato, chi non vi si inginocchia innanzi dev’essere deglutitx da (in)umani voraci di carne, invece, disumanizzata. Le combattono tutte le loro guerre, non ne perdono una, anche quando il segno che precede vita sembra essere sempre più un meno. E le costringono (le guerre) ai topi succubi della loro stridente nenia di flauto ingannatore; disseminata la peste, va asservita a certi e svilenti pensieri. E la loro peste, cui vettore ne è ormai principalmente un drone, imperversa in quello che è considerato da certi un banchetto: il mondo. Fanno della vita detriti schizzati in aria dalle bombe cucite dai loro compari in patria. Fanno della vita una sbrilluccicante brochure per celare un mondo, invece, solo galera. Coloro che ogni cosa e tuttx riempiono di “per” scorrazzano; maledetti, questi non hanno che rantolare il grido del loro allineamento. Qualunque loro sia la posizione, le labbra sono state (s)vendute. Si sentono cuscinetti, ma la loro convivenza con la convenienza li ha smussati a freno motore ormai corroso di un motore altrettanto corroso, frizione bruciata, fetide intenzioni tutte volte alla retromarcia. La sbandata è tutt’altro che garantita. Le iniezioni letali di cemento sono già quelle che, intorpiditi i neuroni, annullano ogni tensione alla tensione; annullano ogni propensione all’irreversibile domanda sul tutto. Garotaggi di persone hanno permesso una soffocazione quasi niente sbagliata di macroaree sentimentali, catalogando(ci) in mega gruppi nei quali contenitori ci si mette troppo spesso volontariamente. Eccoli qui i cantieri, le reti arancioni, l’ennesima dissociazione di un mondo sempre più distante. Una propensione all’arroganza del pastore d’anime ed alla ricerca di un argine dal quale mai fuoriuscire. Sanno bene verso dove far sputare le loro linguacce e quale bestia sbranare per ridurla in strazio con la loro danza sterilizzatrice di vita.

Il mondo-cantiere è indifferente. Oltre replicarsi all’infinito, procede in questo riprodursi senza alcun badare ai sentire delle vite. Non interessa proprio! Procede a testa bassa, deve costruire parcheggi… Nella missione di graduazione e, dunque, valorizzazione delle cose nella supposta sottrazione al de-grado, non vi è tempo per badare agli odori delle epidermidi. Non c’è tempo, hanno valutato ogni singolo istante e, dunque, lo hanno saldato ad un valore, ogni sobbalzo significa problemi. Ogni sobbalzo significa ruberie che vacillano. Sottraggono spazio al “degrado” sostituendolo con cemento, bitume e delle strisce tristemente blu. Ticket orari e “bella vita” tra le vie dove la vita è, invece, criminalizzata, sottratta e voluta infertile. Se non altro per certi visitatori basta un plastico coloriccio simile alle brochure che gli hanno rappresentato i social-network del mercatino della “vita lenta” da consumare in poche ore, così poche da non poter mai scorgere invece il triste nulla su cui si regge quella bella patina di merda. Il mondo cantiere non può badare a nulla se non che al ticchettio di fondi a rischio perdita. Un fondo perduto poiché mai voluto, il loro scavare sembra perpetuo e mai pronto a fermarsi. Fanno i solchi e li riempiono con il loro denaro, fondi su fondi su fondi. Tutto va a fondo.

E del brulicare di vita? Cosa resta? Chiaro; il battere cassa è a certi più importante di qualunque altro battito. Figuriamoci quello cardiaco.

“Fanno il deserto”… E se non lo hanno fatto loro allora bramano di conquistarlo o, comunque, di darne una forma gradita e conosciuta. Bombe? Ruspe? Manganelli? Sfratti? Crisi di panico? Solitudine? Tutto è agito dalla stessa mano stragista protetta dalle leggi e che afferra tutto per stritolarlo nella sua morsa letale. “E lo chiamano decoro”… quello squallido trucco che appongono alla loro morte insensata, per poi volercela schiaffare in petto. Che schifo tuttociò. Decorano la loro maschera da stupratori della vita con parcheggi, quartieri sbrilluccicanti sottratti ad ogni esistenza, case vacanza sempre vuote (anche quando infestate dai soldatini del turismo che viene e che torna), con città fatte sempre più per rapidi (o meno) banchetti e campagne trincerate per simulare il sanguinario gioco della guerra degli Stati (per esempio, lo svolazzare di elicotteri di guerra statunitensi su cieli, anche, dei parchi protetti delle Madonie, nel palermitano). Tutti questi cantieri ci si chiudono in petto e ci opprimono il respiro che a ‘lorsignori’ tanto arreca fastidio. O almeno questo è il loro volere, messo chiaramente a servizio di chi lo ha anche più grosso. Hanno dunque reso l’aria irrespirabile con il loro fiato cancerogeno ed adesso che l’ennesima rete è stata bullonata al suolo cosa avete ottenuto? Pensate veramente di poter offuscare tuttx nella vostra nuvola di cemento sgretolato innalzata dalle vostre ruspe? Pensate di poterla seppellire sotto l’ulteriore cemento che vi apporrete sopra con le vostre betoniere metastatiche?

Una guerra infinita quella della nazione contro le persone e, tra la nazione e queste, tutta una serie di magnaccia e capò si infiltrano saccheggiando e devastando, rapinando, distruggendo, agendo violenza squadrista, organizzata e legittimata dalle leggi degli Stati cui ne proteggono gli interessi. E poi i loro incappucciati manganello muniti aprono la strada come vere e fedeli guide di un padrone che odia la selva e la riproduce all’infinito solo per il gusto di vederla distrutta. Il fronte, la trincea, un esterno che sembra mai giungere sotto gli sguardi pacificati… questi, mentre cercano il feticcio da venerare nei loro riti da salotto impomatato, non tardano a condannare con paternalistico fare quelle bestioline incontrollabili che gli hanno sottratto il totem per farne, invece che culto, strazio iconoclasta. Ma gli egonomi della lotta non tardano a riprendersi il loro pupazzetto di plastica, con l’aiuto dei venerabili delle segreterie di partito, con l’aiuto degli agenti dell’opinione pubblica e delle questure che bramano quell’ordine fetoso della delega e dei leader.

Ma si può veramente costringere definitivamente la vita? La si può veramente ridurre esclusivamente a protocolli, PEC, ed a quanto è più conveniente? È riducibile alla scelta di un candidato? Ad una “quota rosa”? Nelle considerazioni di una procura? La si può sottrarre di pulsazioni quando viene colposamente descritta come deviata? La si può costringere ad un reparto psichiatrico? La si può definire in delle teorie? Nello strame che ne fanno leggi e nazioni? Si può veramente sottrarre la vita dalle vite? La si può ridurre ad un vuoto a rendere?

“Una delle regole essenziali del totalitarismo è la distinzione dei sudditi in categorie protette e categorie prive di protezione. In queste ultime possono poi ricavarsi categorie destinate allo sterminio”. (A. M. Bonanno)

Se l’ atto repressivo è un fatto “normale” di un regno che vede la propria legittimità messa in discussione, bisognerebbe, dunque, domandarsi cosa è che lo normalizza. Cosa rende accettabile il monopolio statale della violenza e della narrativa non-violenta/pacifista? Cosa rende normale il seppellire la vita nelle gattabuie dello Stato? Cosa normalizza il lancio di lacrimogeni in faccia alle persone? Cosa rende normale l’invasione di braccia armate prodromo di cemento e solitudine? Cosa rende normale l’ossessiva presenza di pattuglie e telecamere per le strade delle città? I rastrellamenti a chiara matrice razziale per permettere la voracità dell’industria turistica, come San Berillo a Catania? Cosa rende normale la militarizzazione totale delle polizie e la polizificazione degli eserciti? Cosa rende normali frontiere sanguinarie, serrate e sempre più concepite come aree di ghettizzazione forzata delle persone migranti? Cosa rende normale tutte le persone suicidate nelle carceri? nei CPR? nei reparti psichiatrici? dalla disperazione della povertà? dalla ghettizzazione della vostra morale? Forse una percezione diffusa di impotenza schiacciante. Quella sensazione di nullità di fronte ad un mostro talmente gigante che ci riempie di ricatti. Il lavoro, l’università, la famiglia, debiti, la morale etc. etc. etc… Questa visione del mondo si regge sul guinzaglio corto e soffocante al collo di ognunx. Ogni strattone della bestia vuole essere corrisposto da una presa ancora più salda del suo padrone, il sadismo di costoro è colmato dal soffocamento dei loro sottoposti. Possibile in virtù di un’impalcatura di potere cui potremmo aggiungere definizioni e spiegazioni per parecchio, risalendo il crinale di questa storia sino al punto zero della pace vestfaliana, con la nascita degli Stati-nazione e l’adorazione maschia della “madre patria”. L’applicazione di un sistema tale viene narrato come tutto intra-europeo, la nascita del sistema moderno, del capitale. Ma è vero, invece, che un sistema tale non sarebbe potuto esistere senza l’imposizione della “società coloniale”. Infatti, il sistema di capitale, dapprima fondato su una narrazione unicamente ed esplicitamente identitaria-culturale, conosce le sue prime applicazioni, sotto forma di tragici esperimenti, nel corso delle conquiste delle “terre d’oltre mare”. Così che mentre le compagnie commerciali emettevano i primi titoli azionari per finanziare le proprie imprese commerciali nelle “Indie”, gli eserciti dei regni cattolici estraevano con spada e cannone le materie prime utili ad un mondo che si preparava all’industrializzazione; tra le quali, anche forza lavoro a costo zero.

“Avere palazzi di corte lustri, ma campi incolti e granai vuoti, indossare abiti raffinati e lussuosi e portare alla cintola spade affilate, […] possedere beni e ricchezze ben oltre il necessario, tutto ciò equivale a ladrocinio […]” (Laozi)

È nella politica identitaria che si trova la base dalla quale si costruiscono da un lato le espansioni coloniali e dall’altro le esperienze di sottomissione dei popoli colonizzati. Il sistema capitalistico moderno prende forma attraverso lo stabilirsi di forme specifiche e differenziali, che hanno avuto nel capitalismo coloniale il suo terreno fondamentale di sperimentazione. Le forme di tale dominio coloniale, seppure con i dovuti cambi di rotta, persistono dal momento che le guerre per le indipendenze non hanno prodotto altro che ulteriori Stati attraverso i quali riprodurre quelle medesime strutture di dominio che si andavano organizzando dagli albori delle esperienze coloniali. Così, l’organizzazione della società è ricca di esperienze in cui spossessati si sono trasformati nei più sanguinari servi del vile piano d’oppressione delle stesse nazioni che li ha dapprima bistrattati e, poi, assorbiti nelle sue marginalità, al servizio della tanto continua mobilità delle sue infinite frontiere. Un’inquietante esempio possono essere i sefarditi, in fuga da luoghi dove la loro vita era messa seriamente a rischio ed infatuati dal progetto di poter convivere con altri “ebrei”. Sposare l’identità dello Stato israeliano, che li considera come le “classi” più abiette della società, ha condotto questi ultimi a trasformarsi in sanguinosi torturatori ed efferati sbirri del sionismo pur di mantenere il privilegio dell’incolumità statale che i loro governanti elargiscono. Dall’altro lato come non menzionare le fazioni più efferatamente stataliste che vedono nella “causa palestinese” la concreta possibilità di accostarsi al banchetto dei loro stessi persecutori; con bottoni lucidi sbirri di Gaza opprimono le insurrezioni popolari, concreto rischio per la realizzazione del loro progetto di potere. D’altronde il modello si ripete pedissequamente: le insurrezioni popolari per queste elitès coloniali significano il rischio di perdere i privilegi concessi loro dal colono. Tutte forze che agiscono intorno allo sfruttato “creando un clima di sottomissione ed inibizione che allevia il compito delle forze dell’ordine”. Ma ulteriormente, si potrebbe parlare della composizione sociale delle forze armate e dell’ordine in tutte le nazioni del mondo e si manifesterà la più banale delle verità: non è difficile alimentare le paure degli oppressi. La massa mediata, dunque, sanguinosamente facile da irreggimentare agli scopi dei loro elargitori di privilegi in termini materiali, mentali o altri. Dunque, partiti o individui caratterizzati da un’attività di tipo perlopiù elettorale, non essendo effettivamente interessati ad un rovesciamento totale del sistema, non invocano mai l’uso della forza da parte delle masse, ma la usano come minaccia verso le istituzioni dei coloni al fine di ottenere più peso e potere politico.

“Il reietto impaurito è spesso più miserabile ancora del dominatore, il realista è più feroce del re in persona”. (A. M. Bonanno)

Esiste una continuità con il mondo coloniale che si fonda in maniera sempre più solida su concetti identitari e i differenziali che ne derivano. La replica di questo schema di significare il mondo è concretamente la metastasi del “normale” che affligge percorsi ed esplosioni di libertà opponendone burocrazie e standard, a tutti i livelli. La possibilità di intessere discorsi identitari su tutti i livelli rende possibile la replica all’infinito di confini, affacci da cui il sistema di capitale conduce il suo andamento di espansione-contrazione. I fili spinati dell’identità, pietra angolare della legittimità del sistema capitale-statalista, permeano l’esistenza dei sudditi, influenzandone ogni aspetto dell’esistenza. Lo stesso dispositivo ha, dunque, costruito i confini del discorso d’esclusione che troppo spesso i “movimenti territoriali” (s’intende quelli mediati da pastorx d’anime) hanno dispiegato per corroborare l’indice incolpante contro ormai famosx “infiltratx”. Bisognerebbe prendere atto che le mediazioni politiche, quand’anche non propriamente partitiche, tendono a cloroformizzare la partecipazione spontanea, indipendente ed autonoma. I confini di un “movimento” troppo spesso delineano un contenitore di pratiche e procedure che hanno l’effetto di posporre la vita aderendo all’esistenza inerziale che il mondo colonial-capitalistico desidera. L’idea stessa di movimento “territoriale” suggerisce l’esistenza di caratteristiche specifiche senza le quali non si potrebbe aderire a quella lotta in particolare. Questo particolarismo è utile solo alla riproduzione della posizione di “capo-bastone” che, incistata nel modo di vedere le cose, viene replicata e cucita su ogni forma di vita altra, con la pretesa di ridurne l’esistenza a standard conosciuti e concordati in comunità strette e fortemente mediate da figure “leader”. Questo tipo di organizzazione a livelli fa di moltissimi movimenti “territoriali” delle strutture parecchio simili a quelle dei partiti. Infatti, troppo spesso le istanze di tali movimenti, auto-dichiaratisi indipendenti in principio, finiscono per impolpare il piatto dei contenuti delle campagne elettorali, svuotando definitivamente ogni possibile carica di rivolta dell’istanza “territoriale”.

Tali vescovi dei labili “no” finiscono presto per dimenticare la loro primaria definizione di “movimento territoriale”, stabilendo un differenziale basato sul successo e la “comunicabilità” che apre le porte a strutture organizzate, abdicando definitivamente all’auto-gestione, se non in piccoli e tribali rituali da chiacchiera “infra nos”. I movimenti di lotta “territoriale” così sentono di divenire difensori del milieu territoriale, proponendo “alternative” che non fanno altro che aggravare la portata della loro (innocente?) menzogna. Il “percorso” tanto gradito a tali assemblee, utile a rendersi comprensibili anche “alla vecchina al balcone”, si trasforma in una routinaria e vuota tradizione fatta di appuntamenti periodici e rituali a ripetizione. Il discorso “territoriale” è caratteristico di diversi movimenti, la “difesa del territorio” diviene un elemento fondante di questo tipo di aggregazione scenica. Una modalità di aggregazione che non concede null’altro che la pedissequa ripetizione della  quotidianità, escludendo ogni seducente possibilità di gioia.

Il taboo della violenza, che si concretizza poi nella pacificazione più servile, esclude inoltre la possibilità di un discorso concreto sulla repressione e le strategie- tanto collettive, quanto individuali- che si potrebbero dispiegare nel fronteggiarla, normalizzando di fatti il rapporto di potere unilaterale che intercorre tra oppressore ed oppressx e il suo potere di farci percepire solx. Inoltre, non si può assolutamente eludere l’azione cloroformio che questa vita-galera ci sottopone quotidianamente. Troppo spesso, infatti, ci si trova impreparatx davanti all’aggressione da parte dell’ “ordine costituito”. Ma ulteriormente impreparatx davanti alle furbate di chi cela ulteriori intenzioni oltre quella di “riempire le piazze”. Mentre certi sacerdoti condannano qualunque altra pratica come colpevole di svuotare le fila dei loro movimenti, lasciano aprire le loro sfilate dai segretari di quegli stessi partiti di c.d. opposizione che non hanno esitato e non esitano a porgere il fianco e fare favori a chi la vita la odia!  Trasformando il tutto in un banale e “normale” spettacolino elettorale, tutta carta straccia una volta allontanatesi le urne dai calendari di questi funzionari.

Quando spossessatx fanno scricchiolare le loro catene il mondo dei ben pensati di partito e di movimento si scandalizza. Questo mondo affonda il viso tra le mani per una scritta su un muro, per una vetrina infranta, per una sassaiola su un plotone di polizia e reputa “normali” (normalizzandole) le tragedie umane alle quali quotidianamente questo mondo ci sottopone. Si concepisce possibile tenere i fucili costantemente puntati contro stranierx alle frontiere e ci si scandalizza se per una volta, invece, quella violenza cambia direzione e, anziché essere strumento di riproduzione di potere, diviene mezzo di libertà, di concreta solidarietà senza alcun confine. Così la prima frontiera della repressione, volenti o nolenti, è la pretesa di aderire al copione democratico del dissenso secondo le regole da parte dei movimenti di massa mediata. E poi… lo sbirro che risiede in ognunx (o quasi) di noi.  Ma come micelio, anche se la terra è resa infertile, prima o poi rispunta e, comunque, nel frattempo…seguendo vie differenti da quelle percorse va manifestandosi “altrove”. Anche se spesso certe relazioni di potere si replicano pedissequamente in questi “altrove”, avviene comunque che la gioia esploda e colori oltre che i cieli e i muri delle città, anche le sue strade. Quando le catene scricchiolano a volte, poi, si spezzano. Ed anche se poi, la maggior parte delle volte, tornano più strette di prima, quei momenti sono impossibili da alienare dalla dimensione dei fatti. E così il piatto sopravvivere delle nostre routine delle volte si incrina e prende delle direzioni inaspettate che, seppur non totalizzanti, divengono sempre più consistenti nel se. Le brecce che si sono rotte non possono più risaldarsi, anche opponendovi tutto lo squallore cementificante possibile a questo mondo.

“Illuminata dalla violenza la coscienza del popolo si ribella contro qualsiasi pacificazione. I demagoghi, gli opportunisti, i maghi hanno ormai il compito difficile. La prassi che le ha buttate in un corpo a corpo disperato conferisce alle masse un gusto vorace del concreto. L’impresa di mistificazione diventa, a lunga scadenza, praticamente impossibile.” (F. Fanon)

Tutti quei fuochi di vicinanza, ogni insurrezione e ribellione di solidarietà nei confronti della libertà; ognuna di queste brecce, ognuno di questi momenti in cui la violenza si è ritorta contro il padrone, ogni viso che si è esposto con le persone detenute e/o in lotta contro questo orribile e squallido mondo intriso di “crazia”, ognuna di queste diserzioni ha fatto sì che questo bramoso mostro capitale tremasse ancora un altro po’. Ed ogni esperienza di liberazione, anche se assolutamente effimera, diventa ispirazione, coraggio, propulsione per altri momenti di libertà e per altrx; diventa un’ulteriore sbavatura su tutto questo trucco che edulcora le galere della vita.  Per questo, e molto altro ancora, prendere le distanze e criminalizzare tali atti di libertà significa riprodurre e corroborare relazioni di potere che sono le armi fondamentali con cui il mondo vigente si mantiene in vita.

Queste parole sono tutte contro i nemici della vita, costruttori di ghetti ben sorvegliati! E sono tutte in solidarietà a chi si trova ingabbiatx. Sia dentro un carcere che dentro un’esistenza costantemente sotto la minaccia del “fallimento”. In solidarietà a tutte le persone sole nell’angolo buio di questa non-vita a rilascio prolungato. In solidarietà e vicinanza a chiunque convive e condivide punti interrogativi. In solidarietà agli irreversibili dubbi verso tutto! Contro ogni certezza raggelante e definitoria! Queste parole sono un ennesimo tentativo di liberarmi di queste scarpe di cemento nello sguazzare dentro questa palude.

Con il cuore e lo stomaco stretti in una morsa delle volte letale. Con il formicolio alle mani. CON AMORE E RABBIA!

“DAI CORTEI PER RAMY A MILANO AI CORTEI NAZIONALI E NON PER LA PALESTINA IL PRIMO NEMICO DELL’ INSURREZIONE SONO I MOVIMENTI E I CORPI APPACIFICATORI!
SOLIDARIETÀ ALLX ANARCHICHX RINCHIUSX NELLE GALERE DA CATANIA ALL’INDONESIA.
SEMPRE PACIFISTX, MAI PACIFICX!” (Bak)

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Corpi Luoghi Frontiere – 26, 27, 28 Giugno – Fattizze, Salento

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Corpi Luoghi Frontiere 26th, 27th, 28th of June – Fattizze, Salento

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