PER SARA E SANDRO

Riceviamo e diffondiamo queste riflessioni scritte da alcunx compagnx di Bologna in seguito alla morte di Sara e Sandro.Qui il pdf.

Ci sono cuori che non trovano riposo né respiro in questo mondo, tanta è l’oppressione che vedono loro intorno.
Sono cuori stanchi, stanchi di portare catene ma mai rassegnati.
Sono cuori che, in una notte di angoscia, danno vita ai loro sogni.
Ci sono cuori che provano ad avvicinarsi alle stelle nonostante il rischio di bruciarsi.
Oltre le leggi della ragione e la ragione delle leggi.

Nella scelta di lottare, nel rischio conseguente alla scelta, due compagni generosi hanno perso la vita. Li piangiamo, e abbiamo chiaro che non è questo il momento in cui vogliamo misurare prossimità e distanze, divergenze e punti in comune. Questo è il momento in cui vogliamo stringerci con la comunità in cui ci riconosciamo, la stessa che tre anni fa, proprio in questo periodo, era in mobilitazione a fianco di Alfredo; quella comunità fatta di individui che hanno scelto la strada della non rassegnazione e della presa di consapevolezza attiva, della riduzione dello scarto tra astratto e concreto, per quanto possibile. È il momento dell’equilibrio, perché gli ingredienti in circolo nel sangue ora sono molti e non vogliamo lasciarci sopraffare dall’urgenza del tempo, dalla frenesia della risposta a tutte le vergognose e vili parole sputate da giornalisti e sbirri.

Il tempo della vita è lungo, tante vite fanno la storia e noi ne siamo parte. Lo sono le vite di Sara e Sandro, lo è e lo sarà la loro morte, così come quella di tutte le compagne e i compagni caduti nella lotta o uccisi dallo Stato. Ricorre proprio in questi giorni il ricordo dei compagni Sole e Baleno e la loro memoria accompagna da oltre 20 anni le nostre lotte. Se nel corso delle nostre fugaci esistenze avessimo la forza per piangere tutti i morti ammazzati dallo Stato e quella per vendicarli, a uno a uno, saremmo persone migliori.

Ma siamo ciò che siamo, nella nostra determinazione, ma anche nella nostra limitatezza. Ciascuno di noi, come i compagni e le che ci hanno preceduto -anche quelli che non abbiamo mai conosciuto- è un tassello di un percorso rivoluzionario, il cui corso è lungo e si sviluppa lungo una temporalità che sfugge tra le nostre dita. A volte tutto ciò ci fa incontrare l’azione, l’amore, la passione, la solidarietà, la gioia; a volte il fallimento, la paura, la galera, il dolore, la morte. Fare i conti con la misura della vita e della morte è un passaggio ineludibile adesso, così come mettere a fuoco e accettare lo scorrere di entrambe e l’inevitabilità dell’una e dell’altra, come parte della possibilità di costruire e di distruggere, cioè come parte della nostra scelta.

Hanno perso la vita due anarchici e, proprio in quanto tali, due persone generose.
Ma che significa essere un compagno o una compagna generosi? Non è facile spiegarlo a parole, anche perché certe cose è nella lotta spalla a spalla che le capisci e le riconosci. Però, volendoci provare, si potrebbe banalmente dire che la generosità nella lotta si riconosce in quelle persone disposte a spendersi senza aspettarsi un ritorno, ma per un’idea rivoluzionaria. Persone disposte – senza tante parole- a rischiare moltissimo in cambio di un risultato spesso misero, o comunque non commisurato al rischio corso.

Rischiare. Questa è una parola importante in tutta questa vicenda. Per chi dell’idea anarchica ha fatto un pezzo di sé, il motore della propria vita e non una postura occasionale, questa è una parola ineludibile, non solo, né tanto, in termini filosofici e metaforici, ma in un senso terribilmente pratico: la galera, lo stigma, la povertà, le botte, la morte. Non si fanno i soldi ad essere anarchici o anarchiche, né si guadagna la gloria o il potere, anzi di solito è esattamente il contrario. E tutto perché? Per poter vivere e gridare quello in cui crediamo: che un altro modo di vivere tra persone è possibile e chi lo impedisce va combattuto. E tanto basta. Questo, unito a tutta la gioia connessa al tentativo di realizzare quella scheggia di anarchia, vale il rischio di quanto sopra.

Solo dei folli farebbero una simile scelta. Non lo neghiamo, ci vuole una buona dose di follia per rischiare così tanto, per far detonare le proprie idee, però a ben guardare il folle è in certi casi più sano del sano. D’altronde viviamo in una società in cui -parafrasando qualcuno- la sanità mentale non è altro che un’eccellente copertura. Una società che ingabbia chi ci vive nella piena impotenza di fronte a uno sfruttamento sempre più brutale, a guerre, catastrofi, crisi economiche, in cui gli standard per essere una persona apprezzabile sono dettati da una performatività irraggiungibile; una società in cui tutto è promesso, ma nulla è davvero arrivabile e in cui se fallisci è solo colpa tua, oppure di qualcuno che sta peggio di te, qualche minoranza ad esempio; una società sempre più fondata su una guerra civile a bassa intensità che torna bene solo a chi comanda.

A fronte di tutto ciò alcune persone -e fra queste Sara e Sandro- decidono di lottare, individuano delle responsabilità -persone in carne e ossa o istituzioni che siano- e si danno gli strumenti per reagire contro di loro anziché sfogare il malessere che questa società produce partecipando ad una spregevole guerra fra poveri. Troppo violenti i mezzi che avevano scelto? Non ci stupiamo che ci sia chi lo pensa, anche se, a fronte del clima di guerra e crisi in cui andiamo scivolando, pare difficile pure che ci si possa meravigliare che qualcuno li possa impiegare. Chi sceglie di giudicarli distoglie l’attenzione dalle cause profonde che muovono simili scelte, facendo un favore ai reali responsabili delle nostre miserie: lo Stato e i padroni.

Non sappiamo a chi i due compagni volessero indirizzare ciò che è esploso tra le loro mani, ma di una cosa siamo certi: non sarebbe stata una stazione affollata, né la carrozza di un treno gremito di persone, non sarebbe stata una manifestazione di lavoratori e lavoratrici, né una scuola, un mercato o un ospedale. E questo perché -la storia più o meno recente lo insegna- sono questi gli obiettivi di bombe ben diverse: quelle che gli Stati, le loro polizie ed eserciti non hanno scrupolo ad usare indiscriminatamente contro le popolazioni civili.

Anarchiche e anarchici saranno pure dei folli perché disposti a rischiare per un’idea di giustizia, ma su certi punti le idee le hanno molto chiare: i nemici li conosciamo bene ed è a costoro che è destinata la violenza rivoluzionaria, non certo a chi -simile a noi- speriamo si unisca alla lotta. Siamo persone che della responsabilità individuale hanno fatto un principio e che delle responsabilità delle proprie azioni si assumono le conseguenze in prima persona; questo Sara e Sandro lo avevano ben chiaro e lo hanno dimostrato, rischiando tutto, in un luogo isolato, per dare forma ai loro sogni che sono anche i nostri e che sono l’urlo di tutte le sfruttate e gli oppressi di questa società.

Alcune anarchiche e anarchici di Bologna

 

PER SARA, PER SANDRONE. MORTI COMBATTENDO PER LA LIBERTÀ

Nella notte tra il 19 e il 20 Marzo 2026 perdono la vita Sara e Sandrone, in seguito all’esplosione accidentale di un ordigno avvenuta in un casolare nel parco degli Acquedotti a Roma.

Ci sono ragioni di vita così profonde, che spingono a immaginare di mettere in gioco tutto. Ragioni di vita che sono contenute in uno sguardo complice, nel silenzio di un casale, prima che un boato frantumi la notte.
Di fronte all’ordine che ci soffoca, Sara e Sandrone hanno fatto una scelta, quella di combattere senza riserve. Nostri compagni di sempre che ricordiamo con fierezza.
Perché quando la società che ci incarcera impedisce la stessa possibilità di alzare la testa, quando la guerra degli Stati imperversa massacrando intere popolazioni, la violenza liberatrice non è più un’opzione, ma la sola via percorribile.
Questo Sara e Sandrone lo hanno sempre saputo. Come una ragione di vita.

Per Sara, per Sandrone morti combattendo per la Libertà!
Per l’Anarchia

 

SAPENDO PERCHÈ

Da Infranero:

per A. e S.

«A memoria d’uomo non si era vista una cosa simile: tutto un mondo solo in attesa, attento solo all’evento accaduto, compiuto, atterrato diritto nel passato come un frutto maturo caduto dall’albero, il mondo sempre attento soltanto all’evento stagionato come un formaggio, e che vuol solo sapere cosa è stato, al fine di registrarlo, per sapere. Un mondo intero caduto nella pazienza; un mondo di uomini che sono tutto, che fanno tutto, e che si limitano a guardare come se non ci fossero affatto.
A memoria d’uomo non si era vista una cosa simile: un’epoca così mostruosamente abitata da timidezze e da pigrizie senza spina dorsale, da incoscienza e da abdicazioni, e che si agita da sola in preda alle convulsioni, si contorce e sputa sangue; un’epoca malata in cui l’uomo è assente, in cui l’uomo se ne sta tranquillo, rannicchiato nell’avventura e capace solo di crepare: un’epoca in cui nessuno si arrischia a pensare. Nessuno che sia qualcuno. È un brulicare di grandi uomini, quest’epoca, è un brulicare di persone, ma non sono che uomini della folla, oscene immagini che si sforzano d’essere sempre più simili. E il tempo passa.
Si vuole sapere, non si vuole capire — e il sapere vi allontana e la scienza vi inganna: tutto ciò che esce dalla memoria è un presente già divorato, è un passato ancora fresco, ancora fumante: è passato. Tutto il presente è proiettato all’indietro, ci si ritrae e si aspetta. Si aspetta cosa? Ciò che accade: ciò che è accaduto. Si classifica; si conta; e si aspetta ancora. Si guarda passare l’intero presente.
Si vede soltanto quando si chiude: un volto deluso, che non ha più nulla da dire, che non può più dire nulla e che se ne va, lontano, colpito da nullità, colpito da somiglianza con l’immondo come una incomprensibile medaglia ormai invecchiata, sopraffatta dalla somiglianza di tutto…
Ma i cuori semplici sono stati squarciati a coltellate; il nostro mondo è aperto a un improvviso avvenire, spalancato alla sofferenza: il cielo è là, nuovo di zecca, e i forti venti del cielo…
Hanno squarciato il mondo con una coltellata; il mondo aperto e la sua ferita divinatoria in cui guardo. Davvero non c’è nessuno? Nessuno se non quelli che sono morti e che sanno perché? Quelli che non sono morti, sono scampati solo perché non erano vivi?
Non c’è più nessuno che ci provi, oggi, ora, adesso perché è l’ora, a fare nel mondo un posto all’uomo e a scavare nell’uomo un posto per il mondo: gli alberi, le stagioni, le pietre, le costellazioni?
Ebbene no! Rifiuto. Rifiuto alla viltà, al timore, alla debolezza, rifiuto alle forme seducenti e orribili della menzogna, rifiuto alla scienza, al sapere, a quella che chiamate storia, rifiuto ai grandi uomini e al tradimento, rifiuto la mia complicità che non è innocente. Rifiuto e chiamo. Dove sono i miei compagni?».

[Armel Guerne, Mythologie de l’Homme, 1945]

BOLOGNA: SULL’INIZIO DEL PROCESSO PER LA MOBILITAZIONE IN SOLIDARIETÀ AD ALFREDO DURANTE LO SCIOPERO DELLA FAME CONTRO IL 41BIS E L’ERGASTOLO

Diffondiamo:

Condividiamo con voi queste righe di aggiornamento su uno dei processi per la mobilitazione a fianco di Alfredo, con lo stomaco chiuso e una forte stretta al cuore per la morte di Sandro e Sara avvenuta nella notte di giovedì 19 marzo. Due compagni anarchici che se ne sono andati da un mondo in cui ci sarebbe invece sempre più bisogno di cuori sinceri, di sguardi attenti e di mani generose.
Con fermezza e senza indugio ribadiamo la nostra solidarietà e complicità con tuttx lx ribelli e rivoluzionarx che lottano ogni giorno contro lo Stato che reprime, tortura e uccide; contro un sistema guerrafondaio e mortifero e i suoi aguzzini.
Sempre al fianco di chi lotta, di chi trama nella notte!

Fuoco a ‘sto mondo infame!
A Sandro e Sara, per l’anarchia!

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Mercoledì 18 marzo presso il tribunale di Bologna si è tenuta la prima udienza a carico di 6 compagnx per 3 fatti avvenuti prima e durante i mesi di mobilitazione in solidarietà al compagno anarchico Alfredo Cospito in sciopero della fame (danneggiamento di un cantiere durante l’occupazione di una gru, danneggiamento di impianti informatici per due ripetitori andati in fiamme, e l’interruzione di una messa).
È stata discussa la lista testi della difesa, in cui figura anche Alfredo; la giudice ha rinviato all’8 aprile per comunicare la propria decisione in merito. Per la prima udienza abbiamo chiamato una presenza dentro e fuori dall’aula di tribunale e letto degli stralci di una dichiarazione che riportiamo per intero qui sotto, per ribadire la nostra solidarietà e complicità con Alfredo, con tuttx coloro che hanno lottato e che lottano contro il regime di tortura del 41bis, e tutte le galere di questo mondo infame.

DICHIARAZIONE LETTA IN AULA DA 6 COMPAGNX SOTTO PROCESSO A BOLOGNA

I fatti per cui oggi veniamo portati al banco degli imputati riguardano la campagna di solidarietà che si attivò su scala internazionale a cavallo tra il 2022 e il 2023 in sostegno ad Alfredo Cospito, prigioniero anarchico rinchiuso nel regime di 41bis dal maggio 2022 che intraprese uno sciopero della fame di 6 mesi contro questo istituto detentivo e l’ergastolo ostativo.
Condannato a 23 anni, insieme ad Anna Beniamino condannata a 18 anni, per strage politica -il reato più grave previsto dall’ordinamento italiano- pur in assenza di morti e feriti. Diversamente da quanto accaduto per piazza Fontana (17 morti), per la stazione di Bologna (85 morti), per piazza della Loggia (9 morti e 102 feriti), per gli innumerevoli attacchi razzisti (ricordiamo in particolare quello di Castelvolturno del 2008, 8 morti): in nessuno di questi casi la strage politica è comparsa tra i capi di imputazione. Né è mai stato scomodato questo reato per le migliaia di morti sulle coste mediterranee o per le centinaia che ogni anno si verificano sul posto di lavoro -queste sì, vere e proprie stragi prodotte da decisioni politiche deliberate e omicide. E perché? Non certo perché i fatti non si accordassero al codice. È semmai questa la conferma di una verità ben nota, che il codice è strumentale, proprio come le stragi, quelle vere e indiscriminate. Entrambi strumenti, a intensità diversa, con cui uno Stato ipocrita colpisce chi lotta o spaventa la popolazione, riducendola a chinare la testa, a non partire, a lavorare in silenzio, ad accettare le strette autoritarie.

La contemporaneità bellica e le conseguenti strette repressive di cui siamo testimoni ce lo rendono sempre più evidente, ecco perché per noi continuare a lottare è più che mai necessario.
E lo facciamo prendendo parola in quest’aula, perché vogliamo dare ancora voce a chi lo Stato vorrebbe mettere a tacere attraverso un regime carcerario di tortura, la cui natura è stata resa evidente al mondo intero grazie alla lotta di Alfredo.
In quei mesi tanti prigionieri e prigioniere aderirono allo sciopero della fame di Alfredo, altri mostrarono la loro solidarietà rinunciando a benefici o come era loro possibile. Questa coraggiosa lotta ha fatto emergere un ampio e determinato movimento di solidarietà anche fuori dalle carceri.
Raramente, negli ultimi decenni, il sistema carcerario, i suoi dispositivi punitivi, la sistemica violenza di cui è permeato e l’arbitrarietà delle sue regole sono stati analizzati, criticati e contestati anche fuori dai contesti militanti. Questa mobilitazione, invece, ha coinvolto un ampio settore di
società: la mobilitazione studentesca, come la presa di parola e la partecipazione attiva di organizzazioni, associazioni e soprattutto di migliaia di individui hanno rappresentato un’assunzione di consapevolezza con pochi precedenti. L’obiettivo, da parte di questa molteplicità di voci, non era fare pressioni per spingere a riformulare le basi giuridiche di un istituto detentivo, bensì sancirne la fine.

L’eterogeneità di pratiche con cui questo corpo in mobilitazione si è speso è evidente, non serve un tribunale per stabilirlo. Il dato che conta -e che non si può cancellare- è che ha fatto vacillare chi si era così zelantemente prodigato nel rendere giuridicamente possibile l’applicazione del 41bis ad Alfredo. Come scrivemmo in un volantino in quei mesi, “Da una cella di 41bis un anarchico fa tremare lo Stato”. Niente di più vero e nessuna risposta diversa da ciò che ci si poteva aspettare: lo Stato ha mostrato i muscoli e ha azionato la ghigliottina.
Se in tutta Italia è stata attivata la macchina repressiva contro moltissime voci e azioni che hanno accompagnato la lotta di Alfredo Cospito, è perché i motivi di quella lotta sono particolarmente scottanti per lo Stato italiano. L’Istituto dell’antimafia fa parte dei miti fondativi della seconda Repubblica e le sue declinazioni pratiche vengono raramente messe in discussione, nonostante l’evidente fallimento nel contrastare un sistema che resta profondamente intrecciato a quello dello Stato. Sistema sia di potere che economico, al Nord come al Sud.
All’interno dei dispositivi di ingiustizia, arbitrarietà e violenza di cui è dotato il sistema punitivo della giustizia italiana, il 41 bis e l’ergastolo ostativo sono due strumenti di tortura.
E non si tratta di un artificio retorico, ma di un’analisi sostanziale dell’utilizzo di questi istituti, partendo proprio dal significato letterale del termine, che – citando la Treccani – si riferisce a “varie forme di coercizione fisica applicate a un imputato […] allo scopo di estorcere una confessione o altra dichiarazione utile all’accertamento di fatti non altrimenti accertati, dei quali si debba tener conto nel definire il giudizio”.
L’esempio principe del mafioso che scioglie il bambino dell’acido, fonte di giustificazione populistica di infinite nefandezze, ci parla chiaro: il responsabile, condannato anche per altri omicidi, restò in regime di 41 bis per 4 anni per poi essere liberato. Perché fu liberato? Perché scelse di collaborare con lo Stato.
Tuttora – e dai primi anni novanta ad oggi – diverse centinaia di detenutx sono in 41 bis, sottoposti all’isolamento quotidiano e affettivo, allo stigma sociale che ricade anche sui loro affetti, alla deprivazione sensoriale e molti di loro al fine pena mai. Una condizione cinicamente e scientificamente pensata e realizzata al fine di annichilire la persona.

L’origine geografica di coloro a cui viene prevalentemente applicato il 41 bis, inoltre, ci dice chiaramente cosa significhi, oltre le statistiche, il mai estinto approccio coloniale nei confronti del Sud Italia: un ragazzo di 20 anni arrestato per spaccio nel nord Italia difficilmente entrerà in questo regime carcerario, al quale invece verrà quasi sicuramente sottoposto un suo coetaneo del sud, già dalla fase di arresto cautelare.
Ma sarebbe ingenuo limitarsi alla condanna di tale approccio coloniale senza evidenziare il profondo, inscindibile legame esistente tra gli apparati dello Stato che si servono di questa gente, dal pesce piccolo al pesce grosso, e il Sistema di cui essi fanno parte. Il 41 bis nasce come discarica in cui lo Stato getta tutti i pesci che deve fare fuori dopo essersene servito, la tomba per vivi in cui rinchiude chi non deve più poter parlare e da cui si può uscire solo sancendo un patto di collaborazione con il proprio aguzzino. La natura intrinsecamente violenta di questo regime carcerario squisitamente democratico, trova poi la sua estensione nella possibilità di essere applicato al nemico interno, ossia ai “prigionieri politici”, siano essi comunisti (come Lioce, Morandi e Mezzasalma, in 41 bis dai primi anni 2000) o anarchici (come Alfredo Cospito). Per loro, ricordiamolo, l’unica via d’uscita da questo regime di tortura, è l’abiura delle proprie idee, cioè dei propri percorsi di lotta e di vita, sostanzialmente di se stessi. A tanto arriva la democratica violenza dello Stato: deprivare il fisico e la psiche del prigioniero per minare le sue convinzioni qualora esse non siano allineate con il pensiero unico o, ancor peggio, dichiaratamente sue nemiche.

Con la stessa facilità con cui il genocidio del popolo palestinese è passato dall’essere un evento mainstream a un rimosso collettivo, anche la violenza del 41bis, seppur in scala 1:100 a confronto, è velocemente tornata sotto il velo di silenzio in cui giaceva prima della mobilitazione a cui abbiamo fieramente preso parte.
Sintomo dei tempi?
Fa paura, a fronte dello stato di guerra e di polizia in cui stiamo precipitando, pensare alla possibile ulteriore estensione di questo istituto detentivo. Non serve essere antagonisti, anarchici o chicchessia per prenderne coscienza. Sarebbe molto spiacevole dover affermare un giorno “l’avevamo detto”: proprio per questo non siamo disposti a chiedere scusa per aver lottato al fianco di Alfredo e affermiamo con decisione la nostra simpatia, complicità e solidarietà verso qualunque azione fatta nel mondo in quei mesi di sciopero della fame a fianco di Alfredo Cospito e degli altri prigionieri e prigioniere per contrastare il 41bis e la nostra solidarietà verso il popolo palestinese che con estrema tenacia, resiste e trova nella resistenza la sua ragion d’essere.

Imputate e imputati


Testo in pdf: dichiarazione Bologna

GRAFICATTAC: CHIAMATA ALLE ARMI GRAFICHE CONTRO LA PROPAGANDA BELLICA

Diffondiamo:

Giustificare la guerra come strumento per vivere in pace è un discorso tanto vecchio quanto ridicolo.  Tuttavia, la propaganda bellica specifica di ogni epoca è spesso riuscita a convincere parte della sua popolazione e a raggiungere, così, una soglia critica di soldati e di adesione popolare sufficiente per guerreggiare davvero.

L’Europa si sta armando e le armi, una volta prodotte, devono essere usate. La guerra è infatti, da sempre, un rilancio dell’economia. Chi ha interesse alla guerra ha bisogno dunque, anche oggi, di instillare tra le menti l’idea della stessa come inevitabile strumento di pace e di creare il desiderio di arruolarsi. Ci stanno lavorando da decenni in modo ricercato, ultra finanziato e incrementale: la presenza nelle strade dei militari, l’ampliamento delle loro competenze, le attività belliche per le scuole, l’esaltazione del militare nel discorso pubblico, nei film, nei giochi sono aumentati poco a poco, permettendo un’assuefazione lenta. Oggi la propaganda lavora anche nel mondo online, ottimizzando, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale i contenuti di messaggi, immagini e video in modo che questi siano quanto più manipolativi possibile; attraverso altri algoritmi scelgono il modo migliore per diffonderli tra i vari social media e, a volte, li generano anche artificialemente. L’Esercito Italiano, per esempio, produce almeno un video online al giorno, in cui non ci sono né morti né nemici, ma opportunità esperienziali e di lavoro, per convincere ad iscriversi ai concorsi per essere reclutati tra i 6000 VFI (Volontari in Ferma Ininizale) messi al bando per quest’anno.

Scommettiamo, invece, sull’intelligenza collettiva per creare una contro narrazione capace di smantellare la macchina della propaganda bellica e di avere effetto nel mondo reale. Infatti, di fronte all’esproprio delle capacità pratiche e intellettuali che caratterizza le società nel “nord” globale, riappropriarsi della creatività è uno dei passi necessari verso la possibilità concreta di lottare per un mondo diverso. Inoltre, davanti alla virtualizzazione quasi totale della comunicazione, sembra che i muri siano uno dei pochi luoghi rimasti dove si può ancora combattere ad armi pari.

GraficAttac è uno spazio per:

– condividere grafiche di manifesti, adesivi, volantini, scritte in contrasto con la propaganda bellica, in ogni suo processo persuasivo, per decifrarne e smantellarne i subdoli meccanismi di fabbricazione di consenso/asservimento sociale e di colonizzazione dell’immaginario

– Interrompere il flusso mediatico e di discorso a sostegno degli eserciti e della militarizzazione della società, contro la ricerca di consenso alla repressione, al riarmo, all’arruolamento, all’industria bellica e alla guerra

– agire nelle strade con attacchinaggi, strappando i muri alla propaganda bellica

– liberare, affilare e conservare affilate, le lame del pensiero critico con cui, definitivamente, rompere le righe!

Invia il materiale a graficattac@autoproduzioni.net entro il 25 aprile 2026

I contenuti saranno aggiornati sul blog graficattac.noblogs.org e (a)periodicamente usciranno altre chiamate.

L’invito è quello di scaricare i contenuti ed attacchinarli massicciamente ovunque.

Chiamata

SALENTO: CORPI, LUOGHI, FRONTIERE – TRE GIORNI CONTRO LA MERCIFICAZIONE DEI TERRITORI

SALENTO 26-27-28 GIUGNO 2026

Nell’antica Grecia, la Xénia indicava il rituale dell’ospitalità verso lo straniero che bussava alla porta. Viaggiatore, naufrago o fuggitivo, l’ospite riceveva cure e onori che un giorno avrebbe dovuto ricambiare. Nel corso dei secoli, le regole della Xénia hanno reso il Mediterraneo uno spazio di ibridazioni e incroci, uno spazio di possibilità, dove l’alterità e l’ignoto contaminavano l’identità dei popoli.

Oggi, nell’eco lontana di quell’idea, noi abitanti di un piccolo frammento di terra mediterranea sappiamo di vivere ai margini di quel centro di potere chiamato Occidente. Un Impero che ha costretto l’orizzonte universale della storia entro i confini della sua sovranità. A costo di migrazioni forzate, desertificazione, genocidi e distruzione degli ecosistemi, la sua violenza ha imposto il dominio del profitto e il pensiero unico dello sviluppo tecno-industriale inarrestabile.

Nel territorio in cui viviamo, al confine meridionale dell’Impero, si parla ancora il griko, un’antica lingua derivata dal greco. In griko, sséno, mutazione di xénos, indica la provenienza da un generico altrove. Ancora oggi, mentre il Mediterraneo è uno spazio di respingimenti, frontiere militarizzate e mercato turistico, sentiamo il legame a questa radice storica ed è questa concezione dello spazio che vogliamo abitare e attraversare. Mentre il potere attribuisce agli stranieri la responsabilità della miseria in cui ha fatto sprofondare intere popolazioni, riconosciamo come complici coloro che, come noi, vivono ai margini dell’Impero e rappresentano una breccia aperta su molteplici possibilità.

Vivere ai margini ci permette di vedere da vicino le mura della fortezza, ma anche le sue crepe. Qui, la frontiera è un avvertimento ma anche una sfida. E’ la linea fisica o immaginaria che separa brutalmente la speranza dalla disperazione, il privilegio dallo sfruttamento, il turista dal clandestino. Ma a volte, i centri di detenzione vanno a fuoco.

Viviamo in un territorio devastato dal saccheggio capitalista. Una violenza che, dopo lo spopolamento causato dall’emigrazione dei braccianti agricoli senza terra, è proseguita con l’ installazione di impianti industriali predatori. L’acciaieria di Taranto, il complesso petrolchimico di Brindisi e l’estrazione petrolifera in Lucania sono solo le ferite più visibili di un territorio fatto oggetto di operazioni cosmetiche per essere appetibile sul mercato turistico.

Proposta

Vogliamo organizzare tre giorni di incontri nel nostro territorio, il Salento, per dare voce ad esperienze di lotta provenienti da diversi luoghi ed elaborare insieme analisi politiche a misura delle esigenze del nostro tempo. L’interconnessione dei luoghi di amicizia potrebbe assomigliare a un’esperienza di vicinanza, una mujawara, -come lo definirebbero le nostre compagne libanesi, poiché crediamo che la solidarietà non si basi sul compimento di una «buona azione militante», ma sul considerare le altre lotte come parte delle nostre e viceversa. Riconoscersi è il motore dell’internazionalismo.

Cominciamo con l’abitare un luogo dove condividere storie e prospettive, cibo, musica; un luogo di cui saremo ospiti –sséni– sulle rive del Mediterraneo. Organizzeremo, nello spazio di un campeggio, giornate di discussione e convivialità ma anche di scoperta dei territori e condivisione dei progetti di lotta.

Vi chiediamo di partecipare alla costruzione di questo incontro proponendo interventi sulle vostre esperienze, analisi e pratiche sviluppate tra centri e margini; rapporti tra frontiere e attraversamenti, tra militarizzazione, speculazione turistica da un lato, ed esperienze di resistenza, sussistenza e solidarietà internazionalista dall’altro.

Pubblicheremo prossimamente altri approfondimenti. Organizzeremo le proposte di intervento che perverranno al seguente indirizzo:

maisiaturista@riseup.net

https://luoghicorpifrontiere.noblogs.org/

AGGIORNAMENTI SUL PROCESSO PER IL CORTEO DEL 5 MAGGIO 2024 A GENOVA

Diffondiamo un aggiornamento su un processo per devastazione e saccheggio in corso a Genova. Per approfondire si rimanda al testo di qualche mese fa “Fuori dal vortice – qualche parola su una nuova operazione repressiva a Genova”.

Il corteo del 5 maggio 2024, in risposta all’arresto di 8 compagnx di fronte all’Ex Latteria Occupata, ha attirato le mire repressive della procura di Genova e del suo burattino, il pubblico ministero Giuseppe Longo. Il tentativo di attribuire il reato di devastazione e saccheggio rivela l’intento di criminalizzare il dissenso nelle piazze. La richiesta di Longo di intrappolare 13 compagnx con misure cautelari è stata accolta pochi giorni fa, confermando per loro l’obbligo di dimora e rientro notturno alle ore 20.

Questa inchiesta è emersa non a caso in un momento di forte fermento per le mobilitazioni in solidarietà alla Palestina: è chiaro che il tentativo di raffreddare e scoraggiare gli animi mentre in migliaia si scendeva in piazza per opporsi al genocidio.

Non sono mancate poi all’appello le notifiche per l’apertura delle indagini in seguito al blocco stradale del 22 settembre scorso davanti al casello di Genova Ovest, giornata di lotta che ha preso una piega spontanea e si inseriva nelle mobilitazioni all’insegna del “Blocchiamo tutto!”.

Ma non saranno certo i biechi tentativi di intimidazione del disegno repressivo a fermarci, non ci faremo spaventare da digos e pubblici ministeri, noi continueremo a stare nelle strade e nelle piazze, ad organizzarci e lottare contro il dispotismo autoritario degli stati, del capitale e dei loro scagnozzi.

Dal fronte interno di una guerra dichiarata all’umanità resisteremo ai manganelli della polizia, alla gentrificazione, alla sorveglianza ipertecnologica, ognunx coi propri mezzi.

Contro il carcere e la società che me ha bisogno.
Contro il racket della guerra e il controllo sociale.
Solidarietà a tuttx lx prigionierx e i popoli in lotta!

ROTE ZORA, ESERCIZIO DI MEMORIA FEMMINISTA

Diffondiamo

51 anni fa una detonazione notturna danneggia l’edificio del tribunale costituzionale contro la criminalizzazione dell’aborto. È la notte del 4 marzo 1975. L’attacco è rivendicato dal gruppo di donne e lesbiche Rote Zora. Inizia così il percorso ventennale del braccio clandestino del movimento femminista tedesco.

Le loro parole ci arrivano oggi con la stessa potenza del fuoco dei loro sabotaggi.
Il libro autoprodotto “Rote Zora. Guerriglia urbana femminista” ne racconta la storia attraverso le loro azioni e i loro comunicati.

Un assaggio in podcast:
https://www.spreaker.com/episode/rote-zora-guerriglia-urbana-femminista–27400139

Per info e copie (300 pag, 10 euro, sconto per le distribuzioni):
rotezoralibro@riseup.net

Ogni cuore è una bomba ad orologeria!

TRADUZIONE DI UN TESTO PUBBLICATO SULLA RIVISTA TINDERBOX: COSTELLAZIONI SOTTERRANEE

Diffondiamo:

E’ uscita la traduzione di un testo, poi impaginato a opuscolo, pubblicato nel nr. 7 della rivista Tinderbox: Costellazioni Sotterranee.

Partendo dal contesto statunitense, tratta i temi dell’elaborazione di progettualità di lotta, di prospettive anarchiche a medio/lungo termine, di metodi di organizzazione e di affinità. Poiché sia Tinderbox sia questo specifico articolo sono per scelta non disponibili su internet, sarà lo stesso per questa traduzione. Chi volesse ricevere il  il link per scaricarla può scrivere a costellazionisotterranee2@riseup.net. Sarebbe auspicabile che si usassero mail “sicure”, quindi non gmail, yahoo, libero ecc.

Di seguito un estratto dall’introduzione:

Costellazioni Sotteranee

Mettere in luce gli ingranaggi della guerra e dell’ecocidio

Di cosa c’è bisogno per costruire un progetto di lotta capace di fare il necessario? […] Nella realtà di oggi, certo molto differente, che sforzi potrebbero dar vita ad una tale dinamica di contagio? Che cosa dovrebbe succedere affinché delle reti di anarchici negli Stati Uniti diventino capaci di suggerire delle azioni che ispirino tutti quelli che provano rabbia di fronte al genocidio di Gaza, alla macchina bellica, all’ecocidio? Non è la rabbia a mancare, ma le proposte potenti di azioni dirette che abbandonino gli obiettivi altamente simbolici come gli uffici dei governi o delle imprese per colpire dove più nuoce.

UN COMUNICATO DI BAK DAL CARCERE DI BRINDISI

Diffondiamo:

“ […] e le vittime innocenti? Ma io risolsi presto la questione. La casa in cui si trovarono gli uffici della compagnia di CARMAUX non era abitata che da borghesi; non vi sarebbero state dunque vittime innocenti.
La borghesia tutta quanta vive dello sfruttamento dei disgraziati; essa deve tutta quanta espiare i suoi delitti.
Oh! Certo è possibile avanzare distinguo, criticare questa posizione che generalizza, che fa di tutta l’erba un fascio. CERTO. Vi sono borghesi brutti e cattivi, ed altri meno brutti e più buoni, umani quasi, ma la fatalità delle cose non muta di una virgola.
Che differenza vi può mai essere, per lo sfruttato, se il proprio padrone è simpatico o antipatico, brutale o paternalista? Forse è per questo che lo sfruttamento non esiste e il sistema si riadrizza?
NIENTE AFFATTO! ”
Emlie Henry

Emlie parlava di borghesia e dell’attacco a questi ultimi, oggi i tempi sono cambiati e a mio parere al posto di borghesi e borghesia parlerei delle forze dell’ordine e di tutti gli apparati repressivi.

Certo ci sono sbirri buoni e cattivi, ma la fatalità delle cose non muta di una virgola […] Che differenza vi può essere per lx sfruttate se il proprio carnefice ( sbirri, questori, prefetti, giudici e magistrati) è simpatico o antipatico? Forse per questo la violenza non esiste e il sistema repressivo cessa d’esistere? Niente affatto!

Così modificherei e renderei mie le parole di Emlie, per rispondere alla narrazione costruita delle pazze che attaccano le forze dell’ordine senza un motivo, in modo generalizzato. Non necessitiamo di un motivo per attaccare questi esseri in divisa, la loro esistenza e violenza basta a renderlo più che accettabile, direi giusto. All Cops are Bastard, All cops are target.

“[…] Certo non mi illudo. Lo so che i miei atti non saranno ancora ben compresi dalle folle impreparate. Anche fra gli operai, per i quali ho lottato, molti, traviati dai vostri giornali, mi credono loro nemico. Ma questo poco importa. Io non mi preoccupo del giudizio di alcuno. Non ignoro nemmeno che vi sono sedicenti anarchici ( e compagni aggiungo io), i quali si affrettano a rinnegare ogni solidarietà coi propagandisti del fatto. Essi tentano di stabilire una distinzione sottile fra teorici e terroristi. Troppo vili per rischiare la loro vita, rinnegano coloro che agiscono…”

Con queste parole, vorrei riflettere e mettere a nudo tutta la parte di movimento “compagnx” che ad ogni occasione non perde tempo a dissociarsi Da OGNI AZIONE, CORTEO o MOVIMENTO PIU DETERMINATI E ANTAGONISTI, perfino aiutare gli inquirenti con le loro operazioni repressive. In entrambe le giornate per cui sono indagatx e accusatx di vari reati, “compagnx”, associazioni e sindacalisti non hanno perso tempo a dissociarsi e denunciare la “ violenza” e il “terrore” portato in piazza.

In primis il movimento No Ponte istituzionale, che ha sabotato il corteo del 1 marzo, e dopo pochi minuti dall’aggressione della polizia verso il corteo, già scrivevano e pubblicavano comunicati di dissociazione e di condanna verso chi ha lottato e resistito a quelle cariche. E nei giorni successivi hanno continuato il loro show con conferenze stampa e continue parole di condanna. Con questo non voglio rendermi superiore a chi non vuole rischiare la propria vita, non condanno i teorici, ma chi con le sue parole attacca e isola chi agisce.

DAI CORTEI PER RAMY A MILANO AI CORTEI NAZIONALI E NON PER LA PALESTINA IL PRIMO NEMICO DELL’ INSURREZIONE SONO I MOVIMENTI E I CORPI APPACIFICATORI!

SOLIDARIETÀ ALLX ANARCHICHX RINCHIUSX NELLE GALERE
DA CATANIA ALL’INDONESIA.

SEMPRE PACIFISTX, MAI PACIFICX!

BAK
CARCERE DI BRINDISI