FAKIR

Consapevoli che allo Stato lasciamo la “giustizia” dei suoi tribunali, mentre noi ci teniamo i pezzi di storia raccontati dal lato di chi è oppressx, riceviamo e diffondiamo il comunicato del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, in solidarietà alla famiglia di Abderrahim Fakir.

È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso Abderrahim Fakir, 42 anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia durante un fermo.
Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni ed era titolare di una ditta di trasporti e facchinaggio. Negli ultimi mesi alla sua avvocata aveva manifestato timori legati all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. Aveva paura di essere espulso dall’Italia nonostante avesse i documenti in regola.

La sua terribile storia è sparita dai giornali. Non se ne parla già più.
Sembra che non rimanga altro da fare che aspettare i risultati dell’autopsia. Anche se non ne abbiamo bisogno per sapere come è morto.

Da quando il 3 marzo 2014 Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra a Firenze, contenuto e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un passo avanti. Siamo rimasti sempre e ancora lì.

Riccardo chiedeva aiuto. Come Fakir.

Sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la contenzione, il soffocamento.

Le cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in questa impresa) si prenda la briga di cercarle, studiarle, divulgarle… Tantissime sono le persone decedute in seguito all’esecuzione di un fermo di polizia con annesso Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), all’azione congiunta di divise e camici bianchi, di gazzelle della polizia e ambulanze del 118 o della Croce Rossa.
Riccardo e Fakir sono morti come tanti altri. Luigi Marinelli, schiacciato da un ginocchio sulla schiena durante l’intervento della polizia nella sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011. Giacomo Zotti, morto a Urago d’Oglio in provincia di Brescia durante un TSO, a causa di due iniezioni di sedativo mentre era bloccato dai carabinieri il 26 ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a terra da un carabiniere a Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio 2014. Andrea Soldi, immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato durante un TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015 a Torino. Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo un’iniezione di sedativo mentre era ammanettato e schiacciato a terra dai carabinieri, con i piedi legati da un cordino di plastica. Igor Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la notte tra l’11 e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un intervento di polizia e sanitari nel suo appartamento, ammanettato, schiacciato a terra in posizione prona e potentemente sedato. M.M, soffocata a 39 anni all’interno di una chiesa di Vigevano dopo essere stata ammanettata, contenuta e bloccata a pancia in giù da due vigili urbani il 3 novembre 2023.
E chissà quante altri.
Tante, troppi hanno perso la vita nel corso di un intervento delle forze dell’ordine durante l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il TSO a tutt’oggi continua a essere l’unica pratica considerata “medica” che impone una “cura” indesiderata e involontaria attraverso l’intervento della forza pubblica. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce.

Come società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi esprime una sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore interiore e nascosto. Siamo capaci di percepire solamente la minaccia. L’unica risposta a chi si trova in un momento di difficoltà, chiede aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e accoglienza sono le forze dell’ordine e dosi massicce di neurolettici e sedativi. L’incontro ravvicinato con una persona in forte crisi ha come conseguenza quasi meccanica l’appello a chi ha il monopolio della forza. Farsi carico, prendersi personalmente cura di una persona che esprime difficoltà sembra appartenere a spazi, tempi e dimensioni lontane. Nel nostro tempo, nel nostro spazio, nella nostra dimensione ciò non è più possibile. Si salta a piè pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per strada è potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri, e al cittadino che non vuole guai non rimane che una soluzione, chiamare le forze dell’ordine o l’ambulanza per il ricovero coatto in psichiatria. Spesso quando le divise operano insieme ai camici bianchi, le parole si trasformano in armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di psicofarmaci, contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir è morto perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità, cellulare alla mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a uomini in divisa. I quali, ben lungi dal preservare l’incolumità delle persone, hanno messo in atto il loro compito primario: controllare, contenere e reprimere.

Le persone sofferenti sono spesso circondate da uno stigma: una modalità collettiva, costruita nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda e di rapportarsi alle persone, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo. Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma psichiatrico va anche oltre: previene e annulla qualsiasi responsabilità personale anche se si mettono in atto trattamenti violenti e contenitivi prolungati. Alle persone considerate matte, pazze, deliranti difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso. Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi è in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone.
Fakir è stato colpito anche da questo stigma. Dopo la sua morte è stata orchestrata dai media e dal dibattito politico di infimo livello a cui siamo abituati una campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è detto che forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva stupefacenti. È stata perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua cartella clinica di un ricovero risalente a un mese prima della morte, quando era andato al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per un taglio al polso, durante il quale aveva chiesto un aiuto psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui stesso fosse la causa del suo omicidio.

La famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna ha già mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45 bis, il registro “scudo” introdotto dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si presume sin da subito una causa di giustificazione per chi porta una divisa, in adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli accertamenti procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello ordinario. Per la morte di una persona disarmata, bloccata a terra e ammanettata, il punto di partenza dell’inchiesta è la presunzione che agenti di polizia e i volontari della Croce Rossa abbiano agito legittimamente. Si tratta della prima applicazione in assoluto di questa norma in Italia.
Siamo con le famiglie di chi subisce abusi di questo tipo, spesso destinate a un doppio lutto, a una doppia perdita: strappate per sempre alla presenza dei propri cari, private della consolazione di una verità processuale plausibile e accettabile. Pochissimi sono i processi che giungono a una conclusione effettiva. Il che aggiunge un ulteriore inquietante elemento alla violenza che famiglie, parenti, amici della persona deceduta a causa dell’abuso sono costretti a sopportare: la privazione anche di una spiegazione, di una successione plausibile dei fatti e delle cause che hanno portato alla morte delle persone a loro più care.

Quello che è successo a Fakir e a tutti gli altri è il risultato della perdita di qualsiasi contatto umano. È la conseguenza della delega di azioni, pensieri e rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di capacità relazionale, di reale interesse verso le sensazioni altrui e nei confronti di stati d’animo non rispondenti a uno standard conforme.
Un vero cambiamento non può passare che dalla consapevolezza diffusa della necessità di un ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera, fatta di ascolto, capacità di relazione, vicinanza. Tutte caratteristiche che, inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo in questi anni infami.
Ci rifiutiamo di pensare che questa deriva rappresenti la nostra nuova normalità.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

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“DI CARCERE NON SI DEVE MORIRE, DI CARCERE NON SI DEVE VIVERE” – UNA RIFLESSIONE SUL CARCERE DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)

Diffondiamo una riflessione sul carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, nato come Ospedale Psichiatrico Giudiziario, noto per le lussuriose detenzioni concesse ai “grandi” di cosa nostra; oggi casa circondariale con un reparto dedicato alla “tutela della salute mentale”. Una piccola introduzione per descrivere l’origine e la trasformazione della struttura, seguita da alcune parole di Luigi dal carcere di Piazza Lanza, Catania. Qui il testo in pdf.

Il 14 febbraio del 1905 si stipulava il contratto tra l’Amministrazione Carceraria e il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto per l’acquisto di un terreno di 40.000 metri quadrati da servire per la costruzione del Manicomio Criminale. Questo sarebbe diventato, come è stato nel 1925, il primo manicomio giudiziario maschile ad aprire in Italia ed anche l’ultimo a chiudere, nella forma di Ospedale Psichiatrico Giudiziario, nel 2017. Da allora, a Barcellona Pozzo di Gotto si trova la casa circondariale “Vittorio Madia” , dal nome dello psichiatra, allievo di Lombroso, che è stato direttore della struttura fino al 1954. Questo il suo credo: “Studiare i detenuti per conoscerli. Conoscerli per governarli razionalmente. Governarli razionalmente per bonificarli. Bonificarli per utilizzarli”. Nuove sfumature della predazione coloniale, questa volta nei confronti di “pazzi criminali”. Entrare nelle menti etichettate come incivili e malate, “sanificarle” con tutti gli strumenti più infami che la psichiatria può offrire, per poi sfruttarne la messa a lavoro dei corpi.  

Ora la casa circondariale contiene, con le parole della ex direttrice, “una sezione di reclusione, un reparto articolazione per la Tutela della Salute Mentale maschile e femminile” -il più grande d’Italia-, “una Casa di Lavoro, nonché i soggetti sottoposti ad osservazione psichiatrica e i detenuti ai sensi dell’art. 148 cp”, ovvero lx condannatx che iniziano a presentare un’Infermità psichica durante l’esecuzione di una pena detentiva. 

Al primo piano della “Casa di lavoro”, si trova anche una “colonia agricola”. L’art. 215 del codice penale prevede tra le misure di sicurezza personali anche “l’assegnazione a una colonia agricola o ad una casa di lavoro” . Si tratta di un periodo detentivo ulteriore a quello già scontato, di minimo un anno, per coloro che vengono dichiaratx “delinquenti abituali, professionali, per tendenza” e nei confronti di cui viene dichiarata la pericolosità sociale. La ex direttrice si vantava dell’esistenza anche di una sala karaoke dentro l’OPG. Invece, eccole le colonie penali. E i manicomi. 

E la soluzione non sono certo le REMS; in Sicilia ce ne sono ben tre, una a Naso (Me) e due a Caltagirone (Ct), per un totale di 60 posti, che sono sopraggiunte dopo la chiusura degli OPG come strutture d’emergenza per chi ha crisi psichiche acute. D’altronde sappiamo quanto queste residenze fungono da ruspe scavatrici di ogni humus vitale di corpi svuotati a suon di “terapia” ed abbandono. 

Né sono una soluzione le messe a lavoro più “civilizzate”, spacciate per “consensuali”. Come quelle aperte dai vari accordi tra stato e imprese, tra cui gli sgravi fiscali per le aziende che assumono detenuti che sono stati introdotti dal Decreto sicurezza del 2025 -proprio quello contro cui han lottato alcunx compagnx che si trovano ora in detenzione cautelare-. O gli accordi tra Webuild -azienda del ponte e della papabile ricostruzione di Gaza in chiave residence trumpiano- e il Ministero di giustizia. 

Poi quali lezioni di civiltà e buone condotte possono venire da uno stato, che nella sua articolazione del DAP, riproduce le discriminazioni riportate nella lettera che segue? Quei requisiti- riportati (nelle parole di) da Luigi- non parlano di protezione, ma trasudano omofobia, binarismo di genere e fobia per la malattia mentale e per la dipendenza da sostanze. Uno stato che per le sue ragioni di sicurezza, ovvero le sue paure di tenuta dell’istituzione carceraria (perché l’incolumità dei detenutx, è chiaro che diventa un problema solo se è l’incolumità del carcere quella in questione), acuisce la violenza sessista e psicologica di chi reclude. E produce costantemente morte. Nel 2025, nel giro di sei mesi tre persone sono state suicidate a Barcellona Pozzo di Gotto. La prima persona a marzo. A maggio, un ragazzo tunisino di 24 anni si è impiccato in una cella di isolamento, nella quale era stato condotto solo da alcune ore. E ad agosto, una persona di quarantotto anni, nata in India, impiccatasi nelle docce. E poi Francesco, morto a marzo del 2026 nel carcere di Augusta, ma che era stato “tradotto” da quello di Barcellona Pozzo di Gotto due mesi prima. Lì il suo avvocato aveva presentato un’istanza urgente di scarcerazione per le condizioni di salute. Ma la valutazione sanitaria della casa circondariale aveva riportato che “non si evince, in ragione delle patologie psichiatriche, una condizione di incompatibilità con il regime carcerario”. 

“Quando entrai per la prima volta in una prigione, ero studente in medicina. Lottavo contro il fascismo e fui incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. Vi era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri. Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore di un manicomio e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione. Non vi era l’odore di merda, ma vi era un odore simbolico di merda. Mi trovai in una situazione analoga, una intenzione ferma di distruggere quella istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l’istituzione era completamente assurda, che serviva solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese” F. Basaglia 

Il carcere di Barcellona Pozzo di Gozzo annienta -ancora- lx reclusx

Di carcere non si deve morire, di carcere non si deve vivere. Imprimo queste parole su un foglio perché ho la fortuna, il privilegio, la grazia (a me concessa) di poterlo fare.

Mesi fa, unx compagnx mi scriveva preoccupatx. Mi diceva che qualcunx a lxi caro era stato “tradotto” dal carcere di P.za Lanza a quello di Barcellona Pozzo di Gotto, carcere famoso per le barbarie, perpetue, ai danni dellx reclusx. Negli anni questa struttura è stata il luogo dove “uomini di rispetto” e detenuti eccellenti hanno trascorso una discreta e protetta vacanza in attesa del proscioglimento giudiziario. Non a caso è famoso per essere stato il carcere di “don Liggio”.

Quello che segue è uno stralcio di ciò che succedeva lì negli anni 1970. Ma non c’è da stupirsi, e nemmeno da tirare un qualche respiro di sollievo pensando che di tempo ne è trascorso: questo succede ancora.

“XXX mi ha raccontato di essere stato legato al letto anche per mesi. Quando eri legato ti dovevi fare tutto addosso, non ti facevano certo andare al cesso […] A forza di pisciarti addosso ti incrostavi tutto. Come unica forma di igiene personale c’era il lavaggio che, una volta al giorno, ti faceva lo scopino. Passava con una scopa ed un secchio d’acqua, intingeva la scopa nel secchio d’acqua e te la passava addosso. Con l’acqua dello stesso secchio lavava tutti quelli legati. Gran parte del tempo lo passavi inebetito perché ti bombardavano di scopolamina o vari mix di farmaci […] Il più delle volte dovevi aggiungerci le iniziative autonome delle guardie che passavano il tempo a tormentarti. Tra i giochi preferiti c’era quello di spegnare sigarette sui legati e fargli bere acqua salata. (… E le) scommesse che guardie e detenuti di rispetto organizzavano. In cambio di qualche sigaretta, un po’ di caffè, cibo decente o la semplice doccia col sapone, venivano organizzati dei combattimenti tra detenuti. Divertenti risultavano quelli tra detenuti imbottiti di psicofarmaci. Il modo goffo e impacciato di muoversi, i riflessi non allenati e l’equilibrio precario dava al combattimento un tono di comicità particolarmente apprezzato. In ogni caso il sangue doveva scorrere. Il combattimento aveva fine quando uno dei due era realmente Ko”.

Questo quello che avveniva nelle carceri dove eran ristrettx detenutx che sono statx psichatrizzatx, ed ha valenza, almeno per contestualizzare, sapere chi viveva quelle carceri, e chi le vive adesso.

Allora tantx prigionierx politicx, specie in seguito a rivolte o ripetute evasioni, venivano tradottx nelle carceri psichiatriche. L’intento era chiaro come il sole: sedare, annientare ed annichilire dissidenti, ma anche detenutx -e questo, come quello, succede ancora- che agiscono autolesionismo. A questx bisogna aggiungere quei detenuti che invece miravano alla semi-infermità mentale, per lo più uomini rispettati che, così facendo, diventavano una minoranza privilegiata che, grazie alla connivenza, vivevano come in un albergo. E’ il caso di Luciano Liggio a Barcellona Pozzo di Gotto. Soldi, protezione, nessun trattamento sanitario, niente farmaci o manganelli. Nessuno li legava, nessuna camicia di forza, nessuna doccia ghiacciata, nessuna violenza da parte delle guardie.

Ad oggi, di questa parte di popolazione detenuta non ho contezza. Ma a Barcellona Pozzo di Gotto continuano a susseguirsi torture e annichilimento.

Racconto di A. che, con addosso già le sue problematiche che in carcere si erano acuite, da Piazza Lanza è stato tradotto al carcere di Barcellona Pozzo di Gotto. Ma qui, al comune, aveva trovato amicx che gli volevano bene, lo rispettavano ed aiutavano nella carcerazione. Poi, ad aprile viene tradotto. Il perché non si sa: non aveva fatto casini, liti, autolesionismo. Si immagina che di questo spostamento sia complice l’area psico-sanitaria, che il dottor psichiatra abbia deciso che A. non era più idoneo a stare qui. Dopo 2 mesi di tortura, ieri è tornato. Il suo avvocato ha lottato per farlo tornare qui. Viene da dire che l’ha salvato, ma di questo non si è certx. Ora A. non sta più fermo, ha un costante tremolio che prima non aveva. Non parla, non scherza, è pallido, smagrito. Con la voce roca racconta l’atrocità di vivere in quel carcere orrendo. Celle da tre persone, minuscole, senza luce. Non vi è possibilità di cucinare (hanno paura del fuoco i guardiani -il problema non è il fuoco, mai-). Lx reclusx non parlano tra di loro e non si socializza, tanto che A. non si ricorda i nomi dex concellinx e compagnx di sezione. Trema, è rallentato, come se il mondo corresse troppo veloce e lui avesse preso una di quelle sbornie che non passano mai, perché è stata voluta da chi ha scelto per lui.

Qualche settimana fa, giusto in bacheca, c’era un annuncio che cercava lavorantx da trasferire nella struttura di Barcellona. I requisiti, sempre gli stessi: pena non inferiore a due anni e non superiore ai cinque, non aver collezionato rapporti e, la precisazione finale, “non essere omosessuale o transex”. Perché queste persone non devono/possono lavorare. Spero che un giorno ci sia chiarezza da parte del DAP, che continua ad usare questa dicitura come se nulla fosse. La ricopio in forma integrale, perché è vomitevole.

“Si avrà cura di escludere le richieste dei detenuti tossicodipenti, in trattamento sanitario, nonché appartenenti a particolari tipologie (transex, omosessuali, ecc.) ed in genere tutti coloro che hanno problemi di incolumità e/o sono ristretti in sezioni c.d. protette”. E’ agghiacciante, come è agghiacciante che lx reclusx psichiatrizzatx non possano lavorare e, così, magari svagare, tenersi impegnatx, invece che -racconto di A.- passare 2/3 giorni a letto senza nemmeno mangiare.

Ma capisco che ricevere spiegazioni dal DAP non è una cosa semplice, anche perché, se così fosse, le domande sarebbero innumerevoli. E le considerazioni da trarne le stesse : delle galere, solo macerie.

Nell’ultimo mese ho notato un notevole cambiamento della popolazione detenuta. E tutto, a mio parere, grava sull’area sanitaria in combutta con la struttura. E’ entrato un ragazzo che non stava in piedi, tanta la droga che aveva in corpo. Un altro, con un‘infezione legata all’uso di sostanze, che ha avuto sfogo di sangue e pus infetto dalle ginocchia. Oltre che le innumerevoli persone che sono recluse, già considerate “inferme mentalmente”. Ed ancora un uomo andato in ospedale post-intervento per un tumore alla prostata, lo si vedeva in sezione col catetere. Ed in fine un settantatreenne con un cancro ai polmoni. Eppure, al primo ingresso, dovrebbe esserci una visita di idoneità. Ma talvolta viene fatta dopo giorni, altre volte salta del tutto. Talvolta è fatta da medici che sembrano bendati, che poi sanno rispondere “eh, il sovraffollamento!”, facendo finta di non esserne complici. Come appunto la somministrazione delle terapia: basta lamentarsi di non dormire bene la notte per vedersi somministrato lo xanax vita natural durante. E senza visita, senza esami, senza nessun controllo. E Massimo, detenuto morto a fine maggio, è l’apice di tutto questo. Di fronte a tutto questo, c’è spesso solidarietà tra reclusx. Qui molti gli vogliono bene, gli fanno fare due passi, due chiacchiere. Ma ovviamente noi non siamo qualificati come operatori sanitari, non abbiamo strumenti per gestire crisi d’astinenza, patologie create ad hoc. Qui dentro, qualcunx nel vedere come A. è tornato ha anche pianto. Io lo capisco, empatizzo, ed ascolto anche il concellino che mi dice “impazziremo anche noi qui dentro”. Già, perché su una cella da sei, siamo solo due a non aver “patologie psichiche” comprovate (?!). Insomma la situazione qui resta critica, col caldo poi si assiste ad un surriscaldamento del clima all’interno dei cervelli. Tuttx sembrano più incazzatx, rissosx, arrabbiatx. Ed io ho paura, perché sanno fare bene il lavoro i guardiani.

Sanno annichilirti, annientarti ed anche portarti alla morte – vedi Massimo- nel silenzio più totale ed assordante, riuscendo a dire: “non è colpa nostra, abbiamo fatto il possibile”. Io sogno l’impossibile invece, tendo le mani verso la solidarietà, verso l’amore, affinché di una prigione non restino che macerie.

Concludo con le parole di chi mi somiglia, di chi s’è salvato. B. rapinatore anni ’70: “non è che fossimo più furbi di questi, la nostra fortuna era quella di non sentirci mai isolati. Potevano mandarti dove volevano, ma non riuscivano a farti diventare un sepolto vivo. Un esempio, da non sottovalutare, è la posta. Io ricevevo sempre una lettera e una cartolina al giorno. C’era gente che non riceveva nemmeno un biglietto d’auguri di natale da dieci anni. Le guardie queste cose le vedono”.

Carx compagnx, quindi grazie per salvarmi la vita coi vostri pensieri. Un saluto a tuttx – complice e solidale con lx compagnx arrestatx a Roma-Valsusa-Forlì.

Eterna lucha y defiende la tierra – la tierra no se vende.

Carcere di Piazza Lanza, giugno 2026

Luigi Bertolani
c/c casa circondariale
Piazza  V. Lanza n.11
95123 Catania

 

PADOVA: VERITÀ  PER UNA MORTE IN SPDC

Riceviamo e diffondiamo:

Il 15 febbraio 2024 Marco Crea non si sente bene. Decide quindi di recarsi al reparto psichiatrico dell’ospedale Sant’Antonio a Padova e di sottoporsi volontariamente a una terapia e a un ricovero. Uscirà da quell’ospedale dopo sei giorni, morto. Aveva trentotto anni. Era in cura presso il Centro Salute Mentale sul territorio.
Non conosciamo tutte le fasi che hanno portato a questo epilogo. Sappiamo però che a un certo punto la richiesta volontaria di cura si è trasformata in qualcosa d’altro. Marco Crea si è ritrovato legato a un letto, in una contenzione forzata.
In quella condizione riesce in qualche modo a chiedere aiuto al padre. Vincenzo Crea, al cospetto del suo unico figlio in quelle condizioni, in qualche modo fa sentire la propria voce, esprime la sua perplessità e poi la sua contrarietà. Ma è costretto a desistere: interviene direttamente una volante della polizia, che lo costringe ad allontanarsi.
La mattina seguente però, all’alba del 21 febbraio, lo richiamano urgentemente in ospedale insieme alla famiglia: Marco è in condizioni critiche. Morirà poco dopo per “insufficienza respiratoria”.
La famiglia da subito non accetta le conclusioni sbrigative dei medici. Il padre è stato presente, ha visto, si è opposto da subito al trattamento che i medici avevano riservato a Marco. Viene aperta un’inchiesta per omicidio colposo ed è disposta un’autopsia, ma la prima fase delle indagini si chiude con una richiesta di archiviazione.
Ad aprile 2026, e siamo all’oggi, c’è una svolta: il GIP ha accolto l’opposizione all’archiviazione dell’inchiesta avanzata dalla famiglia, quindi di fatto ordinando un supplemento di indagine. Il PM ha iscritto nel registro degli indagati cinque medici dell’ospedale Sant’Antonio (tre psichiatri e due anestesisti) con l’accusa di omicidio colposo. La famiglia è convinta che sarebbe stato un mix di psicofarmaci somministrato a dosaggi eccessivi a provocare la morte del figlio. I medici, inoltre, non avrebbero sottoposto Marco a un monitoraggio respiratorio adeguato durante il ricovero. Il ricorso alla contenzione meccanica e a quella farmacologica sembrerebbe dunque essere stato letale.

Come collettivo seguiamo da vicino gli sviluppi di questa brutta storia.
Sappiamo quanto può essere importante ottenere una risposta, una ricostruzione accettabile e non sbrigativa di ciò che è successo veramente durante i sei giorni del ricovero. Per questo continueremo a tenere alta l’attenzione, affinché la famiglia di Marco Crea non sia costretta ad affrontare un doppio lutto: la morte di un figlio, e la privazione di una spiegazione plausibile delle cause e dei motivi che hanno portato alla sua morte, legato a un letto d’ospedale e imbottito di psicofarmaci.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
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FIRENZE: DI DISAGI COLLETTIVITÀ E VISIONI ANTIPSICHIATRICHE


Diffondiamo:

Confronto su quali sono i limiti e le possibilità della cura e della gestione collettive di situazioni di malessere psicologico/psichiatrizzazione.

A seguire cena benefit per la cassa transfemminista queer di sostegno economico per il supporto psicologico.

Info sulla cassa:

L’idea di questa cassa nasce dalla costatazione che moltx di noi o persone vicino a noi fronteggiano condizioni psicologiche tremendamente precarie e spesso invalidanti. Spesso e difficile trovare strumenti autogestiti per affrontare queste situazioni, specialmente quando lo stratificarsi di traumi e oppressioni sisremiche portano a un malessere cronico. Per questo motivo alcunx di noi scelgono di intraprendere percorsi di psicoterapia o di altre discipline che si sentono più vicine. O desidererebbero farlo: i costi sono inaccessibili per moltx. Per questo abbiamo pensato ad una cassa solidale di supporto per questo tipo di spese.

La cassa è transfemminista e queer, si occupa di persone che non siano maschi etero-cis. Siamo partitx da noi, e dalla consapevolezza che l’eterocis patriarcato è un’oppressione sistemica e che ci espone duramente a compromissioni della nostra salute mentale e contemporaneamente ci limita l’accesso alle risorse economiche.

Siamo consapevoli che una condizione invalidante della salute psicologica può inficiare e minare la partecipazione alle lotte. Spesso i contesti di lotta e le reti amicali non riescono ad offrire supporto adeguato con il rischio di lasciare indietro compagnx.

Il nostro pensiero del professionalismo della cosiddetta salute mentale e del professionalismo in generale è estremamente critico. Tuttavia ammettiamo l’efficacia e l’utilità di questi percorsi nel ridurre e alleviare disagi molto profondi e duraturi, quando affrontarli da solx o nella collettività non è possibile. Per noi questo ha anche un valore di prevenzione alla psichiatria, a cui spesso ci si rivolge in assenza di alternative (senza giudizio di chi vi si rivolge).

Questa cassa è un’idea riproducibile, un invito a trovare modalità di presa di cura collettiva.

cassasupportopsi@riseup.net

https://lapunta.org/event/di-disagi-collettivita-e-visioni-antipsichiatriche

MORIRE IN CHIESA, AMMANETTATA E CONTENUTA

Riceviamo e diffondiamo:

Novembre 2023. Vigevano, Pavia.
Chiesa della Madonna Pellegrina.

I giornali raccontano che è in corso un funerale. Una donna, già in carico ai servizi psichiatrici, entra, si inginocchia, va in crisi, alza la voce. «Non aveva la percezione del luogo in cui si trovava. Abbiamo quindi pensato di chiedere un intervento di natura sanitaria e di pubblica sicurezza», racconta il parroco alla stampa. Sembrerebbe dunque un TSO in piena regola, ma i resoconti cronachistici sono reticenti e contraddittori. Di certo si capisce che c’è stato l’intervento di due agenti della polizia locale, che avrebbero in qualche modo fermato e contenuto la donna. «La donna era a pancia in giù: uno le teneva la testa bloccata per impedirle di picchiarla contro il pavimento mentre i colleghi le aveva bloccato le gambe», secondo un altro quotidiano.
La donna muore durante il fermo.
C’è un processo attualmente in corso. I due agenti devono difendersi dall’accusa di omicidio colposo. «I poliziotti, infatti, avrebbero immobilizzato e ammanettato la donna […] la quale subito dopo sarebbe morta. La Procura dovrà chiarire se il decesso sia stato causato dalle modalità con cui la 39enne è stata fermata o se sia morta per cause naturali», riferisce ancora la stampa.
Fin qui i resoconti cronachistici. Malgrado le nostre ricerche non c’è stato possibile avere ulteriori informazioni sugli sviluppi del procedimento in corso.
Da quello che risulta, e da quello che siamo riusciti a sapere direttamente, la vittima non era una persona aggressiva, né in quel momento stava commettendo violenza contro altre persone. Esprimeva sicuramente a suo modo uno stato di profonda sofferenza interiore, di difficoltà personale. Sarebbe stato necessario prendersi carico, attuare modalità di protezione, ascolto e cura.
Invece sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, le manette, la contenzione, il soffocamento. Con i mezzi tipici del trattamento sanitario obbligatorio, l’unica pratica “medica” che si mette in atto con l’intervento della forza pubblica, con l’imposizione della “cura”. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
3357002669

PISA: PRESENTAZIONE DEL LIBRO “PAZZI DA MORIRE” – LE STORIE DELLE PERSONE DECEDUTE E I DISPOSITIVI MORTIFICANTI DELLA PSICHIATRIA

Diffondiamo:

Sabato 28 febbraio dalle ore 17:30
al Newroz (Via Garibaldi 72), con la partecipazione di Multi-Sindacato Sociale
Presentazione del nuovo libro del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud “PAZZI DA MORIRE” – le storie delle persone decedute e i dispositivi mortificanti della psichiatria (edizioni Sensibili alle Foglie)

A seguire Apericena e Concerto con “Nothing To Lose”.

Questo libro raccoglie 106 storie di persone che hanno subìto fino alle estreme conseguenze gli abusi della psichiatria, negli ultimi due decenni, in Italia. Il numero stesso rende l’idea della sistematicità diffusa, del carattere strutturale, non episodico, della violenza psichiatrica. La paziente e dolorosa raccolta di fonti e di dati che il Collettivo Artaud ha svolto restituisce alla società l’età, il luogo, la data e la causa di morte di queste persone decedute per abusi della psichiatria all’interno di diverse strutture psichiatriche. Le singole narrazioni sono raggruppate in sei sezioni (contenzione, TSO, OPG-REMS-ATSM, psicofarmaci, incuria e imperizia, suicidi) precedute da specifiche introduzioni che illustrano criticamente le modalità, i dispositivi e le pratiche dell’abuso psichiatrico esercitato sui singoli individui, fino ad arrivare a un esito mortale.

NUOVO LIBRO: PAZZI DA MORIRE [ANTIPSICHIATRIA]

Diffondiamo:

È uscito il nuovo libro del collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud, PAZZI DA MORIRE. LE STORIE DELLE PERSONE DECEDUTE E I DISPOSITIVI MORTIFICANTI DELLA PSICHIATRIA edizioni Sensibili alle foglie.

Questo libro raccoglie 106 storie di persone che hanno subìto fino alle estreme conseguenze gli abusi della psichiatria, negli ultimi due decenni, in Italia. Il numero stesso rende l’idea della sistematicità diffusa, del carattere strutturale, non episodico, della violenza psichiatrica. La paziente e dolorosa raccolta di fonti e di dati che il Collettivo Artaud ha svolto restituisce alla società l’età, il luogo, la data e la causa di morte di queste persone decedute per abusi della psichiatria all’interno di diverse strutture psichiatriche. Le singole narrazioni sono raggruppate in sei sezioni (contenzione, TSO, OPG-REMS-ATSM, psicofarmaci, incuria e imperizia, suicidi) precedute da specifiche introduzioni che illustrano criticamente le modalità, i dispositivi e le pratiche dell’abuso psichiatrico esercitato sui singoli individui, fino ad arrivare a un esito mortale.

Il COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD, nato nel 2005, si propone come un gruppo sociale che, costruendo occasioni di confronto e di dialogo, vuole sostenere le persone maggiormente colpite dal pregiudizio psichiatrico. Il Collettivo si riunisce tutti i martedì alle ore 21:30 presso lo Spazio Antagonista Newroz, in via Garibaldi 72, a Pisa. Per le edizioni Sensibili alle foglie ha pubblicato, nel 2014, “Elettroshock. La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute”.

Per info e contatti:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
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3357002669 antipsichiatriapisa@inventati.org
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LIVORNO: MORIRE DI PSICHIATRIA

Comunicato del collettivo antipsichiatrico Artaud sulla morte di una donna nel reparto di psichiatria a Livorno il 27 dicembre scorso.

MORIRE DI PSICHIATRIA A LIVORNO
ennesima vittima è la terza dal 2017

Apprendiamo che una donna di quarantuno anni, di cui non conosciamo l’identità, si sarebbe suicidata nel bagno del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno il 27 dicembre scorso.

È successo ancora. Un’altra volta, sempre nello stesso posto. Sempre nell’ SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) padiglione 10° degli Ospedali Riuniti di Livorno.

L’ASL Toscana Centro, intervenuta a posteriori con una nota diramata ai giornali, parla di un “caso sentinella”: un evento cioè grave, imprevedibile, inaspettato.

Imprevedibile?
Per quello che ci è dato sapere in pochi anni si sono verificati almeno altri due casi di persone decedute dopo essere state ricoverate all’interno di quello stesso reparto.
La mattina del 14 marzo 2017 una ragazza di ventiquattro anni scappa dal reparto di psichiatria di Livorno dove era ricoverata e si toglie la vita gettandosi sotto un treno. Di  lei non si conosce neanche il nome.
A comunicare la notizia della morte di Guglielmo Antonio Grassi all’inizio di aprile del 2021 è stato invece l’ex-primario in pensione di quello stesso reparto, attraverso una indignata e circostanziata lettera di denuncia alla stampa locale. Dal suo racconto si evinceva lo stato di generale decadenza del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno (sbarre alle finestre, porte chiuse, sfratto dell’Associazione degli utenti, aumento della contenzione meccanica). Grassi muore di polmonite dopo essere stato legato al letto di contenzione per più di sette giorni.

La donna deceduta nel pieno delle recenti feste natalizie era uscita dal carcere due settimane prima di morire. Dalla ricostruzione dei giornali risulta che non si sentiva bene e che dopo una visita al pronto soccorso, era stato disposto il suo ricovero (volontario) in Psichiatria nel pomeriggio del 26 dicembre. Qui, all’interno del bagno, secondo i giornali, si sarebbe soffocata. È risultato inutile qualsiasi tentativo di rianimarla da parte del personale sanitario.
La figlia il giorno precedente aveva chiamato in reparto chiedendo inutilmente di parlare con la madre. Ha poi ricevuto la notizia all’una di notte: «Sua madre è morta, si è suicidata». Insieme ad altri familiari si è immediatamente diretta al padiglione 10, chiedendo di poter entrare. Adducendo motivi di sicurezza e procedurali il personale sanitario ha impedito loro di entrare e ha poi chiesto l’intervento di una pattuglia di carabinieri per placare la rabbia dei familiari.

La figlia e il marito della donna hanno sporto denuncia. La procura ha avviato un’indagine su quanto accaduto, allo scopo di appurare eventuali responsabilità penali. È stata acquisita la cartella clinica per indagare sulla terapia somministrata, e sono stati ascoltati alcuni dei sanitari che l’hanno presa in carico. La dottoressa di guardia quella notte è stata indagata con l’imputazione provvisoria di omicidio colposo. La salma resta sotto sequestro: è stata disposta l’autopsia, di cui si attendono i risultati.

L’Asl Toscana Nord-Ovest ha comunque difeso l’operato del personale, e ha attivato un audit interno per capire cosa sia accaduto con esattezza. Un sindacato di categoria ha puntato il dito contro la carenza di personale.

A Livorno prevalgono gli stessi dispositivi custodialistici e post-manicomiali utilizzati nella stragrande maggioranza dei reparti psichiatrici in Italia.
Livorno non fa parte dei 24 reparti psichiatrici no-restraint (su 329 totali), gli unici dove non si legano le persone. E a Livorno si muore legati a un letto di contenzione.
A Livorno nel 10° padiglione le visite esterne sono regolamentate a discrezione del personale sanitario. Troppo spesso questa limitazione comporta sofferenze ulteriori per pazienti e familiari, oltre a una mancanza di controllo su inadempienze e abusi.
Possiamo supporre, inoltre, che una persona appena uscita da una reclusione carceraria abbia bisogno di un sostegno e di una risposta adeguata ai propri bisogni. Fra le altre cose, nelle carceri italiane si vive in una condizione al limite della sopportazione e della stessa dignità umana, dove la somministrazione incontrollata e smisurata di psicofarmaci è nota e costante, a scopo sedatorio e di controllo. Quale trauma ha riportato la donna dopo l’esperienza carceraria? Perché il pronto soccorso ha stabilito di inviarla in Psichiatria?

Manca infine una seria elaborazione statistica dei dati riguardanti i suicidi all’interno dei reparti psichiatrici italiani, come avviene invece per i suicidi in carcere. Come per le carceri, i suicidi in psichiatria non sono eventi episodici ma strutturali. I suicidi avvenuti all’interno delle istituzioni psichiatriche rappresentano in tutto e per tutto, come per chi si toglie la vita in carcere, delle morti di Stato. Il suicidio svela il cortocircuito che si verifica all’interno dell’istituzione psichiatrica: istituzione teoricamente finalizzata alla cura e che, invece, insinua e finisce per innescare essa stessa i fenomeni suicidari.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

per info:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
3357002669 antipsichiatriapisa@inventati.org
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FORLÌ: GIORNATA ANTIPSICHIATRICA

Diffondiamo

DOMENICA 16 NOVEMBRE
presso E’ Circulet (Circolo Asyoli), corso Garibaldi 280.

➡️ GIORNATA DI APPROFONDIMENTO E DISCUSSIONE SULL’ANTIPSICHIATRIA:
ne parleremo con le/i compagnə del Collettivo Artaud di Pisa e con Angelo del Collettivo CAMAP che gestisce tra l’altro il telefono di mutuo aiuto antipsichiatrico.

* Ore 13:00 pranzo conviviale con buffet vegan.

* Ore 14:30 chiacchierata su il TSO come strumento di Tortura, Sopruso e Oppressione: rischi legati a questa misura costrittiva e autodifesa legale e pratica.

* A seguire decompressione e convivialità.

* Ore 16:00 la psichiatria a scuola: come le aule sono sempre più e sempre più precocemente laboratori di psichiatrizzazione delle nostre vite.

* Ore 17:30 la psichiatria nella vita quotidiana: perché patologizzare i nostri comportamenti è uno strumento di dominio da parte del potere? Perché siamo antipsichiatricx per una idea di cura radicalmente altra?!

Organizza Collettivo Samara
Contatti: samara@inventati.org

TUTT3 PAZZ3! GIORNATA ANTIPSICHIATRICA

Diffondiamo

SABATO 1 NOVEMBRE c7O AGRIPUNK spazio rifugio antispecista
Ambra, Arezzo, in località L’Isola.

TUTT3 PAZZ3!
Giornata antipsichiatrica

Dalle 15.00 ci racconteranno la loro storia e le loro attività il collettivo Antipsichiatricco Antonin Artaud e Brigata Basaglia Firenze

Al termine, cerchio di parola sulle nostre esperienze, neurodivergenze e follie.

Alle 20.00 cena di autofinanziamento per il rifugio antispecista
Dalle 22.00 serata danzante con Minoranza di Uno, L’Incubo, Discordia e Ill Rolz

Ingresso libero per tutto, tranne per la cena per la quale è chiesta la prenotazione via whatsapp al 3355309606 ed un’offerta libera ma consapevole.

Il collettivo Antipsichiatricco Antonin Artaud è a Pisa nato nel 2005 . Si propone come gruppo sociale che, costruendo occasioni di confronto e di dialogo, vuole sostenere le persone maggiormente colpite dal pregiudizio psichiatrico.

Brigata Basaglia Firenze è un progetto dedicato al supporto psicologico e sociale tramite sportelli di ascolto e supporto per la comunità.