LETTERA DI LUIGI DAL CARCERE DI PIAZZA LANZA (CT)

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“Eppure io ho visto compagne ritrovarsi ad essere, per l’esterno, il punto di riferimento di un compagno prigioniero solo perché quando era libero ogni tanto ci scopava. Eppure quando andavo a trovare un compagno in galera non mi si chiedeva più come stavo io, ma solo come stava lui. Eppure un amico diceva che il 90% delle lettere che riceveva erano inviategli da compagne. Eppure ho visto una compagna senza casa né lavatrice dover fare il bucato di lenzuola di un compagno prigioniero per mesi. Eppure più di un’amica dice che quando il suo ex-compagno con cui aveva avuto una relazione tossica e con cui aveva fortunatamente rotto i ponti era stato arrestato, aveva avuto un irrefrenabile rigurgito d’amore. Eppure ho visto compagni prigionieri esigere castità dalla morosa libera attraverso ricatti emotivi. Eppure sono stata l’ossigeno di un compagno che quando è uscito, è sparito senza dire ciao, figuriamoci grazie”.
Carte Forbici Sassi_Uccidi la crocerossina che è in te

E’ il terzo mese di galera, entro nel quarto. Qualcunx più navigatx di me mi scrive: “bastano pochi giorni per capire il carcere”. In effetti torti non ha, il carcere cristallizza alcune dinamiche, quelle repressive, quelle patriarcali, quelle razziste, cerca di annichilirti e lo fa anche coi tuoi affetti. Mi arriva una lettera di una compagna, sì dopo 3 mesi la percentuale di chi mi scrive resta 80% compagnx/e e 20% compagni, ma quello che mi scrive mi colpisce. Mi chiede: “una volta libero mi piacerebbe continuassimo a sentirci, di solito la corrispondenza con altri compagni non continua una volta liberi”. Questa frase mi colpisce dritto in faccia. Ripenso a questo pezzo di Carta, forbici e sassi, nel frattempo sono immerso nell’opuscolo di N. Vosper Riflessioni sull’impatto emotivo del carcere e della repressione. Provo a buttar giù quello che penso, a mettere a nudo quel che sento, che, ahimé, poco ho sentito esporci in quanto maschi/prigionieri.
Parto dal principio, qui la posta è vita, almeno per me lo è. Io a volte mi sento privilegiato, non solo in quanto detenuto che riceve posta (c’è qualcunx che qui non ha niente), ma anche in quanto persona che passa il suo tempo tra fogli, francobolli, penne, opuscoli, libri, lettere d’amore e d’anarchia. Fuori vivevo in una linea di mezzo, tra lavoro e compagnx. Qui, anche se non lx vedo, sento tantx, ed è bellissimo! Conservo tutte le lettere, rispondo a tuttx, con alcunx si creano bei legami, si fanno bei discorsi, ci si conosce, ci si riconosce, si gioca, si fanno disegnini, ci si immagina altrove, felici, senza gabbie, senza sbarre. Se ‘sta galera pesa meno è grazie a questa cura, a questo affetto.

“Se finisci in carcere, o supporti qualcunx che ci è finito, senza dubbio uscirai influenzatx e cambiatx da questa esperienza” N. Vosper, Riflessioni sull’impatto emotivo del carcere e della repressione.

Io qui, tra queste righe, non voglio spaventare nessunx all’idea di finire tra le sbarre, e non mi sento nemmeno di dire “è una passeggiata”. In questo paese, e credo anche altrove, ogni carcere è diverso, ed in genere è lo specchio del territorio, della repressione e del controllo che su esso vige. Con questo, è da tenere conto che non c’avrai a che fare solo tu. Chi si prenderà cura di te entrerà, seppur in parte, nelle dinamiche della prigione che ti fai. Basta poco affinché un colloquio diventi carico di tensione, in un’ora a settimana ti porti tutto quello che hai vissuto dentro una cella o in sezione, in 20 minuti (hai due chiamate alla settimana da 10 minuti) provi a coltivare il rapporto, a parlare del processo, chiedere quel che manca a te o ad altrx. E’ chiaro l’intento, isolarti ancora di più. Ma questo non succede solo a te. Fuori spesso, almeno finora la mia esperienza è questa, è una persona a farti da ponte, e su di lei grava tantissimo, troppo. E questo accade perché, almeno a mio avviso, non ci si divide il carico di cura. E’ raro vedere a colloquio un detenutx socializzatx come uomo fare colloqui con un altro uomo, c’è quasi sempre una figura femminile dall’altra parte.
La mia non è solo una presa di coscienza, è un invito a provare a non replicare la dinamica, ben spiegata nel libro di cui la citazione all’inizio, combattente/crocerossina. Provare a scardinare la prassi che vede il compagno parlare in assemblea o in piazza mentre la compagna fa la fila al colloquio, lava i vestiti, porta il pacco, si accolla gli sbatti. Questa viene riprodotta sia che tu venga arrestatx da solx, sia che tu abbia coimputatx.

“Quello che immagino di voler dire con ciò è: continuate a esprimere voi stessx, continuate ad amare se vi fate male, sì, farà male, e sì, in prigione farà male mille volte di più, ma il solo modo di rimarginare le ferite è attraverso le relazioni -con voi stessx, con i/le vostrx amici/he, con le persone -nuove e vecchie- che amate. Perché nel momento in cui smetti di sentire, smetti di amare e cominci a disumanizzare te stessx e gli/le altrx, allora hanno davvero vinto. Questa non è solo una guerra per i nostri obiettivi politici, è anche una guerra per i nostri cuori, e l’unica cosa che mi sento di dire è: continuiamo a farli battere.” N. Vosper, Riflessioni sull’impatto emotivo del carcere e della repressione.

Io a ciò voglio aggiungere solo qualche piccolo spunto. Il primo è che scardinare questa ed altre dinamiche non è semplice. Serve autocritica costante, essere dispostx alle volte anche a star male, accettarlo, capire da dove viene, chi lo vuole. Accettare e fare tesoro delle critiche che ricevi, anche se sei reclusx non sottrarti da ciò che scotta, far diventare discussioni orizzontali le problematiche, aprirsi, essere consapevoli che si sbaglia anche da qui. Quando vieni arrestatx, oltre alla repressione ti travolge una solidarietà incredibile. Viene da pensare, alle volte: “beh ho fatto bene, guarda quantx mi vogliono bene”. Ed è allora che sento il privilegio dell’anarchismo, ma quindi è un paracadute? Se poi realizzi che hai messo in gioco il privilegio della libertà, ma la cura e la solidarietà sono sproporzionate in base ai legami che avevi fuori, specie quelli legati alle persone che ti stanno accanto e che si “sbattono”, che ora sono solo quelle socializzate donne. Oh, ci sono esempi anche che scardinano ciò: un compagno accompagnava la “convivente” dellx prigionierx, ed aspettava fuori finché il colloquio non finiva. Si è aperto un dialogo su come combattere in ambienti machisti, come carcere, lavoro, scuola, spazi nostri, ed invito ancora “i maschietti” ad esporsi. Sarebbe bello una volta fuori da qui farne una raccolta. Scrivetemi se vi va, su questo e su altro, è un modo per alleggerire le compagnx/e e per rendere più orizzontale il confronto tra dentro/fuori. Il carcere non si smantella con la lotta “anarcospessa”, ci sono tanti modi per renderlo inefficace. E questa carcerazione, spero provi ad inventarne di nuovi. Qui ci si prova, e spero che quello che dice la compagna, che mi scrive dicendo che quando “siamo fuori” evaporiamo, non succeda in modo sistemico. Io vorrei provare a mantenere tante corrispondenze, vedere nuove e vecchie amicizie, far tesoro di quel che ricevo per alimentare il mio percorso di decostruzione in quanto maschio – ed aggiungerei bianco. La decostruzione è un percorso da iniziare con forza e da solx, poi avrai compagnx di viaggio con lx qualx discuterne, basta ascoltarlx, aprirsi. Fa male a volte, ma fa più male non farlo, trovarsi in un ambiente machista e patriarcale come il carcere e farsi inglobare, riprodurne le dinamiche, o isolarsi pur di non esporsi. Se due ceffoni servono ad aiutare liberazioni, ben vengano, pronti a riceverli.

“Eppure avevo 20 anni ed era molto emozionante ricevere una sua lettera, quel modo di comunicazione così antico, lento, fuori dal tempo, che mi spianava facilmente la strada all’introspezione e al romanticismo, avevo 20 anni e mi sembrava fichissimo flirtare via lettera con il compagnone grande che stava al gabbio… chissà se lui era così scemo da trovare fichissimo filtrare con la ventenne, oppure era solo un uomo medio qualsiasi, ma anarchico. Non cadete nelle mie provocazioni, sto semplicemente dicendo che più il supporto pratico/quotidiano a chi sta al gabbio sarà orizzontale tra tuttx lx compagnx, più avremo possibilità di spezzare i ruoli di genere patriarcali”.
Carte Forbici Sassi_Uccidi la crocerossina che è in te

Piccolo inciso, moltx che mi scrivono, anche i miei affetti più prossimi, hanno detto “è la prima volta che scrivo in carcere”. Eppure si sono buttatx in questa pratica. Io amo scrivere, aiuta ad andare altrove, ho notato che ci si riesce a dire molto su un foglio, a volte anche cose che a voce non si riesce. Ho notato, invece, che chi ha già avuto amicx prigionierx non lo fa, o non l’ha fatto. Maschietti, buttatevi, apritevi, c’è un mondo da sovvertire, anche attraverso queste righe ne esiste un pezzo. Io qui, dalla cella, aspetto le vostre lettere.
Con amore e rabbia.
Freedom, hurriya, libertà.

Luigi Calogero Bertolani
C/o Casa circondariale
Piazza Lanza, 11
95123, Catania (CT)

AGGIORNAMENTI OPERAZIONE IPOGEO [14 APRILE 2026]

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Oggi si è tenuta la prima udienza del processo sulla manifestazione del 17 maggio 2025 a Catania, che ha portato all’arresto di tre persone, due tutt’ora in carcere ed una adesso ai domiciliari. Il PM dopo un’arringa claudicante, contraddicendosi tra la necessità di corroborare il reato di devastazione e saccheggio e l’opportunità di isolare gli/le imputatx dal resto del corteo, per rafforzare la nota tesi dei buoni e dei cattivi, ha richiesto pene complessive per 36 anni contestando reati come devastazione e saccheggio, interruzione di pubblico servizio, lancio di materiale pericoloso, resistenza, oltraggio, rapina e lesioni personali.
Nel corso della prossima udienza, che si terrà il 21 aprile, verranno sentite le difese di alcunx imputatx.
LUIGI & BAK LIBERX!
LIBERX TUTTX!

CESENA: PRESENTAZIONE DELLA FANZA “SBI-LANCIO – PAROLE E IMMAGINI DI UNA LOTTA ANCORA DA FINIRE CONTRO 41BIS ED ERGASTOLO”

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DOMENICA 19 APRILE 2026 / allo Spazio Libertario “Sole e Baleno”, via Sobborgo Valzania 27, Cesena.

Ore 17:30 Presentazione della fanza “SBI-LANCIO – Parole e immagini di una lotta ancora da finire contro 41bis ed ergastolo.”

A seguire aperitivo.

https://spazio-solebaleno.noblogs.org

MILANO: AGGIORNAMENTI DELLE ULTIME SETTIMANE DAL CPR DI VIA CORELLI

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Torniamo a ribadire quanto sia invivibile la vita dentro a un CPR per non assuefarci alle manifestazioni del razzismo di stato nella sua quotidianità.
E quindi lo ripetiamo ancora: al Corelli il cibo è immangiabile, tanto da rendere sfumato il confine tra rifiutare il cibo come protesta, per puro disgusto, o per autotutela, dato che chi sceglie di mangiarlo poi spesso sta male per questo; le persone non vengono curate quando ne hanno bisogno; la risposta a qualsiasi atteggiamento che rischia di arrecare disturbo è l’isolamento, oppure una siringa per calmarti, o ancora un pestaggio, se non una combinazione di tutte e tre le cose.

Il sadismo della struttura non si ferma davanti a nulla: anche persone con gravi problemi di salute fisica e mentale vengono rinchiuse e addirittura se ne trovano tra le mura infami del Corelli alcune che erano state dichiarate non idonee al trattenimento in altri CPR d’Italia.

Continuano anche le deportazioni: nel mese di marzo sono state tre per l’Egitto su voli charter, a cui si aggiungono quelle sui voli di linea per la Tunisia e il Sud America.

Tra sporcizia, docce che non funzionano o che sono così ustionanti da renderle inutilizabili, persone recluse che dormono per terra e le cure più basilari che vengono negate, lo stato ribadisce nei singoli dettagli quotidiani che le vite delle persone migranti valgono solo quando è possibile sfruttarle silenziosamente sul posto di lavoro o per gonfiare le tasche di qualche improbabile cooperativa ‘sociale’.

Ma anche nelle ultime settimane a questa violenza si reagisce con atti di ribellione che assumono varie forme: un fuoco viene acceso, le battiture risuonano assordanti per dare sfogo alla rabbia, c’è chi inzia uno sciopero della fame o si ferisce per farsi sentire. L’esito di queste azioni è spesso imprevedibile: ingerire una batteria può aprirti un’occasione di libertà, oppure può accelerare la tua deportazione.
Infatti, l’arbitrarietà con cui vengono decise la liberazione e la deportazione fa sì che anch’esse diventino strumenti di gestione per la pacificazione del centro.

Al Corelli, così come in ogni gabbia, la vita è invivibile.
E se le giornate dentro scorrono statiche e in attesa, a muoversi rapidamente sono invece i lavori per ampliare questa struttura sadica e mortifera.

Sempre solidalx con chi si ribella
Fuoco ai cpr ⚡️⚡️⚡️

CAMPOBASSO: PRESIDIO DI SOLIDARIETÀ PER L’UDIENZA DI AHMAD SALEM

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14 APRILE ORE 11:30
Davanti il tribunale di Campobasso

Presidio di solidarietà per il processo di Ahmad Salem, ragazzo palestinese arrestato la scorsa primavera dalla digos di Campobasso e tuttora detenuto nel carcere di Rossano in Calabria, in attesa di giudizio, perché, secondo le “autorità” italiane,  alcuni contenuti presenti sul cellulare e diffusi online, configurerebbero una forma di incitamento alla violenza e di propaganda “estremista e terrorista”.
Il caso di Ahmad evidenzia, per tutt  noi un nodo centrale: le “autorità” italiane agiscono sistematicamente violenza razzista e islamofoba, sfruttando gli strumenti sempre più sofisticati delle repressione istituzionale.
L’uso della detenzione preventiva in casi come questo significa inviare un messaggio chiaro: il dissenso diventa pericoloso e la verità può essere criminalizzata se mette in discussione interessi di potere o alleanze politiche, SOPRATTUTTO SE SEI UNA PERSONA PALESTINESE.

AHMAD LIBERO
TUTTX LIBERX
PALESTINA LIBERA

Per più info ecco il link del canale telegram di aggiornamenti https://t.me/+Cm-k0GPrSo83NGI0

BOLOGNA: ESITO DELL’UDIENZA PRELIMINARE PER IL CORTEO DI GENNAIO 2023 IN SOLIDARIETÀ AD ALFREDO

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Il 10 aprile a Bologna si è tenuta l’udienza preliminare per 16 compagnx anarchicx sul corteo in solidarieta’ ad Aldredo Cospito, contro 41 bis ed ergastolo ostativo di gennaio 2023 a Bologna.
L’esito dell’udienza a portato l’assoluzione di tuttx x imputatx per tutti i capi d’accusa. Seppur lieti di questa notizia, il pensiero va ad Alfredo, ancora imprigionato nell’infame regime di 41bis.
Per un mondo senza carceri e carcerieri!

NUOVO BLOG: NON RICICLABILE – ESTRATTI DI LOTTA DA PADOVA E DINTORNI

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Vecchi mostri si riaffacciano dalle discariche ideologiche con una nuova faccia (ma stessa anima). Le stesse idee che ritornano e vengono gettate via per poi essere rimanipolate e ripresentate come il nuovo che avanza. L’opportunismo diventa prassi e la teoria diventa un vortice astratto. In un continuo flusso circolare che si rappresenta sempre uguale, degno figlio della società dello spettacolo.

Vicino ad un cassonetto vecchi sogni di libertà e conflitto attendono il passaggio di un netturbino che mai arriverà. Nella società dello spettacolo riciclabile il dirompente non ha spazio. Il dirompente non è riciclabile, non è riutilizzabile infinte volte per garantire la riciclabilità costante delle stesse forme di potere antagonista.

Tra le crepe dello Stato italiano e dello Stato antagonista la spazzatura abbandonata cospira il giorno della sua liberazione. Dai cassonetti abbandonati e dalle discariche in disuso germogliano alberi dal cibo andato a male. E in primavera, con un po di fortuna, fiori del conflitto sbocceranno da questi rami e queste foglie urlando vecchie parole di libertà.

Non riclabile, estratti di lotta dalle crepe di Padova e dintorni.

Contattaci via mail a: sbagliandosimpara@anche.no

UNA SPINA NEL FIANCO

Diffondiamo un volantino comparso nella notte a Cremona: 

Una spina nel fianco.

Il silenzio è pericolo, il buio inebria il rischio. È l’angoscia a generare il vuoto, la sensazione di trovarsi sul ponte dove si guarda giù e si nota l’abisso, dove non si distoglie lo sguardo dal baratro che si apre davanti al mondo: ma è proprio in momenti come questi che si tende a sentirsi vivi, senza mediatori di ogni risma.
Strepiti di industrie o stillicidio di dispositivi, come il chiacchiericcio democratico, sono insopportabili perché l’immaginazione, la sedizione, la sensibilità, la riflessione e il sogno ad occhi aperti vengono appiattiti e sostituiti dal continuo bombardamento di informazioni, messaggi, suoni da notifica, imposizioni a consumare e richiami all’ordine della guerra. La megamacchina fagocita, la schiavitù dormiente indossa invisibili catene e la sentita impotenza asseconda continui massacri e genocidi.

La catena di comando può esistere solo grazie alla gerarchia. La gerarchia si basa sulla netta distinzione e separazione tra chi esegue e chi ordina. L’anello debole di questa catena è la comunicazione fra di essi, materializzata da sinistri strateghi e armatissimi soldati. Interrompendo questa, nulla più potrebbe continuare.
Disertare lo scontro frontale e colpire ai fianchi permette di sottrarsi alle logiche simmetriche della guerra, sempre svantaggiose per chi insorge. Quando si batte il passo con gli ordini è sempre un corpo sociale o una massa di persone che obbedisce, quando invece subentra il desiderio di rottura con il potere, i piccoli gruppi e gli individui possono agire in maniera libera, colpendo dove più li aggrada, rispondendo soltanto alla loro coscienza e alle loro idee.
Pensare al potere e alla sua tracotanza come qualcosa di monolitico e inesorabile non permette agli individui di concepire degli attacchi che possono aprire brecce e crepe nel tempo dell’oppressione, ma esse potrebbero fare immaginare ciò che pare impossibile ora. E se un blackout ponesse le basi per esprimere le proprie tensioni ribelli? E se il silenzio del potere facesse sentire solo il rumore del caos?
E se una vetrina sfondata generasse l’idea di bruciare tutti i soldi di questo mondo? E se un traliccio di alta tensione cadesse e il buio delle necropoli rendesse possibile l’aura dei sogni reconditi mai espressi?

Il decadimento e la morte di questa società possono far nascere qualcosa di tutt’altro. Pensiamo ad un cancro, un insieme di cellule informi e non codificabili dal sistema stesso, le quali non collaborano e si oppongono al suo regolare funzionamento. Il carcinoma trova sulla sua strada i linfonodi, i quali lo bloccano e come servi, uniti nell’organicità e comunicanti fra loro proteggono il sistema.
Talvolta, per via di un malfunzionamento, il cancro si diffonde come disordine e non permette più al Leviatano di mantenersi. E se si immaginasse il linfonodo come un’antenna, una telecamera, uno smartphone, un registratore, un datacenter o un traliccio che raccoglie, controlla e scambia una quantità enorme di dati e informazioni, le cellule cancerose, anonime e anomale, incarnerebbero ciò che porta morte al sistema.

Se la notte prendesse le sembianze dello stupore e la solitudine della luna incendiasse le idee chiare, per infliggere il silenzio a questa società dell’orrore basterebbero solo qualche conoscenza, strumenti alla portata di chiunque e tante meravigliose collere senza capi né servi.

anonime e anomale.

PRESIDIO SOLIDALE SOTTO LE MURA DEL CARCERE DI BRINDISI

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Presidio solidale sotto le mura del carcere di Brindisi – Sabato 11 aprile alle ore 11:00 affinché la solidarietà tra persone libere e detenute possa varcare la soglia di quelle mura!

Per la stragrande maggioranza delle persone il carcere è un universo sconosciuto. Il carcere fa schifo. Per nessuna vita c’è dignità nell’essere rinchiusa tra le sbarre.
Nello specifico, dall’amministrazione penitenziaria italiana alle singole galere, guardiamo e viviamo carceri, dirigenti, politici, che blaterano di rieducazione e reinserimento nel migiore dei casi ma sono sempre più evidenti le sue peculiarità nel modo di trattare e torturare lx detenutx.
Da qui la necessità di parlarne, di convocare presidi e manifestazioni sotto le carceri, perché crediamo che sia urgente rompere il muro dell’indifferenza, della diffidenza e dell’omertà che avvolge gli istituti di detenzione, affinché si possa fare luce sulle brutali condizioni detentive nelle carceri italiane, tra morte per mancanza di cure e suicidi (79 nel 2025), sovraffollamento cronico, assenza totale di assistenza sanitaria e di cura affettiva, mancanza di attività ricreative, sportive e di formazione e lavoro.

Le carceri non solo non “riabilitano”, ma escludono ulteriormente i detenuti dalla società, imponendo loro uno stigma e marchiandoli a vita. I luoghi di detenzione sono uno strumento dello stato per tenere rinchiuse le “classi pericolose”, ovvero persone povere, migranti, tossicodipendenti, militanti ed attiviste politiche, e tuttx coloro che hanno preferito correre il rischio di infrangere la legge piuttosto che rinunciare alla propria dignità.
Per il governo Meloni e più in generale per i governi degli ultimi 25 anni, la legislazione d’emergenza attuata attraverso i “decreti sicurezza”, l’innalzamento delle pene, la creazione di nuove fattispecie di reato, la repressione penale sempre più diffusa e il carcere, hanno assunto un ruolo centrale in una strategia d’azione volta a silenziare e invisibilizzare le soggettività marginalizzate e a reprimere ogni forma di dissenso, attraverso la costruzione di paure sociali che generino la percezione di una permanente “emergenza sicurezza”.

Sabato 11 sotto il carcere di Brindisi costruiamo un ponte tra chi sta fuori e chi è dentro, salutiamo! mettiamo musica! raccontiamo storie e dediche a chi è dentro. Porta tanta rabbia e voglia di libertà!

FUOCO ALLE GALERE! LIBERTA’ PER TUTTX!

PER LX NOSTRX COMPAGNX CHE SONO MORTX IN DIFESA DELLA VITA

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Per lx nostrx compagnx che sono mortx in difesa della vita

Per lx compagnx che hanno deciso di prendere in mano il proprio destino

Per lx combattenti che erano dispostx a fare tutto il necessario

Per lx rivoluzionarix che non si accontentavano di nulla di meno che tutto

E per le persone che erano ragazzx come te e me

Per te, Kyriakos

Per te, Sara e Sandro

Per tuttx coloro che hanno dato la vita per difendere la vita

Il 19 marzo 2026, lx compagnx anarchicx Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano sono statx trovatx mortx in seguito al crollo di una casolare a Roma. I media parlano della presunta detonazione di un ordigno esplosivo. Mentre le circostanze esatte rimangono poco chiare, una cosa per noi è certa: Sara e Sandro sono mortx in azione, sono mortx combattendo.

Riceviamo queste notizie poco prima dell’inizio del processo di Ampelokipi contro le nostre compagne anarchiche Marianna Manoura e Dimitra Zarafeta, nonché contro lx altrx tre imputatx. Marianna è rimasta gravemente ferita nell’esplosione di un ordigno il 31 ottobre 2024 ad Atene e da allora è detenuta insieme a Dimitra nel carcere femminile di Korydallos.

Quella stessa esplosione ha ucciso il nostro compagno Kyriakos Xymitiris.

Ricordiamo con dolore quei primi giorni dopo la sua morte: il vuoto, il dolore, la rabbia. Il tentativo di afferrare l’incomprensibile, di comprendere la definitività di un singolo atto. Solo insieme potevamo affrontare la realtà in cui viviamo.

Abbiamo pianto insieme e urlato insieme. Ci siamo seduti insieme in silenzio. Abbiamo discusso, fatto progetti e agito insieme. Abbiamo deciso di considerare la difesa della memoria rivoluzionaria come nostra responsabilità e come la logica conseguenza della nostra lotta comune.

Allx amicx, allx acompagni e alle famiglie di Sara e Sandro: sentiamo il vostro dolore, condividiamo la vostra rabbia e siamo al vostro fianco nella difesa della memoria dellx nostrx compagnx cadutx. Vi auguriamo tutta la forza, l’amore e la tenerezza di cui abbiamo bisogno per mantenere viva la fiamma della nostra lotta comune. Vi auguriamo momenti di riposo, per piangere e soffrire insieme. Combattiamo al vostro fianco per momenti di insurrezione, in cui lasciamo che la nostra rabbia diventi il fuoco che mantiene viva la memoria dellx nostrx compagnx.

I cuori rivoluzionari ardono per sempre!
Da Roma ad Atene a Berlino: abbiamo ragione, vinceremo!

Sara Ardizzone – Sempre al nostro finaco!
Alessandro Mercogliano – Sempre al nostro finaco!
Kyriakos Xymitiris – Sempre al nostro finaco!

-R94