FORTEZZA EUROPA – UNA VISIONE SU FRONTIERE E NUOVO PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE

In occasione dell’entrata in vigore del nuovo patto europeo su migrazione e asilo, che consolida ulteriormente l’approccio securitario delle politiche migratorie europee e la criminalizzazione delle persone in movimento, riceviamo e diffondiamo queste riflessioni. Qui il testo in pdf.

Nel 2024 è stato pubblicato il contenuto del “nuovo patto sulla migrazione europeo”, in vigore dal 12 giugno 2026 e che riforma in buona sostanza il contenuto del precedente sistema comune di asilo. Si può descrivere come un’ulteriore implementazione dell’azione esterna ai confini comunitari dell’Unione e del ristabilimento della loro funzione di scudo respingente. Di seguito un tentativo di mettere insieme alcuni elementi che caratterizzano tale riforma, ricordando la funzione che hanno le frontiere come oggetto arma micidiale e come oggetto mentale utile al mantenimento della solidità del potere egemone. Il punto di vista non è giuridico e si invita a dare una letta agli atti del nuovo patto europeo sulla migrazione; si potrà facilmente ravvisare una riorganizzazione delle frontiere secondo gli standard di una società che risponde alle “rinnovate sfide” di un conflitto pervasivo seppur caratterizzato da tempi e modalità diverse nei luoghi del mondo.

Mentre si saldano le frontiere, si inaspriscono i controlli e aumentano le pene per chi le attraversa “illegalmente” si predispone il compartimento detentivo per quelle persone, invece, in attesa di essere rimpatriate o che semplicemente giungono ai confini europei; luogo ove migranti, venendo a contatto con le istituzioni comunitarie, vedono la loro libertà notevolmente contratta e definita in svariati e, spesso, incomprensibili oscuri corridoi burocratici. Status, procedure, direttive, regolamenti, qualifiche, screening, banche dati, campi di reclusione, “finzioni di non ingresso” etc.

Tecniche di contenimento e di localizzazione forzata apprese in contesti bellici vengono applicate nei confini cosiddetti interni delle società, invece, pacificate. Il trattenimento amministrativo è infatti uno strumento ampiamente utilizzato, ad esempio, dallo stato israeliano per contenere e carcerare- principalmente palestinesi- senza dover addurre motivazioni oltre quelle del non permesso a soggiornare in territorio per le persone straniere- minaccia per antonomasia, queste, del lignaggio identitario e di potere di stati e nazioni. Ma oltre la forma amministrativa della detenzione della persona migrante sono molteplici e planetari gli esempi di persecuzione e criminalizzazione dellx stranierx: si vedano, ad esempio, i rastrellamenti dell’ICE negli Stati Uniti o la speculare azione di FRONTEX per conto dell’Unione Europea. L’ “altro” mette sostanzialmente in discussione la fissità a-storica dell’identità di determinate comunità di potere. L’attraversabilità delle sue frontiere è una messa in dubbio radicale della fissità del suo esercizio; lo stato reagisce inasprendo il controllo o addolcendolo attraverso l’elargizione di status privilegiati per le classi dirigenti di altri paesi complici nel raggiungimento dei concordati sanguinari obiettivi in materia. In questo quadro si inserisce l’azione così detta di esternalizzazione delle frontiere comunitarie europee. Un ‘do ut des’ tra classi dirigenti in cui ad essere considerata a ribasso è sempre e solo la vita delle persone. Il trattenimento amministrativo (vedi detenzione) è un metodo scientifico di lagerizzazione e repressione dell’attività migratoria. La localizzazione forzata delle persone diviene si un’ulteriore strumento di controllo e repressione dei flussi migratori o comunque più in generale di coercizione per le persone che vivono sempre sotto la minaccia del rimpatrio, ma anche e certamente strumento simbolico di un potere che si mantiene sanguinosamente eretto ogni qual volta contestato. Lo stesso, dunque, vale per ogni forma di detenzione. Ma come si può relativizzare la privazione di libertà? Così come ne hanno dato significato in infinite sfaccettature rendendola un composito mai completo ed irraggiungibile, contemporaneamente vengono creati molteplici contenitori in cui sigillarne l’esistenza e tentare, in ogni modo, di sterilizzarla quanto più possibile. La persona, svuotata dall’individuo per essere trasformata in marchio di un insieme di deiezioni dal normale, diventa un obiettivo simbolico nel quadro del mantenimento della finzione. Privarla della libertà preventivamente concessagli in quanto gregaria di una società monopolisticamente amministrata è un’azione di guerra concreta nei confronti del tessuto sociale tutto.

Sembra affermare la sua inscalfibilità questo mondo quando quei cancelli si chiudono, quando quelle sezioni traboccano di vita pericolosa, quando i blindo delle celle schiaffano in petto un “a domani (merda)”.

Quella del trattenimento dei migranti è una tortura destinata a vedersi applicata sempre più date le nuove procedure di frontiera introdotte dall’ultimo tentativo europeo di “armonizzare” norme e politiche in materia. Una pratica certamente non inedita per i singoli paesi membri, in particolar modo quelli detti di frontiera. Basti pensare al territorio italiano cosparso di ben dieci centri di permanenza per il rimpatrio, senza contare i due centri costruiti in Albania dopo il recente protocollo siglato tra i due paesi con la cessione di territorio demaniale albanese alle autorità italiane per la detenzione di persone migranti. In prima battuta quelle esclusivamente destinatarie di procedura di frontiera accelerate; oggi, con il decreto-legge 37/2025 (convertito poi nella legge 23 maggio 2025, n.75), i centri in territorio albanese acquisiscono le stesse funzioni degli altri CPR già presenti sul suolo nazionale. In più, se citiamo l’avvenente benthamiano centro di Castel Volturno e diamo credito alle dichiarazioni del ministro Piantedosi circa gli studi in atto per l’individuazione di altri luoghi idonei alla funzione di CPR il numero sopracitato sale quantomeno a dodici o tredici e va, evidentemente, oltre.

Il mondo galera, confine, trincea. Diffuso di avamposti di guerra contro la vita, affina sempre più la sua tecnica replicabile all’infinito di soffocamento di ogni “altro”. L’oggetto entro cui si fonda la differenziazione sono le frontiere. Risulta parecchio difficile imprimere una forma finita di concepirle tanto nello spazio geografico che in quello delle menti. Esiste, però, un momento in cui si è reso manifesto quel processo per il quale all’aldilà di tali confini vi erano, ora, altri stati e non più la selva oscura e sconosciuta. Dunque, quella individualità prima anche difficilmente concepibile come appartenente alla “razza umana”, lx stranierx, adesso diventa congegno di una più grande visione di accumulazione di valore ad ogni costo, il maledetto culto della filigrana. Hanno così messo in piedi il diritto internazionale, quello di alcune nazioni “più eguali di altre”. Se in un primo momento si estrae il demonio a colpi di spada da questi corpi smarriti dal gregge del dio cristiano e nel mentre si fa razzia di porzioni di terra, oro e monili; adesso, codificata la loro inferiorità si assiste cristianamente come i primi gesuiti in viaggio nei meandri del blanqueamiento della “razza negra”, per poterne fare miniera di guadagno ad ogni condizione. La conquista non è mai terminata. La “limpieza de sangre” persiste come principio perno dell’organizzazione del mondo, una purezza che viene misurata sulla base del possedere. Tale trasformazione è resa possibile dall’aggregazione verso il centro metropolitano di tutto ciò che fino ad un momento fa era stato considerato esclusivamente “periferia”. Presto ci si accorse che ai margini di questo mondo di plastica si potevano posizionare dei kapò con il compito di scuotere la testa davanti ad ogni spasmo di incatenate, per poi reprimerlo con la stessa brutalità insegnatagli loro dai coloni. Questi inframezzi dello spossesso hanno completamente deposto la loro aggressività per lasciarsi convincere da quel motivetto della “non violenza” che ha loro garantito scrusciare continuo di moneta. Questi mediatori hanno il compito di cernierare le pattumiere del capitalismo con il suo stesso centro vorace, trasformando tutto, oltre che in miniera, anche in florido mercato pieno di clientela dipendente dalla dopamina del consumo, afflitta dal cortisolo della quotidianità, schiavizzata da ormai generazioni e generazioni. Un culto del “passato coloniale” che mai ha interrotto questo filo stretto alla gola al mondo intero, anzi ne permette intessiture sempre inedite nel tempo. Un nuovo che è possibilitato solo dalla distruzione e negazione di tutto ciò che vi era prima su questa linea temporale costruita dal suo stesso predatore. Da qui l’eterna a-storicità della consistenza soffocante degli egemoni amministratori del mondo. Così, dalle rivoluzioni per le indipendenze nacquero altre nazioni, altri stati. Forme di controllo sperimentate nelle terre coloniali degli imperi, poi applicate nella metropoli e, subito dopo, esportate per il mondo previamente conquistato.

Amministrare la vita, esercitando il potere delegato nel contesto dello svolgimento di una delle tante “crazie” imperanti, significa negarla pedissequamente. La norma, olio rognoso di quella tecnica di sottrazione sistematica di vita di cui sopra, è la base della replicabilità di un sistema che tende a darsi forme e significati seppur apparentemente sempre diversi comunque al servizio di una sola luce: il soldo, il potere. Un mostro poiché composito di elementi che presi singolarmente non hanno alcun tipo di ragione di esistere oltre la ripetitiva produzione di dolore e sofferenza, ma ibridati tra loro si privano dell’unicità del mostro per rivelarsi come la più vorace ed assassina normalità. Rendere la strage proceduralizzabile è l’orgasmo dell’amministrazione del potere, un amplesso di norme intrise di banale sessualità penetrativa e sottomissione. Lo si è visto con la strage calcolata delle donne per mano dell’inquisizione; con le stragi delle conquiste coloniali “d’oltremare”, finanche con la presa del “posto al sole” di italica memoria; ancor prima, con la “reconquista” che ha permesso una solida piattaforma da cui poi diffondere il potere dei re cattolici per un mondo suddiviso dalle bolle papali che ne regolavano il possedimento tra i vari regni europei in corsa per l’espansione globale; lo si è visto con Auschwitz, Dachau, i gulag orientali, i ghetti di concentramento diffusi nel mondo, come anche negli Stati Uniti con la segregazione delle persone giapponesi li residenti durante la grande guerra o, ancora, il continuum schiavista delle leggi razziali che non permettevano la riunione di più di tre “colored” nello stesso posto, adunata sediziosa (ricorda molto il numero utile perché si possano configurare, nell’ordinamento italiano, reati con profilo associativo). E quanto potrebbe continuare questa lista di stragi organizzate di persone marginalizzate, razzializzate, inferiorizzate, criminalizzate e perseguitate?! Laddove non direttamente sterminate. Non vi è luogo dove l’organizzazione del potere non si sia ispirata alle forme monopolistiche del mercato aderendo e riproducendo stragi sistemiche di ogni forma di vita considerata concorrente a questo tipo di egemonia. Una persecuzione capace di modellare la propria intensità e legalità sulla base del posizionamento di tale concorrenza al monopolio del potere; infatti, quelle identità in lotta per la sua abolizione e non per l’impadronimento sono senz’altro considerate le più plausibilmente eliminabili. Quegli altri, quelli che il potere lo vorrebbero per loro, coloro che vorrebbero prendere il posto dei coloni per poter amministrare le società costituite sul sangue di simili in fin dei conti ne garantirebbero la riproduzione nelle stesse forme non configurandosi come veri e propri inceppi per una visione di spossesso che non conosce quei confini che infligge, invece, a chiunque non sia vettore di capitale diretto. Così che l’amministrazione del potere passa senz’altro dal controllo della più o meno porosità dei confini che una comunità di potere prepotentemente si dà. Luoghi che diventano produttori di soggettività differenziate sulla base delle necessità di quello stesso potere che le amministra. Dunque, le società si riempiono di solchi e trincee di cui alcuni non valicabili, altre ben armate e sorvegliate, altri checkpoint il cui passaggio è garantito solo da carta abilitante. I confini sono molteplici e coprono, seppur con medesimi meccanismi, funzioni differenti; più precisamente, variano le soggettività che si relazionano entro ognuna delle frontiere che attraversano l’esistenza, gli “aldiquà” e gli “aldilà”. La stratificazione delle società è per antonomasia un esempio banale di confini interni, certamente molto porosi, particolarmente in quelle società che si definiscono ad ispirazione democratica. Infine, è proprio il differenziale di esercizio di questo “kratos” che determina il posizionamento e lo scivolamento- tanto verso l’alto che verso il basso- in questa “organizzazione delle apparenze”. Ancora, le periferie delle città sono senza dubbio frontiere ben sorvegliate e meno attraversabili di quei confini che la società civile si dà nel quadro della morale e dell’efficienza collettiva. Il confine che divide questi luoghi dell’abitare da quelli del possedere è caratterizzato principalmente da caserme, grandi linee ferrate, asfaltate, compound della logistica e della produzione etc. etc. etc. Insomma, perlopiù luoghi non valicabili se non nella logica della permanenza forzata nel contesto delle ore necessarie all’accumulazione del salario (un’altra forma di detenzione?); oppure, militarizzati e inaccessibili a chi sta dall’altro lato del mirino, quello che è subito seguito dalla canna del fucile. Un porto, un hub militare. Un porto, un hub crocieristico. Un porto, un hotspot, zona rossa, scudo respingente di non volutx.

Il sistema della gestione dei confini esterni europei ha attraversato una recente riforma, pubblicata nel 2024 e che vede la totalità degli atti in essa contenuti entrare in vigore dal 12 giugno del 2026. La riformata gestione delle frontiere è adesso in vigore. Regolamenti e direttive compongono gli atti di questa tragedia poco classica e molto attuale della gestione sanguinaria delle frontiere e della loro sempre minore attraversabilità. Della loro configurazione come estese aree di confinamento per persone “straniere”.  Il nuovo patto sulla migrazione e asilo dell’UE mira a configurare una gestione “armonizzata” in materia, lo conferma ante tutto la trasformazione di diversi atti componenti il precedente sistema europeo comune d’asilo da direttive in regolamenti. Questa trasformazione ha l’effetto fondamentale di modificarne il peso giuridico. Di fatti, contrariamente alle direttive che necessitano delle cosiddette “norme di recepimento” degli ordinamenti interni degli stati membri e consistono in obiettivi comuni cui viene lasciato ampio margine di discrezionalità ai singoli stati sulla strategia e gli strumenti da adoperare per il loro raggiungimento. I regolamenti, invece, sono fonti di diritto che si applicano direttamente agli stati membri e cittadinx dell’Unione. Ma non è certamente questa la novità fondamentale della riforma in questione. Invero si è potuto constatare come, soprattutto nelle relazioni esterne con i “paesi terzi strategici” in materia di migrazione, il legislatore non abbia fatto altro che affermare una prassi già ampiamente consolidata. Particolarmente significative in tal senso sono le modalità adoperate dagli stati membri nel siglare accordi con stati terzi per il contenimento e la repressione dei flussi migratori. Potrebbe accendere qualche luce il memorandum tra Italia e Libia, tacitamente rinnovato ogni tre anni dalle autorità dei rispettivi paesi, nel cui quadro avviene la mercificazione e strage quotidiana di persone in passaggio da quel “corridoio mediterraneo”; ancora, le enclavi di Ceuta e Melilla, luoghi in cui le autorità agiscono alla stessa maniera di cacciatori nella savana, come quando il fuoco incrociato ispanico-marocchino giustiziava le persone che arrampicandosi su quella maledetta rete cercavano di oltrepassarla. O, anche, la merce di scambio siriana. Quando il presidente turco Erdogan utilizzava rifugiatx per fare pressione sulle istituzioni europee al fine di ottenere quanti più vantaggi politici possibili. La “pressione migratoria” si conferma arma potente e merce di scambio di quegli stati di “origine e/o transito” dei flussi migratori. Delle fauci sempre aperte e sempre affamate, il sangue di questa gente non vale nulla più di quella fanghiglia presto sabbia secca sotto il sole dei deserti imposti nei diversi non-luoghi di questo inferno diffuso.

Ma prima di vedere alcuni dei tratti che caratterizzano il nuovo patto sulla migrazione europeo che, come sopra citato, si basa fondamentalmente su un’implementazione della dimensione esterna della politica migratoria europea, potrebbe essere una buona base analitica (chiedo scusa per l’asetticcità di questo termine) osservare le caratteristiche degli accordi con paesi terzi strategici in materia di migrazione sino ad ora. Si possono genericamente distinguere due macro-categorie di accordi c.d. di esternalizzazione. In un primo momento si basano su strumenti giuridici detti classici, cioè che rientrano nel quadro previsto dal trattato sul funzionamento dell’unione europea che, all’articolo 219, da facoltà al consiglio di concludere accordi internazionali nelle materie di interesse comune per l’Unione. Questi accordi erano caratterizzati principalmente da una struttura di finanziamenti atti ad implementare l’apparato di repressione dei flussi migratori della controparte straniera (tanto d’origine, quanto in transito) ed a intervenire sulla prevenzione, nel senso di operare sulle infrastrutture locali per “disincentivare” l’abbandono del paese in questione. Aspetto che tanto rivela dell’animo predatorio proprio alle istituzioni del capitale. La “crisi migratoria” del 2015, occasione del giochetto di potere tra le autorità europee e quella della repubblica turca sulle spalle di profughx in fuga dal conflitto in corso in terra siriana, ha dato il via ad una nuova forma di accordi detti “misti”. Più precisamente, in questa fase si instaura un meccanismo di premio basato sul rapporto diretto tra il grado di cooperazione della controparte e finanziamenti erogati dall’Unione; ossia, più elevati sono i livelli di cooperazione più fondi e benefit politici vengono erogati. In più, vi è una progressiva delega di funzioni operative nel contrasto e repressione dei flussi migratori nei confronti dei paesi terzi, a volte “strategici” a volte “canaglia”. In questo contesto si inquadra lo sciacallaggio della guardia costiera libica che, a bordo di motovedette acquistate o donate dall’Italia, esegue operazioni di sequestro in mare di persone per poterle condurre nei campi di concentramento, ancora, finanziati dal bel paese. Una terza modalità di accordi in materia migratoria nel solco dell’azione di esternalizzazione delle frontiere europee è quella che fa capolino con il protocollo Italia-Albania e la nuova “procedura integrata di frontiera” introdotta dal nuovo patto sulla migrazione del 2024 (in vigore da giugno 2026). In particolar modo, nel caso del protocollo che ha dato vita ai centri di Shëngjin e Gjadër viene meno la componente della delega delle funzioni operative caratteristica degli accordi in materia intrapresi dal 2015 in poi. Infatti, nel caso dei centri in territorio albanese, come già noto, ad operare è personale delle autorità italiane, configurando una vera e propria cessione di giurisdizione all’interno delle porzioni di territorio interessate dalla presenza dei CPR. Una modalità che potrebbe essere stata una previdente risposta alle nuove procedure oggetto della riforma. Nonostante l’assenza del permesso a fare ingresso nel territorio comunitario introdotto dal nuovo patto, vige infatti l’obbligo per la persona richiedente di mantenersi a disposizione delle autorità competenti, configurando de facto una situazione di contrazione automatica della libertà della persona straniera una volta giunta alle frontiere esterne europee ed interfacciatasi con le relative autorità. Certo, la persona straniera può decidere di allontanarsi dalla frontiera tornando sui suoi passi e potrebbe quindi apparire la sua libertà di movimento comunque tutelata; ma sorgono alcuni interrogativi: in primo luogo, in che modo sarebbe tutelata la libertà di movimento di quelle persone che richiedono asilo e per cui allontanamento volontario può essere considerato come un rifiuto a proseguire nelle procedure relative alla sua richiesta di protezione e che si ritrovano ora ad attendere che venga stabilita la competenza all’analisi della richiesta e l’analisi della richiesta stessa in stato di trattenimento? Ed, inoltre, è proprio nell’atto di voler mettere sotto tutela la libertà che i sistemi di potere vigenti la imprimono di standard che non fanno altro che sottrarla porzione dopo porzione. Poi, questa disposizione evoluta nella rinnovata normativa europea sembra non tenere in conto che le rotte migratorie passano attraverso territori dove è già di per se seriamente messa a repentaglio l’incolumità di diverse soggettività esposte poiché in attraversamento “illegale” di detti territori. Questo secondo aspetto apre uno spazio di riflessione sul concetto di “paese terzo sicuro”. Infatti, sempre nel contesto del nuovo patto, si è consolidata nella normativa comunitaria una prassi praticamente già in forze nell’agire degli stati. Ossia, considerare un paese terzo sicuro anche quando tale qualità possa essere confermabile solo per una regione o porzione di territorio individuabile, permettendo di fatto un’espansione a ventaglio delle procedure accelerate di frontiera. In altre parole, per quanto la definizione di illegale per un essere vivente desta di per sè ribrezzo, la condizione determinata nel quadro del nuovo patto sulla migrazione è quella di un sostanziale assottigliamento tra la figura della persona straniera richiedente protezione internazionale con quella di chi attraversa le frontiere “illegalmente”. Insomma, chiunque giunga alle frontiere esterne è consideratx di per sé una minaccia e, dunque, trattatx come tale.

La riforma è suddivisibile in maniera stilizzata in atti completamente nuovi, in atti riformati in parte ed altri che restano, invece, praticamente invariati. Va sottolineato come, nonostante quanto scritto in precedenza circa la modifica degli atti da direttive in regolamenti, il corpus normativo e di politiche comunitarie che rappresenta il nuovo patto conserva ampi spazi di manovra alla discrezionalità dei singoli stati membri. Ora, l’analisi delle singole parti necessiterebbe certamente un piglio molto più giuridico di quello in possesso allo scrivente; si possono, però, nel quadro dei continuum tra la vecchia normativa e quella parte della riforma, individuare alcune peculiarità che, a parere personale, non hanno poca influenza sulla conformazione delle politiche interne agli stati membri in materia migratoria. Come primo aspetto una delle fondamentali criticità notate dalla democratica comunità degli stati (sigh!) sono i criteri con i quali è stabilita la competenza all’analisi delle richieste di protezione internazionale tra i singoli membri dell’Unione. Uno dei principali che caratterizza il cosiddetto sistema Dublino era, ed è, il cosiddetto principio di “primo ingresso”. Ossia lo stato cui siano state per prima varcate le frontiere risulta competente all’analisi dell’eventuale richiesta di protezione internazionale. Nella gerarchia dei principi per stabilire tale competenza espressa nei regolamenti Dublino, quello del primo ingresso ne rappresenta l’apice. Questo, parlando in termini terribilmente materiali, ha anche causato un sovraccarico dei sistemi dei paesi europei cosiddetti di frontiera, alimentando così la persistenza di procedure sempre più stringenti. In questa maniera, all’ endemico razzismo di stati e nazioni, si aggiunge il crollo dei sistemi di gestione delle richieste di protezione internazionale a legittimare politiche sempre più marcatamente razziste e liberticide. Sembra che i tecnicismi della norma comunitaria favoriscano, dunque, lo svilupparsi di orrori del calibro dei centri di permanenza per il rimpatrio in Italia o anche in Grecia o Spagna, quantomeno per quanto riguarda le rotte del Mediterraneo. Ma a dare la dimensione della spinta verso il ristabilirsi della funzione di scudo dei confini esterni e la conseguente drastica riduzione della libertà di movimento delle persone razzializzate è la così detta “procedura integrata di frontiera”. Composta da tre regolamenti che restituiscono la dimensione di un’Europa che si organizza sempre più come la fascistissima fortezza, che serra i propri confini esterni ed invoca con sempre più frequenza l’impiego di misure a grado massimo di coercizione, come appunto il trattenimento/detenzione.

Il primo elemento è il nuovo regolamento procedure (reg. n. 2024/1348), che ha l’effetto di normalizzare procedure considerate tendenzialmente eccezionali come quelle accelerate e di frontiera. La procedura d’esame accelerata è contenuta all’articolo 42 del regolamento che la rende applicabile a quelle domande di protezione presentate da persone straniere che non hanno le adeguate caratteristiche per esserne titolari; la procedura di asilo alla frontiera, elemento che istituzionalizza l’esternalizzazione delle frontiere e della loro rinforzata funzione di trattenimento oltre che inasprimento di quella di respingimento, è contenuta all’articolo 43 dello stesso regolamento. Tale tipo di procedura è subordinata a quelle contenute nel cosiddetto regolamento screening (reg. n. 2024/1356), secondo atto parte della procedura integrata di frontiera. Anche nel caso di detto regolamento, il soggetto che vi è sottoposto non gode dell’autorizzazione a fare ingresso nel territorio comunitario, avendo però comunque l’obbligo di restare a disposizione delle autorità competenti che per garantire lo svolgimento di tali procedure possono intraprendere qualunque tipo di azione contenuta nel diritto nazionale al fine di evitare la fuga o l’irreperibilità della persona migrante. Questo aspetto di obbligatorietà espresso nel regolamento costituisce, quindi, parte delle procedure pre-ingresso nelle quali si può con un certo margine di precisione presupporre un massiccio impiego di misure fortemente coercitive. Il contenuto del regolamento screening ha la ratio di individuare lo status giuridico che riguarda il soggetto che vi è sottoposto e la funzione della raccolta dei relativi dati biometrici- aspetto che apre ad una riflessione, troppo vasta perché possa essere qui affrontata, sull’operazione di profilazione di massa che avviene dalle frontiere alle galere attraverso il prelievo del DNA; ulteriore elemento, questo, che salda le pratiche di detenzione penale con quelle della detenzione amministrativa e della gestione delle frontiere. Sembra che l’efferata guerra nei confronti di non graditx assuma le stesse procedure quand’anche si esprime nell’interiorità del sistema di amministrazione del potere, come nelle “patrie galere” . Terzo ed ultimo atto componete la procedura integrata è il regolamento UE 2024/1349, che stabilisce una procedura di rimpatrio alla frontiera. L’applicazione delle disposizioni di tale regolamento hanno carattere di obbligatorietà per ogni cittadinx stranierx o apolide cui richiesta di protezione abbia riscontrato esito negativo;  anche nel caso delle operazioni di rimpatrio alla frontiera è prevista la possibilità per le autorità competenti di costringere alla permanenza geografica in un determinato luogo per il tempo necessario all’espletamento delle procedure, un’altra conferma del “approccio hotspot” che guida sempre più esplicitamente l’azione europea e dei suoi singoli stati membri nella gestione della “questione migratoria”. Elemento fondamentale di questo insieme di norme è che le necessità infrastrutturali per garantire una tale mole di trattenimenti coatti sono difficilmente soddisfabili. Si pensi a quando nel 2015 si presentarono alle frontiere esterne europee oltre un milione di persone. Ecco che tale carenza è soddisfatta con una introflessione del confine esterno verso l’interno del territorio comunitario. Nel caso non dovessero bastare le strutture presso le frontiere esterne per contenere tutte le persone sottoposte alle disposizioni della “procedura integrata di frontiera”, i soggetti migranti potranno essere condotti verso strutture all’interno dei territori nazionali. Ricordando la non concessione del permesso d’ingresso in territorio comunitario bisognerà considerare i soggetti ristretti in questi enclavi dei confini esterni fisicamente presenti sul territorio nazionale dello stato membro, ma giuridicamente no. Beh non ci si affida certo alla protezione giuridica, d’altronde è proprio nel quadro del diritto che si consuma e legittima questo sterminio organizzato, ma questa condizione di presenza-non presenza (propriamente detta “finzione di non ingresso”) fa pensare ad una serie di fantasmi in balia dell’ennesimo non-luogo in cui questo mondo lx costringe. Va rilevato anche come vi sia un sempre maggiore interesse dell’industria infrastrutturale nell’occuparsi della costruzione/implementazione della rete strutturale della detenzione. Che il privato abbia interesse nella restrizione delle persone è ampiamente manifesto da una serie di fattori tra i quali l’estrazione sistemica di manodopera detenuta o ristretta che ci si può immaginare come facilmente ricattabile; o ancora, l’interesse della transnazionale Webuild nella costruzione di nuovi carceri ultramoderne e utra private e il conseguente impegno all’assunzione di una grande quantità di forza lavoro detenuta da impiegare nei cantieri che questa macchina di cemento e devastazione dissemina e continua a disseminare in Italia, come altrove. Come già visto nelle recenti versioni “sicurezza”, ossessivamente aggiornate da questo governo, è sempre più evidente la connivenza tra corpus normativo e corporazioni economico-finanziarie. Va rilevato, infine, il rinnovato ruolo delle agenzie europee con competenza in materia migratoria (ex.: FRONTEX) che hanno, nel quadro normativo del nuovo patto sulla migrazione, autorità nell’espletamento delle procedure di registrazione della persona migrante nel portale EURODAC, obbligatorie nel quadro delle procedure di pre-ingresso.

Questa rinforzata funzione di scudo delle frontiere esterne europee si inserisce perfettamente nel quadro di guerra totale che pervade entrambi i lati di queste sanguinanti linee tracciate ovunque. La sempre meno celata guerra contro lx non graditx di questo mondo assume le caratteristiche più tragiche dello sterminio selezionato di categorie di persone marginalizzate e rese nemiche di questo succoso conflitto tra nazioni. Sono le forme di questo sterminio che variano in intensità, evidenza e strumenti di legittimazione. Il mutaformismo del sistemico carattere stragista del capitalismo restituisce la dimensione dei gradi di personalizzazione che l’organizzazione del potere riesce a conformare nel suo rispondere, in maniera variegata e contestualizzata, all’univoco compito di mantenere indiscusso e, dunque, garantito lo svolgersi dei suoi misantropi interessi. Ma, ancora, la personalizzazione di categorie estratte da pattern creati a monte di questo o quel sistema di potere conferma l’azione repressiva e di “guerra ai corpi” come uno dei diversi mercati entro cui si svolge il “normale” funzionamento del mondo capital-coloniale. L’individuazione di target di mercato per il grande bazar della carcerazione si svolge prettamente nella normazione, che garantisce agli agenti di commercio di questo business asmatico la possibilità di consolidare prassi al di fuori di quanto stabilito nelle marmoree tavole del capitalismo democratico. Lo ha detto anche il titolare del ministero dell’interno all’anniversario della p.s. ringraziando gli agenti per la loro azione preventiva che spesso anticipa la regolamentazione di quello stesso modus operandi repressivo. Insomma, gli sceriffi scrivono la legge inventando per le strade le migliori maniere per soffocare ogni esondazione plausibile. L’onnipresenza di tali presidi del controllo (in una forbice che va dalla pattuglia ad una cella d’isolamento) rende in qualche modo tangibile il clima di guerra diffusa nel quale le diverse “operazioni del capitale” ci incastrano sempre più. L’onnipresenza di tali presidi conferma l’espandersi costante delle infrastrutture utili al dominio sulle persone, un dominio che non si arresta alla conquista militare ma tracima nei contenuti delle menti (dei cuori) tentando di incatenarci nello squallido binarismo del concesso/non-concesso, stabilendo differenziali e forme di governare che mettono sotto vuoto l’esistenza attraverso la sua definizione, dandogli poi un prezzo in etichetta. Carne da bancone.

Come opporsi a questo regime stragista? Quali strumenti possono essere utili per praticare solidarietà nei confronti di chi quotidianamente mette in discussione la fissità delle frontiere di questo ibrido di leggi e procedure assassine? Come riconoscerle? Cosa opporvi? Queste domande non sono solo retorica da chiusura di un testo, ma un concreto invito a mettere in comune pratiche ed esperienze che hanno, anche solo per un momento, bucato la membrana della solitudine respingente che questo mondo vuole imporci.

AVÈC LE SANS PAPIER!
NO BORDERS!
NO PONTE!
LIBERX TUTTX!

PARMA: COME VENTO CHE DEFLAGRA NEL REALE – BENEFIT BRIGANTX INGUAIATX CON LA LEGGE

Diffondiamo:

Sabato 13 giugno 2026
Casa Cantoniera (Via Mantova 24, Parma)

COME VENTO CHE DEFLAGRA NEL REALE
Benefit brigantx inguaiatx con la legge

h 19 Recital di Giovanni Canzoneri e presentazione della silloge poetica “Occhi di picciriddi”

h 20:30 cena vegan

A seguire concerti con:
Rüdo – hardcore punk da Parma
Schifonoia – anarcopunk/death rock da nessun luogo
Pensieri oltre – sludge/doom death industrial da Arezzo
Dysmorfic – Avant-grind da Mantova

IL CUORE È ESPLOSIVO, LA GIOIA È COMBUSTIBILE, IL RESPIRO È UN BOATO – RIFLESSIONI INDIVIDUALI A SEGUITO DI ALCUNE OPERAZIONI REPRESSIVE

Diffondiamo (qui il testo in pdf)

All cops are bandogs:
cani da guardia per scelta (è la scelta la loro prima colpa).
La “pappa” gliela danno i politici, miseri giardinieri tuttofare
che fanno creste sulla spesa e scodinzolano
le poche volte che vengono ammessi alla casa padronale.
Se vogliamo davvero che la paura cambi lato
È in quella casa che ci devono sentire,
quelle le finestre che per prime dovranno piangere i vetri
delle nostre pietre e bottiglie di rabbia
quelli i muri che dovranno sanguinare.
Sono pochi, i nomi sono noti,
vogliono farsi credere lontani e
irraggiungibili, ma la puzza della loro merda li tradisce 

 Seguono alcune riflessioni individuali maturate a seguito di quanto avvenuto nel contesto del carnevale no ponte dello scorso uno marzo a Messina, dell’operazione “Ipogeo” della procura di Catania e dello sgombero della Palestra L.U.P.O a Catania.  Riflessioni che sorgono anche dall’assordante silenzio del movimento no ponte, anche il meno istituzionalizzato, riguardo gli arresti e le condanne che hanno seguito il carnevale no ponte e riguardo le applicazioni delle ultime disposizioni in materia di sicurezza nell’arginare e criminalizzare la solidarietà espressa in occasione della prima udienza relativa alle misure cautelari per le persone inquisite per i fatti dello scorso uno marzo a Messina. Quel giorno, il 17 dicembre, oltre un presidio al tribunale di Messina sono state percorse alcune delle strade del centro città in maniera rumorosa e solidale, il che ha maturato (ad oggi) un avviso orale nei confronti di un compagno di Messina ed un foglio di via nei confronti di un compagno di Catania.

Il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Una terra che si muove lenta, frana inesorabilmente, si rende irreversibilmente ostica alla presenza assassina di scavatrici, carri armati e fili spinati. Una patria di militari e di immortali, nomi grossi su petti stretti, cuori labili corrosi da effetti speciali e luci illusorie. Uno spettacolo stridente come le catene dei macchinari della produzione, mezzi, cui obiettivo ultimo è l’asservimento di un’esistenza collettivamente solitaria. La metafora non è aleatoria, ma portatrice di altro. Trincea a fucile spianato, terreno minato. Petti esplosi che manco sanguinano più e che esigono la loro concretezza contro il nostro respiro. Una lunga ed infinita apnea che costringe alla cianosi di corpi ormai tendenzialmente vuoti meccanismi, ingrassati da successi e pezzi di carta certificanti. Distrazione costante dalla vita, esistere consiste nel raggiungere obiettivi per altri; scuole di regime, conoscenze prepotentemente universalizzate, un dito su un grilletto e, poi, un bersaglio target di questo triste esperimento balistico di morte insensata. L’anestesia del sentire nel colore del viso tumefatto dal patriarcato, della schiena spezzata del turno di lavoro, da quel laccio che mi ha addormentato per sempre. Tutto avverrà domani, intanto… confini su confini su confini e chiavi buttate in un mare che non restituisce nient’altro che ulteriori sottrazioni, costante relazione inversamente proporzionale tra vita e ordine. Hanno voluto del galeone un relitto… Ma la mareggiata?! Il lento accasciarsi dei promontori su questi presidi di civiltà?! Così sul letto di queste fiumare asciutte, soffocate dall’asfalto il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Gli occhi?! Costretti ad un post-traumatico immortale fallicamente imposto nel rito dell’ignobile anonima morte in seno ad una banale icona; una croce uncinata, una S doppiamente sbarrata, delle stelle e delle strisce: altari delle patrie, sia che sventoli un tricolore o debito pubblico appena stampato, chi non vi si inginocchia innanzi dev’essere deglutitx da (in)umani voraci di carne, invece, disumanizzata. Le combattono tutte le loro guerre, non ne perdono una, anche quando il segno che precede vita sembra essere sempre più un meno. E le costringono (le guerre) ai topi succubi della loro stridente nenia di flauto ingannatore; disseminata la peste, va asservita a certi e svilenti pensieri. E la loro peste, cui vettore ne è ormai principalmente un drone, imperversa in quello che è considerato da certi un banchetto: il mondo. Fanno della vita detriti schizzati in aria dalle bombe cucite dai loro compari in patria. Fanno della vita una sbrilluccicante brochure per celare un mondo, invece, solo galera. Coloro che ogni cosa e tuttx riempiono di “per” scorrazzano; maledetti, questi non hanno che rantolare il grido del loro allineamento. Qualunque loro sia la posizione, le labbra sono state (s)vendute. Si sentono cuscinetti, ma la loro convivenza con la convenienza li ha smussati a freno motore ormai corroso di un motore altrettanto corroso, frizione bruciata, fetide intenzioni tutte volte alla retromarcia. La sbandata è tutt’altro che garantita. Le iniezioni letali di cemento sono già quelle che, intorpiditi i neuroni, annullano ogni tensione alla tensione; annullano ogni propensione all’irreversibile domanda sul tutto. Garotaggi di persone hanno permesso una soffocazione quasi niente sbagliata di macroaree sentimentali, catalogando(ci) in mega gruppi nei quali contenitori ci si mette troppo spesso volontariamente. Eccoli qui i cantieri, le reti arancioni, l’ennesima dissociazione di un mondo sempre più distante. Una propensione all’arroganza del pastore d’anime ed alla ricerca di un argine dal quale mai fuoriuscire. Sanno bene verso dove far sputare le loro linguacce e quale bestia sbranare per ridurla in strazio con la loro danza sterilizzatrice di vita.

Il mondo-cantiere è indifferente. Oltre replicarsi all’infinito, procede in questo riprodursi senza alcun badare ai sentire delle vite. Non interessa proprio! Procede a testa bassa, deve costruire parcheggi… Nella missione di graduazione e, dunque, valorizzazione delle cose nella supposta sottrazione al de-grado, non vi è tempo per badare agli odori delle epidermidi. Non c’è tempo, hanno valutato ogni singolo istante e, dunque, lo hanno saldato ad un valore, ogni sobbalzo significa problemi. Ogni sobbalzo significa ruberie che vacillano. Sottraggono spazio al “degrado” sostituendolo con cemento, bitume e delle strisce tristemente blu. Ticket orari e “bella vita” tra le vie dove la vita è, invece, criminalizzata, sottratta e voluta infertile. Se non altro per certi visitatori basta un plastico coloriccio simile alle brochure che gli hanno rappresentato i social-network del mercatino della “vita lenta” da consumare in poche ore, così poche da non poter mai scorgere invece il triste nulla su cui si regge quella bella patina di merda. Il mondo cantiere non può badare a nulla se non che al ticchettio di fondi a rischio perdita. Un fondo perduto poiché mai voluto, il loro scavare sembra perpetuo e mai pronto a fermarsi. Fanno i solchi e li riempiono con il loro denaro, fondi su fondi su fondi. Tutto va a fondo.

E del brulicare di vita? Cosa resta? Chiaro; il battere cassa è a certi più importante di qualunque altro battito. Figuriamoci quello cardiaco.

“Fanno il deserto”… E se non lo hanno fatto loro allora bramano di conquistarlo o, comunque, di darne una forma gradita e conosciuta. Bombe? Ruspe? Manganelli? Sfratti? Crisi di panico? Solitudine? Tutto è agito dalla stessa mano stragista protetta dalle leggi e che afferra tutto per stritolarlo nella sua morsa letale. “E lo chiamano decoro”… quello squallido trucco che appongono alla loro morte insensata, per poi volercela schiaffare in petto. Che schifo tuttociò. Decorano la loro maschera da stupratori della vita con parcheggi, quartieri sbrilluccicanti sottratti ad ogni esistenza, case vacanza sempre vuote (anche quando infestate dai soldatini del turismo che viene e che torna), con città fatte sempre più per rapidi (o meno) banchetti e campagne trincerate per simulare il sanguinario gioco della guerra degli Stati (per esempio, lo svolazzare di elicotteri di guerra statunitensi su cieli, anche, dei parchi protetti delle Madonie, nel palermitano). Tutti questi cantieri ci si chiudono in petto e ci opprimono il respiro che a ‘lorsignori’ tanto arreca fastidio. O almeno questo è il loro volere, messo chiaramente a servizio di chi lo ha anche più grosso. Hanno dunque reso l’aria irrespirabile con il loro fiato cancerogeno ed adesso che l’ennesima rete è stata bullonata al suolo cosa avete ottenuto? Pensate veramente di poter offuscare tuttx nella vostra nuvola di cemento sgretolato innalzata dalle vostre ruspe? Pensate di poterla seppellire sotto l’ulteriore cemento che vi apporrete sopra con le vostre betoniere metastatiche?

Una guerra infinita quella della nazione contro le persone e, tra la nazione e queste, tutta una serie di magnaccia e capò si infiltrano saccheggiando e devastando, rapinando, distruggendo, agendo violenza squadrista, organizzata e legittimata dalle leggi degli Stati cui ne proteggono gli interessi. E poi i loro incappucciati manganello muniti aprono la strada come vere e fedeli guide di un padrone che odia la selva e la riproduce all’infinito solo per il gusto di vederla distrutta. Il fronte, la trincea, un esterno che sembra mai giungere sotto gli sguardi pacificati… questi, mentre cercano il feticcio da venerare nei loro riti da salotto impomatato, non tardano a condannare con paternalistico fare quelle bestioline incontrollabili che gli hanno sottratto il totem per farne, invece che culto, strazio iconoclasta. Ma gli egonomi della lotta non tardano a riprendersi il loro pupazzetto di plastica, con l’aiuto dei venerabili delle segreterie di partito, con l’aiuto degli agenti dell’opinione pubblica e delle questure che bramano quell’ordine fetoso della delega e dei leader.

Ma si può veramente costringere definitivamente la vita? La si può veramente ridurre esclusivamente a protocolli, PEC, ed a quanto è più conveniente? È riducibile alla scelta di un candidato? Ad una “quota rosa”? Nelle considerazioni di una procura? La si può sottrarre di pulsazioni quando viene colposamente descritta come deviata? La si può costringere ad un reparto psichiatrico? La si può definire in delle teorie? Nello strame che ne fanno leggi e nazioni? Si può veramente sottrarre la vita dalle vite? La si può ridurre ad un vuoto a rendere?

“Una delle regole essenziali del totalitarismo è la distinzione dei sudditi in categorie protette e categorie prive di protezione. In queste ultime possono poi ricavarsi categorie destinate allo sterminio”. (A. M. Bonanno)

Se l’ atto repressivo è un fatto “normale” di un regno che vede la propria legittimità messa in discussione, bisognerebbe, dunque, domandarsi cosa è che lo normalizza. Cosa rende accettabile il monopolio statale della violenza e della narrativa non-violenta/pacifista? Cosa rende normale il seppellire la vita nelle gattabuie dello Stato? Cosa normalizza il lancio di lacrimogeni in faccia alle persone? Cosa rende normale l’invasione di braccia armate prodromo di cemento e solitudine? Cosa rende normale l’ossessiva presenza di pattuglie e telecamere per le strade delle città? I rastrellamenti a chiara matrice razziale per permettere la voracità dell’industria turistica, come San Berillo a Catania? Cosa rende normale la militarizzazione totale delle polizie e la polizificazione degli eserciti? Cosa rende normali frontiere sanguinarie, serrate e sempre più concepite come aree di ghettizzazione forzata delle persone migranti? Cosa rende normale tutte le persone suicidate nelle carceri? nei CPR? nei reparti psichiatrici? dalla disperazione della povertà? dalla ghettizzazione della vostra morale? Forse una percezione diffusa di impotenza schiacciante. Quella sensazione di nullità di fronte ad un mostro talmente gigante che ci riempie di ricatti. Il lavoro, l’università, la famiglia, debiti, la morale etc. etc. etc… Questa visione del mondo si regge sul guinzaglio corto e soffocante al collo di ognunx. Ogni strattone della bestia vuole essere corrisposto da una presa ancora più salda del suo padrone, il sadismo di costoro è colmato dal soffocamento dei loro sottoposti. Possibile in virtù di un’impalcatura di potere cui potremmo aggiungere definizioni e spiegazioni per parecchio, risalendo il crinale di questa storia sino al punto zero della pace vestfaliana, con la nascita degli Stati-nazione e l’adorazione maschia della “madre patria”. L’applicazione di un sistema tale viene narrato come tutto intra-europeo, la nascita del sistema moderno, del capitale. Ma è vero, invece, che un sistema tale non sarebbe potuto esistere senza l’imposizione della “società coloniale”. Infatti, il sistema di capitale, dapprima fondato su una narrazione unicamente ed esplicitamente identitaria-culturale, conosce le sue prime applicazioni, sotto forma di tragici esperimenti, nel corso delle conquiste delle “terre d’oltre mare”. Così che mentre le compagnie commerciali emettevano i primi titoli azionari per finanziare le proprie imprese commerciali nelle “Indie”, gli eserciti dei regni cattolici estraevano con spada e cannone le materie prime utili ad un mondo che si preparava all’industrializzazione; tra le quali, anche forza lavoro a costo zero.

“Avere palazzi di corte lustri, ma campi incolti e granai vuoti, indossare abiti raffinati e lussuosi e portare alla cintola spade affilate, […] possedere beni e ricchezze ben oltre il necessario, tutto ciò equivale a ladrocinio […]” (Laozi)

È nella politica identitaria che si trova la base dalla quale si costruiscono da un lato le espansioni coloniali e dall’altro le esperienze di sottomissione dei popoli colonizzati. Il sistema capitalistico moderno prende forma attraverso lo stabilirsi di forme specifiche e differenziali, che hanno avuto nel capitalismo coloniale il suo terreno fondamentale di sperimentazione. Le forme di tale dominio coloniale, seppure con i dovuti cambi di rotta, persistono dal momento che le guerre per le indipendenze non hanno prodotto altro che ulteriori Stati attraverso i quali riprodurre quelle medesime strutture di dominio che si andavano organizzando dagli albori delle esperienze coloniali. Così, l’organizzazione della società è ricca di esperienze in cui spossessati si sono trasformati nei più sanguinari servi del vile piano d’oppressione delle stesse nazioni che li ha dapprima bistrattati e, poi, assorbiti nelle sue marginalità, al servizio della tanto continua mobilità delle sue infinite frontiere. Un’inquietante esempio possono essere i sefarditi, in fuga da luoghi dove la loro vita era messa seriamente a rischio ed infatuati dal progetto di poter convivere con altri “ebrei”. Sposare l’identità dello Stato israeliano, che li considera come le “classi” più abiette della società, ha condotto questi ultimi a trasformarsi in sanguinosi torturatori ed efferati sbirri del sionismo pur di mantenere il privilegio dell’incolumità statale che i loro governanti elargiscono. Dall’altro lato come non menzionare le fazioni più efferatamente stataliste che vedono nella “causa palestinese” la concreta possibilità di accostarsi al banchetto dei loro stessi persecutori; con bottoni lucidi sbirri di Gaza opprimono le insurrezioni popolari, concreto rischio per la realizzazione del loro progetto di potere. D’altronde il modello si ripete pedissequamente: le insurrezioni popolari per queste elitès coloniali significano il rischio di perdere i privilegi concessi loro dal colono. Tutte forze che agiscono intorno allo sfruttato “creando un clima di sottomissione ed inibizione che allevia il compito delle forze dell’ordine”. Ma ulteriormente, si potrebbe parlare della composizione sociale delle forze armate e dell’ordine in tutte le nazioni del mondo e si manifesterà la più banale delle verità: non è difficile alimentare le paure degli oppressi. La massa mediata, dunque, sanguinosamente facile da irreggimentare agli scopi dei loro elargitori di privilegi in termini materiali, mentali o altri. Dunque, partiti o individui caratterizzati da un’attività di tipo perlopiù elettorale, non essendo effettivamente interessati ad un rovesciamento totale del sistema, non invocano mai l’uso della forza da parte delle masse, ma la usano come minaccia verso le istituzioni dei coloni al fine di ottenere più peso e potere politico.

“Il reietto impaurito è spesso più miserabile ancora del dominatore, il realista è più feroce del re in persona”. (A. M. Bonanno)

Esiste una continuità con il mondo coloniale che si fonda in maniera sempre più solida su concetti identitari e i differenziali che ne derivano. La replica di questo schema di significare il mondo è concretamente la metastasi del “normale” che affligge percorsi ed esplosioni di libertà opponendone burocrazie e standard, a tutti i livelli. La possibilità di intessere discorsi identitari su tutti i livelli rende possibile la replica all’infinito di confini, affacci da cui il sistema di capitale conduce il suo andamento di espansione-contrazione. I fili spinati dell’identità, pietra angolare della legittimità del sistema capitale-statalista, permeano l’esistenza dei sudditi, influenzandone ogni aspetto dell’esistenza. Lo stesso dispositivo ha, dunque, costruito i confini del discorso d’esclusione che troppo spesso i “movimenti territoriali” (s’intende quelli mediati da pastorx d’anime) hanno dispiegato per corroborare l’indice incolpante contro ormai famosx “infiltratx”. Bisognerebbe prendere atto che le mediazioni politiche, quand’anche non propriamente partitiche, tendono a cloroformizzare la partecipazione spontanea, indipendente ed autonoma. I confini di un “movimento” troppo spesso delineano un contenitore di pratiche e procedure che hanno l’effetto di posporre la vita aderendo all’esistenza inerziale che il mondo colonial-capitalistico desidera. L’idea stessa di movimento “territoriale” suggerisce l’esistenza di caratteristiche specifiche senza le quali non si potrebbe aderire a quella lotta in particolare. Questo particolarismo è utile solo alla riproduzione della posizione di “capo-bastone” che, incistata nel modo di vedere le cose, viene replicata e cucita su ogni forma di vita altra, con la pretesa di ridurne l’esistenza a standard conosciuti e concordati in comunità strette e fortemente mediate da figure “leader”. Questo tipo di organizzazione a livelli fa di moltissimi movimenti “territoriali” delle strutture parecchio simili a quelle dei partiti. Infatti, troppo spesso le istanze di tali movimenti, auto-dichiaratisi indipendenti in principio, finiscono per impolpare il piatto dei contenuti delle campagne elettorali, svuotando definitivamente ogni possibile carica di rivolta dell’istanza “territoriale”.

Tali vescovi dei labili “no” finiscono presto per dimenticare la loro primaria definizione di “movimento territoriale”, stabilendo un differenziale basato sul successo e la “comunicabilità” che apre le porte a strutture organizzate, abdicando definitivamente all’auto-gestione, se non in piccoli e tribali rituali da chiacchiera “infra nos”. I movimenti di lotta “territoriale” così sentono di divenire difensori del milieu territoriale, proponendo “alternative” che non fanno altro che aggravare la portata della loro (innocente?) menzogna. Il “percorso” tanto gradito a tali assemblee, utile a rendersi comprensibili anche “alla vecchina al balcone”, si trasforma in una routinaria e vuota tradizione fatta di appuntamenti periodici e rituali a ripetizione. Il discorso “territoriale” è caratteristico di diversi movimenti, la “difesa del territorio” diviene un elemento fondante di questo tipo di aggregazione scenica. Una modalità di aggregazione che non concede null’altro che la pedissequa ripetizione della  quotidianità, escludendo ogni seducente possibilità di gioia.

Il taboo della violenza, che si concretizza poi nella pacificazione più servile, esclude inoltre la possibilità di un discorso concreto sulla repressione e le strategie- tanto collettive, quanto individuali- che si potrebbero dispiegare nel fronteggiarla, normalizzando di fatti il rapporto di potere unilaterale che intercorre tra oppressore ed oppressx e il suo potere di farci percepire solx. Inoltre, non si può assolutamente eludere l’azione cloroformio che questa vita-galera ci sottopone quotidianamente. Troppo spesso, infatti, ci si trova impreparatx davanti all’aggressione da parte dell’ “ordine costituito”. Ma ulteriormente impreparatx davanti alle furbate di chi cela ulteriori intenzioni oltre quella di “riempire le piazze”. Mentre certi sacerdoti condannano qualunque altra pratica come colpevole di svuotare le fila dei loro movimenti, lasciano aprire le loro sfilate dai segretari di quegli stessi partiti di c.d. opposizione che non hanno esitato e non esitano a porgere il fianco e fare favori a chi la vita la odia!  Trasformando il tutto in un banale e “normale” spettacolino elettorale, tutta carta straccia una volta allontanatesi le urne dai calendari di questi funzionari.

Quando spossessatx fanno scricchiolare le loro catene il mondo dei ben pensati di partito e di movimento si scandalizza. Questo mondo affonda il viso tra le mani per una scritta su un muro, per una vetrina infranta, per una sassaiola su un plotone di polizia e reputa “normali” (normalizzandole) le tragedie umane alle quali quotidianamente questo mondo ci sottopone. Si concepisce possibile tenere i fucili costantemente puntati contro stranierx alle frontiere e ci si scandalizza se per una volta, invece, quella violenza cambia direzione e, anziché essere strumento di riproduzione di potere, diviene mezzo di libertà, di concreta solidarietà senza alcun confine. Così la prima frontiera della repressione, volenti o nolenti, è la pretesa di aderire al copione democratico del dissenso secondo le regole da parte dei movimenti di massa mediata. E poi… lo sbirro che risiede in ognunx (o quasi) di noi.  Ma come micelio, anche se la terra è resa infertile, prima o poi rispunta e, comunque, nel frattempo…seguendo vie differenti da quelle percorse va manifestandosi “altrove”. Anche se spesso certe relazioni di potere si replicano pedissequamente in questi “altrove”, avviene comunque che la gioia esploda e colori oltre che i cieli e i muri delle città, anche le sue strade. Quando le catene scricchiolano a volte, poi, si spezzano. Ed anche se poi, la maggior parte delle volte, tornano più strette di prima, quei momenti sono impossibili da alienare dalla dimensione dei fatti. E così il piatto sopravvivere delle nostre routine delle volte si incrina e prende delle direzioni inaspettate che, seppur non totalizzanti, divengono sempre più consistenti nel se. Le brecce che si sono rotte non possono più risaldarsi, anche opponendovi tutto lo squallore cementificante possibile a questo mondo.

“Illuminata dalla violenza la coscienza del popolo si ribella contro qualsiasi pacificazione. I demagoghi, gli opportunisti, i maghi hanno ormai il compito difficile. La prassi che le ha buttate in un corpo a corpo disperato conferisce alle masse un gusto vorace del concreto. L’impresa di mistificazione diventa, a lunga scadenza, praticamente impossibile.” (F. Fanon)

Tutti quei fuochi di vicinanza, ogni insurrezione e ribellione di solidarietà nei confronti della libertà; ognuna di queste brecce, ognuno di questi momenti in cui la violenza si è ritorta contro il padrone, ogni viso che si è esposto con le persone detenute e/o in lotta contro questo orribile e squallido mondo intriso di “crazia”, ognuna di queste diserzioni ha fatto sì che questo bramoso mostro capitale tremasse ancora un altro po’. Ed ogni esperienza di liberazione, anche se assolutamente effimera, diventa ispirazione, coraggio, propulsione per altri momenti di libertà e per altrx; diventa un’ulteriore sbavatura su tutto questo trucco che edulcora le galere della vita.  Per questo, e molto altro ancora, prendere le distanze e criminalizzare tali atti di libertà significa riprodurre e corroborare relazioni di potere che sono le armi fondamentali con cui il mondo vigente si mantiene in vita.

Queste parole sono tutte contro i nemici della vita, costruttori di ghetti ben sorvegliati! E sono tutte in solidarietà a chi si trova ingabbiatx. Sia dentro un carcere che dentro un’esistenza costantemente sotto la minaccia del “fallimento”. In solidarietà a tutte le persone sole nell’angolo buio di questa non-vita a rilascio prolungato. In solidarietà e vicinanza a chiunque convive e condivide punti interrogativi. In solidarietà agli irreversibili dubbi verso tutto! Contro ogni certezza raggelante e definitoria! Queste parole sono un ennesimo tentativo di liberarmi di queste scarpe di cemento nello sguazzare dentro questa palude.

Con il cuore e lo stomaco stretti in una morsa delle volte letale. Con il formicolio alle mani. CON AMORE E RABBIA!

“DAI CORTEI PER RAMY A MILANO AI CORTEI NAZIONALI E NON PER LA PALESTINA IL PRIMO NEMICO DELL’ INSURREZIONE SONO I MOVIMENTI E I CORPI APPACIFICATORI!
SOLIDARIETÀ ALLX ANARCHICHX RINCHIUSX NELLE GALERE DA CATANIA ALL’INDONESIA.
SEMPRE PACIFISTX, MAI PACIFICX!” (Bak)

CANALE TELEGRAM PER INFORMAZIONI E AGGIORNAMENTI SU “CORPI, LUOGHI FRONTIERE – TRE GIORNI CONTRO LA MERCIFICAZIONE DEI TERRITORI”

Diffondiamo

Canale Telegram per informazioni e aggiornamenti su campeggio e discussioni della tre giorni contro la mercificazione dei territori:
Corpi Luoghi Frontiere – 26, 27, 28 Giugno – Fattizze, Salento

Telegram Channel for info and updates about the camping and the discussions of the three days against the exploitation of local areas:
Corpi Luoghi Frontiere 26th, 27th, 28th of June – Fattizze, Salento

https://t.me/info_corpi_luoghi_frontiere

CATANIA: PRESIDIO SOLIDALE SOTTO AL CARCERE DI PIAZZA LANZA

Diffondiamo:

Venerdì 12 giugno dalle 15

Al fianco di chi ogni giorno resiste dietro le sbarre.
Per portare calore alle persone recluse.

Il carcere è un luogo di sofferenza e disagio che distrugge la personalità degli individui costretti a vivere in condizioni disumane. Ma è lo stesso concetto di prigionia, di privazione della libertà a essere un crimine efferato. Dietro le falsità di reinserimento, risocializzazione e correzione, emergono evidenti i caratteri di vendetta e punizione.
Vivere il carcere significa perdere il controllo della propria vita, dall’aspetto economico e relazionale fino a quello alimentare e sessuale, significa essere sottoposti a umiliazioni e vessazioni quotidiane. È un luogo altamente patogeno, in cui lo stress indebolisce le difese immunitarie, le cure sono insufficienti e forzate, dove detenute e detenuti sono spesso le cavie di terapie sperimentali o oggetto di annichilimento farmacologico. È un luogo di maltrattamenti, torture e omicidi, spesso e volentieri, celati. Venerdì 22 maggio, l’ennesima morte per mano dello stato nel carcere di Piazza Lanza. Un uomo in condizioni di salute precarie è stato lasciato morire in cella.

16 perquisizioni e 3 arresti sono stati effettuati a seguito del corteo del 17 maggio 2025 a Catania contro la repressione per dei fatti avvenuti presso il carcere di Piazza Lanza in solidarietà con le persone detenute. Questa operazione si aggiunge alle altre innumerevoli avvenute di recente nel territorio, come quelle per il Carnevale no ponte, per le proteste pro-Palestina e l’operazione Safe Zone.
Appare evidente che stiamo vivendo in una società piena di carceri, di repressione, di controlli asfissianti che si addentrano fin nei comportamenti individuali e intimi. Il carcere è l’espressione più brutale e immediata del potere e, come il potere, va distrutto. Non può essere progressivamente abolito. Chi pensa di poterlo migliorare per poi distruggerlo ne rimane prigioniero per sempre.

CHIAMATA INTERNAZIONALE: “RAICES Y RADICALIDAD” DA MIGUEL PERALTA E JUAN SORROCHE

Diffondiamo questa nuova chiamata alla poesia, haiku senza haiku e versi liberi e scatenati, nata come continuazione del progetto “Haiku senza haiku” del 2023.

La nuova raccolta prenderà il nome di “Raices y radicalidad”, ed e’ stata lanciata dai compagni Juan Sorroche, detenuto nel carcere di Terni (nel territorio chiamato Italia) e Miguel Peralta, che in qualche parte del mondo in questo momento sfugge alla persecuzione dello “stato messicano”.

Raices y radicalidad aspira a creare uno spazio d’incontro, convergenza ed espressione per le persone che “affrontano, resistono e lottano contro il potere ogni giorno” in diverse latitudini.

Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, sentimenti, parole a questo nuovo progetto.

Diamo il benvenuto a contributi in qualsiasi idioma, lingue originarie che resistono e fioriscono nonostante l’imposizione delle lingue coloniali, così come ad ogni modalità di espressione libera.

Questa è una chiamata per non smettere di sognare, immaginare e realizzare infiniti mondi nuovi!


Dal manifesto di lancio:

Fin dalla colonizzazione, i popoli hanno sviluppato diverse forme di resistenza e sopravvivenza in risposta al modo in cui il capitale ha saccheggiato i loro territori, dall’estrazione dell’oro a quella delle terre rare, dai megaprogetti alla grande menzogna del capitalismo verde, fino alla guerra.
Quanto più il capitale rafforza il suo sfruttamento e l’imperialismo coloniale, reprimendo e sterminando, tanto più la lotta e la resistenza dei popoli per difendere i propri territori devono essere rafforzate in ogni parte del mondo.
Nella nostra vita quotidiana, attraverso l’iperconnettività digitale, abbiamo normalizzato la ricezione di informazioni da tutto il mondo in tempo quasi reale. Abbiamo anche normalizzato l’idea che un click su un “like” ci renda partecipi di una lotta. Questo fenomeno sta limitando le azioni, erodendo pratiche che sono sempre appartenute a popoli e individui e ci priva di spazi per l’autodifesa e l’azione. Con questo appello, vogliamo creare uno spazio di convergenza attraverso la solidarietà internazionalista, condividere i nostri sentimenti per entrare nel profondo delle lotte del Sud globale in una prospettiva anticoloniale, dis-imparare, solidalizzarci e liberarci. Questa è una chiamata rivolta ai popoli in resistenza, ai/lle collettivi/e, alle individualità, alle persone prigioniere, in fuga, in clandestinità, alle persone migranti senza o con i documenti, alle dissidenze sessuali, collettivx di sex workers, alle famiglie in ricerca dei/le figli/e scomparsi, alle autonomie e autodifese, agli spazi occupati, ai gruppi di sostengo per detenutx, a creatrici/ori e artistx dissidenti, a tutti coloro che quotidianamente resistono e sfidano il potere.

Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, sentimenti e parole a questa raccolta che abbiamo intitolato “Raices y Radicalidad”.

Raices y radicalidad, poiché le radici rappresentano l’origine, la memoria collettiva, che si trasmette nel lungo cammino del tempo. Queste radici influenzano la formazione dell’identità, il modo in cui gli individui si riconoscono e si definiscono. A sua volta, il territorio è il luogo in cui si vive, e queste radici si sviluppano ed esprimono in diverse pratiche politiche e socioculturali. Pertanto, la radicalidad è un profondo ritorno all’origine; è come una radice che penetra la terra in cerca d’acqua, scavando in profondità e connettendosi con la memoria e il territorio, vedendo con trasparenza chi siamo e da dove veniamo. È un modo di esistere che non si ferma in superficie, ma cerca le profondità dove nascono idee, identità e cambiamenti.

Vi invitiamo a contribuire con parole, disegni e creazioni a questa raccolta di parole finalmente libere, sillabe incendiarie, haiku senza haiku e versi scatenati dalla logica della metrica e lanciati a briglia sciolta verso l’infinito, scatenati da proprietà e mercificazione. Gli scritti raccolti saranno pubblicati in cartaceo attraverso delle autoproduzioni, verranno letti durante iniziative autogestite e diffusi non solo tra tutte le persone interessate e “libere”, seppur prigioniere nelle carceri, negli istituti psichiatrici e nei centri di detenzione per migranti, ma anche a tutti coloro che sono reclusi nelle scuole, nelle fabbriche, nei quartieri e nelle campagne, ma continuano a sentirsi liberi e non credono nell’illusione che questa società ecocida possa continuare.

“Raices e radicalidad” nasce dal dialogo scritto tra Juan Sorroche, compagno incarcerato nel maggio 2019 dopo due anni di clandestinità e detenuto in un carcere di quella che chiamiamo ancora Italia e Miguel peralta, anarchico della comunità di Eloxochitlan de Flores Magon, detenuto per cinque anni nelle carceri messicane, che ora vaga da qualche parte nel mondo, ma che è ancora sotto processo…

Invia i tuoi Haiku senza Haiku a:

raicesyradicalidad@canaglie.net

oppure

Spazio di documentazione Il Grimaldello
Via della Maddalena 81r.
16124 – Genova – Italia

MESSINA: DOPO L’AVVISO ORALE, ANCHE UN FOGLIO DI VIA

Diffondiamo (qui il testo in pdf):

DOPO L’AVVISO ORALE, A MESSINA, ANCHE UN FOGLIO DI VIA.
LA CARTA È SOLO CARTA, LA CARTA BRUCERÀ!

Dopo l’avviso orale da parte del questore di Messina nei confronti di unx compagnx per un presidio di fronte al tribunale e del successivo corteo solidale in città il 17 dicembre 2025, giorno della prima udienza relativa al Carnevale No Ponte, anche un foglio di via nei confronti di unx altrx compagnx da “fuori provincia”.

“Se per lo Stato la rivolta contro questo schifo di mondo è violenza, allora ben venga la violenza. Una violenza che si opponga alla ferocia della macchina repressiva che tutela il capitale e i suoi interessi. Col cuore strettx allx compagnx in carcere, e il desiderio di riempire le piazze e non lasciarlx solx”. 

Queste le ultime righe del volantino che il 17 dicembre è stato distribuito nella piazza del tribunale di Messina in occasione di un presidio solidale durante l’udienza sulle misure cautelari per le persone inquisite nel quadro dei fatti avvenuti a Messina lo scorso uno marzo, il giorno del carnevale no ponte. Oltre ad un avviso orale (a riguardo sono state diffuse delle riflessioni nello scritto titolato “GUERRA NO, GUERRIGLIA SÌ – UN CONTRIBUTO DA MESSINA A SEGUITO DEL RICEVIMENTO DELL’ AVVISO ORALE”) si aggiunge, ora- alla lista dei provvedimenti polizieschi di quel giorno- un foglio di via della durata di tre anni, emanato dalla questura di Messina nei confronti di unx solidale da “fuori provincia”. Dispensatori di solitudine e frammenti sociali controllabili in una città asfissiante, ove la reattività questurina si fa notare con una certa avidità di attenzioni. Ancora una volta, il provvedimento è accompagnato dall’affermazione dell’ormai tipica retorica dei “provenienti da fuori” e dei “soliti noti”, ben sostenuta dai vari salottieri locali.

Sarebbe ridondante, ma anche mai abbastanza, ripeterci il contesto entro cui si inserisce questa guerra dello stato nei confronti dei modi dello stare insieme differenti dal soffocante tracciato che la socialità del profitto prevede. Ma non stupisce certo il “normale” funzionamento dell’apparato repressivo in una città dove non si muove nemmanco una foglia oltre quello a cui il routinario ‘status quo’ ci ha abituatx (leggi: costrettx). Hanno inondato una città (l’ennesima) di telecamere per sorvegliare bene che l’agonia imposta non si trasformi mai in iato vitale. Soffocano la vita con tribunali, polizie e provvedimenti, mentre sponsorizzano la morte implementandone l’infrastruttura a tutto campo… Si pensi alla zona falcata di Messina, prossima a ri-centrarsi come hub di guerra nel Mediterraneo attraverso la sua “riqualificazione” in chiave squisitamente militare. Una zona sottratta alla vita da tempo, già “cittadella infame” che durante i moti del 48′ sparava cannonate sullx messinesi insortx; nel 900, prima infettata da effimere industrie che hanno presto lasciato spazio all’abbandono e, poi, infestata dagli zombie mimetici a spalle stellettate. I marinai del tricolore, quelli che ricercano migrantx nel Mediterraneo per portarli nei 10 (e, apparentemente altri in costruzione) CPR presenti sull’italico suolo o in Albania, per esempio. Proprio in questo stesso porto, nel 2018, la guardia costiera Libica riceveva in regalo dal governo italiano due motovedette classe “Corrubbia”, consegnate a quei miliziani addestrati in Italia ad assassinare…

E vogliamo parlare del solito e squallido giochino della democrazia che ha visto l’amministrazione comunale in carica invocare il voto anticipato certa di potersi accaparrare- ancora- questa gallina dalle uova di cemento dorato che è la Messina dei milioni del PNRR e del (bancomat) ponte sullo Stretto? O della totale messa in vendita della città nella vetrinetta “concessa” ad MSC crociere in cambio dell’ennesimo squallido cantiere per un futuro (ma manco troppo) hub crocieristico? Un porto del tutto rinnovato; da un lato la vorace industria del turismo e, nella banchina antistante, le navi di una guerra sempre più imminente ai “confini esterni” della società ma già del tutto presente al suo interno.

Ed è proprio nel solco di questa guerra che si muovono le “normali” trame del “più gelido dei gelidi mostri”. Una reattività immediata da parte della questura atta a cauterizzare quello che, altresì, rischierebbe di sfuggirgli di mano. Non lasceranno più che questa teppa si muova indisturbata in città, d’altronde l’isolamento e la mostrificazione mediatica garantita anche dallo spalluccismo di certi personaggi “sinistri”- insieme a fattori intrinsechi ai traumi che la mannaia dello stato dissemina- ha reso ancora più spazio alle prepotenti azioni dei cittadini in divisa. Dietro a cotanto saccheggio di vita, come un vetrino della loro squallida ed imperante scienza, si intravedono non troppo nascoste le trame politiche dei salotti del ben parlare di questo crocevia di squallidi interessi; ma, comunque, la “pericolosità sociale” diviene la primaria piaga da attenzionare ossessivamente. Lo si è già visto in città con la modifica del regolamento di polizia urbana che di fatto istituiva una forma “ammorbidita” di zone rosse nel centro cittadino. Oltre quelle già individuate dalla normativa nazionale, venivano incluse alcune aree ritenute “sensibili” per il loro “degrado” e da lì l’ostracizzazione della vita vissuta per fare spazio a presidi fissi di baschetti fiammella muniti e luci blu- “fanno il deserto e lo chiamano decoro”. Non è questione di vittimismo o di rimanere stupitx davanti alle azioni poliziesche, è che sarebbe quantomeno sprovveduto non mettere a fuoco la questione che se da queste parti l’ordine e la sicurezza hanno il nervo scoperto delle motivazioni dovranno pur esserci: un presidio ed un corteo solidale hanno subito dato adito ad indagini e provvedimenti (attualmente, appunto, due), azioni routinarie in altre aree geografiche sono qui pretesto per un ulteriore accanimento poliziesco. C’entra forse che quelle persone presenti in piazza il 17 dicembre significavano l’ennesimo smacco all’operazione di isolamento che lo stato, per mano delle sue autorità, compie quotidianamente nel tessuto relazionale del vissuto? C’entra forse che questo effetto boomerang dell’azione zelante dei gendarmi mette radicalmente in crisi la percezione che l’unico modo per opporsi alla devastazione delle nostre vite sia quello dettato dal “dissenso democratico”? Sarà che chiunque insinui che nel ponte, nella repressione, nella guerra, nella fame, nella solitudine insista il medesimo virus del profitto e del potere venga fatto aderire tout court a quelle categorie di persone sterminabili? Beh… cosa certa è che in nome del decoro e della sicurezza tutelano e celano succulenti scempi di guadagno.

Insomma, dalle giornate in solidarietà alle persone inquisite per i fatti del carnevale no ponte sono-ad oggi- maturati un avviso orale ed un foglio di via della durata di tre anni, corredati dalle relative denunce (“blocco stradale”, “oltraggio e minaccia aggravata a P.U.”, “manifestazione non autorizzata”, …). Eppure quel giorno ci si è ritrovatx per agire solidarietà in un mondo che ci vorrebbe invece investiti solo dell’angusto ruolo di agitx, per poter far di noi carne da macello nello sterminio scientifico del capitale. Esattamente quella solidarietà che è considerata una scintilla pericolosa in un mondo disseminato di polveriere e, quindi, perseguitata dall’ordine e dalla disciplina a logo ‘S’ doppiamente sbarrata. La solidarietà è, dunque, pericolosa. Lo confermano anche i fogli di via emessi qualche mese fa dalla questura di Varese in occasione di un saluto solidale ad unx amicx e compagnx detenutx lì dentro. Lo confermano anche i trasferimenti da un carcere ad un altro di detenutx che raccolgono la solidarietà da “fuori” e diventano, dunque, scomodx negli equilibri tanto precari che si instaurano nel mantenimento minimo dell’ordine interno. Come successo nel trasferimento verso il carcere di Potenza di una delle tre persone sottoposte a misure cautelari sempre nel quadro del processo relativo ai fatti del carnevale no ponte; a poco è servito questo tentativo di isolamento, la solidarietà- e chi la agisce- disconosce i vostri confini ed il valore divisivo che lorsignori accollano a tempo e spazio- acuminate lame del potere. Il rinnovo della detenzione al 41/bis di Alfredo Cospito sottolinea, ancora, la necessità degli amministratori del potere di creare dei pascoli recintati e ben sorvegliati, alcuni molto angusti, per rinchiudervi le “pecore nere” di questa concreta favola dell’orrore. La necessità di mettere “sotto censura” persone che si ritrovano ristrette e detenute non conferma che certe cose non conoscono il confine della corporeità trasformandosi, invece, in intenzioni osmotiche cui qualunque respiro potrebbe nutrirsi? Le pesantissime misure cautelari inflitte nel contesto dell’operazione “Ipogeo” non mettono in luce, forse, il fatto che da certe parti non è gradito alcun tipo di “innalzamento dell’asticella” dello scontro? Oppure, tutte le misure che lo stato ha inflitto nei confronti di chiunque esprimesse, in maniera attivamente critica, la propria solidarietà con la gente di Palestina, non confermano ancora una volta la pericolosità del “dolore che si fa coscienza” e della “coscienza che si fa azione”? Cosa confermata anche dal moltiplicarsi di personale delle FF. OO. per le strade delle città e dalla loro sempre crescente militarizzazione.

Allora preme rimbombare le parole scritte in “GUERRA NO, GUERRIGLIA SI- UN CONTRIBUTO DA MESSINA A SEGUITO DEL RICEVIMENTO DELL’ AVVISO ORALE”, da Claudio in relazione all’avviso orale sopracitato:  “[…] in faccia alle intimidazioni repressive mi preme dire innanzitutto questo. Mi preme gridare: viva la classe pericolosa!”.

E quindi, “la carta è solo carta, la carta brucerà” è anche un auspicio in tensione verso la pratica della diserzione. Che bruci ogni convocazione al servizio e all’ubbidienza nei confronti di questo mondo-cantiere. E “la carta è solo carta, la carta brucerà” perchè così sarà con questo “regno delle apparenze” che si dota di orpelli che sanno di eternità (seppur a-storica) ma che nulla hanno a che vedere con la sua vera essenza, altrimenti non si spiegherebbe la necessità- da parte di stato e capitale- di mantenere l’esercizio monopolistico della violenza. Il patrimonio è difeso solo in quanto è immagine nitida dell’ordine democratico e della sua percepita eternità. Quindi, contestare tale monopolio e rivolgerlo contro il patrimonio appare, ad oggi, una via concreta per mettere in discussione la fissità del potere, se non la sua stessa esistenza. Proprio per soffocare e stabilizzare ogni vacillamento possibile esistono carceri, fogli di via, avvisi orali, sorveglianze speciali, caserme, sbirri, sbirri interiori, pattuglie, telecamere, collaborazionistx… Proprio in tutela dell’ordine democratico- anche nella sua dimensione più simbolica- dal Codice Rocco, ancora oggi, viene diffusamente applicato il reato di “devastazione e saccheggio”. Eppure la loro stessa legge, nel secondo coma dell’articolo 419 del codice penale, mira a punire chi con la propria azione di “devastazione e saccheggio” comporti “una diminuzione dei mezzi di difesa pubblica e della sottrazione di risorse e sostentamento alle popolazioni”. Domandarsi ancora una volta chi ci devasta e saccheggia davvero la vita, allora, ha ben poco di retorico.

La carta è solo carta, la carta brucerà è un grido di solidarietà “AVEC LE SANS PAPIER”!!! LIBERX TUTTX!! LIBERX SUBITO

SALENTO: LUOGHI – CORPI – FRONTIERE. TRE GIORNI CONTRO LA MERCIFICAZIONE DEI TERRITORI

Diffondiamo:

Tre parole per provare a tracciare ed intrecciare un’idea di internazionalismo che, per diventare concreta, necessita di dare significato a ciò che siamo, entro e attraverso i luoghi che abitiamo. Animate da questa tensione stiamo organizzando un campeggio di 3 giorni, in Salento, confine meridionale della fortezza europea, nel tentativo di agevolare questa prospettiva attraverso incontri e dibattiti. Perché pensiamo che lottare contro la colonizzazione e la rapina capitalista debba necessariamente comportare l’osservazione dei luoghi come a degli organismi complessi, composti di elementi umani e non umani che viaggiano nello spazio e nel tempo, resistendo o piegandosi alla pressione esercitata dall’esterno. Esattamente come fanno i nostri corpi.

Abbiamo visto lo stravolgimento del territorio in cui viviamo sotto la violenza della ragione dello Stato e del mercato: ridotto a discarica di rifiuti della grande industria europea, spopolato dal ricatto occupazionale, stravolto dalle infrastrutture energetiche e militari e oggi venduto sul banco del turismo. Che questa sia storia antica e non solo nostra, non ci induce a consolata rassegnazione ma ci incoraggia a cercare complicità attraverso e oltre quel limes abitato da altre come noi. Sappiamo che il colonialismo, la repressione e lo sfruttamento possono realizzarsi in forme e intensità molto diverse, fino ad arrivare al genocidio e all’ecocidio, ma sappiamo anche che c’è molto che ci accomuna, perché la frontiera, che è fatta per separare, è pur sempre il luogo in cui si può anche stare di fronte, in una postura dialogica.

Radicamento e disposizione alla mobilità hanno permesso di sviluppare una capacità di condivisione che vorremmo sperimentare attraverso la realtà concreta dell’incontro. Durante i tre giorni andranno a susseguirsi interventi e dibattiti, presentazioni ed escursioni alla scoperta del territorio circostante. Parleremo e ci confronteremo su pratiche di lotta ma anche di sussistenza e di resistenza, su forme di organizzazione e modi di intendere il nostro essere nel presente. Presenteremo una rivista antimilitarista redatta in Italia, che guarda da una prospettiva internazionalista alle pratiche di insubordinazione, disfattismo e sabotaggio della macchina bellica. In continuità con questo tema discuteremo di spazio mediterraneo come spazio di guerra con particolare riferimento alle rotte migratorie e alla città di Taranto come avamposto del controllo militare.

Parleremo della terra e del lavoro che la lega agli uomini e alle donne nel passato e nel presente dei territori che viviamo: la resistenza dei contadini attraverso la rivolta contro l’usurpazione e l’esproprio dei mezzi di sussistenza; la condizione del lavoro agricolo oggi, sotto il ricatto dell’industria per la grande distribuzione. Parleremo di turismo come industria di estrazione di profitto, mettendo a confronto le diverse realtà dei nostri territori, discutendo sulle prospettive che riusciamo a rappresentare.

Si parlerà di frontiera come luogo di possibilità: cerniera che mette le comunità una di fronte all’altra, nell’organizzazione di “ecoregioni” come quella occitana premoderna in cui le Alpi occidentali furono fertile luogo di incrocio. Ancora, frontiera come luogo da attraversare, luogo di sospensione e di pericolo, in cui fondamentale è la solidarietà e l’organizzazione: ne parleremo con un compagno attivo sul confine tra Polonia e Bielorussia. E poi ancora di frontiera come spazio di comunicazione e organizzazione fra margini, tema di discussione che sarà introdotto dalla presentazione del lavoro collettivo di “Les peuples veulent”, un piccolo libro illuminante che, in qualche modo, ha dato ispirazione e impresso una forte energia all’organizzazione di questo incontro.

La tre giorni sarà ospite all’interno di un campeggio attrezzato, a circa 5 chilometri dal mar Jonio, completamente autogestita e autofinanziata.

Avremo dunque necessità di sapere quanto prima il numero delle persone partecipanti. A tal fine scriveteci all’indirizzo: maisiaturista@riseup.net

BOLOGNA: CHIAMATA ANTIFASCISTA [9 MAGGIO]

Diffondiamo:

Se la faccia democratica del razzismo, nell’evidenza più stagnante, continua a erigere lager di Stato in cui deporta e uccide sempre più persone -quando non le ammazza nel Mediterraneo-, la sua espressione concreta si perpetua da sempre all’interno di politiche di controllo e sorveglianza su corpi e territori. Con la stessa retorica di confini e identità nazionali da difendere, i nostalgici delle camice nere il 9 maggio escono dalle fogne e chiamano un presidio in città sotto lo stemma di Remigrazione e Riconquista. Burattini consapevoli, agitati dallo stesso Stato Italiano razzista e colonialista, si uniscono in una parata grigia di islamofobia e odio verso persone razzializzate, considerate come la grande minaccia alla patria e alla sua sicurezza.

Ancora una volta, la creazione del nemico pubblico trova spazio tra i più servi per distogliere l’attenzione dall’unico terrorista esistente: lo Stato. E proprio a riproduzione di questo Stato, i fascisti di Remigrazione propongono tra i loro 10 punti anche un fondo per la Natalità Italiana, il cui obiettivo sarebbe quello di sostenere nuove nascite al fine di “contrastare il declino demografico e la crisi identitaria.” I costanti attacchi all’aborto dei cattofascisti si legano a doppio filo nelle mire identitarie dello Stato Nazione: è questo il connubio in cui razzismo e controllo dei corpi delle donne si fondono al fine di riprodurre la bianchezza della popolazione.

Remigrazione e Riconquista, composta da CasaPound e Rete dei Patrioti e sostenuta dalla Lega e dal partito di Vannacci, si inserisce all’interno di un contesto globale sempre più xenofobo e razzista. Non c’è da stupirsi davanti alla comparsa di scritte sioniste o di adesivi islamofobici, come quelli rinvenuti davanti alla Moschea di via Pallavicini, quando la normalità prestabilita si compone di CPR e deportazioni. Ad aggiungersi a tutto questo, anche il nuovo patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che entrerà in vigore da questo giugno, rendendo i confini ancora più invalicabili, permettendo la detenzione dei richiedenti asilo, facilitando le deportazioni e finanziando ulteriori centri di detenzione per migranti Per questo non gridiamo allo scandalo, perché nelle adunate di nostalgici come quella di sabato ritroviamo, in forme diverse, le stesse logiche che governano la nostra società nel suo complesso.

Non abbiamo Stati amici o presunti valori democratici a cui richiamarci, perché sappiamo che il rapporto tra il fascismo e le istituzioni democratiche è un rapporto segnato dalla continuità molto più che dalla rottura. Per questo il nostro antifascismo è militante e conflittuale rispetto all’ordine costituito, e si pratica agendo in prima persona, senza deleghe. Dalla Palestina fino ai sud globali, colpire il colonialismo e i suoi fautori è la chiara risposta di chiunque si opponga alla distruzione e alla morte, e il passo che più ci avvicina alla liberazione. Sotto una lente che si oppone a gabbie mentali e fisiche, rifiutando l’imperialismo in tutte le sue forme, non ci resta che agire sovvertendo. Per tutto questo, il nove maggio facciamo rumore contro lo Stato e i suoi patrioti. Ovunque saranno loro, troveranno anche noi.

CESENA: “DAVANTI ALLA REPRESSIONE” – DISCUSSIONE SU COME TUTELARSI IN OCCASIONE DI INTERVENTI DI POLIZIA E SITUAZIONI DI PIAZZA

Diffondiamo

SABATO 23 MAGGIO 2026
Allo Spazio Libertario “Sole e Baleno”
via Sobborgo Valzania 27, Cesena.

* Ore 18:00 – “DAVANTI ALLA REPRESSIONE”, discussione aperta assieme a legali dell’Associazione di Mutuo Soccorso Per Il Diritto Di Espressione su come tutelarsi in occasione di interventi di polizia e situazioni di piazza + approfondimenti sugli ultimi decreti repressivi del governo.

Chi si avvicina alle lotte è il primo obiettivo della repressione: con questa strategia lo Stato cerca di isolare i movimenti e scoraggiare la partecipazione e la loro crescita.
Un’infarinatura di base… in modo da non farsi prendere dal panico!

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