SULL’OPERAZIONE ANTIANARCHICA DEL 16 GIUGNO 2026

Riceviamo e diffondiamo dall’Assemblea NO CPR Milano:

L’operazione del 16 giugno 2026 non può lasciarci indifferenti. In quanto persone che si organizzano contro i CPR, ci fa rabbia e ci spinge all’azione ogni strumento che lo stato adopera per bloccare i corpi dentro le strette maglie di ciò che è permesso e di ciò che non lo è, in nome di un ordine democratico da difendere e dei suoi confini da salvaguardare.
Sappiamo bene quanto questo fantomatico ordine da difendere sia basato su gerarchie razziste e classiste, e per questo non possiamo che essere profondamente solidalx con chi cerca di metterlo in discussione. Ma, oltre al desiderio di esprimere solidarietà, questo testo punta anche a mettere in luce alcuni aspetti in comune tra la repressione che subiscono alcune figure che lo stato identifica come nemiche. Che si tratti di persone in movimento o di chi crede che lo Stato sia una contingenza storica oppressiva e non necessaria, quello che constatiamo con angoscia è la continuità dei dispositivi tecnologici e di controllo che vengono adoperati. Infatti, se di per sé non sono niente di nuovo le operazioni ‘anti-anarchiche’ e le indagini per 270, se è vero che non c’è alcuna novità particolare nel fatto che lo Stato cerchi di controllare chi può attraversare e stanziare nel suo territorio e chi no (si tratta di uno dei suoi obiettivi fondanti), quello che rappresenta una novità è la capillarità con cui alcune nuove tecnologie si diffondono silenziosamente nelle vite di tutti i giorni, fornendo materiale per operazioni giudiziarie fondate sul nulla, controllando ogni azione che avviene durante un corteo, o ancora tracciando gli indesiderati da rispedire oltre i confini della Fortezza Europa.

Qui il testo PDF

RIFLESSIONI A PARTIRE DA LATEBRE – OLTRE LE TENEBRE, NEL FURORE DELLA SEDIZIONE

Diffondiamo queste riflessioni di Luigi, anarchico prigioniero, a partire da Latebre – Oltre le tenebre, nel furore della sedizione:

Leggo con piacere Latebre, mi colpiscono molto due capitoli contenuti nella rivista, su quelli provo a riflettere. Sedazione, seduzione, sedizione perché parla di me, parla di noi. Delicatessen perché parla di orizzonti in lotta, di me, di noi ancora.

La galera è un posto buio, non sbaglia chi la definisce un “non luogo”. Ha l’intento di annichilire, tumulare, sedare e perché no? Anche uccidere lx nemichx dello stato, il terrore dei padroni?

Ma oggi i padroni hanno paura?

Sembrerebbe di no, in quanto è feroce l’avanzata della forza del capitale. Mezzo è la città che tutto ingloba, non ne è esente la campagna, la montagna, il vulcano, il mare, il verde ed il cemento hanno ormai lo stesso padrone.

La città a misura di uomo tecnologico, un automa 4.0 che vive nel comfort della sicurezza, agognata ricerca della stessa riempie le galere ed i lager dello stato, i CPR.

La campagna, ormai immense distese di serre al servizio della GDO, non esiste, intorno a me, terra libera da coltivare, dove auto-produrre lontani da logiche del capitale. Ma voglio essere chiaro, io mai comprerei la terra. E non perché ci sono nato, quindi è mia. Credo al contrario che io appartengo a la terra tutta e, se correttezza fosse un termine con un minimo di senso, dovrebbe essere la terra a comprare gli umani, non il contrario. Io occupo il suolo è un termine che mi e ci dovrebbe, rispecchiare. Tuttx siamo abitantx abusivx, o no?

Fa lo stesso la montagna, il vulcano, io c’ho vissuto per anni sotto, è stato emozionante vederlo sbuffare fuoco, sentire l’impotenza che ti pervade quando erutta, poi si scopre che una fetta di vulcano è di un privato. Ancora oggi se ci penso mi sento scemo, è surreale, come è possibile che si possa comprare un vulcano? Ma la domanda fatta al contrario è ancora più surreale: chi te l’ha venduto il vulcano? E no, non è stato Totò come con la fontana di Trevi.

È stato il comune, con il suo Totò, magari appoggiato dal “compratore di vulcani”, provvisto di spalle grosse e mazzetta facile. Mostruosità del caso. E il mare? “Il mare nostro ha continuato a riempirsi di affogati, sputati in acqua da legni fradici, senza in tasca neanche la ricevuta di un biglietto pagato a prezzo di usura. In una deportazione da dannati.”.

Le parole di cui ricopio anche le virgole per imprimerle nella testa sono quelle di Barbara Balzerani. Anche lei dannata della terra, una “terrorista” e perciò meritata la galera, che ha scontato. In mezzo a troppi non detti la rivoluzione di cui è stata parte attiva s’è infranta contro qualcosa di più grande della vita, ammesso che a qualcunx interessa la vita del prossimo, dellx altrx. A Barbara interessava, a me pure, forse per questo meritiamo la galera. Ed il secondino è convinto, anche a ragion veduta, che la nostra vita gli appartiene. Che è lui a decidere le sorti della intera esistenza del tumultuoso mare che è la popolazione detenuta. Sciocco! Siamo vivx, anche da mortx.

Penso ad Alfredo, al rumore che fa l’isolamento, a Nadia che dal 41bis batteva ogni dì per le compagne in AS2 a L’Aquila, penso a Carlo Cipriani che rifiuta di andare al mare con gli operatori, a tantx lottarmatistx, che non chiedono benefici dopo 30 anni di prigionia. È vero quanto si dice in Sedazione, seduzione, sedizione, “Il carceriere, il quale vuole che non si scordi nemmeno un momento l’insuperabile confine tra onirico e reale”.

Vero, come è vero che, se moltx sono confinati in una cella, è grazie al processo tecnologico che non ha creato solo nuove gabbie, ha fatto sì che si riempissero anche le vecchie. E tutto si interseca come se il Fato è stato così beffardo da farmi vedere tutto ed insieme.

Dice l’avv. che mi difende che ad incastrarmi sono state delle telecamere posizionate fuori dal carcere per bloccare eventuali evasioni. Sono quelle del carcere in cui sono ristretto, singolare, no? Come sono le telecamere ad incastrare 40 persone razzializzate, arrestate in un ghetto, ch’è comodo chiamare “piazza di spaccio”. Potrei andare avanti all’infinito ma mi frena il capitolo dopo, Delicatessen.

Perché è bello quando qualcosa colpisce così nel centro nevralgico, tanto che lo stato, anzi gli stati tentano di occultarlo.

Un sabotaggio a Carnia, non rivendicato (!?), eseguito da mani ignote ha rallentato il traffico del petrolio. Non solo in Italia, ma in buona parte dell’Europa. L’ingenuità d’animo mi fa viaggiare con la mente, vorrei conoscere le intenzioni politiche, vorrei saperne di più. Perché non ne hanno parlato? Poi ci penso meglio, è bene così. Non m’interessa chi è stato, mi interessa che è stato. Ed è andata, ha funzionato, ha lasciato il segno perché ne stiamo parlando, perché ha smosso, c’ha fatto felici, ci da la forza di continuare a sognare che l’impossibile non è solo un’utopia, ma è qualcosa alla portata di tuttx, anche di un’individualità, anche e solo animata da un’unicità, quella che sa che la vendetta dei padroni arriva, e magari ne ha – dico giustamente – paura, ma che comunque infrange e si schianta senza freni sulle barricate interne e viscerali del nostro io.

Se penso ad un sogno “possibile possibile possibile” credo sia questo. Ed è fondamentale perseguirlo perché così esiste.

A volte i discorsi con compagnx mi s’imprimono così tanto addosso che mi vien da dire che di questo sono fatto.

Un giorno unx mi disse “L’azione e la pratica vanno allenate”, ed un altrx di recente m’ha scritto che “La tensione costante logora”.

Come dare torto ad entrambx, lo scrivo da una galera, in tensione costante forzata, ma ho imparato a giocare con gli elastici ed a tenderli a mio modo, e questo perché ho allenato l’azione e la pratica.

Che non sono strumenti razionali, lo ben so, ma a vivere con i mostri da mostro ti ricorda ogni giorno che per vivere devi sopravvivere, a te, allx altrx, al nemico, ecco il nemico.

Quello è importante individuarlo, sapere dove si annida, cercarne i nervi scoperti, sapere cosa fare, perché allenando l’azione e la pratica, unita al pensiero, quello a Carnia non è un sogno, per lo più possibile possibile possibile.

Con il cuore stretto al fianco di chi lotta
Con Sara e Sandro più forti della fame
Con Anna, Alfredo, Nadia, Stecco, Ghespe, Bak e Paolo!

TUTTX LIBERX

Luigi Bertolani
C.C. Piazza Lanza
P.zza Lanza, n°11
95123 – Catania (CT)

(In caso di diffusione online, solo via blog e canali Signal/Telegram. NO Instagram, NO Facebook, NO media!)

SULLE ASSOLUZIONI PER LA MORTE DI VAKHTANG: LA FARSA DELLA GIUSTIZIA, LA REALTÀ DEL RAZZISMO DI STATO

Diffondiamo:

Si è chiuso in queste settimane il processo di primo grado per la morte di Vakhtang Enukidze, ucciso da un pestaggio delle guardie nel CPR di Gradisca, il 18 gennaio del 2020.

Il tribunale di Gorizia, a oltre sei anni dai fatti, assolve tutti gli imputati: Roberto Maria La Rosa, il centralinista in servizio quella notte, individuato – in fase di indagine – quale possibile responsabile della mancata risposta alle richieste d’aiuto dei compagni di cella di Vakhtang; assolve il ben noto Simone Borile, all’epoca direttore di Ekene e oggi direttore del campo di Gradisca, una delle figure peggiori fra i molti orridi padroncini che si riempiono le tasche con il business delle carcerazioni in appalto; assolve, soprattutto, lo stato, dunque se stesso e il sistema razzista di selezione – controllo – repressione – reclusione –  deportazione.

Che la “giustizia” tribunalesca si risolva in una simile farsa, stupisce poco. Fa, in ogni caso, un certo effetto sperimentarne, per l’ennesima volta, l’ipocrisia e la brutalità.

L’unico colpevole dell’uccisione di Vakhtang, ci dicono, è Vakhtang stesso, nonostante le evidenti responsabilità di quel tritacarne che è la detenzione amministrativa, dei suoi amministratori e dei suoi operatori, responsabilità emerse perfino in sede di processo.

È la pm Giulia Villani a incaricarsi di fornire un fulgido esempio dell’ideologia coloniale e razzista innata al sistema di oppressione e asservimento che normalmente rappresenta, nelle stanze di tribunale. È lei che in sede di processo chiarisce l’ovvio nesso tra quanto toccato a Vakhtang e la ribellione che lui stesso aveva osato mettere in campo dentro la galera in cui era rinchiuso: “episodi di danneggiamento, rivolta e violenza”,  perpetrati da una persona che “si distingueva per violenza e per resistenza a pubblico ufficiale”, per “estrema insofferenza e alterazione”.

L’individuo che si rivolta contro le condizioni della propria oppressione, insomma, non può che andare incontro, inevitabilmente, alla repressione, alla vendetta e, qualora necessario, all’eliminazione fisica, in nome della tenuta del sistema.

Il colpevole dell’uccisione di Vakhtang è Vakhtang stesso, ci dicono, perché era un soggetto problematico, di cui tutti si lamentavano, che è stato alternativamente raccontato come aggressivo, mentalmente instabile, come un tossico. Anche in questo caso, è all’opera l’essenza della consolidata retorica che caratterizza tutti gli immigrate/e come potenziali pericoli da sorvegliare, rinchiudere ed espellere, quali nemici/e interni al corpo sociale autoctono.

Avessero almeno il coraggio di raccontare le cose come stanno e di spiegare che il colpevole dell’uccisione di Vakhtang è Vakhtang stesso, perché era parte, assieme ai suoi compagni di prigionia, di una forza-lavoro eccedente, in sovrappiù rispetto alle necessità degli attuali cicli di accumulazione del capitale, non reinseribile nelle catene di riproduzione di valore dietro la promessa di qualche soldo che permetta l’acquisto di una piccola distrazione con cui alleviare la miseria delle proprie condizioni di esistenza.

Nessun colpevole per l’uccisione di Vakhtang, dice il tribunale di Gorizia, a parte Vakhtang stesso.

Nonostante sappia che i detenuti di Gradisca, la notte della sua morte, furono pestati dalle guardie e che il suo corpo era coperto di lividi. Nonostante sappia che Vakhtang non fu soccorso per ore, dopo i pestaggi, e che a nulla valsero le richieste d’aiuto dei suoi compagni di cella. Nonostante sappia che nei giorni successivi furono fatte circolare false notizie – quelle riguardanti asserite risse fra i reclusi – nel goffo tentativo di coprire ogni responsabilità del sistema CPR e dei suoi dirigenti. Nonostante sappia che molti dei testimoni dei fatti furono rimpatriati in tutta fretta, nei giorni successivi. Nonostante sappia che Vakhtang è morto in una struttura di segregazione razziale, a poche settimane di distanza dalla sua riapertura.

Dopo la sentenza del processo in primo grado per la morte di Moussa Balde al Cpr di Torino, nel quale i giudici avevano tentato di lavarsi la coscienza con una sentenza di condanna simbolica (un anno di reclusione con sospensione condizionale all’allora direttrice del campo), la vicenda dei medici dell’ospedale di Ravenna (perquisiti perché indagati per aver certificato la non idoneità di alcuni migranti al trattenimento in Cpr) e la completa assoluzione di Borile e della sua cricca di collaborazionisti certificano l’importanza che riveste l’inscalfibilità di questo sistema per i piani di sfruttamento, pacificazione e repressione, dello stato e dei padroni.

Un motivo in più, questo, per cercarne i punti di attacco.

Dal 18 gennaio 2020 a oggi, altre tre persone sono morte nel CPR di Gradisca. I loro nomi sono Orgest Turia, Anani Ezzeddine e Arshad Jahangir. Altre decine di uomini hanno tentato il suicidio o sono state ferite, in alcuni casi riportando lesioni permanenti.

Tutte vicende avvenute sotto l’egida della cooperativa Ekene – viale Roma 23 e via Sant’Elena 34, Battaglia Terme, Padova – che continua a gestire, dalla sua riapertura, il campo di Gradisca (dopo alcune proroghe, l’ultimo rinnovo dell’appalto è dello scorso anno) ed anzi allarga ancor di più le sue grinfie. Dopo aver gestito, fino al settembre del 2024, il CPR di Macomer, in Sardegna, la cooperativa è subentrata nel dicembre del 2024 nella gestione del CPR di Milano in Via Corelli, in seguito al commissariamento del campo; dalla fine del 2024, gestisce inoltre il CPR di Ponte Galeria a Roma. Un premio alle sue “competenze”: operare per conto dello stato la violenza necessaria al mantenimento della gerarchia razziale, più nota come “gestione dei flussi migratori”.

Non a caso, la storia di Ekene è lunga e articolata.

Un’azienda che nasce come diretta emanazione di Ecofficina ed Edeco, a loro volta enti che hanno dominato il mercato dell’accoglienza, in Veneto – tanto da meritarsi l’appellativo di “coop-pigliatutto” – gestendo i suoi meccanismi di semi-reclusione, soggiogamento e morte. A dimostrare tutto questo, per raccontare un altro tragico esempio, basti pensare alla storia di Sandrine Bakayoko, scomparsa nel 2017 nel campo di Cona, gestito da Edeco.

Ekene è quindi oggi uno dei bracci operativi di quell’arcipelago “sociale” riconducibile agli stessi nomi, alle stesse figure chiave, agli stessi indirizzi, alle stesse responsabilità, di cui fanno parte anche Tuendelee e Tucso. Ognuna delle isole che compone questo arcipelago è nient’altro che uno dei tanti nodi dell’italico sistema di oppressione razziale, che nella commistione di appalti e contratti di vario genere somministra, a differenti livelli, forme di reclusione, sfruttamento e tortura, utili a disciplinare le persone razzializzate.

Il razzismo non è solo retorica, ma una macchina reale costituita da ingranaggi, dispositivi, luoghi, interessi, infrastrutture, che rendono efficace il ricatto del permesso di soggiorno e il controllo della popolazione eccedente.

La morte, in questo complesso, non è un semplice accidente, ma uno dei suoi tanti effetti, conseguenza del suo funzionamento e monito per i/le liberi/e.

Tutto questo, è necessario tenerlo sempre bene a mente.

Per Vakhtang Enukidze. Per Orgest Turia, Anani Ezzeddine e Arshad Jahangir. Per tutte le persone segregate, torturate, rimpatriate e uccise in queste fabbriche di morte.

Al fianco di chi resiste al suo interno!

Con i rivoltosi/e di tutte le galere!

Sempre, ed oggi ancor di più, con i compagni e le compagne indagati/e e privati/e della libertà per aver lottato con ogni mezzo necessario contro chi lavora al mantenimento di un regime di miseria, sottomissione e morte!

https://nofrontierefvg.noblogs.org/post/2026/07/14/sulle-assoluzioni-per-la-morte-di-vakhtang-la-farsa-della-giustizia-la-realta-del-razzismo-di-stato/

SUI CIVILITICI

Diffondiamo da Infranero:

Il solo manoscritto che sia rimasto di Joseph Déjacque è una lettera scritta il 20 febbraio 1861, alla vigilia del suo imbarco per quell’Europa da cui mancava da sette anni. In questa lettera, indirizzata ad un proscritto francese rifugiatosi in Svizzera, Déjacque esprime tutto il suo disprezzo per un paese in cui aveva sperato di trovare maggiore libertà, e dove invece regnava il «cretinismo politico e religioso». Le parole di Déjacque sul conto della società statunitense dell’epoca sono durissime, e vale la pena qui riportarle: «L’America è letteralmente una nazione di bottegai, di negozianti all’ingrosso e al dettaglio che non hanno in testa e nel cuore che una cosa sola, il commercio, lo sfruttamento. La fede politica come la fede religiosa di ognuno è solo una merce su cui si specula a profitto dei propri interessi mercantili. Nell’americano non c’è che un sentimento, quello della propria venalità e della venalità degli altri; questo sentimento è l’erbaccia che soffoca in lui ogni grande idea. […] Le strade di New York, inseminate di passanti indigeni ed esotici, sono per me più deserte delle foreste dell’Ovest, popolate di alberi e rocce; mi sentirei meno solo in quelle vaste solitudini che in questa popolosa città, vivaio di uomini e donne americanizzati. Lo dico con umiltà più che con boria, (perché dopo tutto questi idioti sono miei fratelli, sono impastati della stessa argilla di cui sono impastato io) qui, tranne rare eccezioni, non frequento nessuno con piacere e nessuno ama sul serio la mia compagnia. Tutti coloro che mettono piede sul suolo americano si abbrutiscono in poco tempo, se non lo sono già prima di venire, gli uni sacrificandosi a un Dio Pluto, gli altri sacrificandosi a un Dio Bacco, il più delle volte sacrificandosi ad entrambi».
Le parole di Déjacque sul conto della popolazione statunitense della metà dell’800 sono precorritrici. Anticipano e corrispondono a quanto si potrebbe sostenere oggi a proposito degli abitanti di tutti i paesi occidentali, che nel frattempo hanno trovato un altro Dio a cui sacrificarsi: Tecno. All’inizio del terzo millennio si è meno soli nei boschi che in mezzo a torme di «civilitici» che brancolano con lo smartphone in mano, urtandosi l’un l’altro, senza vedere nulla, senza sentire nulla, senza provare nulla, senza pensare nulla — alla ricerca del selfie del proprio successo sotto la capillare sorveglianza del Grande Fratello.
Così in questi ultimi anni abbiamo assistito impotenti alla scomparsa delle grandi idee, quali che siano, sepolte sotto tonnellate di venalità, di vanità, di abbrutimento intellettuale ed etico. Tant’è che anche le amare parole con cui Déjacque concludeva la sua lettera potrebbero essere oggi sottoscritte dai pochi amanti rimasti dell’utopia: «Sono stanco di vivere qui da eremita in mezzo alla folla […]. Ho nostalgia, non del paese in cui sono nato, ma del paese che finora ho intravisto solo in sogno, la terra promessa, la terra della libertà al di là del mare rosso… Vedete come vorrei fuggire dal suolo su cui il destino del momento mi incatena, correre alla ricerca della felicità in un altro continente… Poveri socialisti antesignani che siamo! Uomini declassati nella civiltà cristiana, erriamo come intelligenze in pena, sperando sempre di trovare un angolo dove sentirci meno al di fuori dalla nostra sfera naturale, un angolo che non possiamo trovare perché non è di questo mondo, cioè di questo secolo!». Uomo senza mondo, Déjacque sarebbe morto tre anni dopo in preda alla follia a Parigi, nel 1864.
È questo il destino che attende tutti i sovversivi inchiodati ad una calcolata e calcolante realtà che non offre vie di fuga, incapaci di ridurre la smisuratezza del proprio sogno alle mediocri dimensioni dell’esistente? La cella di una prigione o la camera imbottita di un manicomio, un peso legato al collo o il cuore spaccato dallo sconforto? Può darsi, certo. Ma è impossibile fare a meno di notare che, appena sette anni dopo la morte di Déjacque, la Comune di Parigi esplose proprio nelle strade in cui egli si era spento. Niente è mai finito, tutto è sempre possibile. Ecco perché non vale la pena rattristarsi nel frequentare il presente dal fetore di cadavere, molto meglio profanare un certo passato per farne scaturire la vita. Nonostante il successo trionfale riscontrato ovunque dal realismo, ci saranno sempre banchi vuoti alle sue lezioni di consenso e di rassegnazione, di indifferenza e di attendismo, di compromesso e di opportunismo. Non è la politica che seppellirà il vecchio mondo, ma solo l’utopia che, saltata fuori ancora una volta dal ripostiglio dei sogni infranti dove era stata rinchiusa, tornerà a diventare arma fumante spianata contro chi ci obbliga a un’esistenza che non merita di essere vissuta. Un’utopia che non promette pace, ma che scatena guerra. Qui ed ora.

FERRARA: RESOCONTO DEL PRESIDIO AL CARCERE DI VIA ARGINONE DI VENERDÌ 10 LUGLIO

Diffondiamo:

Venerdì 10 luglio si è tenuto a Ferrara un presidio sotto alle mura del carcere dove fino a giovedì 9 luglio era tenuto prigioniero il nostro compagno Nico, trasferito lì in AS2 a seguito degli arresti del 16 giugno.
Nonostante il rilascio di Nico insieme allx altrx compagnx per cui il riesame ha disposto la revoca delle misure cautelari, si è deciso comunque di portare la nostra solidarietà a tutte le persone detenute nel carcere di via Arginone.

Per un paio d’ore il presidio ha rotto l’isolamento con musica e interventi, scatenando una bella risposta da dentro. Abbiamo ripercorso i fatti del 16 giugno, ricordando i nostri compagni Tony e Pietro ancora in carcere con l’accusa di 270 quinquies-ter, “terrorismo della parola”, perché oggi anche solo immaginare di rivoltarlo questo mondo è qualcosa che lo stato non intende permettersi, così anche la detenzione di qualche opuscolo o video ritenuto “pericoloso”, basta a rinchiudere compagnx e nemici interni nelle patrie galere.

Siamo andati sotto al carcere di Ferrara, per dire che no, non ci annichiliscono.

È stata portata solidarietà a Ra’ed Dawoud, prigioniero palestinese nell’alta sicurezza ferrarese, arrestato lo scorso 27 dicembre con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale.
Vi sono stati interventi di solidarietà rivolti a tutte le persone che affrontano sulla propria pelle il razzismo di stato e l’oppressione carceraria, e che continuano a rivoltarsi da dentro, ma anche a chi resiste al di fuori delle mura di questa società carcere militarizzata in cui si consumano guerre, genocidi e devastazioni in nome del cosiddetto “ordine democratico dello Stato“.

Fa paura a chi detiene il monopolio della violenza pensare che si capisca che chi ha il potere non è intoccabile.

Lx prigionierx si sono fatti sentire con urla e fischi, e sebbene le loro parole non ci arrivassero chiare, ci è arrivata tutta la determinazione delle loro voci!

Ricordiamo il presidio al carcere di Ferrara sabato 18 luglio alle 18, al fianco di Dawoud e tuttx le prigionierx palestinesx

Con Pietro e Tony, con Alfredo. Con Bak e Luigi, con Dawoud

TUTTX LIBERX

SICILIA: PROIEZIONI DI “181 GIORNI CONTRO IL 41 BIS”

Diffondiamo:

Proiezioni di “181 giorni contro il 41 bis”, documentario che racconta la mobilitazione e le proteste in solidarietà con Alfredo Cospito, e il suo lungo sciopero della fame contro 41 bis ed ergastolo ostativo.

MESSINA
Sabato 11 luglio h.19
Piazza Casa Pia
Cena benefit, proiezione del documentario e dibattito

CATANIA
Domenica 12 luglio h.19
Parco Falcone
Hummus e birrette benefit inguaiatx
Chiacchiere su carcere e repressione

CHIUDERE IL 41 BIS 
LIBERX TUTTX

BOLOGNA: CONTRO QUESTO MONDO, CONTRO LE OLIMPIADI Di GUERRA, SOLIDARIETÀ AX NOSTRI COMPAGNX

Diffondiamo:

Ieri un gruppo di compagnx ha interrotto rumorosamente la placida attesa dei bolognesi che aspettavano l’inizio di uno spettacolo della rassegna del cinema sotto le stelle in Piazza Maggiore. L’intento è stato quello di urlare la solidarietà ax compagnx arrestatx il 16 giugno, con volantini, torce e un grande striscione con scritto: contro le olimpiadi di guerra. Con Mic, Ste, Nico, Arnau, Toni, Bibi, Pietro, Giulia, Luna.

Di seguito il testo dei volantino distribuito:

Siamo qui oggi per portare tutta la nostra solidarietà ai compagnx arrestati il 16 giugno a seguito di un’operazione repressiva che ha coinvolto diverse città, tra cui la nostra. Sono accusati di associazione con finalità di terrorismo, inoltre, tra i capi di imputazione compare un sabotaggio all’alta velocità in concomitanza di quella macchina di distruzione chiamata Olimpiadi. Quell’evento che dietro la facciata dello sport e del dialogo, nasconde gli interessi dei signori della guerra e della devastazione. Un momento in cui mentre si celebra la “multiculturalità” si ignora che le frontiere sono luoghi di morte e respingimento, come le nostre città, dove esistono luoghi in cui rinchiudere le persone che non hanno i documenti giusti e chi lotta contro quest’ordine di cose. Lo stesso trucco che usa la città di Bologna, che si maschera di inclusione e veste di grandi eventi, ma lascia senz’acqua ad asfissiare le persone detenutx alla Dozza in condizioni disumane. Le roventi strade che attraversiamo ci ricordano come gli eventi climatici estremi di questi giorni ricadano sulla pelle di pochx e siano il risultato diretto di politiche di sfruttamento di corpi e territori.

I nostrx compagnx sono accusati di voler sovvertire questo mondo e noi siamo al loro fianco. Sappiamo che non c’è fatto più spaventoso per lo stato di sapere che esiste la possibilità di pensare e creare un altro presente, qui e ora.

Con Mic, Ste, Nico, Arnau, Toni, Bibi, Pietro, Giulia, Luna e tuttx lx prigionierx

CATANIA: COMUNICATO DAL CARCERE DI PIAZZA LANZA

Riceviamo e diffondiamo:

Anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti

Comunicato dal carcere di Piazza Lanza dove venerdì 22 maggio è morto Massimo: vittima dello stato.

La storia di Massimo è la storia di un uomo morto per mano dello stato. Un uomo vittima di questo sistema infame.
E se è vero, come è vero, che non esiste il crimine giusto per non passare da criminali, occorre fare luce sul perché Massimo era recluso insieme a noi.
Fuori, uno sbirro ha dato un calcio a sua moglie. E lui ha ricambiato il gesto allo sbirro. Fine della storia. A Massimo viene data una condanna di un anno. La moglie e sua figlia vengono portate in una comunità di recupero. Per lo sbirro nessuna pena o condanna. Dallo sbirro nessun risarcimento.
Massimo arriva a Piazza Lanza dolorante. Ha avuto a che fare con il crack. E ha un’ernia che gli fa male: si lamenta, non sta in piedi, passa giornate a dire “sto male”. Non dorme, non mangia.
Viene portato in ospedale, dove viene liquidato così: “è tossico, in astinenza”. Torna a Piazza Lanza. Dove viene imbottito di farmaci. Nessun Dio sa quali e quanti farmaci gli verranno somministrati in tre giorni.
L’ultima notte, Massimo la passa a chiamare i secondini dicendo “sto male, sto male”. Ma niente, l’abbiamo già detto: a Massimo è stata data l’etichetta di “tossico”, per di più in galera. E’ solo un “tossico criminale”. L’indomani, la mattina, entrerà in doccia e non uscirà più vivo.
Un uomo, Massimo, è morto tra le braccia dello stato, per mano dello stato.
Dal giudice che l’ha condannato, al carceriere che l’ha condotto in cella, ai medici, sia della struttura penitenziaria che ospedaliera: sono tutti coinvolti. Tutti parte integrante di un meccanismo che annichilisce, tumula e uccide chi, detenutx, si ritrova fragile.
Arresto cardiaco, a 51 anni. Loro dicono: “per astinenza”.
Ed anche volendo credere alla loro bizzarra narrazione, che rimane di violenza inaudita, del “tossico in astinenza”, ci si chiede se è tutto vero, se non è un incubo. Hanno ucciso un uomo solo perché aveva sbatti con il crack? Non è meritevole di cure chi ha fatto uso di stupefacenti?
Ma non c’è da chiedersi nulla. Massimo è morto, molto probabilmente per le gravissime complicazioni di un’ernia strozzata non curata. Farmaci errati, diagnosi negate, luogo di cura errato. E’ tutto sbagliato.
In lotta contro la loro narrazione, vogliamo ricordare Massimo in lotta. Come quando sul frigo urlava “sto male, non rientro”. Vogliamo ricordare Massimo che sorride fumando una sigaretta, gli sorridevano gli occhi. Vogliamo ricordare chi non c’è più, ricordare perché non c’è più, ricordare chi è stato ad ucciderlo. Massimo ha agito contro la violenza sbirresca e, per questo, gli è stata inflitta la galera, di morire di galera.
Massimo non era “un tossico”.
Massimo era un nostro compagno.
Massimo è un nostro compagno.
Alla passerella della direttrice, dei medici, degli infermieri e di ogni grado di secondino possibile ed immaginabile, rispondiamo che sappiamo chi è stato. E chi stato non è. E non lo sarà mai.

Ricordiamo un uomo in lotta contro l’ingiustizia e la violenza dello stato, sia fuori che dentro la galera.
Più forti della morte.
Massimo vive, i morti siete voi!
Che la terra ti sia lieve.
Alcunx reclusx di Piazza Lanza

(Qui il comunicato in pdf)

BOLOGNA: PAROLA AD ALFREDO!

Diffondiamo:

Il 18 maggio al tribunale di Bologna si è svolta la seconda udienza contro 6 compagnx, imputatx per fatti specifici inerenti la mobilitazione del 2022-23 al fianco di Alfredo contro il 41bis e l’ergastolo ostativo.
In quest’udienza sono stati sentiti diversi testimoni e, tra loro, ha potuto prendere parola anche lo stesso Alfredo, in videoconferenza dal carcere di Bancali.
La sue emozione, unita a quella della trentina di compagnx presenti in aula, è stata fin da subito palpabile. Alfredo ha esordito con queste parole
In questo momento è emozionante stare qui, perché l’ultima volta che ho potuto vedere facce amiche è stata un anno e mezzo fa e all’epoca c’erano Sara e Sandrone che ora sono morti e non ho potuto dare loro la mia solidarietà perché qua dentro il mio isolamento è totale, ti proibiscono di esistere.
Ha proseguito parlando delle motivazioni che nel 2022 , appena trasferito in 41 bis, l’hanno spinto ad intraprendere uno sciopero ad oltranza. Motivazioni che, come lui stesso ha ricordato, hanno trovato ampia diffusione nella mobilitazione internazionale che ha sostenuto la sua lotta. Ha evidenziato che, senza il sostegno ricevuto da fuori, sarebbe stato condannato all’ergastolo ostativo e che la sua lotta è stata mossa dalla necessità che la sua detenzione in 41 bis non creasse un precedente estendibile al movimento.
A seguito di questo Alfredo ha raccontato il suo attuale stato di isolamento. Ha ribadito di essere sottoposto ad un blocco pressoché totale della posta che attualmente (a differenza del periodo antecedente la mobilitazione) vale anche per le notifiche della posta trattenuta. Non riceve corrispondenza da mesi, gli è stata recapitata di recente una lettera di dicembre 2025.
Ha poi parlato dell’ormai risaputa impossibilità dell’accesso ai libri, sia tramite acquisto attraverso cataloghi che tramite la biblioteca centrale del carcere. Ha raccontato il paradosso del suo isolamento, avendo avuto notizia di larga parte delle mobilitazioni anarchiche degli ultimi anni attraverso il corposissimo fascicolo che motiva il suo rinnovo al 41 bis, definito dalle stesse guardie che gliel’hanno notificato “il più corposo della storia del 41bis”.
Come ulteriore elemento della sua carcerazione ha descritto un 41bis che va allargandosi sempre più a persone prima non colpite da questo regime, in un progressivo abbassamento della soglia di accesso, citando l’esempio di un detenuto passato dall’ AS al 41bis perché trovato in possesso di un telefono cellulare.
Quest’occasione ha consentito inoltre ad Alfredo di tratteggiare i passaggi della sua detenzione, dal carcere militare per l’obiezione totale alla leva, alle sezioni comuni, dalle sezioni di Alta Sicurezza di Ferrara e Terni, fino all’approdo in 41bis, definito luogo di isolamento totale. Sicuramente lo sguardo di Alfredo non si è fermato alla sua personale esperienza e, anche questa volta, non ha perso occasione per condannare la brutalità del 41bis tutto, ribadendo che per lui non c’è distinzione tra prigionieri all’interno di tale sistema di reclusione e annientamento. Ha raccontato l’orrore del reparto ospedaliero di 41 bis di Opera, dove sono detenute perlopiù persone molto anziane, parecchie affette da Alzheimer, in carrozzina o con diverse autonomie limitate, che non sanno manco più perché si trovano lì. Non ha potuto esimersi dall’esprimere, infine, una valutazione sul senso di questo regime, voluto originariamente per eliminare quei soggetti con cui lo Stato ha trattato e che ha dovuto mettere a tacere una volta rivelatisi inutili ai suoi sporchi giochi.
A seguito della sua testimonianza si sono levati in aula inevitabili e calorosi saluti carichi di affetto che hanno fatto indispettire la giudice con il conseguente sgombero dell’aula. Anche all’inizio dell’udienza lx compagnx presentx sono riuscitx a salutare Alfredo che ha ricambiato con affetto, riuscendo così a rompere, seppur per una frazione di secondo, un isolamento tremendo. È stata un’emozione fortissima, condivisa da entrambi i lati di quel maledetto schermo.
Siamo certi che l’occasione di oggi sia stata molto preziosa per Alfredo, ma ancor più per noi, che nelle sue parole e nella sua sempre presente ironia, abbiamo trovato ancora una volta una determinazione enorme, un odio per gli oppressori e un fortissimo amore per i suoi compagni, a partire dalle sue prime parole per Sara e Sandro. Ed è con il loro vivo ricordo che anche noi vogliamo concludere queste righe, per non dimenticare chi ha dato la propria vita per lottare per un mondo diverso.

Con Sara e Sandro nel cuore.
Affinchè di ogni prigione non restino che macerie.
Forza Alfredo!
Alcunx compagnx di Bologna imputatx e solidali

La prossima udienza del processo in questione sarà il 15 giugno alle ore 9. Verranno sentiti gli ultimi testimoni e probabilmente si avvierà la discussione.