FORLÌ: ANCORA SUL PROGETTO ERiS!

Diffondiamo:

LUNEDÌ 27 APRILE 2026, FORLÌ, serata di contro-informazione sul “Progetto ERiS”.

ORE 20:30, VIALE ROMA 275 (adiacente la chiesa di S. Giovanni B.), Quartiere Ronco, Forlì.

Forse non tutte e tutti ancora sanno che nel quartiere Ronco, giù gravato dall’areoporto civile e dalla caserma De Gennaro (i cui soldati vanno in giro per il mondo a fare la pace coi carriarmati), il Comune di Forlì avrebbe approvato la costruzione di una fabbrica di componentistica per nano-satelliti.
Queste tecnologie sofisticatissime (prodotte, tra le altre, da Thales e Leonardo, colossi mondiali dell’industria di guerra) sono, per intenderci, indispensabili alla nuova guerra hi-tech che vediamo tutti i giorni sui nostri schermi: possiamo accettare che una cosa del genere succeda a “casa nostra”?!

Ne parliamo con la giornalista e attivista Linda Maggiori che farà una panoramica su che cos’è il progetto, sullo stato attuale dei lavori e sul perchè questo progetto incontra la nostra ferma opposizone.

DI TRALICCI E ORO NERO

Diffondiamo da: infranero.xyz

«Risulta chiaro il concetto che ha determinato la nuova dislocazione dei reparti: ricerca del nemico per batterlo nei suoi punti più delicati»
(Diario storico del Comando divisione Garibaldi Carnia, 1945)

E così, solo ora abbiamo potuto sapere che a fine marzo l’abbattimento di un solo traliccio in Italia avrebbe bloccato per alcuni giorni il rifornimento di petrolio nell’Europa centrale. L’oro nero infatti, una volta arrivato nel porto di Trieste, viene immesso nell’Oleodotto Transalpino (TAL) il quale pare soddisfi nientemeno che il 40% del fabbisogno petrolifero della Germania, il 90% di quello dell’Austria e oltre il 50% di quello della Repubblica Ceca. Ma tutto quel petrolio greggio non scorre sottoterra lungo migliaia di chilometri per grazia ricevuta, per sola forza d’inerzia. Avendo bisogno d’essere pompato, necessita di energia, tanta energia, proveniente da strutture installate un po’ dappertutto sulla terra. Il traliccio abbattuto, ad esempio, che porta il numero 416 ed è stato posizionato da Terna, è situato a Terzo, un paese piccolino di trecento abitanti sulla strada fra Tolmezzo e Paluzza.
Incredibilmente, la notizia del sabotaggio è stata data soltanto dalla stampa tedesca, mentre qui in Italia veniva smentita dal Gruppo TAL (che gestisce l’oleodotto), il quale l’ha definita «notizia destituita di fondamento», preferendo definire l’accaduto «un rallentamento tecnico delle attività»: versione tuttavia smentita a sua volta dalla stessa Terna, la quale viceversa attribuisce a mani «ignote» il danneggiamento della propria linea elettrica. E in effetti le immagini diffuse sono inequivocabili, mostrando alcuni montanti del traliccio tranciati di netto.
Quanto ai responsabili dell’azione, avvenuta proprio in un periodo in cui il petrolio scarseggia in tutto il mondo a seguito della guerra scatenata da Stati Uniti d’America ed Israele contro l’Iran, le indagini sono ancora in corso. C’è chi ci vede lo zampino di qualche 007 straniero più o meno deviato, e chi la mano di qualche ribelle nostrano più o meno anarchico. Due ipotesi entrambe comprensibili. La prima, perché il modo migliore per dissuadere il dilagare di cattivi esempi è quello di attribuirli a trame di Stato e giochi di potere. La seconda, perché ad evocarla è il luogo stesso in cui è avvenuto il sabotaggio.
Perché la Carnia è terra di resistenza e di anarchia. È qui, in mezzo a queste montagne, che si è formata la prima brigata partigiana d’Italia, è qui che fu creata la prima Zona libera dal nazifascismo (esperienza che durò due mesi, nell’estate del 1944, prima di venir repressa nel sangue), è qui che gli anarchici erano talmente radicati da dare vita a interi paesi. Laddove le forze d’occupazione presidiavano strade e villaggi, i partigiani si muovevano nei boschi, appoggiandosi a malghe e stavoli.
Non sarebbe in fondo tanto strano se oggi gli eredi di Aso ripercorressero quegli stessi sentieri di montagna per andare alla ricerca del nemico e batterlo nei suoi punti più delicati.

ROMA: FUORI ALFREDO DAL 41 BIS [18 APRILE]

Diffondiamo:

Quelle carceri sono delle prigioni di guerra. Fuori Alfredo dal 41bis!

La vita di Alfredo Cospito passa di nuovo per le mani del Ministro della Giustizia, quindi del governo, poiché nei primi giorni di maggio scadono i primi 4 anni in regime di 41bis. Da quel momento in poi, il termine vedrà la sua cadenza ogni 2 anni. La storia di Alfredo oggi è conosciuta da ampi settori della società che hanno preso consapevolezza della violenza del 41bis grazie allo sciopero della fame di oltre 180 giorni, che Alfredo ha portato avanti a cavallo tra il 2022 e il 2023, e alla forte mobilitazione nazionale e internazionale in sua solidarietà. Attualmente le condizioni detentive di Alfredo sono peggiorate: non può ricevere alcun tipo di libro (anche quelli privi di contenuti politici), la censura sulle lettere è aumentata e non può ottenere nemmeno la farina per il pane. Questo ulteriore accanimento è un’evidente rappresaglia in seguito alla sentenza contro il Sottosegretario alla Giustizia, Delmastro, condannato per rivelazioni di segreti d’ufficio. Il Sottosegretario alla Giustizia aveva trasmesso a Donzelli, responsabile del partito di governo, dei documenti del DAP riguardanti conversazioni che Alfredo aveva avuto con altri detenuti della sua sezione durante l’ora d’aria.
La solidarietà con Alfredo non è mai stata solo una lotta per Alfredo. Come più volte si è detto, un anarchico in 41bis oggi è un avvertimento per tutt, poichè questa ulteriore estensione di quel regime carcerario costituisce una delle punte più avanzate dell’attuale fase reazionaria. L’accanimento contro di lui, infatti, ha come principale spiegazione la volontà di chiudere la partita con ogni forma di dissenso, da quelle radicali a quelle consentite.
Lo stato permanente di preparazione alla guerra, in cui siamo immers da quattro anni a questa parte, è il risultato di un adeguamento dell’agenda e della propaganda dello Stato. Autoritarismo, tagli alla spesa pubblica, militarizzazione della società, guerra ai poveri, patriarcato, leggi razziste, detenzione amministrativa (CPR), ma soprattutto, la feroce celebrazione di tutto ciò, rappresentano l’impalcatura economica e culturale a cui stanno abituando la popolazione. I poveri sono individui in eccesso da confinare fuori il consesso sociale. Le persone dissidenti sono nemic da combattere, il conflitto sociale terrorismo. L’imperativo è legge e ordine, o prigione.
Ed è per questo che è appropriato considerare le carceri come delle vere e proprie prigioni e le persone detenute vere e proprie prigioniere di una guerra che, pur non avendo ancora fatto esplodere bombe in questo angolo di mondo, impone la necessità preventiva di serrare i ranghi per scoraggiare e disincentivare non solo il conflitto sociale ma ogni forma di opposizione.
Quelle carceri sono delle prigioni per Anan, condannato a 5 anni e 6 mesi in quanto palestinese che ha preso parte alla resistenza contro l’occupazione israeliana; sono delle prigioni per Tarek Dridi, condannato per reato di resistenza all’interno della manifestazione del 5 ottobre 2024; sono delle prigioni per Ahmad Salem, in regime di Alta Sicurezza solamente per aver visionato dei video rintracciabili da chiunque sul web ma ritenuti dagli inquirenti prove della preparazione all’uso di ordigni per il compimento di atti con finalità di terrorismo.
Per Alfredo, per l’abolizione del 41bis, per tutte le persone prigioniere, per la diserzione da ogni guerra, per lo smantellamento dell’apparato militare e dell’ideologia militarista e patriarcale, per tutte le persone colpite dalla repressione per aver agito in solidarietà con la Palestina.
Facciamo appello a coloro che tre anni fa hanno preso una posizione, a quella parte di società che in questi anni è scesa in strada per la Palestina, e che di fronte alle ingiustizie non è solita tacere.

Il 10 aprile assemblea pubblica a Roma.
Il 18 aprile saremo in strada a Roma per Alfredo.

Quelle carceri sono delle prigioni di guerra
Fuori Alfredo dal 41bis

Libertà per tutti e tutte

NISCEMI: FUORI LE BASI U.S.A DALLA NOSTRA TERRA

Diffondiamo

Fuori la guerra dalla nostra terra

Il 28 marzo alle ore 15 scendiamo in piazza a Niscemi, la città del MUOS, per una manifestazione contro la guerra e contro l’uso delle basi militari degli Stati Uniti in Italia.

Nel cuore della sughereta di Niscemi si trovano la NRTF (Naval Radio Transmitter Facility) e il MUOS (Mobile User Objective System): due installazioni militari della US Navy, operative ogni giorno dell’anno e destinate esclusivamente alle comunicazioni militari statunitensi.

Da qui passano ogni giorno i segnali che coordinano operazioni militari, missioni e guerre in diversi teatri del mondo. Non sono strutture simboliche o passive e nemmeno strumenti di difesa: sono nodi operativi della macchina bellica statunitense.

Questo significa una cosa molto semplice: gli Stati Uniti fanno comodamente la guerra da casa nostra.

E i territori che ospitano queste infrastrutture vengono trasformati automaticamente in bersagli nei conflitti.

Niscemi è diventata negli anni uno dei simboli della militarizzazione dei territori. Ma la questione riguarda l’intero Paese: basi, radar, sistemi di comunicazione e installazioni militari disseminati sul territorio italiano trasformano l’Italia in una piattaforma di guerra nel Mediterraneo.

Noi rifiutiamo questa condizione.

Rivendichiamo il diritto delle popolazioni a decidere dei propri territori e pretendiamo che i luoghi occupati dalla militarizzazione siano restituiti alle comunità locali.

Per questo il 28 marzo torniamo a Niscemi.

Per dire che la guerra non è inevitabile.

Per dire che i territori non sono basi militari.

Per dire che i luoghi sottratti alle comunità devono tornare alle comunità.

Fuori la guerra dalla nostra terra.

📍 Niscemi

🗓 28 marzo 2026

🕒 ore 15:00

Movimento No MUOS

GRAFICATTAC: CHIAMATA ALLE ARMI GRAFICHE CONTRO LA PROPAGANDA BELLICA

Diffondiamo:

Giustificare la guerra come strumento per vivere in pace è un discorso tanto vecchio quanto ridicolo.  Tuttavia, la propaganda bellica specifica di ogni epoca è spesso riuscita a convincere parte della sua popolazione e a raggiungere, così, una soglia critica di soldati e di adesione popolare sufficiente per guerreggiare davvero.

L’Europa si sta armando e le armi, una volta prodotte, devono essere usate. La guerra è infatti, da sempre, un rilancio dell’economia. Chi ha interesse alla guerra ha bisogno dunque, anche oggi, di instillare tra le menti l’idea della stessa come inevitabile strumento di pace e di creare il desiderio di arruolarsi. Ci stanno lavorando da decenni in modo ricercato, ultra finanziato e incrementale: la presenza nelle strade dei militari, l’ampliamento delle loro competenze, le attività belliche per le scuole, l’esaltazione del militare nel discorso pubblico, nei film, nei giochi sono aumentati poco a poco, permettendo un’assuefazione lenta. Oggi la propaganda lavora anche nel mondo online, ottimizzando, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale i contenuti di messaggi, immagini e video in modo che questi siano quanto più manipolativi possibile; attraverso altri algoritmi scelgono il modo migliore per diffonderli tra i vari social media e, a volte, li generano anche artificialemente. L’Esercito Italiano, per esempio, produce almeno un video online al giorno, in cui non ci sono né morti né nemici, ma opportunità esperienziali e di lavoro, per convincere ad iscriversi ai concorsi per essere reclutati tra i 6000 VFI (Volontari in Ferma Ininizale) messi al bando per quest’anno.

Scommettiamo, invece, sull’intelligenza collettiva per creare una contro narrazione capace di smantellare la macchina della propaganda bellica e di avere effetto nel mondo reale. Infatti, di fronte all’esproprio delle capacità pratiche e intellettuali che caratterizza le società nel “nord” globale, riappropriarsi della creatività è uno dei passi necessari verso la possibilità concreta di lottare per un mondo diverso. Inoltre, davanti alla virtualizzazione quasi totale della comunicazione, sembra che i muri siano uno dei pochi luoghi rimasti dove si può ancora combattere ad armi pari.

GraficAttac è uno spazio per:

– condividere grafiche di manifesti, adesivi, volantini, scritte in contrasto con la propaganda bellica, in ogni suo processo persuasivo, per decifrarne e smantellarne i subdoli meccanismi di fabbricazione di consenso/asservimento sociale e di colonizzazione dell’immaginario

– Interrompere il flusso mediatico e di discorso a sostegno degli eserciti e della militarizzazione della società, contro la ricerca di consenso alla repressione, al riarmo, all’arruolamento, all’industria bellica e alla guerra

– agire nelle strade con attacchinaggi, strappando i muri alla propaganda bellica

– liberare, affilare e conservare affilate, le lame del pensiero critico con cui, definitivamente, rompere le righe!

Invia il materiale a graficattac@autoproduzioni.net entro il 25 aprile 2026

I contenuti saranno aggiornati sul blog graficattac.noblogs.org e (a)periodicamente usciranno altre chiamate.

L’invito è quello di scaricare i contenuti ed attacchinarli massicciamente ovunque.

Chiamata

NUOVO OPUSCOLO: AAM MOBILITÀ AREA AVANZATA – IL “BOOM” DEL VENETO.

Diffondiamo questo nuovo opuscolo sui progetti in corso della regione veneto in collaborazione con israele. Si parla di droni, infrastrutture chiave appaltate ad aziende sioniste e nuove architetture di guerra spacciate per investimenti civili. Qui il pdf: scarica, stampa, diffondi!

La scrittura di questo testo nasce dal senso di sconforto generato dalle mobilitazioni che hanno investito l’Italia, e il Nord Est nello specifico, negli ultimi mesi. Il ripetersi inesorabile di cortei o meglio passeggiate sempre più pacificate ha portato un senso di impotenza nelle persone che più hanno speso le proprie energie negli ultimi anni, arrivando nel migliore dei casi ad un burn out.

Se è vero che le mobilitazioni per la Palestina hanno aperto la strada a possibilità oltre le cornici imposte attraverso scioperi, cortei e blocchi, nel Veneto la sensazione è che si debba sempre ricominciare da capo e ripetere gli stessi discorsi all’infinito, cominciare ad organizzarsi, cominciare un percorso (ma non lo avevamo già fatto?)

Dobbiamo interrogarci su quali possono essere nuovi metodi di lotta. Per farlo è necessario conoscere a fondo il territorio in cui si vive e cominciare ad individuare degli obiettivi chiari e concreti, individuare gli snodi principali del sistema che vuole essere imposto, per evitare di sprecare tutte le energie che si hanno in una modalità che sembra (é?) studiata apposta per questo. Bisogna ragionare sui modi in cui la macchina bellica viene integrata nel nostro territorio; e su come questo sarà plasmato nel prossimo futuro. Quali sono i progetti che nascono e vengono sviluppati, sotto il silenzio/assenso generale?

Questa ricerca vuole fare luce sui progetti di mobilità aerea avanzata che si stanno sviluppando nel Veneto. Per lo sviluppo di questi, infatti, il territorio del Nord Est è in prima linea: nel 2022, il Veneto è stata la prima regione italiana ad approvare un protocollo per lo sviluppo di tecnologie innovative per il trasporto aereo a bassa quota.
La prima parte è dedicata alla mobilità aerea avanzata in generale, concentrandosi sugli accordi più evidenti nel nostro paese e in particolare nel territorio Veneto. Si vanno poi a prendere in considerazione i due progetti veneti “Sandbox” e “SKY53”. Viene poi fatto un inquadramento generale sulla mobilità aerea avanzata a livello europeo. L’ultima parte è dedicata ad un approfondimento sulle aziende menzionate, a cui è aggiunta una sezione sul metodo utilizzato per la ricerca.

FORLÌ: LAVORIAMO PER LA GUERRA!

Diffondiamo:

Domenica 25 gennaio una decina di persone vestite con delle tute con i loghi di Leonardo Spa e Thales Alenia Space hanno distribuito, durante il carnevale dell’Aeroporto al quartiere Ronco di Forlì, un volantino contro il Progetto ERiS, Emilia Romagna in Space. Il Progetto ERiS è un’iniziativa che mira a raggruppare aziende che operano nel settore militare per realizzare un nuovo polo aerospaziale. Un progetto che va contrastato!

Qui trovate il testo del volantino e alcune foto:
https://noeris.noblogs.org/2026/01/26/lavoriamo-per-la-guerra/

Il sito noeris.noblogs.org si propone di fare controinformazione sul progetto “Emilia-Romagna in Space” a Forlì.

Chi alimenta la guerra non va lasciato in pace!

FAENZA: PROGETTO ERIS FABBRICA DI MORTE

Diffondiamo:

Sabato 31 gennaio, al CSA Capolinea, Faenza

Concerto e piccola chiacchiera/introduzione alla situazione del Progetto ERiS (Emilia Romagna in Space) che pretende di impiantare una fabbrica per la produzione di morte della Leonardo e Thales (tra le altre ditte) a Forlì.

La guerra va sabotata e cancellata dalla storia dell’umanità!

Musica e autogestione, contro ogni autorità e oppressione!!

FORLÌ: I PADRONI MENTONO. IL PROGETTO ERIS È UN PROGETTO DI GUERRA

Riceviamo e diffondiamo: 

Sulla questione del progetto ERiS della cittadella dell’aerospazio a Forlì, dalla Fondazione Cassa dei Risparmi arriva una paraculata mediatica per negare l’innegabile, ovvero il fatto incontrovertibile che le tecnologie che verrebbero prodotte a Forlì se il progetto andasse in porto troverebbero applicazione anche in scenari bellici. Forse (ci auguriamo) la contro-informazione (non solo da parte del nostro collettivo) e la mobilitazione iniziata a Forlì, con svariate serate a tema e un corteo ben riuscito contro il progetto (ma ci aspettiamo molte altre e variegate iniziative), seppure volutamente ignorate dai media locali, hanno dato molto fastidio ai grandi cartelli economici che governano la città e che, assieme ad aziende belliche come Leonardo, Thales, Curti (tra le altre) e con la partecipazione di Unibo e Comune di Forlì, collaborano a questo scellerato tentativo di installazione di un polo di produzione di tecnologia “dual use”, ovvero antenne per nanosatelliti che avranno applicazioni sia civili che militari.
Gli stessi dirigenti della Fondazione Cassa dei Risparmi non riescono a nasconderne il doppio uso, forse civile ma di sicuro anche militare, quando affermano che “spesso a rendere una tecnologia un’arma è l’uso scellerato da parte dell’uomo”. Qui l’ipocrisia rasenta livelli altissimi: se venissero prodotti spazzolini da denti o libri il problema si porrebbe? Si fatica a credere a soldati armati di libri o spazzolini per fare la guerra!
Non a caso la Fondazione Cassa dei Risparmi, che assieme al Comune di Forlì guida la “Fondazione Mercury” – ente a cui é stato concessa l’area verde pubblica posta nel quartiere Ronco in cui realizzare il progetto ERiS e che in questi giorni dovrebbe incontrarsi con esponenti del governo Meloni, dopo aver incassato la promessa di finanziamenti dalla Regione Emilia-Romagna – tira in ballo, sia come modello che come concorrente sul mercato, Elon Musk.
Musk che dell’utilizzo dei servizi internet satellitari ha fatto la sua fortuna, soprattutto per il ruolo giocato nei conflitti odierni, basti ricordare il ruolo che Starlink di SpaceX ha avuto e sta avendo nella guerra in Ucraina, diventando un elemento chiave, guidando i droni, i missili e i sistemi di puntamento.
Questa é la tecnologia che vorrebbero produrre anche a Forlì, con un progetto che si inserisce nei programmi di riarmo dell’Europa.
Le frottole hanno le gambe corte.
Chi lavora per la guerra non va lasciato in pace!


https://www.forlitoday.it/cronaca/polo-aerospazio-governo.html
Qui l’articolo sulla stampa locale.

https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/aerospazio-e-guerra-a-forli-sul-progetto-eris-di-thales-alenia-space/
Qui un’analisi reale sul progetto ERiS.

RAVENNA: LA GUERRA SI INTENSIFICA. 32 DENUNCE PER IL BLOCCO AL PORTO

Riceviamo e diffondiamo, scusandoci per il ritardo, il seguente comunicato di alcune realtà anarchiche e libertarie romagnole.

LA GUERRA INTERNA SI INTENSIFICA. 32 denunce per il blocco al porto di Ravenna.

In questi giorni la stampa ha dato notizia dell’arrivo di 32 denunce per un blocco stradale al porto di Ravenna quando, durante lo sciopero generale del 28 novembre indetto dai sindacati di base, un centinaio di persone ha bloccato per circa due ore l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso Israele, impedendo le operazioni di carico e scarico dei camion.

Come in altri porti italiani, nel porto di Ravenna, infatti, che é uno dei principali scali dell’Adriatico per traffico merci, i carichi di armi e di componenti “dual use” (civile e militare) verso le aziende israeliane dopo l’ottobre 2023 sono aumentati, arricchendo compagnie marittime senza scrupoli come MSC, Zim e Maersk.
La notizia delle 32 denunce é finita rapidamente sui media locali e nazionali che hanno ripreso parola per parola la nota della questura ravennate la quale, oltre alle denunce, ancora non arrivate, ha minacciato anche “provvedimenti di natura amministrativa”.

Il reato di blocco stradale, reintrodotto dal Governo Meloni con l’ultimo Decreto Sicurezza (convertito in legge il 9/6/2025), prevede, quando attuato collettivamente, pene da sei mesi a due anni. Con questo decreto – che il governo sta già pensando di affiancare ad un secondo – si sono introdotti nuovi reati, esteso misure come il DASPO urbano ed inasprite alcune aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche non allineate.

Le politiche iper-repressive che il gabinetto Meloni ha attuato con il Decreto Sicurezza, ultimo di una serie di misure istituite dai governi di ogni colore per colpire il dissenso, e seguito ad altre misure del governo in carica come il decreto Rave (convertito in legge il 20/12/2022), quello Caivano (convertito il 13/11/2023) e il cosiddetto ddl “eco-vandali” (convertito il 22/1/2024), sono solo il riflesso “interno” di un mondo in guerra, in cui il dominio politico ed economico si sta ristrutturando. Decreti, fogli di via, zone rosse, daspo urbani, sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative, divieti di manifestare, denunce, perquisizioni ed arresti più numerosi, condizioni cautelari e detentive più dure, lacrimogeni sparati in faccia, fanno tutti parte della stessa logica.

Sorprendersi per la repressione del dissenso significa non aver capito che appunto quello è, da sempre, il compito dello Stato e dei suoi organi di polizia, compito che diventa solamente più appariscente e riconoscibile in una cornice di guerra.
Da quando si é aperto il conflitto tra Nato e Russia sul suolo ucraino, ed in seguito con l’appoggio dato dai governi democratici al genocidio che Israele sta commettendo a Gaza, si é scelto di dirottare miliardi di euro della spesa pubblica verso il settore militare e l’invio di armi. Le misure repressive introdotte, comprimendo i diritti, servono per soffocare il malcontento creato dalle politiche di riarmo e, in prospettiva, stroncare la rabbia che una economia di guerra immancabilmente provoca quando, nel mentre produce profitti per l’industria bellica, taglia la spesa sociale. Sono cioè misure preventive.

I discorsi in Europarlamento che decretano la “fine della pace in Europa” e l’impossibilità a rinunciare ad un riarmo massivo in nome della stabilità democratica occidentale, dimostrano come la diplomazia e l’approccio giornalistico che la diffonde siano prepotenti armi per riscrivere a proprio piacimento la realtà che da tempo hanno deciso di delineare in preparazione ad un conflitto sempre più diffuso.
La narrazione che sta in bocca alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, disegnando la Russia come il nemico, chiede di “prepararsi a vedere i propri figli morire al fronte”(1).

Si reprime con maggior forza chi prova materialmente a mettere i bastoni tra le ruote cingolate del militarismo, come il movimento contro il genocidio palestinese, che prende di mira un alleato indispensabile per i governi occidentali dati gli interscambi di questi con Israele, paese dotato di tecnologie avanzatissime, specie in materia di difesa, sicurezza e sorveglianza. Ma se oggi le persone maggiormente colpite sono quelle solidali con la Palestina, i movimenti ecologisti e quelli più radicali, o ancora chi milita nel sindacalismo conflittuale, molto presto vedremo altre categorie unirsi all’elenco dei nemici interni. I partiti di governo stanno già alzando l’indice contro chi osa scioperare, come i metalmeccanici dell’ex Ilva che temono di perdere il posto di lavoro.

Vediamo così quel che accade sempre quando si passa dalla protesta simbolica all’opposizione reale; quando si toccano gli interessi veri, quelli economici: lo Stato perde la maschera di democrazia formale per mostrare il suo vero volto ed anche i limiti del consentito – cioè quello che non dà fastidio – si fanno più stretti. La guerra è davvero “principalmente un fatto di politica interna, ed il più atroce di tutti” come osservava Simone Weil.

La foga repressiva é comune a tutte le nazioni che si stanno attrezzando per la guerra, non é prerogativa di un singolo governo di destra come quello italiano. Non si tratta più solo di governi particolarmente autoritari come la Russia, la Cina o l’Iran, o come l’Egitto, la Turchia e l’Arabia Saudita (questi ultimi alleati dell’occidente). In Francia, Grecia, Inghilterra, Germania ed altri paesi é sempre più difficile manifestare, basta una bandiera palestinese per vietare un corteo, essere portati in caserma o aggredite da un poliziotto. Negli Stati Uniti il movimento antifascista viene ufficialmente iscritto nel registro delle organizzazioni terroristiche, così come in Inghilterra Palestine Action. In Ucraina, dove vige la legge marziale, gli scioperi sono ostacolati e le persone sono reclutare con la forza per la strada per andare a combattere e spesso disertano ed emigrano per fuggire da questa eventualità. In sempre più paesi si sta ripristinando la leva militare e presto si potrebbe aggiungere anche l’Italia, come anticipato dal ministro della difesa Guido Crosetto.

Di fronte al militarismo che avanza nella società e nell’economia, e ad un genocidio commesso in presa diretta e trasmesso sugli schermi di tutto il mondo, appellarsi agli organismi internazionali – ad esempio le Corti di giustizia – significa non aver capito che questi, se mai hanno contato qualcosa, non contano più nulla. É la forza militare ed economica dei singoli Stati e dei blocchi imperialisti, nonché delle aziende maggiori (in Italia, tra le prime, Eni e Leonardo), che regola i rapporti di potere tra interessi contrapposti e/o convergenti. Questo é tanto più vero oggi, quando questi rapporti tra potenze sono in via di ridefinizione. Quando le nazioni decidono di affidare la risoluzione delle loro controversie alle armi, la finzione diplomatica cessa il suo compito. In mezzo a queste dispute per il potere il fattore della resistenza ha ancora il suo peso, ecco perché la popolazione palestinese, che resiste da così tanti anni, dà così tanto fastidio (persino ai governi dei paesi arabi).
La prospettiva di un domani migliore non giunge come regalo delle istituzioni ma germoglia con l’azione diretta degli individui, dalla resistenza delle comunità.

I container pieni di merci dirette nei porti israeliani alimentano l’industria e l’esercito sionisti, ma anche le colonie nei territori rubati in Cisgiordania. Questo sostegno all’occupazione militare e al massacro della popolazione palestinese avviene con la responsabilità diretta delle aziende che vendono le tecnologie per lo sterminio, dei governi occidentali come quello italiano ed anche quella più dissimulata ma comunque effettiva delle amministrazioni locali che gestiscono i territori.
Le stesse responsabilità che osserviamo nel caso del porto di Ravenna le ritroviamo in pieno quando si tratta di concedere i terreni e le autorizzazioni necessarie per l’insediamento di produzioni belliche, come è il caso della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Forlì, sponsor del progetto di Thales Alenia Space e Leonardo al Tecnopolo forlivese per la produzione di antenne satellitari “dual use” (progetto ERiS).
Al contrario chi cerca d’impedire l’arrivo di armi e rifornimenti a chi continua ad opprimere e massacrare; chi lotta contro l’industria militare e la riconversione bellica; chi diserta le guerre dei potenti, ha dalla sua parte una cosa che governanti e repressori non impareranno mai. Si chiama dignità.

Solidarietà alle persone denunciate per il blocco stradale a Ravenna.

La guerra parte anche dalle nostre città. Bloccare i traffici di armi e la logistica militare é giusto, oltre che necessario!

– Spazio Libertario “Sole e Baleno” Cesena
– Collettivo Samara
– Equal Rights Forlì
– Brigata Prociona Imola
– Assemblea Anarchica Imolese
– Spazio Autogestito Capolinea Faenza

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NOTA

(1) Si tratta di una dichiarazione fatta a novembre dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito francese, il Generale Fabien Mandon, esortando la Francia a prepararsi ad “accettare di perdere i propri figli” in un conflitto ritenuto non lontano. 

LA GUERRA INTERNA SI INTENSIFICA. 32 denunce per il blocco al porto di Ravenna.