LA PALLA AL BALZO

Diffondiamo:

Note sul testo e chiamata alla mobilitazione di solidarietà per lx arrestatx del 16 giugno.

PREMESSA: nel mentre scrivevamo queste righe lx compagnx sono statx quasi tuttx liberatx (manca, ora che inviamo le mail, “solo” Pietro all’appello e ci augriamo di averlo presto tra noi!) ma ci parevano considerzioni estemporanee, non necessariamente contingentate alla situazione repressiva che le ha scaturite, perciò, le inviamo comunque!:)

Leggiamo gli spunti che emergono dal testo di solidarietà e che invita alla mobilitazione per le giornate del 10-11-12 luglio, e ci dà l’appiglio per approfondire due tematiche che lì, viene detto, sono considerate punti cardine dell’inchiesta.
Perciò, benchè non sia poeticamente brillante, prendiamo come si suol dire “la palla al balzo” e bruttiamo giù due righe che ci sembra vadano nella direzione di approfondire l’analisi su alcuni temi che vengono, a nostro avviso molto puntualmente, toccati dal comunicato.

Procediamo senza ulteriore preamboli, drittx ai punti che vogliamo toccare.
Nel testo, tra le varie cose, si fa riferimento alle lotte per la liberazione di Alfredo Cospito e in difesa della popolazione palestinese: lotte che non abbiamo vinto (se no forse non saremmo qui con 8 nuovx compagnx dentro!) ma che hanno avuto, secondo noi, oltre a tanti altri, il merito di “ripoliticizzare la sfera pubblica” in Italia.
Qui per politica non intendiamo il teatro della democrazia, ma la presa di coscienza che siamo immersx in un contesto sociale nel/sul quale possiamo incidere con la nostra azione o inazione (diserzione e boicottaggio, strumenti comunque importanti benchè meno appariscenti/eclatanti di altri).
Secondo noi questo è stato, delle suddette mobilitazioni, il merito più inaspettato e più temuto dalla controparte: in un contesto sociale come quello italiano dove lo stigma della “politica” è totale, trasversale, multidirezionale (“a scuola non si fa politica!” “lo sport non è politico!” “lasciate fuori la politica da queste cose!”) il fatto di ridare una collocazione politica agli eventi ha in sé un bagliore di tante, tantissime possibilità.
Perchè se un problema non lo assumi come “evento” ma come una specifica “conseguenza” di un sistema sociale, economico, politico, allora puoi metterti in testa di individuarne dex resaponsabili e rileggere tutta la tua vita in chiave di conflitto preciso tra chi sfrutta e chi viene sfruttatx. E noi anarchicx abbiamo fatto (da sempre: con l’analisi teorica e con l’azione pratica) soprattutto questo: abbiamo evidenziato e indicato delle responsabilità. Ma ci torneremo.
Almeno dal berlusconismo in poi, in Italia, tuttx coloro che volessero fare carriere politica (qui parliamo del teatrino) si dichiaravano “antipolitici” (pensiamo a quei partiti tipo i 5 stelle che si sono chiamati – e da lì in avanti molti altri – “movimento”) perchè il contesto di sfiducia quasi totale ereditato dalla Seconda Repubblica, aveva non solo allontanato, ma schifato e disilluso, una grande fetta della società italiana.(*)
Operando una sovrapposizione strumentale tra “partitico” e “politico” si è lentamente (manco troppo) fatto passare quasi ovunque e quasi totalmente il messaggio che “tutto ciò che è politico è merda”.
Questa operazione di occultamento e manomissione dei significati è al contempo un’opera precisa di sabotaggio cognitivo e interpretativo, che si traduce in inazione pratica: tutto ciò che è politico è marcio perciò non mi ci metto tanto, per di più, non cambia nulla.
Questa seconda parte della frase, mantra rintracciabile su quasi tutte le bocche della penisola, è un esempio magistrale di profezia che si autoavvera: non faccio nulla per cambiare perchè tanto non cambia nulla.
Voilà!
Se da anarchicx siamo più che d’accordo che ciò che è politico è marcio, nel senso del teatro partitico/istituzionale democratico siamo però fermamente convintx invece che (quasi) tutto sia politico nella sua accezione di avere delle cause e delle conseguenze ambientali, in un ambiente che non è neutro ma dominato, sistematizzato, da regole di oppressione (patriarcato, specismo, capitalismo, autoritarismo, razzismo).
Quindi, il valore immenso di quelle mobilitazione per noi (ripetiamo, non per invisibilizzarne altri, nè per tacerne i limiti, ma ci pare che su quanto scriviamo ora nessun testo avesse posto l’accento) è stato ripoliticizzare il quotidiano: tanto con la mobilitazione per Alfredo quanto, in misura maggiore, per la Palestina, la vita sembrava avere di nuovo dei connotati storici, ideali, etici. Questo, crediamo, sia ciò che più di tutto terrorizza chi detiene il potere e con la buona vecchia dottrina fascista (“in questo posto di lavoro non si parla di politica. Si lavora e basta”.) mantiene masse di sfruttatx in uno stato di costante frustrazione disillusa, di oppressione rassegnata, proprio perchè alienata da qualsiasi possibilità di cambiare le cose.
Durante i mesi di mobilitazione per Alfredo tutte le tv e i giornali e le radio e i social parlavano del carcere, questionandolo, criticandolo, qualcunx ponendo in discussione la sua utilità: cosa c’è di più assurdo e pericoloso per una società poliziesca e carceraria come quella italiana? (poi che si possa discutere a lungo sulla “mediatizzazione” delle lotte, soprattutto di quella per Alfredo, è un altro importante punto che non toccheremo ora).
Durante le mobilitazioni per la Palestina c’era un vero e proprio senso di polarizzazione sociale (ossia ti dovevi posizionare, stava saltando il sacrosanto diritto-dovere alla “neutralità”: di fronte a una cosa così grossa devi dire da che parte stai) di presa di coscienza e di presa in carico di questioni politiche addirittura immensamente più grandi del solo nostro orticello, e il fatto che stesse diventando via via sempre più di massa questo coinvolgimento, crediamo sia stato determinante nel fare inscenare il teatrino della “tregua” che poi ha sancito la prosecuzione del genocidio con altri (soliti) mezzi, e la morte della mobilitazione globale di solidarietà.
Ora, non vogliamo mitizzare oltre il dovuto queste mobilitazioni, e neppure ne elencheremo qui tutti i limiti che pure ci sono stati, solo ci interessava partecipare al dibattito che si suggerisce nel testo e dire e dirci che noi anarchicx siamo creature che necessitano di un mondo politicizzato, perchè questo è il nostro linguaggio, laddove invece il potere necessita (e ha ottenuto) un mondo tecnico: formalmente apolitico, praticamente reazionario tendente al fascista.
Noi anarchicx diamo il nostro meglio in un contesto di effervescenza etica, per la capacità e l’attitudine a suggerire i giusti obiettivi della giusta rabbia sociale o individuale: i padroni, gli amministratori delegati, le industrie belliche, gli armatori complici, le ferrovie complici, le banche, etc etc.
Questo nostro “cassandrismo” è di solito una voce che cade nel vuoto, ma laddove la società si ripoliticizza, laddove si riscopre l’azione politica, allora ecco che torna a fare paura a chi detiene il potere. O per lo meno questo è quello che crediamo e che vorremmo aggiungere alle sopracitate riflessioni del testo.
Lo stesso “insurrezionalismo”, che tanto ancora viene sbandierato daigiornali (a dir la verità ormai suona un pò boomer dire “anarco-insurrezionalista” ma tant’è!) a nostro modesto parere teorizzava – e praticava –  uno “stare nelle lotte preesistenti nel tessuto sociale con l’intento di radicalizzarle”, ma vivendo in un contesto dove le lotte sociali non esistono, per lo meno quelle che possano vantare una partecipazione e una durata che le faccia considerare “rischiose” dalla controparte, ecco che il compito dellx anarchicx si complica incredibilmente.
Ed ecco perchè, crediamo, le ultime mobilitzione in Italia hanno così spaventato il governo e gli apparati repressivi: perchè una parte, minoritaria certo, ma agente e pensante, della popolazione italiana(**) stava ripoliticizzando la sua esistenza.
E quando assumi che tutto è politico in un sistema sovrasocializzato come il nostro, allora ovunque diviene legittimo manifestare la propria politicizzazione, il proprio posizionamento: crediamo che, in defintiva, sia stato questo l’incubo dei padroni negli anni ’70 (oltre all’illegalismo di massa e armato): che la gente non lasciava correre, si schierava, rivendicava, lottava, protestava, diceva, scriveva, si univa, ovunque, non c’era una separazione tra il circolo politico, il concerto, il luogo di lavoro, la scuola, la famiglia, i boschi, le spiagge, tutto è da mettere i discussione, tutto è da ribaltare, perchè su tutto, stato e capitalismo, hanno messo le mani.

Un altro punto sul quale condividiamo la necessità di “presa in carico”, come si suggerisce nel testo, è quello che riguarda il 270quinques ter: il “terrorismo della parola”.
Quello che scriveremo, invero, ci rendiamo conto essere un po’ una banalità per chi mastica di diritto e leggi e tribunali, perciò saremo brevi.
Come si dice nel testo sembra un articolo studiato apposta per un movimento come quello anarchico che ha sempre scritto e stampato e letto tanto, ma anche, aggiungeremmo, per un momento storico come quello attuale dove i contenuti virtuali dilagano sui cellulari di quasi ogni singola persona sulla terra e, proprio come nel caso di Ahmed Salem, se sei la persona sbagliata col video sbagliato, finisci incarcerato per terrorismo.
Infatti, sempre secondo chi scrive, ci vogliono almeno due ingredienti perchè il maleficio della legge si compia: il fatto che viene contestato (in Italia poi basta la supposizione del fatto, se sei, per esempio, anarchicx o palestinese) e, appunto, l’identità del soggetto.
E’ infatti evidente che la legge non punisce i fatti ma chi li commette (gli stessi opuscoli che sono valsi l’arresto e la detenzione in AS2 per i nostri compagni Pietro e Toni, se fossero stati rinvenuti nella casa di un manager o di uno sbirro o di un onesto cittadino che vota nella maniera giusta, cosa avrebbero comportato?) e come non considerare che, sempre in Italia, ci sono negozi (reali o online) che vendono dozzine e dozzine di testi nazisti o fascisti, che promuovono gli stermini razziali, la misoginia, l’assassinio politico e così via, e continuano a circolare in normalissimi circuiti commerciali? (taluni patecipano anche alle fiere del libro!)
E’ una domanda retorica e non vuole portare con sé alcuna indignazione: sappiamo che la legge è l’espressione di un rapporto di forza, e sappiamo che la legge disciplina i corpi e le menti, non regolamenta le interazioni. In definitiva sappiamo che la legge è un plotone d’esecuzione con la pallottola sempre in canna diretto verso i marginali, le ribelli, le scomode, i reietti, i non conformi, le refrattarie all’ordine.
E per ognuno di questi soggetti, ci pare di leggere dalle applicazione fatte fin’ora di questo nuovo articolo, si contestano, secondo il principio di arbitrarietà e vacuità legislativa capisaldi dell’ordinamento repressivo italiano, sfumature diverse di “terrorismo”.
Allx anarchicx infatti fin’ora sono stati contestati testi – per quanto ci è dato sapere – assimilabili a “manuali”, quindi testi che restano nel campo semantico dell’azione diretta, dell’artigianato
rivoluzionario, laddove il compagno palestinese di cui accennavamo è stato arrestato per un video che mostra alcune componenti della resistenza palestinese in azione. Un video, a detta di tantx, che avranno visto centinaia di migliaia (se non di più) di persone nel mondo, Italia compresa.
Lx anarchicx continuano, da centocinquant’anni, a fare paura agli stati perchè coniugano la parola con i gesti concreti, le persone palestinesi
devono essere schiacciate sul nascere (come Israele insegna brillantemente) e sradicate dalla loro cultura, cosmogonia, terra, lingua, e dal loro immaginario di resistenza, perchè la loro stessa esistenza è un affronto alla pretesa onnipotenza del potere (in questo caso Israelo-statunitense).

Ecco, ci pare che possiamo fermarci qui, augurandoci che possano essere parole utili al dibattito.

Complici e solidali con tuttx lx prigionierx anarchicx e rivoluzionarix nel mondo!
Per un mondo di liberx ed ugualx!

(*) Questa nota potrà sembrare fuori contesto, ma siamo invece persuasx che sia un esempio calzante di “guerra alla politicizzazione”: le scritte sui muri.
Sempre uno dei passi fatti dal berlusconismo fu di dichiarare guerra ax writer. Se da un lato si può leggere come una facile strizzata d’occhio al cittadino medio che ammazzerebbe a mani nude chi gli tagga il portone di casa, dall’altra pensiamo che questa crociata contro le scritte sui muri sia precisamente mirata a sopprimere uno dei mezzi storicamente (da quando esiste la scrittura…ed esitono i muri!) utilizzati dalla gente di strada per comunicare, denunciare le malefatte del potere, sfogarsi, filosofare, dedicare, etc.
Il fatto di aver reso reato penale l’imbrattamento ci dice che la direzione è quella di stringere il monopolio sulla comuncazione e di criminalizzare chi volesse contenderlo attraverso la pratica autogestita della muralità: solo chi ha legittimità di fornire messaggi, i media, può occupare lo spazio pubblico, voi invece siete teppisti, non gente che ha idee che vuole trasmettere. E i teppisti, in una società con la religione del decoro, sono il gradino prima de terroristi.
Si potrà obiettare che ci sono i social che sono bacheche dove ognunx può dire la sua, ma controbiettermo che la fisicità dei luoghi, la concretezza di un muro che vedi tutti i giorni sulla tua strada, non è paragonabile alla fumosità del virtuale, dove micini coccolosi e bambini senza braccia a Gaza hanno lo stesso peso, basta scrollarli via.

(**) O meglio, che vive all’interno dei confini italiani, perchè, altro dato assolutamente allarmante per il potere, per la prima volta – nella vita di chi scrive –  gente italiana e gente razzializzata si stavano incontrando davvero nelle strade, saldandosi in dei rapporti, scontrandosi assieme contro la polizia, e questo è pericolosissimo per uno stato colonialista e razzista che fonda la quais totalità delle sue strategie di propaganda e di dominio sul razzismo e sul suprematismo.
All’oggi quello che resta di questo incontro sono lx prigionierx: tanto da parte anarchica come da parte palestinese/solidale ci sono arrestatx,
spesso nei circuiti d Alta Sicurezza, che si sono, anche, riconosciutx in quella lotta comune: crediamo sia interessante ragionare come non parcellizzare la solidarietà da un punto di vista identitario (anarchicx con anarchicx e palestinesi con palestinesi) ma fare della repressione
un’occasione di nuovo incontro e complicità. Cominciando magari proprio dal partecipare reciprocamente ai presidi sotto le carceri.