IL CUORE È ESPLOSIVO, LA GIOIA È COMBUSTIBILE, IL RESPIRO È UN BOATO – RIFLESSIONI INDIVIDUALI A SEGUITO DI ALCUNE OPERAZIONI REPRESSIVE

Diffondiamo (qui il testo in pdf)

All cops are bandogs:
cani da guardia per scelta (è la scelta la loro prima colpa).
La “pappa” gliela danno i politici, miseri giardinieri tuttofare
che fanno creste sulla spesa e scodinzolano
le poche volte che vengono ammessi alla casa padronale.
Se vogliamo davvero che la paura cambi lato
È in quella casa che ci devono sentire,
quelle le finestre che per prime dovranno piangere i vetri
delle nostre pietre e bottiglie di rabbia
quelli i muri che dovranno sanguinare.
Sono pochi, i nomi sono noti,
vogliono farsi credere lontani e
irraggiungibili, ma la puzza della loro merda li tradisce 

 Seguono alcune riflessioni individuali maturate a seguito di quanto avvenuto nel contesto del carnevale no ponte dello scorso uno marzo a Messina, dell’operazione “Ipogeo” della procura di Catania e dello sgombero della Palestra L.U.P.O a Catania.  Riflessioni che sorgono anche dall’assordante silenzio del movimento no ponte, anche il meno istituzionalizzato, riguardo gli arresti e le condanne che hanno seguito il carnevale no ponte e riguardo le applicazioni delle ultime disposizioni in materia di sicurezza nell’arginare e criminalizzare la solidarietà espressa in occasione della prima udienza relativa alle misure cautelari per le persone inquisite per i fatti dello scorso uno marzo a Messina. Quel giorno, il 17 dicembre, oltre un presidio al tribunale di Messina sono state percorse alcune delle strade del centro città in maniera rumorosa e solidale, il che ha maturato (ad oggi) un avviso orale nei confronti di un compagno di Messina ed un foglio di via nei confronti di un compagno di Catania.

Il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Una terra che si muove lenta, frana inesorabilmente, si rende irreversibilmente ostica alla presenza assassina di scavatrici, carri armati e fili spinati. Una patria di militari e di immortali, nomi grossi su petti stretti, cuori labili corrosi da effetti speciali e luci illusorie. Uno spettacolo stridente come le catene dei macchinari della produzione, mezzi, cui obiettivo ultimo è l’asservimento di un’esistenza collettivamente solitaria. La metafora non è aleatoria, ma portatrice di altro. Trincea a fucile spianato, terreno minato. Petti esplosi che manco sanguinano più e che esigono la loro concretezza contro il nostro respiro. Una lunga ed infinita apnea che costringe alla cianosi di corpi ormai tendenzialmente vuoti meccanismi, ingrassati da successi e pezzi di carta certificanti. Distrazione costante dalla vita, esistere consiste nel raggiungere obiettivi per altri; scuole di regime, conoscenze prepotentemente universalizzate, un dito su un grilletto e, poi, un bersaglio target di questo triste esperimento balistico di morte insensata. L’anestesia del sentire nel colore del viso tumefatto dal patriarcato, della schiena spezzata del turno di lavoro, da quel laccio che mi ha addormentato per sempre. Tutto avverrà domani, intanto… confini su confini su confini e chiavi buttate in un mare che non restituisce nient’altro che ulteriori sottrazioni, costante relazione inversamente proporzionale tra vita e ordine. Hanno voluto del galeone un relitto… Ma la mareggiata?! Il lento accasciarsi dei promontori su questi presidi di civiltà?! Così sul letto di queste fiumare asciutte, soffocate dall’asfalto il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Gli occhi?! Costretti ad un post-traumatico immortale fallicamente imposto nel rito dell’ignobile anonima morte in seno ad una banale icona; una croce uncinata, una S doppiamente sbarrata, delle stelle e delle strisce: altari delle patrie, sia che sventoli un tricolore o debito pubblico appena stampato, chi non vi si inginocchia innanzi dev’essere deglutitx da (in)umani voraci di carne, invece, disumanizzata. Le combattono tutte le loro guerre, non ne perdono una, anche quando il segno che precede vita sembra essere sempre più un meno. E le costringono (le guerre) ai topi succubi della loro stridente nenia di flauto ingannatore; disseminata la peste, va asservita a certi e svilenti pensieri. E la loro peste, cui vettore ne è ormai principalmente un drone, imperversa in quello che è considerato da certi un banchetto: il mondo. Fanno della vita detriti schizzati in aria dalle bombe cucite dai loro compari in patria. Fanno della vita una sbrilluccicante brochure per celare un mondo, invece, solo galera. Coloro che ogni cosa e tuttx riempiono di “per” scorrazzano; maledetti, questi non hanno che rantolare il grido del loro allineamento. Qualunque loro sia la posizione, le labbra sono state (s)vendute. Si sentono cuscinetti, ma la loro convivenza con la convenienza li ha smussati a freno motore ormai corroso di un motore altrettanto corroso, frizione bruciata, fetide intenzioni tutte volte alla retromarcia. La sbandata è tutt’altro che garantita. Le iniezioni letali di cemento sono già quelle che, intorpiditi i neuroni, annullano ogni tensione alla tensione; annullano ogni propensione all’irreversibile domanda sul tutto. Garotaggi di persone hanno permesso una soffocazione quasi niente sbagliata di macroaree sentimentali, catalogando(ci) in mega gruppi nei quali contenitori ci si mette troppo spesso volontariamente. Eccoli qui i cantieri, le reti arancioni, l’ennesima dissociazione di un mondo sempre più distante. Una propensione all’arroganza del pastore d’anime ed alla ricerca di un argine dal quale mai fuoriuscire. Sanno bene verso dove far sputare le loro linguacce e quale bestia sbranare per ridurla in strazio con la loro danza sterilizzatrice di vita.

Il mondo-cantiere è indifferente. Oltre replicarsi all’infinito, procede in questo riprodursi senza alcun badare ai sentire delle vite. Non interessa proprio! Procede a testa bassa, deve costruire parcheggi… Nella missione di graduazione e, dunque, valorizzazione delle cose nella supposta sottrazione al de-grado, non vi è tempo per badare agli odori delle epidermidi. Non c’è tempo, hanno valutato ogni singolo istante e, dunque, lo hanno saldato ad un valore, ogni sobbalzo significa problemi. Ogni sobbalzo significa ruberie che vacillano. Sottraggono spazio al “degrado” sostituendolo con cemento, bitume e delle strisce tristemente blu. Ticket orari e “bella vita” tra le vie dove la vita è, invece, criminalizzata, sottratta e voluta infertile. Se non altro per certi visitatori basta un plastico coloriccio simile alle brochure che gli hanno rappresentato i social-network del mercatino della “vita lenta” da consumare in poche ore, così poche da non poter mai scorgere invece il triste nulla su cui si regge quella bella patina di merda. Il mondo cantiere non può badare a nulla se non che al ticchettio di fondi a rischio perdita. Un fondo perduto poiché mai voluto, il loro scavare sembra perpetuo e mai pronto a fermarsi. Fanno i solchi e li riempiono con il loro denaro, fondi su fondi su fondi. Tutto va a fondo.

E del brulicare di vita? Cosa resta? Chiaro; il battere cassa è a certi più importante di qualunque altro battito. Figuriamoci quello cardiaco.

“Fanno il deserto”… E se non lo hanno fatto loro allora bramano di conquistarlo o, comunque, di darne una forma gradita e conosciuta. Bombe? Ruspe? Manganelli? Sfratti? Crisi di panico? Solitudine? Tutto è agito dalla stessa mano stragista protetta dalle leggi e che afferra tutto per stritolarlo nella sua morsa letale. “E lo chiamano decoro”… quello squallido trucco che appongono alla loro morte insensata, per poi volercela schiaffare in petto. Che schifo tuttociò. Decorano la loro maschera da stupratori della vita con parcheggi, quartieri sbrilluccicanti sottratti ad ogni esistenza, case vacanza sempre vuote (anche quando infestate dai soldatini del turismo che viene e che torna), con città fatte sempre più per rapidi (o meno) banchetti e campagne trincerate per simulare il sanguinario gioco della guerra degli Stati (per esempio, lo svolazzare di elicotteri di guerra statunitensi su cieli, anche, dei parchi protetti delle Madonie, nel palermitano). Tutti questi cantieri ci si chiudono in petto e ci opprimono il respiro che a ‘lorsignori’ tanto arreca fastidio. O almeno questo è il loro volere, messo chiaramente a servizio di chi lo ha anche più grosso. Hanno dunque reso l’aria irrespirabile con il loro fiato cancerogeno ed adesso che l’ennesima rete è stata bullonata al suolo cosa avete ottenuto? Pensate veramente di poter offuscare tuttx nella vostra nuvola di cemento sgretolato innalzata dalle vostre ruspe? Pensate di poterla seppellire sotto l’ulteriore cemento che vi apporrete sopra con le vostre betoniere metastatiche?

Una guerra infinita quella della nazione contro le persone e, tra la nazione e queste, tutta una serie di magnaccia e capò si infiltrano saccheggiando e devastando, rapinando, distruggendo, agendo violenza squadrista, organizzata e legittimata dalle leggi degli Stati cui ne proteggono gli interessi. E poi i loro incappucciati manganello muniti aprono la strada come vere e fedeli guide di un padrone che odia la selva e la riproduce all’infinito solo per il gusto di vederla distrutta. Il fronte, la trincea, un esterno che sembra mai giungere sotto gli sguardi pacificati… questi, mentre cercano il feticcio da venerare nei loro riti da salotto impomatato, non tardano a condannare con paternalistico fare quelle bestioline incontrollabili che gli hanno sottratto il totem per farne, invece che culto, strazio iconoclasta. Ma gli egonomi della lotta non tardano a riprendersi il loro pupazzetto di plastica, con l’aiuto dei venerabili delle segreterie di partito, con l’aiuto degli agenti dell’opinione pubblica e delle questure che bramano quell’ordine fetoso della delega e dei leader.

Ma si può veramente costringere definitivamente la vita? La si può veramente ridurre esclusivamente a protocolli, PEC, ed a quanto è più conveniente? È riducibile alla scelta di un candidato? Ad una “quota rosa”? Nelle considerazioni di una procura? La si può sottrarre di pulsazioni quando viene colposamente descritta come deviata? La si può costringere ad un reparto psichiatrico? La si può definire in delle teorie? Nello strame che ne fanno leggi e nazioni? Si può veramente sottrarre la vita dalle vite? La si può ridurre ad un vuoto a rendere?

“Una delle regole essenziali del totalitarismo è la distinzione dei sudditi in categorie protette e categorie prive di protezione. In queste ultime possono poi ricavarsi categorie destinate allo sterminio”. (A. M. Bonanno)

Se l’ atto repressivo è un fatto “normale” di un regno che vede la propria legittimità messa in discussione, bisognerebbe, dunque, domandarsi cosa è che lo normalizza. Cosa rende accettabile il monopolio statale della violenza e della narrativa non-violenta/pacifista? Cosa rende normale il seppellire la vita nelle gattabuie dello Stato? Cosa normalizza il lancio di lacrimogeni in faccia alle persone? Cosa rende normale l’invasione di braccia armate prodromo di cemento e solitudine? Cosa rende normale l’ossessiva presenza di pattuglie e telecamere per le strade delle città? I rastrellamenti a chiara matrice razziale per permettere la voracità dell’industria turistica, come San Berillo a Catania? Cosa rende normale la militarizzazione totale delle polizie e la polizificazione degli eserciti? Cosa rende normali frontiere sanguinarie, serrate e sempre più concepite come aree di ghettizzazione forzata delle persone migranti? Cosa rende normale tutte le persone suicidate nelle carceri? nei CPR? nei reparti psichiatrici? dalla disperazione della povertà? dalla ghettizzazione della vostra morale? Forse una percezione diffusa di impotenza schiacciante. Quella sensazione di nullità di fronte ad un mostro talmente gigante che ci riempie di ricatti. Il lavoro, l’università, la famiglia, debiti, la morale etc. etc. etc… Questa visione del mondo si regge sul guinzaglio corto e soffocante al collo di ognunx. Ogni strattone della bestia vuole essere corrisposto da una presa ancora più salda del suo padrone, il sadismo di costoro è colmato dal soffocamento dei loro sottoposti. Possibile in virtù di un’impalcatura di potere cui potremmo aggiungere definizioni e spiegazioni per parecchio, risalendo il crinale di questa storia sino al punto zero della pace vestfaliana, con la nascita degli Stati-nazione e l’adorazione maschia della “madre patria”. L’applicazione di un sistema tale viene narrato come tutto intra-europeo, la nascita del sistema moderno, del capitale. Ma è vero, invece, che un sistema tale non sarebbe potuto esistere senza l’imposizione della “società coloniale”. Infatti, il sistema di capitale, dapprima fondato su una narrazione unicamente ed esplicitamente identitaria-culturale, conosce le sue prime applicazioni, sotto forma di tragici esperimenti, nel corso delle conquiste delle “terre d’oltre mare”. Così che mentre le compagnie commerciali emettevano i primi titoli azionari per finanziare le proprie imprese commerciali nelle “Indie”, gli eserciti dei regni cattolici estraevano con spada e cannone le materie prime utili ad un mondo che si preparava all’industrializzazione; tra le quali, anche forza lavoro a costo zero.

“Avere palazzi di corte lustri, ma campi incolti e granai vuoti, indossare abiti raffinati e lussuosi e portare alla cintola spade affilate, […] possedere beni e ricchezze ben oltre il necessario, tutto ciò equivale a ladrocinio […]” (Laozi)

È nella politica identitaria che si trova la base dalla quale si costruiscono da un lato le espansioni coloniali e dall’altro le esperienze di sottomissione dei popoli colonizzati. Il sistema capitalistico moderno prende forma attraverso lo stabilirsi di forme specifiche e differenziali, che hanno avuto nel capitalismo coloniale il suo terreno fondamentale di sperimentazione. Le forme di tale dominio coloniale, seppure con i dovuti cambi di rotta, persistono dal momento che le guerre per le indipendenze non hanno prodotto altro che ulteriori Stati attraverso i quali riprodurre quelle medesime strutture di dominio che si andavano organizzando dagli albori delle esperienze coloniali. Così, l’organizzazione della società è ricca di esperienze in cui spossessati si sono trasformati nei più sanguinari servi del vile piano d’oppressione delle stesse nazioni che li ha dapprima bistrattati e, poi, assorbiti nelle sue marginalità, al servizio della tanto continua mobilità delle sue infinite frontiere. Un’inquietante esempio possono essere i sefarditi, in fuga da luoghi dove la loro vita era messa seriamente a rischio ed infatuati dal progetto di poter convivere con altri “ebrei”. Sposare l’identità dello Stato israeliano, che li considera come le “classi” più abiette della società, ha condotto questi ultimi a trasformarsi in sanguinosi torturatori ed efferati sbirri del sionismo pur di mantenere il privilegio dell’incolumità statale che i loro governanti elargiscono. Dall’altro lato come non menzionare le fazioni più efferatamente stataliste che vedono nella “causa palestinese” la concreta possibilità di accostarsi al banchetto dei loro stessi persecutori; con bottoni lucidi sbirri di Gaza opprimono le insurrezioni popolari, concreto rischio per la realizzazione del loro progetto di potere. D’altronde il modello si ripete pedissequamente: le insurrezioni popolari per queste elitès coloniali significano il rischio di perdere i privilegi concessi loro dal colono. Tutte forze che agiscono intorno allo sfruttato “creando un clima di sottomissione ed inibizione che allevia il compito delle forze dell’ordine”. Ma ulteriormente, si potrebbe parlare della composizione sociale delle forze armate e dell’ordine in tutte le nazioni del mondo e si manifesterà la più banale delle verità: non è difficile alimentare le paure degli oppressi. La massa mediata, dunque, sanguinosamente facile da irreggimentare agli scopi dei loro elargitori di privilegi in termini materiali, mentali o altri. Dunque, partiti o individui caratterizzati da un’attività di tipo perlopiù elettorale, non essendo effettivamente interessati ad un rovesciamento totale del sistema, non invocano mai l’uso della forza da parte delle masse, ma la usano come minaccia verso le istituzioni dei coloni al fine di ottenere più peso e potere politico.

“Il reietto impaurito è spesso più miserabile ancora del dominatore, il realista è più feroce del re in persona”. (A. M. Bonanno)

Esiste una continuità con il mondo coloniale che si fonda in maniera sempre più solida su concetti identitari e i differenziali che ne derivano. La replica di questo schema di significare il mondo è concretamente la metastasi del “normale” che affligge percorsi ed esplosioni di libertà opponendone burocrazie e standard, a tutti i livelli. La possibilità di intessere discorsi identitari su tutti i livelli rende possibile la replica all’infinito di confini, affacci da cui il sistema di capitale conduce il suo andamento di espansione-contrazione. I fili spinati dell’identità, pietra angolare della legittimità del sistema capitale-statalista, permeano l’esistenza dei sudditi, influenzandone ogni aspetto dell’esistenza. Lo stesso dispositivo ha, dunque, costruito i confini del discorso d’esclusione che troppo spesso i “movimenti territoriali” (s’intende quelli mediati da pastorx d’anime) hanno dispiegato per corroborare l’indice incolpante contro ormai famosx “infiltratx”. Bisognerebbe prendere atto che le mediazioni politiche, quand’anche non propriamente partitiche, tendono a cloroformizzare la partecipazione spontanea, indipendente ed autonoma. I confini di un “movimento” troppo spesso delineano un contenitore di pratiche e procedure che hanno l’effetto di posporre la vita aderendo all’esistenza inerziale che il mondo colonial-capitalistico desidera. L’idea stessa di movimento “territoriale” suggerisce l’esistenza di caratteristiche specifiche senza le quali non si potrebbe aderire a quella lotta in particolare. Questo particolarismo è utile solo alla riproduzione della posizione di “capo-bastone” che, incistata nel modo di vedere le cose, viene replicata e cucita su ogni forma di vita altra, con la pretesa di ridurne l’esistenza a standard conosciuti e concordati in comunità strette e fortemente mediate da figure “leader”. Questo tipo di organizzazione a livelli fa di moltissimi movimenti “territoriali” delle strutture parecchio simili a quelle dei partiti. Infatti, troppo spesso le istanze di tali movimenti, auto-dichiaratisi indipendenti in principio, finiscono per impolpare il piatto dei contenuti delle campagne elettorali, svuotando definitivamente ogni possibile carica di rivolta dell’istanza “territoriale”.

Tali vescovi dei labili “no” finiscono presto per dimenticare la loro primaria definizione di “movimento territoriale”, stabilendo un differenziale basato sul successo e la “comunicabilità” che apre le porte a strutture organizzate, abdicando definitivamente all’auto-gestione, se non in piccoli e tribali rituali da chiacchiera “infra nos”. I movimenti di lotta “territoriale” così sentono di divenire difensori del milieu territoriale, proponendo “alternative” che non fanno altro che aggravare la portata della loro (innocente?) menzogna. Il “percorso” tanto gradito a tali assemblee, utile a rendersi comprensibili anche “alla vecchina al balcone”, si trasforma in una routinaria e vuota tradizione fatta di appuntamenti periodici e rituali a ripetizione. Il discorso “territoriale” è caratteristico di diversi movimenti, la “difesa del territorio” diviene un elemento fondante di questo tipo di aggregazione scenica. Una modalità di aggregazione che non concede null’altro che la pedissequa ripetizione della  quotidianità, escludendo ogni seducente possibilità di gioia.

Il taboo della violenza, che si concretizza poi nella pacificazione più servile, esclude inoltre la possibilità di un discorso concreto sulla repressione e le strategie- tanto collettive, quanto individuali- che si potrebbero dispiegare nel fronteggiarla, normalizzando di fatti il rapporto di potere unilaterale che intercorre tra oppressore ed oppressx e il suo potere di farci percepire solx. Inoltre, non si può assolutamente eludere l’azione cloroformio che questa vita-galera ci sottopone quotidianamente. Troppo spesso, infatti, ci si trova impreparatx davanti all’aggressione da parte dell’ “ordine costituito”. Ma ulteriormente impreparatx davanti alle furbate di chi cela ulteriori intenzioni oltre quella di “riempire le piazze”. Mentre certi sacerdoti condannano qualunque altra pratica come colpevole di svuotare le fila dei loro movimenti, lasciano aprire le loro sfilate dai segretari di quegli stessi partiti di c.d. opposizione che non hanno esitato e non esitano a porgere il fianco e fare favori a chi la vita la odia!  Trasformando il tutto in un banale e “normale” spettacolino elettorale, tutta carta straccia una volta allontanatesi le urne dai calendari di questi funzionari.

Quando spossessatx fanno scricchiolare le loro catene il mondo dei ben pensati di partito e di movimento si scandalizza. Questo mondo affonda il viso tra le mani per una scritta su un muro, per una vetrina infranta, per una sassaiola su un plotone di polizia e reputa “normali” (normalizzandole) le tragedie umane alle quali quotidianamente questo mondo ci sottopone. Si concepisce possibile tenere i fucili costantemente puntati contro stranierx alle frontiere e ci si scandalizza se per una volta, invece, quella violenza cambia direzione e, anziché essere strumento di riproduzione di potere, diviene mezzo di libertà, di concreta solidarietà senza alcun confine. Così la prima frontiera della repressione, volenti o nolenti, è la pretesa di aderire al copione democratico del dissenso secondo le regole da parte dei movimenti di massa mediata. E poi… lo sbirro che risiede in ognunx (o quasi) di noi.  Ma come micelio, anche se la terra è resa infertile, prima o poi rispunta e, comunque, nel frattempo…seguendo vie differenti da quelle percorse va manifestandosi “altrove”. Anche se spesso certe relazioni di potere si replicano pedissequamente in questi “altrove”, avviene comunque che la gioia esploda e colori oltre che i cieli e i muri delle città, anche le sue strade. Quando le catene scricchiolano a volte, poi, si spezzano. Ed anche se poi, la maggior parte delle volte, tornano più strette di prima, quei momenti sono impossibili da alienare dalla dimensione dei fatti. E così il piatto sopravvivere delle nostre routine delle volte si incrina e prende delle direzioni inaspettate che, seppur non totalizzanti, divengono sempre più consistenti nel se. Le brecce che si sono rotte non possono più risaldarsi, anche opponendovi tutto lo squallore cementificante possibile a questo mondo.

“Illuminata dalla violenza la coscienza del popolo si ribella contro qualsiasi pacificazione. I demagoghi, gli opportunisti, i maghi hanno ormai il compito difficile. La prassi che le ha buttate in un corpo a corpo disperato conferisce alle masse un gusto vorace del concreto. L’impresa di mistificazione diventa, a lunga scadenza, praticamente impossibile.” (F. Fanon)

Tutti quei fuochi di vicinanza, ogni insurrezione e ribellione di solidarietà nei confronti della libertà; ognuna di queste brecce, ognuno di questi momenti in cui la violenza si è ritorta contro il padrone, ogni viso che si è esposto con le persone detenute e/o in lotta contro questo orribile e squallido mondo intriso di “crazia”, ognuna di queste diserzioni ha fatto sì che questo bramoso mostro capitale tremasse ancora un altro po’. Ed ogni esperienza di liberazione, anche se assolutamente effimera, diventa ispirazione, coraggio, propulsione per altri momenti di libertà e per altrx; diventa un’ulteriore sbavatura su tutto questo trucco che edulcora le galere della vita.  Per questo, e molto altro ancora, prendere le distanze e criminalizzare tali atti di libertà significa riprodurre e corroborare relazioni di potere che sono le armi fondamentali con cui il mondo vigente si mantiene in vita.

Queste parole sono tutte contro i nemici della vita, costruttori di ghetti ben sorvegliati! E sono tutte in solidarietà a chi si trova ingabbiatx. Sia dentro un carcere che dentro un’esistenza costantemente sotto la minaccia del “fallimento”. In solidarietà a tutte le persone sole nell’angolo buio di questa non-vita a rilascio prolungato. In solidarietà e vicinanza a chiunque convive e condivide punti interrogativi. In solidarietà agli irreversibili dubbi verso tutto! Contro ogni certezza raggelante e definitoria! Queste parole sono un ennesimo tentativo di liberarmi di queste scarpe di cemento nello sguazzare dentro questa palude.

Con il cuore e lo stomaco stretti in una morsa delle volte letale. Con il formicolio alle mani. CON AMORE E RABBIA!

“DAI CORTEI PER RAMY A MILANO AI CORTEI NAZIONALI E NON PER LA PALESTINA IL PRIMO NEMICO DELL’ INSURREZIONE SONO I MOVIMENTI E I CORPI APPACIFICATORI!
SOLIDARIETÀ ALLX ANARCHICHX RINCHIUSX NELLE GALERE DA CATANIA ALL’INDONESIA.
SEMPRE PACIFISTX, MAI PACIFICX!” (Bak)