AGGIORNAMENTI OPERAZIONE SCRIPTA SCELERA

Diffondiamo:

Operazione Scripta Scelera: Gino Vatteroni ritorna agli arresti domiciliari con tutte le restrizioni, Veronica all’obbligo di dimora con rientro notturno e obbligo di firma (30 ottobre 2023)

Si sono tenute il 30 ottobre presso il tribunale di Genova le udienze d’appello inerenti l’aggravamento delle misure cautelari nei confronti di un compagno e una compagna anarchici indagati nell’operazione Scripta Scelera dell’8 agosto. È stato disposto il trasferimento di Gino Vatteroni agli arresti domiciliari con tutte le restrizioni (divieto di comunicazioni, di visite, ecc., più il braccialetto elettronico), mentre Veronica passa dagli arresti domiciliari con tutte le restrizioni all’obbligo di dimora nel comune di domicilio, congiunto al rientro notturno dalle ore 19:00 alle 07:00 e all’obbligo di firma tre giorni a settimana.

Gli aggravamenti delle misure cautelari erano stati notificati il 4 ottobre. Gino era stato tradotto inizialmente nel carcere di Massa, per poi essere trasferito il 9 ottobre successivo nella sezione di “Alta Sicurezza 2” interna al carcere “San Michele” di Alessandria, dove si trovano imprigionati (alcuni da oltre quarant’anni) dei militanti di varie formazioni delle Brigate Rosse e militanti comunisti rivoluzionari.

Pertanto la situazione ritorna sostanzialmente quella ordinata l’8 agosto, con piccole differenze (aggiunta delle firme tre volte a settimana per una compagna, rientro notturno dalle 21:00 alle 06:00 per un altro compagno), in una sorta di gioco dell’oca fatto di provocazioni, aggravamenti e ritorno al punto di partenza che impedisce di fatto un miglioramento nelle condizioni dei compagni nonostante l’annullamento delle misure cautelari in riferimento all’accusa di associazione sovversiva con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico (mentre le stesse sono state confermate, rimanendo inalterate, per l’istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità di terrorismo).

L’attacco alle pubblicazioni anarchiche e rivoluzionarie, i regimi di detenzione speciale come il 41 bis, la più generale offensiva repressiva a carattere preventivo dispiegatasi negli ultimi anni sono espressione delle politiche di guerra intraprese dallo Stato italiano. Alla luce di ciò, oggi come ieri crediamo sia necessario perseverare con tenacia nelle nostre convinzioni rivoluzionarie e internazionaliste, così come solidarizzare con tutti gli anarchici e i rivoluzionari prigionieri nelle carceri dello Stato, agli arresti domiciliari o con altre misure restrittive.

Invitiamo a partecipare al presidio in solidarietà con i rivoluzionari prigionieri, fissato in seguito al trasferimento di Gino da Massa ad Alessandria, che si terrà mercoledì 1º novembre, alle ore 15:00, davanti al carcere “San Michele” di Alessandria.

Riportiamo qui di seguito le coordinate del conto per la cassa di solidarietà con gli inquisiti:

Carta postepay numero: 5333 1711 9250 1035
IBAN: IT12R3608105138290233690253
Intestataria: Ilaria Ferrario


IMPORTANTE: Il 30 ottobre è stato disposto che il compagno Gino Vatteroni fosse trasferito agli arresti domiciliari con tutte le restrizioni. Tuttavia, a oggi (31 ottobre), Gino si trova ancora nel carcere “San Michele” di Alessandria, in attesa che sia disponibile il braccialetto elettronico o che sulla questione si pronunci il tribunale del riesame di Genova. Ricordiamo che per domani, 1° novembre, alle ore 15:00, è previsto in ogni caso il presidio fuori dal carcere in solidarietà con i rivoluzionari prigionieri rinchiusi in AS2 ad Alessandria come altrove.

SMASH REPRESSION: STREET PARADE MODENA [FOTO + TESTI]

DALLA STREET PARADE DI MODENA DEL 28 OTTOBRE 2023

Il 28 ottobre 2023, nella città della strage al carcere Sant’Anna,  ad un anno dal rave di Modena nord e dalla legge anti-rave, un anno di sgomberi, repressione e ostilità, per le strade e nei quartieri, un fiume di persone si è ripreso le strade al grido di Smash Repression, contro la società del proibizionismo, delle gabbie e dei CPR, in solidarietà ai rave, alle TAZ, agli spazi sociali e a chi lotta.

Riceviamo e diffondiamo alcune riflessioni, volantini e interventi portati quel giorno + qualche foto.

Siamo qui oggi contro il cosiddetto “decreto anti-rave”, ora legge, primo atto dell’attuale governo neofascista, legge che introduce una pena dai 3 ai 6 anni di reclusione per chi invade terreni o edifici per realizzare “raduni musicali” o altro tipo di intrattenimento  e aggregazione. È evidente la volontà dello Stato di reprimere ogni forma di organizzazione dal basso e impedire qualsiasi tipo di socialità fuori dal mercato, che non sia regolata dalla sua disciplina. Ce lo dicono gli sgomberi che avvengono in ogni città. Ce lo dicono i fogli di via che sono arrivati in questi giorni per impedire a compagne e compagni di essere qui con noi, per fare in modo che qui fuori in strada si sia sempre meno.

 Torniamo in strada oggi di nuovo contro la mercificazione dei nostri corpi e dei nostri desideri, contro la repressione che colpisce sempre più duramente chiunque si oppone a questo modello di sviluppo insensato, per rifiutare il divertimento consumistico e la desertificazione sociale imposta dall’alto, e difendere altri modi di stare insieme. Vogliamo che dalle nostre casse risuoni il grido di chi non si arrende nelle carceri, alle frontiere,  contro i CPR e il razzismo che permea sempre più questa società, contro la società del proibizionismo e delle galere, contro le retoriche del decoro, del degrado e della sicurezza portate avanti dai vari partiti di destra, così come della sinistra cosidetta progressista. Con Alfredo, Anna, Juan, Zac, Stecco… e a chiunque non smetta di lottare nonostante le pesanti condanne detentive ricevute!

SMASH REPRESSION!

A MODENA GLI ASSASSINII DI STATO SONO DI CASA!

In occasione della Street Rave Parade di oggi, il sindaco Muzzarelli e la questura starnazzano raccomandazioni di mantenimento del decoro urbano, di rispetto delle ”procedure democratiche” di espressione del dissenso, ricordandoci inoltre che qualsiasi tipo di ”provocazione” e ”atto violento’ verrà accolto a suon di manganellate democratiche con conseguenze legali annesse e connesse.

Che novità! La solfa è sempre quella: manifestare è un’azione ”legittima” e ”democratica” solo se non si mette veramente in questione l’esistente con le parole e con i fatti, solo se ci si comporta educatamente e responsabilmente accettando le leggi dello Stato e dei padroni fatte apposta per mantenere quella pace fatta di sfruttamento, repressione e guerre che dovremmo conoscere bene. Sapessero il sindaco e la questura quanto ce ne fotte della democrazia e delle loro sacre leggi!

A noi questo mondo fa proprio schifo e moriamo dalla voglia di rovesciarlo; vogliamo essere incompatibili con questo sistema e quindi col decoro e l’ordinarietà democratica. Che questa incompatibilità si esprima coi mezzi che meglio creda dunque; e se queste modalità non sono recuperabili e strumentalizzabili dal potere e dei leccaculi di giornalisti tanto meglio, se li attaccano:EVVIVA!

Che il Sindaco e la questura di una città – che l’8 marzo 2020 ha visto consumarsi all’interno del Carcere S.Anna una strage di Stato terminata con 9 detenuti morti – ci vengano a parlare di rifiuto della violenza, di diritti e di rispetto, la dice lunga su di quanto valgano le loro parole e la loro democrazia. Quel giorno il carcere di Modena, assieme a tante altre galere d’Italia, veniva scosso dalle rivolte dei detenuti, dalla loro rabbia e disperazione per le condizioni disumane accumulatesi da decenni, e non solo per la sospensione dei colloqui in carcere coi parenti motivata dall’emergenza Covid. La risposta alle rivolte da parte dello Stato è stata brutale e ha comportato 9 morti.

Ma nella democratica città di Modena la violenza va bene solo se viene esercitata dallo Stato contro gli oppressi, ancor meglio se questi sono emarginati, ricattabili o internati all’interno di lager come carceri e CPR. Quasi un mese fa, sempre all’interno del carcere di Modena, perdeva la vita un altro giovane ragazzo per arresto cardiaco nella sezione Nuovi Giunti. Le condizioni di salute in repentino peggioramento erano state segnalate dalle grida e dalle richieste di aiuto degli altri detenuti, ma sono rimaste inascoltate dalle guardie assassine e dal personale del carcere che ha permesso che il detenuto morisse senza venire prontamente soccorso. La violenza di Stato prende corpo anche nelle strade della città, e anche lì causa morti. Taissir Sakka (31 anni) è morto nella notte tra il 14 e 15 ottobre, il suo corpo è stato trovato in un parcheggio della città pieno di botte e con la testa aperta. In relazione a quanto accaduto quella notte sono indagati sei carabinieri.

La società dello Stato e dei padroni si fonda sul monopolio della violenza e sul suo utilizzo sui corpi e le menti di chi si ribella o di chi risulta scomodo. Accettare le narrazioni di chi ci vuole divisi in buoni (decorosi) e cattivi (indisciplinati, ribelli e teppisti violenti) significa fare il gioco di questa società, difendere la violenza di Stato collaborando con esso. I nostri nemici sono lo Stato e i padroni colpevoli di stragi quotidiane sul lavoro, in mare, nelle galere e nei CPR, nei territori occupati militarmente e coinvolti nel conflitto globale che giorno dopo giorno va internazionalizzandosi sempre di più.

Anarchiche e anarchici

Siamo entrati in SMASH REPRESSION urlando con convinzione NO 41-BIS contro la repressione e la violenza di Stato e ci siamo ritrovati a chiedere scusa di esistere su media e stampa. Nella stessa città che ha dato il La al decreto anti-rave e che sta archiviando la strage al carcere Sant’Anna non ci stiamo a rassicurare lo Stato “che la violenza non sarà tollerata in nessun caso, per nessun motivo” come fatto per questa street, assecondando proprio le stesse retoriche che da sempre usano per dividerci in buone e cattive, e reprimerci. Nella stessa città candidata ad ospitare un CPR, dove le morti in carcere continuano, e non solo in carcere, anche per le strade, non ci stiamo a prendere lezioni da chi della violenza ne ha fatto istituto.
Non abbiamo nulla da dimostrare a Stato e pennivendoli. Non ci preoccupa cosa diranno giornali, benpensanti e forcaioli. Non abbiamo nessuna immagine da difendere, non ci interessa se qualcuno ci dipingerà come vandali. Lo hanno sempre fatto e lo faranno sempre.
Post paternalistici legati all’iniziativa dove si invita a “lasciare la città quanto più possibile pulita”, a “non fare la pipì per strada”, dove ci si descrive come “4 scappat* di casa” che devono dimostrare di essere “bravi” e “civili” (solidarietà e rispetto invece a chi è scappat* di casa). Ci chiediamo cosa succederà se la città domani non sarà “pulita” come promesso, cosa succederà se qualcuno scriverà qualcosa sui muri, cosa succederà se i bagni chimici non basteranno, cosa succederà se i giornali ci dipingeranno come sempre, come più gli piace? Si prenderanno le distanze dai barbari incivili? Questo è esattamente ciò che combattiamo, i principi grazie alla quale la repressione ci divide, si riproduce e impera. Nel nome del decoro e di una versione pervertita della sicurezza, ci sono fioriere che valgono più delle vite umane. Capiamo bene che una manifestazione così grossa, in particolare una street, può avere bisogno di attenzioni specifiche, ma che queste attenzioni e questa cura siano per noi, per nostra scelta, non per dimostrare qualcosa a chi ci opprime.

Come individualità in lotta contro carcere, sfruttamento e repressione, rifiutiamo questo genere di messaggi e di discorso.

NON CHIEDIAMO SCUSA DI ESISTERE, LOTTIAMO PER ESISTERE!

SE È LEGALE NON CI PIACE – Ad un anno dal decreto anti-rave

È passato ormai un anno dal cosiddetto “decreto anti-rave”, un anno da quando sull’onda dell’indignazione generale causata dal Witchtek di Modena, è stato introdotto un nuovo reato: invasione di terreni o edifici con pericolo per la salute pubblica o l’incolumità pubblica (art. 633-bis). Tale reato è punito con la reclusione da 3 a 6 anni e con la multa da 1.000 a 10.000 euro, oltre che con la confisca del sound e delle attrezzature.
La repressione delle feste è la parte folkloristica del decreto da dare in pasto all’elettorato. Per capirne le vere intenzioni, cioè quelle di togliere ogni margine al dissenso non fine a sé stesso, dobbiamo ricordarci che introduce nuove disposizioni riguardanti l’ergastolo ostativo, rendendo particolarmente difficile la concessione di benefici penitenziari per i detenuti che non collaborano con la giustizia.
In Italia abbiamo visto in questi mesi un’escalation repressiva che ha portato ad una vera e propria caccia alle streghe nei confronti di chi, di volta in volta, è stato additato come il nemico pubblico di turno – i ravers, i migranti, gli ecologisti, gli anarchici – con leggi create ad hoc per colpire queste individualità e le loro azioni.
Lo Stato che fa la guerra ai free party è lo stesso Stato che quotidianamente lascia morire persone dentro la cella di un carcere o in mare, lo stesso Stato che quotidianamente tortura e abusa dentro galere e CPR o alle frontiere. È lo stesso Stato che schiera la polizia a difesa delle fabbriche, picchiando chi decide di scioperare. È lo stesso Stato che vorrebbe seppellire vivi i nostri compagni e le nostre compagne a colpi di sentenze di tribunale e anni di galera.
Ogni volta che si manifesta una forma di conflitto, la repressione colpisce con forza. Per questo crediamo che la lotta contro il decreto anti-rave non possa essere una lotta isolata, ma vada inserita in una cornice più ampia che renda evidente, da una parte, il tentativo di disciplinamento da parte dello Stato – che vorrebbe annichilire qualsiasi forma di azione diretta – dall’altra, l’intersecarsi di tutte le lotte – da quella contro il carcere e il 41 bis, a quella contro il TAV, le basi militari e le grandi opere.
Per questo crediamo sia importante non delegittimare il potenziale sovversivo dei free party, non cercare il dialogo con gli sbirri, non giustificarsi dicendo che “non stiamo facendo niente di male” o “non siamo criminali”: quando balliamo stiamo commettendo un reato. Il nostro posizionamento non è neutro: anche la festa è un momento conflittuale!
Il rave è un atto illegale e come tale implica il conflitto con l’autorità. Non vogliamo e non dobbiamo giustificarci agli occhi dello Stato, non vogliamo ottenere alcuna legittimità o riconoscimento. Rivendichiamo la nostra illegalità perché non vogliamo un posto nel loro sistema marcio, né tantomeno vogliamo essere accettati! Rivendichiamo la nostra illegalità perché sono loro ad imporre regole e leggi: non pensiamo che la creazione di TAZ sia un “diritto” da “liberi cittadini”, bensì un’azione concreta che ogni individuo può intraprendere per gettare le basi di un’esistenza autogestita, per gettare il cuore oltre l’ostacolo rappresentato da una realtà opprimente, di repressione, guerre e sfruttamento. Ed è nei confronti di questa realtà e delle loro leggi che ribadiamo tutto il nostro odio…

Perché una società che abolisce tutte le avventure, rende la distruzione di questa società l’unica avventura possibile.

Nemiche dello Stato

FREE PALESTINE

Siamo qui ma il nostro cuore e le nostre menti sono al fianco della Palestina, per lo stop immediato del massacro in corso e contro tutti i governi che lo stanno avallando.

In aggiornamento…

FIRENZE: NUOVA OCCUPAZIONE!

Sabato 28 ottobre è nata una nuova occupazione a Firenze, in via Incontri 2!

In un periodo storico in cui l’affitto pesa la metà del salario, occupare non è solo giusto, ma anche doveroso. Negli ultimi anni la governance cittadina non è stata mai capace di fornire risposte all’emergenza abitativa e alla carenza endemica di spazi sociali. Noi, dal canto nostro, sprovvisti dei grandi capitali che soli permettono di intraprendere iniziative in questa città, ci arrangiamo con l’unica pratica che ci risulta percorribile: l’apertura e la cura degli spazi abbandonati, per restituirli all’uso sociale e alla collettività. Passate a trovarci per proporre iniziative o informarvi sui progetti!

 

ALESSANDRIA: PRESIDIO SOLIDALE SOTTO AL CARCERE

PRESIDIO SOLIDALE AL CARCERE DI ALESSANDRIA – SAN MICHELE
Mercoledì 1 novembre dalle ore 15

L’estensione dei regimi detentivi speciali ai reati contro la libera espressione di pensieri sovversivi, conferma la natura politica della differenziazione penitenziaria. Una prigionia politica che per alcuni rivoluzionari dura da più di 40 anni.

Da qualche settimana il compagno anarchico Gino Vatteroni – accusato di avere violato le prescrizioni della detenzione domiciliare a cui era sottoposto – è rinchiuso nella sezione AS2 del carcere di Alessandria – San Michele. Gino si trovava ai domiciliari perché accusato di aver collaborato alla pubblicazione del giornale anarchico internazionalista Bezmotivny.

PER UN MONDO SENZA GALERE
PER LA LIBERTA’

TORINO: CORTEO CONTRO IL CARCERE

CORTEO SABATO 11 NOVEMBRE
DALLE ORE 15
Angolo via Val della Torre/corso Cincinnato (Torino)


GOVERNARE (DA)I MARGINI:
CONTRO IL CARCERE E LA SOCIETÀ’ CHE NE HA BISOGNO

Mentre non si riesce più a contare il numero di gente massacrata e la cui vita è in scacco per via di necessità e imperativi di guerra che bussano alle porte di questa Europa apparentemente prossima al collasso sia economico che ecologico; mentre i giornali imperversano in una retorica schiacciante in cui terrorista è nominato colui che lotta, si organizza e risponde – colpo su colpo – alla violenza degli Stati, alla violenza delle colonie e all’ingiustizia strutturale dei sistemi differenziati del capitalismo neo-liberale (ossia la produzione, da parte del capitalismo, di categorie di persone sfruttabili, ricattabili e reprimibili a seconda delle sue necessità); mentre tutto questo succede, il carcere – essenza materiale e simbolica, della dirompenza del sistema di controllo, punizione e messa a valore delle classi oppresse – diventa un nodo centrale contro cui lottare. Non solo per ribadire come il potere si materializzi sulle vite di sfruttati e sfruttabili, ma anche per sottolineare quali alleanze vogliamo ribadire, scoprire e valorizzare nel nostro bisogno di organizzarci contro un’esistenza invivibile e inaccettabile.

Il momento storico in cui ci troviamo a vivere ci impone la necessità di ampliare lo sguardo sul fenomeno carcerario, legandolo non solo a un dispositivo fisico repressivo, ma capendo come la diluizione del sistema carcere al di fuoridelle patrie galere coinvolga inevitabilmente i diversi strati sociali e informi il tessuto sociale tutto. Il governo Meloni e le sue politiche, marcatamente classiste, razziste e securitarie, mostra una continuità a ritmo sostenuto, in rapporto con gli esecutivi precedenti nel creare supposti “soggetti criminali” e nemici da cui difenderci. La tendenza è quella giustizialista che continua a materializzarsi nell’uso della decretazione d’urgenza, sia riguardo al fenomeno della cosiddetta “devianza giovanile” sia a quello della migrazione. Decreti che hanno il medesimo obiettivo politico: privazione della libertà personale e di movimento. Un vero e proprio strapotere penale, e carcerario, quello che si sta sviluppando oltre il perimetro dell’istituzione totale per eccellenza, dove a farne le spese sarà la parte più sfruttabile e ricattabile del tessuto sociale.

Il mito collettivo, secondo cui la prigione protegge (da cosa esattamente?) e quindi sia un male necessario, non è altro che un mito utilizzato per giustificare, quando ancora ce ne sia bisogno, l’istituzione carcere in sé, luogo ove confinare la miseria e soffocare la protesta contro l’ordine stabilito e creare cittadini obbedienti. E questo mito è di sovente ancorato all’idea, quasi religiosa, del “chi ha peccato deve pagare”. Ma invece è ovvio che le carceri, essendo per essenza strutture coercitive, non possono che avere come unico scopo la disciplina e la sicurezza. Questo controllo sociale totalizzante viene esercitato al di là delle mura del carcere, attraverso la paura che esso incute, ma anche per mezzo delle cosiddette pene alternative, ovvero ulteriori strumenti per aumentare la carcerazione diffusa. La prigione è il luogo di punizione per eccellenza, in cui la società capitalista neoliberale rinchiude coloro che dichiara dannosi, per contenere qualsiasi slancio di rivolta sociale e mantenere così al suo interno valori morali basati sulla disuguaglianza, sullo sfruttamento, sul rispetto dell’autorità e sulla sottomissione alla violenza dello Stato.

Le rivolte, gli scioperi della fame, le lotte dei reclusi che caratterizzano la quotidianità delle carceri, sono l’evidenza di una rabbia irriformabile. Una rabbia relegata, dagli organi governamentali, a una totale silenziazione delle sue rivendicazioni, in cui si vuole privare di significato qualsiasi atto di protesta con la conseguente invisibillazione delle condizioni detentive.

Le parole del ministro della Giustizia Nordio, in visita al carcere Lorusso e Cotugno, lo scorso mese in risposta alla morte di due detenute, non fanno altro che speculare sull’accaduto e portare avanti i calcoli politici di governo, di fronte all’evidenza strutturale che il carcere uccide. Lo scopo delle istituzioni penitenziarie è dunque chiaro: controllare, monitorare, punire, uccidere, poiché la necropolitica è parte integrante della logica carceraria.

Essa si basa sul fare della violenza-tortura-morte uno strumento di controllo e deterrenza per gli internati, verso il mondo dei liberi e in particolare verso quegli strati del tessuto sociale che, in diverse forme, escono dagli schemi costruiti attorno ad essi. Grazie allo sciopero della fame di 181 giorni portato avanti da Alfredo Cospito e alla mobilitazione contro il 41bis e l’ergastolo ostativo al suo fianco, è oggi forse maggiormente noto come lo stato utilizzi la tortura, annientando psico-fisicamente le persone detenute nelle carceri per estorcere informazioni, richiedere il pentimento o la dissociazione. Questi sono i meccanismi brutali di cui si avvalgono le istituzioni per il re-inquadramento di massa della società tutta.

Quando il sistema carcerario esplica la sua funzione violenta e mortifera, l’opinione pubblica tende a polarizzarsi in due correnti non dualistiche tra di loro: da una parte si consolida l’approccio giustizialista, dove si criminalizza e si condanna alla responsabilità individuale dell’espiazione della colpa, discorso accettato da un ampia fetta della società. Dall’altra, invece, il paradigma garantista, abbandonate le proprie velleità di assicurazione dello stato di diritto – come il principio di proporzionalità e funzione rieducativa della pena – si riduce alla mera richiesta di più controllo e sorveglianza negli istituti penitenziari, tramite l’assunzione massiccia di guardie, militari e personale sanitario. Nello specifico i sindacati di polizia avanzano rivendicazioni bastate sulla richiesta di più organico con l’obbiettivo di aumentare la loro capacità di coercizione e violenza nei confronti dex detenutx,soprattutto dex rivoltosx.

Entrambi gli approcci danno voce quindi ad un unicum securitario. Un discorso che nel suo complesso va smascherato. La violenza statale si perpetua nell’ordine carcerario anche attraverso il sovraffollamento, la mancanza di cure sanitarie e i pestaggi della polizia. Pensare di riformare le carceri non è un’orizzonte politico desiderabile perché non può esserci una vera emancipazione senza la distruzione totale dei luoghi di reclusione e della società che li necessita.

CONTRO IL CARCERE E LA SOCIETÀ CHE NE HA BISOGNO
Rendiamo tangibile la solidarietà a chi resiste e lotta contro la violenza quotidiana della detenzione, attraversando le strade di Vallette per arrivare fino alle mura del carcere Lorusso Cotugno.

ARRESTATO STECCO

 

Il 20 ottobre è stato arrestato a Bordighera il compagno anarchico Luca Dolce, detto Stecco, nel contesto di un’operazione del Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza (NOCS) della polizia derivata da un’indagine della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, che ha coordinato le DIGOS di Trento, Trieste, Treviso, Genova e Brescia. Il compagno è stato tradotto prima nel carcere di Imperia, poi in quello di Sanremo. Contestualmente, sono state perquisite le case di alcuni compagni a Rovereto. La perquisizione era stata disposta il 16 ottobre a carico di Stecco, per i processi “No name” e “Diana”: gli sbirri hanno sequestrato dispositivi informatici e telefoni ed inoltre si sono presentati a casa della madre e della sorella di Stecco, a Trieste.

Il compagno – irreperibile alle forze dell’ordine dal 2021 – era ricercato per via di un cumulo di condanne definitive a 3 anni e 6 mesi e per un mandato di cattura derivato dalla cosiddetta “operazione senza nome” del 25 febbraio 2022 (per cui sono già stati condannati due compagni e una compagna, tra cui Juan Sorroche, attualmente recluso a Terni). In quest’ultimo procedimento Stecco è accusato di avere favorito la latitanza di Juan con l’uso di documenti falsi. Il compagno, arrestato nel 2019 per l’operazione Renata, aveva già avuto nel successivo processo una condanna a 2 anni sempre per fabbricazione di documenti falsi. Inoltre, ha ricevuto in appello una condanna a 3 anni e 8 mesi nell’ambito del processo sulla manifestazione “Abbattere le frontiere”, tenutasi al valico del Brennero il 7 maggio 2016, e per cui non vi è ancora un pronunciamento definitivo sulla sessantina di compagni e compagne imputati.

Da parte nostra, non possiamo che solidarizzare con chi si rende irreperibile o si sottrae all’infame giustizia borghese.

Con rabbia e con amore
Stecco libero


Per scrivere a Stecco:

Luca Dolce
c/o Casa circondariale Sanremo
Strada Armea 144
18038 Sanremo

UDIENZA D’APPELLO OPERAZIONE SENZA NOME

Diffondiamo

Oggi, lunedì 23 ottobre, si è tenuta l’udienza di appello dell’operazione cosiddetta “senza nome”. Agnese era accusata di aver favorito la latitanza di Juan e di fabbricazione di documenti falsi. Massimo di estorsione per aver chiesto ad una radio locale la lettura di un testo sulle morti in carcere del marzo 2020. Juan invece di un attacco al Tribunale di Sorveglianza di Trento del 2014.
Questo l’esito della sentenza:
Agnese è stata condannata per il solo favoreggiamento a 8 mesi. La pena in primo grado era di due anni.
Massimo è stato condannato a 6 mesi per violenza privata, in primo grado invece aveva ricevuto una pena ad un anno e un mese per estorsione.
Juan, con nostra grande gioia, è stato assolto.

Sempre avanti, per la libertà!
JUAN LIBERO, STECCO LIBERO, NASCI LIBERO!
Tutti liberi, tutte libere!

TREVISO: SENTENZA DI PRIMO GRADO PER LE PROTESTE NEL CENTRO DI ACCOGLIENZA EX CASERMA SERENA

Diffondiamo:

Sentenza di primo grado per le proteste nel centro di accoglienza Ex Caserma Serena (Treviso): solidarietà a Mohammed, Abdou e Amadou!

Il 20 ottobre il Tribunale di Treviso ha pronunciato la sentenza di primo grado nei confronti di Mohammed, Amadou e Abdourahmane, per le proteste avvenute l’11 e 12 giugno 2020 dentro il centro di accoglienza Ex Caserma Serena di Treviso, di cui i tre erano accusati.
L’accusa di devastazione e saccheggio è caduta, ma è rimasta quella di sequestro di persona per i fatti del 12 giugno. Il PM aveva inizialmente chiesto condanne di 6 anni, ma al termine di questa udienza due di loro sono stati condannati a 1 anno e 8 mesi, e l’altro a 2 anni.

La repressione che i tre hanno subìto ha voluto fin da subito essere esemplare: si voleva punire una rivolta per dare un segnale a tutte le altre, in un’estate in cui le proteste si moltiplicavano in tutti i luoghi di reclusione per persone immigrate in Italia.
Il quarto imputato di questo processo, Chaka Ouattara è morto in isolamento nel carcere di Verona il 7 novembre 2020 nel silenzio e nell’indifferenza generale.

Abdou, Mohammed e Amadou hanno passato tre anni tra carcere, arresti domiciliari e obblighi di firma. A tutto questo si aggiunge il ricatto quotidiano di non riuscire più a ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno, di non avere abbastanza mezzi economici e reti di relazioni per sostenere le spese legali e tutto il peso della repressione.
Per questo è importante tenere viva la solidarietà nei confronti dei tre e di tutt* quell* che spesso nell’isolamento più totale lottano per la propria libertà.

Venerdì mentre il Tribunale di Treviso pronunciava la sua sentenza, c’è stato un presidio solidale davanti al tribunale e diversi striscioni di solidarietà sono apparsi in diverse città d’Italia: a Torino, a Roma in occasione del corteo per la Palestina nelle strade di Torpignattara, e anche a Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, per ribadire ancora una volta che chi lotta non è mai solo.

Per Chaka, in solidarietà con Abdou, Mohammed e Amadou, TUTT LIBER!

BOLOGNA E RESIDENZE PSICHIATRICHE: ANCORA ABUSI E MALTRATTAMENTI

Di recente l’Assemblea della Rete Antipsichiatrica ha fatto emergere gli abusi e i maltrattamenti che regolano la vita all’interno di moltissimi centri residenziali per persone con disabilità o fragilità psichica: dai maltrattamenti avvenuti nella struttura di Montalto di Fauglia gestita dalla Stella Maris, passando per gli abusi all’interno delle strutture della Cooperativa Dolce di Bologna, per arrivare agli orrori della Comunità Shalom di Brescia.

Dopo gli abusi che hanno visto coinvolta di recente la Cooperativa Dolce, di nuovo a Bologna si parla di maltrattamenti sistematici all’interno di una residenza psichiatrica: persone legate a terra con del nastro isolante, utilizzo punitivo della così detta ‘camera morbida’ su ospiti ritenuti particolarmente ‘problematici’, chiusi anche per giorni, somministrazione di farmaci in dosaggi superiori rispetto a quanto prescritto.

Questa volta si tratta di una struttura socio-assistenziale per persone con disagio psichico di Bazzano, in Valsamoggia, gestita dalla cooperativa Altius. A seguito della denuncia di un ex dipendente la struttura è stata chiusa e le persone trasferite in altre strutture.

Sono state emesse sei misure cautelari nei confronti della direttrice e di altri cinque dipendenti, indagati a vario titolo per maltrattamenti e sequestro di persona. La direttrice si trova attualmente ai domiciliari, i cinque dipendenti della struttura hanno invece ricevuto un provvedimento di divieto di avvicinamento alle persone offese.

Sappiamo che nessuna sentenza e nessun tribunale metterà fine o scalfirà questa violenza. È importante non spegnere i riflettori su una brutalità così estesa, capillare, non episodica, rompere il silenzio che sorregge questi abusi, che non sono episodi, ma più spesso la prassi che regola queste strutture.


Link:

https://assembleareteantipsichiatrica.noblogs.org/post/2023/10/02/residenze-psichiatriche-abusi-maltrattamenti-e-uccisioni/

https://www.bolognatoday.it/cronaca/maltrattamenti-sequestro-persona-struttura-sanitaria.html

https://www.lastampa.it/cronaca/2023/10/21/news/pazienti_maltrattati_nel_bolognese_venivano_legati_e_chiusi_in_un_seminterrato_ai_domiciliari_una_responsabile_e_altri_5_i-13800822/

FUORI ALFREDO DAL 41-BIS! FUORI TUTTX DAL 41-BIS!

La Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e gli organi centrali di polizia, nell’udienza di ieri davanti al tribunale di sorveglianza di Roma hanno chiesto la revoca del 41 bis per Alfredo Cospito. Il tribunale si è riservato di decidere.

Link: https://www.osservatoriorepressione.info/la-direzione-nazionale-antimafia-antiterrorismo-chiede-la-revoca-del-41-bis-alfredo-cospito/