FORTEZZA EUROPA – UNA VISIONE SU FRONTIERE E NUOVO PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE

In occasione dell’entrata in vigore del nuovo patto europeo su migrazione e asilo, che consolida ulteriormente l’approccio securitario delle politiche migratorie europee e la criminalizzazione delle persone in movimento, riceviamo e diffondiamo queste riflessioni. Qui il testo in pdf.

Nel 2024 è stato pubblicato il contenuto del “nuovo patto sulla migrazione europeo”, in vigore dal 12 giugno 2026 e che riforma in buona sostanza il contenuto del precedente sistema comune di asilo. Si può descrivere come un’ulteriore implementazione dell’azione esterna ai confini comunitari dell’Unione e del ristabilimento della loro funzione di scudo respingente. Di seguito un tentativo di mettere insieme alcuni elementi che caratterizzano tale riforma, ricordando la funzione che hanno le frontiere come oggetto arma micidiale e come oggetto mentale utile al mantenimento della solidità del potere egemone. Il punto di vista non è giuridico e si invita a dare una letta agli atti del nuovo patto europeo sulla migrazione; si potrà facilmente ravvisare una riorganizzazione delle frontiere secondo gli standard di una società che risponde alle “rinnovate sfide” di un conflitto pervasivo seppur caratterizzato da tempi e modalità diverse nei luoghi del mondo.

Mentre si saldano le frontiere, si inaspriscono i controlli e aumentano le pene per chi le attraversa “illegalmente” si predispone il compartimento detentivo per quelle persone, invece, in attesa di essere rimpatriate o che semplicemente giungono ai confini europei; luogo ove migranti, venendo a contatto con le istituzioni comunitarie, vedono la loro libertà notevolmente contratta e definita in svariati e, spesso, incomprensibili oscuri corridoi burocratici. Status, procedure, direttive, regolamenti, qualifiche, screening, banche dati, campi di reclusione, “finzioni di non ingresso” etc.

Tecniche di contenimento e di localizzazione forzata apprese in contesti bellici vengono applicate nei confini cosiddetti interni delle società, invece, pacificate. Il trattenimento amministrativo è infatti uno strumento ampiamente utilizzato, ad esempio, dallo stato israeliano per contenere e carcerare- principalmente palestinesi- senza dover addurre motivazioni oltre quelle del non permesso a soggiornare in territorio per le persone straniere- minaccia per antonomasia, queste, del lignaggio identitario e di potere di stati e nazioni. Ma oltre la forma amministrativa della detenzione della persona migrante sono molteplici e planetari gli esempi di persecuzione e criminalizzazione dellx stranierx: si vedano, ad esempio, i rastrellamenti dell’ICE negli Stati Uniti o la speculare azione di FRONTEX per conto dell’Unione Europea. L’ “altro” mette sostanzialmente in discussione la fissità a-storica dell’identità di determinate comunità di potere. L’attraversabilità delle sue frontiere è una messa in dubbio radicale della fissità del suo esercizio; lo stato reagisce inasprendo il controllo o addolcendolo attraverso l’elargizione di status privilegiati per le classi dirigenti di altri paesi complici nel raggiungimento dei concordati sanguinari obiettivi in materia. In questo quadro si inserisce l’azione così detta di esternalizzazione delle frontiere comunitarie europee. Un ‘do ut des’ tra classi dirigenti in cui ad essere considerata a ribasso è sempre e solo la vita delle persone. Il trattenimento amministrativo (vedi detenzione) è un metodo scientifico di lagerizzazione e repressione dell’attività migratoria. La localizzazione forzata delle persone diviene si un’ulteriore strumento di controllo e repressione dei flussi migratori o comunque più in generale di coercizione per le persone che vivono sempre sotto la minaccia del rimpatrio, ma anche e certamente strumento simbolico di un potere che si mantiene sanguinosamente eretto ogni qual volta contestato. Lo stesso, dunque, vale per ogni forma di detenzione. Ma come si può relativizzare la privazione di libertà? Così come ne hanno dato significato in infinite sfaccettature rendendola un composito mai completo ed irraggiungibile, contemporaneamente vengono creati molteplici contenitori in cui sigillarne l’esistenza e tentare, in ogni modo, di sterilizzarla quanto più possibile. La persona, svuotata dall’individuo per essere trasformata in marchio di un insieme di deiezioni dal normale, diventa un obiettivo simbolico nel quadro del mantenimento della finzione. Privarla della libertà preventivamente concessagli in quanto gregaria di una società monopolisticamente amministrata è un’azione di guerra concreta nei confronti del tessuto sociale tutto.

Sembra affermare la sua inscalfibilità questo mondo quando quei cancelli si chiudono, quando quelle sezioni traboccano di vita pericolosa, quando i blindo delle celle schiaffano in petto un “a domani (merda)”.

Quella del trattenimento dei migranti è una tortura destinata a vedersi applicata sempre più date le nuove procedure di frontiera introdotte dall’ultimo tentativo europeo di “armonizzare” norme e politiche in materia. Una pratica certamente non inedita per i singoli paesi membri, in particolar modo quelli detti di frontiera. Basti pensare al territorio italiano cosparso di ben dieci centri di permanenza per il rimpatrio, senza contare i due centri costruiti in Albania dopo il recente protocollo siglato tra i due paesi con la cessione di territorio demaniale albanese alle autorità italiane per la detenzione di persone migranti. In prima battuta quelle esclusivamente destinatarie di procedura di frontiera accelerate; oggi, con il decreto-legge 37/2025 (convertito poi nella legge 23 maggio 2025, n.75), i centri in territorio albanese acquisiscono le stesse funzioni degli altri CPR già presenti sul suolo nazionale. In più, se citiamo l’avvenente benthamiano centro di Castel Volturno e diamo credito alle dichiarazioni del ministro Piantedosi circa gli studi in atto per l’individuazione di altri luoghi idonei alla funzione di CPR il numero sopracitato sale quantomeno a dodici o tredici e va, evidentemente, oltre.

Il mondo galera, confine, trincea. Diffuso di avamposti di guerra contro la vita, affina sempre più la sua tecnica replicabile all’infinito di soffocamento di ogni “altro”. L’oggetto entro cui si fonda la differenziazione sono le frontiere. Risulta parecchio difficile imprimere una forma finita di concepirle tanto nello spazio geografico che in quello delle menti. Esiste, però, un momento in cui si è reso manifesto quel processo per il quale all’aldilà di tali confini vi erano, ora, altri stati e non più la selva oscura e sconosciuta. Dunque, quella individualità prima anche difficilmente concepibile come appartenente alla “razza umana”, lx stranierx, adesso diventa congegno di una più grande visione di accumulazione di valore ad ogni costo, il maledetto culto della filigrana. Hanno così messo in piedi il diritto internazionale, quello di alcune nazioni “più eguali di altre”. Se in un primo momento si estrae il demonio a colpi di spada da questi corpi smarriti dal gregge del dio cristiano e nel mentre si fa razzia di porzioni di terra, oro e monili; adesso, codificata la loro inferiorità si assiste cristianamente come i primi gesuiti in viaggio nei meandri del blanqueamiento della “razza negra”, per poterne fare miniera di guadagno ad ogni condizione. La conquista non è mai terminata. La “limpieza de sangre” persiste come principio perno dell’organizzazione del mondo, una purezza che viene misurata sulla base del possedere. Tale trasformazione è resa possibile dall’aggregazione verso il centro metropolitano di tutto ciò che fino ad un momento fa era stato considerato esclusivamente “periferia”. Presto ci si accorse che ai margini di questo mondo di plastica si potevano posizionare dei kapò con il compito di scuotere la testa davanti ad ogni spasmo di incatenate, per poi reprimerlo con la stessa brutalità insegnatagli loro dai coloni. Questi inframezzi dello spossesso hanno completamente deposto la loro aggressività per lasciarsi convincere da quel motivetto della “non violenza” che ha loro garantito scrusciare continuo di moneta. Questi mediatori hanno il compito di cernierare le pattumiere del capitalismo con il suo stesso centro vorace, trasformando tutto, oltre che in miniera, anche in florido mercato pieno di clientela dipendente dalla dopamina del consumo, afflitta dal cortisolo della quotidianità, schiavizzata da ormai generazioni e generazioni. Un culto del “passato coloniale” che mai ha interrotto questo filo stretto alla gola al mondo intero, anzi ne permette intessiture sempre inedite nel tempo. Un nuovo che è possibilitato solo dalla distruzione e negazione di tutto ciò che vi era prima su questa linea temporale costruita dal suo stesso predatore. Da qui l’eterna a-storicità della consistenza soffocante degli egemoni amministratori del mondo. Così, dalle rivoluzioni per le indipendenze nacquero altre nazioni, altri stati. Forme di controllo sperimentate nelle terre coloniali degli imperi, poi applicate nella metropoli e, subito dopo, esportate per il mondo previamente conquistato.

Amministrare la vita, esercitando il potere delegato nel contesto dello svolgimento di una delle tante “crazie” imperanti, significa negarla pedissequamente. La norma, olio rognoso di quella tecnica di sottrazione sistematica di vita di cui sopra, è la base della replicabilità di un sistema che tende a darsi forme e significati seppur apparentemente sempre diversi comunque al servizio di una sola luce: il soldo, il potere. Un mostro poiché composito di elementi che presi singolarmente non hanno alcun tipo di ragione di esistere oltre la ripetitiva produzione di dolore e sofferenza, ma ibridati tra loro si privano dell’unicità del mostro per rivelarsi come la più vorace ed assassina normalità. Rendere la strage proceduralizzabile è l’orgasmo dell’amministrazione del potere, un amplesso di norme intrise di banale sessualità penetrativa e sottomissione. Lo si è visto con la strage calcolata delle donne per mano dell’inquisizione; con le stragi delle conquiste coloniali “d’oltremare”, finanche con la presa del “posto al sole” di italica memoria; ancor prima, con la “reconquista” che ha permesso una solida piattaforma da cui poi diffondere il potere dei re cattolici per un mondo suddiviso dalle bolle papali che ne regolavano il possedimento tra i vari regni europei in corsa per l’espansione globale; lo si è visto con Auschwitz, Dachau, i gulag orientali, i ghetti di concentramento diffusi nel mondo, come anche negli Stati Uniti con la segregazione delle persone giapponesi li residenti durante la grande guerra o, ancora, il continuum schiavista delle leggi razziali che non permettevano la riunione di più di tre “colored” nello stesso posto, adunata sediziosa (ricorda molto il numero utile perché si possano configurare, nell’ordinamento italiano, reati con profilo associativo). E quanto potrebbe continuare questa lista di stragi organizzate di persone marginalizzate, razzializzate, inferiorizzate, criminalizzate e perseguitate?! Laddove non direttamente sterminate. Non vi è luogo dove l’organizzazione del potere non si sia ispirata alle forme monopolistiche del mercato aderendo e riproducendo stragi sistemiche di ogni forma di vita considerata concorrente a questo tipo di egemonia. Una persecuzione capace di modellare la propria intensità e legalità sulla base del posizionamento di tale concorrenza al monopolio del potere; infatti, quelle identità in lotta per la sua abolizione e non per l’impadronimento sono senz’altro considerate le più plausibilmente eliminabili. Quegli altri, quelli che il potere lo vorrebbero per loro, coloro che vorrebbero prendere il posto dei coloni per poter amministrare le società costituite sul sangue di simili in fin dei conti ne garantirebbero la riproduzione nelle stesse forme non configurandosi come veri e propri inceppi per una visione di spossesso che non conosce quei confini che infligge, invece, a chiunque non sia vettore di capitale diretto. Così che l’amministrazione del potere passa senz’altro dal controllo della più o meno porosità dei confini che una comunità di potere prepotentemente si dà. Luoghi che diventano produttori di soggettività differenziate sulla base delle necessità di quello stesso potere che le amministra. Dunque, le società si riempiono di solchi e trincee di cui alcuni non valicabili, altre ben armate e sorvegliate, altri checkpoint il cui passaggio è garantito solo da carta abilitante. I confini sono molteplici e coprono, seppur con medesimi meccanismi, funzioni differenti; più precisamente, variano le soggettività che si relazionano entro ognuna delle frontiere che attraversano l’esistenza, gli “aldiquà” e gli “aldilà”. La stratificazione delle società è per antonomasia un esempio banale di confini interni, certamente molto porosi, particolarmente in quelle società che si definiscono ad ispirazione democratica. Infine, è proprio il differenziale di esercizio di questo “kratos” che determina il posizionamento e lo scivolamento- tanto verso l’alto che verso il basso- in questa “organizzazione delle apparenze”. Ancora, le periferie delle città sono senza dubbio frontiere ben sorvegliate e meno attraversabili di quei confini che la società civile si dà nel quadro della morale e dell’efficienza collettiva. Il confine che divide questi luoghi dell’abitare da quelli del possedere è caratterizzato principalmente da caserme, grandi linee ferrate, asfaltate, compound della logistica e della produzione etc. etc. etc. Insomma, perlopiù luoghi non valicabili se non nella logica della permanenza forzata nel contesto delle ore necessarie all’accumulazione del salario (un’altra forma di detenzione?); oppure, militarizzati e inaccessibili a chi sta dall’altro lato del mirino, quello che è subito seguito dalla canna del fucile. Un porto, un hub militare. Un porto, un hub crocieristico. Un porto, un hotspot, zona rossa, scudo respingente di non volutx.

Il sistema della gestione dei confini esterni europei ha attraversato una recente riforma, pubblicata nel 2024 e che vede la totalità degli atti in essa contenuti entrare in vigore dal 12 giugno del 2026. La riformata gestione delle frontiere è adesso in vigore. Regolamenti e direttive compongono gli atti di questa tragedia poco classica e molto attuale della gestione sanguinaria delle frontiere e della loro sempre minore attraversabilità. Della loro configurazione come estese aree di confinamento per persone “straniere”.  Il nuovo patto sulla migrazione e asilo dell’UE mira a configurare una gestione “armonizzata” in materia, lo conferma ante tutto la trasformazione di diversi atti componenti il precedente sistema europeo comune d’asilo da direttive in regolamenti. Questa trasformazione ha l’effetto fondamentale di modificarne il peso giuridico. Di fatti, contrariamente alle direttive che necessitano delle cosiddette “norme di recepimento” degli ordinamenti interni degli stati membri e consistono in obiettivi comuni cui viene lasciato ampio margine di discrezionalità ai singoli stati sulla strategia e gli strumenti da adoperare per il loro raggiungimento. I regolamenti, invece, sono fonti di diritto che si applicano direttamente agli stati membri e cittadinx dell’Unione. Ma non è certamente questa la novità fondamentale della riforma in questione. Invero si è potuto constatare come, soprattutto nelle relazioni esterne con i “paesi terzi strategici” in materia di migrazione, il legislatore non abbia fatto altro che affermare una prassi già ampiamente consolidata. Particolarmente significative in tal senso sono le modalità adoperate dagli stati membri nel siglare accordi con stati terzi per il contenimento e la repressione dei flussi migratori. Potrebbe accendere qualche luce il memorandum tra Italia e Libia, tacitamente rinnovato ogni tre anni dalle autorità dei rispettivi paesi, nel cui quadro avviene la mercificazione e strage quotidiana di persone in passaggio da quel “corridoio mediterraneo”; ancora, le enclavi di Ceuta e Melilla, luoghi in cui le autorità agiscono alla stessa maniera di cacciatori nella savana, come quando il fuoco incrociato ispanico-marocchino giustiziava le persone che arrampicandosi su quella maledetta rete cercavano di oltrepassarla. O, anche, la merce di scambio siriana. Quando il presidente turco Erdogan utilizzava rifugiatx per fare pressione sulle istituzioni europee al fine di ottenere quanti più vantaggi politici possibili. La “pressione migratoria” si conferma arma potente e merce di scambio di quegli stati di “origine e/o transito” dei flussi migratori. Delle fauci sempre aperte e sempre affamate, il sangue di questa gente non vale nulla più di quella fanghiglia presto sabbia secca sotto il sole dei deserti imposti nei diversi non-luoghi di questo inferno diffuso.

Ma prima di vedere alcuni dei tratti che caratterizzano il nuovo patto sulla migrazione europeo che, come sopra citato, si basa fondamentalmente su un’implementazione della dimensione esterna della politica migratoria europea, potrebbe essere una buona base analitica (chiedo scusa per l’asetticcità di questo termine) osservare le caratteristiche degli accordi con paesi terzi strategici in materia di migrazione sino ad ora. Si possono genericamente distinguere due macro-categorie di accordi c.d. di esternalizzazione. In un primo momento si basano su strumenti giuridici detti classici, cioè che rientrano nel quadro previsto dal trattato sul funzionamento dell’unione europea che, all’articolo 219, da facoltà al consiglio di concludere accordi internazionali nelle materie di interesse comune per l’Unione. Questi accordi erano caratterizzati principalmente da una struttura di finanziamenti atti ad implementare l’apparato di repressione dei flussi migratori della controparte straniera (tanto d’origine, quanto in transito) ed a intervenire sulla prevenzione, nel senso di operare sulle infrastrutture locali per “disincentivare” l’abbandono del paese in questione. Aspetto che tanto rivela dell’animo predatorio proprio alle istituzioni del capitale. La “crisi migratoria” del 2015, occasione del giochetto di potere tra le autorità europee e quella della repubblica turca sulle spalle di profughx in fuga dal conflitto in corso in terra siriana, ha dato il via ad una nuova forma di accordi detti “misti”. Più precisamente, in questa fase si instaura un meccanismo di premio basato sul rapporto diretto tra il grado di cooperazione della controparte e finanziamenti erogati dall’Unione; ossia, più elevati sono i livelli di cooperazione più fondi e benefit politici vengono erogati. In più, vi è una progressiva delega di funzioni operative nel contrasto e repressione dei flussi migratori nei confronti dei paesi terzi, a volte “strategici” a volte “canaglia”. In questo contesto si inquadra lo sciacallaggio della guardia costiera libica che, a bordo di motovedette acquistate o donate dall’Italia, esegue operazioni di sequestro in mare di persone per poterle condurre nei campi di concentramento, ancora, finanziati dal bel paese. Una terza modalità di accordi in materia migratoria nel solco dell’azione di esternalizzazione delle frontiere europee è quella che fa capolino con il protocollo Italia-Albania e la nuova “procedura integrata di frontiera” introdotta dal nuovo patto sulla migrazione del 2024 (in vigore da giugno 2026). In particolar modo, nel caso del protocollo che ha dato vita ai centri di Shëngjin e Gjadër viene meno la componente della delega delle funzioni operative caratteristica degli accordi in materia intrapresi dal 2015 in poi. Infatti, nel caso dei centri in territorio albanese, come già noto, ad operare è personale delle autorità italiane, configurando una vera e propria cessione di giurisdizione all’interno delle porzioni di territorio interessate dalla presenza dei CPR. Una modalità che potrebbe essere stata una previdente risposta alle nuove procedure oggetto della riforma. Nonostante l’assenza del permesso a fare ingresso nel territorio comunitario introdotto dal nuovo patto, vige infatti l’obbligo per la persona richiedente di mantenersi a disposizione delle autorità competenti, configurando de facto una situazione di contrazione automatica della libertà della persona straniera una volta giunta alle frontiere esterne europee ed interfacciatasi con le relative autorità. Certo, la persona straniera può decidere di allontanarsi dalla frontiera tornando sui suoi passi e potrebbe quindi apparire la sua libertà di movimento comunque tutelata; ma sorgono alcuni interrogativi: in primo luogo, in che modo sarebbe tutelata la libertà di movimento di quelle persone che richiedono asilo e per cui allontanamento volontario può essere considerato come un rifiuto a proseguire nelle procedure relative alla sua richiesta di protezione e che si ritrovano ora ad attendere che venga stabilita la competenza all’analisi della richiesta e l’analisi della richiesta stessa in stato di trattenimento? Ed, inoltre, è proprio nell’atto di voler mettere sotto tutela la libertà che i sistemi di potere vigenti la imprimono di standard che non fanno altro che sottrarla porzione dopo porzione. Poi, questa disposizione evoluta nella rinnovata normativa europea sembra non tenere in conto che le rotte migratorie passano attraverso territori dove è già di per se seriamente messa a repentaglio l’incolumità di diverse soggettività esposte poiché in attraversamento “illegale” di detti territori. Questo secondo aspetto apre uno spazio di riflessione sul concetto di “paese terzo sicuro”. Infatti, sempre nel contesto del nuovo patto, si è consolidata nella normativa comunitaria una prassi praticamente già in forze nell’agire degli stati. Ossia, considerare un paese terzo sicuro anche quando tale qualità possa essere confermabile solo per una regione o porzione di territorio individuabile, permettendo di fatto un’espansione a ventaglio delle procedure accelerate di frontiera. In altre parole, per quanto la definizione di illegale per un essere vivente desta di per sè ribrezzo, la condizione determinata nel quadro del nuovo patto sulla migrazione è quella di un sostanziale assottigliamento tra la figura della persona straniera richiedente protezione internazionale con quella di chi attraversa le frontiere “illegalmente”. Insomma, chiunque giunga alle frontiere esterne è consideratx di per sé una minaccia e, dunque, trattatx come tale.

La riforma è suddivisibile in maniera stilizzata in atti completamente nuovi, in atti riformati in parte ed altri che restano, invece, praticamente invariati. Va sottolineato come, nonostante quanto scritto in precedenza circa la modifica degli atti da direttive in regolamenti, il corpus normativo e di politiche comunitarie che rappresenta il nuovo patto conserva ampi spazi di manovra alla discrezionalità dei singoli stati membri. Ora, l’analisi delle singole parti necessiterebbe certamente un piglio molto più giuridico di quello in possesso allo scrivente; si possono, però, nel quadro dei continuum tra la vecchia normativa e quella parte della riforma, individuare alcune peculiarità che, a parere personale, non hanno poca influenza sulla conformazione delle politiche interne agli stati membri in materia migratoria. Come primo aspetto una delle fondamentali criticità notate dalla democratica comunità degli stati (sigh!) sono i criteri con i quali è stabilita la competenza all’analisi delle richieste di protezione internazionale tra i singoli membri dell’Unione. Uno dei principali che caratterizza il cosiddetto sistema Dublino era, ed è, il cosiddetto principio di “primo ingresso”. Ossia lo stato cui siano state per prima varcate le frontiere risulta competente all’analisi dell’eventuale richiesta di protezione internazionale. Nella gerarchia dei principi per stabilire tale competenza espressa nei regolamenti Dublino, quello del primo ingresso ne rappresenta l’apice. Questo, parlando in termini terribilmente materiali, ha anche causato un sovraccarico dei sistemi dei paesi europei cosiddetti di frontiera, alimentando così la persistenza di procedure sempre più stringenti. In questa maniera, all’ endemico razzismo di stati e nazioni, si aggiunge il crollo dei sistemi di gestione delle richieste di protezione internazionale a legittimare politiche sempre più marcatamente razziste e liberticide. Sembra che i tecnicismi della norma comunitaria favoriscano, dunque, lo svilupparsi di orrori del calibro dei centri di permanenza per il rimpatrio in Italia o anche in Grecia o Spagna, quantomeno per quanto riguarda le rotte del Mediterraneo. Ma a dare la dimensione della spinta verso il ristabilirsi della funzione di scudo dei confini esterni e la conseguente drastica riduzione della libertà di movimento delle persone razzializzate è la così detta “procedura integrata di frontiera”. Composta da tre regolamenti che restituiscono la dimensione di un’Europa che si organizza sempre più come la fascistissima fortezza, che serra i propri confini esterni ed invoca con sempre più frequenza l’impiego di misure a grado massimo di coercizione, come appunto il trattenimento/detenzione.

Il primo elemento è il nuovo regolamento procedure (reg. n. 2024/1348), che ha l’effetto di normalizzare procedure considerate tendenzialmente eccezionali come quelle accelerate e di frontiera. La procedura d’esame accelerata è contenuta all’articolo 42 del regolamento che la rende applicabile a quelle domande di protezione presentate da persone straniere che non hanno le adeguate caratteristiche per esserne titolari; la procedura di asilo alla frontiera, elemento che istituzionalizza l’esternalizzazione delle frontiere e della loro rinforzata funzione di trattenimento oltre che inasprimento di quella di respingimento, è contenuta all’articolo 43 dello stesso regolamento. Tale tipo di procedura è subordinata a quelle contenute nel cosiddetto regolamento screening (reg. n. 2024/1356), secondo atto parte della procedura integrata di frontiera. Anche nel caso di detto regolamento, il soggetto che vi è sottoposto non gode dell’autorizzazione a fare ingresso nel territorio comunitario, avendo però comunque l’obbligo di restare a disposizione delle autorità competenti che per garantire lo svolgimento di tali procedure possono intraprendere qualunque tipo di azione contenuta nel diritto nazionale al fine di evitare la fuga o l’irreperibilità della persona migrante. Questo aspetto di obbligatorietà espresso nel regolamento costituisce, quindi, parte delle procedure pre-ingresso nelle quali si può con un certo margine di precisione presupporre un massiccio impiego di misure fortemente coercitive. Il contenuto del regolamento screening ha la ratio di individuare lo status giuridico che riguarda il soggetto che vi è sottoposto e la funzione della raccolta dei relativi dati biometrici- aspetto che apre ad una riflessione, troppo vasta perché possa essere qui affrontata, sull’operazione di profilazione di massa che avviene dalle frontiere alle galere attraverso il prelievo del DNA; ulteriore elemento, questo, che salda le pratiche di detenzione penale con quelle della detenzione amministrativa e della gestione delle frontiere. Sembra che l’efferata guerra nei confronti di non graditx assuma le stesse procedure quand’anche si esprime nell’interiorità del sistema di amministrazione del potere, come nelle “patrie galere” . Terzo ed ultimo atto componete la procedura integrata è il regolamento UE 2024/1349, che stabilisce una procedura di rimpatrio alla frontiera. L’applicazione delle disposizioni di tale regolamento hanno carattere di obbligatorietà per ogni cittadinx stranierx o apolide cui richiesta di protezione abbia riscontrato esito negativo;  anche nel caso delle operazioni di rimpatrio alla frontiera è prevista la possibilità per le autorità competenti di costringere alla permanenza geografica in un determinato luogo per il tempo necessario all’espletamento delle procedure, un’altra conferma del “approccio hotspot” che guida sempre più esplicitamente l’azione europea e dei suoi singoli stati membri nella gestione della “questione migratoria”. Elemento fondamentale di questo insieme di norme è che le necessità infrastrutturali per garantire una tale mole di trattenimenti coatti sono difficilmente soddisfabili. Si pensi a quando nel 2015 si presentarono alle frontiere esterne europee oltre un milione di persone. Ecco che tale carenza è soddisfatta con una introflessione del confine esterno verso l’interno del territorio comunitario. Nel caso non dovessero bastare le strutture presso le frontiere esterne per contenere tutte le persone sottoposte alle disposizioni della “procedura integrata di frontiera”, i soggetti migranti potranno essere condotti verso strutture all’interno dei territori nazionali. Ricordando la non concessione del permesso d’ingresso in territorio comunitario bisognerà considerare i soggetti ristretti in questi enclavi dei confini esterni fisicamente presenti sul territorio nazionale dello stato membro, ma giuridicamente no. Beh non ci si affida certo alla protezione giuridica, d’altronde è proprio nel quadro del diritto che si consuma e legittima questo sterminio organizzato, ma questa condizione di presenza-non presenza (propriamente detta “finzione di non ingresso”) fa pensare ad una serie di fantasmi in balia dell’ennesimo non-luogo in cui questo mondo lx costringe. Va rilevato anche come vi sia un sempre maggiore interesse dell’industria infrastrutturale nell’occuparsi della costruzione/implementazione della rete strutturale della detenzione. Che il privato abbia interesse nella restrizione delle persone è ampiamente manifesto da una serie di fattori tra i quali l’estrazione sistemica di manodopera detenuta o ristretta che ci si può immaginare come facilmente ricattabile; o ancora, l’interesse della transnazionale Webuild nella costruzione di nuovi carceri ultramoderne e utra private e il conseguente impegno all’assunzione di una grande quantità di forza lavoro detenuta da impiegare nei cantieri che questa macchina di cemento e devastazione dissemina e continua a disseminare in Italia, come altrove. Come già visto nelle recenti versioni “sicurezza”, ossessivamente aggiornate da questo governo, è sempre più evidente la connivenza tra corpus normativo e corporazioni economico-finanziarie. Va rilevato, infine, il rinnovato ruolo delle agenzie europee con competenza in materia migratoria (ex.: FRONTEX) che hanno, nel quadro normativo del nuovo patto sulla migrazione, autorità nell’espletamento delle procedure di registrazione della persona migrante nel portale EURODAC, obbligatorie nel quadro delle procedure di pre-ingresso.

Questa rinforzata funzione di scudo delle frontiere esterne europee si inserisce perfettamente nel quadro di guerra totale che pervade entrambi i lati di queste sanguinanti linee tracciate ovunque. La sempre meno celata guerra contro lx non graditx di questo mondo assume le caratteristiche più tragiche dello sterminio selezionato di categorie di persone marginalizzate e rese nemiche di questo succoso conflitto tra nazioni. Sono le forme di questo sterminio che variano in intensità, evidenza e strumenti di legittimazione. Il mutaformismo del sistemico carattere stragista del capitalismo restituisce la dimensione dei gradi di personalizzazione che l’organizzazione del potere riesce a conformare nel suo rispondere, in maniera variegata e contestualizzata, all’univoco compito di mantenere indiscusso e, dunque, garantito lo svolgersi dei suoi misantropi interessi. Ma, ancora, la personalizzazione di categorie estratte da pattern creati a monte di questo o quel sistema di potere conferma l’azione repressiva e di “guerra ai corpi” come uno dei diversi mercati entro cui si svolge il “normale” funzionamento del mondo capital-coloniale. L’individuazione di target di mercato per il grande bazar della carcerazione si svolge prettamente nella normazione, che garantisce agli agenti di commercio di questo business asmatico la possibilità di consolidare prassi al di fuori di quanto stabilito nelle marmoree tavole del capitalismo democratico. Lo ha detto anche il titolare del ministero dell’interno all’anniversario della p.s. ringraziando gli agenti per la loro azione preventiva che spesso anticipa la regolamentazione di quello stesso modus operandi repressivo. Insomma, gli sceriffi scrivono la legge inventando per le strade le migliori maniere per soffocare ogni esondazione plausibile. L’onnipresenza di tali presidi del controllo (in una forbice che va dalla pattuglia ad una cella d’isolamento) rende in qualche modo tangibile il clima di guerra diffusa nel quale le diverse “operazioni del capitale” ci incastrano sempre più. L’onnipresenza di tali presidi conferma l’espandersi costante delle infrastrutture utili al dominio sulle persone, un dominio che non si arresta alla conquista militare ma tracima nei contenuti delle menti (dei cuori) tentando di incatenarci nello squallido binarismo del concesso/non-concesso, stabilendo differenziali e forme di governare che mettono sotto vuoto l’esistenza attraverso la sua definizione, dandogli poi un prezzo in etichetta. Carne da bancone.

Come opporsi a questo regime stragista? Quali strumenti possono essere utili per praticare solidarietà nei confronti di chi quotidianamente mette in discussione la fissità delle frontiere di questo ibrido di leggi e procedure assassine? Come riconoscerle? Cosa opporvi? Queste domande non sono solo retorica da chiusura di un testo, ma un concreto invito a mettere in comune pratiche ed esperienze che hanno, anche solo per un momento, bucato la membrana della solitudine respingente che questo mondo vuole imporci.

AVÈC LE SANS PAPIER!
NO BORDERS!
NO PONTE!
LIBERX TUTTX!

IL CUORE È ESPLOSIVO, LA GIOIA È COMBUSTIBILE, IL RESPIRO È UN BOATO – RIFLESSIONI INDIVIDUALI A SEGUITO DI ALCUNE OPERAZIONI REPRESSIVE

Diffondiamo (qui il testo in pdf)

All cops are bandogs:
cani da guardia per scelta (è la scelta la loro prima colpa).
La “pappa” gliela danno i politici, miseri giardinieri tuttofare
che fanno creste sulla spesa e scodinzolano
le poche volte che vengono ammessi alla casa padronale.
Se vogliamo davvero che la paura cambi lato
È in quella casa che ci devono sentire,
quelle le finestre che per prime dovranno piangere i vetri
delle nostre pietre e bottiglie di rabbia
quelli i muri che dovranno sanguinare.
Sono pochi, i nomi sono noti,
vogliono farsi credere lontani e
irraggiungibili, ma la puzza della loro merda li tradisce 

 Seguono alcune riflessioni individuali maturate a seguito di quanto avvenuto nel contesto del carnevale no ponte dello scorso uno marzo a Messina, dell’operazione “Ipogeo” della procura di Catania e dello sgombero della Palestra L.U.P.O a Catania.  Riflessioni che sorgono anche dall’assordante silenzio del movimento no ponte, anche il meno istituzionalizzato, riguardo gli arresti e le condanne che hanno seguito il carnevale no ponte e riguardo le applicazioni delle ultime disposizioni in materia di sicurezza nell’arginare e criminalizzare la solidarietà espressa in occasione della prima udienza relativa alle misure cautelari per le persone inquisite per i fatti dello scorso uno marzo a Messina. Quel giorno, il 17 dicembre, oltre un presidio al tribunale di Messina sono state percorse alcune delle strade del centro città in maniera rumorosa e solidale, il che ha maturato (ad oggi) un avviso orale nei confronti di un compagno di Messina ed un foglio di via nei confronti di un compagno di Catania.

Il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Una terra che si muove lenta, frana inesorabilmente, si rende irreversibilmente ostica alla presenza assassina di scavatrici, carri armati e fili spinati. Una patria di militari e di immortali, nomi grossi su petti stretti, cuori labili corrosi da effetti speciali e luci illusorie. Uno spettacolo stridente come le catene dei macchinari della produzione, mezzi, cui obiettivo ultimo è l’asservimento di un’esistenza collettivamente solitaria. La metafora non è aleatoria, ma portatrice di altro. Trincea a fucile spianato, terreno minato. Petti esplosi che manco sanguinano più e che esigono la loro concretezza contro il nostro respiro. Una lunga ed infinita apnea che costringe alla cianosi di corpi ormai tendenzialmente vuoti meccanismi, ingrassati da successi e pezzi di carta certificanti. Distrazione costante dalla vita, esistere consiste nel raggiungere obiettivi per altri; scuole di regime, conoscenze prepotentemente universalizzate, un dito su un grilletto e, poi, un bersaglio target di questo triste esperimento balistico di morte insensata. L’anestesia del sentire nel colore del viso tumefatto dal patriarcato, della schiena spezzata del turno di lavoro, da quel laccio che mi ha addormentato per sempre. Tutto avverrà domani, intanto… confini su confini su confini e chiavi buttate in un mare che non restituisce nient’altro che ulteriori sottrazioni, costante relazione inversamente proporzionale tra vita e ordine. Hanno voluto del galeone un relitto… Ma la mareggiata?! Il lento accasciarsi dei promontori su questi presidi di civiltà?! Così sul letto di queste fiumare asciutte, soffocate dall’asfalto il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Gli occhi?! Costretti ad un post-traumatico immortale fallicamente imposto nel rito dell’ignobile anonima morte in seno ad una banale icona; una croce uncinata, una S doppiamente sbarrata, delle stelle e delle strisce: altari delle patrie, sia che sventoli un tricolore o debito pubblico appena stampato, chi non vi si inginocchia innanzi dev’essere deglutitx da (in)umani voraci di carne, invece, disumanizzata. Le combattono tutte le loro guerre, non ne perdono una, anche quando il segno che precede vita sembra essere sempre più un meno. E le costringono (le guerre) ai topi succubi della loro stridente nenia di flauto ingannatore; disseminata la peste, va asservita a certi e svilenti pensieri. E la loro peste, cui vettore ne è ormai principalmente un drone, imperversa in quello che è considerato da certi un banchetto: il mondo. Fanno della vita detriti schizzati in aria dalle bombe cucite dai loro compari in patria. Fanno della vita una sbrilluccicante brochure per celare un mondo, invece, solo galera. Coloro che ogni cosa e tuttx riempiono di “per” scorrazzano; maledetti, questi non hanno che rantolare il grido del loro allineamento. Qualunque loro sia la posizione, le labbra sono state (s)vendute. Si sentono cuscinetti, ma la loro convivenza con la convenienza li ha smussati a freno motore ormai corroso di un motore altrettanto corroso, frizione bruciata, fetide intenzioni tutte volte alla retromarcia. La sbandata è tutt’altro che garantita. Le iniezioni letali di cemento sono già quelle che, intorpiditi i neuroni, annullano ogni tensione alla tensione; annullano ogni propensione all’irreversibile domanda sul tutto. Garotaggi di persone hanno permesso una soffocazione quasi niente sbagliata di macroaree sentimentali, catalogando(ci) in mega gruppi nei quali contenitori ci si mette troppo spesso volontariamente. Eccoli qui i cantieri, le reti arancioni, l’ennesima dissociazione di un mondo sempre più distante. Una propensione all’arroganza del pastore d’anime ed alla ricerca di un argine dal quale mai fuoriuscire. Sanno bene verso dove far sputare le loro linguacce e quale bestia sbranare per ridurla in strazio con la loro danza sterilizzatrice di vita.

Il mondo-cantiere è indifferente. Oltre replicarsi all’infinito, procede in questo riprodursi senza alcun badare ai sentire delle vite. Non interessa proprio! Procede a testa bassa, deve costruire parcheggi… Nella missione di graduazione e, dunque, valorizzazione delle cose nella supposta sottrazione al de-grado, non vi è tempo per badare agli odori delle epidermidi. Non c’è tempo, hanno valutato ogni singolo istante e, dunque, lo hanno saldato ad un valore, ogni sobbalzo significa problemi. Ogni sobbalzo significa ruberie che vacillano. Sottraggono spazio al “degrado” sostituendolo con cemento, bitume e delle strisce tristemente blu. Ticket orari e “bella vita” tra le vie dove la vita è, invece, criminalizzata, sottratta e voluta infertile. Se non altro per certi visitatori basta un plastico coloriccio simile alle brochure che gli hanno rappresentato i social-network del mercatino della “vita lenta” da consumare in poche ore, così poche da non poter mai scorgere invece il triste nulla su cui si regge quella bella patina di merda. Il mondo cantiere non può badare a nulla se non che al ticchettio di fondi a rischio perdita. Un fondo perduto poiché mai voluto, il loro scavare sembra perpetuo e mai pronto a fermarsi. Fanno i solchi e li riempiono con il loro denaro, fondi su fondi su fondi. Tutto va a fondo.

E del brulicare di vita? Cosa resta? Chiaro; il battere cassa è a certi più importante di qualunque altro battito. Figuriamoci quello cardiaco.

“Fanno il deserto”… E se non lo hanno fatto loro allora bramano di conquistarlo o, comunque, di darne una forma gradita e conosciuta. Bombe? Ruspe? Manganelli? Sfratti? Crisi di panico? Solitudine? Tutto è agito dalla stessa mano stragista protetta dalle leggi e che afferra tutto per stritolarlo nella sua morsa letale. “E lo chiamano decoro”… quello squallido trucco che appongono alla loro morte insensata, per poi volercela schiaffare in petto. Che schifo tuttociò. Decorano la loro maschera da stupratori della vita con parcheggi, quartieri sbrilluccicanti sottratti ad ogni esistenza, case vacanza sempre vuote (anche quando infestate dai soldatini del turismo che viene e che torna), con città fatte sempre più per rapidi (o meno) banchetti e campagne trincerate per simulare il sanguinario gioco della guerra degli Stati (per esempio, lo svolazzare di elicotteri di guerra statunitensi su cieli, anche, dei parchi protetti delle Madonie, nel palermitano). Tutti questi cantieri ci si chiudono in petto e ci opprimono il respiro che a ‘lorsignori’ tanto arreca fastidio. O almeno questo è il loro volere, messo chiaramente a servizio di chi lo ha anche più grosso. Hanno dunque reso l’aria irrespirabile con il loro fiato cancerogeno ed adesso che l’ennesima rete è stata bullonata al suolo cosa avete ottenuto? Pensate veramente di poter offuscare tuttx nella vostra nuvola di cemento sgretolato innalzata dalle vostre ruspe? Pensate di poterla seppellire sotto l’ulteriore cemento che vi apporrete sopra con le vostre betoniere metastatiche?

Una guerra infinita quella della nazione contro le persone e, tra la nazione e queste, tutta una serie di magnaccia e capò si infiltrano saccheggiando e devastando, rapinando, distruggendo, agendo violenza squadrista, organizzata e legittimata dalle leggi degli Stati cui ne proteggono gli interessi. E poi i loro incappucciati manganello muniti aprono la strada come vere e fedeli guide di un padrone che odia la selva e la riproduce all’infinito solo per il gusto di vederla distrutta. Il fronte, la trincea, un esterno che sembra mai giungere sotto gli sguardi pacificati… questi, mentre cercano il feticcio da venerare nei loro riti da salotto impomatato, non tardano a condannare con paternalistico fare quelle bestioline incontrollabili che gli hanno sottratto il totem per farne, invece che culto, strazio iconoclasta. Ma gli egonomi della lotta non tardano a riprendersi il loro pupazzetto di plastica, con l’aiuto dei venerabili delle segreterie di partito, con l’aiuto degli agenti dell’opinione pubblica e delle questure che bramano quell’ordine fetoso della delega e dei leader.

Ma si può veramente costringere definitivamente la vita? La si può veramente ridurre esclusivamente a protocolli, PEC, ed a quanto è più conveniente? È riducibile alla scelta di un candidato? Ad una “quota rosa”? Nelle considerazioni di una procura? La si può sottrarre di pulsazioni quando viene colposamente descritta come deviata? La si può costringere ad un reparto psichiatrico? La si può definire in delle teorie? Nello strame che ne fanno leggi e nazioni? Si può veramente sottrarre la vita dalle vite? La si può ridurre ad un vuoto a rendere?

“Una delle regole essenziali del totalitarismo è la distinzione dei sudditi in categorie protette e categorie prive di protezione. In queste ultime possono poi ricavarsi categorie destinate allo sterminio”. (A. M. Bonanno)

Se l’ atto repressivo è un fatto “normale” di un regno che vede la propria legittimità messa in discussione, bisognerebbe, dunque, domandarsi cosa è che lo normalizza. Cosa rende accettabile il monopolio statale della violenza e della narrativa non-violenta/pacifista? Cosa rende normale il seppellire la vita nelle gattabuie dello Stato? Cosa normalizza il lancio di lacrimogeni in faccia alle persone? Cosa rende normale l’invasione di braccia armate prodromo di cemento e solitudine? Cosa rende normale l’ossessiva presenza di pattuglie e telecamere per le strade delle città? I rastrellamenti a chiara matrice razziale per permettere la voracità dell’industria turistica, come San Berillo a Catania? Cosa rende normale la militarizzazione totale delle polizie e la polizificazione degli eserciti? Cosa rende normali frontiere sanguinarie, serrate e sempre più concepite come aree di ghettizzazione forzata delle persone migranti? Cosa rende normale tutte le persone suicidate nelle carceri? nei CPR? nei reparti psichiatrici? dalla disperazione della povertà? dalla ghettizzazione della vostra morale? Forse una percezione diffusa di impotenza schiacciante. Quella sensazione di nullità di fronte ad un mostro talmente gigante che ci riempie di ricatti. Il lavoro, l’università, la famiglia, debiti, la morale etc. etc. etc… Questa visione del mondo si regge sul guinzaglio corto e soffocante al collo di ognunx. Ogni strattone della bestia vuole essere corrisposto da una presa ancora più salda del suo padrone, il sadismo di costoro è colmato dal soffocamento dei loro sottoposti. Possibile in virtù di un’impalcatura di potere cui potremmo aggiungere definizioni e spiegazioni per parecchio, risalendo il crinale di questa storia sino al punto zero della pace vestfaliana, con la nascita degli Stati-nazione e l’adorazione maschia della “madre patria”. L’applicazione di un sistema tale viene narrato come tutto intra-europeo, la nascita del sistema moderno, del capitale. Ma è vero, invece, che un sistema tale non sarebbe potuto esistere senza l’imposizione della “società coloniale”. Infatti, il sistema di capitale, dapprima fondato su una narrazione unicamente ed esplicitamente identitaria-culturale, conosce le sue prime applicazioni, sotto forma di tragici esperimenti, nel corso delle conquiste delle “terre d’oltre mare”. Così che mentre le compagnie commerciali emettevano i primi titoli azionari per finanziare le proprie imprese commerciali nelle “Indie”, gli eserciti dei regni cattolici estraevano con spada e cannone le materie prime utili ad un mondo che si preparava all’industrializzazione; tra le quali, anche forza lavoro a costo zero.

“Avere palazzi di corte lustri, ma campi incolti e granai vuoti, indossare abiti raffinati e lussuosi e portare alla cintola spade affilate, […] possedere beni e ricchezze ben oltre il necessario, tutto ciò equivale a ladrocinio […]” (Laozi)

È nella politica identitaria che si trova la base dalla quale si costruiscono da un lato le espansioni coloniali e dall’altro le esperienze di sottomissione dei popoli colonizzati. Il sistema capitalistico moderno prende forma attraverso lo stabilirsi di forme specifiche e differenziali, che hanno avuto nel capitalismo coloniale il suo terreno fondamentale di sperimentazione. Le forme di tale dominio coloniale, seppure con i dovuti cambi di rotta, persistono dal momento che le guerre per le indipendenze non hanno prodotto altro che ulteriori Stati attraverso i quali riprodurre quelle medesime strutture di dominio che si andavano organizzando dagli albori delle esperienze coloniali. Così, l’organizzazione della società è ricca di esperienze in cui spossessati si sono trasformati nei più sanguinari servi del vile piano d’oppressione delle stesse nazioni che li ha dapprima bistrattati e, poi, assorbiti nelle sue marginalità, al servizio della tanto continua mobilità delle sue infinite frontiere. Un’inquietante esempio possono essere i sefarditi, in fuga da luoghi dove la loro vita era messa seriamente a rischio ed infatuati dal progetto di poter convivere con altri “ebrei”. Sposare l’identità dello Stato israeliano, che li considera come le “classi” più abiette della società, ha condotto questi ultimi a trasformarsi in sanguinosi torturatori ed efferati sbirri del sionismo pur di mantenere il privilegio dell’incolumità statale che i loro governanti elargiscono. Dall’altro lato come non menzionare le fazioni più efferatamente stataliste che vedono nella “causa palestinese” la concreta possibilità di accostarsi al banchetto dei loro stessi persecutori; con bottoni lucidi sbirri di Gaza opprimono le insurrezioni popolari, concreto rischio per la realizzazione del loro progetto di potere. D’altronde il modello si ripete pedissequamente: le insurrezioni popolari per queste elitès coloniali significano il rischio di perdere i privilegi concessi loro dal colono. Tutte forze che agiscono intorno allo sfruttato “creando un clima di sottomissione ed inibizione che allevia il compito delle forze dell’ordine”. Ma ulteriormente, si potrebbe parlare della composizione sociale delle forze armate e dell’ordine in tutte le nazioni del mondo e si manifesterà la più banale delle verità: non è difficile alimentare le paure degli oppressi. La massa mediata, dunque, sanguinosamente facile da irreggimentare agli scopi dei loro elargitori di privilegi in termini materiali, mentali o altri. Dunque, partiti o individui caratterizzati da un’attività di tipo perlopiù elettorale, non essendo effettivamente interessati ad un rovesciamento totale del sistema, non invocano mai l’uso della forza da parte delle masse, ma la usano come minaccia verso le istituzioni dei coloni al fine di ottenere più peso e potere politico.

“Il reietto impaurito è spesso più miserabile ancora del dominatore, il realista è più feroce del re in persona”. (A. M. Bonanno)

Esiste una continuità con il mondo coloniale che si fonda in maniera sempre più solida su concetti identitari e i differenziali che ne derivano. La replica di questo schema di significare il mondo è concretamente la metastasi del “normale” che affligge percorsi ed esplosioni di libertà opponendone burocrazie e standard, a tutti i livelli. La possibilità di intessere discorsi identitari su tutti i livelli rende possibile la replica all’infinito di confini, affacci da cui il sistema di capitale conduce il suo andamento di espansione-contrazione. I fili spinati dell’identità, pietra angolare della legittimità del sistema capitale-statalista, permeano l’esistenza dei sudditi, influenzandone ogni aspetto dell’esistenza. Lo stesso dispositivo ha, dunque, costruito i confini del discorso d’esclusione che troppo spesso i “movimenti territoriali” (s’intende quelli mediati da pastorx d’anime) hanno dispiegato per corroborare l’indice incolpante contro ormai famosx “infiltratx”. Bisognerebbe prendere atto che le mediazioni politiche, quand’anche non propriamente partitiche, tendono a cloroformizzare la partecipazione spontanea, indipendente ed autonoma. I confini di un “movimento” troppo spesso delineano un contenitore di pratiche e procedure che hanno l’effetto di posporre la vita aderendo all’esistenza inerziale che il mondo colonial-capitalistico desidera. L’idea stessa di movimento “territoriale” suggerisce l’esistenza di caratteristiche specifiche senza le quali non si potrebbe aderire a quella lotta in particolare. Questo particolarismo è utile solo alla riproduzione della posizione di “capo-bastone” che, incistata nel modo di vedere le cose, viene replicata e cucita su ogni forma di vita altra, con la pretesa di ridurne l’esistenza a standard conosciuti e concordati in comunità strette e fortemente mediate da figure “leader”. Questo tipo di organizzazione a livelli fa di moltissimi movimenti “territoriali” delle strutture parecchio simili a quelle dei partiti. Infatti, troppo spesso le istanze di tali movimenti, auto-dichiaratisi indipendenti in principio, finiscono per impolpare il piatto dei contenuti delle campagne elettorali, svuotando definitivamente ogni possibile carica di rivolta dell’istanza “territoriale”.

Tali vescovi dei labili “no” finiscono presto per dimenticare la loro primaria definizione di “movimento territoriale”, stabilendo un differenziale basato sul successo e la “comunicabilità” che apre le porte a strutture organizzate, abdicando definitivamente all’auto-gestione, se non in piccoli e tribali rituali da chiacchiera “infra nos”. I movimenti di lotta “territoriale” così sentono di divenire difensori del milieu territoriale, proponendo “alternative” che non fanno altro che aggravare la portata della loro (innocente?) menzogna. Il “percorso” tanto gradito a tali assemblee, utile a rendersi comprensibili anche “alla vecchina al balcone”, si trasforma in una routinaria e vuota tradizione fatta di appuntamenti periodici e rituali a ripetizione. Il discorso “territoriale” è caratteristico di diversi movimenti, la “difesa del territorio” diviene un elemento fondante di questo tipo di aggregazione scenica. Una modalità di aggregazione che non concede null’altro che la pedissequa ripetizione della  quotidianità, escludendo ogni seducente possibilità di gioia.

Il taboo della violenza, che si concretizza poi nella pacificazione più servile, esclude inoltre la possibilità di un discorso concreto sulla repressione e le strategie- tanto collettive, quanto individuali- che si potrebbero dispiegare nel fronteggiarla, normalizzando di fatti il rapporto di potere unilaterale che intercorre tra oppressore ed oppressx e il suo potere di farci percepire solx. Inoltre, non si può assolutamente eludere l’azione cloroformio che questa vita-galera ci sottopone quotidianamente. Troppo spesso, infatti, ci si trova impreparatx davanti all’aggressione da parte dell’ “ordine costituito”. Ma ulteriormente impreparatx davanti alle furbate di chi cela ulteriori intenzioni oltre quella di “riempire le piazze”. Mentre certi sacerdoti condannano qualunque altra pratica come colpevole di svuotare le fila dei loro movimenti, lasciano aprire le loro sfilate dai segretari di quegli stessi partiti di c.d. opposizione che non hanno esitato e non esitano a porgere il fianco e fare favori a chi la vita la odia!  Trasformando il tutto in un banale e “normale” spettacolino elettorale, tutta carta straccia una volta allontanatesi le urne dai calendari di questi funzionari.

Quando spossessatx fanno scricchiolare le loro catene il mondo dei ben pensati di partito e di movimento si scandalizza. Questo mondo affonda il viso tra le mani per una scritta su un muro, per una vetrina infranta, per una sassaiola su un plotone di polizia e reputa “normali” (normalizzandole) le tragedie umane alle quali quotidianamente questo mondo ci sottopone. Si concepisce possibile tenere i fucili costantemente puntati contro stranierx alle frontiere e ci si scandalizza se per una volta, invece, quella violenza cambia direzione e, anziché essere strumento di riproduzione di potere, diviene mezzo di libertà, di concreta solidarietà senza alcun confine. Così la prima frontiera della repressione, volenti o nolenti, è la pretesa di aderire al copione democratico del dissenso secondo le regole da parte dei movimenti di massa mediata. E poi… lo sbirro che risiede in ognunx (o quasi) di noi.  Ma come micelio, anche se la terra è resa infertile, prima o poi rispunta e, comunque, nel frattempo…seguendo vie differenti da quelle percorse va manifestandosi “altrove”. Anche se spesso certe relazioni di potere si replicano pedissequamente in questi “altrove”, avviene comunque che la gioia esploda e colori oltre che i cieli e i muri delle città, anche le sue strade. Quando le catene scricchiolano a volte, poi, si spezzano. Ed anche se poi, la maggior parte delle volte, tornano più strette di prima, quei momenti sono impossibili da alienare dalla dimensione dei fatti. E così il piatto sopravvivere delle nostre routine delle volte si incrina e prende delle direzioni inaspettate che, seppur non totalizzanti, divengono sempre più consistenti nel se. Le brecce che si sono rotte non possono più risaldarsi, anche opponendovi tutto lo squallore cementificante possibile a questo mondo.

“Illuminata dalla violenza la coscienza del popolo si ribella contro qualsiasi pacificazione. I demagoghi, gli opportunisti, i maghi hanno ormai il compito difficile. La prassi che le ha buttate in un corpo a corpo disperato conferisce alle masse un gusto vorace del concreto. L’impresa di mistificazione diventa, a lunga scadenza, praticamente impossibile.” (F. Fanon)

Tutti quei fuochi di vicinanza, ogni insurrezione e ribellione di solidarietà nei confronti della libertà; ognuna di queste brecce, ognuno di questi momenti in cui la violenza si è ritorta contro il padrone, ogni viso che si è esposto con le persone detenute e/o in lotta contro questo orribile e squallido mondo intriso di “crazia”, ognuna di queste diserzioni ha fatto sì che questo bramoso mostro capitale tremasse ancora un altro po’. Ed ogni esperienza di liberazione, anche se assolutamente effimera, diventa ispirazione, coraggio, propulsione per altri momenti di libertà e per altrx; diventa un’ulteriore sbavatura su tutto questo trucco che edulcora le galere della vita.  Per questo, e molto altro ancora, prendere le distanze e criminalizzare tali atti di libertà significa riprodurre e corroborare relazioni di potere che sono le armi fondamentali con cui il mondo vigente si mantiene in vita.

Queste parole sono tutte contro i nemici della vita, costruttori di ghetti ben sorvegliati! E sono tutte in solidarietà a chi si trova ingabbiatx. Sia dentro un carcere che dentro un’esistenza costantemente sotto la minaccia del “fallimento”. In solidarietà a tutte le persone sole nell’angolo buio di questa non-vita a rilascio prolungato. In solidarietà e vicinanza a chiunque convive e condivide punti interrogativi. In solidarietà agli irreversibili dubbi verso tutto! Contro ogni certezza raggelante e definitoria! Queste parole sono un ennesimo tentativo di liberarmi di queste scarpe di cemento nello sguazzare dentro questa palude.

Con il cuore e lo stomaco stretti in una morsa delle volte letale. Con il formicolio alle mani. CON AMORE E RABBIA!

“DAI CORTEI PER RAMY A MILANO AI CORTEI NAZIONALI E NON PER LA PALESTINA IL PRIMO NEMICO DELL’ INSURREZIONE SONO I MOVIMENTI E I CORPI APPACIFICATORI!
SOLIDARIETÀ ALLX ANARCHICHX RINCHIUSX NELLE GALERE DA CATANIA ALL’INDONESIA.
SEMPRE PACIFISTX, MAI PACIFICX!” (Bak)

CANALE TELEGRAM PER INFORMAZIONI E AGGIORNAMENTI SU “CORPI, LUOGHI FRONTIERE – TRE GIORNI CONTRO LA MERCIFICAZIONE DEI TERRITORI”

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Canale Telegram per informazioni e aggiornamenti su campeggio e discussioni della tre giorni contro la mercificazione dei territori:
Corpi Luoghi Frontiere – 26, 27, 28 Giugno – Fattizze, Salento

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Corpi Luoghi Frontiere 26th, 27th, 28th of June – Fattizze, Salento

https://t.me/info_corpi_luoghi_frontiere

BOLOGNA: LA PAROLA AD ALFREDO!


Diffondiamo:

Trascrizione della testimonianza. Bologna, 18 maggio 2026

Qui in versione pdf

In occasione della seconda udienza del processo a carico di sei compagnx, imputati per una serie di episodi inerenti la mobilitazione contro il 41 bis e l’ergastolo, tra i testimoni della difesa è stato ascoltato Alfredo Cospito, in video collegamento dal carcere di Bancali.

Per poter rendere meglio leggibili le preziose parole di Alfredo e poterle diffondere anche fuori da quell’aula, abbiamo ridotto al minimo tutti gli interventi dellx altrx interlocutorx.

Anarchicx


/Alfredo inizia con la richiesta che gli venga ridato il foglio con i suoi appunti sequestratogli dai secondini prima di entrare in collegamento. La giudice, dopo aver chiesto al secondino se il sequestro fosse dovuto a disposizioni interne connesse al suo trattamento carcerario e ottenendo in risposta un imbarazzante silenzio, accoglie la richiesta di Alfredo e chiede alla guardia in questione di farglielo riavere trattandosi di suoi appunti per la testimonianza. Di fatto però gli appunti non gli verranno ridati./

/L’avvocato dei compagnx imputatx spiega ad Alfredo che è stato indicato come testimone della difesa in questo processo, poiché le sue condizioni detentive e la sua protesta hanno creato un acceso dibattito pubblico e i fatti contestati aglx imputatx attengono a manifestazioni di vicinanza e solidarietà nei suoi confronti. Pertanto gli farà alcune domande relative appunto alla sua condizione detentiva e allo sciopero della fame da lui intrapreso./

/- Da quanto tempo è detenuto e in quale regime?/

Sono detenuto dal 2011 ma sono quattro anni, scattati proprio adesso, di 41 bis.

Diciamo che nella mia vita ho fatto varie forme di carcere, dal carcere normale, all’Alta Sicurezza. Il 41 bis è l’ /“abiettizzazione”/ del carcere, qui ne ho visto l’essenza stessa, con il tentativo di annientare l’individuo tagliando ogni tipo di comunicazione.

Nell’Alta Sicurezza sono stato a Ferrara e poi a Terni.

Nel 2022 vengo direttamente trasferito qui a Sassari, in 41 bis.

/- Decide in quel momento di intraprendere lo sciopero della fame?/ /Per quale motivo?/

Certo, quasi immediatamente.

Per spiegare le mie motivazioni, innanzitutto vorrei dire una cosa, secondo me, inerente alla domanda che mi ha fatto. In questo momento per me è abbastanza emozionante essere qui, perché l’ultima volta che mi hanno tolto la mordacchia, la benda, è stato un anno e mezzo fa, quando ho potuto vedere delle facce amiche di compagni, perché qui l’isolamento è costante. Un anno e mezzo fa da quella parte c’era Sara e c’era Sandrone, che sono morti, e proprio questo isolamento non mi permette neanche di dare la mia solidarietà a tutti quei compagni che amavano Sandrone e Sara quindi do tutta la mia solidarietà a questi compagni. È l’unico modo, per esempio, che ho di esternare questo, perché qui l’isolamento è totale, assolutamente totale. Per esempio nel 41 bis ci sono delle sezioni di quattro persone, di quattro celle isolate. Ci sono persone che hanno ergastoli ostativi qui dentro che, per anni e anni, non vedono più l’erba, un albero, è realmente una cosa abbastanza traumatizzante, ma la cosa che mi ha fatto veramente iniziare lo sciopero della fame è che questa specie di stato di eccezione che è il 41bis sta diventando veramente regola… uno strumento nelle mani dello Stato. Per capire perché ho iniziato lo sciopero della fame, bisogna capire, avere una minima idea di cos’è questo sistema carcerario.

Per farvi un’idea: in questo momento, soltanto per venire in questa cella ho dovuto attraversare dei corridoi, come nel Miglio Verde, dove c’è la guardia che urla “Uomo morto che cammina”. La stessa cosa è qui, mentre cammino nel corridoio che è nello sprofondo, sotto il livello della terra, le guardie che stanno affianco a te urlano “Prima, seconda..” perché tu mentre attraversi il corridoio non devi vedere nessun essere umano, nessuno ti deve parlare. Ci sono sezioni di un isolamento mai viste in vita mia, in tutta l’esperienza carceraria che ho fatto. Ogni sezione è di quattro sole celle e tu puoi avere rapporti soltanto con quattro persone quando vai all’aria. L’aria è una vasca di cemento con delle sbarre di ferro che non vedi neanche il cielo. Di solito le persone che sono al 41 bis dopo tanti anni sono delle persone alienate, non hanno più voglia di parlare, neanche più escono dalla prigione. La cosa che mi ha veramente colpito e mi ha portato a fare lo sciopero è vedere le persone qui dentro per le quali veramente l’ergastolo è ergastolo. Sono persone che da vent’anni, qui dentro, davvero non hanno mai visto un albero, non hanno mai visto un filo di erba. È una sensazione realmente terrificante, la censura è totale; nel mio caso la censura, il senso del 41 bis, è proprio non farti parlare, non farti scrivere e neanche leggere. Ovviamente devo fare processi e processi per avere un libro. Addirittura per sentire la musica ci ho messo due anni ad ottenere, attraverso dei processi, la possibilità di avere un lettore cd. La musica che ascolto tentano di bloccarmela perché dicono che è contro il patriarcato, che sono canzoni che esaltano il femminismo quindi fanno ricorsi e ricorsi per non farmi ascoltare musica o farmi leggere libri.

/- Senta quanto è durato il suo sciopero della fame?/

Credo il mio sciopero della fame sia durato mesi, esattamente centosessanta giorni [/in realtà è durato dal 20 ottobre 202//2//al 19 aprile 2023, quindi circa centottanta giorni/].

Dopo un bel po’ sono stato portato a Opera, per le mie condizioni di salute, perché lì c’è un reparto medico. Lì mi sono reso conto della situazione. Era pieno di persone anziane, quasi tutte con l’Alzheimer che non si ricordavano neanche chi erano o dove si trovavano, tutte in 41 bis, che andavano in giro con la carrozzella, con il catetere, si pisciavano e cagavano addosso.

Però capiamoci, se volete realmente sapere le motivazioni dello sciopero io avevo addosso la quasi certezza dell’ergastolo ostativo e grazie alle manifestazioni dei compagni fuori e alla loro mobilitazione in qualche modo sono stati costretti a togliermelo, perché era veramente assurdo.

Mi avevano dato l’ergastolo per una serie di attentati dimostrativi.

La cosa che mi ha più motivato e mi ha fatto rischiare la vita sino quasi alla fine è stato che loro vogliono estendere e rendere questo stato di eccezione una regola. La militarizzazione in questo periodo di guerra veramente si vede in modo lampante qui e la volevano estendere oltre. Già ci sono dei compagni delle Brigate Rosse, tre compagni al 41, però volevano estenderlo al movimento e hanno iniziato con me, con l’anarchico, perché è più facile poi, una volta che mettono me, iniziare ad allargare. Quindi, mi sono detto, “È sopravvivenza”, ho cercato di bloccare questo processo che era iniziato e in quel momento lì mi è sembrato si fosse bloccato, effettivamente lo è.

Adesso il 41bis rimane con le restrizioni che ha, però ultimamente ho visto aumentare il numero delle persone che entrano qua dentro per motivi anche abbastanza futili, ho visto persone entrare perché avevano nell’Alta Sicurezza il telefonino o… non ci sono più quei “boss” che c’erano prima.

/- Successivamente allo sciopero della fame, ha potuto notare un ulteriore irrigidimento nelle condizioni detentive?/

Allora secondo me ci sono state sicuramente delle ritorsioni. Però durante il periodo dello sciopero queste ritorsioni si erano allentate. La posta mi arrivava a frotte, ma lì dipende all’attenzione dei media.

Ci sono stati tanti fenomeni all’interno del 41 bis che ho notato, legati anche alla mia lotta.

La prima cosa di cui mi sono reso conto è l’influenza che questo governo, attraverso Delmastro, ha avuto rispetto sia alla volontà del DAP che alla direzione del carcere. Per esempio sapendo che dovevano venire dei parlamentari a incontrarmi, nella loro ottica miseramente politica, per usare il 41bis come loro strumento, qualche giorno prima che questi parlamentari arrivassero mi hanno trasferito in un’altra sezione dove c’erano dei boss, così poi potevano rinfacciarmi questa cosa, perché dove stavo prima io c’erano persone che avevano una caratura molto molto minore.

Poi grazie all’aver incontrato questi personaggi -tra i primi ad entrare al 41bis- mi sono reso conto che il 41bis, almeno agli inizi, non è servito tanto per non far comunicare i prigionieri con l’esterno, ma per zittire quelle persone che hanno avuto rapporti con lo Stato italiano in passato, con cui hanno fatto accordi, accordi che sono stati spesso non rispettati e adesso li hanno seppelliti qui dentro per non farli parlare.

Ho iniziato lo sciopero della fame quando mi sono reso conto del meccanismo assurdo in cui mi trovavo che, oltre ad essere liberticida, usa le persone come strumenti politici per dare addosso a una corrente o all’altra… insomma il motivo è questo.

/- Vorrei chiederle se lei attualmente riceve lettere o può scrivere lettere./

In questo momento non ricevo più lettere. Una volta mi venivano notificate, sequestrate e non date, adesso invece non mi vengono neanche più notificate, spariscono. Sono certo che arrivano ma non… eh, sono tipo mesi che non ne ricevo. Adesso ne ho ricevuta una dell’altro anno, dicembre del 2025.

/- Per quanto riguarda la possibilità di lettura, lei ha fatto delle richieste e le sono stati negati dei libri, anche quelli indicati nella lista da cui potrebbe attingere? //Q//uesto, diciamo, è un fatto che io conosco perché è stato res//o pubblico./

Ecco questo non lo sapevo grazie… perché l’isolamento qui dentro è notevole.

Sì i libri ultimamente mi vengono bloccati.

Allora vi spiego, qui c’è la possibilità di avere libri dalla biblioteca, la piccola biblioteca di sezione del 41bis, quelli mi vengono dati.

Poi, dopo qualche anno, sono riuscito a ottenere anche la possibilità di usufruire della biblioteca centrale del carcere. Ho avuto due volte libri da questa biblioteca, dopodiché le mie domande non sono state più soddisfatte, sono state ignorate, infatti ho fatto causa.

Quando compro dei libri ogni tanto mi vengono bloccati, ad esempio ultimamente mi hanno bloccato un libro sulla meccanica quantistica, uno sulle sette eretiche dell’inizio del cristianesimo. Sembrano delle ripicche, però fanno da scarica barile: il comandante dice che la colpa è della direttrice, la direttrice probabilmente dirà che è il DAP, quindi non si sa. Posso dire che secondo me chiaramente sono ritorsioni, posso dire che non hanno voglia di comprarli, però in realtà i libri qui vengono comprati. L’obiettivo è quello di sfiancarti, di isolarti totalmente, hanno iniziato col tagliarmi totalmente qualunque tipo di comunicazione con l’esterno e adesso addirittura cercano di impedirti di leggere libri. Devi stare lì davanti al televisore come un idiota 24 ore su 24 o usufruire dei libri della biblioteca che sono pochissimi. Anche quando chiedi qualcosa al tribunale di sorveglianza, che poi alla fine dopo tanto, un anno o due riesci a ottenere, certe volte non vengono neanche rispettate le cose del tribunale. Ho dovuto lottare quattro anni per ottenere l’abbonamento a “Le Scienze”. Però questo è parte di quel meccanismo di isolamento che per me è importante, è fondamentale rispetto a questo tipo di carcerazione che ha come obiettivo la tortura.

Qui dentro le persone sono messe semplicemente per farle parlare quindi devono essere torturate in questo modo qui, è una cosa che è riconosciuta anche dall’Unione Europea a quanto pare.

Sono delle leggi speciali fatte in un determinato periodo che adesso stanno diventando regola. E la motivazione è che in determinati momenti una democrazia tenderà a diventare più democratura perché queste leggi stanno iniziando ad essere adottate. L’hanno messa nei miei confronti, l’hanno messa in passato nei confronti dei compagni delle BR, poi inizieranno a portare quelli dell’Alta Sicurezza qui, stanno iniziando a costruire carceri in Sardegna, Sardegna già militarizzata, vogliono costruire altri 41. Quindi è come un cancro all’interno. Anche gli stessi giuristi, io non credo a quel tipo di… però anche gli stessi giuristi lo dicono che il 41bis è un’anomalia che sta dirompendo. E il mio sciopero della fame è stato un modo di attirare l’attenzione. Mi dispiace che molti compagni adesso stanno scontando e rischiano mesi e mesi di galera, anni di galera, però penso realmente ne valga la pena rispetto a quello che lo Stato sta facendo, è un punto veramente importante perché è un’arma micidiale in mano ad uno Stato. Qui dentro per esempio la foglia di fico della Costituzione, della democrazia di diritto, non esiste. Qui cos’è la democrazia, è chiaro, lampante, è una questione di forza, il più forte vince su quello più debole. Qui non hai diritti, hai soltanto proibizioni e anche quei pochi diritti che hai non vengono neanche rispettati perché si attaccano alla burocrazia…

Per esempio adesso per vietarmi la lettura dei libri si stanno inventando che devono controllare i libri, ma sono i libri che vanno a comprare loro, perché qui libri per posta non se ne possono ricevere, quindi sanno benissimo che i libri che comprano loro stessi in libreria non hanno messaggi dentro, semplicemente serve a fiaccare. Poi chiaramente c’è uno scontro tra me e l’istituzione, il DAP e anche questo governo che chiaramente fa in modo che ci siano delle ritorsioni, delle pressioni… Questo governo e sicuramente quello che viene dopo, perché nessuno mette in discussione il 41 perché è fondamentale.

Scusate la confusione però non avendo il foglio… che dopo un po’ il 41 ti rincoglionisce, perché l’isolamento dopo un po’… parli sempre delle stesse cose…

/- Lei ha percepito che le manifestazioni di solidarietà dall’esterno abbiano portato in qualche modo un contributo anche all’interno e anche alla sua condizione?/

Sì, nel mio caso posso dire tranquillamente che mi ha salvato la vita. Adesso ho un fine pena pena che sarà quando avrò 72 anni. Se non c’era tutta quella pressione fuori mi avrebbero tranquillamente confermato l’ergastolo ostativo che era una roba assolutamente certa, l’attenzione ha fatto in modo che non potessero giocare così sporco. La situazione dentro il carcere è rimasta esattamente la stessa, però va bene, non è che me ne lamento, nel senso qui comunque ho deciso di combattere anche per gli altri che stanno qui dentro che non hanno voce, che non riescono neanche a esprimere dei concetti. La vita di un prigioniero anarchico è sempre quella di cercare di cambiare le cose anche per gli altri e io non faccio distinzioni tra un mafioso o uno spacciatore… per me un prigioniero è un prigioniero. Quindi secondo me è un problema che riguarda un po’ tutti perché, se questa cosa si estende, l’obiettivo è usarla poi quando servirà, per reprimere i movimenti sociali, questo è talmente lampante.

E comunque saluto tutti i compagni che mi stanno vicino.

/- Attualmente le è stato riconfermato il 41 bis. Come si sente e che tipo di comunicazione a riguardo ha ricevuto e rispetto al fuori che notizie -anche tramite quotidiani o altro- è riuscito a ricevere?/

La cosa strana è che il 41 mi è stato riconfermato con un mappazzo di quasi novanta fogli, anche ai “super boss” di solito lo riconfermano con due paginette. Qui sono tutti sorpresi perché è la più grande riconferma della storia del 41bis, neanche a Totò Riina hanno fatto ottanta pagine… Praticamente lo Stato italiano mi ha aggiornato con questi fogli di tutte le lotte che ci son state nel mondo di cui non sapevo niente. Perché lo scopo del 41bis è l’isolamento, mentre invece grazie a Piantedosi, a Nordio c’è proprio un aggiornamento fitto di tutte le azioni successe, in Indonesia, la solidarietà data me… un po’ tutto, il compagno in Grecia che è morto, a cui do la solidarietà, come a tutti i compagni greci. Cose di cui qui dentro ero assolutamente all’oscuro.

Questo per far capire le contraddizioni di questo sistema. Nel mio caso, invece di isolarmi dal contesto, in qualche modo mi hanno reso ancor più pericoloso, credo, rispetto al sistema. Hanno esaltato la mia figura, mi hanno fatto da cassa di risonanza. Perché quando stavo in AS avevo i contatti con i compagni però non avevo un’influenza così forte. Da quando sono al 41bis invece… beh questa è una cosa buona del 41, le mie parole comunque poi sono girate di più, quindi nel mio caso c’è un po’ questo paradosso. Paradosso che è addirittura scritto nei fogli che ho letto. L’ultima volta che avevano discusso il 41 avevano dato pareri positivi perché uscissi, dopo è stato riconfermato secondo me come ritorsione e adesso che le mie parole girano dicono che ho un influenza maggiore, non so loro cosa intendono con influenza rispetto agli anarchici dato che noi ragioniamo individualmente… comunque dicono che ho un’influenza maggiore quindi anche se prima non ero pericoloso adesso il 41 mi ha reso pericoloso… insomma il cane che si morde la coda.

Comunque rispetto a tutti quelli che sono al 41 adesso e anche in passato, ho avuto il più grande fascicolo informativo mai visto, l’ha detto sia chi me l’ha consegnato, sia gli altri detenuti con cui ho parlato, sia gli avvocati. È una cosa abbastanza indicativa di quello che è diventato il 41, una specie di involucro vuoto che non sanno neanche più a cosa serve… Serve, sì, serve come un’arma a disposizione quando le condizioni sociali muteranno e allora potranno censurare qualunque tipo di dissenso. Perché nel mio caso è indubbio che sto qui dentro semplicemente per quello che dico, non per quello che faccio, quindi per le mie parole.

CHIAMATA INTERNAZIONALE: “RAICES Y RADICALIDAD” DA MIGUEL PERALTA E JUAN SORROCHE

Diffondiamo questa nuova chiamata alla poesia, haiku senza haiku e versi liberi e scatenati, nata come continuazione del progetto “Haiku senza haiku” del 2023.

La nuova raccolta prenderà il nome di “Raices y radicalidad”, ed e’ stata lanciata dai compagni Juan Sorroche, detenuto nel carcere di Terni (nel territorio chiamato Italia) e Miguel Peralta, che in qualche parte del mondo in questo momento sfugge alla persecuzione dello “stato messicano”.

Raices y radicalidad aspira a creare uno spazio d’incontro, convergenza ed espressione per le persone che “affrontano, resistono e lottano contro il potere ogni giorno” in diverse latitudini.

Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, sentimenti, parole a questo nuovo progetto.

Diamo il benvenuto a contributi in qualsiasi idioma, lingue originarie che resistono e fioriscono nonostante l’imposizione delle lingue coloniali, così come ad ogni modalità di espressione libera.

Questa è una chiamata per non smettere di sognare, immaginare e realizzare infiniti mondi nuovi!


Dal manifesto di lancio:

Fin dalla colonizzazione, i popoli hanno sviluppato diverse forme di resistenza e sopravvivenza in risposta al modo in cui il capitale ha saccheggiato i loro territori, dall’estrazione dell’oro a quella delle terre rare, dai megaprogetti alla grande menzogna del capitalismo verde, fino alla guerra.
Quanto più il capitale rafforza il suo sfruttamento e l’imperialismo coloniale, reprimendo e sterminando, tanto più la lotta e la resistenza dei popoli per difendere i propri territori devono essere rafforzate in ogni parte del mondo.
Nella nostra vita quotidiana, attraverso l’iperconnettività digitale, abbiamo normalizzato la ricezione di informazioni da tutto il mondo in tempo quasi reale. Abbiamo anche normalizzato l’idea che un click su un “like” ci renda partecipi di una lotta. Questo fenomeno sta limitando le azioni, erodendo pratiche che sono sempre appartenute a popoli e individui e ci priva di spazi per l’autodifesa e l’azione. Con questo appello, vogliamo creare uno spazio di convergenza attraverso la solidarietà internazionalista, condividere i nostri sentimenti per entrare nel profondo delle lotte del Sud globale in una prospettiva anticoloniale, dis-imparare, solidalizzarci e liberarci. Questa è una chiamata rivolta ai popoli in resistenza, ai/lle collettivi/e, alle individualità, alle persone prigioniere, in fuga, in clandestinità, alle persone migranti senza o con i documenti, alle dissidenze sessuali, collettivx di sex workers, alle famiglie in ricerca dei/le figli/e scomparsi, alle autonomie e autodifese, agli spazi occupati, ai gruppi di sostengo per detenutx, a creatrici/ori e artistx dissidenti, a tutti coloro che quotidianamente resistono e sfidano il potere.

Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, sentimenti e parole a questa raccolta che abbiamo intitolato “Raices y Radicalidad”.

Raices y radicalidad, poiché le radici rappresentano l’origine, la memoria collettiva, che si trasmette nel lungo cammino del tempo. Queste radici influenzano la formazione dell’identità, il modo in cui gli individui si riconoscono e si definiscono. A sua volta, il territorio è il luogo in cui si vive, e queste radici si sviluppano ed esprimono in diverse pratiche politiche e socioculturali. Pertanto, la radicalidad è un profondo ritorno all’origine; è come una radice che penetra la terra in cerca d’acqua, scavando in profondità e connettendosi con la memoria e il territorio, vedendo con trasparenza chi siamo e da dove veniamo. È un modo di esistere che non si ferma in superficie, ma cerca le profondità dove nascono idee, identità e cambiamenti.

Vi invitiamo a contribuire con parole, disegni e creazioni a questa raccolta di parole finalmente libere, sillabe incendiarie, haiku senza haiku e versi scatenati dalla logica della metrica e lanciati a briglia sciolta verso l’infinito, scatenati da proprietà e mercificazione. Gli scritti raccolti saranno pubblicati in cartaceo attraverso delle autoproduzioni, verranno letti durante iniziative autogestite e diffusi non solo tra tutte le persone interessate e “libere”, seppur prigioniere nelle carceri, negli istituti psichiatrici e nei centri di detenzione per migranti, ma anche a tutti coloro che sono reclusi nelle scuole, nelle fabbriche, nei quartieri e nelle campagne, ma continuano a sentirsi liberi e non credono nell’illusione che questa società ecocida possa continuare.

“Raices e radicalidad” nasce dal dialogo scritto tra Juan Sorroche, compagno incarcerato nel maggio 2019 dopo due anni di clandestinità e detenuto in un carcere di quella che chiamiamo ancora Italia e Miguel peralta, anarchico della comunità di Eloxochitlan de Flores Magon, detenuto per cinque anni nelle carceri messicane, che ora vaga da qualche parte nel mondo, ma che è ancora sotto processo…

Invia i tuoi Haiku senza Haiku a:

raicesyradicalidad@canaglie.net

oppure

Spazio di documentazione Il Grimaldello
Via della Maddalena 81r.
16124 – Genova – Italia

MESSINA: DOPO L’AVVISO ORALE, ANCHE UN FOGLIO DI VIA

Diffondiamo (qui il testo in pdf):

DOPO L’AVVISO ORALE, A MESSINA, ANCHE UN FOGLIO DI VIA.
LA CARTA È SOLO CARTA, LA CARTA BRUCERÀ!

Dopo l’avviso orale da parte del questore di Messina nei confronti di unx compagnx per un presidio di fronte al tribunale e del successivo corteo solidale in città il 17 dicembre 2025, giorno della prima udienza relativa al Carnevale No Ponte, anche un foglio di via nei confronti di unx altrx compagnx da “fuori provincia”.

“Se per lo Stato la rivolta contro questo schifo di mondo è violenza, allora ben venga la violenza. Una violenza che si opponga alla ferocia della macchina repressiva che tutela il capitale e i suoi interessi. Col cuore strettx allx compagnx in carcere, e il desiderio di riempire le piazze e non lasciarlx solx”. 

Queste le ultime righe del volantino che il 17 dicembre è stato distribuito nella piazza del tribunale di Messina in occasione di un presidio solidale durante l’udienza sulle misure cautelari per le persone inquisite nel quadro dei fatti avvenuti a Messina lo scorso uno marzo, il giorno del carnevale no ponte. Oltre ad un avviso orale (a riguardo sono state diffuse delle riflessioni nello scritto titolato “GUERRA NO, GUERRIGLIA SÌ – UN CONTRIBUTO DA MESSINA A SEGUITO DEL RICEVIMENTO DELL’ AVVISO ORALE”) si aggiunge, ora- alla lista dei provvedimenti polizieschi di quel giorno- un foglio di via della durata di tre anni, emanato dalla questura di Messina nei confronti di unx solidale da “fuori provincia”. Dispensatori di solitudine e frammenti sociali controllabili in una città asfissiante, ove la reattività questurina si fa notare con una certa avidità di attenzioni. Ancora una volta, il provvedimento è accompagnato dall’affermazione dell’ormai tipica retorica dei “provenienti da fuori” e dei “soliti noti”, ben sostenuta dai vari salottieri locali.

Sarebbe ridondante, ma anche mai abbastanza, ripeterci il contesto entro cui si inserisce questa guerra dello stato nei confronti dei modi dello stare insieme differenti dal soffocante tracciato che la socialità del profitto prevede. Ma non stupisce certo il “normale” funzionamento dell’apparato repressivo in una città dove non si muove nemmanco una foglia oltre quello a cui il routinario ‘status quo’ ci ha abituatx (leggi: costrettx). Hanno inondato una città (l’ennesima) di telecamere per sorvegliare bene che l’agonia imposta non si trasformi mai in iato vitale. Soffocano la vita con tribunali, polizie e provvedimenti, mentre sponsorizzano la morte implementandone l’infrastruttura a tutto campo… Si pensi alla zona falcata di Messina, prossima a ri-centrarsi come hub di guerra nel Mediterraneo attraverso la sua “riqualificazione” in chiave squisitamente militare. Una zona sottratta alla vita da tempo, già “cittadella infame” che durante i moti del 48′ sparava cannonate sullx messinesi insortx; nel 900, prima infettata da effimere industrie che hanno presto lasciato spazio all’abbandono e, poi, infestata dagli zombie mimetici a spalle stellettate. I marinai del tricolore, quelli che ricercano migrantx nel Mediterraneo per portarli nei 10 (e, apparentemente altri in costruzione) CPR presenti sull’italico suolo o in Albania, per esempio. Proprio in questo stesso porto, nel 2018, la guardia costiera Libica riceveva in regalo dal governo italiano due motovedette classe “Corrubbia”, consegnate a quei miliziani addestrati in Italia ad assassinare…

E vogliamo parlare del solito e squallido giochino della democrazia che ha visto l’amministrazione comunale in carica invocare il voto anticipato certa di potersi accaparrare- ancora- questa gallina dalle uova di cemento dorato che è la Messina dei milioni del PNRR e del (bancomat) ponte sullo Stretto? O della totale messa in vendita della città nella vetrinetta “concessa” ad MSC crociere in cambio dell’ennesimo squallido cantiere per un futuro (ma manco troppo) hub crocieristico? Un porto del tutto rinnovato; da un lato la vorace industria del turismo e, nella banchina antistante, le navi di una guerra sempre più imminente ai “confini esterni” della società ma già del tutto presente al suo interno.

Ed è proprio nel solco di questa guerra che si muovono le “normali” trame del “più gelido dei gelidi mostri”. Una reattività immediata da parte della questura atta a cauterizzare quello che, altresì, rischierebbe di sfuggirgli di mano. Non lasceranno più che questa teppa si muova indisturbata in città, d’altronde l’isolamento e la mostrificazione mediatica garantita anche dallo spalluccismo di certi personaggi “sinistri”- insieme a fattori intrinsechi ai traumi che la mannaia dello stato dissemina- ha reso ancora più spazio alle prepotenti azioni dei cittadini in divisa. Dietro a cotanto saccheggio di vita, come un vetrino della loro squallida ed imperante scienza, si intravedono non troppo nascoste le trame politiche dei salotti del ben parlare di questo crocevia di squallidi interessi; ma, comunque, la “pericolosità sociale” diviene la primaria piaga da attenzionare ossessivamente. Lo si è già visto in città con la modifica del regolamento di polizia urbana che di fatto istituiva una forma “ammorbidita” di zone rosse nel centro cittadino. Oltre quelle già individuate dalla normativa nazionale, venivano incluse alcune aree ritenute “sensibili” per il loro “degrado” e da lì l’ostracizzazione della vita vissuta per fare spazio a presidi fissi di baschetti fiammella muniti e luci blu- “fanno il deserto e lo chiamano decoro”. Non è questione di vittimismo o di rimanere stupitx davanti alle azioni poliziesche, è che sarebbe quantomeno sprovveduto non mettere a fuoco la questione che se da queste parti l’ordine e la sicurezza hanno il nervo scoperto delle motivazioni dovranno pur esserci: un presidio ed un corteo solidale hanno subito dato adito ad indagini e provvedimenti (attualmente, appunto, due), azioni routinarie in altre aree geografiche sono qui pretesto per un ulteriore accanimento poliziesco. C’entra forse che quelle persone presenti in piazza il 17 dicembre significavano l’ennesimo smacco all’operazione di isolamento che lo stato, per mano delle sue autorità, compie quotidianamente nel tessuto relazionale del vissuto? C’entra forse che questo effetto boomerang dell’azione zelante dei gendarmi mette radicalmente in crisi la percezione che l’unico modo per opporsi alla devastazione delle nostre vite sia quello dettato dal “dissenso democratico”? Sarà che chiunque insinui che nel ponte, nella repressione, nella guerra, nella fame, nella solitudine insista il medesimo virus del profitto e del potere venga fatto aderire tout court a quelle categorie di persone sterminabili? Beh… cosa certa è che in nome del decoro e della sicurezza tutelano e celano succulenti scempi di guadagno.

Insomma, dalle giornate in solidarietà alle persone inquisite per i fatti del carnevale no ponte sono-ad oggi- maturati un avviso orale ed un foglio di via della durata di tre anni, corredati dalle relative denunce (“blocco stradale”, “oltraggio e minaccia aggravata a P.U.”, “manifestazione non autorizzata”, …). Eppure quel giorno ci si è ritrovatx per agire solidarietà in un mondo che ci vorrebbe invece investiti solo dell’angusto ruolo di agitx, per poter far di noi carne da macello nello sterminio scientifico del capitale. Esattamente quella solidarietà che è considerata una scintilla pericolosa in un mondo disseminato di polveriere e, quindi, perseguitata dall’ordine e dalla disciplina a logo ‘S’ doppiamente sbarrata. La solidarietà è, dunque, pericolosa. Lo confermano anche i fogli di via emessi qualche mese fa dalla questura di Varese in occasione di un saluto solidale ad unx amicx e compagnx detenutx lì dentro. Lo confermano anche i trasferimenti da un carcere ad un altro di detenutx che raccolgono la solidarietà da “fuori” e diventano, dunque, scomodx negli equilibri tanto precari che si instaurano nel mantenimento minimo dell’ordine interno. Come successo nel trasferimento verso il carcere di Potenza di una delle tre persone sottoposte a misure cautelari sempre nel quadro del processo relativo ai fatti del carnevale no ponte; a poco è servito questo tentativo di isolamento, la solidarietà- e chi la agisce- disconosce i vostri confini ed il valore divisivo che lorsignori accollano a tempo e spazio- acuminate lame del potere. Il rinnovo della detenzione al 41/bis di Alfredo Cospito sottolinea, ancora, la necessità degli amministratori del potere di creare dei pascoli recintati e ben sorvegliati, alcuni molto angusti, per rinchiudervi le “pecore nere” di questa concreta favola dell’orrore. La necessità di mettere “sotto censura” persone che si ritrovano ristrette e detenute non conferma che certe cose non conoscono il confine della corporeità trasformandosi, invece, in intenzioni osmotiche cui qualunque respiro potrebbe nutrirsi? Le pesantissime misure cautelari inflitte nel contesto dell’operazione “Ipogeo” non mettono in luce, forse, il fatto che da certe parti non è gradito alcun tipo di “innalzamento dell’asticella” dello scontro? Oppure, tutte le misure che lo stato ha inflitto nei confronti di chiunque esprimesse, in maniera attivamente critica, la propria solidarietà con la gente di Palestina, non confermano ancora una volta la pericolosità del “dolore che si fa coscienza” e della “coscienza che si fa azione”? Cosa confermata anche dal moltiplicarsi di personale delle FF. OO. per le strade delle città e dalla loro sempre crescente militarizzazione.

Allora preme rimbombare le parole scritte in “GUERRA NO, GUERRIGLIA SI- UN CONTRIBUTO DA MESSINA A SEGUITO DEL RICEVIMENTO DELL’ AVVISO ORALE”, da Claudio in relazione all’avviso orale sopracitato:  “[…] in faccia alle intimidazioni repressive mi preme dire innanzitutto questo. Mi preme gridare: viva la classe pericolosa!”.

E quindi, “la carta è solo carta, la carta brucerà” è anche un auspicio in tensione verso la pratica della diserzione. Che bruci ogni convocazione al servizio e all’ubbidienza nei confronti di questo mondo-cantiere. E “la carta è solo carta, la carta brucerà” perchè così sarà con questo “regno delle apparenze” che si dota di orpelli che sanno di eternità (seppur a-storica) ma che nulla hanno a che vedere con la sua vera essenza, altrimenti non si spiegherebbe la necessità- da parte di stato e capitale- di mantenere l’esercizio monopolistico della violenza. Il patrimonio è difeso solo in quanto è immagine nitida dell’ordine democratico e della sua percepita eternità. Quindi, contestare tale monopolio e rivolgerlo contro il patrimonio appare, ad oggi, una via concreta per mettere in discussione la fissità del potere, se non la sua stessa esistenza. Proprio per soffocare e stabilizzare ogni vacillamento possibile esistono carceri, fogli di via, avvisi orali, sorveglianze speciali, caserme, sbirri, sbirri interiori, pattuglie, telecamere, collaborazionistx… Proprio in tutela dell’ordine democratico- anche nella sua dimensione più simbolica- dal Codice Rocco, ancora oggi, viene diffusamente applicato il reato di “devastazione e saccheggio”. Eppure la loro stessa legge, nel secondo coma dell’articolo 419 del codice penale, mira a punire chi con la propria azione di “devastazione e saccheggio” comporti “una diminuzione dei mezzi di difesa pubblica e della sottrazione di risorse e sostentamento alle popolazioni”. Domandarsi ancora una volta chi ci devasta e saccheggia davvero la vita, allora, ha ben poco di retorico.

La carta è solo carta, la carta brucerà è un grido di solidarietà “AVEC LE SANS PAPIER”!!! LIBERX TUTTX!! LIBERX SUBITO

QUESTA È LA LEBBRA CHE CHIAMATE CIVILTÀ – CONTRO IL 41 BIS E LE GALERE, ALFREDO LIBERO

Diffondiamo un volantino distribuito nel centro di Cagliari in occasione del rinnovo del 41bis per Alfredo Cospito. Qui il pdf.

“Dopo un anno di silenzio, grazie al vostro imbarazzante e anacronistico procedimento penale, mi è concesso esprimere il mio pensiero pubblicamente. Anche se da remoto, anche se per ii breve tempo di un battito d'ali, oggi posso strapparmi il bavaglio, la mordacchia medievale di un 41 bis che un governo di centrosinistra anni fa mi ha applicato per mettere a tacere una voce scomoda per quanto minoritaria e ininfluente, ma certo nemica di questa vostra democrazia. Questi due anni di regime speciale mi hanno definitivamente aperto gli occhi sul vero volto del vostro diritto, delle vostre garanzie costituzionali, rivelandomi un sistema criminogeno fatto di totalitarismo osceno, quanto crudo e assassino.”

Queste parole sono state pronunciate durante l’udienza del 15 gennaio 2025 da Alfredo Cospito compagno anarchico rinchiuso da quattro anni nel Carcere di Bancali a Sassari in regime di 41 bis, in cui, per protestare contra questo regime, ha intrapreso uno sciopero della fame per 180 giorni. Negli stessi giorni, in tutta Italia, si sono svolte grandi manifestazioni in sua solidarietà.

La galera è uno strumento di tortura per piegarti definitivamente quando finisci nelle mani dello Stato e, il 41 bis, con l’eventuale aggiunta dell’ostatività dei reati, è la sua evoluzione “democratica”, perché non lascia segni visibili della tortura imperialista. Lo stesso Stato che da anni tortura Alfredo ha deciso il rinnovo del 41 bis cercando ancora una volta di mettere a tacere e annientare il nostro compagno.

Il 41 bis è il modello che lo Stato propone per le carceri future, inserito con il pretesto della lotta alla mafia.
Il 41 bis è un monito verso chi non accetta lo Stato e la sua violenza.
Il 41 bis ha lo scopo, come vantato dai suoi ideatori, di estorcere informazioni al nemico annientandolo con le tecniche già usate dalla CIA ad Abu Graib e Guantanamo.
Il 41 bis è un regime di isolamento estremo grazie alla riduzione delle relazioni con qualsiasi altro essere umano.
Il 41 bis è la forma di tortura che ha portato alla morte di Diana Blefari Melazzi.

Lo Stato imprigiona e tenta di annientare chi è improduttivo e inutile, ovvero inadeguato all’idea di normalità. Lo Stato è responsabile dell’eliminazione di chi non si allinea, di chi si ribella e prova ad alzare la testa contro sfruttatori, servi in divisa e i tribunali che li proteggono. Lo Stato è il responsabile dello sterminio di chi tenta di varcare le frontiere, a costo della propria vita, frontiere create perché pochi possano arricchirsi sullo sfruttamento sino alla morte di molti. Lo Stato è il responsabile dell’eccidio di chi prova a scappare dalle guerre, dall’avvelenamento dei territori e della fame che lo Stato stesso ha creato.

Per quanto ci riguarda sappiamo da che parte della barricata stare. Al fianco di Alfredo e di tutti coloro che combattono contro lo Stato per un mondo senza galere e per un mondo senza sfruttati.

"Da quando sono al 41 bis non tocco un filo d'erba, un albero, un fiore solo cemento, sbarre e tv. Negli ultimi mesi con grande fatica sono riuscito a comprare un solo libro, e solo perché di me parlavano i media. I colloqui una sola volta al mese col vetro e con la voce metallica dei citofoni. Le mie sorelle e mio fratello che sono gli unici che possono venire a trovarmi vengono al loro arrivo incerottati sui tatuaggi e sugli orecchini, perché potrebbero comunicare messaggi criptici attraverso i disegni tatuati.” 

ALFREDO COSPITO
FUOCO ALLE GALERE
CON SARA E SANDRO NEL CUORE
ALFREDO LIBERO TUTTX LIBERX

Anarchici contro carcere e repressione

GUERRA NO, GUERRIGLIA SÌ – UN CONTRIBUTO DA MESSINA A SEGUITO DEL RICEVIMENTO DELL’ AVVISO ORALE

Diffondiamo le riflessioni di un compagno a seguito del ricevimento dell’avviso orale da parte del questore di Messina, maturato a seguito di un presidio di fronte al tribunale e del successivo corteo solidale in città il 17 dicembre 2025, giorno della prima udienza relativa al Carnevale No Ponte. Qui il pdf.

"E' certo vero che l'organizzazione dell'esistente si sta sgretolando, vacilla, non è più in grado di autoalimentarsi e conservarsi. Non è però detto che questa debolezza renda a noi il compito più facile: intanto perché spinge gli umani iper-domesticati a cercare un sovrappiù di sicurezza, rifugiandosi nel poco che resta del vecchio ordine. Poi, perché il decadimento in corso ha indebolito anche le nostre forze, la nostra capacità di resistenza.
Non si può stare a lungo esposti a un ambiente artefatto e avvelenato, restando saldi e lucidi nei propri propositi, e in forze.”

Queste parole di Piero Coppo, da “critica radicale e rivoluzione”, mi aiutano a chiarire a me stesso almeno una parte delle ragioni per cui non sono riuscito finora a scrivere niente – pur ripromettendomi, mentendomi, di farlo ogni giorno dal 2 di aprile: quando cioè mi è stato notificato (anche per iscritto) l’avviso orale del questore di Messina. Rilevato che annovero “plurimi precedenti di polizia per delitti contro l’ordine pubblico”, per “reati contro la P. A., il patrimonio e l’amministrazione della giustizia”, e ritenuto che sarei “dedito a condotte di particolare allarme sociale”, nonché “alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza, la sanità e la tranquillità pubblica”, ci sarebbe da “porre un freno, con urgenza,” alla mia “condotta illecita”; ove persistessi nei miei “comportamenti antigiuridici nonostante il presente avviso”, potrò essere proposto per l’applicazione delle “più gravi misure di prevenzione”.
Vengo tuttavia informato di avere la facoltà di chiedere in qualsiasi momento la revoca del presente provvedimento se dimostro che la mia condotta è mutata. Su questo, sin dal primo istante, qualcosa dentro di me scalpitava per urlare al più presto e con la maggiore nettezza possibile che non c’è niente di niente di niente – di quello di cui sono accusato personalmente, ma anche di tutto ciò di cui sono accusate le anarchiche e gli insorti di ogni latitudine – che potrei mai rinnegare senza recidere le radici e gli attaccamenti che mi tengono in vita.

Se c’è qualcosa di cui sono irrevocabilmente grato a ciò di cui ho fatto esperienza nei momenti di lotta e negli attimi di festa, nell’estasi del loro intrecciarsi nelle situazioni sovversive cui talvolta, in modo intermittente, sappiamo dar vita, è l’aver sentito un mondo nuovo crescere dentro di me, nel mio e negli altri cuori ardenti: e mentre il ticchettìo della guerra bussa a ritmo sempre più marziale alle nostre porte e alle nostre tempie, nascondendosi sotto mille forme ma col manganello e i gas urticanti sempre a portata di mano e il carcere sempre all’orizzonte di chi provi a (fare ciò che bisogna fare, cioè) disertare e sabotare, respingere le intimidazioni psicologiche della repressione, riflettere a voce alta sui suoi codici, mi sembrava un’urgenza a cui aveva senso dare forma. Eppure sono rimasto per quasi un mese incapace di riuscirci, paralizzato forse da un certo timbro d’accidia che a volte prende il sopravvento dentro di me, ma anche dalla coscienza che troppo grande e non colmabile dalle parole è lo scarto tra ciò che accade ogni giorno e ciò di cui ci sarebbe bisogno per invertire la rotta, esitante ad esortare verso ciò che io stesso esito a saper fare: penso alle pratiche messe in campo negli scorsi anni da Palestine Action, a quanto sarebbe bello e generativo apprestarsi all’opera di demolizione urgente della base militare di Sigonella e del Muos di Niscemi, (necessariamente scontrandosi con i salariati dell’industria dello sterminio), a quanto invece non mi sembrino adeguati sit-in e cortei il cui andamento sia in tutto e per tutto nel solco delle disposizioni emanate da questura e prefettura.

Ma penso pure ai bagliori di rispecchiamento esperiti anche solo per un istante, anche con gente sconosciuta, negli scorsi mesi di manifestazioni contro il genocidio a Gaza, penso a quanto non tutta la fibra psichica del mondo si pieghi al tallone di ferro silicio e cemento armato che ci schiaccia, penso al carnevale no-ponte, al corteo di Catania contro il ddl sicurezza per il quale due compagnx sono in carcere da mesi e mesi in custodia cautelare essendo imputatx insieme ad altrx per devastazione e saccheggio (Luigi anche per “rapina”, aggravata dall’accusa di aver sottratto una paletta a un vigile urbano che si è poi fatto dare cinque giorni di prognosi): e sento che zitto, in faccia all’avviso del questore, non voglio e non posso stare. Intanto mi chiedo: quale sarebbe “l’ingiusto profitto” ottenuto con quella paletta? L’aver messo in discussione per qualche attimo l’ordine simbolico del nostro mondo? Il comune di Catania, che ha da poco demolito con le ruspe la palestra Lupo affinchè dei luoghi di aggregazione e discussione fuori dai circuiti mercantili non restino che parcheggi, vuole passare per “parte lesa”, laddove nessun privato si è costituito parte civile per i danneggiamenti? Spieghi dunque in cosa sarebbe consistito il “saccheggio”, dal momento che chi manifestava è tornatx a casa con perquisizioni fogli di via, denunce e custodie cautelari pesantissime – ma a quanto risulta senza rolex, borse Gucci, scarpe Prada o generi di prima necessità, che pure sarebbe sensato, nel bel mezzo di un’orda devastante e saccheggiatrice, voler espropriare. Non dico che non sarebbe stato bello (avoja), ma è un fatto che non sia successo. Ed è un fatto con la testa durissima che il ddl sicurezza si accanisce specificamente nel voler stroncare le rivolte carcerarie, che pure continuano ad accadere – imperterrite seppure isolate e duramente represse: anche a piazza Lanza, lì dove proprio pochi mesi prima del corteo un detenuto trentunenne aveva tentato il suicidio.

Quando ho visto le immagini della polizia in fuga davanti alla rabbia esplosa là davanti, e uno striscione immenso su cui c’era scritto “solidali coi popoli in rivolta; l’unico infiltrato è lo Stato”, il mio cuore è esploso di gioia. Per quegli istanti di lotta in sé, ma anche per ciò che possono seminare nonostante e tantopiù si cerchi di seppellirli sotto una coltre di distorsioni interpretative (la solita tiritera del virus illegalista che infetta il corpo sano delle manifestazioni “pacifiche”) e la minaccia o l’effettività della galera. “Chi trova mollo zappa fondo”: per questo quella determinazione di un corteo che ha saputo arrivare momentaneamente illeso al suo scioglimento, senza subire cariche, mi era sembrata e continua a sembrarmi una bella notizia: nonostante temessi la vendetta di chi tiene le redini del dominio e non vuole vederle vacillare, temevo e temo di più che la critica a provvedimenti così gravi resti perimetrata all’ambito, forse necessario ma certo angusto, della verbalizzazione inerte.

Per il resto voglio essere molto chiaro: finché esisterà la violenza organizzata, strutturale, oppressiva, degli eserciti e dei confini, ribellarsi all’ordine costituito, non lasciare campo libero ai suoi sicari, è giusto. Finché si morirà di sfruttamento nei luoghi di lavoro e di tortura nei luoghi di detenzione, finché esisteranno sguardi di disconoscimento e di scherno contro i corpi in tensione verso la libertà di incamminarsi fuori dai binari imposti, finché esisteranno i mattatoi e la macellazione industriale, praticare il pensiero critico e l’azione diretta, non lasciar atrofizzare la nostra capacità di sentire, è necessario. Finché la logica cancerogena del profitto, il treno del progresso e la fantasmagoria della merce avveleneranno la terra e il nostro vissuto quotidiano, “tirare il freno d’emergenza” con un’attitudine insurrezionale mi sembra fondamentale. Finché qualcuno pretenderà di brevettare i semi, e di determinare in laboratorio e a Piazza Affari il destino del vivente, danneggiare e distruggere i campi coltivati a ogm può essere definito un gesto di “violenza insensata” solo da chi non si accorge di quanta insensata violenza si annidi per davvero nel lasciar fare ai padroni del vapore. Io ho chiaro da che parte stare. Penso, sento con tutto me stesso, che sia giusto provare con audacia e coraggio a invertire il verso della paura. E augurarsi, e fare in modo, che a provarla smettano di essere il vecchietto quando suona il campanello e sa che si tratta dell’ufficiale giudiziario col suo talvolta letale avviso di sfratto, o la sua dirimpettaia che non sa se riuscirà a mettere insieme i soldi per curarsi da un tumore.

La società astrattamente intesa, la “onorata società” il cui involucro è lo Stato, e nel cui nome si esprimono ministri, giudici e questori, considera pericolose le pratiche e le idee anarchiche: ma chiediamoci, pericolose per chi? Forse per chi dopo ore e ore di attesa al pronto soccorso, talvolta in condizioni pessime, o per chi dopo aver visto distrutta la propria abitazione da un’alluvione, abbia poi da sentire le frasi di un politicante come Nino Germanà sul fatto che il ponte serve alla gente siciliana molto più di investimenti per la messa in sicurezza di case scuole e ospedali?
Forse per l’abitante di un territorio nel quale non è più possibile alcuna economia di sussistenza dopo che una grande impresa multinazionale (magari la stessa che ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto) ha inondato 8000 ettari di terreni agricoli per costruire una diga? O l’autista di un’ambulanza libanese sotto le bombe sganciate dalle nostre democrazie, o una bambina e un guerrigliero palestinese sotto tiro dei cecchini dell’Idf? Che cosa penserà, dello spauracchio anarchico, un piccolo spacciatore di San Berillo o Rogoredo taglieggiato dalla grande criminalità, spesso in divisa? Chi ha ucciso le maestre e gli alunni di quella scuola iraniana? E’ stata forse rasa al suolo da missili anarchici? O da armi progettate da valenti ingegneri formatisi nelle migliori università, e realizzate con accurata precisione da lavoratori resi insensibili, dall’aria del tempo e dall’educazione ricevuta, ad ogni scrupolo etico riguardo la finalità dei propri “prodotti”?

Pensiamo a delle persone migranti braccate alle frontiere dalla tenaglia di due polizie, e poi “amministrativamente” recluse per il colore della loro pelle o per non avere abbastanza denaro: chi è per loro “il pericolo”?
Quando dico “che la paura cambi campo”, so di dare adito all’accusa poliziesca di essere un terrorista, uno che si augura di far paura.
Ma sono nato e cresciuto in un paese la cui storia è intessuta di vere e proprie stragi – nelle quali sono rimaste uccise e dolorosamente coinvolte tantissime persone.
Il questore di Milano che garantiva a Bruno Vespa che a sua volta la garantiva ai telespettatori la consistenza delle prove contro Valpreda e Pinelli era lo stesso che si occupava, su nomina di Mussolini, di gestire il confino degli antifascisti. Per fortuna non se la bevvero in molte e molti – e una riscossa collettiva aiutò a smascherare molte menzogne ordite dall’alto. Cosa succederebbe oggi?
Oggi succede intanto che Gasparri, cresciuto nella sua cameretta da giovane camerata col poster di Almirante – firmatario del manifesto della razza che diede il via al rastrellamento degli ebrei – si permetta di legiferare affinché si incrimini come antisemita chiunque critichi radicalmente lo stato d’Israele. E che la polizia scorti i fascisti a onorare la memoria di Mussolini e porti in questura per dieci ore 91 persone in quanto anarchiche o amiche di Sara e Sandro, la cui colpa indifendibile sarebbe il crollo sotto l’urto della propria inconciliabilità con questo mondo immondo.

Io sono di un altro avviso, di un’altra razza, di un’altra scuola: se la compagna e il compagno che sono morti a Roma stavano davvero fabbricando un ordigno artigianale, non ne avrebbero certo fatto l’uso che ne hanno fatto i servizi segreti a portella della Ginestra, a Piazza Fontana, a Brescia, alla stazione di Bologna, a via dei Georgofili.
E’ storia risaputa e conclamata da risultanze inoppugnabili: in Italia c’è stato uno scontro all’interno dei servizi segreti, tra l’ala spiritosamente definita deviata, che aiutava i fascisti a mettere le bombe allo scopo di destabilizzare il sistema per favorire un colpo di stato militare, e quella saldamente fedele all’ordine repubblicano – che le bombe invece le metteva o le commissionava allo scopo di stabilizzare il potere della democrazia cristiana. E con questa storia e questa consapevolezza alle spalle, con dinanzi un governo come quello in carica che senza alcuna remora ha reso definitivamente non più perseguibile chi da agente segreto compia reati nell’esercizio delle sue funzioni, dovrei forse io vergognarmi di desiderare che invece di noi comuni mortali possano essere finalmente i potenti e i loro sgherri ad aver paura di perdere i propri privilegi, e a fare esperienza di cosa vuol dire sentir franare il terreno sotto i propri piedi?

Chi si è arricchito con la produzione e il traffico d’armi, chi rideva dopo il terremoto a L’Aquila pregustando gli enormi guadagni garantiti dalla ricostruzione, chi li ha aiutati tramite gli strumenti della politica e l’uso dei media, chi legittima il monopolio della violenza in quelle mani lì, non è giusto dorma sonni tranquilli – non dopo aver fatto vivere in un incubo la popolazione di Gaza, non dopo aver costruito mine antiuomo a forma di giocattolo, non dopo aver fatto desiderare a dei bambini di morire interi e non a brandelli come hanno visto succedere ai loro amici.
Per questo, visto che buona parte della mia condotta sotto accusa riguarda queste questioni, non considero possibile neppure mezzo millimetro di ravvedimento – e sento anzi forte l’esigenza di un ulteriore rilancio, la cui intensità e il cui furore sono mitigati al momento solo dalla mia percezione di rischiare inciampi retorici cui non saprò dare – come mi è già successo nella vita – l’adeguato seguito pratico.
Il fatto è che vorrei tanto essere pericoloso nei confronti dell’ordine esistente: e in faccia alle intimidazioni repressive mi preme dire innanzitutto questo. Mi preme gridare: viva la classe pericolosa!

Ma non voglio, nello sforzo sincero di rintuzzare le parole del potere costituito, dire parole non veritiere: e se è incrollabile la mia fiducia che tanti altri mondi sono e restano possibili, e che tante persone -alla faccia degli ayatollah della mega-macchina capitalistica- ne fanno davvero esperienza in modo molteplice, non potrei d’altronde illudermi di essere riuscito minimamente a mettere in crisi l’allestimento quotidiano del sistema di apparenze che ci imprigiona. Non considerando il green pass un provvedimento sanitario, non credo di aver messo in pericolo la sanità pubblica scegliendo di non averlo e anzi provando a battermi contro la sua applicazione. Webuild che ha sversato arsenico molto probabilmente fin nelle falde acquifere, da Nizza a Contesse, può dire la stessa cosa? E chi dice di battersi contro questi soprusi compiuti dalle grandi imprese, eppure ne vede la trionfante arroganza quotidianamente, come può stracciarsi le vesti per delle scritte sui muri e dei sacrosanti tafferugli con la polizia? “Not in my name”, ha scritto il coordinamento no ponte – composto da partiti, sindacati e associazioni, per fortuna non dal resto del movimento – qualche ora dopo il carnevale no-ponte. Lo slogan con cui due decenni fa si diceva al potere di non fare la guerra in nostro nome ritorto contro chi al potere si ribella alzando l’asticella del conflitto possibile. A stampa polizia e magistratura si è data così in pasto sin da subito, e poi per giorni e mesi, una narrazione con la quale i buoni prendevano le distanze dai cattivi – che però salvo qualche locale e isolabile mela marcia venivano quasi tutti da fuori.

Mi viene da vomitare e da piangere nello stesso tempo, mentre ne scrivo: ma ci tengo a spiegare perché per me è davvero il minimo indispensabile per potermi guardare allo specchio, stare fuori dal tribunale a volantinare e gridare in solidarietà con chi è cadutx nelle maglie della repressione per aver lottato per tuttx. E farlo, per quanto mi riguarda, senza chiedere alcun permesso o dare alcuna comunicazione a lorsignori, che tra l’altro hanno deciso che il processo in tribunale fosse a porte chiuse, impedendomi di assistere laddove avessi voluto.
Quanto poi a tutte le stronzate sbirresche su organizzatori e partecipanti, leader e non so cos’altro, fatevene una ragione: l’etica anarchica non ha niente a che vedere con il modo in cui si organizzano gli stati e le mafie. Io non direi mai, e mai potrei avere per amico chi lo dicesse, la frase di cui si fa vanto l’arma dei carabinieri: usi a obbedir tacendo. Mi ispiro piuttosto allo statuto dei gabbiani, redatto da Horst Fantozzini, anarchico rapinatore di banche, nei cui articoli mi posso riconoscere.

“1) I gabbiani sono nati per volare liberi. È l’amore e la gioia di vivere che determina il loro essere sovversivi. 2) Con il loro comportamento essi insegnano a volare agli altri uccelli, senza la presunzione d’essere l’avanguardia di chicchessia. 3) Essi si cercano e si trovano in base alle affinità comuni e non accettano regole all’infuori delle proprie passioni, dei propri desideri e del loro piacere di vivere e di volare insieme. Su questa base si uniscono in piccoli stormi d’affinità, federati tra di loro, per vivere e volare insieme e per lottare contro tutto quanto umilia il senso della vita e della libertà. 4) i gabbiani praticano il mutuo appoggio e quindi s’impegnano ad aprire e rompere le gabbie dove sono rinchiusi i gabbiani e gli uccelli. 5) Con questo articolo si annullano i precedenti quattro ed eventuali futuri articoli, perché i gabbiani non riconoscono statuti, né leggi, né regolamenti, né forme programmate d’esistenza, all’infuori del loro piacere di volare liberi. Tutto il precostituito e il programmato non fa che limitare e umiliare la vita.”

Ah quanto è felicemente diverso, questo lessico, da quello delle carte della questura. Che invece, qualche anno fa, chiedendo ai giudici che all’accusa di imbrattamento per un attacchinaggio anti-elettorale venisse aggiunta quella per istigazione a delinquere, si esprimeva così:

“E’ innegabile che la diffusione capillare delle affissioni (..) rappresenterebbe comunque, a parere dell’Ufficio scrivente, un idoneo prodromo a generici atti di violenza, ben potendo costituire la precipua attività di sollecitazione, di incitamento, di persuasione, uno stimolo capace di far sorgere nei destinatari una risoluzione criminosa prima inesistente, oppure a rafforzarne una preesistente. Tali condotte, alimentate diuturnamente da frequenti input inneggianti alla violenza e oltremodo dilatate da piattaforme mediatiche agilmente fruibili da chiunque, potrebbero rappresentare, infatti, un concreto pericolo di coinvolgimento per tutte quelle frange deboli, deluse dalla politica e tendenzialmente esasperate dall’attuale congiuntura economica.”

Era il 2018, e dal momento che la congiuntura economica odierna è decisamente più esasperante, le voci dissonanti vanno zittite ancor di più: per stessa ammissione della digos, il rischio da scongiurare in ogni modo è che la gente delusa dalla politica e inquieta per la propria vita decida di ribellarsi. E questa propaganda anarchica che dice “non votare, auto-organizzati, lotta”, “il dolore può diventare coscienza, la coscienza può farsi azione”, non deve circolare liberamente. Da qui accuse esorbitanti, talvolta ritenute tali persino da giudici non certo magnanimi con chi non ne riconosce l’autorità morale, e li considera anzi un perno a garanzia dei rapporti sociali dominanti. Di fronte a queste accuse, mi succede a volte di sentire i miei passi tallonati dai custodi dell’ordine dominante, e di avvertire la cappa del militarismo piuttosto materialmente: ma le mie vicende mi risultano ben poca cosa, se raffrontate a tutto il resto.

Per militarismo, ci tengo a chiarirlo, non intendo soltanto le spese esorbitanti per il riarmo, o la repressione del dissenso interno, contro cui pure bisogna senz’altro battersi con tutti i mezzi a propria disposizione.
Mi riferisco piuttosto a un fenomeno molto più pervasivo, che forgia i rapporti sociali nel segno della gerarchia e dell’obbedienza, invade le scuole e le università con l’obiettivo di farne per metà aziende e per metà caserme (rinnovando la storica alleanza tra management e nazismo), diffonde la pedagogia dell’umiliazione dal pulpito del ministero dell’istruzione e da quello dei talent show alla masterchef – fino a diventare un fatto sociale totale. Se poi si pensa alla carriera di Violante e di Minniti, ai loro ruoli cruciali nella politica parlamentare prima (di “sinistra”! e davvero mi vengono i brividi all’idea che da adolescente per un pelo mi sono salvato dall’avere a che fare con le strutture partitiche e sindacali che hanno garantito l’ascesa di questi schifi della terra, la cui mission è stata in questi anni la diffusione e la promozione dei valori di un’azienda come Leonardo all’interno del tessuto sociale – e non posso che ringraziare tutte le persone e le esperienze che mi hanno fatto incamminare sulla ‘cattiva strada’) e nell’industria degli armamenti poi (o viceversa, se si pensa a Crosetto), la saldatura tra i diversi establishment si rivela del tutto blindata; e se a questo si aggiunge che gran parte dei concorsi di polizia è riservata a chi ha già intrapreso la strada dell’esercito professionale, con tutti gli addestramenti del caso ad essere torturati per imparare a torturare, il quadro che si delinea è davvero pericoloso. E credo riguardi pressoché tuttx.

Si è potuto glissare a lungo, dalla prima guerra del Golfo, su cosa comportasse la neo- lingua coloniale secondo cui ogni guerra sarebbe stata da quel momento un’operazione di polizia internazionale. (Certo non hanno potuto glissare, o interrogarsi sulla crisi del diritto internazionale, la popolazione di Belgrado, quella afghana, quella irachena su cui sono piovute bombe al fosforo bianco.) Ma non credo convenga glissare ancora su cosa comporti il fatto che, specularmente, le operazioni di polizia interna sono sempre più appaltate a un personale equipaggiato come i militari, e quel che è peggio psicologicamente addestrato alle regole d’ingaggio della guerra – che prevedono la disumanizzazione del nemico e un violento dressage per smettere di provare empatia.
Che ci sia un nesso tra episodi come quello del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in cui i secondini sono stati ripresi (pensando che le telecamere fossero state disattivate) mentre infierivano persino su un detenuto in carrozzina, e questo tipo di pedagogia militarista che innerva sempre più ambiti, lo riconoscono tanto la sociologia migliore (penso ai preziosissimi lavori, anche auto-etnografici, di Charlie Barnao) quanto i peggiori comunicati dei sindacati della polizia penitenziaria – in uno dei quali veniva posta schiettamente questa questione: se sono ormai centinaia gli agenti sotto processo per aver ecceduto nell’uso della forza, appare chiaro che la teoria delle mele marce non regge al minimo esame di realtà. Quindi concludevano: basta dunque processarci, riconosciate una buona volta che il mandato che riceviamo è quello di stroncare ogni rivolta e sopire anche con le cattive ogni dissenso, e dateci carta bianca e guarentigie legali. Come dice Salvini: non vorrete mica che polizia e carabinieri offrano il cappuccino ai criminali.

Delmastro -quello tutto law, order & camorra- ha proposto un encomio per gli agenti della penitenziaria di cui parlavo prima, il governo Meloni ha messo uno dei più alti in grado coinvolti in quei fatti a capo di coloro che dovranno formare il nuovo personale delle guardie carcerarie – e col decreto Caivano prima e col ddl sicurezza poi ha dichiarato sempre più esplicitamente guerra alla popolazione detenuta.
(Ma non sarebbe giusto omettere che c’era un governo di centrosinistra, all’epoca del covid, del coprifuoco per chiunque e della pena di morte reiteratamente ripristinata nel carcere di Modena.)
In questo scenario, maturano episodi che dovrebbero destare ulteriore allerta e gridare ancora più forte vendetta: penso alla condanna a 4 anni di reclusione inflitta ad Ahmad Salem per il fatto di essere palestinese ed aver cercato di regolarizzare la sua posizione in Italia mostrando in questura le foto dei suoi documenti sul cellulare, sul quale sono stati trovati video della resistenza palestinese al genocidio e un suo appello a fare di più per supportarla rivolto al mondo musulmano. Condannato per “istigazione a delinquere” e per quello che è stato definito “terrorismo della parola”. Penso anche ad Alfredo Cospito, alle torture quotidiane, bianche e invisibili, che lo Stato gli infligge da anni: l’ultima infamia è il rinnovo del 41 bis. Un regime detentivo che consente alla procura di negargli persino l’accesso alla possibilità di leggere e ascoltare musica – scrivendo che non è opportuno che “un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri e cd veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale.” Chiunque pensi si tratti di problemi relativi alla “galassia anarchica” e basta, e pensa che la cosa non lo riguardi, rischia di svegliarsi dentro un incubo da cui non è consentita sortita alcuna. Se anche fosse, comunque, personalmente mi volto già abbastanza spesso dall’altra parte – per paura di finire nelle grinfie del più gelido dei gelidi mostri – per pentirmi delle volte in cui sono riuscito a non farlo, e ho gridato e agito la mia rabbia e il mio rifiuto.

Se ora sto scrivendo, è fondamentalmente per ribadire in piena coscienza questo rifiuto. In questo scenario, occorre dire di no – ciascunx come può e vuole. Si tratta di un nodo veramente cruciale.
Mi vengono in mente le parole di Elvio Fachinelli e Franco Fortini – non proprio due anarco-insurrezionalisti come i nemici pubblici principali dell’intelligence italiana; le prime, del 1974, sotto forma di prosa, le altre, del 1967, in poesia (entrambi i testi non riportati integralmente). Uno fu pubblicato dalla rivista “L’erba voglio”, l’altra fu letta in piazza a Firenze nel corso di una manifestazione contro la guerra in Vietnam. Se si sostituisce palestinesi a vietnamiti, e Gaza ad Hanoi, credo travalichino gli argini del tempo per il quale sono state pensate, e parlino profeticamente alla nostra contemporaneità.

“Non inganniamo noi stessi: i giovani che nelle settimane precedenti il Natale 1972 hanno tentato di assassinare il Vietnam (e che forse lo ritenteranno, appena gli giunga l’ordine) sono gli stessi che, anni fa, piombavano i vagoni degli ebrei, o gasavano i villaggi abissini, o radevano al suolo Guernica; sono gli stessi che occupavano Budapest e Praga.
Sono gli stessi che, domani, partirebbero leggeri con le H. Gli stessi, anche, che su e giù per i treni italiani delle licenze di Natale, discutono pacificamente tra loro dei rispettivi vantaggi del T – 47 e del Leopard, come si discute di modelli di automobili tra amici.
Non sono belve assetate di sangue; o non lo sono nella stragrande maggioranza; sono giovani ‘normali’, ai quali nessuno ha insegnato, come compito primario, il rifiuto dell’obbedienza ai feticci.
Questa è la tragedia.
Nessuna reazione che non fosse di paura o – dopo l’insuccesso – di pentimento e recriminazione è venuta da coloro che sono stati chiamati a distruggere Hanoi. ‘Gli ordini non si discutono’, ‘Io ero una rotellina nell’ingranaggio’, ‘Come potevo disobbedire?’: interrogati, questi uomini rispondono come altri, in passato, già risposero.
Eichmann, per esempio.
Nessuno risponde come pure rispose Claude Eatherly, il pilota americano di Hiroshima: ‘io sono responsabile, e la società in cui vivo rifiuta di riconoscermi responsabile, perché dovrebbe riconoscere le sue responsabilità anche più grandi’.
La sinistra ha quasi sempre pensato che questo problema fosse secondario, anziché il cuore di ogni politica.
Ha lasciato che i fedeli esecutori marciassero agli ordini giunti da non si sa chi, per azioni che finiscono non si sa dove.
Ha cancellato dal suo programma di lavoro il significato rivoluzionario dell’insubordinazione, della rottura pratica delle regole imposte; o se non l’ha cancellato, l’ha di fatto relegato al ‘ribellismo giovanile’; o l’ha seppellito allegramente underground. In questo modo, ha consegnato all’individualismo più gretto, al cinismo, alla disperazione latente, milioni di individui.
Li ha consegnati disarmati a uomini come quel maggiore di stanza a Hue, che ha dichiarato ai giornalisti: ‘Bombardiamo finché non gli esca la merda dagli occhi, e poi partiamo’.
Nello stesso tempo, ha dato in appalto un problema di tutti ai moralisti e agli psicologi, che l’hanno rapidamente trasformato in un problema di ‘colpa’ e ‘responsabilità’ individuale. Come una volta si concedeva il cielo ai teologi, ha concesso ai teologi dell’io il problema della soggezione e della ribellione al potere. [..]
Di qui è venuto che la politica della sinistra è stata in buona parte alienata: il riferimento al Vietnam è servito da alibi per la nostra effettiva apatia; l’immagine pura del Vietnam ci ha permesso ogni sorta di marce, appelli, ordini del giorno, firme di protesta, fiaccolate di donne, veglie sul sagrato, unanimità estese fino al ‘Pontefice della Chiesa Romana’, per esprimerci con lo stile dell’ <Unità>, fino a coloro che, con le loro decisioni di ogni giorno, ogni giorno combattono il Vietnam; in breve, ci ha consentito di sentirci rivoluzionari e di non esserlo, qui, oggi, nell’immediato dell’agire quotidiano.
E così facendo, come non abbiamo aiutato noi stessi, non abbiamo, inevitabilmente, aiutato il Vietnam.”

Mi sono chiesto di che cosa si stia veramente parlando.
E credo che ragione del nostro discorso
non sia solo l’atteggiamento da consigliare a noi e agli altri per la guerra del Vietnam
ma sia: l’uso della violenza.

Oggi molti la violenza costringe a non parlare.
A poche ore di jet da questo luogo. Come sapete: ammazzando.
E a pochi minuti da qui
ben distribuita fra storiche architetture e autostrade – un’altra violenza
troppi più altri obbliga
con le armi dei bisogni falsi e veri, troppi più altri obbliga
spaventati o distratti a parlar d’altro
o a parlare solo apparentemente di quello di cui stiamo parlando. Ma noi non vogliamo dire la penultima parola,
la consolante penultima parola
che ci fa sentire abbastanza onesti.
La penultima parola che è
la peggiore nemica dell’ultima.

Cercare di dire l’ultima parola di questa situazione equivale a dire che oggi la situazione è rigida.
C
he quanto accade fra i Vietnamiti e le forze degli Stati Uniti non è un episodio di polizia internazionale
non è soltanto un episodio di neocolonialismo né soltanto una guerra d’aggressione.
Non può essere inserito nel monotono turbine di orrori
che hanno trasformato in un film mediocre la nostra unica esistenza.
Ma è qualcosa di nuovo un esempio un modello del conflitto radicale fra due classi di uomini.
Fra due specie fra due ipotesi fra due futuri degli uomini. [..]

Per questo i Vietnamiti sono oggi il popolo più libero della terra. Perché nessuno come essi incarna oggi la coscienza della necessità.
Nessuno si dimostra con tanta costanza degno della elezione storica feroce
che in sé riassume tutti i caratteri dell’oppressione del passato: dove razza, sottosviluppo e persino la stessa consistenza etnica paiono formare la figura dell’uomo ridotto al limite
della propria inesistenza, al margine della realtà.
Mentre chi li squarta e li brucia
è l’erede di tutto quel che gli uomini d’Occidente hanno saputo e pensato, l’erede
del Cristianesimo, del Rinascimento e del Liberalismo:
l’Americano del Nord. [..]

C’è uno slogan che forse dobbiamo ripensare.
È quello che dice Yankees go home, Americani a casa.
E’ giusto dirlo? Era giusto e lo è
dove lotta per la nazione e lotta per il socialismo erano o sono ancora una cosa sola. Ma da noi? Non sono gli Stati Uniti d’America
La casa madre, la patria, la Gerusalemme del nostro capitalismo? I marines possono anche andarsene.
Restano coloro che prendono le decisioni nella grande industria e coloro che per una lunga via gerarchica
puntellano il sistema di potere e profitto,
l’universale buona coscienza di profitto estorto e potere subìto, l’universale coscienza felice di essere dentro un sistema, il sistema. Restano le guardie bianche a Caracas, ad Atene, a Bogotà, fra noi. I marines possono andarsene. In Spagna gli Americani
Non hanno bisogno della NATO.
Senza troppe lacrime lasciano la Francia.
State attenti che, seguendo un collaudato sistema, partiti di governo o d’opposizione
non vi stiano impegnando in combattimenti di retroguardia, non vi invitino a sfondare porte già semiaperte, a chiedere di uscire dalla NATO e dal Patto Atlantico quando NATO e Patto Atlantico contano già così poco
nella strategia complessiva delle due superpotenze.
E noi sappiamo che ci si può anche generosamente battere per nobili cause non essenziali.
I consigli d’amministrazione delle massime industrie italiane ed i sinodi vescovili
certo deplorano il massacro del Vietnam
e – salvo le ripercussioni eventuali sul mercato delle materie prime – e – salvo le ripercussioni eventuali sulla amministrazione elettorale – sarebbero molto lieti della pace.
E chissà che il nostro governo non prenda o non trovi il coraggio di dare qualche autorizzato dolore agli uomini del Pentagono. [..]

Storia ed esperienza mi hanno insegnato
che si deve oggi tendere non ad unire ma a dividere. A dividere sempre più violentemente il mondo,
a promuovere l’approfondita, la sola vera, la sola feconda divisione, divenuta sempre più chiara, dolorosa e necessaria,
per entro l’unità creata dal mercato internazionale,
per entro l’unità determinata dal potere e dall’oppressione. Vuol dire anzitutto distruggere le false divisioni del passato, vuol dire vedere identificare interpretare
l’unità confusa e corrotta che oggi esiste. [..]

A noi la massima potenza industriale del mondo ha passato, come si fa talvolta con i servi,
le vestaglie ideologiche, i drappi etico-religiosi umanitari, gli aromi spirituali invecchiati e le invecchiate tecnologie di cui s’è andata rapidamente sbarazzando negli anni.
Se anzi c’era bisogno d’una conferma
Della raggiunta maturità, quindi della inevitabilità degli Stati Uniti dell’impossibilità di «mandarli a casa», essa è
nel loro odierno franco cinismo, in questa
loro funzione di ilari becchini degli ideali che ne sostennero la storia. [..]

I Vietnamiti combattono un blocco che ha gli Stati Uniti alla testa
ma di cui fa parte a nome del nostro paese la nostra classe dirigente
autorizzata ad emettere di tanto in tanto in italiano
qualche bel gemito.
I Vietnamiti combattono quel che noi da tempo
abbiamo accettato: il potere
politico fondato su quello economico,
lo sfruttamento santificato degli ideali antifascisti,
temperato dal sindacalismo e dalle libertà costituzionali; insomma
il sistema della libertà
come scelta obbligatoria
fra prodotti.

Essi non hanno forse amici oggi nemmeno fra quelle nazioni
che quella amicizia dichiarano o provano. Perché non accettano
di ridursi alla parte che da essi
anche i loro amici vorrebbero. Non accettano
di essere i protagonisti di una situazione arretrata.
E nemmeno un simbolo. Della loro lotta
essi riconoscono amici ed eguali
soltanto chi non appena combatte lo stesso nemico
ma lo combatte nello stesso modo e per lo stesso fine,
al di là dei propri confini e delle proprie bandiere. Questi
non si riconoscono dal grido di Viva il Vietnam
ma dal modo in cui deliberano di vivere e lavorare, di produrre e consumare, un modo  diverso da quello che i loro padroni vorrebbero;
dal modo
che ha trovato la sua formula più provocatoria ma più esatta nel grido: «Guerra no, guerriglia sì».

Guerriglia, sì: per provare in ogni modo a strappare il mondo dalle mani di chi perpetua e rinnova giorno per giorno una rapina secolare e una devastazione permanente. Guardate la foto del board of peace promosso dall’amministrazione Trump: e chiedetevi se ci sia a livello planetario una cosca mafiosa con più omicidi sul groppone. Ai fondatori di Palantir, alla brutalità dell’Ice e dell’esercito israeliano, al modello Guantanamo-Abu Ghraib, a quello Diaz-Bolzaneto-piazza Alimonda, non si può rispondere senza contendere il monopolio del furore e della violenza a chi ne fa l’uso che abbiamo visto e che non possiamo tacere. E invece, dopo gli scontri al corteo in solidarietà ad Askatasuna, nelle dichiarazioni di altri sinistri personaggi come Bonelli e Fratoianni – utili da citare, malgrado lo sforzo di fegato necessario, per un ultimo impietoso ragguaglio dal fronte della società dello spettacolo, essendo evidente quanto le uniche interlocutrici di questi professionisti dell’opportunismo siano le telecamere -, ritornava ossessivo il ritornello: “criminali, teppisti, estranei ai codici della politica” (..e menomale!). Per poi proseguire: “non potete chiedere a noi di isolare i violenti, è il Viminale, che molti li conosce benissimo, a dover loro impedire di raggiungere la manifestazione.” Non che ne sia propriamente stupito: ma vero mi chiedo come non provassero alcun imbarazzo, l’indomani, ad attaccare il governo per la conseguente introduzione del fermo preventivo. E davvero (mi) chiedo: che fiducia si potrebbe mai riporre in persone e partiti del genere?

La nostra vulnerabilità, spesso così visibile a fior di pelle, non va rimossa: a me è successo e succede spesso di contattarla e trovarmi a fare un passo indietro da certi rischi che si corrono lottando (non sono mica Umberto Bossi, il grande statista celebrato in occasione della sua morte recente da tutto l’arco costituzionale – il quale per un periodo nei suoi comizi parlava di migliaia di fucili padani pronti a sparare in nome del federalismo fiscale, ma nessun giudice ha avuto alcunchè da ridire.) Questo però non dovrebbe mai significare revocare la propria solidarietà totale e incondizionata a chi invece fa un passo avanti, e mette in gioco e a repentaglio tutti i minimi o grandi privilegi di cui dispone per configgere gli zoccoli della sua determinazione negli ingranaggi della sottomissione singolare e comune.

Il questore scrive: “ XXX leggeva a tutti i partecipanti una lettera scritta da uno degli indagati, confermandone i propositi, la consapevolezza del loro agire e il permanere dei propositi criminosi”. Ci tengo quindi a riportare integralmente la lettera sotto accusa, con l’augurio che se quelli sono propositi criminosi possano rafforzarsi o sorgere in chi si trovi a leggerle – e ribadendo la più forte stretta di cuore a Bak che l’ha scritta. A quanto pare la consapevolezza è un’aggravante.. per il resto si sa, l’amore per la libertà – sentire che la nostra comincia, non finisce, dove comincia quella altrui: e agire di conseguenza – è il crimine che contiene tutti i crimini.

“Ciao a tuttx compagnx, grazie per l’affetto e il supporto ricevuto. Lo stato italiano ha tolto a me e a altrx due compagnx il privilegio della libertà di movimento. Non voglio e non posso parlare del fatto di cui siamo accusatx ma condividere con voi un pensiero che ho bisogno di scrivere. prendo un paio di righe per dirvi che sto molto bene, i compagni di cella sono fantastici, la solidarietà fra oppressx è qualcosa di stupendo. E’ proprio vero che dove lo stato abbandona e opprime sono i rapporti tra animali umani a rimediare;

Il mio pensiero va a Guido e Andre, spero stiano bene quanto me.
La vita mi ha portato già in passato, da minorenne ad essere privatx della libertà, quell’esperienza rende più sopportabile questa detenzione; so che per tantx compagnx la detenzione è una cosa che sembra lontana e che spaventa, questo è normale, ma con la repressione che aumenta dobbiamo essere pronti a questo.
Il mio pensiero da quando sono qui va a tutti i fratelli e sorelle rinchiusi e torturati nel lager di stato, i cpr non sono prigioni, ma strutture con sbarre create apposta per sottomettere, torturare e annientare gli animali umani che ci vengono rinchiusi.
La detenzione amministrativa nei cpr niente ha a che fare con le prigioni come quella in cui sono rinchiuso io.
Anche ora che ho perso il privilegio che considero più grande, sono più privilgiatx di chi viene perseguitato in strada, nelle stazioni e nelle piazze e poi torturato nei lager solo per la sua provenienza.

Questo pensiero rende ancora più insignificante la sofferenza che si prova a stare qui e più sopportabile il tutto. Chi lotta nei CPR è il più grande rivoluzionario che ci sia, nelle carceri il privilegio di essere bianchx regolarx annichilisce ogni sentimento di rivolta, i diritti che si hanno nei penitenziari normali in confronto ai CPR sono oro.
Il mio pensiero va ad Abel, Moussa e tuttx i morti uccisi dai CPR Il mio pensiero va ad ogni oppressx torturatx nei CPR
Il mio pensiero va anche ad Alfredo rinchiuso e torturato al 41 bis e ad ogni detenutx torturatx da questo regime carcerario torturatore.
Il mio pensiero va a tuttx lx compagnx in alta sicurezza e tuttx lx detenutx da questi regimi carcerari meno privilegiati di quello in cui sono rinchiusx
Il mio pensiero va ad ogni palestinesx e popolo oppresso

Libertà per Andre
Libertà per Guido
Libertà per tuttx

Fuoco ai CPR! Fuoco alle galere!
Fuoco alle questure, caserme e commissariati!
Paura dell’indifferenza e non dell’arresto
Forza e grazie compagnx
Viva l’anarchia!
Viva gli e le harraga, che allah sia con voi!

Un grosso abbraccio
Poggioreale 14/09/2025”

Non so davvero chi leggerà queste parole, chi si sentirà di arrivare fino in fondo. Il mio intento è stato innanzitutto di messa a fuoco personale, poi a muovermi è stato il tentativo di mettere in comune alcune riflessioni e le emozioni che le accompagnano: per non deglutire questa per fortuna piccola dose di cicuta di Stato in sostanziale isolamento. Egoisticamente, non voglio affrontare certi snodi da solo – e mi preme quindi diffondere quanto più possibile i miei spunti di vista. Sono però veramente anche convinto che dentro un episodio specifico e singolare si possano intravedere in filigrana alcune trame più generali, che riguardano la società tutta. E mi piacerebbe dare il mio piccolo contributo affinché possano essere poste -in comune e ognunx per sè- delle domande che mettano in discussione il regno degli eserciti e del denaro, le sue leggi che si arrogano il diritto di pretendersi uguali per tutti nonostante sia sotto gli occhi di tutti che alcuni uomini sono armati e altri no, e lo sono a difesa delle immense proprietà ingiustamente redistribuite. Mi piacerebbe sia dare che ricevere degli stimoli, anche polemici. Chiedere a tutte e tutti se pensino che l’obbedienza sia una virtù oppure no, se abbiamo imparato qualcosa, e se sì cosa, dal fatto che 600.000 persone hanno contribuito alla costruzione della prima bomba atomica senza conoscere le finalità del “segmento di produzione” in cui erano “impiegate”. Se nell’insanabile conflittualità che contraddistingue ogni tragedia stanno con Creonte o dalla parte di Antigone. E infine, per il momento, ribadire che se ogni istanza di trasformazione profonda è o può far presto a diventare “istigazione a delinquere”, non è questione che riguardi poche teste calde, magari come dice la procura di Catania quasi psico-patologicamente inclini alla rivolta, ma nè più nè meno che chiunque non sia disposto a barattare scampoli di “agibilità politica” con la cecità verso ciò che lo circonda. Per quanto mi riguarda, sento l’esigenza di non interiorizzare una specie di autocensura permanente in ordine alla quale calibrare quello che può essere detto e quello che sarebbe più opportuno tacere: la passione è irriducibile al calcolo.

 

A’ CHIAZZE UNITE – RACCOLTA DI RIFLESSIONI SU CARCERE, LOTTA E RESISTENZA

Diffondiamo:

A’ chiazze unite
Raccolta di riflessioni su carcere, lotta e resistenza, scritte da detenutx e gruppi di supporto in Italia, Grecia e Germania per il 25 Aprile 2025.

Antudo, Luigi, Claudio, Giulio, Marianna, Gruppo di supporto per Nanuk, Stecco, Tonio, Alessandro e Graziano.

Redatto e stampato da
Valle d’Itria Antifascista
Settembre 2025

itria.antifa@autoproduzioni.net

Scarica qui il PDF


Dalla prefazione:

Siamo Valle d’Itria Antifascista, un gruppo attivo in puglia dal giugno 2024. Crediamo nell’importanza di fare politica fuori dalle grandi città e vogliamo portare, nella provincia, una narrativa diversa, una narrativa conflittuale che si oppone radicalmente alla politica istituzionale. Vogliamo creare uno spazio che dia la possibilità, a chiunque ne abbia voglia, di avvicinarsi all’anarchia, alla militanza, all’antisessimo, all’antifascismo e a tutte quelle lotte chi si oppongono all’oppressione e allo sfruttamento dei più deboli. Vogliamo interagire con la comunità locale attraverso manifestazioni pubbliche e soprattutto nella vita di tutti i giorni attraverso le conoscenze dirette e personali.

Questa fanzine nasce come conseguenza del nostro primo presidio pubblico nella piazza di un paesino, Locorotondo, dove i concetti di militanza, antifascismo e anarchia sono ben lontani dall’essere familiari.

Abbiamo deciso di organizzare il nostro primo presidio per il 25 aprile 2025. Per noi questa data è un’occasione per ribadire le nostre posizioni di resistenza, lotta e distruzione del sistema attuale imperniato su logiche di dominio e sfruttamento.

Abbiamo voluto ricordare che l’antifascismo non è legato solamente al passato e alle dittature del ‘900, esso non ha mai cessato di esistere e non ha mai smesso di opporsi a tutte le nuove forme di fascismo ed oppressione nella società. Con questo presidio abbiamo voluto ribadire, che l’antifascismo reale, non quello legato alle fasulle celebrazioni istituzionali di questa data, è presente e messo in pratica quotidianamente da moltx compagnx. Una militanza che viene duramente repressa e perseguitata. Numerosx compagnx sono infatti dietro le sbarre proprio perché si impegnano nella lotta contro il fascismo e contro ciò che lo perpetua, ovvero, lo stato e il capitale.

Durante questo presidio abbiamo voluto dare spazio allx compagnx in prigione. Abbiamo voluto portare le loro voci e le loro idee nella piazza del nostro paese, Locorotondo, in modo tale che anche in questo luogo, pieno di turisti, imprenditori e fascisti potessero risuonare le parole dellx compagnx che stanno pagando il prezzo più alto della loro militanza.

Abbiamo quindi scritto allx prigionierx, a collettivi e gruppi di supporto allx detenutx, chiedendo loro un contributo da poter leggere in piazza riguardo all’infame repressione che lx ha colpitx, e delle considerazioni su ciò che vogliano dire al giorno d’oggi, i concetti di resistenza, lotta e distruzione del potere e delle logiche di dominio. Questa fanzine raccoglie alcune delle lettere e dei contributi che ci sono stati inviati.

È USCITO IL N.15 DI IPERICO – RICETTARIO ANTIDEPRESSIVO

Diffondiamo:

Dopo 4 anni dall’ultimo numero, torna IPERICO – RICETTARIO ANTIDEPRESSIVO, il Bollettino dello Spazio Libertario “Sole e Baleno” di Cesena.

• Potete trovare il nuovo numero, il N.15 (Primavera 2026), in versione cartacea venendolo a prendere direttamente alla sede dello Spazio, in via Sobborgo Valzania 27 a Cesena, durante le iniziative e le aperture.

• Oppure richiedendolo via mail a: spazio.solebaleno@bruttocarattere.org

• Oppure ancora scaricandolo dal sito in PDF e fotocopiandolo autonomamente.
All’apposita sezione del sito, oltre all’ultimo numero, in PDF trovate anche i numeri precedenti del Bollettino:
https://spazio-solebaleno.noblogs.org/iperico/