NUOVO BLOG: NON RICICLABILE – ESTRATTI DI LOTTA DA PADOVA E DINTORNI

Diffondiamo

Vecchi mostri si riaffacciano dalle discariche ideologiche con una nuova faccia (ma stessa anima). Le stesse idee che ritornano e vengono gettate via per poi essere rimanipolate e ripresentate come il nuovo che avanza. L’opportunismo diventa prassi e la teoria diventa un vortice astratto. In un continuo flusso circolare che si rappresenta sempre uguale, degno figlio della società dello spettacolo.

Vicino ad un cassonetto vecchi sogni di libertà e conflitto attendono il passaggio di un netturbino che mai arriverà. Nella società dello spettacolo riciclabile il dirompente non ha spazio. Il dirompente non è riciclabile, non è riutilizzabile infinte volte per garantire la riciclabilità costante delle stesse forme di potere antagonista.

Tra le crepe dello Stato italiano e dello Stato antagonista la spazzatura abbandonata cospira il giorno della sua liberazione. Dai cassonetti abbandonati e dalle discariche in disuso germogliano alberi dal cibo andato a male. E in primavera, con un po di fortuna, fiori del conflitto sbocceranno da questi rami e queste foglie urlando vecchie parole di libertà.

Non riclabile, estratti di lotta dalle crepe di Padova e dintorni.

Contattaci via mail a: sbagliandosimpara@anche.no

UNA SPINA NEL FIANCO

Diffondiamo un volantino comparso nella notte a Cremona: 

Una spina nel fianco.

Il silenzio è pericolo, il buio inebria il rischio. È l’angoscia a generare il vuoto, la sensazione di trovarsi sul ponte dove si guarda giù e si nota l’abisso, dove non si distoglie lo sguardo dal baratro che si apre davanti al mondo: ma è proprio in momenti come questi che si tende a sentirsi vivi, senza mediatori di ogni risma.
Strepiti di industrie o stillicidio di dispositivi, come il chiacchiericcio democratico, sono insopportabili perché l’immaginazione, la sedizione, la sensibilità, la riflessione e il sogno ad occhi aperti vengono appiattiti e sostituiti dal continuo bombardamento di informazioni, messaggi, suoni da notifica, imposizioni a consumare e richiami all’ordine della guerra. La megamacchina fagocita, la schiavitù dormiente indossa invisibili catene e la sentita impotenza asseconda continui massacri e genocidi.

La catena di comando può esistere solo grazie alla gerarchia. La gerarchia si basa sulla netta distinzione e separazione tra chi esegue e chi ordina. L’anello debole di questa catena è la comunicazione fra di essi, materializzata da sinistri strateghi e armatissimi soldati. Interrompendo questa, nulla più potrebbe continuare.
Disertare lo scontro frontale e colpire ai fianchi permette di sottrarsi alle logiche simmetriche della guerra, sempre svantaggiose per chi insorge. Quando si batte il passo con gli ordini è sempre un corpo sociale o una massa di persone che obbedisce, quando invece subentra il desiderio di rottura con il potere, i piccoli gruppi e gli individui possono agire in maniera libera, colpendo dove più li aggrada, rispondendo soltanto alla loro coscienza e alle loro idee.
Pensare al potere e alla sua tracotanza come qualcosa di monolitico e inesorabile non permette agli individui di concepire degli attacchi che possono aprire brecce e crepe nel tempo dell’oppressione, ma esse potrebbero fare immaginare ciò che pare impossibile ora. E se un blackout ponesse le basi per esprimere le proprie tensioni ribelli? E se il silenzio del potere facesse sentire solo il rumore del caos?
E se una vetrina sfondata generasse l’idea di bruciare tutti i soldi di questo mondo? E se un traliccio di alta tensione cadesse e il buio delle necropoli rendesse possibile l’aura dei sogni reconditi mai espressi?

Il decadimento e la morte di questa società possono far nascere qualcosa di tutt’altro. Pensiamo ad un cancro, un insieme di cellule informi e non codificabili dal sistema stesso, le quali non collaborano e si oppongono al suo regolare funzionamento. Il carcinoma trova sulla sua strada i linfonodi, i quali lo bloccano e come servi, uniti nell’organicità e comunicanti fra loro proteggono il sistema.
Talvolta, per via di un malfunzionamento, il cancro si diffonde come disordine e non permette più al Leviatano di mantenersi. E se si immaginasse il linfonodo come un’antenna, una telecamera, uno smartphone, un registratore, un datacenter o un traliccio che raccoglie, controlla e scambia una quantità enorme di dati e informazioni, le cellule cancerose, anonime e anomale, incarnerebbero ciò che porta morte al sistema.

Se la notte prendesse le sembianze dello stupore e la solitudine della luna incendiasse le idee chiare, per infliggere il silenzio a questa società dell’orrore basterebbero solo qualche conoscenza, strumenti alla portata di chiunque e tante meravigliose collere senza capi né servi.

anonime e anomale.

CATANIA: STRAVOLGIMENTO IN PILLOLE

Diffondiamo

Stravolgimento in pillole 
 
Intento di questo scritto non è fornire alla stampa o agli influencers elementi per i propri articoli e nemmeno spiegare il nostro pensiero in modo completo o esaustivo, ma contrastare 30 anni di disinformazione, banalità e cliché che si riproducono congelati nel tempo. A sempiterna dimostrazione di una società decadente che crede di essere devota al progresso e all’innovazione, ma che dimostra di essere al palo, quando non sceglie volutamente di tornare indietro imboccando i vicoli ciechi della reazione. La somministrazione di queste pillole va inserita nel contesto degli spazi occupati e del loro continuo essere sotto attacco in generale e dello sgombero della L.U.P.O. a Catania, in particolare.
 

Le regole sono uguali per tuttx?
Sentiamo dire spesso che le regole sono uguali per tuttx, una pacifica affermazione teorica che dovrebbe mettere d’accordo chiunque, ma che, nella pratica e quindi nella realtà, diventa talmente aleatoria da rasentare l’assurdo. A ben vedere sembra infatti che le regole siano diverse per tuttx.
Lo sono per chi commette lo stesso reato ma non può permettersi un avvocato decente, lo sono per le tasse dellx poverx che in percentuale pagano più di un colosso multimilionario, lo sono per chi non possiede il giusto pezzo di carta per trattenersi nel nostro paese, lo sono per un governante rispetto ad un governato, lo sono per la Russia e per Israele e potremmo continuare all’infinito. Le leggi sono codificazioni di rapporti di forza, non immutabili sacre parole scolpite nella pietra. È legale arrestare e deportare chi non ha commesso reati, è legale vietare la parola che critica Israele, è legale impedire il dissenso attraverso fermi preventivi, è legale l’abuso d’ufficio, ed è legale l’attività di lobbysmo che riduce la politica a mera esecuzione dei dettami dei potenti. Quindi, da eretichx, non ci vergogniamo di sostenere che l’inviolabilità delle vostre sante parole è solo un’opinione, in questo caso un’opinione volta a indirizzarci verso un regime. Gli spazi occupati nascono proprio per sovvertire le regole, per acquisire uno spazio dove le leggi del potere sono estranee e dove si costituiscono altri principi a seconda della comunità che li sostiene.

Spazio per la città?
Non ci appartiene l’ipocrisia di voler restituire un posto alla collettività: questo argomento, usato a destra e a manca, viene utilizzato da istituzioni, giornalisti e anime belle del movimento per giustificare tanto un’occupazione quanto uno sgombero. Ma il bene collettivo punto di fuga a cui tutte le linee politiche dovrebbero tendere è un orizzonte a cui nessuno veramente punta. Ogni scelta che indirizza le regole del gioco proviene da “legittimi” interessi di parte, e chi non detiene abbastanza potere economico è ridotto ad essere privo di voce per difenderli. A Catania i quartieri periferici mancano di servizi essenziali come fognature, reti idriche, illuminazione, scuole, servizi sociali, con strade che sono un colabrodo, e due piazze e un’arteria principale che stanno letteralmente crollando a mare. E quindi perché i fondi del PNRR vengono utilizzati prevalentemente nel centro storico, salotto buono ad uso turistico, e non dove giovano alla collettività? Ed è per il bene della collettività che si costruisce un ecomostro-giudiziario sul trafficato litorale? Chi si fa scudo dell’altruismo spesso nasconde interessi inconfessabili e noi siamo sempre stati ben chiari: un posto occupato non è un centro d’assistenza sociale che eroga servizi. All’interno non vi sono operatori stipendiati o volontari che praticano beneficenza. Uno spazio occupato è un rifugio sicuro per tuttx quellx che sono oppressx da questo sistema sociale e relazionale patogeno e necessitano di potersi esprimere liberamente attraverso attività culturali e sociali non orientate al profitto e non mediate da alcuna autorità. In quanto tale, lo spazio occupato non si rivolge all’intera cittadinanza ma funge da catalizzatore per chi al suo interno si sente ai margini, sfruttatx ed espropriatx della propria possibilità di esprimersi in una società sempre più escludente e dotata di un controllo sempre più soffocante, ma soprattutto per chi vuole reagire a questa condizione e sceglie di organizzarsi orizzontalmente per farlo.

In un mondo di deleghe l’unico rimedio è L’Autogestione
Sappiamo ci vorreste a casa, davanti ai social a regalarvi tutta la nostra intimità, mentre disimpariamo a confrontarci e ad avere relazioni sane ed autentiche, a cedere alla scarsa attenzione e a gioire della superficialità, ad uniformarci al pensiero del gregge. E vorreste vederci diventarne esemplari paladini solamente per paura di affrontare lo stigma sociale attribuito a chi difende le proprie idee fuori dal coro. Ci vorreste a costruire con fatica una vita precaria di sfruttamento e sacrifici per poter consumare in modo da arricchire qualcuno. Ma se proprio non si può sopprimere l’antico male della gioventù, si può attenuarlo attraverso la movida notturna con affollati locali e discoteche. Lì le regole del commercio assicurano il corretto svolgimento secondo i rituali del consumo: lavoro in nero, maltrattamenti e oggettificazione sessuale, orari di lavoro estenuanti, straordinari non pagati, full time pagati part time…Anche risse e furti appartengono a questa ritualità basata sulla contraddizione tra manager e dipendente, esercente e fruitore, negoziante e cliente, delegato e delegante su cui si basa l’inviolabilità della proprietà. In un luogo occupato cessa di esistere la proprietà e con essa il ruolo e la gerarchia divisiva. Chiunque attraversi lo spazio ne è una parte attiva e non un passivo consumatore. Questo permette una maggiore responsabilizzazione e quindi più cura e rispetto per il luogo e le persone senza necessità di buttafuori, sicurezza e guardie varie, ecco perché una comunità forte non necessita di polizie.

Come muoiono gli spazi occupati
Da 30 anni ad ogni sgombero la solita tiritera: “è la fine dei centri sociali!”, “Una volta erano diversi” “Ai miei tempi sono cresciuti lì artisti formidabili”, “Non hanno più la funzione di un tempo”. Verrebbe da dire: meno male!! I tempi cambiano, le persone, le idee, i movimenti e le espressioni artistiche cambiano con essi. Quello che resta è la necessità di un posto reale dove praticarle uscendo dal proprio steccato. Per noi l’autogestione e l’illegalità del posto occupato sono condizioni necessarie al suo libero sviluppo per dispiegare il potenziale sovversivo della cultura.
Quando uno spazio occupato viene sgomberato non si interrompono solamente i tanti progetti e le attività che si svolgono al suo interno ma si spezza una comunità fluida, viva e attiva. Con lo smantellamento di questa comunità additata a fattore di degrado, si prova ad indebolire la locale capacità di riproduzione di idee e culture alternative al capitale e soprattutto la sua capacità di reagire attivamente in una città territorio conteso tra chi la vive e chi la governa. Non ci stupiamo quindi che le autorità attacchino con forza questi luoghi privando queste comunità della dignità di esistere. Esemplare è il caso della L.U.P.O. dove ancora prima di sgomberare si operava ignorando lx occupanti, recintatx all’interno di un cantiere attivo come fossero invisibili. Come sempre, adesso, politici che lucrano su un sistema mafioso di prebende e clientelarismo, che operano attivamente per costruire guerre, che sostengono il genocidio di una intera popolazione, che seguono ligi i dettami di un suprematista bianco pedofilo, che attuano una sorveglianza di massa per difendere i loro privilegi, che incarcerano, deportano, torturano e massacrano, vorrebbero dirci che siamo noi ad essere una comunità simbolo di morte e degrado?

Perché non rilasciamo interviste
Solo quando un luogo come il nostro viene sradicato, alcune parti della città si accorgono della sua esistenza. Un’esistenza inspiegabile per alcunx. Un’esistenza che quindi deve essere ricondotta a concetti più familiari e innocui, in grado di spiegarla ed etichettarla, per poi catalogarla nella semplice dicotomia tra male e bene. Il sistema mediatico, che in teoria dovrebbe basarsi su un accesso equo, gratuito e universale all’informazione, è incompatibile con il sistema capitalista dato che i media al suo interno non sono altro che imprese che vendono consenso. Editori, giornalisti e adesso anche influencer ammantati dalla sacra aura d’inviolabilità democratica possono liberamente fungere da voce mercenaria degli interessi privati dei potenti di turno. Mestieri che forti di questa investitura possono prestarsi a qualsiasi bassezza: sensazionalismo, nessun garantismo per i meno abbienti, informazione parziale o non accurata, razzializzazione dei crimini, strumentalizzazione dei femminicidi, rappresentazione distorta dei rischi, articoli a pagamento, titoloni strappa click, pubblicità trasformate in articoli, e tante altre. Basare la propria comunicazione su mezzi che richiedono benevolenza e magnanimità di un nemico di classe non sembra una mossa sensata ma soprattutto perché mediare la nostra comunicazione e non fare parlare i nostri canali, muri, panchine e cespugli? Perché dobbiamo renderla virale anche al costo di distorcerne totalmente il significato? Perché per sfruttare la scia del momento dobbiamo trasformare le nostre idee in spot? Nonostante tutto hanno provato a metterci parole in bocca, a cucirci addosso i loro cliché preconfezionati, per inquadrarci nella rassicurante narrazione che conviene ai loro sponsor. Ma stavolta i grigi scribacchini del bianco e nero, restando all’asciutto d’informazioni di prima mano e confusi da contrastanti input, si sono dovuti arrendere alla complessità del mondo a colori.

Un grande abbraccio complice a tuttx lx ammutinatx, consapevoli che nonostante i rischi la libertà è sempre un buon bottino!

 

SIAMO LA CODA DEL SERPENTE CHE VIENE GIÙ DAL MONTE PER RITROVARE LA SUA VOCE CHE CI VIEN TOLTA OGNI DÌ

Diffondiamo:

Siamo una coda composta da diverse soggettività* che abitano l’Appennino.
L’8 marzo abbiamo cantato canzoni con una tradizione di denuncia e lotta e di liberazione.
Abbiamo unito i nostri corpi per dare voce alla stanchezza, alla frustrazione e alla rabbia che ci muovono, ribadendo che l’8 MARZO NON È UNA FESTA.

Da Porretta a Casalecchio, abbiamo scelto di utilizzare il treno in quanto principale mezzo di trasporto pubblico del territorio e luogo dove quotidianamente accadono violenze, molestie e discriminazioni.
Mosse dall’entusiasmo e dalla forza collettiva, abbiamo cantato in mezzo alla strada, all’altezza di Marzabotto, rallentando il traffico per qualche minuto e riempiendo quello spazio simbolico che è la Porrettana: l’arteria principale della Valle del Reno dove anche la domenica pomeriggio sfrecciano veicoli ad alta velocità e dove anche una breve interruzione di quel ritmo è in grado di generare reazioni di rabbia, ostilità e odio.
Lo dimostrano anche alcuni commenti ricevuti:
“Anormali”, “Avrei voluto dare gas e asfaltarvi tutte”, speravo passasse un tir e vi riducesse a strisce pedonali”, “siete solo delle stronze perdigiorno”.
Se tutto questo può aver causato disagio a qualcun, NON CI SCUSEREMO.

Molte le persone solidali che si sono unite ai canti, ma anche tanti gli insulti e le minacce da parte sia di cittadini che di cittadine.
A riprova che la repressione del dissenso e la violenza patriarcale non si esprimono solo con la divisa, sono interiorizzate da chiunque!
Ed è per questo che continueremo a contrastare la cultura patriarcale che normalizza violenze di genere, discriminazioni, molestie, stupri, femminicidi, guerre e ingiustizia sociale!

Continueremo a lottare con convinzione, anche quando questo significherà interrompere il ritmo quotidiano di chi preferisce non vedere e non ascoltare.

Vogliamo difendere i nostri spazi di cura e appropriarci di quegli spazi che il patriarcato rende non sicuri e inaccessibili, per noi e per altre soggettività che sono la coda questo sistema.

Ci insinueremo nelle crepe per allargarle e per fare spazio ai nostri corpi e alle nostre voci, lì dove qualcuno avrebbe preferito invisibilizzarli e farli tacere.

Vogliam cantarle tutte queste strofe tutte queste strofe
Di gioia, di rivolte e liberazione
Del patriarcato si vogliam la fine
Evviva l’autodeterminazione!

*categorie oppresse, marginalizzate, razzializzate, con disabilità, siamo donne, persone non binarie, madri,
lesbiche, disoccupate, lavoratrici, persone trans, studentesse, pendolari, precarie.

PER SARA E SANDRO

Riceviamo e diffondiamo queste riflessioni scritte da alcunx compagnx di Bologna in seguito alla morte di Sara e Sandro.Qui il pdf.

Ci sono cuori che non trovano riposo né respiro in questo mondo, tanta è l’oppressione che vedono loro intorno.
Sono cuori stanchi, stanchi di portare catene ma mai rassegnati.
Sono cuori che, in una notte di angoscia, danno vita ai loro sogni.
Ci sono cuori che provano ad avvicinarsi alle stelle nonostante il rischio di bruciarsi.
Oltre le leggi della ragione e la ragione delle leggi.

Nella scelta di lottare, nel rischio conseguente alla scelta, due compagni generosi hanno perso la vita. Li piangiamo, e abbiamo chiaro che non è questo il momento in cui vogliamo misurare prossimità e distanze, divergenze e punti in comune. Questo è il momento in cui vogliamo stringerci con la comunità in cui ci riconosciamo, la stessa che tre anni fa, proprio in questo periodo, era in mobilitazione a fianco di Alfredo; quella comunità fatta di individui che hanno scelto la strada della non rassegnazione e della presa di consapevolezza attiva, della riduzione dello scarto tra astratto e concreto, per quanto possibile. È il momento dell’equilibrio, perché gli ingredienti in circolo nel sangue ora sono molti e non vogliamo lasciarci sopraffare dall’urgenza del tempo, dalla frenesia della risposta a tutte le vergognose e vili parole sputate da giornalisti e sbirri.

Il tempo della vita è lungo, tante vite fanno la storia e noi ne siamo parte. Lo sono le vite di Sara e Sandro, lo è e lo sarà la loro morte, così come quella di tutte le compagne e i compagni caduti nella lotta o uccisi dallo Stato. Ricorre proprio in questi giorni il ricordo dei compagni Sole e Baleno e la loro memoria accompagna da oltre 20 anni le nostre lotte. Se nel corso delle nostre fugaci esistenze avessimo la forza per piangere tutti i morti ammazzati dallo Stato e quella per vendicarli, a uno a uno, saremmo persone migliori.

Ma siamo ciò che siamo, nella nostra determinazione, ma anche nella nostra limitatezza. Ciascuno di noi, come i compagni e le che ci hanno preceduto -anche quelli che non abbiamo mai conosciuto- è un tassello di un percorso rivoluzionario, il cui corso è lungo e si sviluppa lungo una temporalità che sfugge tra le nostre dita. A volte tutto ciò ci fa incontrare l’azione, l’amore, la passione, la solidarietà, la gioia; a volte il fallimento, la paura, la galera, il dolore, la morte. Fare i conti con la misura della vita e della morte è un passaggio ineludibile adesso, così come mettere a fuoco e accettare lo scorrere di entrambe e l’inevitabilità dell’una e dell’altra, come parte della possibilità di costruire e di distruggere, cioè come parte della nostra scelta.

Hanno perso la vita due anarchici e, proprio in quanto tali, due persone generose.
Ma che significa essere un compagno o una compagna generosi? Non è facile spiegarlo a parole, anche perché certe cose è nella lotta spalla a spalla che le capisci e le riconosci. Però, volendoci provare, si potrebbe banalmente dire che la generosità nella lotta si riconosce in quelle persone disposte a spendersi senza aspettarsi un ritorno, ma per un’idea rivoluzionaria. Persone disposte – senza tante parole- a rischiare moltissimo in cambio di un risultato spesso misero, o comunque non commisurato al rischio corso.

Rischiare. Questa è una parola importante in tutta questa vicenda. Per chi dell’idea anarchica ha fatto un pezzo di sé, il motore della propria vita e non una postura occasionale, questa è una parola ineludibile, non solo, né tanto, in termini filosofici e metaforici, ma in un senso terribilmente pratico: la galera, lo stigma, la povertà, le botte, la morte. Non si fanno i soldi ad essere anarchici o anarchiche, né si guadagna la gloria o il potere, anzi di solito è esattamente il contrario. E tutto perché? Per poter vivere e gridare quello in cui crediamo: che un altro modo di vivere tra persone è possibile e chi lo impedisce va combattuto. E tanto basta. Questo, unito a tutta la gioia connessa al tentativo di realizzare quella scheggia di anarchia, vale il rischio di quanto sopra.

Solo dei folli farebbero una simile scelta. Non lo neghiamo, ci vuole una buona dose di follia per rischiare così tanto, per far detonare le proprie idee, però a ben guardare il folle è in certi casi più sano del sano. D’altronde viviamo in una società in cui -parafrasando qualcuno- la sanità mentale non è altro che un’eccellente copertura. Una società che ingabbia chi ci vive nella piena impotenza di fronte a uno sfruttamento sempre più brutale, a guerre, catastrofi, crisi economiche, in cui gli standard per essere una persona apprezzabile sono dettati da una performatività irraggiungibile; una società in cui tutto è promesso, ma nulla è davvero arrivabile e in cui se fallisci è solo colpa tua, oppure di qualcuno che sta peggio di te, qualche minoranza ad esempio; una società sempre più fondata su una guerra civile a bassa intensità che torna bene solo a chi comanda.

A fronte di tutto ciò alcune persone -e fra queste Sara e Sandro- decidono di lottare, individuano delle responsabilità -persone in carne e ossa o istituzioni che siano- e si danno gli strumenti per reagire contro di loro anziché sfogare il malessere che questa società produce partecipando ad una spregevole guerra fra poveri. Troppo violenti i mezzi che avevano scelto? Non ci stupiamo che ci sia chi lo pensa, anche se, a fronte del clima di guerra e crisi in cui andiamo scivolando, pare difficile pure che ci si possa meravigliare che qualcuno li possa impiegare. Chi sceglie di giudicarli distoglie l’attenzione dalle cause profonde che muovono simili scelte, facendo un favore ai reali responsabili delle nostre miserie: lo Stato e i padroni.

Non sappiamo a chi i due compagni volessero indirizzare ciò che è esploso tra le loro mani, ma di una cosa siamo certi: non sarebbe stata una stazione affollata, né la carrozza di un treno gremito di persone, non sarebbe stata una manifestazione di lavoratori e lavoratrici, né una scuola, un mercato o un ospedale. E questo perché -la storia più o meno recente lo insegna- sono questi gli obiettivi di bombe ben diverse: quelle che gli Stati, le loro polizie ed eserciti non hanno scrupolo ad usare indiscriminatamente contro le popolazioni civili.

Anarchiche e anarchici saranno pure dei folli perché disposti a rischiare per un’idea di giustizia, ma su certi punti le idee le hanno molto chiare: i nemici li conosciamo bene ed è a costoro che è destinata la violenza rivoluzionaria, non certo a chi -simile a noi- speriamo si unisca alla lotta. Siamo persone che della responsabilità individuale hanno fatto un principio e che delle responsabilità delle proprie azioni si assumono le conseguenze in prima persona; questo Sara e Sandro lo avevano ben chiaro e lo hanno dimostrato, rischiando tutto, in un luogo isolato, per dare forma ai loro sogni che sono anche i nostri e che sono l’urlo di tutte le sfruttate e gli oppressi di questa società.

Alcune anarchiche e anarchici di Bologna

 

PER SARA, PER SANDRONE. MORTI COMBATTENDO PER LA LIBERTÀ

Nella notte tra il 19 e il 20 Marzo 2026 perdono la vita Sara e Sandrone, in seguito all’esplosione accidentale di un ordigno avvenuta in un casolare nel parco degli Acquedotti a Roma.

Ci sono ragioni di vita così profonde, che spingono a immaginare di mettere in gioco tutto. Ragioni di vita che sono contenute in uno sguardo complice, nel silenzio di un casale, prima che un boato frantumi la notte.
Di fronte all’ordine che ci soffoca, Sara e Sandrone hanno fatto una scelta, quella di combattere senza riserve. Nostri compagni di sempre che ricordiamo con fierezza.
Perché quando la società che ci incarcera impedisce la stessa possibilità di alzare la testa, quando la guerra degli Stati imperversa massacrando intere popolazioni, la violenza liberatrice non è più un’opzione, ma la sola via percorribile.
Questo Sara e Sandrone lo hanno sempre saputo. Come una ragione di vita.

Per Sara, per Sandrone morti combattendo per la Libertà!
Per l’Anarchia

 

SAPENDO PERCHÈ

Da Infranero:

per A. e S.

«A memoria d’uomo non si era vista una cosa simile: tutto un mondo solo in attesa, attento solo all’evento accaduto, compiuto, atterrato diritto nel passato come un frutto maturo caduto dall’albero, il mondo sempre attento soltanto all’evento stagionato come un formaggio, e che vuol solo sapere cosa è stato, al fine di registrarlo, per sapere. Un mondo intero caduto nella pazienza; un mondo di uomini che sono tutto, che fanno tutto, e che si limitano a guardare come se non ci fossero affatto.
A memoria d’uomo non si era vista una cosa simile: un’epoca così mostruosamente abitata da timidezze e da pigrizie senza spina dorsale, da incoscienza e da abdicazioni, e che si agita da sola in preda alle convulsioni, si contorce e sputa sangue; un’epoca malata in cui l’uomo è assente, in cui l’uomo se ne sta tranquillo, rannicchiato nell’avventura e capace solo di crepare: un’epoca in cui nessuno si arrischia a pensare. Nessuno che sia qualcuno. È un brulicare di grandi uomini, quest’epoca, è un brulicare di persone, ma non sono che uomini della folla, oscene immagini che si sforzano d’essere sempre più simili. E il tempo passa.
Si vuole sapere, non si vuole capire — e il sapere vi allontana e la scienza vi inganna: tutto ciò che esce dalla memoria è un presente già divorato, è un passato ancora fresco, ancora fumante: è passato. Tutto il presente è proiettato all’indietro, ci si ritrae e si aspetta. Si aspetta cosa? Ciò che accade: ciò che è accaduto. Si classifica; si conta; e si aspetta ancora. Si guarda passare l’intero presente.
Si vede soltanto quando si chiude: un volto deluso, che non ha più nulla da dire, che non può più dire nulla e che se ne va, lontano, colpito da nullità, colpito da somiglianza con l’immondo come una incomprensibile medaglia ormai invecchiata, sopraffatta dalla somiglianza di tutto…
Ma i cuori semplici sono stati squarciati a coltellate; il nostro mondo è aperto a un improvviso avvenire, spalancato alla sofferenza: il cielo è là, nuovo di zecca, e i forti venti del cielo…
Hanno squarciato il mondo con una coltellata; il mondo aperto e la sua ferita divinatoria in cui guardo. Davvero non c’è nessuno? Nessuno se non quelli che sono morti e che sanno perché? Quelli che non sono morti, sono scampati solo perché non erano vivi?
Non c’è più nessuno che ci provi, oggi, ora, adesso perché è l’ora, a fare nel mondo un posto all’uomo e a scavare nell’uomo un posto per il mondo: gli alberi, le stagioni, le pietre, le costellazioni?
Ebbene no! Rifiuto. Rifiuto alla viltà, al timore, alla debolezza, rifiuto alle forme seducenti e orribili della menzogna, rifiuto alla scienza, al sapere, a quella che chiamate storia, rifiuto ai grandi uomini e al tradimento, rifiuto la mia complicità che non è innocente. Rifiuto e chiamo. Dove sono i miei compagni?».

[Armel Guerne, Mythologie de l’Homme, 1945]

BOLOGNA: SULL’INIZIO DEL PROCESSO PER LA MOBILITAZIONE IN SOLIDARIETÀ AD ALFREDO DURANTE LO SCIOPERO DELLA FAME CONTRO IL 41BIS E L’ERGASTOLO

Diffondiamo:

Condividiamo con voi queste righe di aggiornamento su uno dei processi per la mobilitazione a fianco di Alfredo, con lo stomaco chiuso e una forte stretta al cuore per la morte di Sandro e Sara avvenuta nella notte di giovedì 19 marzo. Due compagni anarchici che se ne sono andati da un mondo in cui ci sarebbe invece sempre più bisogno di cuori sinceri, di sguardi attenti e di mani generose.
Con fermezza e senza indugio ribadiamo la nostra solidarietà e complicità con tuttx lx ribelli e rivoluzionarx che lottano ogni giorno contro lo Stato che reprime, tortura e uccide; contro un sistema guerrafondaio e mortifero e i suoi aguzzini.
Sempre al fianco di chi lotta, di chi trama nella notte!

Fuoco a ‘sto mondo infame!
A Sandro e Sara, per l’anarchia!

—–

Mercoledì 18 marzo presso il tribunale di Bologna si è tenuta la prima udienza a carico di 6 compagnx per 3 fatti avvenuti prima e durante i mesi di mobilitazione in solidarietà al compagno anarchico Alfredo Cospito in sciopero della fame (danneggiamento di un cantiere durante l’occupazione di una gru, danneggiamento di impianti informatici per due ripetitori andati in fiamme, e l’interruzione di una messa).
È stata discussa la lista testi della difesa, in cui figura anche Alfredo; la giudice ha rinviato all’8 aprile per comunicare la propria decisione in merito. Per la prima udienza abbiamo chiamato una presenza dentro e fuori dall’aula di tribunale e letto degli stralci di una dichiarazione che riportiamo per intero qui sotto, per ribadire la nostra solidarietà e complicità con Alfredo, con tuttx coloro che hanno lottato e che lottano contro il regime di tortura del 41bis, e tutte le galere di questo mondo infame.

DICHIARAZIONE LETTA IN AULA DA 6 COMPAGNX SOTTO PROCESSO A BOLOGNA

I fatti per cui oggi veniamo portati al banco degli imputati riguardano la campagna di solidarietà che si attivò su scala internazionale a cavallo tra il 2022 e il 2023 in sostegno ad Alfredo Cospito, prigioniero anarchico rinchiuso nel regime di 41bis dal maggio 2022 che intraprese uno sciopero della fame di 6 mesi contro questo istituto detentivo e l’ergastolo ostativo.
Condannato a 23 anni, insieme ad Anna Beniamino condannata a 18 anni, per strage politica -il reato più grave previsto dall’ordinamento italiano- pur in assenza di morti e feriti. Diversamente da quanto accaduto per piazza Fontana (17 morti), per la stazione di Bologna (85 morti), per piazza della Loggia (9 morti e 102 feriti), per gli innumerevoli attacchi razzisti (ricordiamo in particolare quello di Castelvolturno del 2008, 8 morti): in nessuno di questi casi la strage politica è comparsa tra i capi di imputazione. Né è mai stato scomodato questo reato per le migliaia di morti sulle coste mediterranee o per le centinaia che ogni anno si verificano sul posto di lavoro -queste sì, vere e proprie stragi prodotte da decisioni politiche deliberate e omicide. E perché? Non certo perché i fatti non si accordassero al codice. È semmai questa la conferma di una verità ben nota, che il codice è strumentale, proprio come le stragi, quelle vere e indiscriminate. Entrambi strumenti, a intensità diversa, con cui uno Stato ipocrita colpisce chi lotta o spaventa la popolazione, riducendola a chinare la testa, a non partire, a lavorare in silenzio, ad accettare le strette autoritarie.

La contemporaneità bellica e le conseguenti strette repressive di cui siamo testimoni ce lo rendono sempre più evidente, ecco perché per noi continuare a lottare è più che mai necessario.
E lo facciamo prendendo parola in quest’aula, perché vogliamo dare ancora voce a chi lo Stato vorrebbe mettere a tacere attraverso un regime carcerario di tortura, la cui natura è stata resa evidente al mondo intero grazie alla lotta di Alfredo.
In quei mesi tanti prigionieri e prigioniere aderirono allo sciopero della fame di Alfredo, altri mostrarono la loro solidarietà rinunciando a benefici o come era loro possibile. Questa coraggiosa lotta ha fatto emergere un ampio e determinato movimento di solidarietà anche fuori dalle carceri.
Raramente, negli ultimi decenni, il sistema carcerario, i suoi dispositivi punitivi, la sistemica violenza di cui è permeato e l’arbitrarietà delle sue regole sono stati analizzati, criticati e contestati anche fuori dai contesti militanti. Questa mobilitazione, invece, ha coinvolto un ampio settore di
società: la mobilitazione studentesca, come la presa di parola e la partecipazione attiva di organizzazioni, associazioni e soprattutto di migliaia di individui hanno rappresentato un’assunzione di consapevolezza con pochi precedenti. L’obiettivo, da parte di questa molteplicità di voci, non era fare pressioni per spingere a riformulare le basi giuridiche di un istituto detentivo, bensì sancirne la fine.

L’eterogeneità di pratiche con cui questo corpo in mobilitazione si è speso è evidente, non serve un tribunale per stabilirlo. Il dato che conta -e che non si può cancellare- è che ha fatto vacillare chi si era così zelantemente prodigato nel rendere giuridicamente possibile l’applicazione del 41bis ad Alfredo. Come scrivemmo in un volantino in quei mesi, “Da una cella di 41bis un anarchico fa tremare lo Stato”. Niente di più vero e nessuna risposta diversa da ciò che ci si poteva aspettare: lo Stato ha mostrato i muscoli e ha azionato la ghigliottina.
Se in tutta Italia è stata attivata la macchina repressiva contro moltissime voci e azioni che hanno accompagnato la lotta di Alfredo Cospito, è perché i motivi di quella lotta sono particolarmente scottanti per lo Stato italiano. L’Istituto dell’antimafia fa parte dei miti fondativi della seconda Repubblica e le sue declinazioni pratiche vengono raramente messe in discussione, nonostante l’evidente fallimento nel contrastare un sistema che resta profondamente intrecciato a quello dello Stato. Sistema sia di potere che economico, al Nord come al Sud.
All’interno dei dispositivi di ingiustizia, arbitrarietà e violenza di cui è dotato il sistema punitivo della giustizia italiana, il 41 bis e l’ergastolo ostativo sono due strumenti di tortura.
E non si tratta di un artificio retorico, ma di un’analisi sostanziale dell’utilizzo di questi istituti, partendo proprio dal significato letterale del termine, che – citando la Treccani – si riferisce a “varie forme di coercizione fisica applicate a un imputato […] allo scopo di estorcere una confessione o altra dichiarazione utile all’accertamento di fatti non altrimenti accertati, dei quali si debba tener conto nel definire il giudizio”.
L’esempio principe del mafioso che scioglie il bambino dell’acido, fonte di giustificazione populistica di infinite nefandezze, ci parla chiaro: il responsabile, condannato anche per altri omicidi, restò in regime di 41 bis per 4 anni per poi essere liberato. Perché fu liberato? Perché scelse di collaborare con lo Stato.
Tuttora – e dai primi anni novanta ad oggi – diverse centinaia di detenutx sono in 41 bis, sottoposti all’isolamento quotidiano e affettivo, allo stigma sociale che ricade anche sui loro affetti, alla deprivazione sensoriale e molti di loro al fine pena mai. Una condizione cinicamente e scientificamente pensata e realizzata al fine di annichilire la persona.

L’origine geografica di coloro a cui viene prevalentemente applicato il 41 bis, inoltre, ci dice chiaramente cosa significhi, oltre le statistiche, il mai estinto approccio coloniale nei confronti del Sud Italia: un ragazzo di 20 anni arrestato per spaccio nel nord Italia difficilmente entrerà in questo regime carcerario, al quale invece verrà quasi sicuramente sottoposto un suo coetaneo del sud, già dalla fase di arresto cautelare.
Ma sarebbe ingenuo limitarsi alla condanna di tale approccio coloniale senza evidenziare il profondo, inscindibile legame esistente tra gli apparati dello Stato che si servono di questa gente, dal pesce piccolo al pesce grosso, e il Sistema di cui essi fanno parte. Il 41 bis nasce come discarica in cui lo Stato getta tutti i pesci che deve fare fuori dopo essersene servito, la tomba per vivi in cui rinchiude chi non deve più poter parlare e da cui si può uscire solo sancendo un patto di collaborazione con il proprio aguzzino. La natura intrinsecamente violenta di questo regime carcerario squisitamente democratico, trova poi la sua estensione nella possibilità di essere applicato al nemico interno, ossia ai “prigionieri politici”, siano essi comunisti (come Lioce, Morandi e Mezzasalma, in 41 bis dai primi anni 2000) o anarchici (come Alfredo Cospito). Per loro, ricordiamolo, l’unica via d’uscita da questo regime di tortura, è l’abiura delle proprie idee, cioè dei propri percorsi di lotta e di vita, sostanzialmente di se stessi. A tanto arriva la democratica violenza dello Stato: deprivare il fisico e la psiche del prigioniero per minare le sue convinzioni qualora esse non siano allineate con il pensiero unico o, ancor peggio, dichiaratamente sue nemiche.

Con la stessa facilità con cui il genocidio del popolo palestinese è passato dall’essere un evento mainstream a un rimosso collettivo, anche la violenza del 41bis, seppur in scala 1:100 a confronto, è velocemente tornata sotto il velo di silenzio in cui giaceva prima della mobilitazione a cui abbiamo fieramente preso parte.
Sintomo dei tempi?
Fa paura, a fronte dello stato di guerra e di polizia in cui stiamo precipitando, pensare alla possibile ulteriore estensione di questo istituto detentivo. Non serve essere antagonisti, anarchici o chicchessia per prenderne coscienza. Sarebbe molto spiacevole dover affermare un giorno “l’avevamo detto”: proprio per questo non siamo disposti a chiedere scusa per aver lottato al fianco di Alfredo e affermiamo con decisione la nostra simpatia, complicità e solidarietà verso qualunque azione fatta nel mondo in quei mesi di sciopero della fame a fianco di Alfredo Cospito e degli altri prigionieri e prigioniere per contrastare il 41bis e la nostra solidarietà verso il popolo palestinese che con estrema tenacia, resiste e trova nella resistenza la sua ragion d’essere.

Imputate e imputati


Testo in pdf: dichiarazione Bologna

GRAFICATTAC: CHIAMATA ALLE ARMI GRAFICHE CONTRO LA PROPAGANDA BELLICA

Diffondiamo:

Giustificare la guerra come strumento per vivere in pace è un discorso tanto vecchio quanto ridicolo.  Tuttavia, la propaganda bellica specifica di ogni epoca è spesso riuscita a convincere parte della sua popolazione e a raggiungere, così, una soglia critica di soldati e di adesione popolare sufficiente per guerreggiare davvero.

L’Europa si sta armando e le armi, una volta prodotte, devono essere usate. La guerra è infatti, da sempre, un rilancio dell’economia. Chi ha interesse alla guerra ha bisogno dunque, anche oggi, di instillare tra le menti l’idea della stessa come inevitabile strumento di pace e di creare il desiderio di arruolarsi. Ci stanno lavorando da decenni in modo ricercato, ultra finanziato e incrementale: la presenza nelle strade dei militari, l’ampliamento delle loro competenze, le attività belliche per le scuole, l’esaltazione del militare nel discorso pubblico, nei film, nei giochi sono aumentati poco a poco, permettendo un’assuefazione lenta. Oggi la propaganda lavora anche nel mondo online, ottimizzando, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale i contenuti di messaggi, immagini e video in modo che questi siano quanto più manipolativi possibile; attraverso altri algoritmi scelgono il modo migliore per diffonderli tra i vari social media e, a volte, li generano anche artificialemente. L’Esercito Italiano, per esempio, produce almeno un video online al giorno, in cui non ci sono né morti né nemici, ma opportunità esperienziali e di lavoro, per convincere ad iscriversi ai concorsi per essere reclutati tra i 6000 VFI (Volontari in Ferma Ininizale) messi al bando per quest’anno.

Scommettiamo, invece, sull’intelligenza collettiva per creare una contro narrazione capace di smantellare la macchina della propaganda bellica e di avere effetto nel mondo reale. Infatti, di fronte all’esproprio delle capacità pratiche e intellettuali che caratterizza le società nel “nord” globale, riappropriarsi della creatività è uno dei passi necessari verso la possibilità concreta di lottare per un mondo diverso. Inoltre, davanti alla virtualizzazione quasi totale della comunicazione, sembra che i muri siano uno dei pochi luoghi rimasti dove si può ancora combattere ad armi pari.

GraficAttac è uno spazio per:

– condividere grafiche di manifesti, adesivi, volantini, scritte in contrasto con la propaganda bellica, in ogni suo processo persuasivo, per decifrarne e smantellarne i subdoli meccanismi di fabbricazione di consenso/asservimento sociale e di colonizzazione dell’immaginario

– Interrompere il flusso mediatico e di discorso a sostegno degli eserciti e della militarizzazione della società, contro la ricerca di consenso alla repressione, al riarmo, all’arruolamento, all’industria bellica e alla guerra

– agire nelle strade con attacchinaggi, strappando i muri alla propaganda bellica

– liberare, affilare e conservare affilate, le lame del pensiero critico con cui, definitivamente, rompere le righe!

Invia il materiale a graficattac@autoproduzioni.net entro il 25 aprile 2026

I contenuti saranno aggiornati sul blog graficattac.noblogs.org e (a)periodicamente usciranno altre chiamate.

L’invito è quello di scaricare i contenuti ed attacchinarli massicciamente ovunque.

Chiamata

SALENTO: CORPI, LUOGHI, FRONTIERE – TRE GIORNI CONTRO LA MERCIFICAZIONE DEI TERRITORI

SALENTO 26-27-28 GIUGNO 2026

Nell’antica Grecia, la Xénia indicava il rituale dell’ospitalità verso lo straniero che bussava alla porta. Viaggiatore, naufrago o fuggitivo, l’ospite riceveva cure e onori che un giorno avrebbe dovuto ricambiare. Nel corso dei secoli, le regole della Xénia hanno reso il Mediterraneo uno spazio di ibridazioni e incroci, uno spazio di possibilità, dove l’alterità e l’ignoto contaminavano l’identità dei popoli.

Oggi, nell’eco lontana di quell’idea, noi abitanti di un piccolo frammento di terra mediterranea sappiamo di vivere ai margini di quel centro di potere chiamato Occidente. Un Impero che ha costretto l’orizzonte universale della storia entro i confini della sua sovranità. A costo di migrazioni forzate, desertificazione, genocidi e distruzione degli ecosistemi, la sua violenza ha imposto il dominio del profitto e il pensiero unico dello sviluppo tecno-industriale inarrestabile.

Nel territorio in cui viviamo, al confine meridionale dell’Impero, si parla ancora il griko, un’antica lingua derivata dal greco. In griko, sséno, mutazione di xénos, indica la provenienza da un generico altrove. Ancora oggi, mentre il Mediterraneo è uno spazio di respingimenti, frontiere militarizzate e mercato turistico, sentiamo il legame a questa radice storica ed è questa concezione dello spazio che vogliamo abitare e attraversare. Mentre il potere attribuisce agli stranieri la responsabilità della miseria in cui ha fatto sprofondare intere popolazioni, riconosciamo come complici coloro che, come noi, vivono ai margini dell’Impero e rappresentano una breccia aperta su molteplici possibilità.

Vivere ai margini ci permette di vedere da vicino le mura della fortezza, ma anche le sue crepe. Qui, la frontiera è un avvertimento ma anche una sfida. E’ la linea fisica o immaginaria che separa brutalmente la speranza dalla disperazione, il privilegio dallo sfruttamento, il turista dal clandestino. Ma a volte, i centri di detenzione vanno a fuoco.

Viviamo in un territorio devastato dal saccheggio capitalista. Una violenza che, dopo lo spopolamento causato dall’emigrazione dei braccianti agricoli senza terra, è proseguita con l’ installazione di impianti industriali predatori. L’acciaieria di Taranto, il complesso petrolchimico di Brindisi e l’estrazione petrolifera in Lucania sono solo le ferite più visibili di un territorio fatto oggetto di operazioni cosmetiche per essere appetibile sul mercato turistico.

Proposta

Vogliamo organizzare tre giorni di incontri nel nostro territorio, il Salento, per dare voce ad esperienze di lotta provenienti da diversi luoghi ed elaborare insieme analisi politiche a misura delle esigenze del nostro tempo. L’interconnessione dei luoghi di amicizia potrebbe assomigliare a un’esperienza di vicinanza, una mujawara, -come lo definirebbero le nostre compagne libanesi, poiché crediamo che la solidarietà non si basi sul compimento di una «buona azione militante», ma sul considerare le altre lotte come parte delle nostre e viceversa. Riconoscersi è il motore dell’internazionalismo.

Cominciamo con l’abitare un luogo dove condividere storie e prospettive, cibo, musica; un luogo di cui saremo ospiti –sséni– sulle rive del Mediterraneo. Organizzeremo, nello spazio di un campeggio, giornate di discussione e convivialità ma anche di scoperta dei territori e condivisione dei progetti di lotta.

Vi chiediamo di partecipare alla costruzione di questo incontro proponendo interventi sulle vostre esperienze, analisi e pratiche sviluppate tra centri e margini; rapporti tra frontiere e attraversamenti, tra militarizzazione, speculazione turistica da un lato, ed esperienze di resistenza, sussistenza e solidarietà internazionalista dall’altro.

Pubblicheremo prossimamente altri approfondimenti. Organizzeremo le proposte di intervento che perverranno al seguente indirizzo:

maisiaturista@riseup.net

https://luoghicorpifrontiere.noblogs.org/