ARRESTI DEL 16 GIUGNO, SOLIDARIETÀ DALLA ROMAGNA

Diffondiamo:

SULL’INDAGINE E RELATIVI ARRESTI DEL 16 GIUGNO.
Solidarietà dalla Romagna

…e sono tante, troppe, le mattine così, per tanti, troppi, individui che vengono gettati nel tritacarne del macabro e viscido teatro che lor signori chiamano Giustizia.
Un’ennesima mattina di sveglia con le guardie alla porta, con le loro pettorine da fiction TV, con le pistole alla cintola, i guantini, il puzzo di dopobarba e le facce di chi sta facendo bene il proprio sordido mestiere: applicare la legge.
Non sempre finisce con gli arresti, stavolta sì, e con uno spazio storico sgomberato, spazio che per tantx di noi era casa, per altrx punto di riferimento, scoglio anomalo nel mare di cemento e aperitivi della capitale: il Benci odia ancora!

I fatti, per ora, per quello che ci è dato sapere (visto che le indagini sono tutt’ora in corso) sono più o meno già ampiamente circolati sia in ambienti di movimento, sia nel web-mondo, perciò ci siamo chiestx cosa potevamo dire che ne valesse davvero la pena, in un momento del genere, un momento in cui nove sorelle e fratelli sono tra le grinfie dello stato, al caldo di queste sbarre infami?! (e se ci siamo attardatx tanto per esprimerci pubblicamente, sappiamo che capirete: sono state ore febbrili, di mille cose da pensare e da fare!)

Se le parole hanno un senso in momenti come questo – secondo noi – è di cercare di accostarsi alla pancia e al cuore, cercare di tradurre il magma di sensazioni che proviamo e che tutte non possono esprimersi a gesti: rabbia, rabbia, rabbia, fatica, stanchezza, amaro, impotenza, incredulità, ancora rabbia. Ma, dall’altro lato della barricata interiore dei nostri spiriti inquieti, anche contentezza nel vedere la forza che riusciamo ad esprimere nella solidarietà e la tenacia e la voglia di resistere un secondo in più degli oppressori che mirano a rubarci/intristirici la vita e l’orgoglio di avere compagnx così fortx e dolci allo stesso tempo, così splendidamente imperfettx e incamminatx, a testa alta, verso il nostro sogno comune: la libertà.

Questa è la parte migliore di noi e quando riusciamo a farla emergere, già tocchiamo con mano un pò del mondo che vorremmo, e la repressione – ragion di Stato assassina e vigliacca – ha se non altro questo merito, che ci spinge a tirarla fuori.

Dopo la convalida degli arresti di Toni e Pietro, dopo che anche a Giulia e Luna sono state applicate le misure cautelari (domiciliari con braccialetto elettronico) mentre aspettiamo di sapere dove spediranno tuttx lx nostrx compagnx, che dalle carceri attuali saranno trasferitx nelle sezioni di Alta Sicurezza, come compagnx della Cassa Antirepressione Capitano ACAB vogliamo mandare i nostri abbracci di cuore a tuttx lx arrestatx, perquisitx, inquisitx per questa ennesima operazione del 16 giugno e ci impegniamo a seguire tuttx lx compagnx prigionierx a partire dal nostro compagno, amico, fratello, Pietro, arrestato (come Toni) in ossequio alla logica che vuole che dopo che ste carogne promulgano una nuova legge, qualcunx debba cadervi preda (parliamo qui del 270quinques terzo) per far sorridere di soddisfazione gli aguzzini in giacca e cravatta. Ci pare interessante e importante far cirocolare il nome degli opuscoli che sono valsi la galera per Pietro, visto che hanno giustificato il suo arresto, si chiamano “Taglio e Cucito”, “L’informatore anarchico” e “Stop that train”.

In queste ore roventi (in tutti i sensi!!) ci stiamo dicendo di procedere per passaggi: al momento, in attesa del Riesame che ci auguriamo dissolva o per lo meno ridimensioni il fumoso/fuffoso impianto accusatorio, è seguire lx compagnx nei trasferimenti; è stare vicino agli affetti dellx arrestatx e inquisitx; raccimolare soldi per le molte spese che verranno; farci forza l’un l’altrx, coltivando un sano odio sempre col sorriso, che non ci consumi dentro ma che sappia esondare in faccia ai nostri nemici.
Come sempre diciamo e scriviamo, la miglior solidarietà è proseguir nelle lotte dex compagnx colpitx dalla repressione, e questo vogliamo tenerlo a mente.

Non si tratta di mitizzazione, di martirio per l’ideale, di eroismo o cose del genere, ma di una precisa scelta di campo che lx nostrx compagnx, e noi con loro, abbiamo fatto, da tempo: scegliere il lato scomodo del mondo, per trovare un punto d’appoggio dove far leva, e mandare questo putrido sistema sociale ed economico gambe all’aria.

Scegliere il sogno, l’amore, il conflitto, la solidarietà, l’immischiarsi, il fare la propria parte.
Scegliere, ogni giorno, di non voler essere complici dell’abominio capitalista-statale-patriarcale, ma sabotatorx della normalità, con il fiato sempre corto e il cuore che va a mille. Scegliere di essere vivx, per l’anarchia.

Micol, Ste, Nico, Pietro, Toni, Luna, Giu, Arnau, Bibbi liberx!
Tuttx Liberx!
Con Sara e Sandro nel cuore.

Cassa Antirepressione Capitano ACAB. 22 giugno 2026
capitanoacab@insiberia.net

SALUTO AL CARCERE DI ROSSANO CALABRO

Diffondiamo:

Questa sera, 29 giugno, un saluto rumoroso ha illuminato il cielo e rotto il silenzio intorno al carcere di Rossano Calabro. Una ventina di solidali si sono ritrovati sotto le mura per portare solidarietà e vicinanza a Bibi e Tony, rinchiusi in AS2 da qualche giorno a seguito dell’operazione repressiva del 16 giugno, a Nicola e a tutti gli altri detenuti.

Con tanta gioia abbiamo sentito le loro voci, ci hanno risposto e siamo riusciti a parlarci per qualche minuto. Stanno bene, sono in cella assieme, ringraziano tutte e tutti per il supporto e ci hanno gridato di continuare a lottare qui fuori. Ci hanno detto che stanno ricevendo i telegrammi, ma non ancora le lettere. Sono stati aggiornati dei trasferimenti degli altrx compagnx e dicono di mandare tanti telegrammi a tuttx.

Passati circa 15 minuti, la polizia penitenziaria e i carabinieri sono arrivati a fermare e identificare i solidali.

La AS2 si trova dalla parte del carcere opposta all’ingresso, verso il mare, sul lato costeggiato dalla ferrovia.

Sicuri di tornare presto sotto quelle mura, continuiamo a scrivergli e far sentire la nostra solidarietà!

TUTTI LIBERI TUTTE LIBERE!!!

Ricordiamo gli indirizzi :

Andrea Toniolo (Tony)
Francesco Benedetti (Bibi)
Csa Circondariale di Rossano
Contrada Ciminata Greco 1
87064 Corigliano Rossano (CS)

Micol Marino
C.C Rebibbia femminile, via Bartolo Longo 92, 00156 Roma

Nico Aurigemma
Casa circondariale – Costantino Satta
via Arginone, 327
44122 Ferrara

Arnau Vallet Casadevall
Regina Coeli, via della Lungara 29
00165 Roma

Stefano Marri
Pietro Rosetti
Casa Circondariale di Terni
Strada delle Campore 32

05100 Terni (TR)

BOLOGNA: PRESIDIO AL CARCERE DELLA DOZZA [4 LUGLIO]

Diffondiamo:

Con il caldo che arriva e il perenne sovraffollamento, le celle diventano posti ancor più insostenibili, e il Dap, come se non bastasse, vorrebbe togliere anche i frigo.

Per le strade si inasprisce la guerra a vecchi e nuovi nemici dello stato, repressi a suon di DDL sicurezza e pacchetti immigrazione volti a costruire il nemico interno, dissimulando la minaccia di una guerra esterna che torna ad essere l’unica prospettiva concreta per questo mortifero sistema di sfruttamento.

Ribadiamo la nostra solidarietà a tutte le persone recluse. Per rompere l’isolamento detentivo ora come nel 2020. Perché in cella non si muoia, ma neanche ci si viva.

Se vuoi portare un saluto o dedicare una canzone ci vediamo sabato 4 luglio alle 16 sotto al carcere, strada sterrata, via del Gomito.

Fuoco alle Galere.

Con Mic, Ste, Nico, Arnau, Toni, Bibi, Pietro, Giulia, Luna. Con Alfredo. Con Bak e Luigi, e tuttx le prigionierx

AGGIORNAMENTI GIORNATA 16 GIUGNO 2026

Diffondiamo da Epigea:

La mattina del 16 giugno, a Catania, si è svolta l’udienza in primo grado relativa ai fatti contestati dalla procura di Catania in occasione di un corteo che ha attraversato le strade della città il 17 maggio scorso. L’operazione “ipogeo”, dal nome della via che precede il carcere di Piazza Lanza, vede coinvoltx 16 imputatx, tre dellx quali sono statx postx in carcere in via cautelare a novembre scorso e di cui solo unx ha poi ottenuto i domiciliari. La richiesta complessiva è di 36 anni di pena e le accuse vanno dal “travisamento”, all’ormai nota “devastazione e saccheggio”, alla “rapina”. La sentenza è attualmente rinviata al 14 luglio e per le due persone ancora rinchiusx nella “patrie galere” (da ormai circa otto mesi) è stata rifiutata ogni istanza di scarcerazione o richiesta di domiciliari per motivazioni legate alla “pericolosità sociale”.
Quantomeno emblematico il fatto che il 14 luglio si celebra la presa della Bastiglia, fondamento dell’attuale società, nata dall’assalto dellx insortx al carcere in quanto emblema di un sistema che minacciava le loro idee e le loro azioni.
Se oggi ha smesso di essere percepita come problrmatica la presenza delle galere non è certo perché sia venuto meno l’endemico carattere sanguinario dei detentori del potere. Se oggi un saluto caloroso alle persone detenute e una critica attiva al sistema che le detiene può tradursi in svariati anni di galera, è perché quello stesso sistema di potere che amministrava regni ed imperi non ha fatto altro che cambiare maschera per potersi garantire la sopravvivenza nei secoli.

Le origini dell’articolo 419 del codice penale dell’attuale ordinamento italiano ha origini, come noto, dal fascistissimo codice Rocco. Un reato, quello di devastazione e saccheggio, pensato per colpire chiunque decidesse di portare avanti una critica attiva nei confronti del regime o che, semplicemente, tentava di accaparrarsi un pezzo di pane durante la grande fame che regimi e guerre impongono alle società da loro amministrate.
Il reato di devastazione e saccheggio è stato riesumato dopo i fatti del G8 di Genova, nel 2001. Quando venne utilizzato con l’intento di criminalizzare e colpire quello che veniva definito come il “blocco nero”. Una categoria impressa dai detentori del potere per poter rinchiudere nelle gattabuie dello stato chiunque tracimasse dal consentito nel corso della propria contestazione. Devastazione e saccheggio è un reato che mira a difendere “l’ordine democratico” nella sua accezione più materiale: la proprietà privata. Si rende così evidente il legame tra il possesso e la sopravvivenza dei regimi democratici ed il ruolo delle polizie come suoi efferati difensori.

La stessa mattina dell’udienza la repressione ha bussato funesta alle porte della nostra alba. Arresti e perquisizioni in tutto lo stivale e lo sgombero del Bencivenga occupato. Infatti, alle prime luci del 16 giugno un’altra operazione repressiva ha colpito 7 compagnx anarchicx, portando all’arresto cautelare in carcere di 5 compagnx, mentre 2 ai domiciliari con braccialetto, con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo (270bis). Altrx 2 compagnx sono statx, poi, arrestatx con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo (articolo 270quinques.3). Un reato introdotto nei nuovi decreti sicurezza ampliando lo spettro di cosa è considerato materiale sovversivo,  come ad esempio un qualunque opuscolo informativo.
Che agli arresti sia seguito lo sgombero del Bencivenga occupato, utilizzando questa giornata di repressione come pretesto, conferma ancora una volta l’efferatezza della guerra alla vita, condotta dal capitale e le sue istituzioni. Provano a reprimere solo con delle presunte accuse, con ore di intercettazioni e spionaggio di chiacchiere informali. Stando a quanto dicono i giornali e la procura di Roma, gli arresti sarebbero ricondotti ai sabotaggi della linea ferroviaria che ci sono stati durante le olimpiadi di “Milano Cortina”, che hanno portato alla perdita di mezzo milione di euro e ad un guasto della linea Roma-Firenze.

Una repressione, quella compiuta dal capitale per mano delle leggi di stato, che ha visto l’accanimento dell’ordine anche nei confronti di chi esprime e/o ha espresso solidarietà verso le persone cui viene privata, ancora, la libertà. La solidarietà è un crimine. Lo dimostra l’ondata repressiva che si è scagliata contro le mobilitazioni in tutta Italia contro il regime di tortura del 41-bis ed in solidarietà alle persone li ristrette. Basti pensare all’operazione “city” a Torino o alla più recente sentenza del tribunale di Bologna, arrivata sempre il 16 giugno, relativa al processo in cui ha testimoniato anche Alfredo Cospito, per la mobilitazione contro il 41bis del 2022-23, che ha emesso una condanna a un anno e 8 mesi per danneggiamento per unx compagnx e l’assoluzione per lx altrx.

Potrebbe sembrare il plot di una commedia citare che nelle stesse ore avveniva anche l’ultima udienza del processo che ha portato in tribunale – con accuse di tortura e lesioni-  98 infami guardie penitenziarie responsabili della strage nel carcere di Modena nel 2020, in cui sono state ammazzate 9 persone detenute. Questa udienza è stata il momento conclusivo per la discussione degli atti di opposizione presentati dagli avvocati dei detenuti e dall’associazione Antigone contro l’istanza di archiviazione depositata l’11 luglio 2025. Il gip, anche in questo caso, si riserva di decidere in una sentenza rinviata. (Chissà perchè qui non vi sono imputati rinchiusi in misure cautelari nel frattempo…)

Quello che si delinea è un quadro repressivo, dispiegatosi largamente nella giornata del 16,  costruito su narrazioni delle questure che vogliono colpire l’anarchismo e, quindi, distruggere pensieri e azioni di lotta per un mondo libero, contro la guerra e chi la produce e vi partecipa, contro l’oppressione in tutte le sue forme. Le testate delle questure non hanno perso occasione per dipingere il movimento anarchico come la spaventosa, gerarchica e organizzata cellula mafiosa terrorista che si muove nei tunnel sotterranei, in clandestinità. Non si son fatti scappare neanche la possibilità di seguire compagnx con droni spiandone ogni movimento. Dall’elezione di Alfredo Cospito a leader anarchico, alle presunte azioni terroristiche che avrebbero potuto compiere Sara e Sandro, mortx nell’esercizio delle loro passioni il 19 marzo, tutto costruisce uno scenario surreale e grottesco dellx anarchicx come un’organizzazione mafiosa, come un pericolo non solo per lo stato ma per tutta la popolazione. Ma le bombe di Piazza della Loggia, di Piazza Fontana, della strage di Bologna etc. etc. etc. non portavano certamente in grembo il progetto di un mondo libero dall’oppressione. Sappiamo bene, invece, il quadro in cui questi attentati si inserivano. Da una parte la tensione per un golpe fascista e dall’altro quella per l’istituzione democratica del fascismo. E le vittime calcolate di queste stragi sono svariate. Ad oggi, la storia della benamata repubblica non conosce esplosione rivendicata dalla lotta anarchica che sia macchiata anche di una sola vittima innocente. Gli ordigni piazzati da Solar e Monica Caballero in solidarietà alle rivolte che si dispiegavano allora in Cile non ha ucciso una sola persona; l’ordigno davanti alla scuola ufficiali dei carabinieri non ha ucciso nessuno. Questo non per porci in una postura di giudizio verso altre pratiche di azione, giudicare non ci interessa e i giudici non ci sono mai piaciuti. Piuttosto ci preme evidenziare il modo totalmente arbitrario e funzionale al sistema in cui i detentori del potere utilizzano la legge (quella che a detta loro è uguale per tutti) a loro piacimento, definendo chi è terrorista e chi no, chi è stragista e chi no. Rendendo evidente che quando la paura cambia campo, anche solo per un istante, le grinfie del potere si dotano di artigli accuminati e li affondano nel tessuto dell’esistenza.

Tutto ciò fa parte del costante tentativo di ingabbiare le idee anarchiche e stigmatizzarle all’interno di logiche di potere, morte e sopraffazione. È paradossale  che lo stato, istituzione violenta per eccellenza, signore della guerra che uccide nelle carceri e nei CPR, nelle campagne, che devasta e saccheggia i nostri territori, accusi di violenza, terrorismo o strage chi cerca in ogni forma di resistere e lottare praticando forme di vita libera con uno sguardo d’amore verso chiunque… piante, animali e rocce.

La repressione agita dallo stato, non è altro che una risposta dettata dalla paura che le sue istituzioni, le sue regole, speculazioni e profitti vengano messi in crisi.

Non smetteremo mai di mostrare e praticare la solidarietà per chi è colpitx dalla repressione e per chi lotta ogni giorno contro l’esistente.

Ci stringiamo affinché il nostro agire possa non essere solo in risposta alla repressione ma nella costante costruzione di legami e complicità, affinchè le nostre radici rompano le loro strade e i loro muri.

Complici e solidali con Micol, Bibi, Nico, Arnau, Ste, Giu, Luna, Marti, Marifra, Toni, Pietro e tuttx lx altrx indagatx
Con Bak e Luigi
Con Alfredo, Nadia, Roberto e Marco e tuttx lx progionierx che continuano a resistere al 41bis e all’ergastolo ostativo.

Con tutte le persone colpite da indagini e perquisizioni, con lx compagnx del benci sgomberato.

Libertà per tuttx lx prigionierx
Fuoco a tutte le gabbie

Di seguito l’indirizzo per scrivere a Micol, mentre per Nico, Arnau, Ste, Pietro, Toni e Bibi attendiamo notizie sui possibili trasferimenti nelle AS. Condivideremo gli indirizzi appena possibile.

Micol Marino
C.C. Rebibbia femminile, via Bartolo Longo, 92 00156 Roma

Gli indirizzi per scrivere a Bak e Luigi:

Gabriele Maria Venturi
C/o Casa Circondariale Via Appia, 131 – 72100 Brindisi

Luigi Calogero Bertolani
C/o Casa Circondariale Piazza Vincenzo Lanza, 11 – 95123 Catania

BOLOGNA: CHIACCHIERA CON L’ASSEMBLEA NO CPR-FVG E PIZZATA BENEFIT SPESE LEGALI

Diffondiamo:

28/06 @Sottolosko Via Carpani 6, Vidiciatico BO

Dalle 16.30 chiacchiere e aggiornamenti su CPR e deportazioni con compagnx dell’assemblea NoCPR Friuli Venezia Giulia
A seguire fantastica pizzata vegana
Distro – Torneo di biliardino – Musichette

Per contarci per le pizze manda un messaggio al +393664896867 entro mercoledì 24

 

VAMPATE DI SOLIDARIETÀ

Riceviamo e diffondiamo:

Dalle 5 circa della mattina del 16 giugno 2026 è scattata l’ennesima operazione repressiva che ha coinvolto numerosx compagnx anarchicx in varie parti della penisola. Il reato contestato è un’associazione con finalità di terrorismo (art.270 bis). L’associazione sarebbe inerente alcuni sabotaggi compiuti in occasione della devastazione dei territori di Milano e Cortina, anche nota come Olimpiadi Invernali.
A quanto ci risulta sono state applicate 5 custodie cautelari in carcere e 2 arresti domiciliari con braccialetto elettronico. A seguito delle perquisizioni però, con la contestazione di autoaddestarmento (270 quinquies), altri 2 compagni sono stati tratti in arresto, per loro non era inizialmente prevista alcuna misura cautelare.
A seguito di questa operazione il Bencivenga occupato è stato sgomberato.

Nell’ambito di questa operazione repressiva, mandati dalla capitale sono giunti all’alba alle porte del nostro castello un manipolo di fecce in divisa. Sfondato il portone, si dimenavano di stanza in stanza sulle tracce del compagno Bibi. Con nostra grande rabbia il compagno è stato poi arrestato ad altre latitudini.
Se pensavano con questo pretesto di svegliarci… non ci sono riusciti, eravamo già sveglie!
Se pensavano di metterci a soqquadro il castello… l’avevamo già egregiamente fatto noi!
Se pensavano… ma quando mai hanno pensato!?
Se volevano intimorirci… ci troveranno sempre più complici e solidali!

Al fianco di Micol, Bibi, Nico, Arnau, Ste, Giu, Luna, Marti, Marifra, Toni, Pietro e tuttx lx altrx indagatx
Contro ogni prigione!

PS uno sgombero può murare quattro porte, un tricolore sulla porta può spacciare che l’Italia esiste…
ma noi costruiamo castelli di sogni più alti di ogni muro.

La mamma di mia mamma è mia nonna
la mamma di mia nonna è mia bisnonna
la zia di mia zia, non so chi cazzo sia
per sempre odierò la poliziaaa!

Con rabbia e amore, per l’anarchia.

La Vampa

Di seguito l’indirizzo per scrivere a Micol, mentre per Nico, Arnau, Ste, Pietro, Toni e Bibi attendiamo notizie sui possibili trasferimenti. Condivideremo gli indirizzi appena possibile.

Micol Marino
C.C. Rebibbia femminile, via Bartolo Longo, 92 00156 Roma

PER IL NOSTRO AMICO E COMPAGNO BAK E PER LX ALTRX IMPUTATX DELL’OPERAZIONE IPOGEO

Diffusione:

Domani martedì 16 Giugno si terrà l’udienza per il nostro amico e compagno Bak, attualmente detenuto preventivamente nel carcere di Brindisi e per gli altrx detenutx per l’operazione Ipogeo. Sono già 8 mesi che Bak vive tra carceri (Poggioreale e Brindisi) e arresti domiciliari. 8 mesi nei quali la mancanza di Bak si è sentita molto. Ci manca nelle assemblee, nelle piazze e nella vita di tutti i giorni. La repressione colpisce alcunx compagnx direttamente e colpisce anche tutte le persone che lx stanno intorno, cerca di demoralizzare, spaventare ed essere un monito per non finire come chi sta già dietro le sbarre. Gli arresti di Bak e la repressione che ne è conseguita sono stati sì, un duro colpo per noi che siamo una realtà molto piccola ma sono stati anche il motore che ci ha portato a rafforzare ancora di più quei legami con le altre realtà intorno a noi in Puglia, in Italia e in Europa. Alla repressione rispondiamo costruendo ponti, e quanta più dura sarà la repressione tanto più solidi saranno i nostri legami e le nostre convinzioni.

Bak ha varie accuse tra cui “devastazione e saccheggio” per un corteo, avvenuto a Catania nel maggio 2025, contro l’inasprimento delle misure repressive introdotto dal DL sicurezza 2025.

Un articolo che ha origine alla fine dell’800, che riappare durante il fascismo e che viene definitivamente riesumato nei primi anni 2000 dopo il G8 di Genova. Una norma indeterminata e vaga che non definisce chiaramente cosa sia la devastazione e non definisce chiaramente cosa sia il saccheggio. L’articolo 419 sembra presentarsi come un reato contro la società civile che la priverebbe dei propri mezzi di sopravvivenza e di difesa.
Tale indeterminatezza è molto pericolosa in termini repressivi in quanto rende questo articolo liberamente interpretabile da polizia e magistratura che possono decidere arbitrariamente chi etichettare come nemico dello stato e dalla società.
Lo strumento ideale nelle mani del potere per reprimere ogni sintomo di ribellione e ogni comportamento che si distingua dalla tranquilla e gestibile passeggiata dei cortei. Uno strumento che criminalizza i singoli individui e interi contesti di lotta. Un deterrente per chiunque voglia andare oltre le pratiche concesse.

Come alcunx compagni hanno scritto prima di noi crediamo che l’incremento dell’utilizzo dell’articolo 419 da parte del potere sia, tra le altre cose, una conseguenza dello sfaldamento del tessuto sociale e della sempre meno presente solidarietà tra gli oppressi.
Un contesto che purtroppo fa fatica a reagire e che rende più facile l’applicazione di determinate norme repressive.

Nonostante le circostanze ci siano al momento sfavorevoli, non muteremo né il nostro modo di agire né le nostre convinzioni. Al contrario, come detto sopra, risponderemo alla repressione tessendo quante più connessioni possibili.

Ci auguriamo per Bak e per lx altrx imputatx dell’operazione Ipogeo la più lieve possibile delle sentenze.
Non faremo mancare la nostra solidarietà e il nostro supporto allx nostrx compagnx in carcere e continueremo a camminare seguendo quel percorso che abbiamo ben chiaro, quello delle nostre idee e della nostra etica.

“C’è un’enorme differenza fra la violenza degli oppressi e quella degli oppressori: la prima segue un’etica, la seconda nessuna”.
Sara Ardizzone

Bak e Luigi liberx! Liberx tuttx!

Alcunx compagnx dalla Puglia

PARMA: COME VENTO CHE DEFLAGRA NEL REALE – BENEFIT BRIGANTX INGUAIATX CON LA LEGGE

Diffondiamo:

Sabato 13 giugno 2026
Casa Cantoniera (Via Mantova 24, Parma)

COME VENTO CHE DEFLAGRA NEL REALE
Benefit brigantx inguaiatx con la legge

h 19 Recital di Giovanni Canzoneri e presentazione della silloge poetica “Occhi di picciriddi”

h 20:30 cena vegan

A seguire concerti con:
Rüdo – hardcore punk da Parma
Schifonoia – anarcopunk/death rock da nessun luogo
Pensieri oltre – sludge/doom death industrial da Arezzo
Dysmorfic – Avant-grind da Mantova

IL CUORE È ESPLOSIVO, LA GIOIA È COMBUSTIBILE, IL RESPIRO È UN BOATO – RIFLESSIONI INDIVIDUALI A SEGUITO DI ALCUNE OPERAZIONI REPRESSIVE

Diffondiamo (qui il testo in pdf)

All cops are bandogs:
cani da guardia per scelta (è la scelta la loro prima colpa).
La “pappa” gliela danno i politici, miseri giardinieri tuttofare
che fanno creste sulla spesa e scodinzolano
le poche volte che vengono ammessi alla casa padronale.
Se vogliamo davvero che la paura cambi lato
È in quella casa che ci devono sentire,
quelle le finestre che per prime dovranno piangere i vetri
delle nostre pietre e bottiglie di rabbia
quelli i muri che dovranno sanguinare.
Sono pochi, i nomi sono noti,
vogliono farsi credere lontani e
irraggiungibili, ma la puzza della loro merda li tradisce 

 Seguono alcune riflessioni individuali maturate a seguito di quanto avvenuto nel contesto del carnevale no ponte dello scorso uno marzo a Messina, dell’operazione “Ipogeo” della procura di Catania e dello sgombero della Palestra L.U.P.O a Catania.  Riflessioni che sorgono anche dall’assordante silenzio del movimento no ponte, anche il meno istituzionalizzato, riguardo gli arresti e le condanne che hanno seguito il carnevale no ponte e riguardo le applicazioni delle ultime disposizioni in materia di sicurezza nell’arginare e criminalizzare la solidarietà espressa in occasione della prima udienza relativa alle misure cautelari per le persone inquisite per i fatti dello scorso uno marzo a Messina. Quel giorno, il 17 dicembre, oltre un presidio al tribunale di Messina sono state percorse alcune delle strade del centro città in maniera rumorosa e solidale, il che ha maturato (ad oggi) un avviso orale nei confronti di un compagno di Messina ed un foglio di via nei confronti di un compagno di Catania.

Il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Una terra che si muove lenta, frana inesorabilmente, si rende irreversibilmente ostica alla presenza assassina di scavatrici, carri armati e fili spinati. Una patria di militari e di immortali, nomi grossi su petti stretti, cuori labili corrosi da effetti speciali e luci illusorie. Uno spettacolo stridente come le catene dei macchinari della produzione, mezzi, cui obiettivo ultimo è l’asservimento di un’esistenza collettivamente solitaria. La metafora non è aleatoria, ma portatrice di altro. Trincea a fucile spianato, terreno minato. Petti esplosi che manco sanguinano più e che esigono la loro concretezza contro il nostro respiro. Una lunga ed infinita apnea che costringe alla cianosi di corpi ormai tendenzialmente vuoti meccanismi, ingrassati da successi e pezzi di carta certificanti. Distrazione costante dalla vita, esistere consiste nel raggiungere obiettivi per altri; scuole di regime, conoscenze prepotentemente universalizzate, un dito su un grilletto e, poi, un bersaglio target di questo triste esperimento balistico di morte insensata. L’anestesia del sentire nel colore del viso tumefatto dal patriarcato, della schiena spezzata del turno di lavoro, da quel laccio che mi ha addormentato per sempre. Tutto avverrà domani, intanto… confini su confini su confini e chiavi buttate in un mare che non restituisce nient’altro che ulteriori sottrazioni, costante relazione inversamente proporzionale tra vita e ordine. Hanno voluto del galeone un relitto… Ma la mareggiata?! Il lento accasciarsi dei promontori su questi presidi di civiltà?! Così sul letto di queste fiumare asciutte, soffocate dall’asfalto il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Gli occhi?! Costretti ad un post-traumatico immortale fallicamente imposto nel rito dell’ignobile anonima morte in seno ad una banale icona; una croce uncinata, una S doppiamente sbarrata, delle stelle e delle strisce: altari delle patrie, sia che sventoli un tricolore o debito pubblico appena stampato, chi non vi si inginocchia innanzi dev’essere deglutitx da (in)umani voraci di carne, invece, disumanizzata. Le combattono tutte le loro guerre, non ne perdono una, anche quando il segno che precede vita sembra essere sempre più un meno. E le costringono (le guerre) ai topi succubi della loro stridente nenia di flauto ingannatore; disseminata la peste, va asservita a certi e svilenti pensieri. E la loro peste, cui vettore ne è ormai principalmente un drone, imperversa in quello che è considerato da certi un banchetto: il mondo. Fanno della vita detriti schizzati in aria dalle bombe cucite dai loro compari in patria. Fanno della vita una sbrilluccicante brochure per celare un mondo, invece, solo galera. Coloro che ogni cosa e tuttx riempiono di “per” scorrazzano; maledetti, questi non hanno che rantolare il grido del loro allineamento. Qualunque loro sia la posizione, le labbra sono state (s)vendute. Si sentono cuscinetti, ma la loro convivenza con la convenienza li ha smussati a freno motore ormai corroso di un motore altrettanto corroso, frizione bruciata, fetide intenzioni tutte volte alla retromarcia. La sbandata è tutt’altro che garantita. Le iniezioni letali di cemento sono già quelle che, intorpiditi i neuroni, annullano ogni tensione alla tensione; annullano ogni propensione all’irreversibile domanda sul tutto. Garotaggi di persone hanno permesso una soffocazione quasi niente sbagliata di macroaree sentimentali, catalogando(ci) in mega gruppi nei quali contenitori ci si mette troppo spesso volontariamente. Eccoli qui i cantieri, le reti arancioni, l’ennesima dissociazione di un mondo sempre più distante. Una propensione all’arroganza del pastore d’anime ed alla ricerca di un argine dal quale mai fuoriuscire. Sanno bene verso dove far sputare le loro linguacce e quale bestia sbranare per ridurla in strazio con la loro danza sterilizzatrice di vita.

Il mondo-cantiere è indifferente. Oltre replicarsi all’infinito, procede in questo riprodursi senza alcun badare ai sentire delle vite. Non interessa proprio! Procede a testa bassa, deve costruire parcheggi… Nella missione di graduazione e, dunque, valorizzazione delle cose nella supposta sottrazione al de-grado, non vi è tempo per badare agli odori delle epidermidi. Non c’è tempo, hanno valutato ogni singolo istante e, dunque, lo hanno saldato ad un valore, ogni sobbalzo significa problemi. Ogni sobbalzo significa ruberie che vacillano. Sottraggono spazio al “degrado” sostituendolo con cemento, bitume e delle strisce tristemente blu. Ticket orari e “bella vita” tra le vie dove la vita è, invece, criminalizzata, sottratta e voluta infertile. Se non altro per certi visitatori basta un plastico coloriccio simile alle brochure che gli hanno rappresentato i social-network del mercatino della “vita lenta” da consumare in poche ore, così poche da non poter mai scorgere invece il triste nulla su cui si regge quella bella patina di merda. Il mondo cantiere non può badare a nulla se non che al ticchettio di fondi a rischio perdita. Un fondo perduto poiché mai voluto, il loro scavare sembra perpetuo e mai pronto a fermarsi. Fanno i solchi e li riempiono con il loro denaro, fondi su fondi su fondi. Tutto va a fondo.

E del brulicare di vita? Cosa resta? Chiaro; il battere cassa è a certi più importante di qualunque altro battito. Figuriamoci quello cardiaco.

“Fanno il deserto”… E se non lo hanno fatto loro allora bramano di conquistarlo o, comunque, di darne una forma gradita e conosciuta. Bombe? Ruspe? Manganelli? Sfratti? Crisi di panico? Solitudine? Tutto è agito dalla stessa mano stragista protetta dalle leggi e che afferra tutto per stritolarlo nella sua morsa letale. “E lo chiamano decoro”… quello squallido trucco che appongono alla loro morte insensata, per poi volercela schiaffare in petto. Che schifo tuttociò. Decorano la loro maschera da stupratori della vita con parcheggi, quartieri sbrilluccicanti sottratti ad ogni esistenza, case vacanza sempre vuote (anche quando infestate dai soldatini del turismo che viene e che torna), con città fatte sempre più per rapidi (o meno) banchetti e campagne trincerate per simulare il sanguinario gioco della guerra degli Stati (per esempio, lo svolazzare di elicotteri di guerra statunitensi su cieli, anche, dei parchi protetti delle Madonie, nel palermitano). Tutti questi cantieri ci si chiudono in petto e ci opprimono il respiro che a ‘lorsignori’ tanto arreca fastidio. O almeno questo è il loro volere, messo chiaramente a servizio di chi lo ha anche più grosso. Hanno dunque reso l’aria irrespirabile con il loro fiato cancerogeno ed adesso che l’ennesima rete è stata bullonata al suolo cosa avete ottenuto? Pensate veramente di poter offuscare tuttx nella vostra nuvola di cemento sgretolato innalzata dalle vostre ruspe? Pensate di poterla seppellire sotto l’ulteriore cemento che vi apporrete sopra con le vostre betoniere metastatiche?

Una guerra infinita quella della nazione contro le persone e, tra la nazione e queste, tutta una serie di magnaccia e capò si infiltrano saccheggiando e devastando, rapinando, distruggendo, agendo violenza squadrista, organizzata e legittimata dalle leggi degli Stati cui ne proteggono gli interessi. E poi i loro incappucciati manganello muniti aprono la strada come vere e fedeli guide di un padrone che odia la selva e la riproduce all’infinito solo per il gusto di vederla distrutta. Il fronte, la trincea, un esterno che sembra mai giungere sotto gli sguardi pacificati… questi, mentre cercano il feticcio da venerare nei loro riti da salotto impomatato, non tardano a condannare con paternalistico fare quelle bestioline incontrollabili che gli hanno sottratto il totem per farne, invece che culto, strazio iconoclasta. Ma gli egonomi della lotta non tardano a riprendersi il loro pupazzetto di plastica, con l’aiuto dei venerabili delle segreterie di partito, con l’aiuto degli agenti dell’opinione pubblica e delle questure che bramano quell’ordine fetoso della delega e dei leader.

Ma si può veramente costringere definitivamente la vita? La si può veramente ridurre esclusivamente a protocolli, PEC, ed a quanto è più conveniente? È riducibile alla scelta di un candidato? Ad una “quota rosa”? Nelle considerazioni di una procura? La si può sottrarre di pulsazioni quando viene colposamente descritta come deviata? La si può costringere ad un reparto psichiatrico? La si può definire in delle teorie? Nello strame che ne fanno leggi e nazioni? Si può veramente sottrarre la vita dalle vite? La si può ridurre ad un vuoto a rendere?

“Una delle regole essenziali del totalitarismo è la distinzione dei sudditi in categorie protette e categorie prive di protezione. In queste ultime possono poi ricavarsi categorie destinate allo sterminio”. (A. M. Bonanno)

Se l’ atto repressivo è un fatto “normale” di un regno che vede la propria legittimità messa in discussione, bisognerebbe, dunque, domandarsi cosa è che lo normalizza. Cosa rende accettabile il monopolio statale della violenza e della narrativa non-violenta/pacifista? Cosa rende normale il seppellire la vita nelle gattabuie dello Stato? Cosa normalizza il lancio di lacrimogeni in faccia alle persone? Cosa rende normale l’invasione di braccia armate prodromo di cemento e solitudine? Cosa rende normale l’ossessiva presenza di pattuglie e telecamere per le strade delle città? I rastrellamenti a chiara matrice razziale per permettere la voracità dell’industria turistica, come San Berillo a Catania? Cosa rende normale la militarizzazione totale delle polizie e la polizificazione degli eserciti? Cosa rende normali frontiere sanguinarie, serrate e sempre più concepite come aree di ghettizzazione forzata delle persone migranti? Cosa rende normale tutte le persone suicidate nelle carceri? nei CPR? nei reparti psichiatrici? dalla disperazione della povertà? dalla ghettizzazione della vostra morale? Forse una percezione diffusa di impotenza schiacciante. Quella sensazione di nullità di fronte ad un mostro talmente gigante che ci riempie di ricatti. Il lavoro, l’università, la famiglia, debiti, la morale etc. etc. etc… Questa visione del mondo si regge sul guinzaglio corto e soffocante al collo di ognunx. Ogni strattone della bestia vuole essere corrisposto da una presa ancora più salda del suo padrone, il sadismo di costoro è colmato dal soffocamento dei loro sottoposti. Possibile in virtù di un’impalcatura di potere cui potremmo aggiungere definizioni e spiegazioni per parecchio, risalendo il crinale di questa storia sino al punto zero della pace vestfaliana, con la nascita degli Stati-nazione e l’adorazione maschia della “madre patria”. L’applicazione di un sistema tale viene narrato come tutto intra-europeo, la nascita del sistema moderno, del capitale. Ma è vero, invece, che un sistema tale non sarebbe potuto esistere senza l’imposizione della “società coloniale”. Infatti, il sistema di capitale, dapprima fondato su una narrazione unicamente ed esplicitamente identitaria-culturale, conosce le sue prime applicazioni, sotto forma di tragici esperimenti, nel corso delle conquiste delle “terre d’oltre mare”. Così che mentre le compagnie commerciali emettevano i primi titoli azionari per finanziare le proprie imprese commerciali nelle “Indie”, gli eserciti dei regni cattolici estraevano con spada e cannone le materie prime utili ad un mondo che si preparava all’industrializzazione; tra le quali, anche forza lavoro a costo zero.

“Avere palazzi di corte lustri, ma campi incolti e granai vuoti, indossare abiti raffinati e lussuosi e portare alla cintola spade affilate, […] possedere beni e ricchezze ben oltre il necessario, tutto ciò equivale a ladrocinio […]” (Laozi)

È nella politica identitaria che si trova la base dalla quale si costruiscono da un lato le espansioni coloniali e dall’altro le esperienze di sottomissione dei popoli colonizzati. Il sistema capitalistico moderno prende forma attraverso lo stabilirsi di forme specifiche e differenziali, che hanno avuto nel capitalismo coloniale il suo terreno fondamentale di sperimentazione. Le forme di tale dominio coloniale, seppure con i dovuti cambi di rotta, persistono dal momento che le guerre per le indipendenze non hanno prodotto altro che ulteriori Stati attraverso i quali riprodurre quelle medesime strutture di dominio che si andavano organizzando dagli albori delle esperienze coloniali. Così, l’organizzazione della società è ricca di esperienze in cui spossessati si sono trasformati nei più sanguinari servi del vile piano d’oppressione delle stesse nazioni che li ha dapprima bistrattati e, poi, assorbiti nelle sue marginalità, al servizio della tanto continua mobilità delle sue infinite frontiere. Un’inquietante esempio possono essere i sefarditi, in fuga da luoghi dove la loro vita era messa seriamente a rischio ed infatuati dal progetto di poter convivere con altri “ebrei”. Sposare l’identità dello Stato israeliano, che li considera come le “classi” più abiette della società, ha condotto questi ultimi a trasformarsi in sanguinosi torturatori ed efferati sbirri del sionismo pur di mantenere il privilegio dell’incolumità statale che i loro governanti elargiscono. Dall’altro lato come non menzionare le fazioni più efferatamente stataliste che vedono nella “causa palestinese” la concreta possibilità di accostarsi al banchetto dei loro stessi persecutori; con bottoni lucidi sbirri di Gaza opprimono le insurrezioni popolari, concreto rischio per la realizzazione del loro progetto di potere. D’altronde il modello si ripete pedissequamente: le insurrezioni popolari per queste elitès coloniali significano il rischio di perdere i privilegi concessi loro dal colono. Tutte forze che agiscono intorno allo sfruttato “creando un clima di sottomissione ed inibizione che allevia il compito delle forze dell’ordine”. Ma ulteriormente, si potrebbe parlare della composizione sociale delle forze armate e dell’ordine in tutte le nazioni del mondo e si manifesterà la più banale delle verità: non è difficile alimentare le paure degli oppressi. La massa mediata, dunque, sanguinosamente facile da irreggimentare agli scopi dei loro elargitori di privilegi in termini materiali, mentali o altri. Dunque, partiti o individui caratterizzati da un’attività di tipo perlopiù elettorale, non essendo effettivamente interessati ad un rovesciamento totale del sistema, non invocano mai l’uso della forza da parte delle masse, ma la usano come minaccia verso le istituzioni dei coloni al fine di ottenere più peso e potere politico.

“Il reietto impaurito è spesso più miserabile ancora del dominatore, il realista è più feroce del re in persona”. (A. M. Bonanno)

Esiste una continuità con il mondo coloniale che si fonda in maniera sempre più solida su concetti identitari e i differenziali che ne derivano. La replica di questo schema di significare il mondo è concretamente la metastasi del “normale” che affligge percorsi ed esplosioni di libertà opponendone burocrazie e standard, a tutti i livelli. La possibilità di intessere discorsi identitari su tutti i livelli rende possibile la replica all’infinito di confini, affacci da cui il sistema di capitale conduce il suo andamento di espansione-contrazione. I fili spinati dell’identità, pietra angolare della legittimità del sistema capitale-statalista, permeano l’esistenza dei sudditi, influenzandone ogni aspetto dell’esistenza. Lo stesso dispositivo ha, dunque, costruito i confini del discorso d’esclusione che troppo spesso i “movimenti territoriali” (s’intende quelli mediati da pastorx d’anime) hanno dispiegato per corroborare l’indice incolpante contro ormai famosx “infiltratx”. Bisognerebbe prendere atto che le mediazioni politiche, quand’anche non propriamente partitiche, tendono a cloroformizzare la partecipazione spontanea, indipendente ed autonoma. I confini di un “movimento” troppo spesso delineano un contenitore di pratiche e procedure che hanno l’effetto di posporre la vita aderendo all’esistenza inerziale che il mondo colonial-capitalistico desidera. L’idea stessa di movimento “territoriale” suggerisce l’esistenza di caratteristiche specifiche senza le quali non si potrebbe aderire a quella lotta in particolare. Questo particolarismo è utile solo alla riproduzione della posizione di “capo-bastone” che, incistata nel modo di vedere le cose, viene replicata e cucita su ogni forma di vita altra, con la pretesa di ridurne l’esistenza a standard conosciuti e concordati in comunità strette e fortemente mediate da figure “leader”. Questo tipo di organizzazione a livelli fa di moltissimi movimenti “territoriali” delle strutture parecchio simili a quelle dei partiti. Infatti, troppo spesso le istanze di tali movimenti, auto-dichiaratisi indipendenti in principio, finiscono per impolpare il piatto dei contenuti delle campagne elettorali, svuotando definitivamente ogni possibile carica di rivolta dell’istanza “territoriale”.

Tali vescovi dei labili “no” finiscono presto per dimenticare la loro primaria definizione di “movimento territoriale”, stabilendo un differenziale basato sul successo e la “comunicabilità” che apre le porte a strutture organizzate, abdicando definitivamente all’auto-gestione, se non in piccoli e tribali rituali da chiacchiera “infra nos”. I movimenti di lotta “territoriale” così sentono di divenire difensori del milieu territoriale, proponendo “alternative” che non fanno altro che aggravare la portata della loro (innocente?) menzogna. Il “percorso” tanto gradito a tali assemblee, utile a rendersi comprensibili anche “alla vecchina al balcone”, si trasforma in una routinaria e vuota tradizione fatta di appuntamenti periodici e rituali a ripetizione. Il discorso “territoriale” è caratteristico di diversi movimenti, la “difesa del territorio” diviene un elemento fondante di questo tipo di aggregazione scenica. Una modalità di aggregazione che non concede null’altro che la pedissequa ripetizione della  quotidianità, escludendo ogni seducente possibilità di gioia.

Il taboo della violenza, che si concretizza poi nella pacificazione più servile, esclude inoltre la possibilità di un discorso concreto sulla repressione e le strategie- tanto collettive, quanto individuali- che si potrebbero dispiegare nel fronteggiarla, normalizzando di fatti il rapporto di potere unilaterale che intercorre tra oppressore ed oppressx e il suo potere di farci percepire solx. Inoltre, non si può assolutamente eludere l’azione cloroformio che questa vita-galera ci sottopone quotidianamente. Troppo spesso, infatti, ci si trova impreparatx davanti all’aggressione da parte dell’ “ordine costituito”. Ma ulteriormente impreparatx davanti alle furbate di chi cela ulteriori intenzioni oltre quella di “riempire le piazze”. Mentre certi sacerdoti condannano qualunque altra pratica come colpevole di svuotare le fila dei loro movimenti, lasciano aprire le loro sfilate dai segretari di quegli stessi partiti di c.d. opposizione che non hanno esitato e non esitano a porgere il fianco e fare favori a chi la vita la odia!  Trasformando il tutto in un banale e “normale” spettacolino elettorale, tutta carta straccia una volta allontanatesi le urne dai calendari di questi funzionari.

Quando spossessatx fanno scricchiolare le loro catene il mondo dei ben pensati di partito e di movimento si scandalizza. Questo mondo affonda il viso tra le mani per una scritta su un muro, per una vetrina infranta, per una sassaiola su un plotone di polizia e reputa “normali” (normalizzandole) le tragedie umane alle quali quotidianamente questo mondo ci sottopone. Si concepisce possibile tenere i fucili costantemente puntati contro stranierx alle frontiere e ci si scandalizza se per una volta, invece, quella violenza cambia direzione e, anziché essere strumento di riproduzione di potere, diviene mezzo di libertà, di concreta solidarietà senza alcun confine. Così la prima frontiera della repressione, volenti o nolenti, è la pretesa di aderire al copione democratico del dissenso secondo le regole da parte dei movimenti di massa mediata. E poi… lo sbirro che risiede in ognunx (o quasi) di noi.  Ma come micelio, anche se la terra è resa infertile, prima o poi rispunta e, comunque, nel frattempo…seguendo vie differenti da quelle percorse va manifestandosi “altrove”. Anche se spesso certe relazioni di potere si replicano pedissequamente in questi “altrove”, avviene comunque che la gioia esploda e colori oltre che i cieli e i muri delle città, anche le sue strade. Quando le catene scricchiolano a volte, poi, si spezzano. Ed anche se poi, la maggior parte delle volte, tornano più strette di prima, quei momenti sono impossibili da alienare dalla dimensione dei fatti. E così il piatto sopravvivere delle nostre routine delle volte si incrina e prende delle direzioni inaspettate che, seppur non totalizzanti, divengono sempre più consistenti nel se. Le brecce che si sono rotte non possono più risaldarsi, anche opponendovi tutto lo squallore cementificante possibile a questo mondo.

“Illuminata dalla violenza la coscienza del popolo si ribella contro qualsiasi pacificazione. I demagoghi, gli opportunisti, i maghi hanno ormai il compito difficile. La prassi che le ha buttate in un corpo a corpo disperato conferisce alle masse un gusto vorace del concreto. L’impresa di mistificazione diventa, a lunga scadenza, praticamente impossibile.” (F. Fanon)

Tutti quei fuochi di vicinanza, ogni insurrezione e ribellione di solidarietà nei confronti della libertà; ognuna di queste brecce, ognuno di questi momenti in cui la violenza si è ritorta contro il padrone, ogni viso che si è esposto con le persone detenute e/o in lotta contro questo orribile e squallido mondo intriso di “crazia”, ognuna di queste diserzioni ha fatto sì che questo bramoso mostro capitale tremasse ancora un altro po’. Ed ogni esperienza di liberazione, anche se assolutamente effimera, diventa ispirazione, coraggio, propulsione per altri momenti di libertà e per altrx; diventa un’ulteriore sbavatura su tutto questo trucco che edulcora le galere della vita.  Per questo, e molto altro ancora, prendere le distanze e criminalizzare tali atti di libertà significa riprodurre e corroborare relazioni di potere che sono le armi fondamentali con cui il mondo vigente si mantiene in vita.

Queste parole sono tutte contro i nemici della vita, costruttori di ghetti ben sorvegliati! E sono tutte in solidarietà a chi si trova ingabbiatx. Sia dentro un carcere che dentro un’esistenza costantemente sotto la minaccia del “fallimento”. In solidarietà a tutte le persone sole nell’angolo buio di questa non-vita a rilascio prolungato. In solidarietà e vicinanza a chiunque convive e condivide punti interrogativi. In solidarietà agli irreversibili dubbi verso tutto! Contro ogni certezza raggelante e definitoria! Queste parole sono un ennesimo tentativo di liberarmi di queste scarpe di cemento nello sguazzare dentro questa palude.

Con il cuore e lo stomaco stretti in una morsa delle volte letale. Con il formicolio alle mani. CON AMORE E RABBIA!

“DAI CORTEI PER RAMY A MILANO AI CORTEI NAZIONALI E NON PER LA PALESTINA IL PRIMO NEMICO DELL’ INSURREZIONE SONO I MOVIMENTI E I CORPI APPACIFICATORI!
SOLIDARIETÀ ALLX ANARCHICHX RINCHIUSX NELLE GALERE DA CATANIA ALL’INDONESIA.
SEMPRE PACIFISTX, MAI PACIFICX!” (Bak)

CATANIA: PRESIDIO SOLIDALE SOTTO AL CARCERE DI PIAZZA LANZA

Diffondiamo:

Venerdì 12 giugno dalle 15

Al fianco di chi ogni giorno resiste dietro le sbarre.
Per portare calore alle persone recluse.

Il carcere è un luogo di sofferenza e disagio che distrugge la personalità degli individui costretti a vivere in condizioni disumane. Ma è lo stesso concetto di prigionia, di privazione della libertà a essere un crimine efferato. Dietro le falsità di reinserimento, risocializzazione e correzione, emergono evidenti i caratteri di vendetta e punizione.
Vivere il carcere significa perdere il controllo della propria vita, dall’aspetto economico e relazionale fino a quello alimentare e sessuale, significa essere sottoposti a umiliazioni e vessazioni quotidiane. È un luogo altamente patogeno, in cui lo stress indebolisce le difese immunitarie, le cure sono insufficienti e forzate, dove detenute e detenuti sono spesso le cavie di terapie sperimentali o oggetto di annichilimento farmacologico. È un luogo di maltrattamenti, torture e omicidi, spesso e volentieri, celati. Venerdì 22 maggio, l’ennesima morte per mano dello stato nel carcere di Piazza Lanza. Un uomo in condizioni di salute precarie è stato lasciato morire in cella.

16 perquisizioni e 3 arresti sono stati effettuati a seguito del corteo del 17 maggio 2025 a Catania contro la repressione per dei fatti avvenuti presso il carcere di Piazza Lanza in solidarietà con le persone detenute. Questa operazione si aggiunge alle altre innumerevoli avvenute di recente nel territorio, come quelle per il Carnevale no ponte, per le proteste pro-Palestina e l’operazione Safe Zone.
Appare evidente che stiamo vivendo in una società piena di carceri, di repressione, di controlli asfissianti che si addentrano fin nei comportamenti individuali e intimi. Il carcere è l’espressione più brutale e immediata del potere e, come il potere, va distrutto. Non può essere progressivamente abolito. Chi pensa di poterlo migliorare per poi distruggerlo ne rimane prigioniero per sempre.