SULLE ASSOLUZIONI PER LA MORTE DI VAKHTANG: LA FARSA DELLA GIUSTIZIA, LA REALTÀ DEL RAZZISMO DI STATO

Diffondiamo:

Si è chiuso in queste settimane il processo di primo grado per la morte di Vakhtang Enukidze, ucciso da un pestaggio delle guardie nel CPR di Gradisca, il 18 gennaio del 2020.

Il tribunale di Gorizia, a oltre sei anni dai fatti, assolve tutti gli imputati: Roberto Maria La Rosa, il centralinista in servizio quella notte, individuato – in fase di indagine – quale possibile responsabile della mancata risposta alle richieste d’aiuto dei compagni di cella di Vakhtang; assolve il ben noto Simone Borile, all’epoca direttore di Ekene e oggi direttore del campo di Gradisca, una delle figure peggiori fra i molti orridi padroncini che si riempiono le tasche con il business delle carcerazioni in appalto; assolve, soprattutto, lo stato, dunque se stesso e il sistema razzista di selezione – controllo – repressione – reclusione –  deportazione.

Che la “giustizia” tribunalesca si risolva in una simile farsa, stupisce poco. Fa, in ogni caso, un certo effetto sperimentarne, per l’ennesima volta, l’ipocrisia e la brutalità.

L’unico colpevole dell’uccisione di Vakhtang, ci dicono, è Vakhtang stesso, nonostante le evidenti responsabilità di quel tritacarne che è la detenzione amministrativa, dei suoi amministratori e dei suoi operatori, responsabilità emerse perfino in sede di processo.

È la pm Giulia Villani a incaricarsi di fornire un fulgido esempio dell’ideologia coloniale e razzista innata al sistema di oppressione e asservimento che normalmente rappresenta, nelle stanze di tribunale. È lei che in sede di processo chiarisce l’ovvio nesso tra quanto toccato a Vakhtang e la ribellione che lui stesso aveva osato mettere in campo dentro la galera in cui era rinchiuso: “episodi di danneggiamento, rivolta e violenza”,  perpetrati da una persona che “si distingueva per violenza e per resistenza a pubblico ufficiale”, per “estrema insofferenza e alterazione”.

L’individuo che si rivolta contro le condizioni della propria oppressione, insomma, non può che andare incontro, inevitabilmente, alla repressione, alla vendetta e, qualora necessario, all’eliminazione fisica, in nome della tenuta del sistema.

Il colpevole dell’uccisione di Vakhtang è Vakhtang stesso, ci dicono, perché era un soggetto problematico, di cui tutti si lamentavano, che è stato alternativamente raccontato come aggressivo, mentalmente instabile, come un tossico. Anche in questo caso, è all’opera l’essenza della consolidata retorica che caratterizza tutti gli immigrate/e come potenziali pericoli da sorvegliare, rinchiudere ed espellere, quali nemici/e interni al corpo sociale autoctono.

Avessero almeno il coraggio di raccontare le cose come stanno e di spiegare che il colpevole dell’uccisione di Vakhtang è Vakhtang stesso, perché era parte, assieme ai suoi compagni di prigionia, di una forza-lavoro eccedente, in sovrappiù rispetto alle necessità degli attuali cicli di accumulazione del capitale, non reinseribile nelle catene di riproduzione di valore dietro la promessa di qualche soldo che permetta l’acquisto di una piccola distrazione con cui alleviare la miseria delle proprie condizioni di esistenza.

Nessun colpevole per l’uccisione di Vakhtang, dice il tribunale di Gorizia, a parte Vakhtang stesso.

Nonostante sappia che i detenuti di Gradisca, la notte della sua morte, furono pestati dalle guardie e che il suo corpo era coperto di lividi. Nonostante sappia che Vakhtang non fu soccorso per ore, dopo i pestaggi, e che a nulla valsero le richieste d’aiuto dei suoi compagni di cella. Nonostante sappia che nei giorni successivi furono fatte circolare false notizie – quelle riguardanti asserite risse fra i reclusi – nel goffo tentativo di coprire ogni responsabilità del sistema CPR e dei suoi dirigenti. Nonostante sappia che molti dei testimoni dei fatti furono rimpatriati in tutta fretta, nei giorni successivi. Nonostante sappia che Vakhtang è morto in una struttura di segregazione razziale, a poche settimane di distanza dalla sua riapertura.

Dopo la sentenza del processo in primo grado per la morte di Moussa Balde al Cpr di Torino, nel quale i giudici avevano tentato di lavarsi la coscienza con una sentenza di condanna simbolica (un anno di reclusione con sospensione condizionale all’allora direttrice del campo), la vicenda dei medici dell’ospedale di Ravenna (perquisiti perché indagati per aver certificato la non idoneità di alcuni migranti al trattenimento in Cpr) e la completa assoluzione di Borile e della sua cricca di collaborazionisti certificano l’importanza che riveste l’inscalfibilità di questo sistema per i piani di sfruttamento, pacificazione e repressione, dello stato e dei padroni.

Un motivo in più, questo, per cercarne i punti di attacco.

Dal 18 gennaio 2020 a oggi, altre tre persone sono morte nel CPR di Gradisca. I loro nomi sono Orgest Turia, Anani Ezzeddine e Arshad Jahangir. Altre decine di uomini hanno tentato il suicidio o sono state ferite, in alcuni casi riportando lesioni permanenti.

Tutte vicende avvenute sotto l’egida della cooperativa Ekene – viale Roma 23 e via Sant’Elena 34, Battaglia Terme, Padova – che continua a gestire, dalla sua riapertura, il campo di Gradisca (dopo alcune proroghe, l’ultimo rinnovo dell’appalto è dello scorso anno) ed anzi allarga ancor di più le sue grinfie. Dopo aver gestito, fino al settembre del 2024, il CPR di Macomer, in Sardegna, la cooperativa è subentrata nel dicembre del 2024 nella gestione del CPR di Milano in Via Corelli, in seguito al commissariamento del campo; dalla fine del 2024, gestisce inoltre il CPR di Ponte Galeria a Roma. Un premio alle sue “competenze”: operare per conto dello stato la violenza necessaria al mantenimento della gerarchia razziale, più nota come “gestione dei flussi migratori”.

Non a caso, la storia di Ekene è lunga e articolata.

Un’azienda che nasce come diretta emanazione di Ecofficina ed Edeco, a loro volta enti che hanno dominato il mercato dell’accoglienza, in Veneto – tanto da meritarsi l’appellativo di “coop-pigliatutto” – gestendo i suoi meccanismi di semi-reclusione, soggiogamento e morte. A dimostrare tutto questo, per raccontare un altro tragico esempio, basti pensare alla storia di Sandrine Bakayoko, scomparsa nel 2017 nel campo di Cona, gestito da Edeco.

Ekene è quindi oggi uno dei bracci operativi di quell’arcipelago “sociale” riconducibile agli stessi nomi, alle stesse figure chiave, agli stessi indirizzi, alle stesse responsabilità, di cui fanno parte anche Tuendelee e Tucso. Ognuna delle isole che compone questo arcipelago è nient’altro che uno dei tanti nodi dell’italico sistema di oppressione razziale, che nella commistione di appalti e contratti di vario genere somministra, a differenti livelli, forme di reclusione, sfruttamento e tortura, utili a disciplinare le persone razzializzate.

Il razzismo non è solo retorica, ma una macchina reale costituita da ingranaggi, dispositivi, luoghi, interessi, infrastrutture, che rendono efficace il ricatto del permesso di soggiorno e il controllo della popolazione eccedente.

La morte, in questo complesso, non è un semplice accidente, ma uno dei suoi tanti effetti, conseguenza del suo funzionamento e monito per i/le liberi/e.

Tutto questo, è necessario tenerlo sempre bene a mente.

Per Vakhtang Enukidze. Per Orgest Turia, Anani Ezzeddine e Arshad Jahangir. Per tutte le persone segregate, torturate, rimpatriate e uccise in queste fabbriche di morte.

Al fianco di chi resiste al suo interno!

Con i rivoltosi/e di tutte le galere!

Sempre, ed oggi ancor di più, con i compagni e le compagne indagati/e e privati/e della libertà per aver lottato con ogni mezzo necessario contro chi lavora al mantenimento di un regime di miseria, sottomissione e morte!

https://nofrontierefvg.noblogs.org/post/2026/07/14/sulle-assoluzioni-per-la-morte-di-vakhtang-la-farsa-della-giustizia-la-realta-del-razzismo-di-stato/

SUI CIVILITICI

Diffondiamo da Infranero:

Il solo manoscritto che sia rimasto di Joseph Déjacque è una lettera scritta il 20 febbraio 1861, alla vigilia del suo imbarco per quell’Europa da cui mancava da sette anni. In questa lettera, indirizzata ad un proscritto francese rifugiatosi in Svizzera, Déjacque esprime tutto il suo disprezzo per un paese in cui aveva sperato di trovare maggiore libertà, e dove invece regnava il «cretinismo politico e religioso». Le parole di Déjacque sul conto della società statunitense dell’epoca sono durissime, e vale la pena qui riportarle: «L’America è letteralmente una nazione di bottegai, di negozianti all’ingrosso e al dettaglio che non hanno in testa e nel cuore che una cosa sola, il commercio, lo sfruttamento. La fede politica come la fede religiosa di ognuno è solo una merce su cui si specula a profitto dei propri interessi mercantili. Nell’americano non c’è che un sentimento, quello della propria venalità e della venalità degli altri; questo sentimento è l’erbaccia che soffoca in lui ogni grande idea. […] Le strade di New York, inseminate di passanti indigeni ed esotici, sono per me più deserte delle foreste dell’Ovest, popolate di alberi e rocce; mi sentirei meno solo in quelle vaste solitudini che in questa popolosa città, vivaio di uomini e donne americanizzati. Lo dico con umiltà più che con boria, (perché dopo tutto questi idioti sono miei fratelli, sono impastati della stessa argilla di cui sono impastato io) qui, tranne rare eccezioni, non frequento nessuno con piacere e nessuno ama sul serio la mia compagnia. Tutti coloro che mettono piede sul suolo americano si abbrutiscono in poco tempo, se non lo sono già prima di venire, gli uni sacrificandosi a un Dio Pluto, gli altri sacrificandosi a un Dio Bacco, il più delle volte sacrificandosi ad entrambi».
Le parole di Déjacque sul conto della popolazione statunitense della metà dell’800 sono precorritrici. Anticipano e corrispondono a quanto si potrebbe sostenere oggi a proposito degli abitanti di tutti i paesi occidentali, che nel frattempo hanno trovato un altro Dio a cui sacrificarsi: Tecno. All’inizio del terzo millennio si è meno soli nei boschi che in mezzo a torme di «civilitici» che brancolano con lo smartphone in mano, urtandosi l’un l’altro, senza vedere nulla, senza sentire nulla, senza provare nulla, senza pensare nulla — alla ricerca del selfie del proprio successo sotto la capillare sorveglianza del Grande Fratello.
Così in questi ultimi anni abbiamo assistito impotenti alla scomparsa delle grandi idee, quali che siano, sepolte sotto tonnellate di venalità, di vanità, di abbrutimento intellettuale ed etico. Tant’è che anche le amare parole con cui Déjacque concludeva la sua lettera potrebbero essere oggi sottoscritte dai pochi amanti rimasti dell’utopia: «Sono stanco di vivere qui da eremita in mezzo alla folla […]. Ho nostalgia, non del paese in cui sono nato, ma del paese che finora ho intravisto solo in sogno, la terra promessa, la terra della libertà al di là del mare rosso… Vedete come vorrei fuggire dal suolo su cui il destino del momento mi incatena, correre alla ricerca della felicità in un altro continente… Poveri socialisti antesignani che siamo! Uomini declassati nella civiltà cristiana, erriamo come intelligenze in pena, sperando sempre di trovare un angolo dove sentirci meno al di fuori dalla nostra sfera naturale, un angolo che non possiamo trovare perché non è di questo mondo, cioè di questo secolo!». Uomo senza mondo, Déjacque sarebbe morto tre anni dopo in preda alla follia a Parigi, nel 1864.
È questo il destino che attende tutti i sovversivi inchiodati ad una calcolata e calcolante realtà che non offre vie di fuga, incapaci di ridurre la smisuratezza del proprio sogno alle mediocri dimensioni dell’esistente? La cella di una prigione o la camera imbottita di un manicomio, un peso legato al collo o il cuore spaccato dallo sconforto? Può darsi, certo. Ma è impossibile fare a meno di notare che, appena sette anni dopo la morte di Déjacque, la Comune di Parigi esplose proprio nelle strade in cui egli si era spento. Niente è mai finito, tutto è sempre possibile. Ecco perché non vale la pena rattristarsi nel frequentare il presente dal fetore di cadavere, molto meglio profanare un certo passato per farne scaturire la vita. Nonostante il successo trionfale riscontrato ovunque dal realismo, ci saranno sempre banchi vuoti alle sue lezioni di consenso e di rassegnazione, di indifferenza e di attendismo, di compromesso e di opportunismo. Non è la politica che seppellirà il vecchio mondo, ma solo l’utopia che, saltata fuori ancora una volta dal ripostiglio dei sogni infranti dove era stata rinchiusa, tornerà a diventare arma fumante spianata contro chi ci obbliga a un’esistenza che non merita di essere vissuta. Un’utopia che non promette pace, ma che scatena guerra. Qui ed ora.

IN ESTATE CI SONO DUE CERTEZZE: IL CALDO E UN’INCHIESTA ANTI-ANARCHICA. UN TESTO DA NAPOLI

Diffondiamo da Napoli:

“Odio l’estate”

Sulle note di Bruno Martino

Niente di nuovo sotto al Sole.

In estate ci sono due certezze: il caldo e un’inchiesta anti-anarchica.

Le giornate che si allungano, l’asfalto che brucia e, con puntuale infamità, la Magistratura Antimafia e Antiterrorismo (DNAA) che si premura di mandare qualcuno al fresco.

A prima (s)vista sembrerebbe l’ennesimo gioco d’animazione che, almeno dagli anni ’90 li fa divertire ogni stagione. Se non fosse che …

Qualcosa di nuovo sotto al Sole c’è sempre

A questo nuovo giro di vite, tra le 5 e le 6 di mattina del 16 giugno, la Procura di Roma ha sguinzagliato digos e polizia per tutta Italia con 18 mandati di perquisizione (per case di compagnx, familiari e due spazi occupati) e 7 mandati di arresto per compagne e compagni per un’inchiesta per associazione con finalità di terrorismo (270 bis) e con l’accusa di aver sabotato la linea dei Treni ad Alta Velocità (TAV) in occasione delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Approfittando ulteriormente della già infame inchiesta, al termine delle perquisizioni, ci vengono strappati altri due compagni, imprigionati con l’accusa di 270 quinquies TER per il ritrovamento di alcuni opuscoli.

Il reato di autoaddestramento (270 quinquies) è stato usato per decenni nei confronti dei cosiddetti terroristi islamici, perlopiù persone arabo-islamiche sbattute in galera per aver scritto o consultato sui social cose che non piacciono agli stati occidentali. Questo nuovo strumento repressivo doveva servire a colpire quelli che sono stati definiti semplicisticamente e opportunisticamente “lupi solitari” che si radicalizzano da soli, ma in sostanza ad avere nuovi strumenti per colpire ogni “terrorista” senza ricorrere all’impianto associativo. È così che Ahmed Salem è stato condannato a 4 anni di galera per la presenza sul suo telefono di alcuni video della resistenza palestinese.

Circa tre anni fa, abbiamo iniziato ad assistere all’ulteriore espansione di questo dispositivo repressivo. Era la prima volta che questa accusa veniva utilizzata nella storia della repressione antianarchica quando a Napoli un compagno veniva accusato di 280 bis (attentato con finalità di terrorismo) aggravato, appunto, da 270 quinquies. Cogliamo l’occasione per aggiornare sul fatto che questo processo a Zac, che si era concluso nel luglio 2024, ricomincerà il prossimo 16 luglio, perché il PM, evidentemente indispettito dall’esito, ha presentato appello contro l’assoluzione.

In quel contesto scrivevamo: “Nei decreti sicurezza di prossima introduzione si prevede l’inserimento del reato di <detenzione di materiale con finalità di terrorismo>: in parole povere, uno stesso materiale letto da una persona qualunque e letto da un anarchico, diventa reato nel secondo caso. Riuscirà Willy il coyote (proprio il cartone animato) guardato da un anarchico, a sfuggire alla finalità di terrorismo?”

[Warner Bros. annuncia uscita Coyote Vs. Acme nel 2023 – Lo Spazio Bianco][willy coyote][154 immagini, foto stock e illustrazioni esenti da diritti d’autore a tema Wile coyote | Shutterstock]

Più che facili previsioni, facevamo i conti con una realtà. Quel pacchetto sicurezza è infatti poi diventato legge, comprendendo il nuovo articolo 270 quinquies TER, che ha determinato un’ulteriore estensione della sua già arbitraria applicabilità.Con il reato di 270 quinquies era punito il fatto di aver acquisito anche autonomamente istruzioni per la fabbricazione di armi, materiali esplosivi, sostanze chimiche/batteriologiche e altre pratiche e metodi finalizzate ad atti di “terrorismo” inclusi i sabotaggi, ma la detenzione di materiale di questo tipo doveva essere unita sul piano probatorio ad altre condotte concretamente collegabili con la finalità di terrorismo. Con la nuova fattispecie, invece, è punita direttamente e per sé la sola detenzione di materiale contenente questo tipo di istruzioni o informazioni, o anche per il solo fatto che provengano da gruppi considerati terroristici. Data l’estrema indeterminatezza, ci sembra evidente la funzione preventiva e deterrente di questa norma, funzionale a garantire con molta più facilità l’arresto immediato di chiunque venga trovato in possesso di materiali cartacei o digitali considerati pericolosi.

Allora vediamo che ad ogni nuova operazione antianarchica qualcosa di nuovo da sperimentare sotto al sole c’è sempre. In genere si tratta piuttosto della combinazione tra vecchi e nuovi strumenti repressivi. Stare a vedere cosa ci combinano questa volta gli scienziati della DNAA riguarda tutti coloro che scelgono di lottare contro un mondo di guerra e sopraffazione. Perché ogni arma puntata oggi contro qualcuno, domani potrebbe cambiare la mira. Il lavoro per mettere fuori gioco chi si mette di traverso ai calcoli del potere si ristruttura di continuo: in una società sempre meno pacificata, le strategie repressive diventano sempre meno selettive, e il mirino può allargarsi fino a includere tutti i nemici e le nemiche dell’autorità. È successo col 270 bis, con l’Alta sicurezza, col 270 quinquies, col 41 bis, col Daspo, con la Sorveglianza speciale. Questa lista si allungherà se lo sconfinamento delle armi del potere non trova argine.

Per ravvivare una narrazione triste.

La narrazione acchittata dai media non sembra affatto casuale, ma semmai diretta emanazione della superprocura nazionale che indaga per reati di mafia e terrorismo (DNAA). Il codice dell’antiterrorismo, basato sulla punizione dell’autore per ciò che è e per ciò che rappresenta, non è molto diverso da quello dell’antimafia, tanto quanto il linguaggio usato. Se al TG1 gli anarchici diventano “pianificatori della strategia della tensione” che si riuniscono in “covi come la mafia”, il popolo dovrebbe necessariamente pensare che valga la pena “metterli in galera e buttare la chiave”, come del resto accetta che venga fatto coi “mafiosi”. Tanto di guadagnato per la magistratura che a combattere anarchici, mafiosi e islamici tutti insieme ci guadagna finanziamenti e salti di carriera senza incontrare ostacoli.

L’altro ieri i rivoluzionari come bruti sanguinari, ieri gli anarchici come kamikaze, oggi anarchici come mafiosi. Ogni relazione in lotta per la libertà viene impigliata nella narrazione di una rete associativa con finalità di “terrorismo” con metodi “mafiosi”, e i terroristi-kamikaze-mafiosi disegnati come mostri a tre teste. Loro non possono immaginare e proporre altro da questo. Noi dal canto nostro non possiamo che immaginare una vita libera da ogni forma di oppressione imposta e non possiamo che proporre di agire per realizzarla. Con ogni mezzo conseguente a questo fine. Oggi come ieri e l’altro ieri, qualcuno trova dentro di sé e con altri aneliti di anarchia per cui vale la pena vivere. Questo siamo. Alla malora il resto.

Per non credere alle favole.

Crediamo dunque nel caos, ma non nel caso. Non è un caso neppure che le richieste di arresto presentate al GIP due mesi fa siano state firmate proprio nei giorni in cui si discuteva il ricorso per l’applicazione del 41bis ad Alfredo, infine rigettato come da copione. A beffarsi di chi negli ultimi mesi ha creduto nelle favole sulla riforma della giustizia, sulla differenza tra giudici buoni e cattivi, sulla giustizia della giustizia, la realtà dimostra che le bugie hanno le gambe corte.

Il magistrato è di nuovo nudo, e fa pure schifo. Il sistema giustizia è irrimediabilmente al servizio della politica. Non c’è controriforma che possa salvarlo dal diventare peggiore di quello che è. I tribunali, rossi o neri che siano, servono a punire chi non sta alle regole del gioco. Le parabole con cui raccontano e ingabbiano le nostre esistenze in quelle aule grigie non sono mai a lieto fine. Innocenti, colpevoli, assoluzioni e condanne sono il vocabolario morto di una lingua di legno, che in ogni caso si traduce in anni di udienze, carcere, preventivi, misure di sorveglianza, domandine, colloqui, microspie, videocamere, eccetera, eccetera, eccetera. Il processo rituale della giustizia, esercitato da uomini e donne in toghe nere e fasce tricolore sarà sempre e comunque la perversa riproduzione del trionfo della loro civiltà (anche se in quegli istanti ci sembra di vedere neanderthaliani vestiti di pellicce che pronunciano parole incomprensibili agitando e sbattendo una clava).

Ma dove corre quella bugia con le sue gambe corte…

Sappiamo molto bene che è lo Stato a seminare terrore indiscriminato come qualunque religione, a estorcere soldi a chiunque come una mafia, e a compiere stragi come…qualunque Stato. (Proprio in questi mesi il caso Delmastro fa da parafulmine a un intero sistema che funziona così; nessuno sdegno se proprio in questi giorni si propongono risibili condanne agli stragisti del ponte Morandi, mentre chi si è ribellato al Ponte sullo stretto è ancora in galera).

Quando tra un piagnisteo e un altro, Salvini prova a ripulirsi di tutta la merda che gli è stata lanciata negli ultimi anni sul pessimo funzionamento dei trasporti, dicendo che gli anarchici seminano il panico tra la povera gente che deve andare a lavorare…diciamo solo due cose. La prima è che la povera gente solo raramente prende la TAV per andare a lavorare. La seconda è che la sua “povera” TAV è a tutti gli effetti un’infrastruttura di guerra. È per questo che da anni azioni, blocchi e scioperi mettono in crisi il suo già inutile ministero…e il militarismo europeo.

Dal 2016, i Piani d’azione per la mobilità militare dell’Unione europea hanno iniziato a prevedere che tutte le infrastrutture dei trasporti venissero convertite in funzione dual use (civile e militare), in vista di una possibile guerra con la Russia. L’ultimo accordo del 2024 tra Rete Ferroviaria Italiana e Leonardo s.p.a. per la militarizzazione digitale delle ferrovie dice tutto: far viaggiare armi sempre più pesanti su treni sempre più veloci.

È per questo che con particolare foga si reprimono le lotte contro ponti, ferrovie… e olimpiadi…di guerra. E sì, è piena la storia di parate mondiali che a colpi di giochi e a suon di concerti, applausi e fuochi d’artificio distolgono lo sguardo dei popoli da bombe che cadono altrove. (Lo sanno bene anche le periferie di Napoli dove l’Occidente in guerra sta acchittando la prima mondiale dell’America’s Cup, una competizione velistica di lusso su un territorio già devastato dall’industria).

Vite di lavoratori, ettari di boschi e interi palazzi sono caduti per permettere a quei treni di passare e a questi circhi internazionali di illudere che tutto scorra sui binari morti della normalità. Ma dove oggi viaggiano gli atleti, domani viaggeranno i militari.

E non finisce qui

Tornando al 16 giugno…Nel corso di quella giornata di merda, oltre a 7 compagnx in carcere e 2 compagne confinate ai domiciliari, con un altro infame colpo di coda il Bencivenga occupato viene sgomberato. Il mandato di perquisizione e arresto sopraggiunto sul posto a carico di due compagni inquisiti si trasforma magicamente nell’espulsione di tutti gli abitanti, nella messa al bando di uno spazio di vita e di lotta per tutti coloro tra noi che nei suoi 25 anni di storie siamo cresciuti anche tra quelle mura spesse, tra quei pavimenti di cemento abbiamo coltivato relazioni, davanti al fuoco ci siamo scaldati dell’amore per una vita diversa e della rabbia per quella complice indifferenza che manda avanti il mondo così com’è. Inutile dire che murare le sue porte e sporcarle con un ridicolo vessillo dell’Italia unita non potrà mai rimuovere l’esperienza di chi ha scelto di vivere pezzi di vita libera insieme. Né tutto ciò che ne rimane; che non è poco in un mondo dove si muore di apatia e solitudine.

Per non concludere.

Per ogni posto e compagn che ci viene strappato siamo sicure di incontrarne ancora altri. Per continuare a lottare per la liberazione di chi è dentro tanto quanto per la nostra. La solidarietà verso i compagni prigionieri è solidarietà verso noi stessi, che per sempre più motivi potremmo finire da quella parte, e che da qua fuori viviamo l’oppressione contro cui loro hanno lottato fino a essere repressi. È per questo che solidarietà significa continuare le lotte, ogni giorno con un motivo in più.

Con Sara e Sandro nel cuore,

Al fianco di Bibi, Micol, Nico, Toni, Arnau, Ste, Pietro, Giulia e Luna. Contro ogni prigione. Per l’anarchia.

Compagne e compagni a Napoli

FERRARA: RESOCONTO DEL PRESIDIO AL CARCERE DI VIA ARGINONE DI VENERDÌ 10 LUGLIO

Diffondiamo:

Venerdì 10 luglio si è tenuto a Ferrara un presidio sotto alle mura del carcere dove fino a giovedì 9 luglio era tenuto prigioniero il nostro compagno Nico, trasferito lì in AS2 a seguito degli arresti del 16 giugno.
Nonostante il rilascio di Nico insieme allx altrx compagnx per cui il riesame ha disposto la revoca delle misure cautelari, si è deciso comunque di portare la nostra solidarietà a tutte le persone detenute nel carcere di via Arginone.

Per un paio d’ore il presidio ha rotto l’isolamento con musica e interventi, scatenando una bella risposta da dentro. Abbiamo ripercorso i fatti del 16 giugno, ricordando i nostri compagni Tony e Pietro ancora in carcere con l’accusa di 270 quinquies-ter, “terrorismo della parola”, perché oggi anche solo immaginare di rivoltarlo questo mondo è qualcosa che lo stato non intende permettersi, così anche la detenzione di qualche opuscolo o video ritenuto “pericoloso”, basta a rinchiudere compagnx e nemici interni nelle patrie galere.

Siamo andati sotto al carcere di Ferrara, per dire che no, non ci annichiliscono.

È stata portata solidarietà a Ra’ed Dawoud, prigioniero palestinese nell’alta sicurezza ferrarese, arrestato lo scorso 27 dicembre con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale.
Vi sono stati interventi di solidarietà rivolti a tutte le persone che affrontano sulla propria pelle il razzismo di stato e l’oppressione carceraria, e che continuano a rivoltarsi da dentro, ma anche a chi resiste al di fuori delle mura di questa società carcere militarizzata in cui si consumano guerre, genocidi e devastazioni in nome del cosiddetto “ordine democratico dello Stato”.

Fa paura a chi detiene il monopolio della violenza pensare che si capisca che chi ha il potere non è intoccabile.

Lx prigionierx si sono fatti sentire con urla e fischi, e sebbene le loro parole non ci arrivassero chiare, ci è arrivata tutta la determinazione delle loro voci!

Ricordiamo il presidio al carcere di Ferrara sabato 18 luglio alle 18, al fianco di Dawoud e tuttx le prigionierx palestinesx

Con Pietro e Tony, con Alfredo. Con Bak e Luigi, con Dawoud

TUTTX LIBERX

PADOVA: CONTRO L’AFA CHE AVANZA. TRE GIORNI BENEFIT [10-12 LUGLIO]

Diffondiamo da Non Riciclabile:

Contro l’afa che avanza.
L’afa, quella sensazione di non riuscire a respirare. Svegliarsi al mattino già col fiato corto, con l’impressione di non farcela ad arrivare fino a sera. Spesso ci sentiamo così, in queste prime giornate d’estate. Ma non è solo il caldo, non è solo l’umidità opprimente dell’aria. È soprattutto l’esistenza in questa società, che continua a stringere le catene che ci legano i polsi e che cercano di tenerci lontanx da ogni alternativa che non faccia della miseria il suo tempo e del profitto il suo luogo, provando a cancellare la nostra capacità di immaginare una vita diversa. Questa è l’afa che avanza. Quell’afa che ingombra il pensiero e toglie il respiro, in quei giorni in cui non riesci più a vedere una possibilità al di fuori di quelle offerte, anche quando le catene che ti appesantiscono sono un po’ più lunghe e meno visibili, mascherate da gentili concessioni.

Nel tentativo di combattere tutto questo e rendere l’aria un po’ più respirabile anche nella nostra città, il 10, 11 e 12 luglio a Padova ci sarà “Contro l’afa che avanza”: un festival dove trovarsi e stare assieme tra discussioni, banchetti, pasti collettivi e musica. Un’occasione per condividere esperienze, visioni e strategie e per sostenere la cassa antirepressione locale e lx compagnx recentemente colpitx dall’operazione anti-anarchica del 16 giugno, dall’operazione ipogeo e per i fatti del carnevale no ponte.

Ci raggiungeranno amicx da varie parti d’italia e non solo, con cui condividiamo l’opposizione a questo mondo e la voglia di crearne di nuovi, attraverso modi imprevisti di relazionarsi e fare musica, liberx dalla razionalità di cui siamo pregnx.
La musica non sarà un sottofondo né un mezzo per richiamare gente, ma una voce che amplificherà la rabbia e il malessere che questo mondo ci mette addosso. I gruppi e lx artistx che suoneranno sono persone con cui condividiamo non solo legami di amicizia, ma soprattutto una visione del mondo e un modo di fare musica in contrasto con le logiche dell’intrattenimento e del profitto.

Contro l’afa che avanza.
Per creare nuove forme di complicità e solidarietà che rendano possibili intrecci di vite ed esperienze anche apparentemente distanti tra loro, ma annodate alla radice.

DALLA PARTE DI CHI SI RIBELLA
TUTTX LIBERX


Programma:

VENERDÌ E SABATO 10 e 11 Luglio presso Bike Stop Padova, Via isonzo 15 (PD)

DOMENICA 12 Luglio presso Fenice Green Park Energy, lungargine Gerolamo Rovetta 28 (PD)

NUOVA PUBBLICAZIONE: NEGATIVITÀ QUEER (EDIZIONI ANARCOQUEER)

Diffondiamo:

Annunciamo con piacere l’uscita di un nuovo libro delle edizioni Anarcoqueer, “Negatività queer”, di Alex B. [Collana Le Affinità Elettive].

Sulla scia delle riflessioni offerte da un testo quale “Come stormi del caos”, “Negatività queer” prova ad esplorare, seguendo territori inediti, come potrebbero intersecarsi le teorie queer antisociali con un anarchismo nichilista e conflittuale, per produrre delle prassi più incisive e autentiche di rottura dell’esistente. Mettendo in dialogoautorx come Jack Halberstam, Judith Butler, Max Stirner, Leo Bersani, Lee Edelman, Guy Hocquenghem e Albert Libertad con le esperienze di strada delle soggettività queer e trans più emarginate e in lotta per la sopravvivenza, questo testo mostra come la queerness possa tornare a essere una pericolosa arma contro il sistema di dominio.

Edizione speciale limitata a 250 copie numerate con copertina serigrafata a mano su cartoncino in inchiostro rosso (230 copie) o color oro (solo 20 copie, a sorteggio!). Interno in carta usomano avoriata.

68 pagine, 6 euro a singola copia,
4 euro da cinque copie in su
Costi di spedizione: 1,50 piego di libri ordinario (non tracciato)
o 5 euro piego di libri raccomandato (tracciato)

Per ordini e info: anarcoqueer@riseup.net

Ricordiamo che il blog (https://anarcoqueer.noblogs.org) viene
aggiornato periodicamente con nuove ‘zine liberamente scaricabili! Inoltre sono ancora disponibili le precedenti uscite delle edizioni
Anarcoqueer:

“STREGHE ISTERICHE UNTRICI. Il ruolo della medicina nella repressione delle donne”
di Barbara Ehrenreich e Deirdre English
La seconda ristampa è ora disponibile!
172 pagine, 10 euro a singola copia,
7 euro da cinque copie in su

“STREGONERIA E CONTROCULTURA GAY” di Arthur Evans
240 pagine, 12 euro a singola copia,
8 euro da cinque copie in su

“FHAR – Distruggere la sessualità / Culi indiavolati”
72 pagine, 6 euro a singola copia,
4 euro da cinque copie in su

“COME STORMI DEL CAOS. Un progetto queer nichilista e insurrezionale”
128 pagine, 8 euro a singola copia,
5 euro da cinque copie in su

“DECOLONIZZARE LA PALESTINA. La Palestina attraverso la storia e il rainbow washing di Israele”
164 pagine, 9 euro a singola copia,
6 euro da cinque copie in su

“GUERRIGLIA FROCIA. Testi di Ed Mead e Rita “Bo” Brown  sulla George Jackson Brigade e il collettivo gay anticarcerario  Men Against Sexism (1975-1978)”
112 pagine, 8 euro a singola copia,
5 euro da cinque copie in su

Per descrizioni dei singoli libri:
https://anarcoqueer.noblogs.org/edizioni-anarcoqueer/

Nuove uscite in previsione in autunno, stay tuned 🙂

È USCITO IL TERZO NUMERO DI LAHAR

Diffondiamo:

Questo numero di Lahar nasce a seguito di un incontro di discussione con quelle realtà e individualità, in particolare a sud, con cui si era già avuto un primo confronto sui temi della rivista e condiviso un interesse a continuarlo. È quindi al tempo stesso un punto di approdo e un punto di partenza. Uno dei propositi con cui era nata questa rivista era proprio quello di condividere ragionamenti e limiti, arricchirci reciprocamente anche a partire da esperienze diverse, per ritrovarci dove possibile individualità complici nell’affrontare questo maleodorante presente. Muoverci dalla nostra prospettiva – in particolare dal sud di questa penisola – per guardarne altre.

Confrontarsi sui punti di continuità e di rottura tra le lotte e le forme di oppressione esistenti nei territori del sud non voleva essere in alcun modo la proposta di una via maestra alla liberazione dai rapporti di potere, ma solo uno dei mille multiformi metodi per demistificare certe forme di propaganda; individuare alcuni nodi critici dell’oppressione; confrontarsi sulla realtà di ieri, oggi e domani, per capirci qualcosa in più e sapere cosa dire e a chi dirlo; cogliere i fiori della rivolta e piantare altri germogli; affinare strumenti di lotta.

Questo numero nasce infatti dal desiderio di ragionare insieme su esperienze di mobilitazione e repressione, così come su obiettivi e metodi (cioè le strade che li collegano e che intendiamo percorrere per perseguirli), in modo da provare a combattere una certa sensazione di spaesamento nel buio. Trovare delle complicità, dilatare l’immaginazione, condividere pezzi di percorsi di liberazione, creare delle occasioni organizzative: per tutte queste cose, a parer nostro, il confronto in carne e ossa resta insostituibile. Del resto, ciò che rimane nero su bianco nelle pagine di questa rivista non è che il frutto mai maturo di tutti i confronti costanti, collettivi, individuali, mancati, complessi, utopici che l’hanno accompagnata finora, e un seme per altri che verranno.

Queste pagine non avrebbero senso di esistere se non fossero state messe insieme per diventare un’occasione di conoscenza, discussione e intervento, sia tra individualità che vivono uno stesso territorio, che tra territori diversi (ma con delle caratteristiche simili), e ciò per due motivi. In primo luogo, affinché lo scambio di informazioni e di visioni del mondo non sia mera restituzione di notizie fine a sé stessa, ma per individuare dei campi d’azione. Era nostra intenzione darci uno strumento più in un momento storico in cui, se stiriamo l’idea che abbiamo della guerra e la estendiamo anche ai territori quasi pacificati che viviamo, una guerra quotidiana contro poveri e dissidenti la troviamo anche nel bombardamento di informazioni che distrugge ogni possibilità di distinguere ciò che conta: il nostro sguardo diventa cieco – senza prospettiva; la nostra coscienza muta – non sappiamo cosa dire e a chi dirlo, cosa fare e con chi farlo. In questo caos imposto dall’alto, la controinformazione può essere uno strumento di lotta, perché è un’informazione non solo diversa da quella dei poteri dominanti, ma che vuole contribuire a distruggerli. Riconosciamo infatti che nella costruzione di un sistema di dominio come quello in cui viviamo sapere è potere: non solo come sostantivo, ma anche come verbo.

Il secondo motivo, soprattutto per quanto riguarda l’efficacia dello scambio tra persone che vivono territori diversi, è che ciò permette di condividere esperienze e conoscenze che solo chi li attraversa possiede. Per questo, curvare le analisi degli scenari bellici e repressivi globali o italiani per guardare alla loro concretizzazione in specifici progetti di potere locali è così importante. Nessuno, nemmeno il potere, può conoscere i territori che viviamo meglio di noi. Per questa ragione abbiamo pensato che per ampliare il nostro sguardo d’insieme potesse essere utile ritrovarci per uno scambio su quanto sta succedendo in vari territori del sud, e provare a condividerlo nero su bianco in questo numero. Affinché nuove affinità e nuove forme di lotta possano germogliare.

Analizzare il ruolo chiave dei territori del sud Italia (e del mondo) nello stringere la morsa della guerra e nel preparare un futuro energivoro, tecnocratico, nuclearizzato e mlitarizzato è per noi una delle angolature da cui provare a seminare conflitto contro questa prospettiva agghiacciante. La devastazione di intere regioni per la costruzione di grandi opere utili solo al capitale militare-industriale; la colonizzazione delle isole e di alcuni punti strategici da parte delle basi militari; la costruzione di poli tecnologici e di ricerca a servizio della guerra; l’estrattivismo di acqua ed energia nelle province spopolate; lo sfruttamento del lavoro di chi resta; la costellazione di reclusori, carceri e cpr; l’incarcerazione di massa in galere e 41 bis; il reclutamento dei giovani al servizio delle forze di polizia e militari, insieme all’aumento dell’odio e della violenza tra sfruttati; la turistificazione al servizio di un piano di espulsione della gente povera: il quadro è più o meno chiaro, ora sta a noi andare fino in fondo e capire come intervenire.

Contro la repressione politica e poliziesca che vorrebbe prevenire il conflitto sociale e punire ogni scintilla di ribellione è quantomai importante contrastare la propaganda con gli strumenti di controinformazione di cui disponiamo, ma perché? Per nutrire un attacco al potere, ma in che forma? Un duello privato tra pochi vendicatori solitari e lo stato? Forse. Una mera indignazione umanitaria della società civile contro lo stato? Anche no. È possibile trovare complici in un sistema ormai intollerabile per la stragrande maggioranza delle persone? Chissà.

Una cosa è certa. Partire dal proprio radicamento nei luoghi che viviamo serve a rafforzarci e a rafforzare connessioni con altre esperienze molto vicine o anche molto lontane: contro ogni confine imposto e contro ogni gabbia teorica, geografica o politica. Coscienti che l’internazionalismo antiautoritario è una delle armi più forti che abbiamo contro gli stati e le loro guerre.

Per info e richiesta copie contattare: louisemichel@autistici.org

BOLOGNA: RESOCONTO DEL PRESIDIO AL CARCERE DELLA DOZZA DI SABATO 4 LUGLIO

Diffondiamo:

Sabato 4 luglio siamo tornatx sotto al carcere della Dozza per rompere l’isolamento a cui sono costrette le persone recluse e ascoltare un po’ di musica assieme, cosa sempre apprezzata. Si sa che l’estate è un periodo sempre difficile per chi è dietro le sbarre, in particolar modo in questi giorni di caldo estremo abbiamo ritenuto ancora più importante non lasciare solx chi è reclusx.
Al nostro arrivo lx prigionierx si sono fattx subito sentire, è stata urlata a gran voce la mancanza di acqua, da settimane intere sezioni sono infatti senza, una situazione oltre al limite, considerate le temperature. È stata fatta presente la presenza di persone anziane e malate che non si possono lavare, sole. Tante richieste di supporto ma anche tanto odio contro le guardie schierate sul muro di cinta, le cui intimidazioni e minacce non sono servite nè a spegnere la rabbia delle persone reclusx per le condizioni inumane a cui sono sottopostx, nè a impedire la comunicazione dentro-fuori.
Abbiamo portato tutta la nostra solidarietà a chi affronta sulla propria pelle il razzismo di stato e questa società autoritaria, classista e patriarcale. Una violenza che si manifesta nelle strade, alle frontiere, nelle armi prodotte qui, nella distruzione dei territori che abitiamo. In un momento in cui è evidente come gli eventi climatici estremi che stiamo subendo sono la diretta conseguenza di questo sistema che si nutre di sfruttamento e devastazione, abbiamo ricordato lx nostrx compagnx in carcere e ai domiciliari accusatx di voler sovvertire questo mondo, urlando forte e chiaro che, se anche cercano di spezzare la solidarietà e le lotte a colpi di DDL sicurezza e operazioni repressive, ciò che otterranno sarà soltanto che a sostenere le lotte e la solidarietà saremo sempre di più.

Tutta la nostra solidarietà alle persone recluse da settimane senza acqua e a chi subisce la violenza del carcere.

Con Mic, Ste, Nico, Arnau, Toni, Bibi, Pietro, Giulia, Luna. Con Alfredo. Con Bak e Luigi, e tuttx lx prigionierx

BOLOGNA: ESITO PRIMO GRADO DEL PROCESSO PER LA MOBILITAZIONE CONTRO IL 41BIS

Diffondiamo:

Il 1 luglio 2026 a Bologna si è tenuta l’udienza conclusiva, con relativa sentenza di primo grado, per il processo sulla mobilitazione contro il 41 bis e in solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo . L’esito è stato un’assoluzione per tutte le persone ancora coinvolte e per tutti i capi di imputazione.

Senza fare alcuna noiosa cronistoria, ricordiamo solo alcuni passaggi rilevanti. Il procedimento, condotto dai carabinieri del Ros di Bologna, viene noto nell’estate del 2023 come un’indagine per associazione con finalità di terrorismo (270bis) relativa a delle azioni compiute durante la mobilitazione (blocchi, sabotaggi e presidi). Nell’autunno 2023 l’inchiesta si allarga ad un gruppo più ampio di persone. Col pretesto del ritrovamento di un accendino recante tracce biologiche sul luogo di uno dei fatti oggetto di indagine, nell’inverno 2023, venne richiesto il prelievo coatto del DNA per tutte le persone coinvolte, a prescindere dai fatti contestati a ciascuna.

Durante l’iter processuale il 270bis è caduto e si è proceduto solo per alcuni fatti specifici: l’interruzione di una messa, l’occupazione di una gru con relativo presidio solidale, l’incendio di un ripetitore. Nel corso della seconda udienza Alfredo ha potuto prendere parola come testimone della difesa, facendo uscire la sua voce dalla tomba per vivi in cui è tutt’ora rinchiuso, dopo due anni di silenzio.

All’oggi, di questa pomposa operazione repressiva rimane ben poco, anche se, è noto, la repressione non è sempre quella che trova traccia nelle carte, ma colpisce spesso nel suo dispiegarsi più che nei suoi risultati formali.
Sebbene ci corra un pensiero in meno nella testa, ricordiamo i due procedimenti ancora in corso a Bologna per le calde manifestazioni solidali di quell’inverno, che vede ancora coinvolte diverse persone a cui ribadiamo vicinanza e solidarietà. Così come vicinanza e solidarietà va a chi, nell’ultima operazione antianarchica del 16 giugno, ha visto la sua vita incrociare le porte del carcere o della detenzione domiciliare, lo sgombero della propria casa o l’ennesima accusa di terrorismo.

Siamo con Giulia, Luna, Pietro, Tony, Bibi, Micol, Nico, Stefano e Arnau, con chi si rivolta, si organizza e colpisce.

Anarchiche e anarchici a Bologna

1000+3 COLPI PER BAK E LX DETENUTX DEL CARCERE DI BRINDISI

Diffondiamo:

Oggi (1 luglio) una scatenata dozzina di compagnx ha portato la sua solidarietà sotto le mura del carcere di Brindisi, con un saluto MOLTO RUMOROSO per Bak e lx altrx detenutx.

Il nostro amico e compagno, coinvolto nell’operazione Ipogeo, attende, dopo il rinvio del 16 giugno, la sua prossima udienza per il 14 luglio. Tra le accuse, devastazione e saccheggio.

Non smetteremo di supportarlo e non smetteremo di farci sentire.

BAK E LUIGI LIBERI! TUTTX LIBERX!
CHI DEVASTA È LO STATO!

Per scrivere a Bak:
Gabriele Maria Venturi
C/o Casa Circondariale
Via Appia 131, 72100 Brindisi

Per scrivere a Luigi:
Luigi Calogero Bertolani
C/o Casa Circondariale
Piazza Vincenzo Lanza 11,
95123 Catania