RAVENNA: LA GUERRA SI INTENSIFICA. 32 DENUNCE PER IL BLOCCO AL PORTO

Riceviamo e diffondiamo, scusandoci per il ritardo, il seguente comunicato di alcune realtà anarchiche e libertarie romagnole.

LA GUERRA INTERNA SI INTENSIFICA. 32 denunce per il blocco al porto di Ravenna.

In questi giorni la stampa ha dato notizia dell’arrivo di 32 denunce per un blocco stradale al porto di Ravenna quando, durante lo sciopero generale del 28 novembre indetto dai sindacati di base, un centinaio di persone ha bloccato per circa due ore l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso Israele, impedendo le operazioni di carico e scarico dei camion.

Come in altri porti italiani, nel porto di Ravenna, infatti, che é uno dei principali scali dell’Adriatico per traffico merci, i carichi di armi e di componenti “dual use” (civile e militare) verso le aziende israeliane dopo l’ottobre 2023 sono aumentati, arricchendo compagnie marittime senza scrupoli come MSC, Zim e Maersk.
La notizia delle 32 denunce é finita rapidamente sui media locali e nazionali che hanno ripreso parola per parola la nota della questura ravennate la quale, oltre alle denunce, ancora non arrivate, ha minacciato anche “provvedimenti di natura amministrativa”.

Il reato di blocco stradale, reintrodotto dal Governo Meloni con l’ultimo Decreto Sicurezza (convertito in legge il 9/6/2025), prevede, quando attuato collettivamente, pene da sei mesi a due anni. Con questo decreto – che il governo sta già pensando di affiancare ad un secondo – si sono introdotti nuovi reati, esteso misure come il DASPO urbano ed inasprite alcune aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche non allineate.

Le politiche iper-repressive che il gabinetto Meloni ha attuato con il Decreto Sicurezza, ultimo di una serie di misure istituite dai governi di ogni colore per colpire il dissenso, e seguito ad altre misure del governo in carica come il decreto Rave (convertito in legge il 20/12/2022), quello Caivano (convertito il 13/11/2023) e il cosiddetto ddl “eco-vandali” (convertito il 22/1/2024), sono solo il riflesso “interno” di un mondo in guerra, in cui il dominio politico ed economico si sta ristrutturando. Decreti, fogli di via, zone rosse, daspo urbani, sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative, divieti di manifestare, denunce, perquisizioni ed arresti più numerosi, condizioni cautelari e detentive più dure, lacrimogeni sparati in faccia, fanno tutti parte della stessa logica.

Sorprendersi per la repressione del dissenso significa non aver capito che appunto quello è, da sempre, il compito dello Stato e dei suoi organi di polizia, compito che diventa solamente più appariscente e riconoscibile in una cornice di guerra.
Da quando si é aperto il conflitto tra Nato e Russia sul suolo ucraino, ed in seguito con l’appoggio dato dai governi democratici al genocidio che Israele sta commettendo a Gaza, si é scelto di dirottare miliardi di euro della spesa pubblica verso il settore militare e l’invio di armi. Le misure repressive introdotte, comprimendo i diritti, servono per soffocare il malcontento creato dalle politiche di riarmo e, in prospettiva, stroncare la rabbia che una economia di guerra immancabilmente provoca quando, nel mentre produce profitti per l’industria bellica, taglia la spesa sociale. Sono cioè misure preventive.

I discorsi in Europarlamento che decretano la “fine della pace in Europa” e l’impossibilità a rinunciare ad un riarmo massivo in nome della stabilità democratica occidentale, dimostrano come la diplomazia e l’approccio giornalistico che la diffonde siano prepotenti armi per riscrivere a proprio piacimento la realtà che da tempo hanno deciso di delineare in preparazione ad un conflitto sempre più diffuso.
La narrazione che sta in bocca alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, disegnando la Russia come il nemico, chiede di “prepararsi a vedere i propri figli morire al fronte”(1).

Si reprime con maggior forza chi prova materialmente a mettere i bastoni tra le ruote cingolate del militarismo, come il movimento contro il genocidio palestinese, che prende di mira un alleato indispensabile per i governi occidentali dati gli interscambi di questi con Israele, paese dotato di tecnologie avanzatissime, specie in materia di difesa, sicurezza e sorveglianza. Ma se oggi le persone maggiormente colpite sono quelle solidali con la Palestina, i movimenti ecologisti e quelli più radicali, o ancora chi milita nel sindacalismo conflittuale, molto presto vedremo altre categorie unirsi all’elenco dei nemici interni. I partiti di governo stanno già alzando l’indice contro chi osa scioperare, come i metalmeccanici dell’ex Ilva che temono di perdere il posto di lavoro.

Vediamo così quel che accade sempre quando si passa dalla protesta simbolica all’opposizione reale; quando si toccano gli interessi veri, quelli economici: lo Stato perde la maschera di democrazia formale per mostrare il suo vero volto ed anche i limiti del consentito – cioè quello che non dà fastidio – si fanno più stretti. La guerra è davvero “principalmente un fatto di politica interna, ed il più atroce di tutti” come osservava Simone Weil.

La foga repressiva é comune a tutte le nazioni che si stanno attrezzando per la guerra, non é prerogativa di un singolo governo di destra come quello italiano. Non si tratta più solo di governi particolarmente autoritari come la Russia, la Cina o l’Iran, o come l’Egitto, la Turchia e l’Arabia Saudita (questi ultimi alleati dell’occidente). In Francia, Grecia, Inghilterra, Germania ed altri paesi é sempre più difficile manifestare, basta una bandiera palestinese per vietare un corteo, essere portati in caserma o aggredite da un poliziotto. Negli Stati Uniti il movimento antifascista viene ufficialmente iscritto nel registro delle organizzazioni terroristiche, così come in Inghilterra Palestine Action. In Ucraina, dove vige la legge marziale, gli scioperi sono ostacolati e le persone sono reclutare con la forza per la strada per andare a combattere e spesso disertano ed emigrano per fuggire da questa eventualità. In sempre più paesi si sta ripristinando la leva militare e presto si potrebbe aggiungere anche l’Italia, come anticipato dal ministro della difesa Guido Crosetto.

Di fronte al militarismo che avanza nella società e nell’economia, e ad un genocidio commesso in presa diretta e trasmesso sugli schermi di tutto il mondo, appellarsi agli organismi internazionali – ad esempio le Corti di giustizia – significa non aver capito che questi, se mai hanno contato qualcosa, non contano più nulla. É la forza militare ed economica dei singoli Stati e dei blocchi imperialisti, nonché delle aziende maggiori (in Italia, tra le prime, Eni e Leonardo), che regola i rapporti di potere tra interessi contrapposti e/o convergenti. Questo é tanto più vero oggi, quando questi rapporti tra potenze sono in via di ridefinizione. Quando le nazioni decidono di affidare la risoluzione delle loro controversie alle armi, la finzione diplomatica cessa il suo compito. In mezzo a queste dispute per il potere il fattore della resistenza ha ancora il suo peso, ecco perché la popolazione palestinese, che resiste da così tanti anni, dà così tanto fastidio (persino ai governi dei paesi arabi).
La prospettiva di un domani migliore non giunge come regalo delle istituzioni ma germoglia con l’azione diretta degli individui, dalla resistenza delle comunità.

I container pieni di merci dirette nei porti israeliani alimentano l’industria e l’esercito sionisti, ma anche le colonie nei territori rubati in Cisgiordania. Questo sostegno all’occupazione militare e al massacro della popolazione palestinese avviene con la responsabilità diretta delle aziende che vendono le tecnologie per lo sterminio, dei governi occidentali come quello italiano ed anche quella più dissimulata ma comunque effettiva delle amministrazioni locali che gestiscono i territori.
Le stesse responsabilità che osserviamo nel caso del porto di Ravenna le ritroviamo in pieno quando si tratta di concedere i terreni e le autorizzazioni necessarie per l’insediamento di produzioni belliche, come è il caso della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Forlì, sponsor del progetto di Thales Alenia Space e Leonardo al Tecnopolo forlivese per la produzione di antenne satellitari “dual use” (progetto ERiS).
Al contrario chi cerca d’impedire l’arrivo di armi e rifornimenti a chi continua ad opprimere e massacrare; chi lotta contro l’industria militare e la riconversione bellica; chi diserta le guerre dei potenti, ha dalla sua parte una cosa che governanti e repressori non impareranno mai. Si chiama dignità.

Solidarietà alle persone denunciate per il blocco stradale a Ravenna.

La guerra parte anche dalle nostre città. Bloccare i traffici di armi e la logistica militare é giusto, oltre che necessario!

– Spazio Libertario “Sole e Baleno” Cesena
– Collettivo Samara
– Equal Rights Forlì
– Brigata Prociona Imola
– Assemblea Anarchica Imolese
– Spazio Autogestito Capolinea Faenza

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NOTA

(1) Si tratta di una dichiarazione fatta a novembre dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito francese, il Generale Fabien Mandon, esortando la Francia a prepararsi ad “accettare di perdere i propri figli” in un conflitto ritenuto non lontano. 

LA GUERRA INTERNA SI INTENSIFICA. 32 denunce per il blocco al porto di Ravenna.

NAPOLI: RITARDATA L’APERTURA DEI CANCELLI ALLA LEONARDO DI FUSARO

Diffondiamo:

Oggi 19 dicembre, mentre si svolgeva all’Aquila l’ultima udienza del processo che vede Anan, Ali e Mansour accusati di terrorismo internazionale, è stata ritardata l’apertura dello stabilimento della Leonardo Spa di Fusaro (Napoli), nell’orario di ingresso ai lavoratori dalla presenza di un gruppo di compagnx che si è ritrovato davanti ai cancelli. Nonostante il numero contenuto di partecipanti, i cancelli sono rimasti chiusi ai lavoratori per la durata del breve presidio. Da lì è partito un corteo spontaneo che ha rallentato il traffico fino alla cumana di Fusaro, per ribadire che la guerra comincia da qui, dalle fabbriche di armi e dalla repressione di chi resiste.

Che il moltiplicarsi di pratiche di lotta e ribellione possa portare alla distruzione di una società guerrafondaia!
Anche in poche si può…
Se saremo di più, tanto meglio

BOLOGNA: AGGIORNAMENTI SULLE ULTIME OPERAZIONI REPRESSIVE  AL SUD E CENA BENEFIT INGUAIATX NO PONTE E OPERAZIONE IPOGEO

Diffondiamo:

Mercoledì 26/11 ore 19:00 al Tribolo, via Donato Creti 69/2, Bologna.

– Il 9 settembre 2025 un’operazione della questura ha coinvolto diverse cittá con perquisizioni e arresti per colpire la lotta contro il ponte sullo stretto di Messina e tre compagnx, Andre, Bak e Gui, sono stati portati in carcere in via cautelare. Bak è statx arrestatx a Napoli e rinchiusx nel carcere di Poggioreale, Andre è statx trasferitx dal carcere di Bari a quello di Potenza come probabile ritorsione, mentre Gui è stato rinchiuso nel carcere di Varese. Tra le accuse, resistenza e lesioni gravissime. I fatti imputati si riferiscono al primo marzo 2025, giorno in cui un vivace corteo attraversò le strade di Messina per dire no al ponte sullo stretto. Dopo due settimane di detenzione preventiva in carcere ai tre compagnx sono stati riconosciuti i domiciliari con l’infame divieto di comunicazione con l’esterno e il braccialetto elettronico, in attesa del processo, previsto per il 17 dicembre.

– All’alba del 20 novembre con un’altra infame operazione, chiamata Ipogeo, la digos ha fatto irruzione nelle case di diversx compagnx a Catania, Palermo, Messina e Bari, compiendo perquisizioni a tappeto. Tredici compagnx sono stati denunciatx a piede libero, due compagnx, Luigi e Bak,  sono stati arrestati preventivamente e tradotti in carcere, rispettivamente a Brindisi e Catania. Unx compagnx è invece braccato da un  mandato di cattura europeo. Bak stava gia scontando una misura alternativa preventiva in relazione al corteo no ponte. Tutte le denunce si riferiscono al Corteo del 17 maggio a Catania contro il DDL sicurezza.

Su un’isola sempre più deserta che apre le sue porte solo a turisti e militari, con la base “americana” di Sigonella che non perde occasione di esportare democrazia a suon di droni, l’aeroporto di Trapani che si appresta ad accogliere a braccia aperte gli addestramenti dei piloti di caccia F-35, le due sedi di Leonardo S.p.a. a Palermo e Catania, il tutto condito e servito dal fantasma della grande opera strategica e militare del ponte, in un contesto di guerra aperta lo Stato colpisce con nuove operazioni repressive chiunque si oppone ai suoi piani di sfruttamento e dominio nella speranza di eliminare cosi ogni briciola di conflitto sociale al suo interno. Ci vediamo perciò mercoledi 26/11 al Tribolo per sostenere i/le compagnx colpitx, per condividere proposte e riflessioni e rilanciare le lotte.

Dalle 19:00 aggiornamenti sulle ultime operazioni repressive al Sud Italia, dalla lotta contro il Ponte, alla lotta contro il ddl sicurezza, l’economia di guerra e contro tutte le galere.

A seguire cena vegana benefit inguaiatx, birrette e tisanine.

Complici e solidali con lx arrestatx No ponte e operazione Ipogeo.

GUI, ANDRE, BAK E LUIGI LIBERX! TUTTX LIBERX, MORTE ALL’OPPRESSORE

Per scrivere ax compagnx reclusx:

Luigi Calogero Bertolani
C/o casa circondariale
Piazza Lanza 11
95123 Catania

Gabriele Maria Venturi
C/o Casa Circondariale
Via Appia 131
72100 Brindisi

FIORI, POMPELMI E GRANATE. Note sulla logistica di guerra a partire dal Mercato AgroAlimentare di Padova


Diffondiamo questa zine sul Mercato AgroAlimentare di Padova, uno studio della logistica del cibo legata a Israele e alcune necessarie riflessioni.

Troppo spesso sembra che la macchina bellica risieda in zone ben precise delle nostre città, spesso ben delimitate e controllate. Ma sappiamo bene che non è così. La macchina bellica è la nostra stessa città, i rapporti che essa ci costringe ad intrattenere, la repressione che disegna indisturbata il tracciato che le nostre vite devono seguire.
La guerra è un assetto che informa tutti i rapporti sociali, economici e relazionali, che ci colonizza ogni giorno: è nelle nostre vite che si gioca la guerra sociale, perché è nelle vite di tutti i giorni che viene intessuta la trama della guerra, delle alienazioni, delle dipendenze, delle piccole e grandi sconfitte.
Ci siamo direttx, con questa consapevolezza, al cuore di ciò che è sottratto alla vista, di quei luoghi (fisici, sociali o personali) che sono stati spersonalizzati, resi astratti, smaterializzati e dislocati in mille punti. Con la volontà di ridare consistenza alle cose a cui hanno tolto ogni concretezza abbiamo ritrovato quei potenziali punti d’attrito che erano stati strategicamente spezzettati a tal punto che le loro mille parti, prese per singole, non sembravano nemmeno tanto male. Seguendo queste intuizioni, calandole nella nostra geografia urbana, siamo arrivatx al cibo. Al Mercato AgroAlimentare di Padova.
E’ più facile che le persone si mobilitino contro Israele parlando di armi. Le armi rendono tutto più comprensibile, anche solo perché sollecitano empatia, ispirazioni umanitario, o qualche straccio di principio. Le armi sono brutte, uccidono i civili, mutilano i bambini, distruggono gli ospedali. Ma questo nesso non basta.
Appena perdiamo il contatto con i container pieni di componentistica o ci allontaniamo da una fabbrica della Leonardo, ecco che quelle persone che si erano mobilitate tornano alle loro vite, con quel velo di soddisfazione di aver fatto la loro parte in una sceneggiatura in cui facevano parte dellx buonx della storia.
Dobbiamo svincolarci dal solo distacco e dalla semplice disapprovazione emotiva degli orrori della guerra, per afferrare che quella guerra passa nella nostra quotidianità, nel cibo che mangiamo, nelle risorse che consumiamo, nei luoghi che attraversiamo. La guerra è qui, e se le persone afferrassero quanto sia ingombrante nei nostri giorni e nelle nostre città non sarebbero così tranquille e placide al ritorno da un corteo.
Un drone, una mina, è il frutto ultimo del complesso bellico, che si sostanzia del nutrimento delle radici di un sistema che è il nostro sistema, che è la nostra società. La costruzione di una granata non parte dalla fabbrica di granate, né dall’ufficio di un progettista o dal ministero che trova i fondi per le spese, ma inizia quando compriamo un fottuto pompelmo, quando accettiamo gli sbirri nei nostri quartieri, quando tolleriamo una molestia.
Il cibo sporco di sangue palestinese, coltivato su terreni espropriati dagli israeliani, è un veicolo immediato e spendibile per agganciare una consapevolizzazione diffusa più profonda e diretta sulla macchina bellica, che lega la guerra non a un post instagram, ma a un cibo che si ha in casa, che si mangia quotidianamente. La guerra è arrivata fin dentro i nostri frigoriferi, e nessunx se ne è accortx.

PDF:  FIORI, POMPELMI E GRANATE. Note sulla logistica di guerra a partire dal Mercato AgroAlimentare di Padova

MONTASICO: ECHI DAL SUDAN IN LOTTA

Diffondiamo:

Dal 2023 in Sudan è in corso una guerra civile tra l’esercito e le milizie RSF. Nelle0 ultime settimane la città di El-Fasher, nel Darfur, è stata conquistata dalle milizie RSF con massacri e pulizia etnica. Una guerra che ha fatto decine di migliaia di morti e milioni di sfollatx, e che ha soffocato nel sangue i movimenti che dal 2019 occupavano le piazze del paese contro il regime militare islamista, distribuendo pasti, medicinali e provando a immaginare un superamento del settarismo religioso, etnico e tribale. Ne parliamo il 30 novembre dalle 18, in collegamento con compagnx dal Sudan e dalla Francia. A seguire cena benefit per le compagnx in Sudan. Alla Bisaboga, Montasico, Marzabotto.


AGGIORNAMENTI SUL SUDAN: CHE LA RIVOLUZIONE SIA UN PUGNALE AVVELENATO NEL CUORE DEI TIRANNI

TRENTO: PRESENTAZIONE DI “RITORNO A GAZA” – SCRITTI DI DONNE ITALO-PALESTINESI SUL GENOCIDIO

Diffondiamo

SABATO 22 NOVEMBRE – Spazio Piera (Via Lavisotto 9, Trento)

Ore 15
Presentazione del libro Ritorno a Gaza (scritti di donne italo palestinesi) con una delle autrici, Sara Rawash

A seguire, dj set con Fragmental, castagne e brûlé benefit per Anan Yaeesh, prigioniero politico palestinese

Per tutto il tempo ci sarà anche un angolo swap e uno con banchette di autoproduzioni (tuttx benvenutx a partecipare con le proprie!)

Femminismo e anticolonialismo non sono due percorsi distinti. Sono la stessa lotta. PALESTINA LIBERA!

AGGIORNAMENTI SUL SUDAN: CHE LA RIVOLUZIONE SIA UN PUGNALE AVVELENATO NEL CUORE DEI TIRANNI

Riceviamo e diffondiamo questo aggiornamento sulla guerra in Sudan e sulla complicità del governo italiano. In fondo all’articolo trovate i link a varie risorse per saperne di più, tra cui l’intervista a un compagno anarchico sudanese.

A fine ottobre le forze di supporto rapido (RSF), una delle due fazioni della guerra civile che infiamma il Sudan dal 2023, hanno conquistato la città di El-Fasher dopo un assedio durato oltre 500 giorni. Questo fatto è salito agli onori delle cronache anche in Italia, a causa della brutalità con cui è stato compiuto: le immagini satellitari mostrano campi divenuti rossi per il sangue che vi è stato versato, e le stime sono di decine di migliaia di sfollat*, e migliaia di morti.

L’esercito sudanese, che governa ciò che resta del Sudan in seguito ad un colpo di stato nell’aprile 2023, e che è guidato dal generale Al-Berhan (sostenuto dall’ucraina, l’egitto, l’iran, l’arabia saudita e la turchia), si batte contro le forze di supporto rapido (con, tra le altre, le milizie Janjaweed, sostenute dalla russia e gli emirati arabi uniti) del generale Hamdan. Le due fazioni commettono massacri indiscriminati, stupri, pulizia etnica e seminano terrore, contendendosi il territorio e il controllo delle risorse, tra cui oro e petrolio, le sorgenti del Nilo, oltre che la posizione strategica sul mar Rosso.

Il colpo di stato, l’ennesimo di una lunga serie nella storia degli ultimi 60 anni del Sudan, ha avuto come primo effetto quello di soffocare il vento rivoluzionario che soffiava sul Sudan: nel dicembre 2018 la popolazione si rivolta al grido di “pace, libertà, giustizia”, la piazza Al-Qayda a Khartoum viene occupata. Nel giugno del 2019 l’esercito attacca la piazza facendo centinaia di morti (700 secondo alcune stime), i cui corpi vengono buttati nel Nilo. Alla base del sollevamento, troviamo i Comitati di Resistenza. Questi raggruppamenti per quartieri, riorganizzano spontaneamente la vita in modo antiautoritario. Non c’è dunque nessun leader autoproclamato, nessun interlocutore per lo stato… fatto che ha permesso alla rivoluzione di durare, secondo le anarchiche in loco. E ciò mostra come l’anarchismo non sia soltanto un’idea occidentale, e che spesso venga messo in atto spontaneamente quando c’è un’insurrezione.

Secondo un compagno, la critica dell’islam si è diffusa enormemente tra la gioventù durante la rivoluzione, molto al di là delle cerchie anarchiche. Le anarchiche sono state parte integrante dell’insurrezione, dei comitati di resistenza, hanno organizzato discussioni, hanno distribuito pasti gratuiti, prodotti di prima necessità e farmaci in diverse città. Diverse anarchiche che svolgono lavori sanitari hanno fornito supporto medico essenziale. La maggior parte delle anarchiche organizzate sono donne e giovani, in un paese dove prima della guerra civile c’erano 18 milioni di student*.
Con l’inizio della guerra civile nell’aprile 2023 molte compagne hanno perso i contatti tra loro, tentando di sopravvivere ed essendo degli obiettivi privilegiati, essendosi esposte in precedenza nel movimento di rivolta.

Durante la rivoluzione sono morti i compagni Abu Al-Rish, Qusay Mudawi e Omar Habbash.

La compagna Sarah è stata stuprata e uccisa dalle milizie Janjaweed a Madani nel dicembre 2023.

Dall’aprile 2023, 12 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case.
Tra 25 ooo e 150 ooo  persone sono state uccise.
Si stima che il 95% delle persone non riesca a consumare neanche un pasto al giorno, mentre 40 milioni di persone non mangiano tutti i giorni.
Il 75% delle strutture sanitarie non sono in funzione, e un’epidemia di colera si sta diffondendo nel paese.

Il 2 novembre, un compagno sudanese scriveva:

“Oggi piangiamo il martirio dei nostri compagni d’El-Fasher,
caduti difendendo la loro città, le loro famiglie e la loro stessa vita.
Si tratta di: Faisal Adam Ali,   Radwan Abdel Jabbar (« Kahraba »), Adam Kibir Musa, Abdel Ghaffar Al-Tahir (« Al-Sini »).

Piangiamo ugualmente numerosi giovani volontari uccisi dalla milizia terrorista delle Forze di supporto rapido, quando il loro solo “crimine” era di portare cibo agli abitanti della città.

Noi, membri del Gruppo Anarchico, facciamo appello a tutti i compagni:
è arrivato il momento di avvicinarci e unirci contro questa guerra autoritaria e distruttrice. Dobbiamo allertare il mondo intero sullo sterminio di massa perpetrato dalle milizie delle Forze di supporto rapido, sostenute dagli Emirati Arabi uniti. Queste milizie attuano una pulizia etnica e un genocidio fondato sulla “razza”, al servizio d’interessi imperialisti perversi che cercano di controllare le risorse e l’oro al prezzo del sangue. Il mondo non può restare con le braccia incrociate. I rivoluzionari del mondo intero devono conoscere i nostri sacrifici e la nostra lotta contro il terrore capitalista selvaggio, contro il potere e contro la pulizia etnica sistematica.

All’interno del Gruppo anarchico del Sudan, abbiamo perso dei compagni;
alcuni dei nostri membri sono stati feriti, altri sono morti; altri ancora sono confrontati al pericolo imminente della guerra.
Le nostre famiglie soffrono la fame, la mancanza di medicine e di nutrimento.
Abbiamo creduto nell’Anarchia in un paese dove l’autorità è onnipresente, e abbiamo combattuto per difenderci, difendere i nostri ideali e preservare la nostra unità. Oggi, abbiamo bisogno di voi: tendeteci la mano e sosteneteci affinchè possiamo resistere alle autorità e ai Janjawid.

Che la rivoluzione continui! Che sia una lama avvelenata piantata nel cuore dei tiranni”

                                                                                       – Ali Abdel Moneim

In totale, più di 3800 euro sono stati mandati alle compagne dalle anarchiche di francia, ma anche da anarchiche curde, di cina e altre parti d’Asia, e dall’inghilterra. Un anarchico ha in seguito scritto: “Abbiamo potuto mettere al riparo sei compagne. Si trovano ora al sicuro, in etiopia, in ruanda e in kenya. Siamo in un po’ ad essere ancora in sudan. Ci stiamo coordinando per continuare le nostre attività di liberazione dall’estero (perché qui la situazione è troppo pericolosa). Ci avete sostenuto fortemente, avete salvato la vita delle nostre compagne che erano in delle regioni molto pericolose. Speriamo che il vostro supporto non si fermerà. Ogni giorno soffriamo, ma il mio attaccamento alle idee e per l’anarchismo non cessa di crescere. Viva la solidarietà!”

Infine, due parole sulla complicità dell’italia.
Nel 2014 l’unione europea, su impulso del governo italiano, ha stretto un  patto, il processo di Karthoum, in cui si impegnava a “finanziare lo sviluppo” in sudan, in cambio di una stretta sul controllo dei migranti. Nel 2016, ai tempi del governo Renzi, è stato firmato un memorandum d’intesa tra il dipartimento di pubblica sicurezza del viminale e la polizia del presidente Omar Al-Bashir, poi deposto. L’accordo prevedeva, ancora una volta, soldi in cambio del controllo delle rotte migratorie, oltre che l’addestramento delle milizie locali. Tra queste milizie c’erano le forze di supporto rapido e i janjaweed. Inoltre, è stato provato che le armi che Leonardo vende agli emirati arabi vengono inviate in sudan.

ROMPIAMO IL SILENZIO SUL GENOCIDIO IN SUDAN!

BASTA COMPLICITà CON LE GUERRE COLONIALI!

BASTA PADRONI CHE SI INGRASSANO VENDENDO ARMI!

SOLIDARIETà INTERNAZIONALISTA!

 


Per saperne di più:

1. Traduzione del primo numero del foglio “le feu meurt”, bollettino anarchico francese

2. Intervista a un compagno anarchico del Sudan

3. La tribù e lo Stato: un tentativo di analizzare il conflitto autoritario in Sudan

4. Perché diventare anarchico in Sudan?

5. Dichiarazione del Gruppo Anarchico in Sudan : genocidio in Sudan

BLOCCARE TUTTO, PURE LA RABBIA (PENSIERI SULLE MOBILITAZIONI DELLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA)

Riceviamo e diffondiamo

Testo in PDF

A distanza di 77 anni dall’inizio dell’occupazione sionista in Palestina e del genocidio del popolo palestinese il periodo storico corrente è caratterizzato da una consapevolezza dell’oppressione dello stato fascista di israele globale e senza precedenti. Mobilitazioni di ogni genere hanno interessato il globo palesando l’ inequivocabile condizione di apartheid vissuta dal popolo autoctono palestinese. L’utilizzo dei social da parte delle stesse persone di Gaza e Cisgiordania protagoniste del massacro, ha permesso una massiccia raccolta di materiale multimediale, foto, video e racconti che rendono imbarazzanti e ridicoli i tentativi dei complici di israele di insabbiare la realtà.

Eppure, in questo clima di apparente presa di coscienza popolare, le varie narrative portate avanti da chi ha cominciato a schierarsi hanno un ampio spettro di interpretazioni che vanno dal condannare Hamas in quanto carnefice del popolo palestinese all’allontanare la radicalità nelle piazze avvolgendosi nella bandiera della “pace” come vessillo per una giusta soluzione, suggerendo di fatto che quello che sta accadendo è un conflitto e non uno sterminio.
Il 7 ottobre 2023, l’ ennesimo disperato tentativo del popolo palestinese di autodeterminarsi attraverso la lotta armata, per moltx è stato l’ inizio dell’ incubo che sta vivendo Gaza, costruendo in questo modo l’ immagine che il problema sia la sproporzionata risposta del governo sionista e non l’esistenza stessa di uno stato occupante e fascista.

Intanto la storia degli incalcolabili massacri compiuti da israele dal ’48 ad oggi rimane ignota e silente, vive soltanto nelle memorie dellx palestinesi che diventano protagonistx delle testate giornalistiche del democratico occidente soltanto quando la disperazione evolve in rabbia e la consapevolezza di essere abbandonatx anche dai vicini governi arabi si trasforma in riscatto attraverso la lotta.
Questa retorica che vede Israele come stato aggressore rischia spesso di giustificarne l’ esistenza ma di condannarne i modi coi quali reprime lx palestinesx, che diventeranno quindi vittime ma soltanto finché non imbracciano le armi per riscattarsi.
Chissà se quest’immagine nel pensiero di questa gente funziona bene anche quando viene paragonata al movimento partigiano che ha agito contro il nazifascismo adottando la lotta armata come unico strumento per delegittimarne l’ esistenza.

La recente spedizione della Global Flottilla non è stata la prima a cercare di sbarcare in Palestina forzando il blocco navale sionista, già nel 2008 riuscirono a toccare le spiagge di Gaza le imbarcazioni della Freedom Flottilla con a bordo diversx attivistx tra cui Arrigoni, spedizione che non ha avuto la stessa attenzione mediatica nonostante il periodo storico fosse altrettanto teso essendo il loro arrivo alla vigilia dell’operazione “piombo fuso” che ha messo a ferro e fuoco Gaza per diversi mesi contando diverse centinaia di palestinesi uccisx.
Questo suggerisce svariate chiavi di lettura, una più raccapricciante dell’altra, che orbitano attorno alla riflessione su quanto la sensibilità attiva dell’opinione pubblica (anche quella militant/ politicamente attiva) sia direttamente proporzionale a quanto è di tendenza la questione stessa in quel preciso momento storico. A quanto sia facile schierarsi di fronte a un genocidio senza poi però avere troppa necessità di un contesto politico o di una panoramica storica sui fatti, rendendo macchinosa la possibilità di avere un pensiero critico sensato.
Addirittura alla quantità di vite umane necessarie a svegliare le coscienze, come se superata una certa cifra di vittime si accenda la spia dell’indignazione, disumanizzando le persone che vivono da decenni quei massacri di una o di mille persone, come se si trattasse di numeri, come se il loro dolore sia quantificabile da chi dall’altra parte osserva.

Le mobilitazioni che sono seguite in supporto all’iniziativa della Global Flottilla trascinano con se l’ inquietante dato che schierarsi con una tale forza di partecipazione è possibile ma quando bisogna solidarizzare con attivistx che hanno il privilegio di un passaporto made in west che ha dunque il potere di riportare tuttx a casa nel giro di qualche telefonata tra ambasciate, con qualche brutta storia da raccontare e qualche livido da mostrare.
Salvo poi addormentare quella rabbia una volta che tutte le persone coinvolte nell’iniziativa sono riuscite serenamente a rimpatriare con l’aiuto dei loro rispettivi governi complici di israele, credendo all’ennesima favola
del cessate il fuoco mai iniziato dal’48 e lasciandosi piacevolmente anestetizzare dai racconti dei carnefici, con la sola possibilità di nascondersi dietro agli slogan del”blocchiamo tutto” e a qualche post sui social in solidarietà a chi è statx colpitx dalla repressione.

Piazze confuse, impiallacciate da emozioni e intenti differenti.
La rabbia, quell’emozione genuina sprigionata dalle disarmanti e quotidiane immagini che generano abitudine e vengono perciò normalizziate e categorizziate in distinti livelli di gravità a seconda di quanto crude possano essere.
La rabbia che dà i contorni a un dolore figlio della consapevolezza che questo genocidio è solo una delle espressioni del sistema del capitale, una che in qualche modo le racchiude tutte.
La rabbia, quel sentimento che sempre di più viene demonizzato in quanto sintomo di instabilità emotiva piuttosto che di sana canalizzazione della frustrante indifferenza che dilaga.

Quella stessa rabbia viene spesso bloccata dal perbenismo pacifista di piazza, soffocata dal terrore di essere consideratx violentx da sbirri e borghesi, domata da collettivi politici che organizzando le piazze vogliono avere il controllo su quello che accade, da individualità che isolano chi si copre il volto e lx addita come infiltratx, aggressivx, in piazza solo per spaccare ogni cosa (che anche se così fosse tanta roba..).
La definizione stessa di “infiltratx” suggerisce estraneità a chi non si conforma alle direttive delle realtà che chiamano le piazze, presupponendo che la mobilitazione debba necessariamente rientrare nei limiti dettati, diversamente si diventa automaticamente nemicx internx, avere il volto coperto anche solo per tutelarsi dalle infinite fotocamere di digos/giornalistx/militonti poser che vogliono il ricordino per le stories instagram è rischioso in cortei dove c’è una consapevolezza sempre più bassa.

E mentre le bombe su Gaza continuano a cadere il distacco delle masse che hanno riempito le piazze qualche settimana fa sale, inebriate dalla convinzione che la speranza di un cessate il fuoco sia reale, stupendosi ancora una volta che le promesse non sono state mantenute, nelle piazze ormai silenziose le attivistx della Global Flottilla al sicuro nei loro rispettivi stati partecipano a iniziative per raccontare l’ esperienza della detenzione in israele.
E Gaza continua a bruciare, il capitalismo continua a corrodere ogni piano dell’esistenza con l’ ambizione di collezionare premi Nobel, il dissenso è taciuto da una morsa repressiva sempre più stretta e l’ ombra dell’oppressione si allarga sempre più.

I cortei non sono sfilate che servono a raccontare quanta rabbia c’è
La rabbia non ha bisogno di essere rappresentata, va coltivata ogni giorno e scatenata nella lotta
La pace non esiste se non scardina i meccanismi del sistema
La pace è dellx oppressx, la guerra agli oppressori

FORLÌ: DUE INIZIATIVE CONTRO LA GUERRA E CONTRO LA CITTADELLA DELL’AEROSPAZIO DI THALES/LEONARDO

Diffondiamo:

FORLÌ, LA CITTADELLA DELL’AEREOSPAZIO È UNA CITTÀ DELLA GUERRA!
Sul progetto di Leonardo e Thales nel quartiere Ronco.

Come spesso accade nel nostro mondo digitalizzato, gli eventi della vita ci appaiono come immagini, astrazioni da schermo, completamente scollegate dalle cause o dai responsabili materiali. Così la guerra, che pure tragicamente è un tema ricorrente nella società in cui viviamo, viene presentata quasi fosse un evento atmosferico avverso, qualcosa che non si può prevedere né tantomeno fermare.
Invece, esattamente come per il genocidio in Palestina o la guerra tra NATO e Federazione Russa sul suolo ucraino, qualsiasi tipo di conflitto armato necessita di soldati che, obbedendo, le combattano; di ufficiali e strateghi che le dirigano; di politici che le approvino; di banche e ricchi imprenditori che le finanzino; di tecnici e centri di ricerca che sviluppino le armi; di aziende e fabbriche che le costruiscano.

E così, nella placida e tutto sommato privilegiata Forlì, il Comune e la Fondazione Cassa dei Risparmi (onnipresente dove c’è da far soldi!), unite nella “Fondazione Mercury”, assieme al consorzio ERiS (Emilia Romagna in Space), promosso da Thales Alenia Space con sette imprese emiliano romagnole, vogliono impiantare una cittadella della guerra, per farci capire da vicino cosa significhi essere parte integrante della logistica della morte.
2000mq di terreno (che in futuro potrebbero diventare molti di più) di proprietà del Comune di Forlì, nel quartiere Ronco (non bastava la caserma De Gennaro!?), per l’esattezza in via Montastro, a due passi dal Polo Tecnologico Aeronautico-Spaziale dell’Università, in cui dovrebbe sorgere un “polo” di produzione altamente tecnologico nell’ambito delle antenne satellitari “dual-use”, ossia doppio utilizzo in ambito sia civile che militare. La cessione del terreno al consorzio ERiS è già stata approvata a metà ottobre all’unanimità: la riprova che su militarizzazione e soldi, centro destra e centro-sinistra vanno d’accordissimo.

Cosa c’entra questo con la guerra!? Purtroppo il curriculum delle aziende che partecipano al consorzio ERiS parla da solo: la multinazionale capofila Thales Alenia Space, partecipata da Thales (67%) e Leonardo (33%), rappresenta un tassello chiave del complesso militare-industriale che alimenta i conflitti in tutto il mondo, realizzando componenti strategici per i sistemi di comunicazione, sorveglianza e difesa. I satelliti prodotti da Thales Alenia Space forniscono gli “occhi” a droni e tecnologie militari per colpire i loro obiettivi.
Leonardo (azienda compartecipata dallo Stato italiano) e la francese Thales, collaboratrice di primo piano della israeliana Elbit System, a cui ha fornito i componenti per i droni dell’IDF, sono tra le principali fornitrice di tecnologie militari allo Stato d’Israele per massacrare la popolazione palestinese. Senza contare che Leonardo è la terza azienda di armi in Europa per fatturato.
Nel consorzio ERIS partecipa, tra le altre, anche la ditta Curti di Castelbolognese, già al centro di proteste per il suo ruolo di fornitrice di componenti militari per elicotteri alla Leonardo.

Il “doppio” utlizzo, civile e militare, che viene sbandierato per far sembrare che ci sia una sorta di “valore sociale” della tecnologia prodotta è puro fumo negli occhi: il fatto che queste antenne satellitari possono ANCHE essere usate per altro non ci fa dimenticare il loro scopo principale. Per fare un esempio dell’utilizzo dei servizi internet satellitari nei conflitti odierni, basti ricordare il ruolo che le costellazioni di satelliti e di ricevitori come Starlink di Elon Musk hanno avuto e stanno avendo nella guerra in Ucraina, diventando un elemento chiave per le telecomunicazioni e l’osservazione terrestre, guidando i droni e i sistemi di puntamento dell’artiglieria sugli obiettivi prescelti. Non a caso proprio Starlink é il modello dichiarato per la realizzazione di una costellazione europea di satelliti dual use, che vede in prima fila l’alleanza tra Thales, Leonardo e Airbus (progetto Bromo).

Le macerie della striscia di Gaza e le decine di migliaia di morti ammazzati in Palestina (o in Sudan, Congo, Yemen, Ucraina…) portano la firma, tra le altre, di Leonardo e di Thales.
Se questo progetto dovesse andare in porto, anche Forlì potrebbe figurare come uno dei centri italiani di produzione di morte. E per cosa? Per la solita sanguinaria sete di profitto di padroni, fondazioni e aziende private e la smania di potere e riconoscimento dei politici locali e regionali.
La “creazione di posti di lavoro”, eterno mantra per far ingollare ogni schifezza, potrà anche stavolta farci dimenticare ogni scrupolo morale? Il lato “istruttivo” di questa bruttissima faccenda è che ci viene mostrato che le guerre vengono alimentate a pochi km da dove abitiamo, nelle nostre città, indicandoci che i produttori di morte hanno nomi, cognomi, indirizzi, e che li possiamo fermare! Li dobbiamo fermare!

NESSUNA CITTADELLA DELLA GUERRA, NÉ A FORLÌ NÉ ALTROVE!
SABOTIAMO, DISERTIAMO, BOICOTTIAMO IL MILITARISMO!
PALESTINA LIBERA IN UN MONDO LIBERO!

Collettivo Samara


PROGRAMMA:

➡️ GIOVEDÌ 20 NOVEMBRE.
Approfondimento ed assemblea aperta sul traffico d’armi globale e gli snodi romagnoli coinvolti.
* Ore 19.00 buffet vegan
* Ore 20.00 avremo con noi Linda Maggiori (giornalista e attivista) che ci parlerà della filiera della produzione delle armi in Emilia-Romagna, con un occhio particolare al contesto forlivese, dove avanza il progetto della cittadella dell’aerospazio di Thales e Leonardo prevista nel quartiere Ronco. L’iniziativa si terrà al “E’ Circulét” (Circolo Arci Asyoli), in via Garibaldi 280 a Forlì.

➡️ VENERDÌ 28 NOVEMBRE CORTEO.
in occasione del nuovo sciopero generale lanciato dai sindacati di base contro la finanziaria di guerra e in solidarietà con la Palestina, a Forlì ci sarà un CORTEO contro riarmo, guerra e contro il progetto ERiS, ovvero la cittadella dell’aerospazio di Thales-Leonardo prevista nel quartiere Ronco per produrre ed assemblare antenne satellitari dual use (civile e militare). Il concentramento della manifestazione è previsto in piazzale della Vittoria alle ore 9.00

SABOTIAMO LA GUERRA E IL MILITARISMO.
CON LA PALESTINA NEL CUORE.

Collettivo Samara


MANIFESTI: