CEMENTO MORI

Diffondiamo un testo scritto da alcunx compagnx sicilianx in vista del corteo No Ponte del 18 maggio a Villa San Giovanni (RC).

CEMENTO MORI
“Oggi mi libero della paura. La pazienza si vendica”.

Scilla «Latra terribilmente: la voce è quella di un cucciolo di una cagna, ma è un mostro spaventoso, e nessuno, neanche un dio, avrebbe piacere a trovarsi sulla sua strada. Ha dodici piedi, tutti orribili e sei colli lunghissimi, e su ognuno di loro una testa spaventosa e tre file di denti fitti e serrati, pieni di nera morte. Per metà è immersa nella grotta profonda, ma sporge le teste fuori dal baratro orribile e là pesca, frugando intorno allo scoglio, delfini e foche e bestie anche più grandi. Nessun navigante può vantarsi di esserle sfuggito illeso sulla sua nave; con ogni testa afferra un uomo, portandolo via dalla nave nera». «Di fronte a Scilla sta Cariddi in agguato all’ombra del fogliame di un immenso fico, su una rupe inaccessibile. Il mostro Cariddi per tre volte al giorno inghiotte e vomita dall’orrenda bocca enormi quantità di acqua con tutto quel che contiene».

Così Circe descrive a Odisseo questo pezzetto di mare, crocevia dei più diversi popoli che lo attraversano da sempre, incontrandosi, commerciando e scontrandosi.
Due mostruose figure femminili che distruggono chiunque passi fra loro, come due lame di una stessa cesoia. E se fossero invece le anime di una terra stanca di essere stuprata? Di un sud, tra i ‘sud’ del mondo, dal quale stato e capitale estraggono valore?
Succhiano vita, cacano disperazione e ce la spacciano per progresso:

“Gioite selvaggi, lavorerete per costruire la vostra stessa miseria. Sarete lavoratori e lavoratrici in nero al servizio dell’industria turistica e i vostri figli cresceranno in placente con alto contenuto di plastica. Sarete operai e operaie del petrolchimico, vi spetta in premio un cancro per famiglia. Sarete operatori e operatrici nei lager per migranti, secondini, militari e poliziotti: e mangerete pane condito col sangue e le lacrime dei vostri vicini di casa. La maggior parte di voi rimarrà disoccupata, ma se ci supplicherete come si deve potremmo sempre edificare altre magnifiche opere che vi daranno da sopravvivere e vi condurranno più rapidamente alla morte, vi libereremo così anche dall’onere di lavorare!”

Ma noi, avanzi di furti subìti, dignità del dubbio che sa imporsi, grideremo il nostro discorso politico senza saliva: “Se invece fossimo il vento e la sabbia che si incontrano e si fanno bufera? Se fossimo le onde che stanno per rompersi? Siamo la forza delle nostre montagne e i nostri sogni sono radici di ginestra che cresce nel fuoco. Siamo pazienze stanche pronte a vendicarsi. E la zagara ci accompagna e la madonna nera ci protegge. E i cormorani e i pescispada ci sono amici. Nelle vene ci scorre il sangue brigante delle lotte passate. La nostra vita non è in vendita!”

Il ponte sullo stretto, nell’ideologia prima e nella messa in opera dei lavori poi, è l’ultimo manifesto dell’economia simbolica del potere. Ma chi è questo potere? Nella fitta maglia dei rapporti sociali e politici è possibile cercare, con l’anima in spalla e la determinazione in mano, i redattori di questa storia che ha ancora la possibilità di finire in modo diverso. Una rapida occhiata al sito di WeBuild suggerisce un’impresa non solo attenta a valori come la sostenibilità o la compatibilità delle sue mega-infrastrutture con i territori e chi li abita, ma anche promotrice di uno sviluppo incentrato su “un domani migliore” – per dirla con le parole dell’amministratore delegato Pietro Salini.

Ma la domanda qui sorge spontanea: migliore per chi? Infatti, a guardar bene gli effetti degli interessi economici del gruppo in determinate aree si può nitidamente vedere quale sia il modello di sviluppo tanto caro a WeBuild e a chi appalta la realizzazione di opere per il “bene pubblico” – che coinciderebbe con l’aumento dei profitti per i soliti noti. La necessità di estrarre valore ad ogni costo ha troppo spesso indotto a nascondere volutamente tutta una serie di effetti di questa visione del mondo: ma quegli effetti sono invece ciò che non si può più tacere, né tantomeno accettare.


WEBUILD: ANATOMIA DEL CEMENTO

La specializzazione del gruppo WeBuild è la costruzione di dighe: operando principalmente nel continente africano, in Asia e nel latino-america, ha costruito più di 300 impianti.

Ma WeBuild è solo il capitolo più recente di un percorso imprenditoriale che ha inizio negli anni 30’ del secolo scorso. Un capitolo che ha inizio quando la Salini S.p.a. si consolida nel mercato edilizio ed infrastrutturale in Italia, dopo Impregilo ed Astaldi.

Diversi sono gli esempi in cui il gruppo imprenditoriale, con il suo agire, ha determinato una serie di effetti devastanti sui luoghi interessati dalle sue opere e sulle persone che li abitavano. Pensiamo alla costruzione della diga di El Quimbo, in Colombia, per la quale sono stati inondati circa 8.500 ettari di terra, che erano prima coltivati e servivano in qualche modo da sussistenza per chi viveva quelle zone; inoltre, non si sarebbe veramente tenuto in conto di quanto la deviazione dei flussi idrici interessati nella costruzione della diga avrebbe potuto impattare negativamente sull’abitabilità di quelle zone per diverse specie, tra cui quella umana. In altre parole, il tessuto sociale, economico e biologico è stato del tutto lacerato dalla predominanza del cemento. L’imposizione di un processo tecnologico, giustificato dalla necessità di produrre energia elettrica (ma per chi? e per cosa?), ha avuto conseguenze devastanti ovunque si sia verificato. Altro progetto esemplificativo del progresso targato webuild è la diga Gibe III, costruita sulla valle dell’Omo tra Etiopia e Kenya. Gli scopi di questa infrastruttura idro-elettrica sono quello di produrre energia per il compartimento industriale (ossia da vendere sul mercato) e quello di deviare l’acqua per l’irrigazione di circa 500 ettari di terreno destinati ad uso commerciale dallo Stato etiope. Si possono anche solamente immaginare quali siano stati gli effetti della costruzione della Gibe III su popolazioni per cui l’acqua e la terra erano tutto. Vengono private dei mezzi di sussistenza di base parecchie persone che sono costrette per lo più ad andare a (soprav)vivere altrove. Inoltre, da un rapporto dell’human right watch del 2012, emergono dettagli tetri circa il trattamento riservato a chi aveva avuto l’ardire di opporsi a questo stupro della Terra. Il nome Gibe III proviene dall’esistenza di Gibe I e Gibe II, altre due turbine idro-elettriche costruite nella Valle dell’Omo. Tra l’altro per la Gibe II anche il governo italiano prese parte all’opera attraverso il ministero degli affari esteri. Ma i dettagli inquietanti sembrano non finire mai quando si scava nel passato della ex Salini Impregilo, coinvolta anche nella costruzione della diga del Chixoy, in Guatemala: per portare a termine i ‘lavori’, in quel caso, intere comunità vennero disgregate e centinaia di persone massacrate a morte. Attualmente WeBuild ha in corso, solo nel Meridione d’Italia, circa 19 mega progetti (che spaziano dalla realizzazione di nuove linee ferroviarie ad alta velocità ed alta capacità, a tutta una serie di lotti autostradali, ed infine ad alcune linee metropolitane). Tutto questo apparato cantieristico per l’infrastruttura è retto da due “centri di addestramento avanzato per il lavoro” che si trovano in Sicilia e in Campania: terminologia niente affatto casuale, implicita ammissione di una vera e propria invasione, nella cui logica interna la persona che lavora in cantiere è considerata alla stregua di personale militare. Questa occupazione economico-militare dei territori fa tanto pensare ad un dislocamento bellico pronto alla grande operazione, come potrebbe essere la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina. Le modalità sono sempre le stesse, la predatorietà pure.

Sembra quasi che le loro reti, i loro jersey e le loro ruspe appaiano tutte all’improvviso, precedute da una retorica di miglioramento delle condizioni dei luoghi dove operano, praticano senza pietà le loro amputazioni su di un corpo che ai loro occhi algoritmici appare ridotto in fin di vita ed è pertanto un’ottima cavia per sperimentare e per arricchirsi.

La logica dell’invasione pervade in tutti i sensi la comunicazione e le modalità operative di queste corporazioni; WeBuild non è l’unica a leccarsi i baffi dinanzi a un bottino appetibile a molti interessi – tutti volti al mero guadagno, al crescere dei flussi turistici, alla necessità di una sempre maggiore quantità di energia elettrica, beffardamente spacciata per green. La logica dell’invasione, le sue ruspe e gli scudi e i manganelli che le ‘scortano’ quando alziamo la testa, incalza ogni giorno i nostri corpi, bracca le fibre di cui è fatta la nostra vita. Ma la cattura non è mai completa: ogni giorno succede che qualche sensibilità si incammini, da sola o in compagnia, in direzione ostinata e contraria; e non smettono di aprirsi crepe, e varchi, ogni volta che i nostri polmoni riescono a non arrendersi all’aria del tempo, e i nostri cuori a respirare, disertare, insorgere.

“L’unico organo della virtù è l’immaginazione. Ed è solamente in base a questa forza che si giudica la moralità del tuo comportamento. Il tuo primo imperativo ordunque sia: <immagina!>. E il secondo, immediatamente connesso al primo: <combatti coloro che coltivano l’indebolimento di questa funzione.>”

‘A zzoccula ‘nta l’ingranaggi

Link alla versione PDF: Cemento_Mori_

 

TORINO: PROCESSO D’APPELLO OPERAZIONE SCINTILLA

Il 19 aprile 2024 si è concluso il processo d’appello dell’operazione “Scintilla” che nel febbraio 2019 portò allo sgombero dell’Asilo Occupato, all’arresto di 7 compagni/e a Torino, all’imputazione con l’articolo 270 per altri 11.

Il secondo grado ha confermato la caduta del reato associativo e le assoluzioni per l’attacco a due bancomat delle poste italiane.
A differenza del primo grado di giudizio anche le condanne per istigazione a delinquere sono venute meno tra prescrizioni e assoluzioni.
Sono purtroppo rimaste invariate la condanna a 4 anni e 2 mesi ai danni di un compagno per un ordigno indirizzato all’allora ditta fornitrice dei pasti del CPR di Torino, collegato in videoconferenza durante l’udienza dal carcere di Catania, e la condanna a 3 anni per una compagna accusata di concorso per l’incendio innescatosi durante una rivolta nel marzo 2016 all’interno del CPR torinese.

In attesa delle motivazioni della sentenza per qualche considerazione più approfondita, ribadiamo l’importanza della solidarietà con chiunque si rivolti e resista, non solo nei meandri della detenzione amministrativa ma in tutte le patrie galere.
L’idea che questi bagliori di libertà siano sollecitati dall’esterno è semplicemente grottesca. Da quando questi luoghi sono stati istituiti, e a qualsiasi latitudine, al loro interno si sono succeduti episodi di distruzione continui.
La solidarietà tra dentro e fuori, che polizia e apparato giudiziario interpretano come istigazione, è ben altra cosa, indispensabile per chiunque abbia una tensione alla libertà e alla dignità degli individui. Ed è proprio questa tensione che l’ultimo pacchetto sicurezza del governo Meloni tende a colpire, con l’inasprimento dei reati contro chi cerca di rompere l’isolamento di questi luoghi.
Il mondo attuale necessita sempre maggiormente di uomini e donne chiusi/e in gabbia e la preoccupazione dei governanti sembra concentrarsi sull’innalzamento di muri fisici e giuridici, utili a gestire coloro che sono ritenuti eccedenza umana, e a colpire chiunque non accetti questa oscena organizzazione sociale.
Non ci sembra casuale infatti che la condanna per la compagna in contatto telefonico con i reclusi al momento della rivolta nel CPR, sia la stessa di chi al tempo era stato identificato come diretto responsabile dell’incendio delle gabbie in cui si trovava rinchiuso.
Una sentenza che segna un nuovo solco della giurisprudenza italiana creando, attraverso il concorso, un nesso causale tra rivolte, azioni di protesta e insubordinazioni all’interno di strutture detentive e chi con esse solidarizza all’esterno.
Sull’equipollenza della pena comminata, in questo caso e su quelli che le nuove normative potrebbero interessare, ci riserviamo di poter aprire a stretto giro una più puntuale riflessione.
Come per tutti i cambiamenti giurisprudenziali, l’attenzione dovrebbe essere riposta non tanto al peggioramento dello status di diritto, quanto piuttosto alle istanze cui tentano di far fronte in termini di governo della società, specie in un momento come questo di recrudescenza politica di fronte alla guerra.

Nella stessa direzione, del resto, ci sembra si iscrivano le ultime misure cautelari disposte dalle procure di Torino e Bologna per la campagna dello scorso anno al fianco di Alfredo Cospito e contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, atte a recidere ancora una volta i legami di solidarietà tra dentro e fuori, riesumando oltretutto la carta del concorso in devastazione e saccheggio per quasi 50 compagni/e.

Non possiamo che esprimere la nostra più totale complicità a loro,
all’imputato e all’imputata condannati in questo processo,
a tutti i rivoltosi che nelle carceri e nei CPR scardinano le regole della prigionia continuando a lottare a testa alta,
a chi qui a Torino è sottoposto a misure cautelari per aver tentato di bloccare la deportazione di un recluso,
a tutti i compagni e le compagne prigioniere dello Stato.

Alcuni imputati/e e compagni/e di Torino

RACCOLTA TESTI PERSONE RINCHIUSE IN STRUTTURE PSICHIATRICHE

Diffondiamo da Assemblea Rete Antipsichiatrica

Su invito di una persona che si trova in una condizione di reclusione psichiatrica mettiamo a disposizione i nostri indirizzi email con l’intento di raccogliere testimonianze, racconti, scritti e narrazioni di coloro che si ritrovano in strutture psichiatriche come SPDC (Servizi Psichiatrici Diagnosi e Cura), REMS (Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza) o Strutture Residenziali Psichiatriche chiuse.

Gli obiettivi principali sono innanzitutto dare voce a chi non ne ha, riuscendo possibilmente a mettersi/li in relazione ed inoltre rendere pubbliche tali testimonianze (con il consenso della persona e rispettandone l’anonimato) attraverso un’eventuale pubblicazione quanto più possibile periodica.

Rete Assemblea Antipsichiatrica

Per info o invio testimonianze:
assembleaantipsichiatrica@inventati.org

antipsichiatriapisa@inventati.org

TORINO: AGGIORNAMENTO DAL CILE + PRESENTAZIONE “TINTA DEL FUGA”, RIVISTA ANTICARCERARIA

Diffondiamo:

GIOVEDI’ 16 MAGGIO dalle ore 18 all’Ex Lavatoio Occupato

AGGIORNAMENTO DAL CILE – PRESENTAZIONE DEL PROGETTO EDITORIALE “TINTA DE FUGA”

A fronte della continua repressione, a differenti latitudini, di ogni forma di lotta e di dissenso, vediamo come non c’è esitazione, da parte degli Stati, nell’infliggere condanne elevatissime a compagni e compagne che portano avanti lo scontro tramite l’attacco diretto ai responsabili primi del dominio.

Se in Italia viene definitivamente chiuso, con la Cassazione dello scorso 24 aprile, il processo Scripta Manent che vede comminata ad Alfredo Cospito, rinchiuso in 41 bis, una condanna di 23 anni e ad Anna Beniamino di 17 anni e 9 mesi; in Cile pochi mesi fa’ si è concluso il
processo di 1° grado nei confronti di Francisco Solar e Monica Caballero, con le rispettive pene a 86 anni e 12 anni. Sempre in Cile continua la lotta in sostegno a Marcelo Villaroel, rinchiuso da anni e anni per via di quelle che erano le leggi esistenti durante dittatura e
il corrispettivo tribunale speciale militare.

Di tutto questo ne parleremo con un compagno di Santiago del Cile.

TRIESTE: AVVISI ORALI E SOLIDARIETÀ. ANCORA E ANCORA

Riceviamo e diffondiamo un testo su alcuni avvisi orali e denunce seguite alla solidarietà portata a Stecco in tribunale a Trieste lo scorso gennaio.

ANCORA E ANCORA

Nei giorni scorsi sono stati notificati, su richiesta dei carabinieri di Trieste, due “avvisi orali” a un compagno ed a una compagna di Gorizia. L’evento scatenante, ultimo in ordine di tempo, sarebbe la solidarietà espressa lo scorso 19 gennaio dentro ad un’aula del tribunale triestino al compagno Stecco, in occasione della prima udienza di un processo che lo vedeva costretto alla comparizione in videoconferenza. Per quella mattina è nel frattempo arrivata la chiusura delle indagini per 13 compagni e compagne, accusati/e a vario titolo di interruzione di pubblico servizio, oltraggio a magistrato in udienza e resistenza. Non ritorniamo oltre sui fatti specifici (per un resoconto si legga qui: https://t.me/sullabreccia/546), né ci dilunghiamo sulla funzione del dispositivo della videoconferenza o su un’analisi dello strumento repressivo dell’avviso orale, che riteniamo l’una e l’altra essere già state esposte dettagliatamente e in modo più che esaustivo in altri contributi.
Ci interessa di più cogliere l’occasione della ricezione di questa ennesima carta straccia, per ribadire nuovamente la nostra solidarietà, vicinanza e affetto a Stecco. In passato lui è stato al nostro fianco nelle discussioni, nelle strade e nelle piazze, noi ora siamo e continueremo a essere al suo fianco, ancor di più nel momento in cui Stecco si trova oggi rinchiuso tra le mura di una galera.
Con l’auspicio che altre manifestazioni di solidarietà tanto e più combattive e incisive non facciano che moltiplicarsi, ribadiamo ancora tutta la nostra solidarietà ad Alfredo, ancora segregato in regime di 41bis nella galera di Bancali e ad Anna, per cui sono state recentemente confermate le condanne a rispettivamente a 23 anni e 17 anni e 9 mesi, a Juan, a Nasci, a Dayvid, a Paska, e a tutti i compagni e le compagne in ogni forma privati/e della libertà.

FUOCO A TUTTE LE GALERE
TUTTI LIBERI
TUTTE LIBERE

Anarchicx

CORTEO A TORINO – 2 GIUGNO 2024

CORTEO A TORINO – 2 GIUGNO 2024

ALLA REPRESSIONE SI RISPONDE CON LA LOTTA

Contro la militarizzazione che da decenni procede a piè sospinto nelle
strade, nelle scuole, nelle università e lungo le frontiere.

Contro la mobilitazione feroce della società tutta verso la guerra.

Contro l’intensificarsi della repressione, dove il 41bis e l’ergastolo
ostativo sono l’apice che dà forma al sistema carcerario e alla società
che lo necessita.

Per la creazione di complicità tra chi viene colpito dalla violenza di
Stato e Capitale.

In risposta al fronte di guerra aperto dallo Stato contro nemici interni
e dissidenti, di cui l’ultima operazione torinese “City” (misure
cautelari a riguardo al corteo del marzo 2023 in solidarietà ad Alfredo
Cospito) è l’ennesimo esempio.

Per rivendicare la presenza auto-organizzata in strada, sempre più
criminalizzata, e ribadire che la risposta alla repressione è continuare
la lotta!

FINCHÈ NON CROLLERÀ. AGGIORNAMENTO DA GRADISCA

Riceviamo e diffondiamo:

La sera del 28 aprile ha avuto luogo al cpr di Gradisca un altro tentativo di fuga. Otto prigionieri hanno cercato di evadere, fortunatamente tre di essi sono riusciti a far perdere le proprie tracce, complice il buio. Un altro, cadendo dal muro di cinta si è fratturato la caviglia ed è stato trasportato all’ospedale (ci risulta attualmente libero), gli altri, alla fine di una notte passata sui tetti, sono stati poi riportati nelle celle dalle guardie.

Il mese appena trascorso è stato molto movimentato all’interno del campo: il lancio del cibo avariato nei corridoi seguito da uno sciopero della fame di due giorni; l’evasione di nove prigionieri – di cui solo uno è sfuggito alla ricattura; la forte rivolta di mercoledì 10 aprile, in seguito al tentativo da parte delle guardie e della cooperativa Ekene di installare sbarre metalliche al soffitto della parte esterna delle celle e alle intense proteste che ne sono seguite, durante le quali i letti sono stati incendiati e le pareti di plexiglass distrutte. Gli sbirri sono intervenuti con manganelli e lacrimogeni e uno di essi se n’è andato con una gamba fracassata.

La domenica successiva si è tenuto un lungo e rumoroso saluto, volto a far arrivare forte e chiara la nostra solidarietà ai reclusi.

Nel frattempo è anche iniziato il processo per la morte di Vakhtang Enukidze: nella seconda udienza del 26 aprile è stata raccolta la testimonianza dello sbirro che coordinò le indagini all’epoca dei fatti. Secondo questa testimonianza, Enukidze sarebbe morto in seguito ad un pestaggio all’interno del carcere di Gorizia dove era stato portato dal cpr – completamente in salute, secondo lo sbirro – due giorni prima di morire, nuovamente all’interno del cpr.
Immediatamente dopo la morte, parlavano di un “edema polmonare acuto” in seguito ad una rissa fra detenuti nel campo, poi “un’overdose di sostanze xenobiotiche unita a broncopolmonite”, adesso il pestaggio letale in carcere, forse perchè la realtà quotidiana delle galere nazionali lo rende addirittura più verosimile.
Cosa dicono gli sbirri ci interessa poco, ancor meno se dentro ai tribunali, ma di fronte a questa serie senza fine di infamità, ci teniamo a ribadire che Vakhtang Enukidze è morto, dopo due giorni di agonia, a seguito del pestaggio di otto guardie in tenuta antisommossa nella sua cella dentro al cpr.
Importante o meno che sia insistere sui dettagli di questa o di tutte le morti dentro le galere o i campi di deportazione, è sempre più schiacciante l’evidenza dell’operato delle strutture di privazione della libertà, volto scientemente e deliberatamente all’annientamento anzitutto mentale – e poi fisico, sempre più spesso fino alle estreme conseguenze – di coloro che hanno la sciagura di trovarsi al suo interno. Di questo ruolo di annichilimento e irrigimentazione – complementare alle funzioni di ricatto e minaccia utili all’amministrazione dell’ordine dello sfruttamento – c’è un bisogno sempre crescente soprattutto quando venti di guerra soffiano sempre più forti e quegli stessi ruoli e funzioni devono estendersi sempre più al mondo esterno, allo scopo di un controllo sociale sempre più serrato e finalizzato alla pacifica riproduzione del sistema di generazione del profitto e saccheggio delle risorse dentro e fuori dai patrii confini.
Mentre si discute ossessivamente di nuove e più capienti carceri, di campi per la deportazione in ogni regione e nella (ex-)colonia albanese, di accordi per impedire le partenze nei Paesi a sud del Mediterraneo, il sistema di selezione della manodopera da sfruttare non deve essere scalfito, contro (quasi) ogni evidenza, anche quella che i cpr sono sempre stati chiusi, e continuano ad esserlo, grazie alle rivolte dei reclusi.

A tal proposito, il questore di Gorizia non sa più cosa dire che non risulti ridicolo per negare la realtà di una prigione sempre più evadibile e soggetta a continue rivolte che ne minano sempre di più la tenuta, come avviene anche negli altri cpr della penisola. Lo scorso gennaio, appena insediato, lo stesso individuo aveva definito il cpr gradiscano “un’eccellenza nella gestione”, uno dei “più efficienti d’Italia”. Noi ci auguriamo che continui ad esserlo, ma nel modo che ogni giorno mettono in pratica con coraggio e determinazione i prigionieri, finchè di questo e di tutti i cpr non restino che macerie.

Compagni e compagne

FINCHÈ NON CROLLERÀ: aggiornamenti da Gradisca

AGGIORNAMENTI SULLE INDAGINI IN CORSO A BOLOGNA A SEGUITO DELLA MOBILITAZIONE IN SOLIDARIETA’ AD ALFREDO COSPITO, CONTRO IL 41BIS E L’ERGASTOLO OSTATIVO

Nei giorni scorsi abbiamo appreso che per 3 compagne/i sono state disposte delle misure cautelari – obbligo di firma per due compagne/i, obbligo di dimora, firme e rientro notturno per una compagna -nell’ambito delle indagini per 270 bis, condotte dalla procura di Bologna e inerenti la mobilitazione in solidarietà ad Alfredo, contro il 41 bis ed ergastolo ostativo.

Ricordiamo che lo scorso novembre erano state perquisite 19 persone tra Bologna e il Trentino e per tutte era stato successivamente richiesto il prelievo del DNA. All’epoca delle perquisizioni, per 11 persone l’ipotesi di reato era di associazione con finalità di eversione dell’ordine democratico, e vari fatti specifici ovvero: il tentato danneggiamento di alcuni mezzi della MARR, l’incendio di alcuni ripetitori, l’interruzione di una messa, l’occupazione di una gru e il blocco di una via con dei cassonetti incendiati (qualificato come art. 280).

Altre 8 persone tra i/le perquisiti/e risultano indagati/e unicamente per la partecipazione al presidio solidale svoltosi in occasione dell’occupazione di una gru nel centro di Bologna. La richiesta di misure cautelari, depositata dal PM Gustapane l’11 gennaio, prevedeva domiciliari per 4 compagne/i individuati come promotori dell’associazione e responsabili a vario titolo dell’occupazione della gru, dell’interruzione della messa e dell’incendio dei ripetitori. Per altri 11 veniva invece richiesto l’obbligo di dimora e di firma con rientro notturno per favoreggiamento nell’occupazione della gru.

Possiamo dire che tale impianto accusatorio viene ampiamente ridimensionato dalla GIP: ritenuta non sussistente l’ipotesi associativa e le aggravanti di terrorismo contestate per i fatti specifici, le misure trovano fondamento solo nei fatti specifici imputati ai 3 compagni: “attentato ad impianti di pubblica utilità” (art. 420 c.p.) per il danneggiamento dei ripetitori e “danneggiamento in occasione di manifestazioni pubbliche” (art. 365 c4 c.p.) relativamente alla rete che sarebbe stata tagliata in occasione dell’occupazione della gru. Per il momento tra i vari indizi a carico nessuno ha a che vedere con i prelievi del DNA, effettuati in gran parte dopo la richiesta di misure di gennaio. Tuttavia le indagini sono ancora aperte. Rispetto ad un passato non troppo lontano è evidente che la procura abbia richiesto misure atte a non creare troppo scalpore e che la GIP si sia spesa addirittura in considerazioni di merito, ridimensionando ulteriormente quanto richiesto dal PM sia rispetto ai reati contestati che alle misure cautelari disposte. Probabilmente i buchi nell’acqua su ipotesi associative, collezionati da diverse procure d’Italia negli ultimi anni, hanno portato ad una rimodulazione delle strategie repressive.

Come già avvenuto in passato, un effetto immediato di questo tipo di approccio è quello di fare poco rumore, mitigando il moto solidale che negli ultimi anni ha invece accompagnato le operazioni e i conseguenti arresti di compagni/e. Crediamo che se questa strategia inizia a diventare la norma, come sembra indicare anche l’Operazione City per cui numerosi compagni/e sono sottoposti/e a varie misure cautelari, diventa altrettanto necessario dal canto nostro trovare nuovi modi per mantenere alta l’attenzione e non lasciare indietro nessunx.

Ogni azione a sostegno della campagna in solidarietà ad Alfredo contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, in Italia e nel resto del mondo, ci ha scaldato il cuore. Quel 4 marzo a Torino c’eravamo tuttx.

Oggi la tortura del 41bis è ancora realtà per Alfredo e centinaia di detenuti, la tortura rimane quotidianità nelle carceri nostrane. La guerra che ci avvolge e coinvolge sempre di più, nonché il massacro del popolo palestinese appartengono allo stesso orizzonte di un mondo dominato da Stati e Padroni.

Ora come allora, sta a noi invertire questa rotta e non lasciare indietro nessunx è il primo passo per ricordare al nemico che la ferita e il conflitto sono ancora aperti.

PER UN MONDO SENZA GUERRA NE’ GALERE! SEMPRE A FIANCO DI CHI LOTTA! TUTTX LIBERX!

Anarchiche e anarchici