Oggi a Bologna un uomo è stato ucciso al quartiere Pilastro soffocato dalla polizia durante un fermo. A nulla sono servite le grida d’aiuto, l’omicidio è stato consumato in pieno giorno sotto agli occhi di passanti e avventori, a ridosso di case e finestre, alla presenza di operatori della croce rossa che osservano l’agonia senza fare nulla e non intervengono in modo tempestivo nemmeno constatata la situazione clinica critica.
La polizia uccide.
Rilanciamo l’appuntamento alle 20:30 in via Panzini angolo via Italo Svevo vicino alle scuole, con la famiglia e gli abitanti del Pilastro.
Riceviamo e diffondiamo dall’Assemblea NO CPR Milano:
L’operazione del 16 giugno 2026 non può lasciarci indifferenti. In quanto persone che si organizzano contro i CPR, ci fa rabbia e ci spinge all’azione ogni strumento che lo stato adopera per bloccare i corpi dentro le strette maglie di ciò che è permesso e di ciò che non lo è, in nome di un ordine democratico da difendere e dei suoi confini da salvaguardare.
Sappiamo bene quanto questo fantomatico ordine da difendere sia basato su gerarchie razziste e classiste, e per questo non possiamo che essere profondamente solidalx con chi cerca di metterlo in discussione. Ma, oltre al desiderio di esprimere solidarietà, questo testo punta anche a mettere in luce alcuni aspetti in comune tra la repressione che subiscono alcune figure che lo stato identifica come nemiche. Che si tratti di persone in movimento o di chi crede che lo Stato sia una contingenza storica oppressiva e non necessaria, quello che constatiamo con angoscia è la continuità dei dispositivi tecnologici e di controllo che vengono adoperati. Infatti, se di per sé non sono niente di nuovo le operazioni ‘anti-anarchiche’ e le indagini per 270, se è vero che non c’è alcuna novità particolare nel fatto che lo Stato cerchi di controllare chi può attraversare e stanziare nel suo territorio e chi no (si tratta di uno dei suoi obiettivi fondanti), quello che rappresenta una novità è la capillarità con cui alcune nuove tecnologie si diffondono silenziosamente nelle vite di tutti i giorni, fornendo materiale per operazioni giudiziarie fondate sul nulla, controllando ogni azione che avviene durante un corteo, o ancora tracciando gli indesiderati da rispedire oltre i confini della Fortezza Europa.
Dopo il rinvio a giudizio al 15 settembre deciso dal giudice all’ultima udienza del 14 luglio, gli avvocati hanno richiesto istanza di scarcerazione per x nostrx compagnx. Siamo felici di comunicare che Luigi è stato scarcerato, con obbligo di firma e di dimora e restrizioni notturne. Ad Ale, è stata revocata la misura dei domiciliari con obbligo di firma e di dimora e restrizioni notturne. Bak è tornato ai domiciliari per le cautelari del processo relativo ai fatti del carnevale no ponte e l’avvocato farà presto istanza per la loro revoca; purtroppo per B. dobbiamo ridimensionare l’entusiasmo, per ora! […]
Dopo il rinvio a giudizio al 15 settembre deciso dal giudice, gli avvocati hanno richiesto istanza di scarcerazione per i nostrx compagnx, siamo felici di comunicare che Bak e Luigi sono statx scarceratx, con obbligo di firma, di dimora e restrizioni notturne.
Ad Ale è stata revocata la misura dei domiciliari con obbligo di firma e di dimora e restrizioni notturne.
Tuttx liberx!! Palestina Libera!! No 41bis!! No ponte!! Fuoco a tutte le galere!!!
«Chiedendo “cosa ci muove?” impariamo cosa ci paralizza e costringe – i loro come. Chiedendo “cosa ci muove?” sperimentiamo e mettiamo alla prova chi siamo e chi possiamo essere – i nostri come. Nel porci la domanda, evadiamo la banalità mortifera delle certezze e apriamo alla condivisione di intuizioni, strumenti e tentativi di risposta. Cosa ti muove?»
Puoi leggere la rivista integrale qui: ilmoventerivista.noblogs.org/chi-siamo/o acquistarla cartacea presso il banchetto distro, insieme a molti altri testi di critica radicale – benefit cassa antirepressione VUMSeC
a seguire APERITIVO BENEFIT in sostegno dellx compagnx inguaiatx a seguito degli arresti per “terrorismo” dello scorso 16 giugno + AGGIORNAMENTI SULLA SENTENZA di primo grado per l’Operazione Ipogeo
venerdì 17 luglio dalle 18.00 – Piazza Sant’Agata alla Guilla (Palermo)
Leggo con piacere Latebre, mi colpiscono molto due capitoli contenuti nella rivista, su quelli provo a riflettere. Sedazione, seduzione, sedizione perché parla di me, parla di noi. Delicatessen perché parla di orizzonti in lotta, di me, di noi ancora.
La galera è un posto buio, non sbaglia chi la definisce un “non luogo”. Ha l’intento di annichilire, tumulare, sedare e perché no? Anche uccidere lx nemichx dello stato, il terrore dei padroni?
Ma oggi i padroni hanno paura?
Sembrerebbe di no, in quanto è feroce l’avanzata della forza del capitale. Mezzo è la città che tutto ingloba, non ne è esente la campagna, la montagna, il vulcano, il mare, il verde ed il cemento hanno ormai lo stesso padrone.
La città a misura di uomo tecnologico, un automa 4.0 che vive nel comfort della sicurezza, agognata ricerca della stessa riempie le galere ed i lager dello stato, i CPR.
La campagna, ormai immense distese di serre al servizio della GDO, non esiste, intorno a me, terra libera da coltivare, dove auto-produrre lontani da logiche del capitale. Ma voglio essere chiaro, io mai comprerei la terra. E non perché ci sono nato, quindi è mia. Credo al contrario che io appartengo a la terra tutta e, se correttezza fosse un termine con un minimo di senso, dovrebbe essere la terra a comprare gli umani, non il contrario. Io occupo il suolo è un termine che mi e ci dovrebbe, rispecchiare. Tuttx siamo abitantx abusivx, o no?
Fa lo stesso la montagna, il vulcano, io c’ho vissuto per anni sotto, è stato emozionante vederlo sbuffare fuoco, sentire l’impotenza che ti pervade quando erutta, poi si scopre che una fetta di vulcano è di un privato. Ancora oggi se ci penso mi sento scemo, è surreale, come è possibile che si possa comprare un vulcano? Ma la domanda fatta al contrario è ancora più surreale: chi te l’ha venduto il vulcano? E no, non è stato Totò come con la fontana di Trevi.
È stato il comune, con il suo Totò, magari appoggiato dal “compratore di vulcani”, provvisto di spalle grosse e mazzetta facile. Mostruosità del caso. E il mare? “Il mare nostro ha continuato a riempirsi di affogati, sputati in acqua da legni fradici, senza in tasca neanche la ricevuta di un biglietto pagato a prezzo di usura. In una deportazione da dannati.”.
Le parole di cui ricopio anche le virgole per imprimerle nella testa sono quelle di Barbara Balzerani. Anche lei dannata della terra, una “terrorista” e perciò meritata la galera, che ha scontato. In mezzo a troppi non detti la rivoluzione di cui è stata parte attiva s’è infranta contro qualcosa di più grande della vita, ammesso che a qualcunx interessa la vita del prossimo, dellx altrx. A Barbara interessava, a me pure, forse per questo meritiamo la galera. Ed il secondino è convinto, anche a ragion veduta, che la nostra vita gli appartiene. Che è lui a decidere le sorti della intera esistenza del tumultuoso mare che è la popolazione detenuta. Sciocco! Siamo vivx, anche da mortx.
Penso ad Alfredo, al rumore che fa l’isolamento, a Nadia che dal 41bis batteva ogni dì per le compagne in AS2 a L’Aquila, penso a Carlo Cipriani che rifiuta di andare al mare con gli operatori, a tantx lottarmatistx, che non chiedono benefici dopo 30 anni di prigionia. È vero quanto si dice in Sedazione, seduzione, sedizione, “Il carceriere, il quale vuole che non si scordi nemmeno un momento l’insuperabile confine tra onirico e reale”.
Vero, come è vero che, se moltx sono confinati in una cella, è grazie al processo tecnologico che non ha creato solo nuove gabbie, ha fatto sì che si riempissero anche le vecchie. E tutto si interseca come se il Fato è stato così beffardo da farmi vedere tutto ed insieme.
Dice l’avv. che mi difende che ad incastrarmi sono state delle telecamere posizionate fuori dal carcere per bloccare eventuali evasioni. Sono quelle del carcere in cui sono ristretto, singolare, no? Come sono le telecamere ad incastrare 40 persone razzializzate, arrestate in un ghetto, ch’è comodo chiamare “piazza di spaccio”. Potrei andare avanti all’infinito ma mi frena il capitolo dopo, Delicatessen.
Perché è bello quando qualcosa colpisce così nel centro nevralgico, tanto che lo stato, anzi gli stati tentano di occultarlo.
Un sabotaggio a Carnia, non rivendicato (!?), eseguito da mani ignote ha rallentato il traffico del petrolio. Non solo in Italia, ma in buona parte dell’Europa. L’ingenuità d’animo mi fa viaggiare con la mente, vorrei conoscere le intenzioni politiche, vorrei saperne di più. Perché non ne hanno parlato? Poi ci penso meglio, è bene così. Non m’interessa chi è stato, mi interessa che è stato. Ed è andata, ha funzionato, ha lasciato il segno perché ne stiamo parlando, perché ha smosso, c’ha fatto felici, ci da la forza di continuare a sognare che l’impossibile non è solo un’utopia, ma è qualcosa alla portata di tuttx, anche di un’individualità, anche e solo animata da un’unicità, quella che sa che la vendetta dei padroni arriva, e magari ne ha – dico giustamente – paura, ma che comunque infrange e si schianta senza freni sulle barricate interne e viscerali del nostro io.
Se penso ad un sogno “possibile possibile possibile” credo sia questo. Ed è fondamentale perseguirlo perché così esiste.
A volte i discorsi con compagnx mi s’imprimono così tanto addosso che mi vien da dire che di questo sono fatto.
Un giorno unx mi disse “L’azione e la pratica vanno allenate”, ed un altrx di recente m’ha scritto che “La tensione costante logora”.
Come dare torto ad entrambx, lo scrivo da una galera, in tensione costante forzata, ma ho imparato a giocare con gli elastici ed a tenderli a mio modo, e questo perché ho allenato l’azione e la pratica.
Che non sono strumenti razionali, lo ben so, ma a vivere con i mostri da mostro ti ricorda ogni giorno che per vivere devi sopravvivere, a te, allx altrx, al nemico, ecco il nemico.
Quello è importante individuarlo, sapere dove si annida, cercarne i nervi scoperti, sapere cosa fare, perché allenando l’azione e la pratica, unita al pensiero, quello a Carnia non è un sogno, per lo più possibile possibile possibile.
Con il cuore stretto al fianco di chi lotta Con Sara e Sandro più forti della fame Con Anna, Alfredo, Nadia, Stecco, Ghespe, Bak e Paolo!
TUTTX LIBERX
Luigi Bertolani
C.C. Piazza Lanza
P.zza Lanza, n°11
95123 – Catania (CT)
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Quest’anno corrono i 90 anni dalla rivoluzione spagnola del 1936, nata in seguito al tentativo di golpe — il cosiddetto alzamiento — dei militari guidati dal generale Francisco Franco avvenuto il 17 luglio, che diede avvio ad una guerra civile che si concluderà nel marzo 1939 con la vittoria dei golpisti, appoggiati dagli aiuti militari dell’Italia fascista e della Germania nazista in una sorta di prova generale della seconda guerra mondiale.
Traduciamo questo articolo pubblicato nell’estate 1989 dalla rivista di Detroit (Michigan, Stati Uniti) Fifth Estate (numero 332) che riprende un appello del febbraio 1937, quando la situazione cominciava ad essere compromessa e le conquiste della rivoluzione libertaria sacrificate sull’altare della burocrazia, delle alleanze internazionali e delle necessità della guerra, scritto dal gruppo anarchico «Quijotes del Ideal» attivo nel quartiere Barrio de Gracia della Barcellona rivoluzionaria. Il gruppo era stato fondato da Federico Arcos Martinez (che in seguito sarà collaboratore proprio di Fifth Estate, una volta emigrato in Canada nella regione di Detroit-Windsor, a cavallo tra Canada e Stati Uniti), Liberto Sarrau, Diego Camacho (alias Abel Paz), José Baje e Germinal Gracia Ibars (Víctor García).
Il gruppo redigeva in Spagna anche il proprio organo di stampa, El Quijote, che pubblicò solo tre numeri poiché fu censurato per le sue critiche alla partecipazione al governo dei dirigenti del sindacato anarcosindacalista CNT.
Durante la rivoluzione spagnola, nei territori autogestiti dai comitati rivoluzionari e soprattutto a Barcellona e nella regione della Catalogna, dove il movimento anarchico era molto forte, la proprietà privata fu abolita di fatto: le fabbriche vennero occupate e gestite direttamente dagli operai, i latifondi aboliti e gestiti per la metà direttamente dai contadini e per l’altra metà dal Comitato delle Milizie antifasciste, i servizi caddero in mano ai sindacati proletari (CNT e UGT), le chiese vennero date alle fiamme od occupate ed adibite ad altri scopi. Ma come effetto della sconfitta della rivoluzione, che ebbe anche cause interne, non ultima la collaborazione della dirigenza della CNT al governo repubblicano, tutte queste conquiste vennero scalzate e Franco, una volta vinta la guerra civile, avrebbe governato la Spagna con la sua dittatura fino alla sua morte avvenuta nel 1975.
Quello che segue é uno scritto breve, nello stile del manifesto di propaganda del tempo, in presa diretta mentre gli eventi si stavano svolgendo, che è però anche un monito per l’oggi, e che con lucidità ci fornisce l’indicazione – anzi di più, la prova! – che non sono mai esistiti, né potranno mai esistere, governi amici.
Un monito che ieri si riferiva al governo spagnolo del Fronte Popolare (composto da forze borghesi come i repubblicani catalani, dai socialisti del PSOE, dal Partito Operaio di Unificazione Marxista-POUM, dall’UGT sindacato socialista vicino al PSOE, dagli stalinisti del Partito Comunista, e successivamente da quegli ossimori viventi che furono i “ministri anarchici” della CNT) ma che certamente faceva riferimento anche al governo considerato ingenuamente alleato della rivoluzione, quello sovietico di Stalin, che inviava armi al governo repubblicano non per spirito solidaristico ma per mero calcolo, alla ricerca di influenza politica e profitto (e il trasferimento nei forzieri russi dell’oro del Banco di Spagna, con la scusa di “metterlo al sicuro” — 510 tonnellate, corrispondenti ai tre terzi delle intere riserve spagnole, oro che non fu mai riconsegnato —servì solo a renderlo esplicito!).
Un governo, quello dell’Unione Sovietica, che si presentava al mondo intero come rappresentante internazionale del proletariato mentre i suoi agenti in Spagna assassinavano i rivoluzionari anarchici e i militanti del POUM (partito della sinistra comunista che pur faceva parte del Fronte Popolare) e disarticolavano le conquiste della rivoluzione libertaria facendo approvare dal governo spagnolo una serie di misure — dalla militarizzazione delle milizie autonome con la creazione di un “esercito popolare” direttamente controllato dal governo, alla riconsegna delle imprese collettivizzate ai precedenti proprietari — come biglietto da visita da usare per stringere accordi con le potenze democratiche Francia e Inghilterra (il che non impedì a Stalin di accordarsi con Hitler nel 1939 per spartirsi la Polonia con il patto Molotov-Ribbentrop e di siglare accordi commerciali con la Germania nazista ancora nel 1940 e 1941).
Un monito, quello dei «Quijotes del Ideal», ancor oggi di stretta rilevanza; l’affermazione schietta, puntuale, ineccepibile e storicamente comprovata, che non esistono governi amici non ha perso niente della sua attualità purtroppo, vista la partecipazione da una parte di cosiddetti “anarchici” nelle truppe regolari dell’esercito ucraino in quella guerra che oppone Federazione Russa e Paesi NATO alle porte dell’UE. E, dall’altra parte della medaglia, di un numero impressionante di sinistri ammiratori di regimi autocratici quali Russia, Iran e Cina.
— Piccoli Fuochi Vagabondi, luglio 2026 —
Introduzione di Fifth Estate
Il 17 luglio 1936, le forze nazionaliste spagnole, guidate dal generale di estrema destra Francisco Franco, tentarono un colpo di Stato contro la Repubblica del Fronte Popolare da poco eletta. Nel contesto dello sconvolgimento sociale e politico seguito alla resistenza di massa contro la rivolta fascista, il movimento anarchico in Spagna organizzò l’opposizione più forte e radicale al fascismo, nonché una rivoluzione sociale di vasta portata.
Nel corso dei tre anni successivi, gli ideali libertari e antiautoritari dell’anarchia divennero la realtà quotidiana di milioni di spagnoli che presero il controllo dei propri luoghi di lavoro e delle proprie comunità, liberandosi dal dominio burocratico e repressivo del governo.
Sebbene questo esperimento rivoluzionario sia stato alla fine distrutto da una perfida combinazione di fascismo, stalinismo, “democrazie” occidentali e tradimento da parte del governo liberale spagnolo, è stato, secondo David Porter (vedi Fifth Estate, estate 1986), il “luogo di prova più intenso e su più vasta scala della rilevanza e della forza delle idee anarchiche nel mondo moderno”. E hanno funzionato.
Il seguente opuscoletto fu scritto e diffuso in Spagna nel 1937 da un gruppo di giovani anarchici di età compresa tra i 15 e i 17 anni chiamato «Quijotes del Ideal». Il testo ci è stato fornito da un nostro amico e compagno che fece parte dei Quijotes e che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva ancora vivo il suo ardore per gli ideali anarchici espressi in questo documento. È scritto nello spirito rivoluzionario dell’epoca, rivolgendo la propria voce al popolo, negando la legittimità di tutti i governi e di tutte le leggi, e indicando il tradimento della rivoluzione da parte della Repubblica spagnola come prova lampante dell’ostilità di quel governo verso il popolo.
— The Fifth Estate Staff —
Febbraio 1937, Al popolo:
Ci rivolgiamo a voi, popolo. A voi, perché siamo i vostri figli e perché siete voi che, come sempre, loro [le autorità governative] cercano di ingannare.
E non vi parleremo a nome della C.N.T. (Confederación Nacional del Trabajo) né a nome della F.A.I. (Federación Anarquista Ibérica). Vi parliamo piuttosto a nome del nostro ideale, l’Anarchia.
Siamo giovani libertari che, in onore del nostro nome, “I Quijotes”, incroceremo le spade con coloro che cercano di rafforzare i nostri tiranni prima attraverso discorsi ingannevoli e poi con la forza delle armi, grazie al potere delle forze militari e di polizia al loro comando; e incroceremo le spade con coloro che, collaborando con lo Stato, si definiscono anarchici pur sapendo che Anarchia significa negazione del governo e delle leggi. [1]
Ingenuamente abbiamo aspettato di vedere se, per la prima volta nella storia, un governo avrebbe smesso di essere tirannico e avrebbe esercitato la sua politica per il bene del popolo. Ma, vedendo l’avanzata del riformismo e il tradimento della rivoluzione, diciamo: basta; e resisteremo a questo con tutte le nostre forze.
E non liquidateci definendoci degli indisciplinati [incontrolados] o dei fascisti. Ciò che ci guida più di ogni altra cosa è l’immenso amore che proviamo per il popolo, ben più di quel governo che non è controllato da nessuno. Quanto ad essere fascisti, lo sono i funzionari governativi, non noi.
Il fascismo è imposizione, oppressione, schiavitù. Tutti gli Stati, senza eccezioni, si impongono, opprimono e schiavizzano il popolo; sebbene essi [i burocrati statali qui in Spagna] a loro volta siano tutti schiavi, consciamente o inconsciamente, di un’organizzazione di vagabondi e teppisti chiamata: L’Ordine dei Gesuiti. [2]
Alcuni dei ministri del governo della Repubblica sono milionari: Loro, insieme ai milionari fascisti, detengono milioni nella stessa banca londinese; pertanto, gli interessi degli uni e degli altri sono gli stessi. La rivoluzione mondiale proletaria dissolverebbe quella banca e quegli interessi.
È quindi evidente che ciò che è importante per tutti loro è frantumare la Rivoluzione che li minaccia e distruggere i lavoratori rivoluzionari in una guerra violenta.
Popolo: cercate di ragionare senza alcuna delle trappole del fanatismo che vi accecano gli occhi!
Un certo ministro del «popolo» ha già dimostrato, qualche giorno fa, che una volta che «questo» sarà finito, la Repubblica spagnola manterrà sicuramente le forme politiche che aveva prima della Rivoluzione.
Un ministro “operaio” permette che le prigioni e i penitenziari rimangano in piedi e, per di più, crea campi di concentramento mentre grida: “Abbasso il fascismo!”
E un altro va in giro a parlare nelle arene di anarchismo nazionalista e patriottico, mentre allo stesso tempo un vecchio politico catalano ordina al popolo di stare zitto e di obbedire ciecamente al governo.
Perché aggiungere altro? Gli anarchici non collaborano, non hanno mai collaborato e non collaboreranno mai con nessun governo. Diffondete avvertimenti al popolo ovunque affinché non si lasci ingannare come un eterno bambino, affinché rompa con quella vecchia e putrida farsa per far posto alla piena e bellissima luce del Sole dell’Anarchia.
Da parte nostra, siamo pronti a sacrificare le nostre stesse vite. Ma moriremo con dignità, compagni, gridando con forza «Abbasso il Governo! Viva l’Anarchia!».
— Il gruppo anarchico Quijotes dell’Ideal —
Note:
[1] Diversi «compagni di spicco» del sindacato anarchico-sindacalista, la CNT, assunsero incarichi nel governo repubblicano liberale nel vano tentativo di porre fine alla discriminazione nei confronti delle conquiste della Rivoluzione. Il loro «esperimento» si rivelò un fallimento e questa violazione dei principi anarchici provocò sgomento e ulteriore scoraggiamento in una situazione già in fase di disgregazione.
[2] Questo paragrafo illustra il ruolo prevalentemente reazionario che la Chiesa cattolica ha svolto nella società spagnola e l’odio che la gente comune nutriva nei confronti delle sue organizzazioni.
Note sul testo e chiamata alla mobilitazione di solidarietà per lx arrestatx del 16 giugno.
PREMESSA: nel mentre scrivevamo queste righe lx compagnx sono statx quasi tuttx liberatx (manca, ora che inviamo le mail, “solo” Pietro all’appello e ci augriamo di averlo presto tra noi!) ma ci parevano considerzioni estemporanee, non necessariamente contingentate alla situazione repressiva che le ha scaturite, perciò, le inviamo comunque!:)
Leggiamo gli spunti che emergono dal testo di solidarietà e che invita alla mobilitazione per le giornate del 10-11-12 luglio, e ci dà l’appiglio per approfondire due tematiche che lì, viene detto, sono considerate punti cardine dell’inchiesta. Perciò, benchè non sia poeticamente brillante, prendiamo come si suol dire “la palla al balzo” e bruttiamo giù due righe che ci sembra vadano nella direzione di approfondire l’analisi su alcuni temi che vengono, a nostro avviso molto puntualmente, toccati dal comunicato.
Procediamo senza ulteriore preamboli, drittx ai punti che vogliamo toccare.
Nel testo, tra le varie cose, si fa riferimento alle lotte per la liberazione di Alfredo Cospito e in difesa della popolazione palestinese: lotte che non abbiamo vinto (se no forse non saremmo qui con 8 nuovx compagnx dentro!) ma che hanno avuto, secondo noi, oltre a tanti altri, il merito di “ripoliticizzare la sfera pubblica” in Italia.
Qui per politica non intendiamo il teatro della democrazia, ma la presa di coscienza che siamo immersx in un contesto sociale nel/sul quale possiamo incidere con la nostra azione o inazione (diserzione e boicottaggio, strumenti comunque importanti benchè meno appariscenti/eclatanti di altri).
Secondo noi questo è stato, delle suddette mobilitazioni, il merito più inaspettato e più temuto dalla controparte: in un contesto sociale come quello italiano dove lo stigma della “politica” è totale, trasversale, multidirezionale (“a scuola non si fa politica!” “lo sport non è politico!” “lasciate fuori la politica da queste cose!”) il fatto di ridare una collocazione politica agli eventi ha in sé un bagliore di tante, tantissime possibilità.
Perchè se un problema non lo assumi come “evento” ma come una specifica “conseguenza” di un sistema sociale, economico, politico, allora puoi metterti in testa di individuarne dex resaponsabili e rileggere tutta la tua vita in chiave di conflitto preciso tra chi sfrutta e chi viene sfruttatx. E noi anarchicx abbiamo fatto (da sempre: con l’analisi teorica e con l’azione pratica) soprattutto questo: abbiamo evidenziato e indicato delle responsabilità. Ma ci torneremo.
Almeno dal berlusconismo in poi, in Italia, tuttx coloro che volessero fare carriere politica (qui parliamo del teatrino) si dichiaravano “antipolitici” (pensiamo a quei partiti tipo i 5 stelle che si sono chiamati – e da lì in avanti molti altri – “movimento”) perchè il contesto di sfiducia quasi totale ereditato dalla Seconda Repubblica, aveva non solo allontanato, ma schifato e disilluso, una grande fetta della società italiana.(*)
Operando una sovrapposizione strumentale tra “partitico” e “politico” si è lentamente (manco troppo) fatto passare quasi ovunque e quasi totalmente il messaggio che “tutto ciò che è politico è merda”.
Questa operazione di occultamento e manomissione dei significati è al contempo un’opera precisa di sabotaggio cognitivo e interpretativo, che si traduce in inazione pratica: tutto ciò che è politico è marcio perciò non mi ci metto tanto, per di più, non cambia nulla.
Questa seconda parte della frase, mantra rintracciabile su quasi tutte le bocche della penisola, è un esempio magistrale di profezia che si autoavvera: non faccio nulla per cambiare perchè tanto non cambia nulla.
Voilà!
Se da anarchicx siamo più che d’accordo che ciò che è politico è marcio, nel senso del teatro partitico/istituzionale democratico siamo però fermamente convintx invece che (quasi) tutto sia politico nella sua accezione di avere delle cause e delle conseguenze ambientali, in un ambiente che non è neutro ma dominato, sistematizzato, da regole di oppressione (patriarcato, specismo, capitalismo, autoritarismo, razzismo).
Quindi, il valore immenso di quelle mobilitazione per noi (ripetiamo, non per invisibilizzarne altri, nè per tacerne i limiti, ma ci pare che su quanto scriviamo ora nessun testo avesse posto l’accento) è stato ripoliticizzare il quotidiano: tanto con la mobilitazione per Alfredo quanto, in misura maggiore, per la Palestina, la vita sembrava avere di nuovo dei connotati storici, ideali, etici. Questo, crediamo, sia ciò che più di tutto terrorizza chi detiene il potere e con la buona vecchia dottrina fascista (“in questo posto di lavoro non si parla di politica. Si lavora e basta”.) mantiene masse di sfruttatx in uno stato di costante frustrazione disillusa, di oppressione rassegnata, proprio perchè alienata da qualsiasi possibilità di cambiare le cose.
Durante i mesi di mobilitazione per Alfredo tutte le tv e i giornali e le radio e i social parlavano del carcere, questionandolo, criticandolo, qualcunx ponendo in discussione la sua utilità: cosa c’è di più assurdo e pericoloso per una società poliziesca e carceraria come quella italiana? (poi che si possa discutere a lungo sulla “mediatizzazione” delle lotte, soprattutto di quella per Alfredo, è un altro importante punto che non toccheremo ora).
Durante le mobilitazioni per la Palestina c’era un vero e proprio senso di polarizzazione sociale (ossia ti dovevi posizionare, stava saltando il sacrosanto diritto-dovere alla “neutralità”: di fronte a una cosa così grossa devi dire da che parte stai) di presa di coscienza e di presa in carico di questioni politiche addirittura immensamente più grandi del solo nostro orticello, e il fatto che stesse diventando via via sempre più di massa questo coinvolgimento, crediamo sia stato determinante nel fare inscenare il teatrino della “tregua” che poi ha sancito la prosecuzione del genocidio con altri (soliti) mezzi, e la morte della mobilitazione globale di solidarietà.
Ora, non vogliamo mitizzare oltre il dovuto queste mobilitazioni, e neppure ne elencheremo qui tutti i limiti che pure ci sono stati, solo ci interessava partecipare al dibattito che si suggerisce nel testo e dire e dirci che noi anarchicx siamo creature che necessitano di un mondo politicizzato, perchè questo è il nostro linguaggio, laddove invece il potere necessita (e ha ottenuto) un mondo tecnico: formalmente apolitico, praticamente reazionario tendente al fascista.
Noi anarchicx diamo il nostro meglio in un contesto di effervescenza etica, per la capacità e l’attitudine a suggerire i giusti obiettivi della giusta rabbia sociale o individuale: i padroni, gli amministratori delegati, le industrie belliche, gli armatori complici, le ferrovie complici, le banche, etc etc.
Questo nostro “cassandrismo” è di solito una voce che cade nel vuoto, ma laddove la società si ripoliticizza, laddove si riscopre l’azione politica, allora ecco che torna a fare paura a chi detiene il potere. O per lo meno questo è quello che crediamo e che vorremmo aggiungere alle sopracitate riflessioni del testo.
Lo stesso “insurrezionalismo”, che tanto ancora viene sbandierato daigiornali (a dir la verità ormai suona un pò boomer dire “anarco-insurrezionalista” ma tant’è!) a nostro modesto parere teorizzava – e praticava – uno “stare nelle lotte preesistenti nel tessuto sociale con l’intento di radicalizzarle”, ma vivendo in un contesto dove le lotte sociali non esistono, per lo meno quelle che possano vantare una partecipazione e una durata che le faccia considerare “rischiose” dalla controparte, ecco che il compito dellx anarchicx si complica incredibilmente.
Ed ecco perchè, crediamo, le ultime mobilitzione in Italia hanno così spaventato il governo e gli apparati repressivi: perchè una parte, minoritaria certo, ma agente e pensante, della popolazione italiana(**) stava ripoliticizzando la sua esistenza.
E quando assumi che tutto è politico in un sistema sovrasocializzato come il nostro, allora ovunque diviene legittimo manifestare la propria politicizzazione, il proprio posizionamento: crediamo che, in defintiva, sia stato questo l’incubo dei padroni negli anni ’70 (oltre all’illegalismo di massa e armato): che la gente non lasciava correre, si schierava, rivendicava, lottava, protestava, diceva, scriveva, si univa, ovunque, non c’era una separazione tra il circolo politico, il concerto, il luogo di lavoro, la scuola, la famiglia, i boschi, le spiagge, tutto è da mettere i discussione, tutto è da ribaltare, perchè su tutto, stato e capitalismo, hanno messo le mani.
Un altro punto sul quale condividiamo la necessità di “presa in carico”, come si suggerisce nel testo, è quello che riguarda il 270quinques ter: il “terrorismo della parola”.
Quello che scriveremo, invero, ci rendiamo conto essere un po’ una banalità per chi mastica di diritto e leggi e tribunali, perciò saremo brevi.
Come si dice nel testo sembra un articolo studiato apposta per un movimento come quello anarchico che ha sempre scritto e stampato e letto tanto, ma anche, aggiungeremmo, per un momento storico come quello attuale dove i contenuti virtuali dilagano sui cellulari di quasi ogni singola persona sulla terra e, proprio come nel caso di Ahmed Salem, se sei la persona sbagliata col video sbagliato, finisci incarcerato per terrorismo.
Infatti, sempre secondo chi scrive, ci vogliono almeno due ingredienti perchè il maleficio della legge si compia: il fatto che viene contestato (in Italia poi basta la supposizione del fatto, se sei, per esempio, anarchicx o palestinese) e, appunto, l’identità del soggetto.
E’ infatti evidente che la legge non punisce i fatti ma chi li commette (gli stessi opuscoli che sono valsi l’arresto e la detenzione in AS2 per i nostri compagni Pietro e Toni, se fossero stati rinvenuti nella casa di un manager o di uno sbirro o di un onesto cittadino che vota nella maniera giusta, cosa avrebbero comportato?) e come non considerare che, sempre in Italia, ci sono negozi (reali o online) che vendono dozzine e dozzine di testi nazisti o fascisti, che promuovono gli stermini razziali, la misoginia, l’assassinio politico e così via, e continuano a circolare in normalissimi circuiti commerciali? (taluni patecipano anche alle fiere del libro!)
E’ una domanda retorica e non vuole portare con sé alcuna indignazione: sappiamo che la legge è l’espressione di un rapporto di forza, e sappiamo che la legge disciplina i corpi e le menti, non regolamenta le interazioni. In definitiva sappiamo che la legge è un plotone d’esecuzione con la pallottola sempre in canna diretto verso i marginali, le ribelli, le scomode, i reietti, i non conformi, le refrattarie all’ordine.
E per ognuno di questi soggetti, ci pare di leggere dalle applicazione fatte fin’ora di questo nuovo articolo, si contestano, secondo il principio di arbitrarietà e vacuità legislativa capisaldi dell’ordinamento repressivo italiano, sfumature diverse di “terrorismo”.
Allx anarchicx infatti fin’ora sono stati contestati testi – per quanto ci è dato sapere – assimilabili a “manuali”, quindi testi che restano nel campo semantico dell’azione diretta, dell’artigianato
rivoluzionario, laddove il compagno palestinese di cui accennavamo è stato arrestato per un video che mostra alcune componenti della resistenza palestinese in azione. Un video, a detta di tantx, che avranno visto centinaia di migliaia (se non di più) di persone nel mondo, Italia compresa.
Lx anarchicx continuano, da centocinquant’anni, a fare paura agli stati perchè coniugano la parola con i gesti concreti, le persone palestinesi
devono essere schiacciate sul nascere (come Israele insegna brillantemente) e sradicate dalla loro cultura, cosmogonia, terra, lingua, e dal loro immaginario di resistenza, perchè la loro stessa esistenza è un affronto alla pretesa onnipotenza del potere (in questo caso Israelo-statunitense).
Ecco, ci pare che possiamo fermarci qui, augurandoci che possano essere parole utili al dibattito.
Complici e solidali con tuttx lx prigionierx anarchicx e rivoluzionarix nel mondo! Per un mondo di liberx ed ugualx!
(*) Questa nota potrà sembrare fuori contesto, ma siamo invece persuasx che sia un esempio calzante di “guerra alla politicizzazione”: le scritte sui muri.
Sempre uno dei passi fatti dal berlusconismo fu di dichiarare guerra ax writer. Se da un lato si può leggere come una facile strizzata d’occhio al cittadino medio che ammazzerebbe a mani nude chi gli tagga il portone di casa, dall’altra pensiamo che questa crociata contro le scritte sui muri sia precisamente mirata a sopprimere uno dei mezzi storicamente (da quando esiste la scrittura…ed esitono i muri!) utilizzati dalla gente di strada per comunicare, denunciare le malefatte del potere, sfogarsi, filosofare, dedicare, etc.
Il fatto di aver reso reato penale l’imbrattamento ci dice che la direzione è quella di stringere il monopolio sulla comuncazione e di criminalizzare chi volesse contenderlo attraverso la pratica autogestita della muralità: solo chi ha legittimità di fornire messaggi, i media, può occupare lo spazio pubblico, voi invece siete teppisti, non gente che ha idee che vuole trasmettere. E i teppisti, in una società con la religione del decoro, sono il gradino prima de terroristi.
Si potrà obiettare che ci sono i social che sono bacheche dove ognunx può dire la sua, ma controbiettermo che la fisicità dei luoghi, la concretezza di un muro che vedi tutti i giorni sulla tua strada, non è paragonabile alla fumosità del virtuale, dove micini coccolosi e bambini senza braccia a Gaza hanno lo stesso peso, basta scrollarli via.
(**) O meglio, che vive all’interno dei confini italiani, perchè, altro dato assolutamente allarmante per il potere, per la prima volta – nella vita di chi scrive – gente italiana e gente razzializzata si stavano incontrando davvero nelle strade, saldandosi in dei rapporti, scontrandosi assieme contro la polizia, e questo è pericolosissimo per uno stato colonialista e razzista che fonda la quais totalità delle sue strategie di propaganda e di dominio sul razzismo e sul suprematismo.
All’oggi quello che resta di questo incontro sono lx prigionierx: tanto da parte anarchica come da parte palestinese/solidale ci sono arrestatx,
spesso nei circuiti d Alta Sicurezza, che si sono, anche, riconosciutx in quella lotta comune: crediamo sia interessante ragionare come non parcellizzare la solidarietà da un punto di vista identitario (anarchicx con anarchicx e palestinesi con palestinesi) ma fare della repressione
un’occasione di nuovo incontro e complicità. Cominciando magari proprio dal partecipare reciprocamente ai presidi sotto le carceri.
Si è chiuso in queste settimane il processo di primo grado per la morte di Vakhtang Enukidze, ucciso da un pestaggio delle guardie nel CPR di Gradisca, il 18 gennaio del 2020.
Il tribunale di Gorizia, a oltre sei anni dai fatti, assolve tutti gli imputati: Roberto Maria La Rosa, il centralinista in servizio quella notte, individuato – in fase di indagine – quale possibile responsabile della mancata risposta alle richieste d’aiuto dei compagni di cella di Vakhtang; assolve il ben noto Simone Borile, all’epoca direttore di Ekene e oggi direttore del campo di Gradisca, una delle figure peggiori fra i molti orridi padroncini che si riempiono le tasche con il business delle carcerazioni in appalto; assolve, soprattutto, lo stato, dunque se stesso e il sistema razzista di selezione – controllo – repressione – reclusione – deportazione.
Che la “giustizia” tribunalesca si risolva in una simile farsa, stupisce poco. Fa, in ogni caso, un certo effetto sperimentarne, per l’ennesima volta, l’ipocrisia e la brutalità.
L’unico colpevole dell’uccisione di Vakhtang, ci dicono, è Vakhtang stesso, nonostante le evidenti responsabilità di quel tritacarne che è la detenzione amministrativa, dei suoi amministratori e dei suoi operatori, responsabilità emerse perfino in sede di processo.
È la pm Giulia Villani a incaricarsi di fornire un fulgido esempio dell’ideologia coloniale e razzista innata al sistema di oppressione e asservimento che normalmente rappresenta, nelle stanze di tribunale. È lei che in sede di processo chiarisce l’ovvio nesso tra quanto toccato a Vakhtang e la ribellione che lui stesso aveva osato mettere in campo dentro la galera in cui era rinchiuso: “episodi di danneggiamento, rivolta e violenza”, perpetrati da una persona che “si distingueva per violenza e per resistenza a pubblico ufficiale”, per “estrema insofferenza e alterazione”.
L’individuo che si rivolta contro le condizioni della propria oppressione, insomma, non può che andare incontro, inevitabilmente, alla repressione, alla vendetta e, qualora necessario, all’eliminazione fisica, in nome della tenuta del sistema.
Il colpevole dell’uccisione di Vakhtang è Vakhtang stesso, ci dicono, perché era un soggetto problematico, di cui tutti si lamentavano, che è stato alternativamente raccontato come aggressivo, mentalmente instabile, come un tossico. Anche in questo caso, è all’opera l’essenza della consolidata retorica che caratterizza tutti gli immigrate/e come potenziali pericoli da sorvegliare, rinchiudere ed espellere, quali nemici/e interni al corpo sociale autoctono.
Avessero almeno il coraggio di raccontare le cose come stanno e di spiegare che il colpevole dell’uccisione di Vakhtang è Vakhtang stesso, perché era parte, assieme ai suoi compagni di prigionia, di una forza-lavoro eccedente, in sovrappiù rispetto alle necessità degli attuali cicli di accumulazione del capitale, non reinseribile nelle catene di riproduzione di valore dietro la promessa di qualche soldo che permetta l’acquisto di una piccola distrazione con cui alleviare la miseria delle proprie condizioni di esistenza.
Nessun colpevole per l’uccisione di Vakhtang, dice il tribunale di Gorizia, a parte Vakhtang stesso.
Nonostante sappia che i detenuti di Gradisca, la notte della sua morte, furono pestati dalle guardie e che il suo corpo era coperto di lividi. Nonostante sappia che Vakhtang non fu soccorso per ore, dopo i pestaggi, e che a nulla valsero le richieste d’aiuto dei suoi compagni di cella. Nonostante sappia che nei giorni successivi furono fatte circolare false notizie – quelle riguardanti asserite risse fra i reclusi – nel goffo tentativo di coprire ogni responsabilità del sistema CPR e dei suoi dirigenti. Nonostante sappia che molti dei testimoni dei fatti furono rimpatriati in tutta fretta, nei giorni successivi. Nonostante sappia che Vakhtang è morto in una struttura di segregazione razziale, a poche settimane di distanza dalla sua riapertura.
Dopo la sentenza del processo in primo grado per la morte di Moussa Balde al Cpr di Torino, nel quale i giudici avevano tentato di lavarsi la coscienza con una sentenza di condanna simbolica (un anno di reclusione con sospensione condizionale all’allora direttrice del campo), la vicenda dei medici dell’ospedale di Ravenna (perquisiti perché indagati per aver certificato la non idoneità di alcuni migranti al trattenimento in Cpr) e la completa assoluzione di Borile e della sua cricca di collaborazionisti certificano l’importanza che riveste l’inscalfibilità di questo sistema per i piani di sfruttamento, pacificazione e repressione, dello stato e dei padroni.
Un motivo in più, questo, per cercarne i punti di attacco.
Dal 18 gennaio 2020 a oggi, altre tre persone sono morte nel CPR di Gradisca. I loro nomi sono Orgest Turia, Anani Ezzeddine e Arshad Jahangir. Altre decine di uomini hanno tentato il suicidio o sono state ferite, in alcuni casi riportando lesioni permanenti.
Tutte vicende avvenute sotto l’egida della cooperativa Ekene – viale Roma 23 e via Sant’Elena 34, Battaglia Terme, Padova – che continua a gestire, dalla sua riapertura, il campo di Gradisca (dopo alcune proroghe, l’ultimo rinnovo dell’appalto è dello scorso anno) ed anzi allarga ancor di più le sue grinfie. Dopo aver gestito, fino al settembre del 2024, il CPR di Macomer, in Sardegna, la cooperativa è subentrata nel dicembre del 2024 nella gestione del CPR di Milano in Via Corelli, in seguito al commissariamento del campo; dalla fine del 2024, gestisce inoltre il CPR di Ponte Galeria a Roma. Un premio alle sue “competenze”: operare per conto dello stato la violenza necessaria al mantenimento della gerarchia razziale, più nota come “gestione dei flussi migratori”.
Non a caso, la storia di Ekene è lunga e articolata.
Un’azienda che nasce come diretta emanazione di Ecofficina ed Edeco, a loro volta enti che hanno dominato il mercato dell’accoglienza, in Veneto – tanto da meritarsi l’appellativo di “coop-pigliatutto” – gestendo i suoi meccanismi di semi-reclusione, soggiogamento e morte. A dimostrare tutto questo, per raccontare un altro tragico esempio, basti pensare alla storia di Sandrine Bakayoko, scomparsa nel 2017 nel campo di Cona, gestito da Edeco.
Ekene è quindi oggi uno dei bracci operativi di quell’arcipelago “sociale” riconducibile agli stessi nomi, alle stesse figure chiave, agli stessi indirizzi, alle stesse responsabilità, di cui fanno parte anche Tuendelee e Tucso. Ognuna delle isole che compone questo arcipelago è nient’altro che uno dei tanti nodi dell’italico sistema di oppressione razziale, che nella commistione di appalti e contratti di vario genere somministra, a differenti livelli, forme di reclusione, sfruttamento e tortura, utili a disciplinare le persone razzializzate.
Il razzismo non è solo retorica, ma una macchina reale costituita da ingranaggi, dispositivi, luoghi, interessi, infrastrutture, che rendono efficace il ricatto del permesso di soggiorno e il controllo della popolazione eccedente.
La morte, in questo complesso, non è un semplice accidente, ma uno dei suoi tanti effetti, conseguenza del suo funzionamento e monito per i/le liberi/e.
Tutto questo, è necessario tenerlo sempre bene a mente.
Per Vakhtang Enukidze. Per Orgest Turia, Anani Ezzeddine e Arshad Jahangir. Per tutte le persone segregate, torturate, rimpatriate e uccise in queste fabbriche di morte.
Al fianco di chi resiste al suo interno!
Con i rivoltosi/e di tutte le galere!
Sempre, ed oggi ancor di più, con i compagni e le compagne indagati/e e privati/e della libertà per aver lottato con ogni mezzo necessario contro chi lavora al mantenimento di un regime di miseria, sottomissione e morte!
Il 20 luglio e il 3 agosto, ore 18:00
torniamo sotto le infami mura del carcere “La rocca” di Forlì.
Per chi sta dentro e resiste al caldo e alla tortura della reclusione; per noi che stiamo fuori che ritroviamo ogni volta lo spirito dello stare assieme, per un’ideale pratico, in strada!
Ricordando che la lotta per la liberazione dex compagnx arrestatx il 16 giugno non sarà terminata finchè anche Pietro non sarà nuovamente con noi!
Ricordando che la lotta per la liberazione di tuttx lx nostrx compagnx e di tutte le persone ingabbiate, non finirà fino a che non crollerà questa infame società!