FRANCIA: AGGIORNAMENTI SU LOUNA, COMPAGNA TRANS ANARCHICA ARRESTATA PER UN ATTACCO INCENDIARIO E ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

Diffondiamo da Transenne – Barricate contro la transfobia

Louna è una compagna trans anarchica arrestata a metà ottobre 2024, e trattenuta da allora fino a febbraio 2025 in custodia cautelare nel carcere maschile di Tarbes.

Louna è stata accusata di aver dato fuoco a un macchinario utilizzato per la costruzione dell’autostrada A69 tra Castres e Tolosa, un progetto tanto inutile quanto mortifero. È stata rilasciata dal carcere il 14 febbraio 2025, dopo quattro mesi di prigione preventiva. La settimana precedente aveva avuto luogo il suo interrogatorio con il giudice istruttore, durante il quale lx avvocatx di Louna avevano anche presentato una richiesta di rilascio, che è stata poi accettata.

Durante il colloquio con il giudice istruttore, Louna ha rivendicato la responsabilità dell’azione di cui è accusata. Ha detto: “Rivendico di aver tentato di danneggiare un’attrezzatura da costruzione. Tuttavia, non mi scuserò, perché lo considero un atto di legittima difesa dell’ambiente. Ricordiamo che negli anni ’40 lx combattentx della Resistenza erano etichettatx come terroristx: mi chiedo come saremo chiamati in futuro…”. Allo stesso tempo non ha risposto alle viscide richieste del giudice di collaborare alle indagini e fornire informazioni su altre persone.

Il caso non è tuttavia terminato. Louna non è più in carcere, ma è sottoposta a una stretta sorveglianza giudiziaria: ha l’obbligo di rientro notturno, deve presentarsi in caserma una volta alla settimana, le è vietato lasciare la provincia e soprattutto le è vietato avere contatti con le persone a lei vicine…

Seguiranno aggiornamenti sulle indagini in corso e sul futuro processo.

Sito di supporto per aggiornamenti e comunicati: https://soutienlouna.noblogs.org/

Contatti: soutien-louna@riseup.net

Raccolta fondi per le spese legali: https://www.helloasso.com/associations/alerte-planete/collectes/a69-solidarite-face-aux-proces

Un riassunto più dettagliato della vicenda

A metà ottobre 2024, 4 persone sono state arrestate in diverse parti della Francia, per strada in arresti mirati o a casa propria alle 6 del mattino. Ognunx di loro è statx portatx a Tolosa per essere tenutx in custodia di polizia per 94 ore, nell’ambito di un’indagine su una “associazione a delinquere” legata alla lotta contro l’A69. Al termine della custodia di polizia, Louna è stata l’unica persona a essere indagata ed è stata inviata in carcere in detenzione preventiva. È accusata di aver distrutto una scavatrice utilizzando una sostanza esplosiva e di associazione a delinquere con mezzi pericolosi.

Da allora è stata detenuta nel carcere maschile di Tarbes, nonostante sia una donna trans. E proprio perché è una donna trans, è stata messa in “isolamento”. In concreto, l’isolamento ha significato che il suo unico contatto sociale era con gli sbirri, e che poteva uscire dalla sua cella soltanto quando tutti gli altri detenuti erano nella loro. Questo ha reso estremamente difficile, se non impossibile, fare una passeggiata, fare una doccia o partecipare a qualsiasi attività. Ha subito transfobia a tutti i livelli del sistema giudiziario, dal costante misgendering alle invadenti domande di un giudice che le ha chiesto se voleva sottoporsi a un intervento chirurgico ai genitali e che si è stupito che non ci fosse un follow-up da parte di uno psichiatra per la sua transizione… Malgrado la transfobia e le condizioni di isolamento, Louna ha mantenuto alto il suo spirito durante la detenzione.

Il suo arresto si inserisce in un contesto di mesi di repressione estremamente brutale verso lx attivistx contro l’A69. Oltre alla presenza sproporzionata di sbirri, questa repressione si manifesta anche nel centinaio di processi attualmente in corso, nelle decine di espulsioni di attivistx ordinate dai tribunali, in poliziotti che buttano giù attivistx da 6 metri di altezza e nelle pene detentive già comminate ad altrx due attivistx.

Gli elementi dell’inchiesta

Nella notte tra il 4 e il 5 maggio 2024, un’attrezzatura edile è stata incendiata non lontano dal tracciato della A69. Secondo gli inquirenti, i filmati di videosorveglianza della scena mostravano due persone che davano fuoco a un escavatore e poi una di loro aveva un ritorno di fiamma. La sera stessa, una persona è stata ricoverata d’urgenza in uno degli ospedali più vicini al luogo dell’incendio, con ferite che potevano essere compatibili con l’incidente filmato. Si tratta di Louna, ricoverata in ospedale quella stessa notte.

Secondo i filmati delle telecamere a circuito chiuso dell’ospedale, sembra che tre persone la accompagnassero. Gli investigatori hanno individuato l’auto con cui Louna era arrivata in compagnia di queste tre persone e hanno preso il numero di targa e trovato quindi l’identità dellx proprietarix. Inoltre, Louna ha fornito il numero di telefono di unx parente su un modulo di emergenza, numero che i poliziotti sembrano aver associato a una delle persone che la accompagnavano. Gli agenti di polizia hanno anche sequestrato i suoi vestiti mentre era in ospedale e hanno prelevato del DNA da un paio di pantaloncini e da una mascherina anti-covid. Questo DNA è stato attribuito a una delle persone sospettate di aver accompagnato Louna in ospedale. Durante la visita, i poliziotti hanno anche scattato delle foto allx compagnx, di qualità migliore rispetto alle immagini di videosorveglianza perché scattate con uno smartphone. Questo probabilmente per tentare un riconoscimento facciale, ad esempio confrontandole con le foto dei loro archivi o con quelle dellx attivistx già notx contro l’A69.

Dopo due giorni di degenza, Louna ha deciso autonomamente di lasciare l’ospedale.

Sulla base di questi elementi, a metà ottobre sono state arrestate quattro persone: Louna, due persone sospettate di averla accompagnata e lx proprietarx dell’auto. Sono statx tenutx in custodia dalla polizia per 94 ore e interrogatx. Gli investigatori hanno anche approfittato del tempo trascorso in custodia per recuperare il DNA di Louna da una tazza che aveva usato, oltre ad averlo probabilmente già preso dai suoi vestiti in ospedale. Hanno dichiarato che lo stesso DNA era stato trovato su una mascherina anti-covid lasciata sulla scena dell’incendio. Di conseguenza, Louna è stata incriminata nell’ambito dell’indagine e le altre tre persone sono state rilasciate.

A metà novembre, gli investigatori hanno effettuato una nuova perquisizione e un nuovo arresto a casa di unx attivista, notx alla polizia per il suo attivismo nei circoli ecologisti della sua città, sempre alla ricerca di almeno una delle persone che avevano accompagnato Louna in ospedale. Anche lxi è statx rilasciatx senza ulteriori provvedimenti.

Tra le altre tecniche che la polizia ha detto di aver usato o che presumiamo abbia usato, ha messo sotto controllo le chiamate e i messaggi di testo non criptati di una o più delle persone sospettate, e avrebbe seguito i loro spostamenti tramite il controllo dei loro telefoni cellulari. Sembra inoltre che abbiano chiesto gli estratti conto bancari (anche dellx parenti dellx indagatx) e, dato che lo fanno quasi sistematicamente, possiamo immaginare che abbiano chiesto alle aziende telefoniche i metadati dei numeri che hanno attribuito a unx o più dellx indagatx. Infine, lx parenti di alcune delle persone sospettate sono statx convocatx per essere interrogati durante il fermo di polizia dellx congiuntx, nei casi in cui erano stati designati come parenti da avvisare da parte dellx sospettatx in custodia.

Un’altra indagine è stata aperta a metà dicembre, quando tre persone sono state trattenute in stato di fermo per 36 ore, e poi rilasciate senza ulteriori provvedimenti. L’indagine riguardava diversi incendi in cantieri edili dell’A69.

Concludiamo con alcune parole di Louna dal carcere:

“Per tutte le lettere di sostegno, grazie per la vostra forza <3 È confortante vedere tanto sostegno nelle mie mani. Come dice una delle lettere “i muri sono spessi, ma la solidarietà è potente!”. Tutti questi piccoli e grandi disegni, poesie, aneddoti, parole d’amore, di tenerezza, di rabbia, di abbracci, di ammiccamenti… Siamo qui! Un grazie speciale alle sorelle trans, noi ci conosciamo, forza!
Grazie per le serate di sostegno, le cene e tutto il resto.
Un pensiero a chi sta lottando qui e altrove, siamo insieme <3 Forza a chi sta costruendo, curando, resistendo <3 Amore e Rabbia
TranS RightS “

Il suo gruppo di supporto segnala alcuni materiali per continuarsi a formarci e ad aggiornarci sulle tecniche di polizia e sulle pratiche di difesa collettiva per preservarci dalla repressione (in francese):

Petit manuel de défense collective:
https://infokiosques.net/spip.php?article1788
Affaire « Lafarge » moyens d’enquêtes:
https://infokiosques.net/spip.php?article2042
Les chouettes hiboux face la répression:
https://infokiosques.net/spip.php?article1706
Sito No trace project:
https://www.notrace.how/fr/

USA: MARIUS MASON RISPEDITO IN UN CARCERE FEMMINILE DOPO LE ORDINANZE ANTI-TRANSGENDER DI TRUMP

Diffondiamo da Transenne – Barricate contro la transfobia

Marius Mason, prigioniero anarchico, fece coming out come persona trans in carcere nel 2016. Dopo dure battaglie ottenne di iniziare le terapie ormonali e cambiò i suoi documenti legali. Nel 2022 venne trasferito in un carcere maschile come da sua richiesta. Oggi, il governo sempre più transfobico dei cosiddetti Stati Uniti lo ha ritrasferito in un carcere femminile in seguito alle ordinanze di Trump.

Marius ha ancora poco meno di due anni da scontare. È un anarchico ecologista e antispecista che fu condannato nel 2009 a 22 anni di carcere con l’accusa di terrorismo per il suo coinvolgimento in danni alla proprietà contro aziende ecocide. Il suo arresto faceva parte di quella campagna repressiva oggi nota come “Green scare”. La condanna a 22 anni di carcere inflitta a Marius non gli ha impedito di continuare a lottare contro l’ingiustizia, e mentre era dietro le sbarre si è instancabilmente battuto per i diritti delle persone trans detenute.

Quello che è appena accaduto a Marius è quello che sta accadendo in massa alle persone trans detenute negli Stati Uniti dopo le ordinanze anti-transgender di Trump, nonostante le molteplici sentenze dei tribunali che bloccano le politiche del presidente. Nell’ordinanza di Trump vi è anche l’ordine di bloccare le terapie mediche di affermazione di genere per le persone trans in custodia federale e il misconoscimento del loro cambio di nome legale in favore dei dati anagrafici assegnati alla nascita. I funzionari del Dipartimento dell’Amministrazione Carceraria chiedono ora che il personale si riferisca allx detenutx trans con i loro nomi di nascita e con pronomi non corretti, oltre a negare le richieste di abbigliamento adeguato al loro genere. Il Dipartimento ha anche revocato le politiche che consentivano alle donne trans di essere perquisite da guardie di sesso femminile.

Ovviamente tutto questo significa un incremento dei già elevati livelli di violenza sessuale e discriminazione dietro le sbarre nei confronti delle persone trans.

Per scrivere a Marius e inviargli un po’ di affetto e sostegno, indirizzate le lettere a:
MARIE MASON #04672-061 FCI Danbury ROUTE 37 DANBURY, CT 06811, USA

https://supportmariusmason.org

ROMA: LEGAMI BESTIALI

Diffondiamo:

Questa iniziativa nasce dalla necessità condivisa di creare uno spazio di confronto sui legami tra individualitá oppresse da strutture egemoniche patriarcali e speciste.
Ciò che ci interessa è mettere in risalto come queste due forme di sopraffazione si intersecano e si manifestano.
Le ideologie di dominio che perpetuano l’emarginazione di animalə umanə attraverso razzismo, abilismo, colonialismo (..) non agiscono indipendentemente l’una dall’altra ma sono interrelate e sovrapposte.
Così come sono interconnesse anche quelle dellə animalə non umanə e di tutto il vivente. Patriarcato e specismo si rinforzano a vicenda, pongono l’uomo bianco etero cis abile al vertice della scala gerarchica dell’esistente. Per legittimare e mantenere la sua posizione di privilegio, attraverso dualismi inferiorizzanti ed escludenti, riduce il resto dei corpi a materia da recludere, sfruttare, estrarre e mercificare.

I comportamenti che disturbano l’ordine sociale  e/o deviano la norma eterosessuale vengono stigmatizzati come bestiali,  relegati alla dimensione animale con accezione negativa, quindi animalizzati.
In questa cornice anche il veganismo antispecista rappresenta una deviazione dalla norma e sotto questo aspetto si può considerare una pratica queer.  “Il rifiuto di mangiare carne non è solo un rifiuto del patriarcato, ma un fallimento e un’interruzione dell’eteronormatività.”

Ci prendiamo questo momento collettivo aperto nell’ottica di decostruire e ricostruire connessioni tre genere e specie.

PER UNA LIBERAZIONE TOTALE CONTRO GABBIE di OGNI GENERE

Ateneo occupato, 3 maggio 2025, via O. Fattiboni 1, Roma.

Link contributi utili:
https://drive.gattini.ninja/index.html#91506c6c3797,NIKA+1kHPFcoU0Q2F1GVXMprcqOcS6/2sf68/CUw+iU=

BOLOGNA: STRAPPATI E IMBRATTATI I MANIFESTI DELLA LUVV

Riceviamo e diffondiamo

Nelle scorse settimane sono comparsi a Bologna dei manifesti di LUVV (Lega Uomini Vittime di Violenza), che riprendono la grafica dei manifesti inerenti alla violenza di genere che hanno tappazzato nei mesi scorsi tutta la città – manifesti che tra l’altro riproponevano vittimizzazione secondaria e davano spazio a stereotipi di genere, binarismo, disparità di potere e linguaggio violento.

Questi nuovi manifesti si appropiano delle parole del movimento transfemminista, denunciano presunte “violenze” agite contro gli uomini da parte delle donne, in particolare partner. Tra queste si parla dell’affido dellə figliə che, come il sistema patriarcale pretende, vengono affidatə alla cura delle madri. Questa “violenza”, però, non è altro che la conseguenza del modello di famiglia nucleare e patriarcale, strutturato su un rigido binarismo di genere con conseguenti ruoli ben prestabiliti.

Se da sempre le istituzioni, l’educazione e il sistema economico costruiscono un modello che vede la donna unicamente come madre, che deve concedere tutta la sua vita alla crescita e alla cura dellə figliə, che deve rinunciare alla sua persona per la famiglia, il padre invece, è colui che si occupa unicamente di procurare risorse economiche. Se da sempre è la madre a occuparsi della casa e dellə figlie, nel momento del divorzio i ruoli vengono stabilizzati, affidando la cura fisica, emotiva e psicologica alla madre e il mantenimento economico al padre. Sarebbero quindi le donne, ancora oggi troppo spesso costrette al lavoro riproduttivo, invisibilizzato e non pagato, ad agire violenza sugli uomini? In un paese come l’Italia, in cui oltre l’80% delle donne uccise trovano la morte in famiglia, quale sarebbe la violenza sistemica ai danni degli uomini da parte delle donne?

Come sempre si cerca di rappresentare la violenza strutturale su soggettività femminilizzate come una realtà di natura simmetrica: mentre donne, persone trans* e froc3 vengono ammazzate, stuprate, marginalizzate e cancellate ogni giorno, questi uomini costruiscono una narrazione di vittime sopra la violenza che loro stessi agiscono.

Come sempre quando viene chiesto loro di riconoscere il proprio privilegio, si nascondono dietro il tanto citato “non tutti gli uomini” con il solo scopo di smarcarsi da possibili accuse, di silenziare le violenze reali, di sentirsi meno in colpa per le violenze che agiscono al posto di prendersi realmente la propria fetta di responsabilità!

Le istituzioni legittimano una campagna distruttiva e di disinformazione, dando visibilità a narrazioni che possono fomentare solo odio e legittimare, ancora una volta, discorsi misogini e omolesbobitransfobici. Se la città ci vuole zitt3 e succubi, se la città ci impone la lettura di frasi violente, noi queste scritte le strappiamo, le bruciamo, le imbrattiamo. Prendiamo tutt3 parola con ogni mezzo possibile: strappiamoli, bruciamoli, imbrattiamoli tutt3 insieme, fino all’ultimo manifesto, fino all’ultima scritta. Riprendiamoci ogni muro, ogni manifesto, ogni discorso. Portiamo avanti la nostra rabbia senza aspettare che ci venga chiesto o che sia un’altra morte a smuovere le coscienze. Non c’è spazio per compromessi.

Siamo stanch3 di essere ammazzat3, siamo stanch3 della vittimizzazione secondaria a cui siamo destinat3 dopo essere mort3, siamo stanch3 delle coscienze che si ripuliscono partecipando a cortei e fiaccolate solo per dire “io ero lì, io non potrei mai farlo”. Ma noi sappiamo bene che sono i bravi ragazzi i primi a ucciderci.

Sappiamo bene che a ucciderci è la transfobia e la transmisoginia sistemica e diffusa, è l’odio riversato sul web, è l’indifferenza dei movimenti femministi che non pensano mai lontanamente di scendere in piazza quando muore una persona trans, razzializzata e/o sex worker.

Siamo arrabbiat3, siamo stanch3, siamo furios3.

Riprendiamoci tutto.

USO DI SOSTANZE E CULTURA DELLO STUPRO

Riceviamo e diffondiamo:

Questo scritto è il frutto di alcune riflessioni che ho fatto, da solo o con compagnx, nel corso degli ultimi anni. Chi scrive è una persona socializzata maschio, cis, bianco, europeo, che vive in un ambiente piccolo borghese (perlopiù ex studentx universitarix), utilizzatore di sostanze e frequntatore di rave party e serate di musica elettoronica. Mi rivolgo, principalmente ma non solo, ai maschi cis etero, sperando di stimolare riflessioni personali e dibattiti, in una prospettiva di distruzione di privilegi e per essere alleati migliori delle lotte transfemministe.

SCARICA, STAMPA, DIFFONDI!

Testo in PDF

NUOVA EDIZIONE ANARCOQUEER: STREGONERIA E CONTROCULTURA GAY, DI ARTHUR EVANS

Diffondiamo

Questo libro-cult degli anni ‘70, per la prima volta reso disponibile a
un pubblico di lingua italiana, parla di riti pagani, sesso gay, orge
sacre e stregoneria. Parla di come il cristianesimo abbia cercato di
annientare quelle forme di spiritualità legate alla venerazione della
natura e alla celebrazione gioiosa del sesso, in cui il travestitismo e
i rapporti omosessuali erano ampiamente praticati e rivestivano una
funzione magica, sacra. Parla del culto della Dea Madre e del Dio
Cornuto, sopravvissuti a secoli, anzi millenni, di persecuzioni
camuffandosi e mostrandosi sotto vari nomi e sembianze, fino ad essere
identificati con entità demoniache.
Dopo l’opera distruttiva del cristianesimo contro ogni forma di eresia,
di sessualità libera e di saggezza naturale, un ulteriore colpo alle
concezioni pagane è arrivato dall’industrialismo, che con le sue
tecnologie e il suo materialismo ha seppellito ogni concezione poetica e
magica della vita sotto i suoi miasmi nefasti.
Arthur Evans in questo libro ci dona un’incisiva critica della
traiettoria storica della civiltà occidentale, esortando a una lotta
senza esclusione di colpi contro il sistema tecno-industriale, che
coniughi una prospettiva queer con una visione profondamente ecologista.

240 pagine, 12 euro a singola copia,
8 euro da cinque copie in su
Collana Le Affinità Elettive
Per ordini e info: anarcoqueer@riseup.net

CASSA TRANSFEMMINISTA QUEER DI SOSTEGNO PER PERCORSI PSICOLOGICI

Riceviamo e diffondiamo:

L’idea di questa cassa di sostegno per percorsi psicologici nasce dalla
constatazione che moltx tra di noi o in generale persone molto vicine a
noi si ritrovano a fronteggiare condizioni psicologiche tremendamente
precarie e spesso invalidanti. Spesso è difficile trovare strumenti
autogestiti per fronteggiare queste situazioni, specialmente nei casi in
cui il proprio benessere psicoemotivo è minato da uno stratificarsi di
traumi vissuti e oppressioni sistemiche che hanno portato a una
condizione di malessere cronico. Per questo motivo alcunx fanno la
scelta di intraprendere percorsi di psicoterapia con psicologx formatx.
O desidererebbero farlo: il fattore economico però è determinante, i
costi sono alti se non inaccessibili per moltx, per questo abbiamo
pensato che poteva essere interessante e utile creare una cassa di
supporto per questo tipo di spese.

Considerando che un percorso per essere efficace deve essere
continuativo e che per questo necessita di un investimento economico
notevole, abbiamo pensato di occuparci del sostegno mirato ad una
situazione per volta di cui siamo a conoscenza, partendo dalle
situazioni più vicine a noi, organizzando raccolte fondi fino a
raccogliere i soldi necessari per supportare un accesso alla
psicoterapia che sia continuativo e considerato adeguato dalla persona
direttamente interessata, per poi passare alla persona successiva che ne
avesse bisogno.

La cassa è transfemminista nel senso che vuole occuparsi del sostegno di
persone che non siano maschi eterocis, perché è indubbio che le persone
che subiscono l’etero-cis-patriarcato e/o altri tipi di oppressioni
sistemiche siano più soggette a questioni di salute mentale e allo
stesso tempo abbiano meno accesso alle risorse economiche necessarie. A
chi si sente coinvoltx nel tema proponiamo di organizzare raccolte
fondi, cene o altre iniziative benefit o qualunque altro metodo per
rimpinguare la cassa e sostenere le amicizie attorno a noi che hanno
bisogno di percorsi di sostegno per provare a stare meglio.

Al momento la cassa non dispone di un conto. Per chi volesse
contribuire, avere informazioni e in generale contattarci può scrivere
alla seguente mail: cassasupportopsi@riseup.net

SALUTO ALLX DETENUTX TRANS DEL CARCERE DI IVREA

Riceviamo e diffondiamo:

Qualche settimana fa abbiamo portato solidarietà allx detenutx trans del carcere di Ivrea nel contesto di un saluto fuori dalle mura del cacrere.
Quello di Ivrea è uno dei carceri in cui è presente una sezione dove le donne trans vengono segregate, costrette ad aver a che fare con secondini uomini, con spesso poco accesso agli spazi comuni e alla salute. La detenzione è una merda per tuttx, la solidarietà l’abbiamo portata a tuttx, ma ci tenevamo a fare un saluto speciale a persone come noi, per cui le condizioni detentive risultano ancora più vessatorie.
Riteniamo, come persone trans*, urgente e necessario uscire dalle proprie bolle di privilegio anche con dei gesti semplici, che facciano luce su una realtà (quella della detenzione trans e le condizioni degradanti in cui relega le persone) che spesso rimane sommersa, e che speriamo porti del calore a qualcunx con cui condividiamo una fetta di oppressione, di bisogni, desideri e rivendicazioni. Oltre a Ivrea, le sezioni con donne trans e persone transfem si trovano nelle sezioni maschili dei carceri di Roma Rebibbia, Como, Reggio Emilia, Belluno e Napoli Secondigliano. Altre sono attualmente recluse in sezioni con sex-offender, uomini gay e detenuti uomini ritenuti sessualmente “inoffensivi”. Gli uomini trans e le persone transmasc non hanno neanche delle sezioni apposite e si trovano soggettx a condizioni ancor più aleatorie e discrezionali, nelle sezioni femminili.
Come se questo non bastasse, le persone trans detenute si trovano spesso in una doppia morsa di natura istituzionale-sanitaria dove da una parte c’è uno scarso accesso alla salute trans-specifica, e dall’altra parte il diffusissimo problema della “detenzione chimica” (i.e. L’impiego di larga manica di sedativi e modulatori dell’umore) che diventa ancor più gravoso quando va a colpire una popolazione già indebitamente patologizzata e psichiatrizzata.
Per portare della solidarietà da fuori non serve molto, non eravamo molte persone, né stavolta, né qualche mese fa quando abbiamo portato della solidarietà ad un detenuto trans recluso nella sezione femminile del carcere di Rebibbia di Roma, di cui ci era arrivata voce. Come persone che vivono sulla propria pelle dinamiche di esclusione e segregazione, ci auguriamo che sempre più persone intessano reti non solo tra chi è fuori, ma anche con chi è dentro, per portare sempre più solidarietà nei confronti di chi vive quelle dinamiche in modo ancor più gravoso, per eroderle, per immaginare un mondo senza trattamenti speciali e degradanti, senza galere per le persone come noi e per tuttx.

Un gruppo di frocie trans*

Per chi volesse entrare in contatto potete scriverci all’indirizzo tuttxliberx@riseup.net

MA QUALE RIVOLTA? (OVVERO VIETATO CALPESTARE L’AIUOLA)

Riceviamo da Bologna e diffondiamo:

Premesse

Vorremmo indirizzare queste parole non solo alla rete di Rivolta Pride, con cui già ci siamo confrontat3 in diverse occasioni sia interne al percorso di costruzione del Pride sia esterne (come l’assemblea chiamata dalla CAT), ma anche a tutte le altre realtà e soggettività queer che sono parte del movimento ma fuori da questo specifico contesto o che ancora non hanno cercato e/o trovato un posto al suo interno. Vorremo quindi provare a spostare il piano della discussione al di fuori del semplice noi-contro-loro, cercando di avviare una riflessione più ampia e di coinvolgere tutte quelle persone che non si sentono rappresentate da questa “rivolta”, o che attivamente cercano di navigare e comprendere un movimento che forzatamente vuole riconoscersi in quei moti rivoltosi, invece di ammettere di essere stanco, stagnante, autoreferenziale e inadeguato rispetto ai bisogni di molt3.

La critiche che muoviamo oggi non sono rivolte a specifiche realtà e/o persone: nomi e cognomi sono stati già trattati in altre sedi e non ci teniamo a dare nuovamente la possibilità di sviare la discussione su ciò. Ribadiamo infatti che la responsabilità ricade su tutte le associazioni, collettivi e singol3 che di quella rete fanno parte, che, conniventi, non sono stat3 in grado di allontanare e/o difendersi da concezioni e comportamenti che in quel luogo non dovrebbero trovare il minimo spazio. Parliamo di connivenza perché, come abbiamo già detto altrove, i fatti sono stati denunciati in presenza di quella stessa rete; e se ci si vuol attribuire il reato di non aver partecipato interamente al percorso politico (l’obbligo di firma non ci era stato comunicato), rispondiamo che lo abbiamo fatto perché, alla luce di frizioni su tematiche politiche per noi dirimenti e immobilità organizzativa, non ritenevamo possibile un cambiamento sostanziale che partisse dall’interno di quella stessa assemblea. Al contrario, come in tant3 in questi anni abbiamo visto e vissuto sulla nostra pelle, c’è una sistematica invisibilizzazione di istanze e pratiche alternative a quelle egemoniche. Abbiamo quindi deciso di sottrarci a quel gioco politico imbrigliante e di decidere noi e per noi, dove possiamo avere davvero spazio decisionale.

La lentezza e inadeguatezza nel rispondere a quella che è la situazione materiale attuale degli spazi che attraversiamo ha nuovamente visto, come conclusione, il manifestarsi di un’ondata di violenze che hanno attraversato il corteo dal pomeriggio fino ad arrivare ai party sponsorizzati della sera. Ci interroghiamo quindi nuovamente su quel tentativo di responsabilizzarci, mentre siamo di fronte a un’assemblea che non solo rallenta i tentativi di attivazione reale di pratiche di gestione delle molestie e presa in carico collettiva di cura e autodifesa, ma tace sulle suddette violenze. Riteniamo anche che i discorsi sulla “politica dal basso” e sull’autogestione delle persone all’interno del corteo siano in questo caso vuoti e nocivi; delegare l’autodifesa, di qualsiasi tipo, senza convididere collettivamente prima degli strumenti è sintomo di una visione che non riesce ad andare oltre al proprio privilegio.

Chi siamo

La nostra rete – la Crisalide – è nata spontaneamente in seguito all’assemblea pubblica chiamata dalla CAT per il 24 giugno (“QUESTA NON E’ RIVOLTA”). Quella data ha fatto sì che un gruppo sciolto e sparso di compagn3 TFQ si mettesse in contatto, cospirasse insieme e agisse direttamente.

Siamo crisalidi perché aspiriamo e tendiamo a sfarfallare in un mondo libero da Stato, capitalismo e patriarcato.

Siamo crisalidi perché autodifes3 da strati autoprodotti e resistenti; perché autogestit3.

Siamo crisalidi perché mimetich3; la nostra sopravvivenza è garantita dall’informalità in cui operiamo e dalla multiformità dei nostri involucri, che si adattano in base al contesto.

Sui fatti del 6 luglio 2024 e la nostra incompatibilità

Come Crisalide, abbiamo cercato di trovare uno spazio per le nostre voci, all’interno della dimensione del Pride, con modalità antagoniste, conflittuali e di critica aperta, ma che non mettessero in pericolo né noi né le persone che nel corteo si muovevano. Abbiamo deciso quindi di aprire uno striscione per ogni porta attraversata, con messaggi diretti alle politiche di gentrificazione e cementificazione della città, alla speculazione sui corpi trans*, alle violenze insabbiate e allo sgombero di spazi queer autogestiti. Per ogni striscione aperto qualcunx volantinava e poco prima dell’arrivo del corteo ai Giardini Margherita abbiamo piazzato un gazebo al piazzale Jacchia, con altri volantini e un banchetto di Riduzione dei Rischi in compagnia del Lab57. Eravamo tutt3 consc3 della portata dei messaggi e di quella che sarebbe stata la loro posizione, a livello logistico. Eravamo anche preparat3 a eventuali contestazioni, ma non ci saremmo mai aspettat3 un attacco violento partito dalla testa del corteo, e di questo ci sentiamo in dovere di parlare.

All’apertura dell’ultimo striscione, che recitava “Ma quale rivolta…con chi sgombera spazi queer autogestiti”, posizionato davanti alla storica sede di Atlantide, un gruppo di persone si stacca dalla testa del corteo per raggiungere l3 due compagn3, sol3, che reggevano lo striscione. La discussione è stata inizialmente intrisa di paternalismo e nonnismo, con domande quali “Voi c’eravate quando noi eravamo dentro/quando è stata sgomberata?”. Alla fermezza dell3 compagn3, che hanno cercato di portare la discussione sul piano politico, sono seguiti, con modalità molto più aggressive, insulti personali, strattoni (volti anche a togliere lo striscione dalla presa dell3 compagn3) e riprese col cellulare ai volti. Tutto questo ha anche attirato l’attenzione di una manciata di sbirri; francamente fatichiamo a non pensare che, in seguito a un’ipotetica escalation, avrebbero fermato l3 due compagn3 dal momento che in quell’istante erano loro “l3 intrus3” e ci stupiamo, ma neanche troppo, che nessunx tra l3 aggressor3 si sia preoccupatx di ciò.

Ci domandiamo come uno striscione che denuncia la legittimazione di sindaco e sbirri all’interno del Pride possa causare un’aggressione simile verso due compagn3. Se è vero che lo striscione è stato aperto in Porta Santo Stefano anche, come detto prima, per un fattore simbolico, è altrettanto vero che Atlantide è solo uno dei tanti spazi che negli ultimi anni hanno vissuto sgomberi per mano di giunte sempre più repressive.

Rigettiamo le logiche proprietarie e autoreferenziali rispetto alle pratiche di autogestione. Le occupazioni sociali sono spazi in cui creare campi di possibilità nuovi e di rottura con l’esistente, non luoghi atti a riprodurre sbilanciamenti di potere tra chi ha avuto la possibilità di vivere determinate stagioni politiche e chi no. Negli anni, il progressivo assorbimento dell’autogestione nei perimetri legislativi ha determinato l’impoverimento generale delle esperienze politiche in città. Noi tante esperienze non abbiamo avuto la possibilità di viverle proprio per le scelte che altr3 prima di noi hanno fatto, determinando la desolazione dai tratti “partecipativi” a cui assistiamo oggi.

Ci piacerebbe anche riflettere su una domanda che ci è stata posta durante l’aggressione: “Sapete cosa vuol dire trigger?”. Sappiamo bene cosa significa. Lo sapevamo, e lo sapevate, quando abbiamo raccontato le nostre esperienze in privato all3 compagn3 e alle assemblee. Lo abbiamo vissuto durante il corteo, vedendo sfilare allegramente quelle stesse realtà e persone di cui vi avevamo parlato. Lo abbiamo vissuto quando ci avete ignorat3, quando avete auspicato un confronto ma poi avete accettato a braccia aperte la loro presenza appena la nostra è svanita. Lo abbiamo vissuto quando le compagne transfem hanno subito attacchi transmisogini e nessunx ha detto niente. Lo abbiamo vissuto quando abbiamo visto sfilare molesti e violenti nonostante li avessimo segnalati più volte, difesi strenuamente perché “fatti così” o perché (fintamente) “decostruiti”. Lo abbiamo vissuto quando abbiamo assistito all’ennesima passerella di un sindaco legittimato a partecipare dopo aver sguinzagliato sbirri contro ogni tipo di dissenso. È sempre comodo nascondersi dietro allo slogan “cura transfemminista” quando riguarda solo voi, no?

Se già prima criticavamo il Rivolta Pride a causa delle dinamiche e degli elementi interni, oggi non possiamo che notare e sottolineare l’incompatibilità dei nostri percorsi. L’aggressione e la posizione di difesa che l’assemblea ha assunto verso la stessa sono solo l’ennesimo anello nella catena delle pratiche prevaricanti ed escludenti che fermentano indiscusse al suo interno. E dato che, per quanto i fiori e l’erba siano cambiati, è ancora vietato calpestare quell’aiuola, allora ne andremo a costruire una nuova, un po’ più in là.



Di seguito il testo di un volantino diffuso durante il Rivolta Pride:

Forse sono passati troppi anni dai Moti di Stonewall.

Forse è passato troppo tempo da quando la polizia picchiava e arrestava trans* e frocie, lesbiche e drag queen, perché ritenute dalle istituzioni pericolose e offensive. C’è stato un momento in cui la nostra comunità è insorta e con rabbia ha rivendicato il suo diritto ad esistere, in maniera strana e non conforme, in maniera caotica e spaventosa.

Oggi questa storia sembra essere stata dimenticata.

Certo, la prima volta fu rivolta, ma questo capitalismo estrattivista e patriarcale ci ha messo poco a capire la pericolosità sovversiva dei nostri corpi non normati e si è mosso velocemente per blandirli e spegnerli, per raggiungere un compromesso che garantisse la sopravvivenza di entrambi.

Oggi anche i corpi diversi diventano normali.

Puoi essere gay, lesbica, trans* o quello che vuoi, il potere patriarcale ti ha concesso degli spazi in cui poter esistere senza nasconderti: in quasi ogni città italiana sorgono locali, vie e a volte perfino quartieri dedicati alle persone queer, in cui la stranezza che ci portiamo addosso può essere tranquillamente ingaggiata in un lavoro o può essere spesa per aiutare a far girare l’economia. Finalmente essere frocie è normale e in ogni dove il Pride che fu rivolta si trasforma in una grande festa. Rigorosamente a giugno (o al massimo una settimana prima/dopo) carri su carri sfilano nelle grandi città esibendo al mondo tutti i modi per essere diverse… o forse tutti i modi normali per essere diverse.

In Italia il Pride è diventato un’istituzione sponsorizzata dalle grandi multinazionali e dai palazzi del potere: a Milano vedi cantare Elodie con Elly Schlein sul carro, a Roma incontri perfino Giuseppe Conte, al Toscana Pride la polizia manganella gruppi di persone queer radicali su richiesta degli organizzatori e a Bologna… a Bologna va in scena la più ipocrita delle carnevalate.

Il Rivolta Pride si presenta come auto-organizzato dal basso, come portatore di istanze radicali e come rappresentante dell’intera comunità queer, ma chiunque abbia provato a partecipare al suo pecorso di costruzione sa che queste sono solo belle parole. Nelle assemblee sono evidenti delle gerarchie precise che decidono cosa si può dire e cosa si può fare, sono presenti associazioni che spesso usano una pretesa apoliticità per nascondere posizioni liberali e apertamente a sostegno delle forze dell’ordine, sono presenti locali che non hanno nessun interesse al di fuori della spendibilità dei nostri corpi, sono presenti persone notoriamente violente e moleste protette dai loro collettivi. Manca l’autogestione, manca l’orizzontalità, mancano l’inclusività e la trasparenza delle scelte che si prendono. Manca lo spazio per un qualsiasi confronto che metta in discussione lo status quo che si è formato in città.

Dopotutto all’interno della bolla di questa comunità sembra che a Bologna essere queer sia facile, che il sindaco sia amico, che la polizia ci protegga, che le associazioni facciano tutto il necessario e che dopotutto abbiamo guadagnato abbastanza privilegi da poterci accontentare.

Al di fuori di questa bolla però i nostri corpi continuano ad essere abusati, a non trovare casa, a perdere il lavoro. Continuano a doversi nascondere per paura, rinunciano ai momenti di socialità perchè gli unici posti in cui è okay essere/essere vestite in un certo modo ti chiedono 20/30 euro per entrare. C’è chi interrompe il percorso di affermazione di genere perchè gli ormoni costano troppo, perché sono troppo difficili da trovare o perchè la patologizzazione che i centri di transizione – chiamati anche non a caso “transifici” – portano sistematicamente avanti è umiliante e a tratti direttamente transicida.

Fuori dalla bolla di questa comunità restano abbandonate a loro stesse le persone povere, le persone arrabbiate, le persone abusate e quelle politicamente schierate contro il sistema capitalistico. Restano fuori da questa comunità perchè chi ha potere al suo interno non le vuole. Restano abbandonate a loro stesse perchè sembra che mettano in pericolo i privilegi guadagnati con anni e anni di compromessi al ribasso.

Noi non ci stiamo.

Condanniamo i compromessi accettati da altri che ci vengono imposti come inevitabili.

Sputiamo su chi, protetto da accordi istituzionali, continua a prendere parola e spazio nelle piazze marginalizzando per l’ennesima volta i corpi non conformi che già vivono il disagio della povertà e della discriminazione.

Ci dissociamo dalle retoriche svilenti di chi godendo del suo privilegio bianco e borghese rifiuta di supportare chi ha bisogno di spazio e visibilità.

Sappiamo che non c’è orgoglio in un Pride e in una bolla che protegge stupratori e molesti senza alcun tipo di autocritica, responsabilizzazione o giustizia trasformativa.

Oggi ci prendiamo il nostro spazio all’interno di un corteo che troviamo misero in quanto a contenuti e coerenza e pericoloso nel modo in cui continua a depotenziare pratiche che nascono e si sviluppano nella sovversione dello status quo.

Faremo sentire le nostri voci furiose e coltiveremo le nostre relazioni avendo cura di rispettare i nostri tempi e i nostri bisogni.

Non abbiamo fretta perchè sappiamo di star combattendo contro dinamiche secolari e ben radicate.

La comunità gay che si fonda su pratiche predatorie, le varie associazioni mitemente liberali disposte a svendere qualsiasi coerenza in cambio di uno spazio, i vari locali che lucrano sui nostri momenti di socialità privatizzandoli e rinchiudendoli in 4 mura sorvegliate da qualche guardia, tutto questo è nel nostro mirino. Si godano quest’ultima festa perchè non tollereremo ancora per molto la strumentalizzazione svilente e violenta che agiscono su di noi.

Oggi ripartiamo dal nostro territorio, il nostro corpo, per risanarlo e dargli la forza e la possibilità di essere coltivato nei prossimi giorni e nei prossimi mesi. All’inizio dell’autunno raccoglieremo i frutti del nostro lavoro e ci riprenderemo le strade e le piazze di Bologna per essere apertamente orgogliose in tutti i modi che il Rivolta Pride ha cercato di boicottare.

Guardiamoci in faccia, parliamo tra di noi e continuiamo a cospirare.

Non c’è lotta senza lotta di classe, non c’è speranza senza un’ecologia pratica dei territori e delle relazioni, non c’è movimento senza gli strumenti di cura transfemminista. Non c’è liberazione sessuale se non si contrasta la normalizzazione/assimilazione avanzante.
Contro ogni norma e ogni stereotipo rivendichiamo il nostro essere mostruos3 e ci poniamo nella tradizione di Pandora: tremate perchè siamo pront3 a scoperchiare ogni vostro vaso.

Link canale Telegram: https://t.me/Crisalidetfq