UN COMUNICATO DI BAK DAL CARCERE DI BRINDISI

Diffondiamo:

*”Dovete tenere presente che, sebbene voi siate dei giudici ed oggi sedete più in alto di me, molte volte i rivoluzionari, ed io stesso nel caso specifico, vi hanno giudicato, molto prima che voi giudicaste me. Noi ci troviamo in campi opposti, in campi ostili tra loro.*

*I rivoluzionari e la giustizia rivoluzionaria – poiché io non ritengo che questo tribunale rappresenta la giustizia, ma piuttosto la parola giustizia tra virgolette – molte volte giudicano spietatamente i loro nemici, quando hanno la possibilità di imporre la giustizia.*

*Comincerò da molti anni fa. Qui non c’è nessun mio crimine da giudicare. Al contrario, parleremo di crimini, ma non di crimini commessi da me. Parleremo dei crimini dello stato, dei suoi meccanismi, della giustizia e dei crimini della polizia…”*

*Estratto dalla dichiarazione di Nikos Marzitos di fronte alla giuria del tribunale penale di Atene durante un processo tenutosi tra il 5 e 7 luglio 1999, nel quale era accusato di detenzione di armi ed esplosivi e per un fallito attentato in solidarietà alla popolazione di Strimonikos in lotta contro un opera devastante proprio come il Ponte sullo Stretto.*

Qui: Nikos inizia ad elencare crimini e soprusi commessi da polizia, istituzioni e stato greco.

L’11 febbraio io e altrx due compagnx siamo statx giudicati dalla “giustizia” colpevoli per reati come “resistenza e aggressione” e “lesioni gravissime” a pubblico ufficiale, ma io so di essere giudicatx per aver provato a rispondere a un’imposizione della Polizia sul percorso del corteo: deviato tramite prescrizioni per proteggere la caserma dei Carabinieri Bonsignore del comando provinciale, considerata un punto sensibile da proteggere.

Per spiegare la necessità di proteggere una caserma con prescrizioni, schieramenti di celere e cariche potrei seguire l’esempio di Nikos ma la lista sarebbe lunga, a me e alla Questura basta nominare solo Ramy Elgaml un giovane ucciso dai carabinieri di Milano nel quartiere Corvetto la notte del 24 novembre 2025.

Il 1 Marzo, giorno del corteo, a nemmeno 4 mesi dall’omicidio di stato, in piazza ancora ricordavamo il suo nome e la polizia a protezione di quelle mura lo ricordavano ancora più forte.

Quella maledetta caserma è ancora li, come l’ombra del progetto del Ponte e i danni che ha già prodotto con espropri, acque inquinate e l’isola sventrata dai cantieri del raddoppio ferroviario, ma sui muri della città e sui corpi di qualche sbirro sono rimasti i segni dell’odio e della rabbia verso le forze dell’ordine, lo stato e le istituzioni, l’odio e la rabbia in memoria di Ramy e tutti gli omicidi di stati, in nome della terra sfruttata e deturpata e di tutti i corpi che lottano e resistono come in Palestina, che si rivoltano come in Iran o mettono in gioco i propri privilegi in piazza come a Torino il 31 gennaio. Per me questo vale più di ogni libertà.

*”Non ho nient’altro da dire. Aggiungo solo che non mi importa a che pena mi condannerete, perché che sarò condannato è cosa certa, io non mi pento di niente. Resterò quello che sono. Posso anche dire che il carcere è sempre una scuola per un rivoluzionario. Le sue idee e la resistenza della sua anima vengono messe alla prova. E se supera questa prova diviene più forte e si rafforzano le convinzioni per le quali è andato in galera. Non ho niente da aggiungere.”*

Sempre dalla dichiarazione di Nikos. In quel processo fu condannato a 15 anni di prigione, la sua bomba non è esplosa, non ha fatto danni o feriti, ma tanta paura agli oppressori.

L’unica cosa di cui mi pento è essermi fatto prendere.
Per Ramy, Abel e tutti gli omicidi di stato.
Siamo la natura che si vendica della vostra devastazione e del vostro
saccheggio.

Un abbraccio a tutti lx mix coimputati in questo processo e
dell’operazione Ipogeo
PALESTINA LIBERA
TUTTX LIBERX


“A PRISÃO CRIOU-NOS” – LETTERA DI UN COMPAGNO RECLUSO IN UN CENTRO DI DETENZIONE PER MIGRANTI IN PORTOGALLO

Diffondiamo da Vozes De Dentro:

Il nostro trauma è tangibile solo quando riusciamo a confrontarlo con quello dei nostri contemporanei. Quando siamo circondati dalla sofferenza, il nostro rapporto con essa muta e la nostra soglia del dolore si abbassa. La sottomissione all’autorità, ottenuta attraverso la paura, è sempre stata in prima linea in questa guerra spirituale, dove l’arma principale è la delega della volontà imposta dall’autorità.

La nostra unica difesa contro questa sfiducia trasformata in arma e questa campagna di paranoia è la certezza della sicurezza che solo noi stessi possiamo garantirci, una certezza ottenuta attraverso la coerenza consapevole, il sostegno tra pari e l’espressione ponderata, dove troviamo forza nell’autosufficienza e nella cura reciproca.

Quando la polizia ha sentito la parola “Africa” uscire dalla mia bocca, ho visto cambiare il loro linguaggio del corpo. Proprio come i cani di Pavlov quando sentono il suono del campanello, ho visto la loro saliva in senso figurato colare dalle loro bocche aperte. L’Europa è stata molto difficile. Ovunque mi girassi, venivo trattato come se il mio status di immigrato mi rendesse automaticamente incompetente; non solo dal sistema, ma anche da tutti coloro che hanno beneficiato di questa retorica, senza mai rendersi conto o riconoscere tali benefici al di là dell’occasionale “check di privilegio”.

Nonostante provassi affinità con chi vive una dissonanza sociopolitica all’interno del proprio paese, c’era sempre una barriera di comprensione, perché la mentalità dell’immigrato non vive questa dissonanza per scelta. La vive per l’isolamento sistemico dai mezzi per conquistare la propria autonomia.

Una cosa che mi ha dato un po’ di serenità nelle prime quarantotto ore dopo l’arresto, rinchiuso in quella cella di cemento per venti ore di fila, è stata una scritta sul muro:

La prigione non può spezzarci. La prigione ci ha formati.

Questo mi risuonava nella testa mentre capivo che il mio status irregolare in Europa negli ultimi due anni significava che trovare lavoro, casa, soldi, amici e una comunità era una lotta costante. So che tutti affrontano queste difficoltà in misura diversa, ma essere respinti da una casa o da un lavoro solo per una questione di passaporto, o essere isolati per mancanza di lingua o affinità nazionale, fa sì che, come immigrato, fossi già abbastanza limitato, costretto a cercare soluzioni più creative.

Il movimento Okupa è una porta verso la liberazione, poiché affronta direttamente gli aspetti materiali delle nostre lotte. I movimenti di occupazione in Europa, specialmente in Portogallo e Spagna, sono storicamente nati durante le crisi abitative come meccanismo di sopravvivenza per coloro che erano stati esclusi dai sistemi formali di accesso. Infine, poter dare un riparo a me stesso e agli altri significava sicurezza e mi permetteva di usare le mie conoscenze per colmare la presunta incompetenza che i miei documenti implicavano.

Ammiro l’Europa per due cose: la capacità di isolare le sue vittime e incolparle della loro lotta, e l’adesione a una facciata umanitaria. Usando queste due qualità, si può assumere forza nella comunità e impegno politico per legittimare cause umanitarie, purché si rimanga all’interno della narrativa eurocentrica che dipinge gli “eroi virtuosi” del mondo come separati dagli stessi poteri imperiali che hanno portato conquista, genocidio, schiavitù ed estrazione internazionale di risorse senza conseguenze.

La legge sulle occupazioni è l’ultima a subire forti restrizioni sul suolo imperialista, poiché è chiaro che, senza i mezzi per una vita dignitosa e una carriera, le persone migranti possono organizzarsi e provvedere autonomamente a tali necessità. Per sovvertire un sistema di welfare chiuso, possiamo assumere il controllo delle nostre vite attraverso i resti di una civiltà detta del primo mondo.

Nel centro di detenzione, le altre persone si accoglievano con calorosi abbracci, mentre tutti noi ci confrontavamo con storie complesse di migrazioni internazionali e assimilazione fallita. Esercitavamo identità nazionali uniche, legate da una comune mancanza di coerenza.

Un mio amico, H., era un architetto indiano che lavorava in Medio Oriente, che era venuto in Portogallo e lavorava per Glovo per mandare soldi alla moglie e alle figlie. Mentre gli adolescenti europei anticapitalisti si riprendevano dalle feste in nome della lotta contro il conformismo, H. consegnava loro McNuggets. Metteva da parte un quarto del suo stipendio per le tasse e quasi la metà per mandarlo in India, per dare una vita migliore alle sue figlie.

Un altro detenuto, B., dalla Nigeria, era arrivato un mese prima per lavorare in una fattoria, solo per pagare gli studi della figlia sedicenne. Ora entrambi erano rinchiusi in una cella per il “reato” di esistere senza i permessi giusti.

Quando il giudice ha giustificato la mia detenzione, ha detto che se un portoghese fosse arrivato senza documenti in Africa, il trattamento da parte delle autorità sarebbe stato molto peggiore. Questo non ha alcun fondamento storico. I portoghesi sono arrivati senza documenti in Africa e non sono stati arrestati, ma hanno conquistato terre, commesso un genocidio e istituzionalizzato la tratta degli schiavi.

L’ignoranza degli imperialisti non ha limiti, sempre definita da un’ambivalenza morale radicata nella preservazione dell’identità nazionale.

La più grande menzogna che ho visto nelle cerchie attiviste in Europa è l’idea che il fascismo stia solo “risorgendo”. Perché qualcosa possa risorgere, deve prima essere morto. Il fascismo non è mai scomparso. Si adatta, si rimodella, assume nuovi volti. Finché il popolo europeo crederà che il fascismo possa essere smantellato dalle istituzioni che lo sostengono, la rassegnazione sarà sempre l’unica strada consentita alla classe lavoratrice, mentre la dissidenza è inscenata da un’élite riluttante che si finge resistenza.

NUOVO OPUSCOLO: AAM MOBILITÀ AREA AVANZATA – IL “BOOM” DEL VENETO.

Diffondiamo questo nuovo opuscolo sui progetti in corso della regione veneto in collaborazione con israele. Si parla di droni, infrastrutture chiave appaltate ad aziende sioniste e nuove architetture di guerra spacciate per investimenti civili. Qui il pdf: scarica, stampa, diffondi!

La scrittura di questo testo nasce dal senso di sconforto generato dalle mobilitazioni che hanno investito l’Italia, e il Nord Est nello specifico, negli ultimi mesi. Il ripetersi inesorabile di cortei o meglio passeggiate sempre più pacificate ha portato un senso di impotenza nelle persone che più hanno speso le proprie energie negli ultimi anni, arrivando nel migliore dei casi ad un burn out.

Se è vero che le mobilitazioni per la Palestina hanno aperto la strada a possibilità oltre le cornici imposte attraverso scioperi, cortei e blocchi, nel Veneto la sensazione è che si debba sempre ricominciare da capo e ripetere gli stessi discorsi all’infinito, cominciare ad organizzarsi, cominciare un percorso (ma non lo avevamo già fatto?)

Dobbiamo interrogarci su quali possono essere nuovi metodi di lotta. Per farlo è necessario conoscere a fondo il territorio in cui si vive e cominciare ad individuare degli obiettivi chiari e concreti, individuare gli snodi principali del sistema che vuole essere imposto, per evitare di sprecare tutte le energie che si hanno in una modalità che sembra (é?) studiata apposta per questo. Bisogna ragionare sui modi in cui la macchina bellica viene integrata nel nostro territorio; e su come questo sarà plasmato nel prossimo futuro. Quali sono i progetti che nascono e vengono sviluppati, sotto il silenzio/assenso generale?

Questa ricerca vuole fare luce sui progetti di mobilità aerea avanzata che si stanno sviluppando nel Veneto. Per lo sviluppo di questi, infatti, il territorio del Nord Est è in prima linea: nel 2022, il Veneto è stata la prima regione italiana ad approvare un protocollo per lo sviluppo di tecnologie innovative per il trasporto aereo a bassa quota.
La prima parte è dedicata alla mobilità aerea avanzata in generale, concentrandosi sugli accordi più evidenti nel nostro paese e in particolare nel territorio Veneto. Si vanno poi a prendere in considerazione i due progetti veneti “Sandbox” e “SKY53”. Viene poi fatto un inquadramento generale sulla mobilità aerea avanzata a livello europeo. L’ultima parte è dedicata ad un approfondimento sulle aziende menzionate, a cui è aggiunta una sezione sul metodo utilizzato per la ricerca.

UNA LETTERA DI PAOLO DAL CARCERE DI UTA

Diffondiamo una lettera di Paolo dal carcere di Uta. Solidali e complici con chi lotta.

https://rifiuti.noblogs.org/post/2026/01/27/una-lettera-di-paolo-da-uta/

Mi chiamo Paolo Todde ed il 16/12/2025 ho presenziato ad un’udienza del tribunale della libertà/riesame a Cagliari, concernente la mia richiesta di mutare la mia detenzione carceraria, in quella meno afflittiva dei domiciliari con braccialetto elettronico.

In quell’udienza avrei voluto parlare di carcere, non ci sono riuscito, perché in parte mi è stato impedito dal presidente, ed anche dal mio stato d’animo molto nervoso ed ansioso.

Ho un tarlo che mi rode, mi sta consumando piano piano, perché devo riuscire a parlare di carcere in maniera esaustiva, senza peli sulla lingua e con poche paure dietro, questo tra l’altro lo devo ai morti, ai disperati di questo lager.

Mi sono sempre occupato di carcere nella mia vita, ed una volta che ci sono finito dentro, ho potuto sperimentare, documentare la vigliaccheria, il sadismo dei “Lei non sa chi sono io”, ed è stato quindi per me molto facile parlare con l’esterno, su come si vive in un carcere dello stato italico.

Questo mio documentare con l’esterno è stato visto dalla componente securitaria, come la rottura di un tabù.

Di carcere, fuori meno se ne sa meglio è, tra l’altro quando gli organi di informazione, quando parlano di carcere, fanno i velinari dei sindacati dei secondini, che in quanto a lamentele sono esperti, ma nessuno si degna di ascoltare/sentire i prigionieri, di noi/loro si parla se in “negativo” di aggressioni ai secondini (senza però chiedersene le ragioni, se in “positivo” quando fanno croci per il giubileo, scrivono poesie e balle varie.

La galera è altro, è sofferenza, è lontananza dagli affetti, è anche stare nelle mani di loschi figuri in divisa, che il più delle volte non hanno nessuna idea di come ci si comporti con la controparte (siamo noi prigionieri), oppure scaricano frustrazioni esterne sul disgraziato di turno che hanno davanti, e meno male che non sono tutti così miseri.

Io di questo parlavo, e parlerò, però come dicevo prima i tabù non bisogna sfiorarli, perché poi in breve tempo sono iniziate le manovre dilatorie, provocazioni di bassa lega nei miei confronti.

La prima che ricordo è stata quando io, comprando in carcere l’”Unione Sarda”, lo ricevevo alle 8 di sera se non anche il giorno dopo. A quel punto dopo varie settimane passate in questa maniera, decidemmo io e L. (una compagna), che lei mi spedisse i quotidiani (una volta la settimana) tramite piego libri (le vecchie stampe).

Anche qui il diavolo (in divisa) si mise a fare i dispetti.

Per ritirare i giornali dovevo (supinamente) che questi invii figurassero come pacchi postali, ovviamente io rifiutavo tutto ciò, ed i giornali si accumulavano nel casellario del carcere, tutto questo era fatto per impedire alle persone che venivano in carcere a farmi colloquio, di portarmi dei pacchi con roba da mangiare, vestiario e altre cose permesse.

In un mese ogni prigioniero non può ricevere più di 4 pacchi, per un max di 20 kg al mese, al conto non si possono mettere giornali, riviste, libri perché hanno un’altra procedura.

“Maestri” di questa viltà erano Pinto e Nonnis (due secondini), uno coordinatore del piano (il 2º in questo caso) l’altro al casellario, alla fine un brigadiere della sorveglianza ha risolto il tutto, facendomi avere giornali (una cinquantina), riviste e libri, non so come abbia saputo di questo stupido giochetto.

Sono diversi mesi che io cerco di poter fare una visita odontoiatrica con una dentista che viene da fuori, non ci sono mai riuscito perché o manca la mia richiesta (falso visto che io le facevo), oppure Chiara (la dentista) veniva cacciata perché fuori tempo massimo, quindi io saltavo la visita, anche perché malgrado fossi messo in una lunga lista di pazienti, io finivo sempre ultimo.

Poiché io ho già subito una condanna sono finito nelle grinfie di Borruto (direttore del carcere), e secondo la prassi dovrei fare la domanda a lui, per potere fare questa dannata visita odontoiatrica, tutte le domandine che ho fatto nel tempo non valgono più, comunque mi rifiuto di fare domanda a Borruto, m’apoderu su dollori ‘e kasciali.

Anche di questa situazione c’è di mezzo un secondino, ne parlerò più avanti.

Ho scoperto di soffrire di claustrofobia, quando un giorno andando in tribunale, sono stato portato con un furgone blindato, dove le cellette con meno di un metro quadro di spazio, completamente buie se non con i led rossi della telecamera interna, a dir poco spettrale la situazione, in verità ci sarebbe anche una lampada sul soffitto della celletta, ma malgrado le mie urla fu tenuta spenta dolosamente.

Nella sezione in cui siamo chiusi (Arborea C, al 2º piano), le celle sono chiuse 24 ore al giorno, l’unica possibilità di libertà sono le ore d’aria, che dovrebbero essere 4 ore al dì, questo in teoria perché, se va bene riusciamo a farne 2 e/o 3 ore al giorno, certo c’è la saletta, ma sempre chiuso sei.

Nelle celle ci sono 4 brande, e con questo dovrebbero starci (secondo loro) 4 persone che su meno di 10 metri quadri calpestabili, per 22/24 ore al giorno sono una tortura al supplizio.

Di notte la situazione peggiora ulteriormente, perché chi soffre di claustrofobia si trova sopra di sé un ostacolo (materasso per incominciare), quindi per evitare problemi mettevo il materasso in terra per potere dormire.

Ho provato a parlare con una psicologa del carcere spiegandogli la situazione, l’unica cosa che voleva fare per me era darmi degli psicofarmaci, per risolvere, secondo lei, i miei problemi.

Ovvio che io ho sdegnosamente rifiutato il tutto, però non avevo fatto i conti con Sarno (ispettore del piano), che nel mese di novembre dell’anno scorso, con un bliz ha cercato di infilare una quarta persona in cella, io gli ho spiegato i miei problemi, ha fatto finta di niente, e mentre comandava ad un suo sottoposto di aprire la cella, io ho dato un cazzotto allo schermo della tv distruggendola, al che si sono bloccati e sono andati via. Scampato pericolo!

Un dieci/quindici giorni dopo nuovo bliz, hanno fatto entrare un quarto in cella, ma sono riuscito ad uscire dalla cella, e mi sono procurato una scopa e uno spazzolone e con quelle ho distrutto numerose lampade del corridoio della sezione; anche allora scampato pericolo, però con due denunce sul groppone perché a nessuno importa delle mie sofferenze.

Per quanto ancora dovrò combattere, dovrò prendere denunce per evitare di stare male, sono più di 14 mesi rinchiuso in una sezione con celle chiuse!

In tutti questi mesi non mi sono fatto mancare niente, ho fatto 44 giorni di sciopero della fame per protestare contro l’inquinamento di coliformi fecali dell’acqua che sgorga dai rubinetti delle celle, per una migliore fruizione della biblioteca, del campo di calcio del carcere. Ora biblioteca blindata, campo di calcio chiuso. Sono stato sconfitto, diciamo vinto ma non convinto.

Mi sono scontrato con un’infermiera (penso sia la responsabile, ma non ho certezza di ciò) che faceva dei giochetti quando di tanto in tanto mi pesavano, tanto che una volta è intervenuto il secondino (penso responsabile) dell’infermeria centrale: Tiziano Portas che si è rivolto a me dicendo – avresti bisogno di schiaffi -, in quel momento gli ho risposto – perché non lo fai tu se hai il coraggio? -.

Ho fatto subito dopo lo sciopero delle medicine, sempre per gli stessi motivi (acqua, biblioteca…) dello sciopero della fame. Dal 25/12 ri-rifiuto le medicine.

Ho salvato la vita a due compagni di cella, che impiccandosi cercavano la morte, per sfuggire alle loro sofferenze (questo con l’aiuto di un altro compagno di cella), in due situazioni temporali distanti.

Sono recidivo di situazioni “scabrose” in carcere, nel 2020/21 ho avuto a che fare con un ispettore (Sanna, ora sta a Buoncammino) che, come mi vedeva, mi faceva il saluto fascista e/o cantava “Faccetta nera”.

Ho raccolto e fatto uscire storie di disperazione come quella di Osvaldo Olla residente a Sinnai, che era finito sotto le grinfie di un secondino di Guasila (oggi presta servizio a Massama), che con prepotenza gliene faceva di tutti i colori, di fatto per impedirgli di utilizzare apparati sanitari (sedia a rotelle, grucce) per aiutarlo nei movimenti in quanto fratturato ad un piede. Dopo un po’ di tempo il tipo si sarebbe sgozzato di notte (sarà vero?).

Che dire di Angelo Frigeri di Tempio, trasferito da Bad’e Carros, perché accusato di avere aiutato Raduano ad evadere dal carcere nuorese.

In quel carcere Frigeri era stato interrogato da un ufficiale proveniente da Uta (Angelucci), ed al tipo, l’ufficiale, disse che avrebbe fatto di tutto affinché fosse trasferito proprio al carcere di Uta, e lì gli avrebbe fatto passare le pene dell’inferno.

Detto e fatto, tanto che il tipo di Tempio dopo un po’ di tempo si è ucciso strozzandosi nel letto.

Ne ho tante altre di storie così, più o meno funeste, sicuramente tristi, ed io imperterrito continuerò a documentarle e a farle uscire dal carcere.

So benissimo anche che, se avessi seguito il consiglio di un amico – est mellusu fai is scimprus po no pagai datziu -, ma io sono un inguaribile idealista, ed è più forte di me: alla prepotenza e alla vigliaccheria non so fare come lo struzzo, è più forte di me devo dire la mia, non riesco a voltarmi con nonchalance, e questo mio modo di fare lo pago sempre.

So long Paullheddu

UNA RIFLESSIONE SU “HARRY” da la redazione della neonata rivista IL MOVENTE

Diffondiamo:

“Mari Maruso”, titolo che da mesi si proponeva sul nostro tavolo tra i papabili per questo primo numero, in siciliano, vuol dire mare agitato/pericoloso. Non potevamo di certo prevedere che giusto una manciata di giorni dopo la fine della stesura definitiva di questa rivista ne avremmo visto un’espressione diretta. O meglio, anche se magari non sono state le nostre parole ad evocarne la tempestività, ci sono tonnellate di studi sul cambiamento climatico che da anni si esprimono inequivocabilmente sull’eventualità che fenomeni del genere si sarebbero manifestati nel Mediterraneo secondo uno schema ben preciso: con l’innalzamento delle temperature del mare vedremo i fenomeni metereologici “estremi”, come i cicloni, con minore frequenza ma di maggiore violenza.

Venti fino a 130 km/h, onde alte fino a 16,6 metri (la più alta mai registrata nel Mediterraneo), una scarica di pioggia che in soli 3 giorni ha fatto precipitare la metà della pioggia che normalmente si registra in un intero anno (in Calabria). Il ciclone “Harry”, che si è abbattuto in particolar modo lungo la costa ionica (e pure in Sardegna) tra il 20-23 gennaio, stando alle prime stime ha provocato danni per almeno 2 miliardi di euro.

È stato un evento epocale che non potevamo ignorare.

Cosa che invece, tolte le testate internazionali più “attente”, è stato derubricato dai più a evento di interesse principalmente regionale. Tra il 22 e il 23 gennaio, quando i danni materiali erano ben più che evidenti, la maggioranza dei notiziari nazionali riportavano marginalmente la notizia in coda a quelle di costume o ignorandola del tutto. In diversi si sono subito ricordati dell’allora presidente del consiglio Giovanni Giolitti che, commentando i primi telegrammi arrivati a Roma sul devastante terremoto che rase al suolo Messina e Reggio Calabria nel 1908, se ne uscì così: «L’ennesima fastidiosa lamentela meridionale per il crollo di qualche comignolo».

C’è un evidente schema che si ripropone anche questa volta: i meccanismi di estrazione di risorse (di vario tipo) attivi nel Meridione e nelle Isole, non solo vanno a braccetto con una narrativa-propaganda solidamente costruita attorno alle “colpe” che ben conosciamo di chi abita questi territori, ma ne hanno un bisogno fondamentale per continuare a riprodursi e approfondirsi.

C’è una sostanziale differenza, molto utile agli interessi dei soliti, nel parlare di arretratezza e malaffare invece che di impoverimento sistematico e deliberato saccheggio. Al di là delle parole, anche di lamentela, sul piano fattuale i “danni” della crisi climatica si moltiplicano esponenzialmente quando si sovrappongono alla “normalità” delle “altre” oppressioni e disuguaglianze – che guarda caso sono proprio quelle che fanno in modo che la megamacchina ecocida continui a funzionare per il profitto/”progresso” dei pochi, anzi pochissimi, contribuendo ad inasprire quella stessa crisi.

Un’ultima cosa. È sicuramente vero che nella società dello spettacolo si attiva una maggiore attenzione quando c’è di mezzo qualche “innocente” che crepa. Meglio se male e meglio ancora se del giusto lignaggio, e c’è chi ha sottolineato che lo scarso interesse su Harry e le sue conseguenze sono dovute anche al fatto che non ci sono state vittime su cui lucrare un po’. Questa cosa è falsa, delle vittime morte crepate male ci sono state eccome. 380 migranti risultano dispersi in mare dopo che 8 “imbarcazioni” sono naufragate nel tentativo di raggiungere le coste italiane nei giorni della formazione di Harry. Una sfortunata coincidenza? Sni.

Potrebbe sembrare un collegamento azzardato, ma se insistiamo nel sottolineare il legame che c’è tra la devastazione e il saccheggio dei territori, la spoliazione delle risorse dei loro abitanti, il regime di frontiera e carcerazione che li attanaglia, le dinamiche di militarizzazione legate all’imperialismo, il cambiamento climatico e le tratte migratorie… l’equazione torna.

Il nostro nemico è un sistema di sistemi, con molte teste e infinite sfumature, e dobbiamo ricordarcelo. Dobbiamo continuare ad insistere nello svelare le sue trame (non poi così tanto occulte ormai), e tentare di spezzarne quanti più fili possibile. Per un motivo molto semplice: è tutto maledettamente collegato e affrontare “una questione alla volta” difficilmente ci porterà a “risolverne” qualcuna.

È doloroso dirlo. Fa oggettivamente terrore provare a tratteggiare anche solo i contorni delle mappe del dominio. Affinché quel dolore afono tipico della rabbia inespressa e repressa – che è tutto tranne che ignorante – non si traduca ancora una volta in rassegnazione e abbandono reciproco dobbiamo alzare la testa, tirarci su le maniche, smettere di chiedere e chiedere e chiedere e impugnare tutte le nostre intelligenze, astuzie e tempeste interiori. E portale fuori.

Non c’è spazio per l’ipocrisia e le mezze verità, né in Sicilia né altrove.

È la guerra sociale.”

— la redazione de IL MOVENTE, fine gennaio 2026

ilmoventerivista@bruttocarattere.org

AIUTA A STAMPARE LA RIVISTA IL MOVENTE – N.0

Diffondiamo ed invitiamo a sostenere la stampa e la distribuzione della neonata rivista  Il Movente! Qui il crowdfunding.

formato A4, 88 pagine, finita di scrivere a gennaio 2026

Dall’editoriale di questo numero 0, dal titolo Mari Maruso (che sta per mare agitato in siciliano):

“In Sicilia, bellezza assoluta e violenza assoluta convivono l’una di fronte all’altra, e a volte si abbracciano, ora in un abbraccio vitale, ora in un abbraccio mortale. […]

Ciò che ci muove nella scrittura di questo foglio è un’esigenza esistenziale. Un’urgenza. Un sentimento che viene dalle viscere, dalla pancia. Abbiamo delle cose da dire, e vogliamo accogliere contributi scritti che possano toccare i cuori di tuttx. […]

Interpretare la Sicilia, i luoghi che attraversiamo e respiriamo, capirne le relazioni di potere e sfruttamento, comprenderne le ingiustizie, le gioie e i dolori, significa capire il significato di questa insularità specifica, la Nostra insularità. […] Nella colonia, nella frontiera, lo Stato inventa le proprie mitologie di autolegittimazione, giustifica la propria esistenza, costruisce legittimità ideologica per rafforzare la cultura statale nell’Isola e allo stesso tempo nutre il potere centrale con risorse simboliche potenti. […]

Nata dalla necessità di indagare geografie incognite o innominate, come lo sono state queste pagine per il luuungo tempo della loro gestazione, alla creatura serviva un nome.
Se l’armonizzazione di mezzi e fini è già un cammino impervio dell’agire, sintetizzare in poche ma significative lettere sguardi, pulsioni e posture che si vogliono dare come aperte e conflittuali lo è ancora meno. A cosa si accordano i mezzi e i fini? Alla volontà! A tutti quei “vogliamo”, a ciò che ci ha portato ad incontrarci e darci proprio questo strumento. IL MOVENTE!
Sovvertendo e rovesciando il lessico della criminalizzazione e della punizione, scegliamo la scomodità di chi non cerca giustificazioni, legittimazioni o scuse, ma esploriamo radicalmente cosa vuol dire conoscersi e desiderare – di cosa vuol dire riappropriarsi e rivendicare – di cosa vuol dire davvero scegliere. Chiedendo “cosa ci muove?” impariamo cosa ci paralizza e costringe – i loro come. Chiedendo “cosa ci muove?” sperimentiamo e mettiamo alla prova chi siamo e chi possiamo essere – i nostri come. Nel porci la domanda, evadiamo la banalità mortifera delle certezze e apriamo alla condivisione di intuizioni, strumenti e tentativi di risposta. Cosa ti muove?” 

Trovi l’editoriale integrale QUI.

Tolte le spese vive, i ricavati dalla distribuzione di questa rivista vanno a sostenere la Cassa anticarceraria VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carcere

In questo numero dialoghiamo di: colonialismo, repressione, guerra, carceri e cpr, antimafia, Palestina e tante altre cose… dalla Sicilia… in lotta!

Partecipando e condividendo questa raccolta fondi ci puoi aiutare a sostenere lo sforzo necessario a questa pubblicazione e ad approfondire le crepe tra i tanti, troppi, muri che separano il presente dall’orizzonte della liberazione, il come siamo da come vorremmo essere, i corpi e i pensieri reclusi dall’aria aperta della solidarietà complice e del conflitto diretto.

Tra le ricompense, che sono ragionate per facilitare la distribuzione decentrallizzata e collettiva, abbiamo inserito la possibilità di regalare la rivista a compagnx detenutx che riceveranno anche carta, busta e francobollo per comunicare con chi desiderano.

HAI TEMPO PER PREORDINARE FINO AL 7 MARZO POI ANDIAMO FINALMENTE IN STAMPA

Ci vorranno un paio di settimane dalla fine della campagna prima che i preordini partano, viaggeranno come piego di libro (mettete l’indirizzo giusto!).

Per ulteriori informazioni, ordinare copie senza passare dalla piattaforma (!), comunicazioni o contributi puoi scriverci a ilmoventerivista@bruttocarattere.org

FOTOGRAFIA E FREE PARTY

Riceviamo e diffondiamo questo testo relativo alla produzione di contenuti visuali nel contesto dei free party e del problema riguardante la loro condivisione nel mainstream. Qui il pdf.

Se ho deciso di scrivere queste righe è perché ritengo preoccupante la degradazione estetica e comunicativa, interna al Movimento, riguardo la produzione e condivisione di contenuti visuali. Nel momento in cui la repressione poliziesca e legislativa – mai così violenta in più di 30 anni di storia – impone la creazione di nuove tattiche e forme organizzative per sopravvivere, così occorre ripensare il modo in cui vogliamo rappresentarci, eventualmente anche verso l’esterno. Parlo di Movimento con la M maiuscola in quanto, pur conscio di quanto questa concezione verrà osteggiata da alcunx, ritengo ci sia un lungo filo che lega le esperienze controculturali dei free-party dagli anni ‘90 fino ad oggi, in tutta europa e oltre. Parlare di un’epoca d’oro che non c’è più non ha senso perché è solo grazie alla trasformazione continua, la permeabilità, lo spirito di adattamento che ancora oggi esiste un dibattito circa le forme e modalità di vivere gli spazi liberati. Siamo nomadx nello spazio e nella psiche, ci piace immaginare nuovi orizzonti e proiettarci verso il futuro più che sedimentarci in forme stantie. Non dimentichiamo la nostra storia ma non la glorifichiamo nemmeno: è il momento di ripensarci ancora una volta.

  1. Chi di noi non ha mai subito la fascinazione dei colori, delle forme, dei movimenti di una festa? Percezioni visive – a tratti sinestetiche – che ci hanno fatto pensare: “io da qui non voglio andarmene più!”. Quante volte avremmo voluto catturare l’essenza, per sua natura inafferrabile, di una TAZ? Portarla via con noi anche quando i sound finiscono di pompare, i generatori di fare rumore, le carovane di uscire dal luogo occupato. E poi condividere, per quanto possibile, quelle emozioni provate con la propria compagnia, lx amicx che non hanno potuto presenziare, con noi stessx a distanza di anni per ricordare i bei momenti andati. Nella sua concezione più pop, la fotografia serve proprio per catturare l’istante e renderlo eterno ai posteri. Di ciò non dobbiamo affatto meravigliarci dal momento che il suo carattere documentale, sia esso a fini divulgativi, sia esso intimo e personale, è esplicito nella storiografia fotografica a partire dalle riflessioni di Roland Barthes. Non possiamo esimerci dunque dal fare i conti con quello strano e problematico strumento che è una macchina fotografica – o la fotocamera di uno smartphone – nel momento storico in cui tuttx o quasi si presentano in festa con una di esse in tasca. Se negli anni ‘90 fare fotografia era, per ragioni economiche, sicuramente più democratico che un secolo prima, oggigiorno la fotografia ha raggiunto la propria massificazione nella forma più ampia e irreversibile. Avete notato, inoltre, l’evoluzione della nostra comunicazione sui social network? Quando mi sono affacciato al mondo di Facebook la componente testuale era predominante. Con il trasferimento a Instagram è avvenuto invece un primo passaggio verso la predominanza dell’estetica sul contenuto, della verticalità sull’interazione pseudo-circolare. Con Tik Tok questi ultimi aspetti sono portati all’estremo. Non farò un’analisi estesa delle piattaforme social perché onestamente non mi interessano.
    Quello che voglio dire essenzialmente è che nel 2026 si condivide il dancefloor con persone che considerano smartphone e social network una realtà storica imprescindibile: di fatto lo sono! Possiamo scegliere, quasi eroicamente, di gettare il telefono in un tombino, cancellare i nostri profili social, ripartire dal passaparola ecc. Ma non possiamo pretendere che una nuova generazione attraversi gli spazi liberati con strumenti critici che il sistema là fuori non ha nessun interesse a fornire in principio. Senza scomodare poi le new gen, sono le stesse crew, collettivx, laboratorx a promuoversi tranquillamente su Meta e più. La promozione estetica verticale permette di raggiungere più pubblico. Questo traguardo è un traguardo muto, inerme, che riceve e non può rispondere. A prescindere che i profili siano privati o pubblici, l’importanza è spettacolarizzare quello che facciamo affinché la nostra platea ne sia ammaliata e attratta. Alla luce di questa decostruzione, il problema è il mezzo o l’intenzione? Per quanto mi riguarda, sono assolutamente contrario alla regola generale “no foto, no video”. O meglio, implementerei il messaggio con “no foto, no video se…”.
  1. Quando approcciai la fotografia nei primi tempi, da autodidatta, ero affascinato come tantx dalla street photography. Le foto di Cartier-Bressons ed Alex Webb correvano davanti ai miei occhi speranzosi di riuscire a cogliere con la loro stessa raffinatezza quell’attimo irripetibile. Inoltre, la street photography è un genere “economico”, non ha bisogno di chissà che formazione o strumentazione: basta “avere occhio” mentre si gira per strada con qualsiasi fotocamera. Infine, “cogliere l’attimo” non presuppone ragionamenti estesi. Non voglio dire che Martin Parr utilizzasse la propria ironia fotografica casualmente, più che altro riflettere sul fatto che “cogliere l’attimo”, storicamente, ha significato per lo più ritrarre il bizzarro, lo strano, l’assurdo per impressionare un pubblico. In generale, tutta la fotografia documentale e il fotogiornalismo vuole restituire contenuti visuali in grado di impattare, essere ricordati, “fare la storia”.
    Nel contesto di un free-party, dove la libertà espressiva è costitutiva del concetto stesso della situazione alla quale si partecipa, non dovrebbe meravigliarci trovare momenti e persone bizzarre. Bizzarre per chi, poi? Bizzarre rispetto alla formalità di quel mondo che nel free-party non c’è, non partecipa, ne è escluso in origine in quanto contenitore rotto nella cui crepa la TAZ ha potuto germogliare e sbocciare. Non ho mai sentito il bisogno di condividere una storia durante una festa, ma posso affermare con certezza che il meccanismo inconscio che ci porta a diffondere immagini in presa diretta sia lo stesso che portava un fotografo come me a girare per il dancefloor, macchina fotografica alla mano, alla ricerca del momento perfetto da immortalare. Nell’elaborazione successiva di un album fotografico trovavo la commistione di due elementi ritenuti fondamentali: quello soggettivo (far vedere che c’ero, che ho colto “correttamente” la vibe) e quello oggettivo (fotografare per documentare, fare memoria). Questi stessi elementi risultarono alquanto problematici con il passare del tempo. Mi iniziai a chiedere: cosa voglio comunicare? Chi voglio comunicare? Per chi voglio comunicare e come? Iniziai a rendermi conto che un contenuto visuale prodotto nel contesto di una TAZ e successivamente – o contemporaneamente – condiviso al di fuori di essa presupponeva grossi interrogativi etici ed estetici. Realizzai, insomma, che la mia azione era egoistica su entrambi i piani: se soggettivamente riduceva la pratica fotografica a un esercizio di stile per aumentare l’engagement sul mio profilo, d’altra parte non potevo arrogarmi il diritto di documentare oggettivamente una situazione molto più complessa di quella parzialità rappresentata in maniera feticcia – tra l’altro rubando scatti non consensuali nei confronti dex soggettx ritrattx. Capiamo quindi che la fotografia, lungi da essere solo quello strumento innocente in grado di fissare i ricordi, può altresì trasformarsi in arma violenta. Un’arma di controllo, perché una volta condivisi i contenuti al di fuori delle nostre reti non possiamo sapere come verranno utilizzati da chi cerca di reprimerci. Un’arma di spersonalizzazione e oggettificazione, dal momento che la documentazione acritica di ciò che succede non fa altro che alimentare e standardizzare una pornografia estetica dei cliché legati all’ambiente (gente “strana”, sound enormi). Infine un’arma egocentrica, tradendo quel principio basilare per cui la festa siamo tuttx e che ha portato, per esempio, a occultare la figura del dj dietro il muro di casse. Ma un’arma ha sempre bisogno di qualcunx che prema un grilletto per sparare. Io amo la fotografia e non me ne potrei mai separare. Voglio difendere questo mezzo espressivo dalle grandi, fin troppo grandi potenzialità. Per questo ritengo che l’obiettivo qui non sia solamente quello di darci regole d’utilizzo, ma di riformulare completamente i presupposti estetici coi quali vogliamo rappresentarci nel tentativo di prevenire alla radice le criticità. In un mondo di sovraesposizione mediatica, dove anche il dolore dei popoli oppressi è sbattuto continuamente in prima pagina, non dovremmo puntare a farci riconoscere. Più che verso l’alto, metafora di una scalata sociale alla quale non crediamo, dobbiamo correre orizzontalmente per insinuarci nelle fessure che questo sistema ancora mostra. Dobbiamo essere opachi, sgranati, criptici. Dobbiamo ripensare la nostra immagine oltre ai quattro bordi che determinano una foto.
  1. Chi ha avuto la possibilità di confrontarsi con me su questo tema solitamente esprime un grande dubbio: come stabilire un’estetica univoca all’interno di un Movimento eterogeneo e in continua mutazione? La mia risposta è che un’estetica non esiste di per sé, aprioristicamente, secondo concetti di bellezza eterei. Un’estetica è sempre determinata da fattori culturali, etici, economici condivisi all’interno dell’ambiente che la produce. Ragionando rispetto ai valori coi quali vogliamo identificarci penso, dunque, che potremo ricavare qualcosa di buono.
    Ho trovato illuminante a riguardo il lavoro di Hito Steyerl sul rapporto tra immagine di alta qualità e immagine “povera”. La sua critica, dal sapore non velatamente marxista, pone l’accento sul fatto che la nostra ossessione per la risoluzione, ossessione esacerbata ai nostri giorni dai contenuti visuali prodotti dalle ai, non è altro che una fascinazione classista rispetto a ciò che il progresso tecnologico ci mette a disposizione. Di comune accordo con le tendenze social di cui prima, si scambia la qualità di un contenuto per le sue proprietà più prettamente formali, al punto che un’immagine non nitida, non brillante, non propriamente chiara a primo impatto viene automaticamente catalogata come di cattiva fattura. In questo modo, chi ha la disponibilità economica per permettersi strumentazione tecnica di ultima generazione parte esteticamente avvantaggiato rispetto a chi non la possiede. La creazione della nostra estetica pirata parte dal rifiuto dell’immagine “ricca”. Chi non pensa che pay tv e piattaforme di video sharing a pagamento siano un furto? Chi non farebbe un elogio allo streaming illegale? Nel momento stesso in cui appoggiamo la causa della pirateria, stiamo prendendo posizione per un’immagine “povera”. Sgranata ma gratuita, l’immagine “povera” rompe la bellezza formale per andare dritta al contenuto. Alla nitidezza deterministica si preferisce l’ampio campo dell’immaginazione, della risignificazione di ogni pixel visibile. Penso che un Movimento che voglia davvero essere contro-potere debba ripartire da un’estetica contro-egemonica, un’estetica della dissoluzione rispetto a quella della affermazione a tutti i costi. Non intendo dire rinunciare alle nostre rivendicazioni, così come un film piratato non perde il suo significato solo perché in bassa risoluzione. Intendo dire piuttosto che non dobbiamo necessariamente essere compresx da chi questo mondo sotterraneo non lo vive, non dobbiamo per forza uscire da noi stessx esprimendoci con gli strumenti di chi questo mondo sotterraneo non lo comprende, dobbiamo più che altro costruire un nuovo vocabolario visuale in grado di comunicare cripticamente nelle nostre cerchie rispetto a ciò che riteniamo importante per noi. Più di 30 anni di storia ci hanno resx popolari e cosa ci hanno restituito lx nostrx interlocutorx? Oggettificazione, criminalizzazione e conseguente repressione. Un Movimento anti-sistema deve adottare un’estetica comunicativa anti-sistema.
  1. Il problema, se vogliamo, è che la condivisione di materiale “povero” è estremamente rapida e generalista, rispondendo a un’altra necessità della contemporaneità che ci vuole sempre e costantemente presenti sul palcoscenico sociale, ready-to-consume-and-being-consumed. Trovo particolarmente emblematico il fatto che i flyer girino su canali (ipoteticamente) segreti, ma la nostra presenza agli stessi party sia costantemente condivisa online. Se abbiamo parzialmente sistemato la questione dell’orizzontalità della produzione visuale rivendicando la necessità dell’immagine elusiva, dobbiamo ora trovare strategie elusive per la sua condivisione.
    Personalmente, ho trovato utile un ritorno alla fotografia analogica sia da un punto di vista metodologico che da un punto di vista concettuale. Benché moltx possano obiettare che ai nostri giorni potersi permettere di scattare e sviluppare un rullino sia un lusso – ricadendo dunque nel classismo fotografico – credo che i vantaggi derivati dal suo utilizzo superino i rischi insiti nell’utilizzo di apparecchi di ultima generazione, nonché esistano alcuni strumenti per l’abbattimento dei costi previsti per la sua pratica. Il primo, grande vantaggio della fotografia analogica è che accentra l’archivio dati nelle mani di chi produce il contenuto, essendo il negativo un supporto fisico non riproducibile se non digitalizzato. Problematizzare le modalità di archivio è un presupposto fondamentale per una estetica “invisibile”, criptata agli occhi di chi ci osserva con sospetto. Ogni contenuto condiviso sui social, non dobbiamo dimenticarlo, è una cessione volontaria di dati sensibili stipati in database irraggiungibili dall’utenza ma facilmente consultabili da chiunque voglia utilizzarli contro di noi. Il secondo vantaggio è che la fotografia analogica condivide contenuti lentamente. Rallentare il processo di condivisione di contenuti permette di abbattere quella componente egoistica ed egocentrica del “tutto e subito”, della performatività e protagonismo della rappresentazione. Consente di fermarsi per riflettere su ciò che abbiamo registrato, al significato che vogliamo dargli e alle modalità più adeguate della sua eventuale diffusione. Infine, vorrei far notare come l’utilizzo di rullini scaduti (“poveri”), oltre a generare un sensibile risparmio economico, permetta di avvicinarsi a quell’estetica criptica sulla quale sto insistendo. L’alterazione dei chimici presenti sulle pellicole, dovuta al passare del tempo, aumenta il grano e abbatte il contrasto dell’immagine, mentre ulteriori manipolazioni successive possono accentuare o diminuire gli effetti a seconda del risultato desiderato. A questo aggiungerei che il mercato delle apparecchiature analogiche è vertiginosamente più economico del digitale, oltre al fatto che la condivisione di sapere tecnico per la creazione di camere oscure sia certamente più alla portata rispetto a quello per la creazione di server e database sicuri per la circolazione di materiale digitale. Ipotizziamo tuttavia di non possedere quella conoscenza tecnica di base per affacciarsi alla fotografia analogica, ritenerla anacronistica o semplicemente esserne disinteressatx. Anche in fotografia digitale possiamo prediligere quei device di primissima generazione dove, tra bassa risoluzione e aberrazioni varie, l’immagine ci viene restituita sbiadita, impastata, confusa, piatta, alterata. Device che ancora rispettano l’idea di una fotografia lenta, le cui ingombranti memory card devono necessariamente essere inserite in un lettore affinché le immagini al loro interno siano trasferite su un pc. Comunque, sia che si opti per questa possibilità, sia per la digitalizzazione dei negativi analogici, diventa un imperativo la creazione di archivi virtuali interni alla nostra rete che possano fungere da magazzino per l’enorme volume di informazioni che circoleranno, nonché da alternativa ai social network.
  1. Ho provato ad esprimere al meglio possibile quel mare in tempesta che è la mia mente, a volte in maniera approssimativa forse, dal momento che sento l’urgenza di trattare questo tema. Ho tentato di esprimere al meglio la tesi per cui utilizzare modalità di autorappresentazione tipiche del mondo consumista non farà altro che feticizzarci, ho cercato di proporre che la nostra falsa dissoluzione enigmatica possa essere una via da percorrere per sopravvivere nelle crepe. Non ho idea di quali siano le modalità più corrette per ricostruire la nostra immagine, non so quali linguaggi sarà più opportuno adottare per relazionarci. Per facilitare un dibattito che mi auguro si apra da questo momento, aggiungo alcuni punti che personalmente ritengo fondamentali allo scopo, rimanendo in ascolto di tutti i contributi che arriveranno.
  • Boicottaggio totale di tutti i profili social legati a teknoinfluencer, video di feste ecc. Rifiuto della condivisione sui propri profili personali di contenuti visuali legati ai free-party. Problematizzazione in generale del social network come canale per la condivisione di materiale visuale;
  • Ritorno a una diffusione dell’informazione pirata orizzontale tramite fanze autoprodotte, momenti di condivisione di saperi nel contesto di spazi liberati che travalichino la mera libera socialità davanti ai sound, liberazione delle tecniche creative di materiale visuale in maniera sicura;
  • Creazione di archivi fisici e digitali di materiale visuale, indipendenti e criptati verso l’esterno;
  • Rifiuto al tentativo di mediazione comunicativa verso l’esterno;
  • Promozione di una estetica elusiva, scadente, glitchata, non consumabile, lenta, opaca, intervenuta, manipolata, surreale;
  • Rivalutazione del low-fi sull’high quality. Abbattimento deliberato di ogni drone si aggiri sulle nostre teste sottocassa;
  • Rivendicazione del sé come Movimento in continuità storica e non come somma algebrica di individualità riunite.

Per contatti e proposte: foto23@inventati.org

 

TREMENDE EDIZIONI: SOUVENIRS D’ANARCHIE. LA VITA QUOTIDIANA AL TEMPO DE “LA BANDA BANNOT”

E’ stato tradotto in lingua italiana e dato alle stampe per Tremende Edizioni “Souvenirs d’anarchie – la vita quotidiana al tempo de “la Banda Bonnot” di Rirette Maitrejan del 1938.

Dalla quarta di copertina:
Dopo la morte di Libertad, nel 1911, Rirette Maitrejan prende le redini, insieme a Victor Serge, de «l’anarchie» e la sede del giornale viene trasferita a Parigi in rue Fessart XIX.  Si trova responsabile dell’organo individualista in un momento in cui i dibattiti sull’illegalismo lacerano il movimento. Appaiono diversi articoli firmati da Serge, o dai suoi pseudonimi, per dimostrare che l’illegalismo non è una buona strategia. Pur facendo parte di questo movimento e ammettendo in teoria alcune inclinazioni illegali, la coppia ne criticò l’attuazione pratica, sostenendo che i rischi fossero sproporzionati rispetto ai benefici.
L’ambiente anarchico, già messo a nudo dall’istituzione delle leggi infami, ha continuato a ridursi al ritmo degli arresti degli illegalisti. Di fatti nel dicembre 1911 comincia l’affare dei banditi tragici per cui verrà arrestata il 20 marzo 1912.
Rirette, sebbene muova alcune critiche  all’approccio illegalista, è solidale con i suoi compagni e vien in loro aiuto molto regolarmente nonostante la differenza profonda di metodo.  È nella casa che condivide con Victor Serge che Callemin e Garnier vanno a meditare dopo il furto con scasso in rue Ordener.
Durante il processo contro quella che è presentata dai giornali come la Banda Bonnot, Rirette verrà accusata di associazione a delinquere a seguito di una serie di rapine perpetrate da individui vicini a «l’anarchie» – di cui è allora la direttrice ufficiale – e di essere, insieme a Victor Serge, l’ideologa; sconta un anno di detenzione preventiva prima di essere definitivamente assolta. Dopo la sua liberazione si allontana dal movimento individualista di cui condanna la deriva illegalista e osserva una certa riserva politica.
È con grande tenerezza e dovizia di particolari che Rirette descrive nei suoi souvenirs questo piccolo ambiente che circonda l’anarchie. Soudy, il piccolo illegalista, porta a spasso le due figlie di Rirette e il piccolo Dieudonné. Carouy canta storie d’amore durante i giri in bicicletta della banda. Callemin, spaccia denaro falso e gestisce perfettamente la cassa del quotidiano «l’anarchie».

Dall’introduzione:
Ci sono alcuni passaggi di critica di Rirette che troviamo comunque problematici riguardo alcuni modus operandi della banda. Riconosciamo a Rirette però non solo una posizione di critica da parte di chi quelle persone e quelle vicende le ha conosciute in prima persona ma anche l’umanità nel ricordare quelli che riconosce come compagni e amici e nel difenderli nonostante la forse insanabile distanza. […] Abbiamo deciso in ogni caso di dare alle stampe Souvenir d’anarchie perché leggendo questi ricordi è la parte più solidale che ha risuonato dentro di noi e per cui abbiamo creduto valesse la fatica tradurre queste pagine. Non la purezza della militante ma le sensazioni del vissuto umano, fatto di emozioni anche dolorose, di volubilità e dei tentativi di affrontarle, non con l’arroganza di chi è incapace di ascoltarsi ma con l’umiltà dei propri limiti. È in questo che ci siamo riconosciute: la distruzione del mito dell’impavido eroe anarchico. Se il mito serve a spiegare la realtà, sarà poi vero che le anarchiche, e gli anarchici, sono valorose combattenti fatte di pietra adamantina, inscalfibili dal mondo che le circonda? O sono semplici esseri umani, fatte di carne e sangue che soffrono e provano emozioni anche devastanti e sono queste sensazioni che le spingono a ribellarsi ed opporsi all’ oppressione? Vogliamo davvero costruire un immaginario che fagocita tutte le esperienze individuali, comuni ma non per questo banali, per ricollocarle in un’aura di eccezionalità? Correndo il rischio di produrre fantastiche chimere da sognare ad occhi aperti? Non si tratta di un gioco di ruoli in cui si definisce la propria identità sulla basa di un mito, ma piuttosto la disintegrazione del mito come base da cui partire per creare la propria unicità ed individualità. Non siamo interessate a suscitare consenso, stupore, ammirazione, adulazione o fascino nè tantomeno ci alletta la persuasione come metodo di lotta. Preferiamo riportare al presente percorsi e progetti, attraverso la memoria, la valenza dei loro contenuti di vita, di idee e di lotta. Ciò che ci sollecita il cuore e la mente è la possibilità, come forsennati prometei, di rubare il fuoco sacro e bruciare tutto, persino l’idea di mito. Però sta a chi legge decidere cosa fare di queste vite, se usarle come feticcio da venerare (e quindi usarle come mito) o al contrario come punto di partenza per costruire la propria storia.

INDICE:
Introduzione
Souvenirs d’anarchie
Biografie
Appendice (Illegalismo, Individulalismo, Milleux libre, Causerie populaire, Appunti dal carcere La Santè, Le mie memorie di R. Callemin)

Formato 12×16 , pagine 232.
Contributo consigliato 8 euro per singola copia, 6 per i distributori.
Spese d spedizione 1,50 con raccomandata tracciabile 5 euro.
Per copie tremendeedizioni@canaglie.org
Per altri titoli tremendeedizioni.noblogs.org

EPIGEA – BLOG SOLIDALE CON GLX IMPUTATX NELL’OPERAZIONE IPOGEO

Diffondiamo e accogliamo con piacere la nascita del nuovo blog Epigea:

Noi siamo per l’abolizione del gendarme. Noi siamo per la libertà per tutti, e per il libero accordo, che non può mancare quando nessuno ha i mezzi per forzare gli altri, e tutti sono interessati al buon andamento della società. Noi siamo per l’anarchia. Errico Malatesta

Catania è il crocevia ideale al cui interno le contraddizioni del capitalismo moderno trovano la loro piena espressione. Cantieri mirati allo stravolgimento della fruizione del territorio, appalti milionari comodi per i fiancheggiatori del potere, ghetti e periferie bersagli di ordinaria repressione, continui assist alla gentrificazione e alla logica di profitto in salsa turistica. Una città che è stata anche il terreno di scontro nel quale molteplici individualità, in vari modi, si sono opposte al potere durante cortei contro il genocidio in Palestina e scioperi generali imbattendosi in conseguenti piogge di denunce e di salatissime sanzioni.

Catania è stata testimone, il 17 Maggio 2025, di una netta e radicale opposizione alla pretesa egemonia di uno stato che, convinto di poter chiudere definitivamente la partita contro chi lo combatte senza deleghe, da poco aveva aggiunto al suo arsenale il cosiddetto Decreto Sicurezza.

Quel giorno, decine di individualità in rivolta si sono fatte carico nei modi opportuni della “straordinaria necessità e urgenza di introdurre misure in materia di tutela del personale delle forze di polizia” avendo cura di strappare alle forze dell’ordine il monopolio della violenza per riappropriarsi di spazi di libertà e conflittualità spingendosi fin sotto uno degli emblemi dell’ordine costituito: il carcere.

Catania oggi è la città dove compagnx che non hanno ceduto al ricatto della paura, veicolata da decreti e leggi liberticide, sono statx denunciatx, e altrx arrestatx, a seguito dell’Operazione Ipogeo, sbandierata come esemplare atto giustificativo delle misure emergenziali partorite dal governo Meloni. L’accusa principale, quella di devastazione e saccheggio, insieme ad un ampio ventaglio di danneggiamenti, rapina, imbrattamenti e resistenze sono un chiaro segnale della portata repressiva messa in atto.

Dall’ondata repressiva sorge Epigea, germoglio che, da sottoterra, emerge per diffondere e ribadire che noi siamo e saremo sempre al loro fianco. Riteniamo che raccogliere e condividere ogni testimonianza solidale, nelle varie forme in cui esse si concretizzano, e gli approfondimenti su questi fatti sia fondamentale per il proseguimento della lotta stessa.

INDONESIA: DICHIARAZIONE DEI PRIGIONIERI ANARCHICI DELLA FAAF (ASSOCAZIONE LIBERA DEI FUOCHI AUTONOMI)

Traduciamo e diffondiamo questo breve comunicato di alcunx compagnx imprigionatx a seguito delle rivolte che negli ultimi mesi hanno incendiato l’Indonesia.

ACCENDERE IL FUOCO NELL’OSCURITÀ

Noi anarchicx in Indonesia stiamo affrontando una tempesta enorme. Più di una dozzina di anarchicx sono stati incarcerati e torturati, e lo Stato cerca di disciplinarci incutendo paura. Ma per noi tutto questo non è nulla, perché noi stessx siamo la tempesta, la sua catastrofe incarnata. Qui ci sono i compagnx di BlackBloc Zone, Palang Hitam Anarkis Indonesia, Contemplative, Katong Press e altri collettivi.

Le nostrx compagnx hanno la forma di tempeste avvolte dalle fiamme. Alcunx di noi considerano questo momento come il culmine, ma non è né l’inizio né la fine. Stiamo raccogliendo tutte le fiamme che ci circondano, le fiamme che lo Stato ha cercato di spegnere.

Quante volte dobbiamo ripeterlo? “Possiamo vivere senza lo Stato!”. Al diavolo la società! La società è lo strumento più prezioso dello Stato per preservare la propria esistenza. Odiamo la società con tutto il nostro cuore.

Crediamo che l’alba della fame arriverà prima o poi, e questo segnerà l’inizio dell’era della distruzione dello Stato.

A quellx che sono fuori: resistete, raccogliete tutte le scintille che potete. E a quellx che sono dietro le sbarre, o si sentono prigionierx, non siete solx.

Lottate! Lottate! Al diavolo la vittoria o la sconfitta; l’importante è che i nostri occhi continuino a brillare in ogni battaglia.

A tuttx: spargete la voce! Morte allo Stato! Viva l’anarchia!