NUOVO BLOG: NON RICICLABILE – ESTRATTI DI LOTTA DA PADOVA E DINTORNI

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Vecchi mostri si riaffacciano dalle discariche ideologiche con una nuova faccia (ma stessa anima). Le stesse idee che ritornano e vengono gettate via per poi essere rimanipolate e ripresentate come il nuovo che avanza. L’opportunismo diventa prassi e la teoria diventa un vortice astratto. In un continuo flusso circolare che si rappresenta sempre uguale, degno figlio della società dello spettacolo.

Vicino ad un cassonetto vecchi sogni di libertà e conflitto attendono il passaggio di un netturbino che mai arriverà. Nella società dello spettacolo riciclabile il dirompente non ha spazio. Il dirompente non è riciclabile, non è riutilizzabile infinte volte per garantire la riciclabilità costante delle stesse forme di potere antagonista.

Tra le crepe dello Stato italiano e dello Stato antagonista la spazzatura abbandonata cospira il giorno della sua liberazione. Dai cassonetti abbandonati e dalle discariche in disuso germogliano alberi dal cibo andato a male. E in primavera, con un po di fortuna, fiori del conflitto sbocceranno da questi rami e queste foglie urlando vecchie parole di libertà.

Non riclabile, estratti di lotta dalle crepe di Padova e dintorni.

Contattaci via mail a: sbagliandosimpara@anche.no

UNA SPINA NEL FIANCO

Diffondiamo un volantino comparso nella notte a Cremona: 

Una spina nel fianco.

Il silenzio è pericolo, il buio inebria il rischio. È l’angoscia a generare il vuoto, la sensazione di trovarsi sul ponte dove si guarda giù e si nota l’abisso, dove non si distoglie lo sguardo dal baratro che si apre davanti al mondo: ma è proprio in momenti come questi che si tende a sentirsi vivi, senza mediatori di ogni risma.
Strepiti di industrie o stillicidio di dispositivi, come il chiacchiericcio democratico, sono insopportabili perché l’immaginazione, la sedizione, la sensibilità, la riflessione e il sogno ad occhi aperti vengono appiattiti e sostituiti dal continuo bombardamento di informazioni, messaggi, suoni da notifica, imposizioni a consumare e richiami all’ordine della guerra. La megamacchina fagocita, la schiavitù dormiente indossa invisibili catene e la sentita impotenza asseconda continui massacri e genocidi.

La catena di comando può esistere solo grazie alla gerarchia. La gerarchia si basa sulla netta distinzione e separazione tra chi esegue e chi ordina. L’anello debole di questa catena è la comunicazione fra di essi, materializzata da sinistri strateghi e armatissimi soldati. Interrompendo questa, nulla più potrebbe continuare.
Disertare lo scontro frontale e colpire ai fianchi permette di sottrarsi alle logiche simmetriche della guerra, sempre svantaggiose per chi insorge. Quando si batte il passo con gli ordini è sempre un corpo sociale o una massa di persone che obbedisce, quando invece subentra il desiderio di rottura con il potere, i piccoli gruppi e gli individui possono agire in maniera libera, colpendo dove più li aggrada, rispondendo soltanto alla loro coscienza e alle loro idee.
Pensare al potere e alla sua tracotanza come qualcosa di monolitico e inesorabile non permette agli individui di concepire degli attacchi che possono aprire brecce e crepe nel tempo dell’oppressione, ma esse potrebbero fare immaginare ciò che pare impossibile ora. E se un blackout ponesse le basi per esprimere le proprie tensioni ribelli? E se il silenzio del potere facesse sentire solo il rumore del caos?
E se una vetrina sfondata generasse l’idea di bruciare tutti i soldi di questo mondo? E se un traliccio di alta tensione cadesse e il buio delle necropoli rendesse possibile l’aura dei sogni reconditi mai espressi?

Il decadimento e la morte di questa società possono far nascere qualcosa di tutt’altro. Pensiamo ad un cancro, un insieme di cellule informi e non codificabili dal sistema stesso, le quali non collaborano e si oppongono al suo regolare funzionamento. Il carcinoma trova sulla sua strada i linfonodi, i quali lo bloccano e come servi, uniti nell’organicità e comunicanti fra loro proteggono il sistema.
Talvolta, per via di un malfunzionamento, il cancro si diffonde come disordine e non permette più al Leviatano di mantenersi. E se si immaginasse il linfonodo come un’antenna, una telecamera, uno smartphone, un registratore, un datacenter o un traliccio che raccoglie, controlla e scambia una quantità enorme di dati e informazioni, le cellule cancerose, anonime e anomale, incarnerebbero ciò che porta morte al sistema.

Se la notte prendesse le sembianze dello stupore e la solitudine della luna incendiasse le idee chiare, per infliggere il silenzio a questa società dell’orrore basterebbero solo qualche conoscenza, strumenti alla portata di chiunque e tante meravigliose collere senza capi né servi.

anonime e anomale.

PRESIDIO SOLIDALE SOTTO LE MURA DEL CARCERE DI BRINDISI

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Presidio solidale sotto le mura del carcere di Brindisi – Sabato 11 aprile alle ore 11:00 affinché la solidarietà tra persone libere e detenute possa varcare la soglia di quelle mura!

Per la stragrande maggioranza delle persone il carcere è un universo sconosciuto. Il carcere fa schifo. Per nessuna vita c’è dignità nell’essere rinchiusa tra le sbarre.
Nello specifico, dall’amministrazione penitenziaria italiana alle singole galere, guardiamo e viviamo carceri, dirigenti, politici, che blaterano di rieducazione e reinserimento nel migiore dei casi ma sono sempre più evidenti le sue peculiarità nel modo di trattare e torturare lx detenutx.
Da qui la necessità di parlarne, di convocare presidi e manifestazioni sotto le carceri, perché crediamo che sia urgente rompere il muro dell’indifferenza, della diffidenza e dell’omertà che avvolge gli istituti di detenzione, affinché si possa fare luce sulle brutali condizioni detentive nelle carceri italiane, tra morte per mancanza di cure e suicidi (79 nel 2025), sovraffollamento cronico, assenza totale di assistenza sanitaria e di cura affettiva, mancanza di attività ricreative, sportive e di formazione e lavoro.

Le carceri non solo non “riabilitano”, ma escludono ulteriormente i detenuti dalla società, imponendo loro uno stigma e marchiandoli a vita. I luoghi di detenzione sono uno strumento dello stato per tenere rinchiuse le “classi pericolose”, ovvero persone povere, migranti, tossicodipendenti, militanti ed attiviste politiche, e tuttx coloro che hanno preferito correre il rischio di infrangere la legge piuttosto che rinunciare alla propria dignità.
Per il governo Meloni e più in generale per i governi degli ultimi 25 anni, la legislazione d’emergenza attuata attraverso i “decreti sicurezza”, l’innalzamento delle pene, la creazione di nuove fattispecie di reato, la repressione penale sempre più diffusa e il carcere, hanno assunto un ruolo centrale in una strategia d’azione volta a silenziare e invisibilizzare le soggettività marginalizzate e a reprimere ogni forma di dissenso, attraverso la costruzione di paure sociali che generino la percezione di una permanente “emergenza sicurezza”.

Sabato 11 sotto il carcere di Brindisi costruiamo un ponte tra chi sta fuori e chi è dentro, salutiamo! mettiamo musica! raccontiamo storie e dediche a chi è dentro. Porta tanta rabbia e voglia di libertà!

FUOCO ALLE GALERE! LIBERTA’ PER TUTTX!

PER LX NOSTRX COMPAGNX CHE SONO MORTX IN DIFESA DELLA VITA

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Per lx nostrx compagnx che sono mortx in difesa della vita

Per lx compagnx che hanno deciso di prendere in mano il proprio destino

Per lx combattenti che erano dispostx a fare tutto il necessario

Per lx rivoluzionarix che non si accontentavano di nulla di meno che tutto

E per le persone che erano ragazzx come te e me

Per te, Kyriakos

Per te, Sara e Sandro

Per tuttx coloro che hanno dato la vita per difendere la vita

Il 19 marzo 2026, lx compagnx anarchicx Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano sono statx trovatx mortx in seguito al crollo di una casolare a Roma. I media parlano della presunta detonazione di un ordigno esplosivo. Mentre le circostanze esatte rimangono poco chiare, una cosa per noi è certa: Sara e Sandro sono mortx in azione, sono mortx combattendo.

Riceviamo queste notizie poco prima dell’inizio del processo di Ampelokipi contro le nostre compagne anarchiche Marianna Manoura e Dimitra Zarafeta, nonché contro lx altrx tre imputatx. Marianna è rimasta gravemente ferita nell’esplosione di un ordigno il 31 ottobre 2024 ad Atene e da allora è detenuta insieme a Dimitra nel carcere femminile di Korydallos.

Quella stessa esplosione ha ucciso il nostro compagno Kyriakos Xymitiris.

Ricordiamo con dolore quei primi giorni dopo la sua morte: il vuoto, il dolore, la rabbia. Il tentativo di afferrare l’incomprensibile, di comprendere la definitività di un singolo atto. Solo insieme potevamo affrontare la realtà in cui viviamo.

Abbiamo pianto insieme e urlato insieme. Ci siamo seduti insieme in silenzio. Abbiamo discusso, fatto progetti e agito insieme. Abbiamo deciso di considerare la difesa della memoria rivoluzionaria come nostra responsabilità e come la logica conseguenza della nostra lotta comune.

Allx amicx, allx acompagni e alle famiglie di Sara e Sandro: sentiamo il vostro dolore, condividiamo la vostra rabbia e siamo al vostro fianco nella difesa della memoria dellx nostrx compagnx cadutx. Vi auguriamo tutta la forza, l’amore e la tenerezza di cui abbiamo bisogno per mantenere viva la fiamma della nostra lotta comune. Vi auguriamo momenti di riposo, per piangere e soffrire insieme. Combattiamo al vostro fianco per momenti di insurrezione, in cui lasciamo che la nostra rabbia diventi il fuoco che mantiene viva la memoria dellx nostrx compagnx.

I cuori rivoluzionari ardono per sempre!
Da Roma ad Atene a Berlino: abbiamo ragione, vinceremo!

Sara Ardizzone – Sempre al nostro finaco!
Alessandro Mercogliano – Sempre al nostro finaco!
Kyriakos Xymitiris – Sempre al nostro finaco!

-R94

BOLOGNA: BREVE AGGIORNAMENTO SUL PROCESSO RIGUARDANTE LA MOBILITAZIONE CONTRO IL 41BIS IN SOSTEGNO AD ALFREDO COSPITO

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Lo scorso 18 aprile si è tenuta la prima udienza del processo contro 6 compagnx per fatti specifici riguardanti la mobilitazione in sostegno ad Alfredo contro il 41bis, durante la quale vennero presentati le liste testimoni sia dell’accusa che della difesa, con data 8 aprile per lo scioglimento della riserva da parte del giudice.

È quindi notizia di ieri 8 aprile che tutti i testimoni presentati dalla difesa sono stati accolti, tra cui Alfredo Cospito!

La prossima udienza durante la quale potrebbero essere sentiti tutti i testi, sia dell’accusa che della difesa, e quindi Alfredo in videoconferenza, è il 18 maggio alle 9:00.

Anche se da una squallida aula di tribunale, sarà un’occasione per fare uscire la voce di Alfredo da quella tomba per vivi chiamata 41bis in cui è sepolto da quasi 4 anni!

Il 41bis è tortura!
Alfredo libero!
Tuttx liberx!

CATANIA: STRAVOLGIMENTO IN PILLOLE

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Stravolgimento in pillole 
 
Intento di questo scritto non è fornire alla stampa o agli influencers elementi per i propri articoli e nemmeno spiegare il nostro pensiero in modo completo o esaustivo, ma contrastare 30 anni di disinformazione, banalità e cliché che si riproducono congelati nel tempo. A sempiterna dimostrazione di una società decadente che crede di essere devota al progresso e all’innovazione, ma che dimostra di essere al palo, quando non sceglie volutamente di tornare indietro imboccando i vicoli ciechi della reazione. La somministrazione di queste pillole va inserita nel contesto degli spazi occupati e del loro continuo essere sotto attacco in generale e dello sgombero della L.U.P.O. a Catania, in particolare.
 

Le regole sono uguali per tuttx?
Sentiamo dire spesso che le regole sono uguali per tuttx, una pacifica affermazione teorica che dovrebbe mettere d’accordo chiunque, ma che, nella pratica e quindi nella realtà, diventa talmente aleatoria da rasentare l’assurdo. A ben vedere sembra infatti che le regole siano diverse per tuttx.
Lo sono per chi commette lo stesso reato ma non può permettersi un avvocato decente, lo sono per le tasse dellx poverx che in percentuale pagano più di un colosso multimilionario, lo sono per chi non possiede il giusto pezzo di carta per trattenersi nel nostro paese, lo sono per un governante rispetto ad un governato, lo sono per la Russia e per Israele e potremmo continuare all’infinito. Le leggi sono codificazioni di rapporti di forza, non immutabili sacre parole scolpite nella pietra. È legale arrestare e deportare chi non ha commesso reati, è legale vietare la parola che critica Israele, è legale impedire il dissenso attraverso fermi preventivi, è legale l’abuso d’ufficio, ed è legale l’attività di lobbysmo che riduce la politica a mera esecuzione dei dettami dei potenti. Quindi, da eretichx, non ci vergogniamo di sostenere che l’inviolabilità delle vostre sante parole è solo un’opinione, in questo caso un’opinione volta a indirizzarci verso un regime. Gli spazi occupati nascono proprio per sovvertire le regole, per acquisire uno spazio dove le leggi del potere sono estranee e dove si costituiscono altri principi a seconda della comunità che li sostiene.

Spazio per la città?
Non ci appartiene l’ipocrisia di voler restituire un posto alla collettività: questo argomento, usato a destra e a manca, viene utilizzato da istituzioni, giornalisti e anime belle del movimento per giustificare tanto un’occupazione quanto uno sgombero. Ma il bene collettivo punto di fuga a cui tutte le linee politiche dovrebbero tendere è un orizzonte a cui nessuno veramente punta. Ogni scelta che indirizza le regole del gioco proviene da “legittimi” interessi di parte, e chi non detiene abbastanza potere economico è ridotto ad essere privo di voce per difenderli. A Catania i quartieri periferici mancano di servizi essenziali come fognature, reti idriche, illuminazione, scuole, servizi sociali, con strade che sono un colabrodo, e due piazze e un’arteria principale che stanno letteralmente crollando a mare. E quindi perché i fondi del PNRR vengono utilizzati prevalentemente nel centro storico, salotto buono ad uso turistico, e non dove giovano alla collettività? Ed è per il bene della collettività che si costruisce un ecomostro-giudiziario sul trafficato litorale? Chi si fa scudo dell’altruismo spesso nasconde interessi inconfessabili e noi siamo sempre stati ben chiari: un posto occupato non è un centro d’assistenza sociale che eroga servizi. All’interno non vi sono operatori stipendiati o volontari che praticano beneficenza. Uno spazio occupato è un rifugio sicuro per tuttx quellx che sono oppressx da questo sistema sociale e relazionale patogeno e necessitano di potersi esprimere liberamente attraverso attività culturali e sociali non orientate al profitto e non mediate da alcuna autorità. In quanto tale, lo spazio occupato non si rivolge all’intera cittadinanza ma funge da catalizzatore per chi al suo interno si sente ai margini, sfruttatx ed espropriatx della propria possibilità di esprimersi in una società sempre più escludente e dotata di un controllo sempre più soffocante, ma soprattutto per chi vuole reagire a questa condizione e sceglie di organizzarsi orizzontalmente per farlo.

In un mondo di deleghe l’unico rimedio è L’Autogestione
Sappiamo ci vorreste a casa, davanti ai social a regalarvi tutta la nostra intimità, mentre disimpariamo a confrontarci e ad avere relazioni sane ed autentiche, a cedere alla scarsa attenzione e a gioire della superficialità, ad uniformarci al pensiero del gregge. E vorreste vederci diventarne esemplari paladini solamente per paura di affrontare lo stigma sociale attribuito a chi difende le proprie idee fuori dal coro. Ci vorreste a costruire con fatica una vita precaria di sfruttamento e sacrifici per poter consumare in modo da arricchire qualcuno. Ma se proprio non si può sopprimere l’antico male della gioventù, si può attenuarlo attraverso la movida notturna con affollati locali e discoteche. Lì le regole del commercio assicurano il corretto svolgimento secondo i rituali del consumo: lavoro in nero, maltrattamenti e oggettificazione sessuale, orari di lavoro estenuanti, straordinari non pagati, full time pagati part time…Anche risse e furti appartengono a questa ritualità basata sulla contraddizione tra manager e dipendente, esercente e fruitore, negoziante e cliente, delegato e delegante su cui si basa l’inviolabilità della proprietà. In un luogo occupato cessa di esistere la proprietà e con essa il ruolo e la gerarchia divisiva. Chiunque attraversi lo spazio ne è una parte attiva e non un passivo consumatore. Questo permette una maggiore responsabilizzazione e quindi più cura e rispetto per il luogo e le persone senza necessità di buttafuori, sicurezza e guardie varie, ecco perché una comunità forte non necessita di polizie.

Come muoiono gli spazi occupati
Da 30 anni ad ogni sgombero la solita tiritera: “è la fine dei centri sociali!”, “Una volta erano diversi” “Ai miei tempi sono cresciuti lì artisti formidabili”, “Non hanno più la funzione di un tempo”. Verrebbe da dire: meno male!! I tempi cambiano, le persone, le idee, i movimenti e le espressioni artistiche cambiano con essi. Quello che resta è la necessità di un posto reale dove praticarle uscendo dal proprio steccato. Per noi l’autogestione e l’illegalità del posto occupato sono condizioni necessarie al suo libero sviluppo per dispiegare il potenziale sovversivo della cultura.
Quando uno spazio occupato viene sgomberato non si interrompono solamente i tanti progetti e le attività che si svolgono al suo interno ma si spezza una comunità fluida, viva e attiva. Con lo smantellamento di questa comunità additata a fattore di degrado, si prova ad indebolire la locale capacità di riproduzione di idee e culture alternative al capitale e soprattutto la sua capacità di reagire attivamente in una città territorio conteso tra chi la vive e chi la governa. Non ci stupiamo quindi che le autorità attacchino con forza questi luoghi privando queste comunità della dignità di esistere. Esemplare è il caso della L.U.P.O. dove ancora prima di sgomberare si operava ignorando lx occupanti, recintatx all’interno di un cantiere attivo come fossero invisibili. Come sempre, adesso, politici che lucrano su un sistema mafioso di prebende e clientelarismo, che operano attivamente per costruire guerre, che sostengono il genocidio di una intera popolazione, che seguono ligi i dettami di un suprematista bianco pedofilo, che attuano una sorveglianza di massa per difendere i loro privilegi, che incarcerano, deportano, torturano e massacrano, vorrebbero dirci che siamo noi ad essere una comunità simbolo di morte e degrado?

Perché non rilasciamo interviste
Solo quando un luogo come il nostro viene sradicato, alcune parti della città si accorgono della sua esistenza. Un’esistenza inspiegabile per alcunx. Un’esistenza che quindi deve essere ricondotta a concetti più familiari e innocui, in grado di spiegarla ed etichettarla, per poi catalogarla nella semplice dicotomia tra male e bene. Il sistema mediatico, che in teoria dovrebbe basarsi su un accesso equo, gratuito e universale all’informazione, è incompatibile con il sistema capitalista dato che i media al suo interno non sono altro che imprese che vendono consenso. Editori, giornalisti e adesso anche influencer ammantati dalla sacra aura d’inviolabilità democratica possono liberamente fungere da voce mercenaria degli interessi privati dei potenti di turno. Mestieri che forti di questa investitura possono prestarsi a qualsiasi bassezza: sensazionalismo, nessun garantismo per i meno abbienti, informazione parziale o non accurata, razzializzazione dei crimini, strumentalizzazione dei femminicidi, rappresentazione distorta dei rischi, articoli a pagamento, titoloni strappa click, pubblicità trasformate in articoli, e tante altre. Basare la propria comunicazione su mezzi che richiedono benevolenza e magnanimità di un nemico di classe non sembra una mossa sensata ma soprattutto perché mediare la nostra comunicazione e non fare parlare i nostri canali, muri, panchine e cespugli? Perché dobbiamo renderla virale anche al costo di distorcerne totalmente il significato? Perché per sfruttare la scia del momento dobbiamo trasformare le nostre idee in spot? Nonostante tutto hanno provato a metterci parole in bocca, a cucirci addosso i loro cliché preconfezionati, per inquadrarci nella rassicurante narrazione che conviene ai loro sponsor. Ma stavolta i grigi scribacchini del bianco e nero, restando all’asciutto d’informazioni di prima mano e confusi da contrastanti input, si sono dovuti arrendere alla complessità del mondo a colori.

Un grande abbraccio complice a tuttx lx ammutinatx, consapevoli che nonostante i rischi la libertà è sempre un buon bottino!

 

SIAMO LA CODA DEL SERPENTE CHE VIENE GIÙ DAL MONTE PER RITROVARE LA SUA VOCE CHE CI VIEN TOLTA OGNI DÌ

Diffondiamo:

Siamo una coda composta da diverse soggettività* che abitano l’Appennino.
L’8 marzo abbiamo cantato canzoni con una tradizione di denuncia e lotta e di liberazione.
Abbiamo unito i nostri corpi per dare voce alla stanchezza, alla frustrazione e alla rabbia che ci muovono, ribadendo che l’8 MARZO NON È UNA FESTA.

Da Porretta a Casalecchio, abbiamo scelto di utilizzare il treno in quanto principale mezzo di trasporto pubblico del territorio e luogo dove quotidianamente accadono violenze, molestie e discriminazioni.
Mosse dall’entusiasmo e dalla forza collettiva, abbiamo cantato in mezzo alla strada, all’altezza di Marzabotto, rallentando il traffico per qualche minuto e riempiendo quello spazio simbolico che è la Porrettana: l’arteria principale della Valle del Reno dove anche la domenica pomeriggio sfrecciano veicoli ad alta velocità e dove anche una breve interruzione di quel ritmo è in grado di generare reazioni di rabbia, ostilità e odio.
Lo dimostrano anche alcuni commenti ricevuti:
“Anormali”, “Avrei voluto dare gas e asfaltarvi tutte”, speravo passasse un tir e vi riducesse a strisce pedonali”, “siete solo delle stronze perdigiorno”.
Se tutto questo può aver causato disagio a qualcun, NON CI SCUSEREMO.

Molte le persone solidali che si sono unite ai canti, ma anche tanti gli insulti e le minacce da parte sia di cittadini che di cittadine.
A riprova che la repressione del dissenso e la violenza patriarcale non si esprimono solo con la divisa, sono interiorizzate da chiunque!
Ed è per questo che continueremo a contrastare la cultura patriarcale che normalizza violenze di genere, discriminazioni, molestie, stupri, femminicidi, guerre e ingiustizia sociale!

Continueremo a lottare con convinzione, anche quando questo significherà interrompere il ritmo quotidiano di chi preferisce non vedere e non ascoltare.

Vogliamo difendere i nostri spazi di cura e appropriarci di quegli spazi che il patriarcato rende non sicuri e inaccessibili, per noi e per altre soggettività che sono la coda questo sistema.

Ci insinueremo nelle crepe per allargarle e per fare spazio ai nostri corpi e alle nostre voci, lì dove qualcuno avrebbe preferito invisibilizzarli e farli tacere.

Vogliam cantarle tutte queste strofe tutte queste strofe
Di gioia, di rivolte e liberazione
Del patriarcato si vogliam la fine
Evviva l’autodeterminazione!

*categorie oppresse, marginalizzate, razzializzate, con disabilità, siamo donne, persone non binarie, madri,
lesbiche, disoccupate, lavoratrici, persone trans, studentesse, pendolari, precarie.

ANCORA SUL PROCESSO PER L’OMICIDIO DI VAKHTANG ENUKIDZE

Diffondiamo

Continua presso il tribunale di Gorizia il processo per omicidio colposo per la morte di Vakhtang Enukidze, prigioniero georgiano ucciso da un pestaggio delle guardie nel cpr di Gradisca, avvenuto nel gennaio del 2020.Imputati per questi fatti sono Roberto Maria La Rosa, impiegato al centralino la notte della morte di Enukidze e il ben noto Simone Borile, direttore di Ekene all’epoca dei fatti (oggi, alla guida di questa cooperativa, che oltre al campo di Gradisca gestisce anche quelli di via Corelli a Milano e di Ponte Galeria a Roma, c’è la nuora di Borile stesso, Chiara Felpati).

Nell’udienza del 28 febbraio scorso il tribunale ha udito il medico legale incaricato dalla procura di Venezia, Silvano Zancaner, che in questa occasione ha ribadito, a distanza di più di sei anni dall’accaduto, la stessa versione imbastita dai suoi colleghi nelle settimane immediatamente successive all’assassinio: Enukidze è stato nuovamente descritto come un prigioniero tossicodipendente, morto di edema polmonare conseguente a overdose da “eroina mescolata a lidocaina e acetina”, sebbene presentasse anche “lesioni superficiali di tipo traumatico contusivo”, definite banali dal medico incaricato. Queste, in un primo momento, furono attribuite ad una “rissa fra detenuti”, versione velocemente accantonata a favore di quella del “detenuto tossico”.

Evidentemente non contenta della piega che sta prendendo la farsa tribunalizia, la difesa di Ekene ha addirittura portato un consulente tecnico per “la logistica e i canali della comunicazione” che ha riferito i risultati di prove di cosiddetta “avvistabilità fisica e sonora” (concordate in seguito con le guardie e gli operai di Ekene) e le testimonianze di due operai della coop – Ahmed Boutaamout e Kabli Nourdine, quest’ultimo, da quel che si apprende, mediatore culturale nel cpr – mandati a svolgere fino all’ultimo il loro compito di responsabili e coscienti collaboratori attivi al servizio degli scopi del loro datore di lavoro, cioè fare un sacco di soldi dalla galere che ha in appalto. Il prodotto del lavoro è sempre “al di là del bene e del male”.

Su ruolo, funzione e coscienza individuale di queste figure di secondini in pettorina, complici attivi e fondamentali nel controllo, nella repressione e nelle pratiche di tortura all’interno di ogni cpr non ci dilunghiamo ancora, sicuri che le parole a riguardo degli stessi prigionieri siano ben più eloquenti di quanto potremmo esserlo noi.

Se questa vicenda è assai esemplificativa da un lato dei meccanismi del regime di oppressione razzista di stato e dell’altro anche delle sue capacità di riproduzione e autosostentamento a più livelli, possibili grazie ad una catena di evidenti complicità, quella di Moussa Balde lo è in maniera ancora più chiara. Lo stato di norma non si autoprocessa e, se ritiene opportunamente di fingere di farlo, sicuramente non si autocondanna, come ribadito recentemente dalla sentenza di primo grado del processo per la morte di Balde, suicidatosi nel maggio 2021 in cella di isolamento nel cpr di corso Brunelleschi a Torino, dove era stato portato dopo essere stato arrestato perché trovato senza documenti in seguito ad una brutale aggressione razzista subita fuori da un supermercato a Ventimiglia, sulla frontiera francese. Prima di arrivare al cpr, Moussa passò dall’ospedale, fu dimesso nonostante le gravi condizioni fisiche e psicologiche in cui versava e portato in un cella di sicurezza, dove arrivò la convalida al trattenimento in cpr. Sebbene la morte di Moussa Balde sia stata riconosciuta come omicidio con la condanna dell’ex direttrice del centro – all’epoca gestito dalla multinazionale francese della detenzione GEPSA – a un anno di reclusione con sospensione della pena, sono stati assolti sia il medico allora responsabile della gestione sanitaria nel cpr, sia la questura che la prefettura di Torino, l’emanazione dello stato diretta responsabile della gestione di questo e di tutti i campi per le deportazioni.

A Gradisca, come a Torino e come in tutti gli altri luoghi della detenzione amministrativa o penale, nonostante indagini e processi da dare in pasto a una certa pubblica opinione indignata, la macchina di monito, ricatto, selezione e eliminazione deve continuare ad ogni costo a girare a pieno regime una volta “ripulita” e nuovamente oliata. I cpr, le galere del circuito penale, le carceri minorili, possono uccidere ed uccidono in molti modi, non solo quando un detenuto o detenuta vi trova la morte, ma anche attraverso l’annientamento fisico, mentale, psichico, la distruzione di intere esistenze.

Che Vakhtang Enukidze sia morto per il pestaggio subito da una squadra di guardie in antisommossa oppure di overdose in seguito allo stesso pestaggio, che sia stato o meno soccorso con tempestività e attraverso quali canali, è una questione che può veramente interessare solo i tribunali dello stato. Questo – che sempre deve tentare di salvare quel poco che rimane della propria maschera democratico-giustizialista e quel tanto che invece c’è ancora da guadagnare sulla pelle e le vite dei prigionieri in questi campi – porta a processo due dei suoi manovali stipendiati, un operaio ed un ex-capoccia della stessa cooperativa a cui nel settembre 2025 la prefettura di Gorizia ha riaffidato l’appalto della gestione del cpr gradiscano.

Ciò che avviene all’interno dei campi per le deportazioni si situa completamente al di fuori del perimetro del “diritto” – nonostante vaste compagini riformiste e di fatto collaborazioniste si ostinino a dichiarare il contrario –  e in questa stessa ottica lo stato e i suoi apparati cercano di tamponare le magagne che di volta in volta gli si presentano. Pestaggi, gas e idranti, psicofarmaci e sedativi nel cibo avariato, morte in isolamento, appalti al ribasso ad un oligopolio di aziende specializzate nella gestione dei campi, costruzione di nuovi e allargamento di quelli esistenti, deportazioni in paesi governati da dittature militari qualificati come “sicuri” in base a specifici accordi bilaterali, rastrellamenti, retate ed esecuzioni nelle strade, irreggimentazione di tutti coloro che sono deputati al funzionamento della macchina (vedasi il caso dei medici dell’ospedale di Ravenna), un corpus legislativo concepito ad hoc.

Questi sono solo alcuni dei pezzi di un unico impianto utile non solo alla mera propaganda razzista a fini elettorali e alla costruzione di consenso verso una gestione sempre più repressiva di tutto il corpo sociale, ma soprattutto campi di sperimentazione e implementazione di pratiche e dispositivi applicati a specifiche componenti sociali nel contesto di una guerra al reale e potenziale nemico interno – la manodopera sfruttata, i poveri, i marginali, i “socialmente pericolosi”, i ribelli in vario modo all’ordine imposto – in un presente di guerra sempre più dispiegata, che dall’esterno dei confini nazionali penetra, a bassa intensità, al loro interno.

Sotto la gestione di questura e prefettura goriziane, azienda sanitaria locale (ASUGI) che convalida le detenzioni all’interno del cpr e cooperativa Ekene (Via Sant’Elena 34, Battaglia Terme, Padova), sono morti nel cpr di Gradisca – dal dicembre 2019 ad oggi – quattro prigionieri. Oltre a Enukidze, Orgest Turia, Anani Ezzedine e Arshad Jahangir, senza dimenticare Sandrine Bakayoko, morta nel campo di Conetta (Venezia) nel 2017.

Sempre con i rivoltosi/e di tutte le galere

Con chi si batte per la propria libertà, scagliandosi contro le gabbie in cui è rinchiuso/a

Sempre, ed oggi ancor di più, con i compagni e le compagne inquisiti/e e privati/e della libertà per aver lottato con ogni mezzo necessario contro chi lavora al mantenimento di un regime di miseria, sottomissione e morte

Con i compagni/e che non ci sono più, ma il cui ricordo ed esempio vivranno per sempre

 

BERLINO: PRESENTAZIONE DI “HAIKU SENZA HAIKU”

Diffondiamo

Presentazione del progetto “Haiku Senza Haiku” e del nuovo appello internazionale “Radici e Radicalità”, nato dal dialogo cartaceo tra Miguel Peralta, anarchico detenuto cinque anni nelle carceri messicane, oggi in giro da qualche parte nel mondo, ma ancora sotto processo e Juan Sorroche, compagno prigioniero in quella che ancora chiamiamo Italia.

03.04.2026
h. 18
Wildenbruchstrasse 24
Soli dinner and talk reading

05.04.2026
h. 16
Infoladen Sherer 8
13347
Live acustic music, snack, frei alcol drinks

PER SARA E SANDRO

Riceviamo e diffondiamo queste riflessioni scritte da alcunx compagnx di Bologna in seguito alla morte di Sara e Sandro.Qui il pdf.

Ci sono cuori che non trovano riposo né respiro in questo mondo, tanta è l’oppressione che vedono loro intorno.
Sono cuori stanchi, stanchi di portare catene ma mai rassegnati.
Sono cuori che, in una notte di angoscia, danno vita ai loro sogni.
Ci sono cuori che provano ad avvicinarsi alle stelle nonostante il rischio di bruciarsi.
Oltre le leggi della ragione e la ragione delle leggi.

Nella scelta di lottare, nel rischio conseguente alla scelta, due compagni generosi hanno perso la vita. Li piangiamo, e abbiamo chiaro che non è questo il momento in cui vogliamo misurare prossimità e distanze, divergenze e punti in comune. Questo è il momento in cui vogliamo stringerci con la comunità in cui ci riconosciamo, la stessa che tre anni fa, proprio in questo periodo, era in mobilitazione a fianco di Alfredo; quella comunità fatta di individui che hanno scelto la strada della non rassegnazione e della presa di consapevolezza attiva, della riduzione dello scarto tra astratto e concreto, per quanto possibile. È il momento dell’equilibrio, perché gli ingredienti in circolo nel sangue ora sono molti e non vogliamo lasciarci sopraffare dall’urgenza del tempo, dalla frenesia della risposta a tutte le vergognose e vili parole sputate da giornalisti e sbirri.

Il tempo della vita è lungo, tante vite fanno la storia e noi ne siamo parte. Lo sono le vite di Sara e Sandro, lo è e lo sarà la loro morte, così come quella di tutte le compagne e i compagni caduti nella lotta o uccisi dallo Stato. Ricorre proprio in questi giorni il ricordo dei compagni Sole e Baleno e la loro memoria accompagna da oltre 20 anni le nostre lotte. Se nel corso delle nostre fugaci esistenze avessimo la forza per piangere tutti i morti ammazzati dallo Stato e quella per vendicarli, a uno a uno, saremmo persone migliori.

Ma siamo ciò che siamo, nella nostra determinazione, ma anche nella nostra limitatezza. Ciascuno di noi, come i compagni e le che ci hanno preceduto -anche quelli che non abbiamo mai conosciuto- è un tassello di un percorso rivoluzionario, il cui corso è lungo e si sviluppa lungo una temporalità che sfugge tra le nostre dita. A volte tutto ciò ci fa incontrare l’azione, l’amore, la passione, la solidarietà, la gioia; a volte il fallimento, la paura, la galera, il dolore, la morte. Fare i conti con la misura della vita e della morte è un passaggio ineludibile adesso, così come mettere a fuoco e accettare lo scorrere di entrambe e l’inevitabilità dell’una e dell’altra, come parte della possibilità di costruire e di distruggere, cioè come parte della nostra scelta.

Hanno perso la vita due anarchici e, proprio in quanto tali, due persone generose.
Ma che significa essere un compagno o una compagna generosi? Non è facile spiegarlo a parole, anche perché certe cose è nella lotta spalla a spalla che le capisci e le riconosci. Però, volendoci provare, si potrebbe banalmente dire che la generosità nella lotta si riconosce in quelle persone disposte a spendersi senza aspettarsi un ritorno, ma per un’idea rivoluzionaria. Persone disposte – senza tante parole- a rischiare moltissimo in cambio di un risultato spesso misero, o comunque non commisurato al rischio corso.

Rischiare. Questa è una parola importante in tutta questa vicenda. Per chi dell’idea anarchica ha fatto un pezzo di sé, il motore della propria vita e non una postura occasionale, questa è una parola ineludibile, non solo, né tanto, in termini filosofici e metaforici, ma in un senso terribilmente pratico: la galera, lo stigma, la povertà, le botte, la morte. Non si fanno i soldi ad essere anarchici o anarchiche, né si guadagna la gloria o il potere, anzi di solito è esattamente il contrario. E tutto perché? Per poter vivere e gridare quello in cui crediamo: che un altro modo di vivere tra persone è possibile e chi lo impedisce va combattuto. E tanto basta. Questo, unito a tutta la gioia connessa al tentativo di realizzare quella scheggia di anarchia, vale il rischio di quanto sopra.

Solo dei folli farebbero una simile scelta. Non lo neghiamo, ci vuole una buona dose di follia per rischiare così tanto, per far detonare le proprie idee, però a ben guardare il folle è in certi casi più sano del sano. D’altronde viviamo in una società in cui -parafrasando qualcuno- la sanità mentale non è altro che un’eccellente copertura. Una società che ingabbia chi ci vive nella piena impotenza di fronte a uno sfruttamento sempre più brutale, a guerre, catastrofi, crisi economiche, in cui gli standard per essere una persona apprezzabile sono dettati da una performatività irraggiungibile; una società in cui tutto è promesso, ma nulla è davvero arrivabile e in cui se fallisci è solo colpa tua, oppure di qualcuno che sta peggio di te, qualche minoranza ad esempio; una società sempre più fondata su una guerra civile a bassa intensità che torna bene solo a chi comanda.

A fronte di tutto ciò alcune persone -e fra queste Sara e Sandro- decidono di lottare, individuano delle responsabilità -persone in carne e ossa o istituzioni che siano- e si danno gli strumenti per reagire contro di loro anziché sfogare il malessere che questa società produce partecipando ad una spregevole guerra fra poveri. Troppo violenti i mezzi che avevano scelto? Non ci stupiamo che ci sia chi lo pensa, anche se, a fronte del clima di guerra e crisi in cui andiamo scivolando, pare difficile pure che ci si possa meravigliare che qualcuno li possa impiegare. Chi sceglie di giudicarli distoglie l’attenzione dalle cause profonde che muovono simili scelte, facendo un favore ai reali responsabili delle nostre miserie: lo Stato e i padroni.

Non sappiamo a chi i due compagni volessero indirizzare ciò che è esploso tra le loro mani, ma di una cosa siamo certi: non sarebbe stata una stazione affollata, né la carrozza di un treno gremito di persone, non sarebbe stata una manifestazione di lavoratori e lavoratrici, né una scuola, un mercato o un ospedale. E questo perché -la storia più o meno recente lo insegna- sono questi gli obiettivi di bombe ben diverse: quelle che gli Stati, le loro polizie ed eserciti non hanno scrupolo ad usare indiscriminatamente contro le popolazioni civili.

Anarchiche e anarchici saranno pure dei folli perché disposti a rischiare per un’idea di giustizia, ma su certi punti le idee le hanno molto chiare: i nemici li conosciamo bene ed è a costoro che è destinata la violenza rivoluzionaria, non certo a chi -simile a noi- speriamo si unisca alla lotta. Siamo persone che della responsabilità individuale hanno fatto un principio e che delle responsabilità delle proprie azioni si assumono le conseguenze in prima persona; questo Sara e Sandro lo avevano ben chiaro e lo hanno dimostrato, rischiando tutto, in un luogo isolato, per dare forma ai loro sogni che sono anche i nostri e che sono l’urlo di tutte le sfruttate e gli oppressi di questa società.

Alcune anarchiche e anarchici di Bologna