
Diffondiamo da Napoli:
“Odio l’estate”
Sulle note di Bruno Martino
Niente di nuovo sotto al Sole.
In estate ci sono due certezze: il caldo e un’inchiesta anti-anarchica.
Le giornate che si allungano, l’asfalto che brucia e, con puntuale infamità, la Magistratura Antimafia e Antiterrorismo (DNAA) che si premura di mandare qualcuno al fresco.
A prima (s)vista sembrerebbe l’ennesimo gioco d’animazione che, almeno dagli anni ’90 li fa divertire ogni stagione. Se non fosse che …
Qualcosa di nuovo sotto al Sole c’è sempre
A questo nuovo giro di vite, tra le 5 e le 6 di mattina del 16 giugno, la Procura di Roma ha sguinzagliato digos e polizia per tutta Italia con 18 mandati di perquisizione (per case di compagnx, familiari e due spazi occupati) e 7 mandati di arresto per compagne e compagni per un’inchiesta per associazione con finalità di terrorismo (270 bis) e con l’accusa di aver sabotato la linea dei Treni ad Alta Velocità (TAV) in occasione delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. Approfittando ulteriormente della già infame inchiesta, al termine delle perquisizioni, ci vengono strappati altri due compagni, imprigionati con l’accusa di 270 quinquies TER per il ritrovamento di alcuni opuscoli.
Il reato di autoaddestramento (270 quinquies) è stato usato per decenni nei confronti dei cosiddetti terroristi islamici, perlopiù persone arabo-islamiche sbattute in galera per aver scritto o consultato sui social cose che non piacciono agli stati occidentali. Questo nuovo strumento repressivo doveva servire a colpire quelli che sono stati definiti semplicisticamente e opportunisticamente “lupi solitari” che si radicalizzano da soli, ma in sostanza ad avere nuovi strumenti per colpire ogni “terrorista” senza ricorrere all’impianto associativo. È così che Ahmed Salem è stato condannato a 4 anni di galera per la presenza sul suo telefono di alcuni video della resistenza palestinese.
Circa tre anni fa, abbiamo iniziato ad assistere all’ulteriore espansione di questo dispositivo repressivo. Era la prima volta che questa accusa veniva utilizzata nella storia della repressione antianarchica quando a Napoli un compagno veniva accusato di 280 bis (attentato con finalità di terrorismo) aggravato, appunto, da 270 quinquies. Cogliamo l’occasione per aggiornare sul fatto che questo processo a Zac, che si era concluso nel luglio 2024, ricomincerà il prossimo 16 luglio, perché il PM, evidentemente indispettito dall’esito, ha presentato appello contro l’assoluzione.
In quel contesto scrivevamo: “Nei decreti sicurezza di prossima introduzione si prevede l’inserimento del reato di <detenzione di materiale con finalità di terrorismo>: in parole povere, uno stesso materiale letto da una persona qualunque e letto da un anarchico, diventa reato nel secondo caso. Riuscirà Willy il coyote (proprio il cartone animato) guardato da un anarchico, a sfuggire alla finalità di terrorismo?”
[Warner Bros. annuncia uscita Coyote Vs. Acme nel 2023 – Lo Spazio Bianco][willy coyote][154 immagini, foto stock e illustrazioni esenti da diritti d’autore a tema Wile coyote | Shutterstock]
Più che facili previsioni, facevamo i conti con una realtà. Quel pacchetto sicurezza è infatti poi diventato legge, comprendendo il nuovo articolo 270 quinquies TER, che ha determinato un’ulteriore estensione della sua già arbitraria applicabilità.Con il reato di 270 quinquies era punito il fatto di aver acquisito anche autonomamente istruzioni per la fabbricazione di armi, materiali esplosivi, sostanze chimiche/batteriologiche e altre pratiche e metodi finalizzate ad atti di “terrorismo” inclusi i sabotaggi, ma la detenzione di materiale di questo tipo doveva essere unita sul piano probatorio ad altre condotte concretamente collegabili con la finalità di terrorismo. Con la nuova fattispecie, invece, è punita direttamente e per sé la sola detenzione di materiale contenente questo tipo di istruzioni o informazioni, o anche per il solo fatto che provengano da gruppi considerati terroristici. Data l’estrema indeterminatezza, ci sembra evidente la funzione preventiva e deterrente di questa norma, funzionale a garantire con molta più facilità l’arresto immediato di chiunque venga trovato in possesso di materiali cartacei o digitali considerati pericolosi.
Allora vediamo che ad ogni nuova operazione antianarchica qualcosa di nuovo da sperimentare sotto al sole c’è sempre. In genere si tratta piuttosto della combinazione tra vecchi e nuovi strumenti repressivi. Stare a vedere cosa ci combinano questa volta gli scienziati della DNAA riguarda tutti coloro che scelgono di lottare contro un mondo di guerra e sopraffazione. Perché ogni arma puntata oggi contro qualcuno, domani potrebbe cambiare la mira. Il lavoro per mettere fuori gioco chi si mette di traverso ai calcoli del potere si ristruttura di continuo: in una società sempre meno pacificata, le strategie repressive diventano sempre meno selettive, e il mirino può allargarsi fino a includere tutti i nemici e le nemiche dell’autorità. È successo col 270 bis, con l’Alta sicurezza, col 270 quinquies, col 41 bis, col Daspo, con la Sorveglianza speciale. Questa lista si allungherà se lo sconfinamento delle armi del potere non trova argine.
Per ravvivare una narrazione triste.
La narrazione acchittata dai media non sembra affatto casuale, ma semmai diretta emanazione della superprocura nazionale che indaga per reati di mafia e terrorismo (DNAA). Il codice dell’antiterrorismo, basato sulla punizione dell’autore per ciò che è e per ciò che rappresenta, non è molto diverso da quello dell’antimafia, tanto quanto il linguaggio usato. Se al TG1 gli anarchici diventano “pianificatori della strategia della tensione” che si riuniscono in “covi come la mafia”, il popolo dovrebbe necessariamente pensare che valga la pena “metterli in galera e buttare la chiave”, come del resto accetta che venga fatto coi “mafiosi”. Tanto di guadagnato per la magistratura che a combattere anarchici, mafiosi e islamici tutti insieme ci guadagna finanziamenti e salti di carriera senza incontrare ostacoli.
L’altro ieri i rivoluzionari come bruti sanguinari, ieri gli anarchici come kamikaze, oggi anarchici come mafiosi. Ogni relazione in lotta per la libertà viene impigliata nella narrazione di una rete associativa con finalità di “terrorismo” con metodi “mafiosi”, e i terroristi-kamikaze-mafiosi disegnati come mostri a tre teste. Loro non possono immaginare e proporre altro da questo. Noi dal canto nostro non possiamo che immaginare una vita libera da ogni forma di oppressione imposta e non possiamo che proporre di agire per realizzarla. Con ogni mezzo conseguente a questo fine. Oggi come ieri e l’altro ieri, qualcuno trova dentro di sé e con altri aneliti di anarchia per cui vale la pena vivere. Questo siamo. Alla malora il resto.
Per non credere alle favole.
Crediamo dunque nel caos, ma non nel caso. Non è un caso neppure che le richieste di arresto presentate al GIP due mesi fa siano state firmate proprio nei giorni in cui si discuteva il ricorso per l’applicazione del 41bis ad Alfredo, infine rigettato come da copione. A beffarsi di chi negli ultimi mesi ha creduto nelle favole sulla riforma della giustizia, sulla differenza tra giudici buoni e cattivi, sulla giustizia della giustizia, la realtà dimostra che le bugie hanno le gambe corte.
Il magistrato è di nuovo nudo, e fa pure schifo. Il sistema giustizia è irrimediabilmente al servizio della politica. Non c’è controriforma che possa salvarlo dal diventare peggiore di quello che è. I tribunali, rossi o neri che siano, servono a punire chi non sta alle regole del gioco. Le parabole con cui raccontano e ingabbiano le nostre esistenze in quelle aule grigie non sono mai a lieto fine. Innocenti, colpevoli, assoluzioni e condanne sono il vocabolario morto di una lingua di legno, che in ogni caso si traduce in anni di udienze, carcere, preventivi, misure di sorveglianza, domandine, colloqui, microspie, videocamere, eccetera, eccetera, eccetera. Il processo rituale della giustizia, esercitato da uomini e donne in toghe nere e fasce tricolore sarà sempre e comunque la perversa riproduzione del trionfo della loro civiltà (anche se in quegli istanti ci sembra di vedere neanderthaliani vestiti di pellicce che pronunciano parole incomprensibili agitando e sbattendo una clava).
Ma dove corre quella bugia con le sue gambe corte…
Sappiamo molto bene che è lo Stato a seminare terrore indiscriminato come qualunque religione, a estorcere soldi a chiunque come una mafia, e a compiere stragi come…qualunque Stato. (Proprio in questi mesi il caso Delmastro fa da parafulmine a un intero sistema che funziona così; nessuno sdegno se proprio in questi giorni si propongono risibili condanne agli stragisti del ponte Morandi, mentre chi si è ribellato al Ponte sullo stretto è ancora in galera).
Quando tra un piagnisteo e un altro, Salvini prova a ripulirsi di tutta la merda che gli è stata lanciata negli ultimi anni sul pessimo funzionamento dei trasporti, dicendo che gli anarchici seminano il panico tra la povera gente che deve andare a lavorare…diciamo solo due cose. La prima è che la povera gente solo raramente prende la TAV per andare a lavorare. La seconda è che la sua “povera” TAV è a tutti gli effetti un’infrastruttura di guerra. È per questo che da anni azioni, blocchi e scioperi mettono in crisi il suo già inutile ministero…e il militarismo europeo.
Dal 2016, i Piani d’azione per la mobilità militare dell’Unione europea hanno iniziato a prevedere che tutte le infrastrutture dei trasporti venissero convertite in funzione dual use (civile e militare), in vista di una possibile guerra con la Russia. L’ultimo accordo del 2024 tra Rete Ferroviaria Italiana e Leonardo s.p.a. per la militarizzazione digitale delle ferrovie dice tutto: far viaggiare armi sempre più pesanti su treni sempre più veloci.
È per questo che con particolare foga si reprimono le lotte contro ponti, ferrovie… e olimpiadi…di guerra. E sì, è piena la storia di parate mondiali che a colpi di giochi e a suon di concerti, applausi e fuochi d’artificio distolgono lo sguardo dei popoli da bombe che cadono altrove. (Lo sanno bene anche le periferie di Napoli dove l’Occidente in guerra sta acchittando la prima mondiale dell’America’s Cup, una competizione velistica di lusso su un territorio già devastato dall’industria).
Vite di lavoratori, ettari di boschi e interi palazzi sono caduti per permettere a quei treni di passare e a questi circhi internazionali di illudere che tutto scorra sui binari morti della normalità. Ma dove oggi viaggiano gli atleti, domani viaggeranno i militari.
E non finisce qui
Tornando al 16 giugno…Nel corso di quella giornata di merda, oltre a 7 compagnx in carcere e 2 compagne confinate ai domiciliari, con un altro infame colpo di coda il Bencivenga occupato viene sgomberato. Il mandato di perquisizione e arresto sopraggiunto sul posto a carico di due compagni inquisiti si trasforma magicamente nell’espulsione di tutti gli abitanti, nella messa al bando di uno spazio di vita e di lotta per tutti coloro tra noi che nei suoi 25 anni di storie siamo cresciuti anche tra quelle mura spesse, tra quei pavimenti di cemento abbiamo coltivato relazioni, davanti al fuoco ci siamo scaldati dell’amore per una vita diversa e della rabbia per quella complice indifferenza che manda avanti il mondo così com’è. Inutile dire che murare le sue porte e sporcarle con un ridicolo vessillo dell’Italia unita non potrà mai rimuovere l’esperienza di chi ha scelto di vivere pezzi di vita libera insieme. Né tutto ciò che ne rimane; che non è poco in un mondo dove si muore di apatia e solitudine.
Per non concludere.
Per ogni posto e compagn che ci viene strappato siamo sicure di incontrarne ancora altri. Per continuare a lottare per la liberazione di chi è dentro tanto quanto per la nostra. La solidarietà verso i compagni prigionieri è solidarietà verso noi stessi, che per sempre più motivi potremmo finire da quella parte, e che da qua fuori viviamo l’oppressione contro cui loro hanno lottato fino a essere repressi. È per questo che solidarietà significa continuare le lotte, ogni giorno con un motivo in più.
Con Sara e Sandro nel cuore,
Al fianco di Bibi, Micol, Nico, Toni, Arnau, Ste, Pietro, Giulia e Luna. Contro ogni prigione. Per l’anarchia.
Compagne e compagni a Napoli