Lunedì 10 aprile alle 11 presidio transfemminista in solidarietà alle persone detenute nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, al pratone in fondo via Bartolo Longo.

Cresciamo nei terreni incolti, nelle zone asciutte e sassose, ai bordi dei viottoli
Lunedì 10 aprile alle 11 presidio transfemminista in solidarietà alle persone detenute nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, al pratone in fondo via Bartolo Longo.

Diffondiamo da Non una di meno Bolzano e Bolzano Antifascista
Bolzano, 8 marzo 2023 – Buona “festa della donna”. Il patriarcato, con le sue modalità di abuso di autorità, violenza e oppressione, e’ riuscito anche stavolta a farci gli auguri.
Urla disperate squarciano il corteo transfemminista.
Sappiamo solo che al margine di una manifestazione che pone l’attenzione verso la violenza strutturale nei confronti di donne, persone lgbtq* e persone marginalizzate,come le persone disabili, la violenza della polizia municipale di Bolzano era sotto gli occhi di tuttə e che questa violenza non resterà senza risposta.





Di seguito un testo scritto da alcune compagne l’anno scorso, ristampato e distribuito con qualche piccolo aggiornamento legato al contesto attuale, l’8 marzo 2023 a Bologna.
NIENTE DA SPARTIRE
– Niente da spartire nè col machismo omofobo, transfobico, misogino e assassino di Putin, nè con la chiamata alle armi degli alleati Nato, pronti a dividersi il mondo a costo di un bagno di sangue.
– Niente da spartire con le analisi geopolitiche, non è affar nostro scegliere sull’altare di quale stato e a quali interessi si può sacrificare la vita delle persone.
– Niente da spartire con i mercanti e produttori di armi, prestigioso comparto dell’export Made in Italy che fanno soldi a palate e non hanno cessato i loro sporchi traffici neanche un giorno in piena pandemia, attività essenziali, dicevano, mentre milioni di persone vivevano confinate nelle loro case senza deroghe a costo di sofferenze mentali e fisiche.
– Niente da spartire con l’economia della guerra su cui il capitalismo strutturalmente si regge.
– Niente da spartire con lo spettacolo della guerra. I media sciacalli vanno in cerca instancabilmente di immagini e storie tragiche da dare in pasto all’opinione pubblica al servizio della propaganda guerrafondaia dell’Occidente.
– Niente da spartire con le retoriche del pietismo e dell’eroismo dei politicanti di turno sulla pelle delle donne ucraine,
che fino a quando non sono diventate funzionali alla narrazione dei governati di casa nostra erano invisibili, democraticamente sfruttate e ricattate col cappio al collo dei permessi di soggiorno.
– Niente da spartire con il razzismo dell’accoglienza per cui sulla linea del colore si decide chi far passare e chi far inseguire coi cani alle frontiere e far morire in mare.
– Niente da spartire con i signori del nucleare e della guerra (che sono gli stessi, fatalmente) quelli che di mestiere producono devastazione ambientale e morte. Sono il problema e non la soluzione.
– Niente da spartire con chi ha fatto dei nostri territori una polveriera disseminando basi Nato massicciamente nel sud dell’italia e nelle isole,e reprimendo duramente chi vi si oppone. In queste periferie dell’impero, a Taranto, in Sardegna e in Sicilia le acciaierie e l’industria pesante avvelena e fa ammalare ad ogni respiro e uno dei motivi per cui non si può dismettere è la natura “strategica” della produzione per l’autarchia dell’industria bellica.
– Niente da spartire col silenzio complice di tanta società “civile” di fronte ad uno Stato che pur di difendere un dispositivo di tortura, sta uccidendo un compagno nelle patrie galere.
Sappiamo di vivere in un mondo che si regge sulle stragi in mare, al lavoro, nelle carceri, nelle case, nei campi di concentramento ai confini dell’Occidente in cui milioni di persone vengono usate come strumenti di pressione e merce di scambio, una guerra a bassa intensità in cui, come per la pandemia, il problema dei governanti è stabilire quante morti e quanta sofferenza è “tollerabile” dalla società civile come danno collaterale procurando di spostare il limite sempre un po’ più in là. Sappiamo altresì che la rimozione collettiva di questa ferocia serve allo Stato per conservare saldamente il primato della violenza.
Guerra alla vostra guerra e Guerra alla vostra pace


Dall’Assemblea lotto3antimilitarista – femministe antimilitariste
Stendi le Basi 2023 “Sardegna: Una lavatrice al centro del Mediterraneo”
Ci disgusta che le forze armate lavino di verde le loro devastazioni (greenwashing) e che persino la fabbrica di bombe e droni killer Rheinmetall-RWM a Domusnovas si tinga di rosa (pinkwashing) e venga premiata per la sua “attenzione alla gender diversity” e al multiculturalismo, mentre continua impunita la sua produzione letale con la nuova commessa per Israele. Laverete caro, laverete tutto!
Siamo coscienti di vivere in un territorio dove, sì, le armi vengono prodotte e sperimentate e l’ambiente viene devastato e inquinato, ma facciamo anche parte di quell’occidente dove la guerra viene preparata per continuare a colonizzare, distruggere e uccidere altrove. Tutto questo serve alla fortezza Europa per depredare altri territori e risorse, oliare il business degli armamenti, difendere gli interessi di poche persone a costo di molte morti e vite spezzate. Per questo ci sentiamo di dover partire da qui. Non vogliamo lasciare agire indisturbati coloro che, tramite un’ordinanza di Stato, impediscono alla popolazione di nuotare, ormeggiare, lavorare o anche semplicemente di recarsi in quel tratto di costa definendolo pericoloso perché costellato di ordigni inesplosi lasciati dagli stessi militari. Poi di colpo il pericolo e l’ordinanza spariscono quando è Prada a volerlo usare come scenario per la sua nuova collezione, come è successo nella primavera 2021! La guerra inizia qui, fermiamola qui.
Assemblea Lotto3antimilitarista
Il 26 febbraio al Brigata Prociona in via Riccione 4, a Imola.
– Dalle 12:30 pranzo vegan benefit autodifesa transfemminista – Alle 15 presentazione Sisterrrude, zine per la visibilità di donne, lesbiche, persone trans, non binarie e queer nella scena punk
– Dalle 17 musica con RYF (Special acoustic live) Distrofemministe, musica, cibo&birrette, presabbene


Da notav.info
CECCA CONDANNATA AL CARCERE PER AVER APPESO UNO STRISCIONE DI SOLIDARIETÀ.
Luglio 2013. Manifestazione notturna al cantiere Tav di Chiomonte. Marta, compagna pisana, viene fermata dalla polizia dopo una violenta carica. Pestata, insultata e molestata sessualmente dalle forze dell’ordine, viene pure denunciata. Durante il primo interrogatorio di Marta, tenuto dagli ormai celebri pm con l’elemento Padalino e Rinaudo, il movimento No Tav organizza un presidio per non lasciare Marta da sola ad affrontare quel difficile momento. Un gruppo di compagne, donne, amiche decide di portare uno striscione che, oltre a solidarizzare con Marta, denuncia le violenze della polizia. “Se toccano una toccano tutte”. Un gesto di solidarietà femminista, contro la violenza maschile in divisa nei confronti di una compagna. Non fanno in tempo ad aprirlo per appenderlo fuori dal tribunale che la polizia carica, manganella e poi denuncia. In un processo farsa in cui le molestie subite da Marta vengono completamente rimosse così come le ragioni del presidio, le compagne vengono accusate di ogni sorta di reato. La Pm punta il dito sul “clima festoso” del presidio a indicare la pretestuosità della presenza del movimento. Per la Pm le donne presenti avrebbero dovuto vestirsi a lutto e piangere tutte le loro lacrime per dimostrare il loro dolore per la vittima? Una reazione determinata da parte di quelle donne è un fatto così inaccettabile e incomprensibile? Ancora, la Pm insiste con una testimone sul fatto che, non avendo subito lei stessa violenze sessuali, non avrebbe potuto capire e quindi solidarizzare con una donna che invece quelle violenze dice di averle subite. Queste sono solo alcune delle perle che si sono sentite durante il processo.
Dieci anni dopo quell’estate. Veniamo a conoscenza della decisione del Tribunale di Sorveglianza di Torino: la giudice Elena Bonu decide di fare scontare la pena in carcere. Purtroppo, per chi non ha la memoria corta, questa giudice la dobbiamo ricordare per essere la stessa ad aver scelto il carcere per Dana. Nonostante il parere positivo della stessa Procura Generale di fronte alla richiesta di applicazione delle misure alternative al carcere il Tribunale di Sorveglianza decide, ancora una volta, di punire chi lotta.
Cecca siamo e saremo sempre al tuo fianco!
SABATO 11 FEBBRAIO ORE 15.30
PRESIDIO AL CARCERE (Ingresso principale, Via Maria Adelaide Aglietta 35)
Sabato saremo davanti al carcere di Torino perché questa ennesima ingiustizia non passi sotto silenzio, vogliamo Cecca libera subito. Lo diremo a gran voce perché il tuo posto è qui fuori, nelle lotte collettive.
Il dito lo puntiamo noi!
Siamo e saremo sempre al tuo fianco!
Cecca libera!
Libertà per tutte/i le/i No Tav!
PER SCRIVERE A CECCA:
FRANCESCA LUCCHETTO
c/o Casa Circondariale Lorusso e Cutugno
Via Aglietta, 35
10151 – Torino


SABATO 25 E DOMENICA 26 MARZO: INCONTRO FEMMINISTA PER ASCOLTARE LE VOCI DI CHI, NEGLI ANNI ’70 E ’80, HA LOTTATO CON OGNI MEZZO NECESSARIO.
Un incontro femminista e separato dedicato al recupero della memoria storica dell’esperienza delle donne che hanno attraversato il periodo della lotta armata degli anni ’70 e ’80 in Italia, militando nelle organizzazioni rivoluzionarie combattenti di quell’epoca, spesso pagando le proprie scelte con la libertà e senza mai dissociarsi.
Femminista perché ci interessa ripercorrere le storie di compagne che, con le loro scelte rivoluzionarie, hanno sfidato il potere e l’autorità dello stato, del capitale e del patriarcato, detentori del monopolio della violenza. Vogliamo ascoltare le voci delle donne che, identificandosi o meno nel femminismo dell’epoca, hanno determinato la rottura dei ruoli di genere che sostengono questo monopolio, scardinando la logica che ci vorrebbe soggetti passivi e vittime impossibilitate a reagire a ciò che ci opprime.
Separato perché crediamo nell’importanza della creazione di spazi autonomi tra le soggettività oppresse dall’etero cis patriarcato. Spazi in cui la nostra forza, le nostre rivolte, le nostre lotte non vengano ingabbiate negli stereotipi patriarcali mostrificanti, psichiatrizzanti, romantici. Spazi in cui sia possibile rafforzare la nostra consapevolezza individuale e collettiva. Vogliamo quindi incontrarci tra donne, lesbiche, trans* e identità non binarie.
Di storia orale perché vogliamo privilegiare il racconto diretto, dando spazio alla condivisione di singole esperienze anche nella loro dimensione personale, perché il femminismo ci ha insegnato che il personale è politico. Affinché il partire da sé ci permetta di ricostruire una storia collettiva, contro la volontà dello stato di silenziare, cancellare, distorcere le voci che non rientrano nelle narrazioni storiche ufficiali.
Recuperare la memoria storica delle donne rivoluzionarie è un atto di resistenza necessario contro l’intento del sistema – statale, capitalista, razzista e patriarcale – di disinnescare la potenza dell’immaginario in cui la sovversione dell’esistente è possibile.
Per non lasciare in mano al nemico la nostra storia,
per riappropriarci di ciò che la repressione vorrebbe farci dimenticare,
per continuare a sentire vive le possibilità di una radicalità femminista in lotta
contro ogni oppressione e autorità.
Riceviamo e diffondiamo:
Nella giornata di domenica 15 gennaio a Napoli, diverse decine di individualità anarchiche e transfemministe hanno improvvisato un corteo nelle vie principali dello shopping, affollate dalla ressa ai saldi, in solidarietà ad Alfredo, ormai a quasi tre mesi di sciopero della fame, e a tuttx lx prigionierx in lotta, contro 41bis, ergastolo e galere. Ricordando che la lotta del compagno è la lotta di tuttx e che la lotta per la libertà contro una società opprimente non hanno niente a che vedere con ipocrite indignazioni democratiche. Lo stato è responsabile per ogni persona che rinchiude nelle sue gabbie. Finché queste esisteranno, nessuna pace per le loro città vetrina.
Morte a stato e patriarcato

Il testo del volantino distribuito durante il corteo:
Contro le gabbie di Stato e patriarcato
In quanto femministe conosciamo bene il volto patriarcale e violento dello Stato, di cui una delle espressioni più estreme sono il carcere e la tortura del 41bis.
I regimi differenziali e le carceri speciali infatti nascono con l’obbiettivo della deprivazione sensoriale e la spersonalizzazione dellx detenutx.
Noi donne, lesbiche, frocie, persone trans* e non binarie conosciamo bene il disciplinamento e l’oppressione che passa attraverso i corpi. Quando ci rifiutiamo di aderire alle norme di genere e all’eterocispatriarcato, veniamo rinchiusx e stigmatizzatx come pazzx. Il carcere è la punizione per chi disobbedisce alle regole di questo sistema, al suo ordine, come ogni corpo dissidente fuori dal genere viene rimesso sui binari. Ogni donna, lesbica, frocia, persona trans* e non binaria viene riportata al suo dovere, testa bassa difronte al padre, al padrone, al marito, allo Stato.
La strategia dello Stato è togliere a chi rifiuta l’ordine imposto tutto quello che ha: la libertà, le relazioni, la possibilità di agire e di essere. In una situazione di estremo isolamento carcerario l’unica arma che rimane è il corpo. Questo è quello che Alfredo ha scelto di fare da più di 80 giorni portando avanti uno sciopero della fame fino alle estreme conseguenze. A lui si sono uniti negli ultimi due mesi diversx compagnx – Juan, Ivan, Anna. Per giudici e giornalisti, per cui è inconcepibile un mondo senza gerarchie, Alfredo sarebbe il “capo di un’organizzazione”. Non potranno mai capire che, per lx anarchicx, capi, strutture e gerarchie non possono esistere. D’altra parte si dimenticano della compagna Anna, incarcerata per la medesima operazione repressiva, che con Alfredo e lx altrx compagnx anarchicx porta avanti questa lotta da sempre. La forza della loro resistenza risuona in molti luoghi e fa sì che la rabbia si trasformi in azione.
Vogliamo che la nostra solidarietà passi attraverso quelle odiate sbarre e arrivi ad Alfredo e a tutte le persone detenute, perché crediamo che la spinta di libertà è contagiosa, e possa risuonare più forte della loro autorità.
Sappiamo bene l’importanza della solidarietà diretta e attiva, perchè in quanto femministe non abbiamo nessuna fiducia nello Stato e nella sua giustizia. Magistrati, ispettori, secondini e stupratori nella peggiore delle ipotesi ci criminalizzano quando ci autodifendiamo o ci sottraiamo alle norme di genere a noi imposte. Nella migliore delle ipotesi ci trattano con paternalismo, pretendendo di doverci difendere. Rifiutiamo ogni delega e ogni paternalismo, che quando non ci vede passive e vittime ci mostrifica.
Come femministe anarchiche ci riconosciamo in una lotta contro il 41bis e l’ergastolo perchè un’operazione repressiva di quest’ampiezza è un chiaro monito per chiunque porti avanti le idee e pratiche anarchiche. Alfredo non è il primo compagno sottoposto a questo regime, ricordiamo altre 4 compagnx che si trovano al 41bis da quasi vent’anni. Tra loro due compagne, Diana Blefari, morta nelle mani dello Stato, e Nadia Lioce, in lotta contro questo regime di tortura da anni.
Come identità sessuali e di genere dissidenti ci uniamo alla lotta di Alfredo e tuttx lx compagnx contro il 41bis, regime da cui tra l’altro si può uscire soltanto tramite l’abiura. Quotidianamente ci viene chiesto di rinnegare noi stessx per adattarci a una norma che ci vorrebbe addomesticatx e passivx. Rifiutando qualsiasi compromesso con Stato e giustizia, riconosciamo nella lotta contro il 41bis e tutte le forme di detenzione la nostra lotta.
Tuttx liberx
Fuoco alle galere

L’epifania non tutte le feste porta via… Il 14 e 15 gennaio al Giardino Liberato di Materdei (Napoli) si terrà una giorno e mezzo di D.I.Y. frociolellatransenonbinaria e spettacoli e concerti punk contro patriarcato, Stato, galere, frontiere e repressione. Ci saranno: serigrafie, stampe, fanzine, scarabocchi, intagli&tagli, esplosioni creative, fantasie appuntite, matite ben affilate… Per noi il punk è un modo di stare al mondo e il queer è lotta e liberazione, non marchi commerciali, estetica social o trend del momento. Queer per noi è resistenza quotidiana in un mondo etero-cis-patriarcale che ci soffoca, queer è crescere come erbe infestanti sull’asfalto ripulito delle città, creare reticolati di affetti diffusi e desideri contro-norma, queer è dare fastidio come il fischio di un microfono, come un urlo rauco che taglia i timpani. Spesso ci troviamo a dover sgomitare per riuscire a stare negli spazi che attraversiamo, così come sui palchi, nelle palestre, nei festival di autoproduzioni che in questi spazi si organizzano. È per questo che abbiamo deciso di organizzare un festival per noi e per chi condivide questo bisogno, un festivalino che sia queer e antisessista nei contenuti e nell’atmosfera. Alcuni eventi, come i laboratori e gli incontri, saranno separati (no maschi cis-et) perché abbiamo bisogno di uno spazio in cui conoscerci e riconoscerci lontano dallo sguardo patriarcale e riappropriarci dei saperi di cui la narrazione binaria dei ruoli di genere ci ha espropriatx. L’esposizione e i concerti, invece, saranno aperti a tuttx, tranne ovviamente machi, fasci e sbirri. il festival sarà benefit cassa antirep transfemminista, che va a supportare compagnx donne, lesbiche, trans* colpitx dalla repressione per essersi autodifesx dalla violenza di Stato e patriarcato.
Diffondiamo:

Dopo il triplice femminicidio avvenuto a Roma a ridosso del 25 novembre è imprescindibile prendere parola oggi, 17 dicembre, giornata internazionale contro la violenza su sex worker, abbiamo diffuso in tutta la città le nostre parole per ribadire che non accettiamo alcun tipo di criminalizzazione sui nostri corpi e che rivendichiamo il diritto al lavoro sessuale in sicurezza. Siamo a fianco alle lavoratrici in lotta.
Il lavoro sessuale non è la vendita del corpo, è lavoro di cura e si situa nell’ambito della riproduzione sociale rompendone le regole attraverso l’attribuzione di un costo esplicito e la delimitazione di prestazioni in cui il corpo viene impiegato in pratiche concordate. Come ben sappiamo non esistono mansioni nell’organizzazione capitalista del lavoro in cui non sia previsto l’uso del corpo per lavorare: il problema è il capitalismo non sono le puttane! La rottura delle regole patriarcali che impongono la gratuità delle prestazioni sessuoaffettive porta a una denaturalizzazione delle stesse: perché il lavoro di cura nel matrimonio è accettato e invisibilizzato, mentre se viene palesato attraverso una transazione economica esplicita diventa qualcosa da criminalizzare? Non ci ritroviamo, forse, per disparità di accesso al reddito, in posizioni di costante ricattabilità economica? Non è forse il matrimonio un patto basato più che sull’amore sui ruoli di genere imposti?

È importante uscire dalla logica dicotomica prostituzione per scelta o costrizione, il lavoro sessuale è LAVORO e come tale rappresenta un mezzo di sopravvivenza utilizzato per le più svariate circostanze: non sarà lo stato a decidere se il lavoro sessuale è legittimo o meno, è l’esistenza del lavoro sessuale che apre all’imprescindibile necessità di tutela di chi esercita.
Le proposte di modifica della legge Merlin, che ciclicamente vengono presentate in parlamento con intenti strumentali e propagandistici, mostrano come il dibattito sul lavoro sessuale sia fermo su un piano ideologico che non tiene conto delle istanze e delle ripercussioni che le leggi hanno sulla materialità delle vite. L’ultimo disegno di legge è stato presentato da Alessandra Maiorino, esponente del Movimento Cinque Stelle, la cui proposta è chiara: importare il modello svedese in Italia. La proposta di Maiorino emula un approccio al lavoro sessuale diffusosi nell’Europa del nord che si distingue dalla criminalizzazione classica per la mancata perseguibilità delle lavoratrici e dei lavoratori sessuali, a fronte della criminalizzazione del solo cliente. Si tratta di un approccio insidioso, che si fonda su un finto intento salvifico delle lavoratrici, considerate tutte vittime da salvare, incapaci di autodeterminarsi e che persegue l’intento ideologico di eliminazione della prostituzione. Si tratta di una logica paternalista e patriarcale che fa leva sulla retorica delle “donne costrette a vendere il proprio corpo” e non si cura degli effetti che la criminalizzazione della domanda ha su chi vende. Come si può pensare di non colpire direttamente le sex workers se si incide sull’attività da cui queste fanno dipendere il proprio sostentamento? Come si può spacciare un simile modello per femminista se fa leva su una retorica stigmatizzante e patriarcale come la vendita del corpo? Il modello svedese si è gia rivelato fallimentare, sia nell’intento di eliminazione della prostituzione che in quello di tutela delle sex workers. Nei paesi in cui viene applicato, le sex workers per lavorare sono costrette a contrattare le condizioni di lavoro nel minor tempo possibile e sono impossibilitate a denunciare abusi, lavorare in gruppo o in luoghi visibili per non mettere in pericolo i propri clienti. Al contrario di quello che si prefigge la legge, il modello svedese favorisce lo sfruttamento, costringendo le sex workers a trovare protezione da parte di terzi, cedendo parte del loro guadagno.

Nello specifico, il ddl Maiorino presenta anche delle parti di natura esplicitamente transfobica, in quanto nell’elencare i presunti motivi che spingerebbero una persona trans a fare lavoro sessuale fa esplicitamente riferimento a “motivazioni del tutto peculiari di natura psicologica legate all’identità di genere”.
Le persone trans hanno meno accesso al mondo del lavoro a causa della transfobia ancora oggi imperante: non vogliamo riprodurre lo stigma per il lavoro sessuale né possiamo accettare retoriche patologizzanti, vogliamo invece un accesso al reddito per tutt*!

Lo stigma della puttana è una forma di controllo della sessualità di donne e soggettività dissidenti: per noi puttana è un parola cruciale per la nostra lotta, una rivendicazione di autodeterminazione!
Le realtà transfemministe di Bologna

