TORINO: INIZIATIVE SOLIDALI CON LX IMPUTATX DELL’OPERAZIONE CITY

Diffondiamo

Iniziative solidali con lx imputatx dell’Operazione City a Torino

24 febbraio ore 9
Tribunale di Torino – aula maxi 3
Presenza solidale in aula e fuori dal tribunale

27 febbraio ore 18
Radio Blackout (Via Cecchi 21/A)
Presentazione dell’opuscolo “Il conflitto e il suo rimosso” – discussione a partire dal reato di devastazione e saccheggio e aggiornamenti dal processo City


Dall’ottobre 2022 alla primavera 2023, una importante mobilitazione ha accompagnato lo sciopero della fame di Alfredo Cospito, compagno anarchico prigioniero in 41bis. Iniziative, manifestazioni, azioni dirette hanno segnato in Italia e in molte altre parti del globo i passi di un movimento eterogeneo che è cresciuto nel dare forza alla protesta di Alfredo: una protesta che ha rivendicato l’abolizione del 41bis e dell’ergastolo ostativo, il “fine pena mai”, con cui lo Stato italiano condanna quasi 1300 detenuti a morire in galera.

Ovviamente quello stesso stato, che probabilmente avrebbe lasciato morire di fame Alfredo, non ha tardato a presentare il conto con inchieste e processi in vari territori e città dove si è propagata la mobilitazione di quei mesi. A Torino, questa controffensiva dello Stato si sta manifestando principalmente per mezzo della cosiddetta “operazione City”: che ha emanato, nel 2023, un buon numero di misure cautelari e ha aperto due filoni processuali di cui si stanno tenendo le udienze. Nel primo troncone, di cui è prevista la sentenza di primo grado verso metà Aprile, i compagni e le compagne sono tuttx accusatx di “concorso in devastazione e saccheggio”. La chiamata in causa del “concorso” svela la finalità politica per cui viene utilizzato: spaventare e dissuadere dal manifestare, poiché l’arbitraria punizione potrà colpire chiunque scenda in strada e in qualunque modo decida di farlo. Il secondo troncone – la cui udienza preliminare sarà il 26 Febbraio – vede imputatx 53 compagnx accusatx di vari reati tra cui spicca, anche in questo caso, il reato di “concorso in devastazione e saccheggio” e il, rarissimo, “quasi reato” (art 115 c.p.) contestato a coloro che sono statx fermatx prima del corteo.

Ricordare oggi il corteo del 4 Marzo 2023 non è solo un modo per portare solidarietà alle e agli imputatx, e non lasciarlx solx davanti alla controparte. Ma è anche un modo per ricordare che la lotta contro il 41bis e l’ergastolo ostativo è una lotta sempre attuale: contro il carcere e la società che ne ha bisogno. Inoltre in questa contemporaneità bellica e genocidiaria, il reato di devastazione e saccheggio è sempre più usato dalle procure italiane per reprimere il più duramente possibile le piazze conflittuali e così terrorizzare su larga scala chi sceglie di manifestare. A tal proposito ricordiamo in particolare l’operazione Ipogeo, scattata a Catania nel novembre 2025, che ha portato 3 compagnx in carcere (di cui unx si trova ora agli arresti domiciliari). Se l’accusa di devastazione e saccheggio non è l’unica arma affilata in mano alla magistratura per cercare di reprimere il dissenso (ricordiamo l’uso smodato e continuo dell’art. 270bis), di certo il tentativo di scoraggiare chi partecipa alle piazze conflittuali con lunghe e gravose cautelari e con il timore di anni di galera non è ha sottovalutare.

Nel cercare di cogliere il momento storico che attraversiamo – fatto sia di piazze piene e,a volte, conflittuali nonché di continue ondate repressive – incontriamoci con il fine di riflettere sui tempi che corrono, le pratiche di solidarietà, dissenso e azione che possiamo, o vogliamo, mettere in campo.

La lotta contro il fine-pena-mai, la tortura del 41bis e le galere è legata a filo doppio con la resistenza al colonialismo, posizionandosi al fianco di chi resiste ai genocidi. Tessere le fila di un discorso unitario – che sappia affiancare le pratiche alle analisi – ci permette non solo di raffinare il nostro modo di agire ma anche di non lasciare nessunx indietro.

TAZ BENEFIT OPERAZIONE IPOGEO E NO PONTE [7 MARZO, MILANO AREA]

Diffondiamo

All’ingresso della festa ci sarà la possibilità di lasciare un’offerta libera. Tutto il ricavato della festa, della cena e del bar andrà in benefit per le operazioni “No Ponte” e “Ipogeo”. Porta il tuo banchetto (con tavolino e luce) e se puoi lascia parte del ricavato in benefit. Per info è possibile contattare la mail tazbenefitinfo@protonmail.com
Dalle 19 aggiornamenti dai territori colpiti dalla repressione e chiacchiera su pratiche di solidarietà, cena veg e a seguire musica fino all’alba. Alla festa sarà presente un’area chillout e il bar.

Tra settembre e novembre 2025 due operazioni infami hanno colpito compagnx e territori del sud Italia. A settembre tre compagnx sono statx arrestatx in merito ai fatti avvenuti durante un corteo di Marzo a Messina in occasione del Carnevale No Ponte. Andre, Gui e Bak sono statx rinchiusx in carcere e poi agli arresti domiciliari come misura cautelare. A maggio 2025 invece, in risposta al Decreto Sicurezza che sancisce sotto forma di legge lo stato di guerra interna in cui ci troviamo, un corteo determinato e rabbioso sfilava per le vie di Catania. Anche stavolta la risposta repressiva non si è fatta attendere: una valanga di denunce, perquisizioni in diverse case tra Catania, Palermo, Messina, Siracusa e Bari. Due compagnx, Luigi e Bak sono in carcere con vari capi d’accusa, tra cui spiccano devastazione e saccheggio e rapina.

Queste operazioni repressive puntano a sostenere la narrazione dellx violentx venutx da fuori e dellx infiltratx per sminuire la volontà di opporsi allo Stato di guerra e alle devastazioni dei territori. Questi fatti dimostrano come il tentativo di isolamento delle pratiche di lotta più conflittuali va di pari passo con quello di isolare chi si oppone ai piani del capitale e del mondo-guerra, ma la solidarietà travalica i confini e attraverso la condivisione di pratiche, stringe le anime affini in un obiettivo comune: la libertà. Nella chiacchiera che faremo ci sarà la possibilità di ricevere aggiornamenti sulle operazioni repressive citate e di discutere su cosa intendiamo per solidarietà, la sua importanza e le varie pratiche che possiamo portare avanti per diffonderla (anche in festa!).

La riuscita della festa è una responsabilità collettiva, abbi cura di te stessx ma anche delle persone che ti circondano, rispetta il consenso altrui, rendi lo spazio accessibile. Non saranno tollerati atteggiamenti prevaricatori e discriminatori. Se subisci molestie non sei solx, chiedi una mano al bar o all’area chillout.
Anche partecipare a una festa è una pratica di solidarietà: cerca di venire presto e se riesci fermati fino alla fine per supportare!
Se riesci, lascia il cane a casa!
No machi, no fasci, no sbirri, no sionisti.
Tuttx liberx. Fuoco alle galere

ALCUNE RIGHE DOPO LA SENTENZA IN PRIMO GRADO DEL CARNEVALE NO PONTE

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LIBERX TUTTX! LIBERX SUBITO!!!

Mercoledì 11 febbraio si é tenuta l’udienza in primo grado del processo per i fatti del carnevale no ponte dello scorso 1 marzo, a Messina. Le richieste di condanna si attestavano tra i quattro anni ed i quattro anni e mezzo, la sentenza ha infine ridimensionato le pene richieste dall’accusa disconoscendo le aggravanti. Questo non suggerisce certo una simpatia dei giudici nei confronti della libertà; ma, probabilmente, evidenzia l’animo punitivo che muove le intenzioni di questo sistema ogni qual volta si veda radicalmente messo in discussione. Infatti, unx delle tre imputatx si è vistx combinare una pena di tre anni di reclusione, con l’evidente intenzione di aggravare la sua condizione di imputato nel quadro, anche, dell’operazione “Ipogeo”.

Uno Stato che tiene in cattività le persone; costringe alle frontiere, respingendo verso il nulla o assorbendo nel tritacarne della detenzione; con le mani sporche del sangue versato da ogni proiettile e/o bomba sganciata nel mondo; che divora la natura, separandocene come papà capitale gli impone; che festeggia davanti alla sofferenza e morte altrui, come quell’uno a zero assassino pronunciato dopo piazza Alimonda o lo sfregolio di mani e risate dopo le scosse dell’Aquila (ma gli esempi andrebbero verso l’infinito); che carcera e si dota di sempre più possibilità di farlo, mentre spalanca le porte dell’industria detentiva ai big delle costruzioni (vedi Webuild); che accoratamente dalle Camere richiede il pugno di ferro contro la vita; che ci soffoca sempre piú, con goduria del sottosegretario Delmastro, tra gli altri.

Ecco questo stesso Stato, oggi, nel ruolo datogli dal plot del grande regista Potere Denaro (Golden globe alla strage e Primo premio alla misoginia), ha emesso sentenza di colpevolezza contro chi smaschera il suo squallido teatrino delle apparenze.

E proprio lo stesso giorno, l’undici febbraio, si é celebrato il processo per l’omicidio di Moussa Balde, ucciso da quel meccanismo stragista che Stati ed Unione europea riservano ai corpi risputati dalle stragi architettate ed eseguite dagli sgherri del sistema di capitale. Una strage che avviene per mano di eserciti e guardie di frontiera; secondini ed operatori delle cooperative; medici, guardie e tribunali. A conferma dell’impunibilità dei sicari in divisa, assoluzioni per tutti gli operatori delle FF. OO. Ma non é certo una condanna di un tribunale che può sanare un meccanismo razzista e misantropo, di cui ne é invece organicamente parte. Nella mattinata dell’undici febbraio poi, ancora una volta, moriva tra le mura del CPR di Bari Palese un giovane venticinquenne, razzializzato e rinchiuso tra le fauci del razzismo strutturale dello Stato e le sue istituzioni. “Arresto cardiaco”…ma come fa un cuore a reggere cotanta malvagità?! Come fanno occhi di bambinx a non trasformarsi in vuoti grigi di paura, gialli di malattia?! L’oblio del dimentacatoio aspetta quest’ennesimo assassinio di Stato, la persona non esiste più, nemmanco un numero…solo un brandello di carne da straziare per ciucciare via quanto più humus vitale possibile da trasformare in sgocciolante denaro, colpevole potere. Morte naturale dicono… ma come fa ad essere naturale una morte inflitta da un mondo fondamentalmente e banalmente finto? Era forse naturale la morte dei soldati nelle trincee durante le guerre mondiali?! Era forse naturale la morte che infliggeva la spada ed il cannone del colonizzatore alla ricerca del demonio nascosto nel petto delle sottomessx?! Sono forse naturali la morti sulle coste di Cutro ed in tutto il Mediterraneo?! Lo sono quelle delle persone suicidate nelle galere della non-vita?! Lo sono quelle dei gazawi? Lo sono quelle dei campi libici?! Quelle dello stragi dell’imperialismo?! Quelle dei tumori inflitti dalla fumata nera dell’industria?! Tutte quelle avvenute nelle caserme?! Sono morti naturali quelle della solitudine dell’abbandono?!

Vogliono ridurre l’esistenza in cattività e celebrano il rito della loro morte insensata con balaclava e trasferte pompose di digossini per andare ad acciuffare il micelio della rivolta. Ma questo, inarrestabilmente contagioso si propaga e rispunta nuovamente, altrove, in più punti, sempre più rigoglioso. Ci potranno imporre galere, pilastri di ponti, infinite linee ferrate e/o asfaltate, caserme, provvedimenti sicurezza etc. etc. etc.; tutti i loro loculi del guadagno e della sicurezza non possono tumulare la pretesa di vita delle insortx.

La loro morte insensata, culto di denaro e spossesso, il loro ipogeo di morte. Le loro squallide operazioni di sicurezza. Mentre il mondo si scandalizza (ben venga) per i rastrellamenti dell’ICE negli Stati Uniti; in Europa, Frontex consegna alle guardie libiche migranti braccatx nel Mediterraneo; le polizie irrompono nei quartieri e rapiscono persone razzializzate in nome del decoro e della sicurezza, vedi San Berillo a Catania, tra gli altri; trans-nazionali dell’infrastruttura mettono sotto scacco interi territori con il supporto di camionette, idranti e procure; vengono sgomberate popolazioni cui terra frana sotto i piedi, come a Niscemi, dove la base del Muos é messa in sicurezza per garantire gli scopi assassini che assolve e migliaia di persone vedono le proprie case crollare al fianco delle laccate passerelle istituzionali; la polizia irrompe in casa delle persone per trascinarle in buchi neri di pochi metri quadri e decisamente affollati. Come ha fatto con altrx compagnx, che il 17 maggio, a Catania, esprimevano una luminosa critica nei confronti di questo schifosissimo mondo galera che uccide e suicida ostaggi quotidianamente.

Ma non finisce qui, lo scempio della giustizia non tarda nel confermare che al peggio non c’è mai fine.. Fogli di via ed avvisi orali; che sgraditx dallo sguardo incendiario si vadano a nascondere nelle foreste!! la caccia alle streghe non è mai finita!! Pennivendoli al servizio ostracizzano la rivolta dai loro confini; “infiltratx venutx da fuori”; “solitx fascinorosx”; “psicosi che si esprimono contro innocenti agenti di polizia”… CHE SCHIFO! Nemici delle vostra stessa specie, svendete il mondo per quei luridi trenta denari e per la plastica emozione di far parte degli incravattati. SQUALLIDI MAGNACCIA INFAMI! Ed ogni istanza di rivolta è invece patologia, è aliena in una baraonda di alienati.

Insomma la loro guerra alla vita gode di una lista infinita di sofferenze inferte dentro e fuori confini, non basterebbe tempo per ricordare le complicità dello Stato italiano con il sistema di esternalizzazione delle frontiere e i massacri che determina sui confini e nei centri di detenzione nei c.d. paesi di transito; le complicità nel genocidio di Gaza (con Webuild nominata per la ricostruzione di gaza); Leonardo S.p.a. fabbrica di morte tutta italiana..

Un tempo le trincee, un tempo Pirelli, un tempo Fiat, un tempo una lineaferrata dritta che taglia esattamente a metà quest’isola o che si ritira tatticcamente sotto le montagne (come nel messinese,lasciando le coste ad altre “operazioni del capitale” possibili). Sempre e comunque trincee da cui viene sferzata la guerra contro l’esistenza, da cui si impone lo squallido esistente. La spaventosa e terribilmente concreta favoletta del ponte sullo Stretto incombe sulle persone e sui territori e mentre il gruppo Webuild (capofila Eurolink consorzio affidatario dei lavori di costruzione del ponte e cantieri affini) attende per poter banchettare di tutta la carne a loro ammazzata dalla cieca brama di governantx, assume sempre più commissioni di cantiere in diverse parti d’Italia. Solo nel meridione vi sono diciannove proggetti in corso, “per un valore aggiudicato di circa tredici miliardi di euro”. Con la complessiva capacità produttiva di “due conci ogni sette minuti” e “quarantotto anelli al giorno”, la costruzione di gallerie nelle diverse tratte ferroviarie AC/AV e nei diversi lotti autostradali segue a spron battuto; il ticchettio dell’invasione. “In Sicilia, Webuild è attualmente impegnata nella realizzazione del Lotto 1 dell’asse autostradale Ragusa-Catania e di sette tratte ferroviarie sulla direttrice Palermo-Catania-Messina. Sulla direttrice Palermo-Catania, sta realizzando: il Lotto 1+2 (Fiumetorto- Lercara Diramazione), il Lotto 3 (Lercara- Caltanissetta Xirbi), il Lotto 4a (Caltanissetta Xirbi- Nuova Enna), il Lotto 4b (Nuova Enna-Dittaino) e il Lotto 6 (Bicocca- Catenanuova). Sulla linea Messina Catania sta invece realizzando il Lotto 1 (Fiumefreddo- Taromina/Letojanni) e il Lotto 2″ (Taormina-Giampilieri)”. Questo solo in Sicilia, risalendo per la Calabria, per la Campania, per la Basilicata, per la Puglia e continuando verso il Nord della penisola, i lotti di cantiere si moltiplicano e moltiplicano. La Statale Jonica 106, in Calabria; la linea alta velocità Salerno-Reggio Calabria e Napoli-Bari; la Nuova Strada Statale Cagliaritana; metropolitana, infraflegrea e linea cumana tra Napoli e circondario; l’ospedale Monopoli Fasano. Questi sono parte dei progetti in corso d’opera solo nel Sud Italia da parte del gruppo, la cantierizzazione di sempre più spicchi di territorio, che via via viene sottratto alle persone per permettere al Sud di avere infrastrutture “nuove e sostenibili”. Ma il loro ‘nuovo’ è fatto sulla negazione ed eliminazione totale del ‘vecchio’ e lo stesso il loro ‘sostenibile’, costruito sulla distruzione e sostituzione della vita vissuta con non-vita futura. Un’imposizione di scambio sempre a perdere, barattare la propria esistenza in virtù di non precisati benefici futuri, l’inno alla sopravvivenza.

Mentre il nuovo mondo si organizza e si espande ci si rende conto che c’è sempre meno spazio per la vita. La voracità con la quale il grande buco nero del loro “progresso” fagocita tutto ciò che incontra è spaventosa; ci sono molteplici esempi di ciò di cui sarebbe capace la trans-nazionale, cui curriculum vanterebbe una lista infinita di devastazioni irreversibili, di operazioni di ghettizzazione ed eliminazione della vita in virtù di strade, ponti, ferrovie, turbine idro-elettriche, basi militari etc. etc. etc. L’utilizzo della semantica bellico-militare è ancora una conferma di quanto la presenza del gruppo parrebbe potersi equiparare ad un’invasione vera e propria. Così mentre dai tubi non scendeva manco l’ultima goccia, sul versante sud del messinese operava una talpa (TBM, ossia Tunnel Boring Machine), una fresa meccanica che sembrerebbe necessitare mille litri d’acqua al minuto per scavare una tana devastante nel cuore della montagna. Mentre il deserto avanza su ogni versante promettono ulteriori opere (invasioni) per depurare e/o dissalare l’acqua e, dunque, ovviare ad una crisi che loro stessi ci infleggerebbero, volendo prosciugare di ogni humus vitale anche queste zone del pianeta. Ed intorno a loro rappresentanti e politicanti di varia tipologia cercano di arraffare tutto l’arraffabile, in termini tanto materiali quanto di squallida notorietà, facendo strazio della vita aprono la pista ai nuovi conquistadores, pronti, questi ultimi, ad acquistare quanto gli viene svenduto da salottierx localx.

Ecco in tutto questo (e molto altro!) si inserisce quest’ennesima operazione repressiva, l’ennesimo sfregio alla vita..

Ancora una volta opponiamo a questo regno delle apparenze la solidarietà per le prigioniere di questo impero misogino e misantropo, stragista e onnifagocitante. Ogni parola qui stesa, ogni riga è direttamente proveniente dal pensiero ardente per tutte quelle persone che si ritrovano investite dal “normale” funzionamento dell’apparato repressivo; a tutte queste persone che, intrise delle contraddizioni che la vita gli ha regalato, resistono dentro il buco nero della detenzione. Carcerate ed inquisite poichè non volenterose di rispondere con un silenzioso “sissignore” al ruolo di vittime accollatogli nel copione dello spettacolo democratico.

Che sia galera, l’ennesimo decreto liberticida, un ponte, un CPR… é chiaro di cosa sono emblema tutte questi orribili scabri. Quello stesso emblema protetto da galere e dai tribunali che le rinfoltiscono. L’unico emblema é il denaro; Stato, guardie, tribunali e galere servono solo a garantirne lo scruscio continuo. E mentre portano avanti il procedimento amministrativo ponte con nuove strategie, le talpe di webuild perforano le colline di tutta l’isola (e non solo) ed il governo regala alle mani dello Stato ulteriori strumenti repressivi ancora più espliciti. La loro guerra alla vita é su ogni fronte, ma non la potranno spezzare finché a brulicare ci sarà il germe della solidarietà; qualcosa che divampa ad ogni atto repressivo come fiamma su cui soffia scirocco.

Che fare di fronte all’apparentemente inesorabile avanzata di questo mostruoso colosso? Quali pratiche opporre ad un mondo che infligge ogni giorno sempre più guerra e devastazione? Come resistere davanti alla squallidissima avanzata del capitale? In che modo territorio e libidine possono diventare inceppamento in questo meccanismo di devastazione garantita? Davanti ad una tale complessità non ci si può certo raccontare di avere delle risposte definitive ed universalmente valide, possiamo quantomeno decidere di tornare alle nostre quotidianità con sempre meno sassi nelle scarpe; cercando di organizzarci ed infrangere quella membrana che ci vorrebbe, invece,
sempre più solx.

Per chi volesse mandare delle parole di calore e abbracci solidali alle persone in questo momento detenute:

-Luigi Calogero Bertolani
C/o casa circondariale
Piazza Lanza, 11
95123 Catania

-Gabriele Maria Venturi
C7o casa circondariale
Via Appia 131
72100 Brindisi

CON ANDRE, BAK, GUIDO E LUIGI!! LIBERX SUBITO!
CON TUTTA LA GENTE DI PALESTINA!
CON SHANIN E TUTTE LE PERSONE RECLUSE NEI CPR!
CON TAREK, ANAN E AHAMAD!
CON PRISONERS FOR PALESTINE E TUTTX DETENUTX IN SCIOPERO DELLA FAME CON LA CAUSA PALESTINESE!
CON TUTTE LE PERSONE CHE DISERTANO LE CHIAMATE DA ENTRAMBI I LATI DEL FRONTE UCRAINO!
CON ANNA BENIAMINO, ALFREDO COSPITO, JUAN SORROCHE!
NO AL PONTE SULLO STRETTO! NO AL 41BIS! CONTRO OGNI DETENZIONE, ANCHE QUELLE DELLA MENTE!!!

CPR DI BARI PALESE: LO STATO UCCIDE

Diffondiamo:

Due giorni fa, l’11 febbraio 2026, é stato ucciso un ragazzo di 25 anni di origine marocchina che era rinchiuso nel CPR di Bari Palese. Si parla di cause naturali, di arresto cardiaco, ma sappiamo come ogni morte all’interno dei lager di stato non é mai cosi naturale e innocente. Dal momento che ci si trova in una condizione di privazione della libertà, in cui a decidere se hai abbastanza dignità per una visita medica, o per del cibo non avariato, non sei tu, ma le guardie, coloro che in quel momento hanno completo potere su di te.

Come sarà stato trattato il suo corpo?
La sua famiglia scoprirà della sua morte? E come? Dai giornali che per ora non hanno avuto neanche la decenza di dire il nome alla vittima?

Stupide domande per le quali sappiamo già fin troppo bene le risposte, perché questa non é di certo la prima morte all’interno di un CPR.

Nello stesso giorno é stata condannata ad 1 anno di pena per omicidio colposo, la direttrice del CPR di Torino, per la sua responsabilità della morte di Moussa Balde il 23enne proveniente dalla Guinea che il 23 maggio 2021 si è suicidato nel CPR di Torino.

Poco ci interessa di chiacchiere e sentenze di tribunali, che sono chiaramente posizionati e schierati al fianco di chi é direttamente responsabile nelle torture quotidiane in carcere e CPR; in uno stato razzista che tratta le persone migranti come scarti da rinchiudere, la cui vita non ha un briciolo di valore. Non ci interessa trovare unx solx colpevole formale che non è che un capro espiatorio che il sistema “sacrifica” (se di sacrificio si può parlare, guardando alla pena farlocca che le è stata data) quando l’ha fatta grossa, per pulirsi un attimo la faccia agli occhi dell’opinione pubblica. Per queste morti, la colpa é chiara, esplicita e condivisa. Lo stato: che sostiene e si regge sull’esistenza di questi luoghi tortura razzisti che sono i CPR.

Le morti all’interno di questi luoghi sono normalizzate, luoghi come galere e CPR dove autolesionismo, tentati suicidi, scioperi della fame sono all’ordine del giorno come forme di resistenza, rifiuto, ribellione da parte di individui privati della libertà.

Così come é all’ordine del giorno che vengano firmati fogli di idoneità medica alla reclusione all’interno dei CPR, senza nessun reale accertamento, e con la consapevolezza di star chiudendo una persona in un luogo dove l’unica assistenza medica possibile, consiste nella somministrazione di grandi quantità di psicofarmaci sedativi, senza alcun accertamento sulla condizione di salute delle persone. E comunque ribadiamo che si tratta di luoghi tortura all’interno dei quali nessun essere vivente dovrebbe essere idoneo a finire.

Per questo non ci stupisce che nei CPR si muore, cosi come nei CARA e nelle carceri. E i responsabili per tutte queste morti sono guardie, magistrati, istituzioni, aziende, operatori e sanitari, che permettano il perpetrarsi di questo sistema razzista, violento e di tortura.

Ci abbracciamo alla famiglia e alle amicizie del ragazzo ucciso. Esprimendo tutta la nostra solidarietà a loro, così come a chi continua ad essere rinchiuso nei CPR. Per questo ieri sera siamo andatx a portare solidarietà fuori dal CPR di Bari Palese.

Come per Moussa, Ramy, Abel, Abderrahim, i morti di Modena, e tutte le persone uccise dalla mano violenta di questo stato razzista, vogliamo Vendetta!

Unica soluzione FUOCO AI CPR

QUI CHI NON TERRORIZZA, SI AMMALA DI TERRORE!

Apprendiamo che il nostro blog, insieme a sottobosko.noblogs.org, è finito sulle pagine di un noto giornale bolognese per via della pubblicazione del testo “Chi sabota è nemico dell’Italia”, relativo ad alcuni sabotaggi alle linee ferroviarie avvenuti di recente in occasione delle olimpiadi di Milano Cortina (alcuni proprio nel bolognese). “La rete del terrore” titolano.

La “rete del terrore” è quella che devasta e saccheggia i territori e le nostre vite nel nome del profitto, della guerra, di Stati che uccidono alle frontiere e in mare, quella che quotidianamente tortura e abusa nelle celle delle carceri e dei CPR. Terrore è una vita rubata sacrificata al ricatto sull’altare del capitalismo.

Quando qualcuno prova a rompere questo monopolio, restituendo un’infinitesimale parte della violenza statale, viene duramente repressx.

Terrore è quello che vorrebbero imporci rinchiudendo in carcere lx nostrx compagnx e cercando di affossarli a colpi di sentenze ed anni di galera, provando a isolare e spezzare la solidarietà per scoraggiarci.

La vera ”notizia” é che sono sempre di piu le persone disposte a rivoltarsi al loro terrore. Tutta la nostra solidarietà e complicità a chi decide di agire!

«In tal modo liberi attacchiamo questo sistema mortifero, forti del fatto che, diffuso ovunque, dappertutto può essere colpito… Fino al suo collasso, fino alla liberazione delle nostre vite e delle altrui esistenze»

Nemiche dell’Italia e di ogni Stato

UN COMUNICATO DI BAK DAL CARCERE DI BRINDISI

Diffondiamo:

*”Dovete tenere presente che, sebbene voi siate dei giudici ed oggi sedete più in alto di me, molte volte i rivoluzionari, ed io stesso nel caso specifico, vi hanno giudicato, molto prima che voi giudicaste me. Noi ci troviamo in campi opposti, in campi ostili tra loro.*

*I rivoluzionari e la giustizia rivoluzionaria – poiché io non ritengo che questo tribunale rappresenta la giustizia, ma piuttosto la parola giustizia tra virgolette – molte volte giudicano spietatamente i loro nemici, quando hanno la possibilità di imporre la giustizia.*

*Comincerò da molti anni fa. Qui non c’è nessun mio crimine da giudicare. Al contrario, parleremo di crimini, ma non di crimini commessi da me. Parleremo dei crimini dello stato, dei suoi meccanismi, della giustizia e dei crimini della polizia…”*

*Estratto dalla dichiarazione di Nikos Marzitos di fronte alla giuria del tribunale penale di Atene durante un processo tenutosi tra il 5 e 7 luglio 1999, nel quale era accusato di detenzione di armi ed esplosivi e per un fallito attentato in solidarietà alla popolazione di Strimonikos in lotta contro un opera devastante proprio come il Ponte sullo Stretto.*

Qui: Nikos inizia ad elencare crimini e soprusi commessi da polizia, istituzioni e stato greco.

L’11 febbraio io e altrx due compagnx siamo statx giudicati dalla “giustizia” colpevoli per reati come “resistenza e aggressione” e “lesioni gravissime” a pubblico ufficiale, ma io so di essere giudicatx per aver provato a rispondere a un’imposizione della Polizia sul percorso del corteo: deviato tramite prescrizioni per proteggere la caserma dei Carabinieri Bonsignore del comando provinciale, considerata un punto sensibile da proteggere.

Per spiegare la necessità di proteggere una caserma con prescrizioni, schieramenti di celere e cariche potrei seguire l’esempio di Nikos ma la lista sarebbe lunga, a me e alla Questura basta nominare solo Ramy Elgaml un giovane ucciso dai carabinieri di Milano nel quartiere Corvetto la notte del 24 novembre 2025.

Il 1 Marzo, giorno del corteo, a nemmeno 4 mesi dall’omicidio di stato, in piazza ancora ricordavamo il suo nome e la polizia a protezione di quelle mura lo ricordavano ancora più forte.

Quella maledetta caserma è ancora li, come l’ombra del progetto del Ponte e i danni che ha già prodotto con espropri, acque inquinate e l’isola sventrata dai cantieri del raddoppio ferroviario, ma sui muri della città e sui corpi di qualche sbirro sono rimasti i segni dell’odio e della rabbia verso le forze dell’ordine, lo stato e le istituzioni, l’odio e la rabbia in memoria di Ramy e tutti gli omicidi di stati, in nome della terra sfruttata e deturpata e di tutti i corpi che lottano e resistono come in Palestina, che si rivoltano come in Iran o mettono in gioco i propri privilegi in piazza come a Torino il 31 gennaio. Per me questo vale più di ogni libertà.

*”Non ho nient’altro da dire. Aggiungo solo che non mi importa a che pena mi condannerete, perché che sarò condannato è cosa certa, io non mi pento di niente. Resterò quello che sono. Posso anche dire che il carcere è sempre una scuola per un rivoluzionario. Le sue idee e la resistenza della sua anima vengono messe alla prova. E se supera questa prova diviene più forte e si rafforzano le convinzioni per le quali è andato in galera. Non ho niente da aggiungere.”*

Sempre dalla dichiarazione di Nikos. In quel processo fu condannato a 15 anni di prigione, la sua bomba non è esplosa, non ha fatto danni o feriti, ma tanta paura agli oppressori.

L’unica cosa di cui mi pento è essermi fatto prendere.
Per Ramy, Abel e tutti gli omicidi di stato.
Siamo la natura che si vendica della vostra devastazione e del vostro
saccheggio.

Un abbraccio a tutti lx mix coimputati in questo processo e
dell’operazione Ipogeo
PALESTINA LIBERA
TUTTX LIBERX


CHI SABOTA È NEMICO DELL’ITALIA

Diffondiamo:

Queste Olimpiadi non potevano iniziare in maniera migliore.
La mattina del 7 febbraio, giorno della cerimonia inaugurale dei Giochi della Vergogna di Milano-Cortina 2026, ben tre sono state le linee ferroviare sabotate e bloccate fino al pomeriggio.
Intorno alle 6 sono stati piazzati due ordigni incendiari rudimentali accanto ai binari della linea ordinaria di Castel Maggiore, uno in direzione nord e uno in direzione sud. L’obiettivo erano i cavi per il rilevamento della velocità: uno dei due ordigni, quello verso nord, si è azionato verso le 8 danneggiando i cavi, mentre il secondo, quello in direzione Ancona, è rimasto inesploso. Una cabina elettrica verso Pesaro, invece, ha preso fuoco interrompendo i treni da e verso le Marche.
Due anni fa, una serie di attacchi simili per modalità e contesto erano stati lanciati contro 5 diverse infrastrutture della rete LGV intorno a parigi, causando la cancellazione di un quarto dei treni ed enormi disagi dal 26 al 28 luglio, giorni di inaugurazione delle olimpiadi di parigi. Anche per via della militarizzazione completa della città, in quell’occasione le contestazioni dirette si erano limitate ad azioni di disobbedenza civile e non violente. Pochi giorni dopo usciva questa rivendicazione:
    “Rivendicazione del sabotaggio delle linee TGV qualche ora prima della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Parigi 2024
 
E questa la chiamano una festa? Noi ci vediamo una celebrazione del nazionalismo, una gigantesca messa in scena dell’assoggettamento dei popoli da parte degli Stati.
Sotto a una maschera ludica e conviviale, i Giochi Olimpici offrono un campo di sperimentazione per la gestione poliziesca delle folle e il controllo generalizzato dei nostri spostamenti. 
Come tutti i grandi eventi sportivi, sono anche ogni volta l’occasione per fare culto dei valori su cui si fonda il mondo del potere e del denaro, della concorrenza generalizzata, della performatività a ogni costo, del sacrificio per l’integrità e la gloria nazionale. 
L’appagamento di identificarsi in una comunità immaginaria e sostenere il proprio supposto campo di appartenenza non è meno nefasta dell’incitazione permanente a vedere la propria salvezza nella buona salute della propria economia nazionale e nella potenza del proprio esercito nazionale.”

Nei mesi precedenti le olimpiadi di Parigi 2024 furono approvati due pacchetti di leggi, la “Loi sécurité globale” e la “loi olympique”, quest’ultima che autorizzava la sperimentazione di algoritmi per il riconoscimento facciale per tutta la durata delle olimpiadi. Come in francia, anche nella penisola abbiamo visto promulgare il 5 febbraio di quest’anno, 2 giorni prima della cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi, un nuovo pacchetto sicurezza che tra le altre cose consolida l’uso delle zone rosse come strumento di esclusione sociale, autorizza il trattenimento (già abitualmente praticato) per 12 ore da parte delle forze dell’ordine di individux “pericolosx” in concomitanza di manifestazioni pubbliche, introduce il carcere per l’elusione di un controllo di polizia e una pena pecuniaria fino a un massimo di 20000 euro per manifestazione non autorizzata (articolo 18 del TULPS, Regio decreto del 18 giugno 1931). Come a Parigi nel 2024, anche il 7 Febbraio a Milano le contestazioni dirette si sono limitate ad azioni di disobbedenza civile e non violente, fatta eccezione per i momenti finali del corteo lanciato da CIO (Comitato Insostenibili Olimpiadi). Milano in Movimento scrive in proposito:
    “[…]abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la Tangenziale Est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente dispositivo di Polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp). 6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 ferit* di cui 4 ospedalizzat*.”
 
Dopo il corteo, Meloni e compagnia dichiarano in coro:
    “Chi manifesta contro le olimpiadi è nemico dell’italia“.
Che non ci si permetta assolutamente di mettere a critica lo spirito nazionalista, competitivo di questi “giochi” o il loro drenare quantità impressionanti di fondi pubblici mentre paesi interi crollano, in sicilia, al passaggio di un uragano.
D’altronde non c’e nulla di più importante al momento. Non c’è miglior strumento di distrazione per uno stato odierno. Non c’è maschera migliore, in Italia oggi come altrove in passato; solo un esempio sono le Olimpiadi di Berlino del 1936, in piena dittatura nazista.
Pare chiaro, quando i pacchetti sicurezza diventano occasioni praticamente semestrali per stringere le reti della repressione e soffocarci qualunque dissenso, che il dissenso “pulito”, esplicitamente rivendicato, portato avanti nella legalità, non possa più essere efficace.
Così come inizia a non essere più ignorabile l’inefficacia delle modalità di scontro di piazza diretto portate avanti negli ultimi mesi e anni in tutto il territorio.
Pare dunque necessario armarsi degli strumenti della clandestinità, della decentralizzazione del conflitto e la moltiplicazione dei suoi fronti, dell’autodifesa e del sabotaggio per sopravvivere ai tempi cui andiamo incontro.
Per l’eradicazione di questo sistema di morte e sfruttamento,
per la distruzione del controllo totalizzante che ci soffoca.
Ingovernabili, non disobbedienti.
Fuoco alle olimpiadi e a chi le produce. (A)

A PADOVA DUE MORTI IN 36 ORE, ECCO LA “NORMALE” AMMINISTRAZIONE CARCERARIA

Diffondiamo:

Pochi giorni fa, nel giro di 36 ore, due detenuti sono morti nel carcere Due Palazzi di Padova. Altri tre, in Italia, hanno fatto la stessa fine da inizio anno, suicidati da uno stato che rinchiude quelli che considera i suoi “scarti”, pile esaurite da buttare, gli indesiderati in una società che complice sceglie di dimenticarli dietro quattro mura, sputandoli fuori, il più lontano possibile dalla vita di chi, per ora, gode della cosiddetta “libertà”.  Poco importa chi sta in quelle celle infami, chi sia lo sventurato che cade negli ingranaggi più brutali di questo sistema perfettamente in salute, cosa gli accade lì dentro, come vive. Perché qui fuori ci dicono che servono più garanzie per i diritti dei reclusi, più risorse agli apparati repressivi, più programmi lavorativi e didattici per i carcerati, più fondi per “rieducare chi sbaglia”. Ma chi dice ciò presuppone che ci troviamo davanti ad un sistema che non funziona bene, e noi non ci crediamo.

Il carcere è il cardine di questa società, ogni suo apparato (dalle questure ai tribunali, passando per sbirri vari e sostenitori di un ordine colpevolmente ingiusto) garantisce che tutto fili liscio nel resto della società. L’importante è che le retrovie di uno stato che schiaccia i popoli e le comunità che amministra spremendone fuori profitto da spartire tra i potenti siano pacificate. Fuori la vita è una merda, si sgobba sperando di mangiare e avere un po’ di avanzi di tempo da dedicare a chi amiamo; dentro la vita fa ancora più schifo. Ma anche nella peggiore merda sappiamo che dentro la vita resiste, che chi è dentro quotidianamente resiste. Dalla rabbia delle rivolte alla determinazione delle battaglie di ogni giorno i carcerati sopravvivono, e noi con loro.

Di questi tempi una cosa ci è sempre più chiara: per questo stato che ci incarcera, ci ammazza e ci picchia non c’è differenza rilevante tra una rapina, una dose spacciata e una bomba. Il carcere è la soluzione a tutto. Il carcere punisce, rinchiude e rieduca. Rieduca all’arancia meccanica, sia chiaro, a forza di botte, soprusi, ricatti e minacce. Sotto ogni criminale “comune” può esserci un sovversivo, perché i cosiddetti crimini “comuni”, tanto quanto quelli “politici”, incrinano la pacificazione sociale e l’ordine che con tanta dedizione ci impongono. Questi crimini mettono a nudo un ordine che impoverisce, che devasta, che costringere alla violenza per guadagnarsi un po’ d’aria respirabile.

“Il carcere deve essere rieducativo”, dicono. E noi ci vogliamo più diseducati. Ce ne fottiamo della loro rieducazione: sputiamo su quello che  ci insegnano e vogliamo ogni galera chiusa e fatta a pezzi. Abolire il carcere significa praticare una nuova società ora, una società dove la sua esistenza non sia più pensabile.
Così si arriva a chi sta dentro e chi sta fuori. Il punto per lo stato non è tanto che i carcerati abbiano sbagliato, ma che quello che dicono abbiano fatto abbia attentato all’ordine delle cose, le abbia rovinate, le abbia increspate. Il loro crimine ha minacciato i sedativi garantiti alla popolazione per accettare una vita impossibile: hanno compromesso la proprietà, la ricchezza accumulata o la “tranquillità sociale”. E non è accettabile. Bisogna toglierli di mezzo per questo.

Del Due Palazzi dicono: “questo carcere non è male”. E ce lo dicono gli operatori, l’amministrazione penitenziaria, altri detenuti in giro per l’Italia.
Ma questo carcere è una merda come tutti gli altri.
Giovanni Pietro Marinaro è morto a 74 anni, il giorno del trasferimento in blocco dei detenuti dell’Alta Sicurezza e della chiusura del reparto. Erano dieci anni che stava al Due Palazzi, ma avevano deciso che doveva essere sbattuto chissà dove perché quelle celle, quelle dell’Alta Sicurezza in cui era rinchiuso assieme ad altri 22 detenuti, potevano ospitare più del triplo delle persone se degradate a comuni. Così, si è consapevolmente scelto di vessare ancora di più le loro vite. Sappiamo bene che ad ogni trasferimento corrisponde un periodo di isolamento, del tempo per adattarsi come si può ad un carcere nuovo con altre regole, altri equilibri, e questo è stato l’ordine di impiccagione di Giovanni Pietro Marinaro.
Dopo due giorni, il 30 gennaio, un altro ragazzo si è impiccato nel bagno della sua cella mentre negli stessi giorni un tentativo di suicidio nel carcere di Potenza è stato sventato ed uno andato a buon fine a Sollicciano, nel fiorentino, da parte di un ragazzo con un passato di tossicodipendenza e disagio psichico. Il carcere risolve tutto, e lo fa molto bene quando ammazza chi inghiotte nel suo ventre: i suicidi non sono un intoppo nella vita carceraria ma normale, perfetta, amministrazione.

Dentro al Due Palazzi attualmente ci sono 668 detenuti per 432 posti, con un sovraffollamento al 155%. Del Due Palazzi, però, si parla solo come eccellenza nel collaborare con le aziende, le cooperative e la società civile del territorio. “Un bel posto” insomma, fino a quando qualcuno non ci muore. Ma noi sappiamo e non ci dimentichiamo delle vessazioni continue che avvengono lì dentro: i pestaggi, i richiami punitivi, i vetri oscurati messi sui blindi tra le sezioni per impedire contatti e semplici scambi di sigarette e giornali. Questi omicidi vanno ad aggiungersi al lungo conto in sospeso che abbiamo con lo stato. Ma i debiti saranno saldati.

Al fianco delle vite resistenti di tuttx lx carceratx e delle loro lotte, portiamo un pensiero a Juan e Anan, recentemente condannati dalla “giustizia” italiana. Le loro condanne per noi sono cartastraccia: tireremo fuori dalle galere lx nostrx compagnx e tuttx lx carceratx.
Fuoco alle galere, liberx tuttx.

UNA LETTERA DI PAOLO DAL CARCERE DI UTA

Diffondiamo una lettera di Paolo dal carcere di Uta. Solidali e complici con chi lotta.

https://rifiuti.noblogs.org/post/2026/01/27/una-lettera-di-paolo-da-uta/

Mi chiamo Paolo Todde ed il 16/12/2025 ho presenziato ad un’udienza del tribunale della libertà/riesame a Cagliari, concernente la mia richiesta di mutare la mia detenzione carceraria, in quella meno afflittiva dei domiciliari con braccialetto elettronico.

In quell’udienza avrei voluto parlare di carcere, non ci sono riuscito, perché in parte mi è stato impedito dal presidente, ed anche dal mio stato d’animo molto nervoso ed ansioso.

Ho un tarlo che mi rode, mi sta consumando piano piano, perché devo riuscire a parlare di carcere in maniera esaustiva, senza peli sulla lingua e con poche paure dietro, questo tra l’altro lo devo ai morti, ai disperati di questo lager.

Mi sono sempre occupato di carcere nella mia vita, ed una volta che ci sono finito dentro, ho potuto sperimentare, documentare la vigliaccheria, il sadismo dei “Lei non sa chi sono io”, ed è stato quindi per me molto facile parlare con l’esterno, su come si vive in un carcere dello stato italico.

Questo mio documentare con l’esterno è stato visto dalla componente securitaria, come la rottura di un tabù.

Di carcere, fuori meno se ne sa meglio è, tra l’altro quando gli organi di informazione, quando parlano di carcere, fanno i velinari dei sindacati dei secondini, che in quanto a lamentele sono esperti, ma nessuno si degna di ascoltare/sentire i prigionieri, di noi/loro si parla se in “negativo” di aggressioni ai secondini (senza però chiedersene le ragioni, se in “positivo” quando fanno croci per il giubileo, scrivono poesie e balle varie.

La galera è altro, è sofferenza, è lontananza dagli affetti, è anche stare nelle mani di loschi figuri in divisa, che il più delle volte non hanno nessuna idea di come ci si comporti con la controparte (siamo noi prigionieri), oppure scaricano frustrazioni esterne sul disgraziato di turno che hanno davanti, e meno male che non sono tutti così miseri.

Io di questo parlavo, e parlerò, però come dicevo prima i tabù non bisogna sfiorarli, perché poi in breve tempo sono iniziate le manovre dilatorie, provocazioni di bassa lega nei miei confronti.

La prima che ricordo è stata quando io, comprando in carcere l’”Unione Sarda”, lo ricevevo alle 8 di sera se non anche il giorno dopo. A quel punto dopo varie settimane passate in questa maniera, decidemmo io e L. (una compagna), che lei mi spedisse i quotidiani (una volta la settimana) tramite piego libri (le vecchie stampe).

Anche qui il diavolo (in divisa) si mise a fare i dispetti.

Per ritirare i giornali dovevo (supinamente) che questi invii figurassero come pacchi postali, ovviamente io rifiutavo tutto ciò, ed i giornali si accumulavano nel casellario del carcere, tutto questo era fatto per impedire alle persone che venivano in carcere a farmi colloquio, di portarmi dei pacchi con roba da mangiare, vestiario e altre cose permesse.

In un mese ogni prigioniero non può ricevere più di 4 pacchi, per un max di 20 kg al mese, al conto non si possono mettere giornali, riviste, libri perché hanno un’altra procedura.

“Maestri” di questa viltà erano Pinto e Nonnis (due secondini), uno coordinatore del piano (il 2º in questo caso) l’altro al casellario, alla fine un brigadiere della sorveglianza ha risolto il tutto, facendomi avere giornali (una cinquantina), riviste e libri, non so come abbia saputo di questo stupido giochetto.

Sono diversi mesi che io cerco di poter fare una visita odontoiatrica con una dentista che viene da fuori, non ci sono mai riuscito perché o manca la mia richiesta (falso visto che io le facevo), oppure Chiara (la dentista) veniva cacciata perché fuori tempo massimo, quindi io saltavo la visita, anche perché malgrado fossi messo in una lunga lista di pazienti, io finivo sempre ultimo.

Poiché io ho già subito una condanna sono finito nelle grinfie di Borruto (direttore del carcere), e secondo la prassi dovrei fare la domanda a lui, per potere fare questa dannata visita odontoiatrica, tutte le domandine che ho fatto nel tempo non valgono più, comunque mi rifiuto di fare domanda a Borruto, m’apoderu su dollori ‘e kasciali.

Anche di questa situazione c’è di mezzo un secondino, ne parlerò più avanti.

Ho scoperto di soffrire di claustrofobia, quando un giorno andando in tribunale, sono stato portato con un furgone blindato, dove le cellette con meno di un metro quadro di spazio, completamente buie se non con i led rossi della telecamera interna, a dir poco spettrale la situazione, in verità ci sarebbe anche una lampada sul soffitto della celletta, ma malgrado le mie urla fu tenuta spenta dolosamente.

Nella sezione in cui siamo chiusi (Arborea C, al 2º piano), le celle sono chiuse 24 ore al giorno, l’unica possibilità di libertà sono le ore d’aria, che dovrebbero essere 4 ore al dì, questo in teoria perché, se va bene riusciamo a farne 2 e/o 3 ore al giorno, certo c’è la saletta, ma sempre chiuso sei.

Nelle celle ci sono 4 brande, e con questo dovrebbero starci (secondo loro) 4 persone che su meno di 10 metri quadri calpestabili, per 22/24 ore al giorno sono una tortura al supplizio.

Di notte la situazione peggiora ulteriormente, perché chi soffre di claustrofobia si trova sopra di sé un ostacolo (materasso per incominciare), quindi per evitare problemi mettevo il materasso in terra per potere dormire.

Ho provato a parlare con una psicologa del carcere spiegandogli la situazione, l’unica cosa che voleva fare per me era darmi degli psicofarmaci, per risolvere, secondo lei, i miei problemi.

Ovvio che io ho sdegnosamente rifiutato il tutto, però non avevo fatto i conti con Sarno (ispettore del piano), che nel mese di novembre dell’anno scorso, con un bliz ha cercato di infilare una quarta persona in cella, io gli ho spiegato i miei problemi, ha fatto finta di niente, e mentre comandava ad un suo sottoposto di aprire la cella, io ho dato un cazzotto allo schermo della tv distruggendola, al che si sono bloccati e sono andati via. Scampato pericolo!

Un dieci/quindici giorni dopo nuovo bliz, hanno fatto entrare un quarto in cella, ma sono riuscito ad uscire dalla cella, e mi sono procurato una scopa e uno spazzolone e con quelle ho distrutto numerose lampade del corridoio della sezione; anche allora scampato pericolo, però con due denunce sul groppone perché a nessuno importa delle mie sofferenze.

Per quanto ancora dovrò combattere, dovrò prendere denunce per evitare di stare male, sono più di 14 mesi rinchiuso in una sezione con celle chiuse!

In tutti questi mesi non mi sono fatto mancare niente, ho fatto 44 giorni di sciopero della fame per protestare contro l’inquinamento di coliformi fecali dell’acqua che sgorga dai rubinetti delle celle, per una migliore fruizione della biblioteca, del campo di calcio del carcere. Ora biblioteca blindata, campo di calcio chiuso. Sono stato sconfitto, diciamo vinto ma non convinto.

Mi sono scontrato con un’infermiera (penso sia la responsabile, ma non ho certezza di ciò) che faceva dei giochetti quando di tanto in tanto mi pesavano, tanto che una volta è intervenuto il secondino (penso responsabile) dell’infermeria centrale: Tiziano Portas che si è rivolto a me dicendo – avresti bisogno di schiaffi -, in quel momento gli ho risposto – perché non lo fai tu se hai il coraggio? -.

Ho fatto subito dopo lo sciopero delle medicine, sempre per gli stessi motivi (acqua, biblioteca…) dello sciopero della fame. Dal 25/12 ri-rifiuto le medicine.

Ho salvato la vita a due compagni di cella, che impiccandosi cercavano la morte, per sfuggire alle loro sofferenze (questo con l’aiuto di un altro compagno di cella), in due situazioni temporali distanti.

Sono recidivo di situazioni “scabrose” in carcere, nel 2020/21 ho avuto a che fare con un ispettore (Sanna, ora sta a Buoncammino) che, come mi vedeva, mi faceva il saluto fascista e/o cantava “Faccetta nera”.

Ho raccolto e fatto uscire storie di disperazione come quella di Osvaldo Olla residente a Sinnai, che era finito sotto le grinfie di un secondino di Guasila (oggi presta servizio a Massama), che con prepotenza gliene faceva di tutti i colori, di fatto per impedirgli di utilizzare apparati sanitari (sedia a rotelle, grucce) per aiutarlo nei movimenti in quanto fratturato ad un piede. Dopo un po’ di tempo il tipo si sarebbe sgozzato di notte (sarà vero?).

Che dire di Angelo Frigeri di Tempio, trasferito da Bad’e Carros, perché accusato di avere aiutato Raduano ad evadere dal carcere nuorese.

In quel carcere Frigeri era stato interrogato da un ufficiale proveniente da Uta (Angelucci), ed al tipo, l’ufficiale, disse che avrebbe fatto di tutto affinché fosse trasferito proprio al carcere di Uta, e lì gli avrebbe fatto passare le pene dell’inferno.

Detto e fatto, tanto che il tipo di Tempio dopo un po’ di tempo si è ucciso strozzandosi nel letto.

Ne ho tante altre di storie così, più o meno funeste, sicuramente tristi, ed io imperterrito continuerò a documentarle e a farle uscire dal carcere.

So benissimo anche che, se avessi seguito il consiglio di un amico – est mellusu fai is scimprus po no pagai datziu -, ma io sono un inguaribile idealista, ed è più forte di me: alla prepotenza e alla vigliaccheria non so fare come lo struzzo, è più forte di me devo dire la mia, non riesco a voltarmi con nonchalance, e questo mio modo di fare lo pago sempre.

So long Paullheddu