A PADOVA DUE MORTI IN 36 ORE, ECCO LA “NORMALE” AMMINISTRAZIONE CARCERARIA

Diffondiamo:

Pochi giorni fa, nel giro di 36 ore, due detenuti sono morti nel carcere Due Palazzi di Padova. Altri tre, in Italia, hanno fatto la stessa fine da inizio anno, suicidati da uno stato che rinchiude quelli che considera i suoi “scarti”, pile esaurite da buttare, gli indesiderati in una società che complice sceglie di dimenticarli dietro quattro mura, sputandoli fuori, il più lontano possibile dalla vita di chi, per ora, gode della cosiddetta “libertà”.  Poco importa chi sta in quelle celle infami, chi sia lo sventurato che cade negli ingranaggi più brutali di questo sistema perfettamente in salute, cosa gli accade lì dentro, come vive. Perché qui fuori ci dicono che servono più garanzie per i diritti dei reclusi, più risorse agli apparati repressivi, più programmi lavorativi e didattici per i carcerati, più fondi per “rieducare chi sbaglia”. Ma chi dice ciò presuppone che ci troviamo davanti ad un sistema che non funziona bene, e noi non ci crediamo.

Il carcere è il cardine di questa società, ogni suo apparato (dalle questure ai tribunali, passando per sbirri vari e sostenitori di un ordine colpevolmente ingiusto) garantisce che tutto fili liscio nel resto della società. L’importante è che le retrovie di uno stato che schiaccia i popoli e le comunità che amministra spremendone fuori profitto da spartire tra i potenti siano pacificate. Fuori la vita è una merda, si sgobba sperando di mangiare e avere un po’ di avanzi di tempo da dedicare a chi amiamo; dentro la vita fa ancora più schifo. Ma anche nella peggiore merda sappiamo che dentro la vita resiste, che chi è dentro quotidianamente resiste. Dalla rabbia delle rivolte alla determinazione delle battaglie di ogni giorno i carcerati sopravvivono, e noi con loro.

Di questi tempi una cosa ci è sempre più chiara: per questo stato che ci incarcera, ci ammazza e ci picchia non c’è differenza rilevante tra una rapina, una dose spacciata e una bomba. Il carcere è la soluzione a tutto. Il carcere punisce, rinchiude e rieduca. Rieduca all’arancia meccanica, sia chiaro, a forza di botte, soprusi, ricatti e minacce. Sotto ogni criminale “comune” può esserci un sovversivo, perché i cosiddetti crimini “comuni”, tanto quanto quelli “politici”, incrinano la pacificazione sociale e l’ordine che con tanta dedizione ci impongono. Questi crimini mettono a nudo un ordine che impoverisce, che devasta, che costringere alla violenza per guadagnarsi un po’ d’aria respirabile.

“Il carcere deve essere rieducativo”, dicono. E noi ci vogliamo più diseducati. Ce ne fottiamo della loro rieducazione: sputiamo su quello che  ci insegnano e vogliamo ogni galera chiusa e fatta a pezzi. Abolire il carcere significa praticare una nuova società ora, una società dove la sua esistenza non sia più pensabile.
Così si arriva a chi sta dentro e chi sta fuori. Il punto per lo stato non è tanto che i carcerati abbiano sbagliato, ma che quello che dicono abbiano fatto abbia attentato all’ordine delle cose, le abbia rovinate, le abbia increspate. Il loro crimine ha minacciato i sedativi garantiti alla popolazione per accettare una vita impossibile: hanno compromesso la proprietà, la ricchezza accumulata o la “tranquillità sociale”. E non è accettabile. Bisogna toglierli di mezzo per questo.

Del Due Palazzi dicono: “questo carcere non è male”. E ce lo dicono gli operatori, l’amministrazione penitenziaria, altri detenuti in giro per l’Italia.
Ma questo carcere è una merda come tutti gli altri.
Giovanni Pietro Marinaro è morto a 74 anni, il giorno del trasferimento in blocco dei detenuti dell’Alta Sicurezza e della chiusura del reparto. Erano dieci anni che stava al Due Palazzi, ma avevano deciso che doveva essere sbattuto chissà dove perché quelle celle, quelle dell’Alta Sicurezza in cui era rinchiuso assieme ad altri 22 detenuti, potevano ospitare più del triplo delle persone se degradate a comuni. Così, si è consapevolmente scelto di vessare ancora di più le loro vite. Sappiamo bene che ad ogni trasferimento corrisponde un periodo di isolamento, del tempo per adattarsi come si può ad un carcere nuovo con altre regole, altri equilibri, e questo è stato l’ordine di impiccagione di Giovanni Pietro Marinaro.
Dopo due giorni, il 30 gennaio, un altro ragazzo si è impiccato nel bagno della sua cella mentre negli stessi giorni un tentativo di suicidio nel carcere di Potenza è stato sventato ed uno andato a buon fine a Sollicciano, nel fiorentino, da parte di un ragazzo con un passato di tossicodipendenza e disagio psichico. Il carcere risolve tutto, e lo fa molto bene quando ammazza chi inghiotte nel suo ventre: i suicidi non sono un intoppo nella vita carceraria ma normale, perfetta, amministrazione.

Dentro al Due Palazzi attualmente ci sono 668 detenuti per 432 posti, con un sovraffollamento al 155%. Del Due Palazzi, però, si parla solo come eccellenza nel collaborare con le aziende, le cooperative e la società civile del territorio. “Un bel posto” insomma, fino a quando qualcuno non ci muore. Ma noi sappiamo e non ci dimentichiamo delle vessazioni continue che avvengono lì dentro: i pestaggi, i richiami punitivi, i vetri oscurati messi sui blindi tra le sezioni per impedire contatti e semplici scambi di sigarette e giornali. Questi omicidi vanno ad aggiungersi al lungo conto in sospeso che abbiamo con lo stato. Ma i debiti saranno saldati.

Al fianco delle vite resistenti di tuttx lx carceratx e delle loro lotte, portiamo un pensiero a Juan e Anan, recentemente condannati dalla “giustizia” italiana. Le loro condanne per noi sono cartastraccia: tireremo fuori dalle galere lx nostrx compagnx e tuttx lx carceratx.
Fuoco alle galere, liberx tuttx.

UNA LETTERA DI PAOLO DAL CARCERE DI UTA

Diffondiamo una lettera di Paolo dal carcere di Uta. Solidali e complici con chi lotta.

https://rifiuti.noblogs.org/post/2026/01/27/una-lettera-di-paolo-da-uta/

Mi chiamo Paolo Todde ed il 16/12/2025 ho presenziato ad un’udienza del tribunale della libertà/riesame a Cagliari, concernente la mia richiesta di mutare la mia detenzione carceraria, in quella meno afflittiva dei domiciliari con braccialetto elettronico.

In quell’udienza avrei voluto parlare di carcere, non ci sono riuscito, perché in parte mi è stato impedito dal presidente, ed anche dal mio stato d’animo molto nervoso ed ansioso.

Ho un tarlo che mi rode, mi sta consumando piano piano, perché devo riuscire a parlare di carcere in maniera esaustiva, senza peli sulla lingua e con poche paure dietro, questo tra l’altro lo devo ai morti, ai disperati di questo lager.

Mi sono sempre occupato di carcere nella mia vita, ed una volta che ci sono finito dentro, ho potuto sperimentare, documentare la vigliaccheria, il sadismo dei “Lei non sa chi sono io”, ed è stato quindi per me molto facile parlare con l’esterno, su come si vive in un carcere dello stato italico.

Questo mio documentare con l’esterno è stato visto dalla componente securitaria, come la rottura di un tabù.

Di carcere, fuori meno se ne sa meglio è, tra l’altro quando gli organi di informazione, quando parlano di carcere, fanno i velinari dei sindacati dei secondini, che in quanto a lamentele sono esperti, ma nessuno si degna di ascoltare/sentire i prigionieri, di noi/loro si parla se in “negativo” di aggressioni ai secondini (senza però chiedersene le ragioni, se in “positivo” quando fanno croci per il giubileo, scrivono poesie e balle varie.

La galera è altro, è sofferenza, è lontananza dagli affetti, è anche stare nelle mani di loschi figuri in divisa, che il più delle volte non hanno nessuna idea di come ci si comporti con la controparte (siamo noi prigionieri), oppure scaricano frustrazioni esterne sul disgraziato di turno che hanno davanti, e meno male che non sono tutti così miseri.

Io di questo parlavo, e parlerò, però come dicevo prima i tabù non bisogna sfiorarli, perché poi in breve tempo sono iniziate le manovre dilatorie, provocazioni di bassa lega nei miei confronti.

La prima che ricordo è stata quando io, comprando in carcere l’”Unione Sarda”, lo ricevevo alle 8 di sera se non anche il giorno dopo. A quel punto dopo varie settimane passate in questa maniera, decidemmo io e L. (una compagna), che lei mi spedisse i quotidiani (una volta la settimana) tramite piego libri (le vecchie stampe).

Anche qui il diavolo (in divisa) si mise a fare i dispetti.

Per ritirare i giornali dovevo (supinamente) che questi invii figurassero come pacchi postali, ovviamente io rifiutavo tutto ciò, ed i giornali si accumulavano nel casellario del carcere, tutto questo era fatto per impedire alle persone che venivano in carcere a farmi colloquio, di portarmi dei pacchi con roba da mangiare, vestiario e altre cose permesse.

In un mese ogni prigioniero non può ricevere più di 4 pacchi, per un max di 20 kg al mese, al conto non si possono mettere giornali, riviste, libri perché hanno un’altra procedura.

“Maestri” di questa viltà erano Pinto e Nonnis (due secondini), uno coordinatore del piano (il 2º in questo caso) l’altro al casellario, alla fine un brigadiere della sorveglianza ha risolto il tutto, facendomi avere giornali (una cinquantina), riviste e libri, non so come abbia saputo di questo stupido giochetto.

Sono diversi mesi che io cerco di poter fare una visita odontoiatrica con una dentista che viene da fuori, non ci sono mai riuscito perché o manca la mia richiesta (falso visto che io le facevo), oppure Chiara (la dentista) veniva cacciata perché fuori tempo massimo, quindi io saltavo la visita, anche perché malgrado fossi messo in una lunga lista di pazienti, io finivo sempre ultimo.

Poiché io ho già subito una condanna sono finito nelle grinfie di Borruto (direttore del carcere), e secondo la prassi dovrei fare la domanda a lui, per potere fare questa dannata visita odontoiatrica, tutte le domandine che ho fatto nel tempo non valgono più, comunque mi rifiuto di fare domanda a Borruto, m’apoderu su dollori ‘e kasciali.

Anche di questa situazione c’è di mezzo un secondino, ne parlerò più avanti.

Ho scoperto di soffrire di claustrofobia, quando un giorno andando in tribunale, sono stato portato con un furgone blindato, dove le cellette con meno di un metro quadro di spazio, completamente buie se non con i led rossi della telecamera interna, a dir poco spettrale la situazione, in verità ci sarebbe anche una lampada sul soffitto della celletta, ma malgrado le mie urla fu tenuta spenta dolosamente.

Nella sezione in cui siamo chiusi (Arborea C, al 2º piano), le celle sono chiuse 24 ore al giorno, l’unica possibilità di libertà sono le ore d’aria, che dovrebbero essere 4 ore al dì, questo in teoria perché, se va bene riusciamo a farne 2 e/o 3 ore al giorno, certo c’è la saletta, ma sempre chiuso sei.

Nelle celle ci sono 4 brande, e con questo dovrebbero starci (secondo loro) 4 persone che su meno di 10 metri quadri calpestabili, per 22/24 ore al giorno sono una tortura al supplizio.

Di notte la situazione peggiora ulteriormente, perché chi soffre di claustrofobia si trova sopra di sé un ostacolo (materasso per incominciare), quindi per evitare problemi mettevo il materasso in terra per potere dormire.

Ho provato a parlare con una psicologa del carcere spiegandogli la situazione, l’unica cosa che voleva fare per me era darmi degli psicofarmaci, per risolvere, secondo lei, i miei problemi.

Ovvio che io ho sdegnosamente rifiutato il tutto, però non avevo fatto i conti con Sarno (ispettore del piano), che nel mese di novembre dell’anno scorso, con un bliz ha cercato di infilare una quarta persona in cella, io gli ho spiegato i miei problemi, ha fatto finta di niente, e mentre comandava ad un suo sottoposto di aprire la cella, io ho dato un cazzotto allo schermo della tv distruggendola, al che si sono bloccati e sono andati via. Scampato pericolo!

Un dieci/quindici giorni dopo nuovo bliz, hanno fatto entrare un quarto in cella, ma sono riuscito ad uscire dalla cella, e mi sono procurato una scopa e uno spazzolone e con quelle ho distrutto numerose lampade del corridoio della sezione; anche allora scampato pericolo, però con due denunce sul groppone perché a nessuno importa delle mie sofferenze.

Per quanto ancora dovrò combattere, dovrò prendere denunce per evitare di stare male, sono più di 14 mesi rinchiuso in una sezione con celle chiuse!

In tutti questi mesi non mi sono fatto mancare niente, ho fatto 44 giorni di sciopero della fame per protestare contro l’inquinamento di coliformi fecali dell’acqua che sgorga dai rubinetti delle celle, per una migliore fruizione della biblioteca, del campo di calcio del carcere. Ora biblioteca blindata, campo di calcio chiuso. Sono stato sconfitto, diciamo vinto ma non convinto.

Mi sono scontrato con un’infermiera (penso sia la responsabile, ma non ho certezza di ciò) che faceva dei giochetti quando di tanto in tanto mi pesavano, tanto che una volta è intervenuto il secondino (penso responsabile) dell’infermeria centrale: Tiziano Portas che si è rivolto a me dicendo – avresti bisogno di schiaffi -, in quel momento gli ho risposto – perché non lo fai tu se hai il coraggio? -.

Ho fatto subito dopo lo sciopero delle medicine, sempre per gli stessi motivi (acqua, biblioteca…) dello sciopero della fame. Dal 25/12 ri-rifiuto le medicine.

Ho salvato la vita a due compagni di cella, che impiccandosi cercavano la morte, per sfuggire alle loro sofferenze (questo con l’aiuto di un altro compagno di cella), in due situazioni temporali distanti.

Sono recidivo di situazioni “scabrose” in carcere, nel 2020/21 ho avuto a che fare con un ispettore (Sanna, ora sta a Buoncammino) che, come mi vedeva, mi faceva il saluto fascista e/o cantava “Faccetta nera”.

Ho raccolto e fatto uscire storie di disperazione come quella di Osvaldo Olla residente a Sinnai, che era finito sotto le grinfie di un secondino di Guasila (oggi presta servizio a Massama), che con prepotenza gliene faceva di tutti i colori, di fatto per impedirgli di utilizzare apparati sanitari (sedia a rotelle, grucce) per aiutarlo nei movimenti in quanto fratturato ad un piede. Dopo un po’ di tempo il tipo si sarebbe sgozzato di notte (sarà vero?).

Che dire di Angelo Frigeri di Tempio, trasferito da Bad’e Carros, perché accusato di avere aiutato Raduano ad evadere dal carcere nuorese.

In quel carcere Frigeri era stato interrogato da un ufficiale proveniente da Uta (Angelucci), ed al tipo, l’ufficiale, disse che avrebbe fatto di tutto affinché fosse trasferito proprio al carcere di Uta, e lì gli avrebbe fatto passare le pene dell’inferno.

Detto e fatto, tanto che il tipo di Tempio dopo un po’ di tempo si è ucciso strozzandosi nel letto.

Ne ho tante altre di storie così, più o meno funeste, sicuramente tristi, ed io imperterrito continuerò a documentarle e a farle uscire dal carcere.

So benissimo anche che, se avessi seguito il consiglio di un amico – est mellusu fai is scimprus po no pagai datziu -, ma io sono un inguaribile idealista, ed è più forte di me: alla prepotenza e alla vigliaccheria non so fare come lo struzzo, è più forte di me devo dire la mia, non riesco a voltarmi con nonchalance, e questo mio modo di fare lo pago sempre.

So long Paullheddu

L’ISTINTO BRIGANTE. APPUNTI SU 270 BIS E LUCANIA

Diffondiamo:

Quello che segue vuole essere un abbozzo non esaustivo su un’operazione repressiva avvenuta nel territorio lucano. Molti temi semplicemente toccati o citati andrebbero e meriterebbero più spazio e tempo per essere approfonditi, qui ho solo cercato di restituire come potevo un quadro riassuntivo e un minimo di contestualizzazione per comprendere la natura dei fatti. Ogni parola e pensiero espresso sono frutto della sola esperienza e sensibilità individuale di chi scrive.

Verso la fine di giugno del duemilaventitre, l’alba bussava alle porte vestita da sbirro. Mentre delle case venivano perquisite dall’antiterrorismo di Potenza (tra la Basilicata, Torino, Milano, Sardegna ed Emilia Romagna) dodici persone venivano portate in caserma per una perquisizione informatica e rilasciate dopo otto ore con un foglio di apertura d’indagine nei loro confronti per i reati di associazione terroristica (270 bis) e istigazione a delinquere. A questa son seguiti due anni di limbo nei quali le persone coinvolte son state soggette ad intercettazioni telefoniche e pedinamenti, mentre le proprie vite venivano stravolte e divenivano materiale di studio per le guardie. La scorsa estate arriva così la notifica di chiusura d’indagine, e successivamente lo scorso mese quella per la fissazione dell’udienza preliminare che vi sarà al tribunale di Potenza il 3 marzo di quest’anno.
A conclusione dell’indagine – dalle cui carte si legge essere in realtà iniziata già alla fine del 2020 – si apprende su quali punti poggia l’accusa di 270 bis: propaganda anarchica , ricerca sul web o pubblicazione di materiale inerente alla lotta di Alfredo, striscioni e cartelli apparsi in vari centri in solidarietà con lx compagnx prigionierx, una non meglio precisata apparizione di stendardi inneggiati ad attentati nei confronti di appartenenti alle Istituzioni (riporto come scritto) , scritte su muri, partecipazione a cortei o manifestazioni non autorizzate e non pacificate, l’organizzazione di benefit e il possesso di una cassa di solidarietà (che qui diviene prova di un finanziamento volto ad alimentare questa sedicente associazione) e non ultima il danneggiamento di un impianto di stazione microsismica appartenente all’Eni.
Dalla zuppa di righe e parole cotta da guardie e PM si può dedurre come questa sia stata l’ennesima operazione repressiva agita come risposta repressiva alla solidarietà nei confronti di Alfredo, andando difatti a mutuare strumenti sperimentati sulla pelle di altrx compagnx e la medesima retorica deviante e psichiatrizzante nei confronti di chi cerca di non subire il dominio ma rivoltarsi ad esso e combatterlo (mi riferisco qui ad una certa terminologia psicologica usata per descrivere condotte e comportamenti che sempre più vanno a delineare anche attraverso la profilazione degli individui profili di devianza sociale). D’altro canto è un’operazione che nasce e prende respiro anche e soprattutto per lotte specifiche sul territorio lucano. Difatti nelle carte vengono citati i due spazi occupati che vi erano a Potenza e Matera, i vari collettivi e gruppi di affinità che vivevano e lottavano in queste latitudini, varie lotte tra cui quelle al CPR di Palazzo S. Gervasio e quella contro la trivellazione e la distruzione delle nostre terre e non ultima la scena punk hardcore locale (Make punk a threat again!).
E tale operazione si pone in un momento storico dove la Basilicata si ritrova ad essere un territorio ridotto all’osso, spopolato, immiserito, devastato, espropriato, oppresso e soffocato da anni di capitalismo coloniale e selvaggio. Sempre più trasformata in una bidonville, da dove estrarre e spremere, dove bruciare e seppellire. Un territorio invaso dall’eolico e da pannelli solari, interessato da trivellazioni, espropriato delle proprie fonti di acqua sempre più acquistate da multinazionali – come la Coca-Cola, da dove si prende il gas e l’idrogeno, un luogo dove una ruralità immiserita cozza con le varie sperimentazioni tecnologiche che avvengono nelle istituzioni totali della regione (ospedali e carceri in primis) la quale sempre più tende ad “emanciparsi” – goffamente – dal proprio passato per stare al passo con il progresso. E ciò è evidente anche nei processi di mediatizzazione e spettacolarizzazione del territorio, ridotto a gioiellino turistico per soddisfare la fame di esotico di ricchi turisti che ormai assaltano le coste e i piccoli borghi, sfigurandoli e soffocandoli tramite processi di gentrificazione. Turisti che vengono a cibarsi di una cultura e storia contadina rese mero fenomeno folkloristico mercificabile e consumabile. Nel frattempo le conseguenze di tali saccheggi, avvelenano vite, corpi e territori. Mentre da un punto di vista repressivo questa diviene sempre più territorio di frontiera, confine interno e confino politico.
A queste latitudini il sole illumina un macabro spettacolo del potere privo di ombre e mentre il muoversi di un filo d’erba al vento chiama alla libertà, lo sguardo si scontra subito contro un teatro d’oppressione fatta di rimosso e rimozione. Eppure è proprio nella non accettazione di un certo modo di vivere e di relazionarsi al mondo che nasce questa esigenza, questo spirito e questo desiderio di rivolta. Rivolta che ha animato questi territori nei vari secoli tra insurrezioni, banditismo sociale e brigantaggio, oltre che ai vari movimenti contadini di occupazione delle terre. Tracce di vita in rivolta che han scritto una ricca storia di lotta di classe contro i diversi padroni che si son dati il cambio nel dominio di queste terre. E non c’è da meravigliarsi se in territori così influenzati dalla magia si finisca per crescere con il desiderio di far sì che a cambiare sia la vita stessa creando dal niente piccoli focolari di autogestione e solidarietà. Perché lì dove c’è del vuoto, quel vuoto va colmato con i nostri sogni, legami e tensioni.
E checché ne voglia lo Stato coloniale, questi dialetti sovversivi e questo istinto brigante vanno già costruendo vite e tensioni rivoltose tessendo altre storie di lotta e libertà; perché quei gesti, quei linguaggi e quei sogni di libertà continuano a vivere in noi e attraverso il nostro agire; come una tamurriata sediziosa che accompagna il passo del cuore.

Solidarietà ad Anan, detenuto nel carcere di Melfi
Solidarietà allx compagnx arrestatx per l’op. Ipogeo e allx imputatx per il carnevale no Ponte per essersi oppostx all’ennesimo progetto coloniale
Solidarietà ad Alfredo, Anna, Juan, Stecco, Ghespe e a tuttx lx compagnx detenutx.
Solidarietà con le reclusx nei CPR.
Solidarietà a tuttx lx oppressx che disertano, si rivoltano, sabotano e distruggono questo mondo.
Che sia la fiamma delle nostre passioni a far cenere di questo mondo di morte!

Un anarchico lucano

UNA RIFLESSIONE SU “HARRY” da la redazione della neonata rivista IL MOVENTE

Diffondiamo:

“Mari Maruso”, titolo che da mesi si proponeva sul nostro tavolo tra i papabili per questo primo numero, in siciliano, vuol dire mare agitato/pericoloso. Non potevamo di certo prevedere che giusto una manciata di giorni dopo la fine della stesura definitiva di questa rivista ne avremmo visto un’espressione diretta. O meglio, anche se magari non sono state le nostre parole ad evocarne la tempestività, ci sono tonnellate di studi sul cambiamento climatico che da anni si esprimono inequivocabilmente sull’eventualità che fenomeni del genere si sarebbero manifestati nel Mediterraneo secondo uno schema ben preciso: con l’innalzamento delle temperature del mare vedremo i fenomeni metereologici “estremi”, come i cicloni, con minore frequenza ma di maggiore violenza.

Venti fino a 130 km/h, onde alte fino a 16,6 metri (la più alta mai registrata nel Mediterraneo), una scarica di pioggia che in soli 3 giorni ha fatto precipitare la metà della pioggia che normalmente si registra in un intero anno (in Calabria). Il ciclone “Harry”, che si è abbattuto in particolar modo lungo la costa ionica (e pure in Sardegna) tra il 20-23 gennaio, stando alle prime stime ha provocato danni per almeno 2 miliardi di euro.

È stato un evento epocale che non potevamo ignorare.

Cosa che invece, tolte le testate internazionali più “attente”, è stato derubricato dai più a evento di interesse principalmente regionale. Tra il 22 e il 23 gennaio, quando i danni materiali erano ben più che evidenti, la maggioranza dei notiziari nazionali riportavano marginalmente la notizia in coda a quelle di costume o ignorandola del tutto. In diversi si sono subito ricordati dell’allora presidente del consiglio Giovanni Giolitti che, commentando i primi telegrammi arrivati a Roma sul devastante terremoto che rase al suolo Messina e Reggio Calabria nel 1908, se ne uscì così: «L’ennesima fastidiosa lamentela meridionale per il crollo di qualche comignolo».

C’è un evidente schema che si ripropone anche questa volta: i meccanismi di estrazione di risorse (di vario tipo) attivi nel Meridione e nelle Isole, non solo vanno a braccetto con una narrativa-propaganda solidamente costruita attorno alle “colpe” che ben conosciamo di chi abita questi territori, ma ne hanno un bisogno fondamentale per continuare a riprodursi e approfondirsi.

C’è una sostanziale differenza, molto utile agli interessi dei soliti, nel parlare di arretratezza e malaffare invece che di impoverimento sistematico e deliberato saccheggio. Al di là delle parole, anche di lamentela, sul piano fattuale i “danni” della crisi climatica si moltiplicano esponenzialmente quando si sovrappongono alla “normalità” delle “altre” oppressioni e disuguaglianze – che guarda caso sono proprio quelle che fanno in modo che la megamacchina ecocida continui a funzionare per il profitto/”progresso” dei pochi, anzi pochissimi, contribuendo ad inasprire quella stessa crisi.

Un’ultima cosa. È sicuramente vero che nella società dello spettacolo si attiva una maggiore attenzione quando c’è di mezzo qualche “innocente” che crepa. Meglio se male e meglio ancora se del giusto lignaggio, e c’è chi ha sottolineato che lo scarso interesse su Harry e le sue conseguenze sono dovute anche al fatto che non ci sono state vittime su cui lucrare un po’. Questa cosa è falsa, delle vittime morte crepate male ci sono state eccome. 380 migranti risultano dispersi in mare dopo che 8 “imbarcazioni” sono naufragate nel tentativo di raggiungere le coste italiane nei giorni della formazione di Harry. Una sfortunata coincidenza? Sni.

Potrebbe sembrare un collegamento azzardato, ma se insistiamo nel sottolineare il legame che c’è tra la devastazione e il saccheggio dei territori, la spoliazione delle risorse dei loro abitanti, il regime di frontiera e carcerazione che li attanaglia, le dinamiche di militarizzazione legate all’imperialismo, il cambiamento climatico e le tratte migratorie… l’equazione torna.

Il nostro nemico è un sistema di sistemi, con molte teste e infinite sfumature, e dobbiamo ricordarcelo. Dobbiamo continuare ad insistere nello svelare le sue trame (non poi così tanto occulte ormai), e tentare di spezzarne quanti più fili possibile. Per un motivo molto semplice: è tutto maledettamente collegato e affrontare “una questione alla volta” difficilmente ci porterà a “risolverne” qualcuna.

È doloroso dirlo. Fa oggettivamente terrore provare a tratteggiare anche solo i contorni delle mappe del dominio. Affinché quel dolore afono tipico della rabbia inespressa e repressa – che è tutto tranne che ignorante – non si traduca ancora una volta in rassegnazione e abbandono reciproco dobbiamo alzare la testa, tirarci su le maniche, smettere di chiedere e chiedere e chiedere e impugnare tutte le nostre intelligenze, astuzie e tempeste interiori. E portale fuori.

Non c’è spazio per l’ipocrisia e le mezze verità, né in Sicilia né altrove.

È la guerra sociale.”

— la redazione de IL MOVENTE, fine gennaio 2026

ilmoventerivista@bruttocarattere.org

TREMENDE EDIZIONI: SOUVENIRS D’ANARCHIE. LA VITA QUOTIDIANA AL TEMPO DE “LA BANDA BANNOT”

E’ stato tradotto in lingua italiana e dato alle stampe per Tremende Edizioni “Souvenirs d’anarchie – la vita quotidiana al tempo de “la Banda Bonnot” di Rirette Maitrejan del 1938.

Dalla quarta di copertina:
Dopo la morte di Libertad, nel 1911, Rirette Maitrejan prende le redini, insieme a Victor Serge, de «l’anarchie» e la sede del giornale viene trasferita a Parigi in rue Fessart XIX.  Si trova responsabile dell’organo individualista in un momento in cui i dibattiti sull’illegalismo lacerano il movimento. Appaiono diversi articoli firmati da Serge, o dai suoi pseudonimi, per dimostrare che l’illegalismo non è una buona strategia. Pur facendo parte di questo movimento e ammettendo in teoria alcune inclinazioni illegali, la coppia ne criticò l’attuazione pratica, sostenendo che i rischi fossero sproporzionati rispetto ai benefici.
L’ambiente anarchico, già messo a nudo dall’istituzione delle leggi infami, ha continuato a ridursi al ritmo degli arresti degli illegalisti. Di fatti nel dicembre 1911 comincia l’affare dei banditi tragici per cui verrà arrestata il 20 marzo 1912.
Rirette, sebbene muova alcune critiche  all’approccio illegalista, è solidale con i suoi compagni e vien in loro aiuto molto regolarmente nonostante la differenza profonda di metodo.  È nella casa che condivide con Victor Serge che Callemin e Garnier vanno a meditare dopo il furto con scasso in rue Ordener.
Durante il processo contro quella che è presentata dai giornali come la Banda Bonnot, Rirette verrà accusata di associazione a delinquere a seguito di una serie di rapine perpetrate da individui vicini a «l’anarchie» – di cui è allora la direttrice ufficiale – e di essere, insieme a Victor Serge, l’ideologa; sconta un anno di detenzione preventiva prima di essere definitivamente assolta. Dopo la sua liberazione si allontana dal movimento individualista di cui condanna la deriva illegalista e osserva una certa riserva politica.
È con grande tenerezza e dovizia di particolari che Rirette descrive nei suoi souvenirs questo piccolo ambiente che circonda l’anarchie. Soudy, il piccolo illegalista, porta a spasso le due figlie di Rirette e il piccolo Dieudonné. Carouy canta storie d’amore durante i giri in bicicletta della banda. Callemin, spaccia denaro falso e gestisce perfettamente la cassa del quotidiano «l’anarchie».

Dall’introduzione:
Ci sono alcuni passaggi di critica di Rirette che troviamo comunque problematici riguardo alcuni modus operandi della banda. Riconosciamo a Rirette però non solo una posizione di critica da parte di chi quelle persone e quelle vicende le ha conosciute in prima persona ma anche l’umanità nel ricordare quelli che riconosce come compagni e amici e nel difenderli nonostante la forse insanabile distanza. […] Abbiamo deciso in ogni caso di dare alle stampe Souvenir d’anarchie perché leggendo questi ricordi è la parte più solidale che ha risuonato dentro di noi e per cui abbiamo creduto valesse la fatica tradurre queste pagine. Non la purezza della militante ma le sensazioni del vissuto umano, fatto di emozioni anche dolorose, di volubilità e dei tentativi di affrontarle, non con l’arroganza di chi è incapace di ascoltarsi ma con l’umiltà dei propri limiti. È in questo che ci siamo riconosciute: la distruzione del mito dell’impavido eroe anarchico. Se il mito serve a spiegare la realtà, sarà poi vero che le anarchiche, e gli anarchici, sono valorose combattenti fatte di pietra adamantina, inscalfibili dal mondo che le circonda? O sono semplici esseri umani, fatte di carne e sangue che soffrono e provano emozioni anche devastanti e sono queste sensazioni che le spingono a ribellarsi ed opporsi all’ oppressione? Vogliamo davvero costruire un immaginario che fagocita tutte le esperienze individuali, comuni ma non per questo banali, per ricollocarle in un’aura di eccezionalità? Correndo il rischio di produrre fantastiche chimere da sognare ad occhi aperti? Non si tratta di un gioco di ruoli in cui si definisce la propria identità sulla basa di un mito, ma piuttosto la disintegrazione del mito come base da cui partire per creare la propria unicità ed individualità. Non siamo interessate a suscitare consenso, stupore, ammirazione, adulazione o fascino nè tantomeno ci alletta la persuasione come metodo di lotta. Preferiamo riportare al presente percorsi e progetti, attraverso la memoria, la valenza dei loro contenuti di vita, di idee e di lotta. Ciò che ci sollecita il cuore e la mente è la possibilità, come forsennati prometei, di rubare il fuoco sacro e bruciare tutto, persino l’idea di mito. Però sta a chi legge decidere cosa fare di queste vite, se usarle come feticcio da venerare (e quindi usarle come mito) o al contrario come punto di partenza per costruire la propria storia.

INDICE:
Introduzione
Souvenirs d’anarchie
Biografie
Appendice (Illegalismo, Individulalismo, Milleux libre, Causerie populaire, Appunti dal carcere La Santè, Le mie memorie di R. Callemin)

Formato 12×16 , pagine 232.
Contributo consigliato 8 euro per singola copia, 6 per i distributori.
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SUL PROCESSO DI BRESCIA, SEMPRE AL FIANCO DI JUAN

Diffondiamo:

Giovedì 15 gennaio il nostro amico e compagno Juan è stato condannato a 5 anni per «atto con finalità di terrorismo» (280bis) nel processo bresciano per l’azione contro la POLGAI. Se questa condanna divenisse definitiva, il fine pena per Juanito, al momento fissato al 2045, si sposterebbe ancora più in là. Data la fragilità dell’inchiesta e degli elementi a carico del compagno, puntualmente contestati dalla difesa, si poteva sperare in un’assoluzione. Così non è stato: evidentemente i giudici bresciani e i giudici popolari che componevano la corte d’assise, con la consueta viltà e indifferenza per le vite degli altri, non hanno voluto mandare al macero un’indagine durata anni e costata molte migliaia di euro, poiché giunta al terzo tentativo di attribuire a Juan (e inizialmente anche a un altro compagno, poi definitivamente scagionato) la responsabilità dell’azione. Dal canto nostro, nell’attesa del processo d’appello, continuiamo la mobilitazione al fianco del nostro Juan: se è “innocente” merita tutta la nostra solidarietà, se è “colpevole” la merita ancora di più!

I NOSTRI COMPAGNI NON LI SCORDIAMO MAI! JUAN LIBERO, ABBASSO LA POLGAI!

Compagni e compagne

Per continuare a scrivere al compagno:

Juan Antonio Sorroche Fernandez
C. C. di Terni
strada delle Campore 32
05100 Terni

Da Il Rovescio
https://ilrovescio.info/2026/01/17/sempre-a-fianco-di-juan-condannato-a-5-anni-nel-processo-di-brescia/

FORLÌ: I PADRONI MENTONO. IL PROGETTO ERIS È UN PROGETTO DI GUERRA

Riceviamo e diffondiamo: 

Sulla questione del progetto ERiS della cittadella dell’aerospazio a Forlì, dalla Fondazione Cassa dei Risparmi arriva una paraculata mediatica per negare l’innegabile, ovvero il fatto incontrovertibile che le tecnologie che verrebbero prodotte a Forlì se il progetto andasse in porto troverebbero applicazione anche in scenari bellici. Forse (ci auguriamo) la contro-informazione (non solo da parte del nostro collettivo) e la mobilitazione iniziata a Forlì, con svariate serate a tema e un corteo ben riuscito contro il progetto (ma ci aspettiamo molte altre e variegate iniziative), seppure volutamente ignorate dai media locali, hanno dato molto fastidio ai grandi cartelli economici che governano la città e che, assieme ad aziende belliche come Leonardo, Thales, Curti (tra le altre) e con la partecipazione di Unibo e Comune di Forlì, collaborano a questo scellerato tentativo di installazione di un polo di produzione di tecnologia “dual use”, ovvero antenne per nanosatelliti che avranno applicazioni sia civili che militari.
Gli stessi dirigenti della Fondazione Cassa dei Risparmi non riescono a nasconderne il doppio uso, forse civile ma di sicuro anche militare, quando affermano che “spesso a rendere una tecnologia un’arma è l’uso scellerato da parte dell’uomo”. Qui l’ipocrisia rasenta livelli altissimi: se venissero prodotti spazzolini da denti o libri il problema si porrebbe? Si fatica a credere a soldati armati di libri o spazzolini per fare la guerra!
Non a caso la Fondazione Cassa dei Risparmi, che assieme al Comune di Forlì guida la “Fondazione Mercury” – ente a cui é stato concessa l’area verde pubblica posta nel quartiere Ronco in cui realizzare il progetto ERiS e che in questi giorni dovrebbe incontrarsi con esponenti del governo Meloni, dopo aver incassato la promessa di finanziamenti dalla Regione Emilia-Romagna – tira in ballo, sia come modello che come concorrente sul mercato, Elon Musk.
Musk che dell’utilizzo dei servizi internet satellitari ha fatto la sua fortuna, soprattutto per il ruolo giocato nei conflitti odierni, basti ricordare il ruolo che Starlink di SpaceX ha avuto e sta avendo nella guerra in Ucraina, diventando un elemento chiave, guidando i droni, i missili e i sistemi di puntamento.
Questa é la tecnologia che vorrebbero produrre anche a Forlì, con un progetto che si inserisce nei programmi di riarmo dell’Europa.
Le frottole hanno le gambe corte.
Chi lavora per la guerra non va lasciato in pace!


https://www.forlitoday.it/cronaca/polo-aerospazio-governo.html
Qui l’articolo sulla stampa locale.

https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/aerospazio-e-guerra-a-forli-sul-progetto-eris-di-thales-alenia-space/
Qui un’analisi reale sul progetto ERiS.

LIVORNO: MORIRE DI PSICHIATRIA

Comunicato del collettivo antipsichiatrico Artaud sulla morte di una donna nel reparto di psichiatria a Livorno il 27 dicembre scorso.

MORIRE DI PSICHIATRIA A LIVORNO
ennesima vittima è la terza dal 2017

Apprendiamo che una donna di quarantuno anni, di cui non conosciamo l’identità, si sarebbe suicidata nel bagno del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno il 27 dicembre scorso.

È successo ancora. Un’altra volta, sempre nello stesso posto. Sempre nell’ SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) padiglione 10° degli Ospedali Riuniti di Livorno.

L’ASL Toscana Centro, intervenuta a posteriori con una nota diramata ai giornali, parla di un “caso sentinella”: un evento cioè grave, imprevedibile, inaspettato.

Imprevedibile?
Per quello che ci è dato sapere in pochi anni si sono verificati almeno altri due casi di persone decedute dopo essere state ricoverate all’interno di quello stesso reparto.
La mattina del 14 marzo 2017 una ragazza di ventiquattro anni scappa dal reparto di psichiatria di Livorno dove era ricoverata e si toglie la vita gettandosi sotto un treno. Di  lei non si conosce neanche il nome.
A comunicare la notizia della morte di Guglielmo Antonio Grassi all’inizio di aprile del 2021 è stato invece l’ex-primario in pensione di quello stesso reparto, attraverso una indignata e circostanziata lettera di denuncia alla stampa locale. Dal suo racconto si evinceva lo stato di generale decadenza del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno (sbarre alle finestre, porte chiuse, sfratto dell’Associazione degli utenti, aumento della contenzione meccanica). Grassi muore di polmonite dopo essere stato legato al letto di contenzione per più di sette giorni.

La donna deceduta nel pieno delle recenti feste natalizie era uscita dal carcere due settimane prima di morire. Dalla ricostruzione dei giornali risulta che non si sentiva bene e che dopo una visita al pronto soccorso, era stato disposto il suo ricovero (volontario) in Psichiatria nel pomeriggio del 26 dicembre. Qui, all’interno del bagno, secondo i giornali, si sarebbe soffocata. È risultato inutile qualsiasi tentativo di rianimarla da parte del personale sanitario.
La figlia il giorno precedente aveva chiamato in reparto chiedendo inutilmente di parlare con la madre. Ha poi ricevuto la notizia all’una di notte: «Sua madre è morta, si è suicidata». Insieme ad altri familiari si è immediatamente diretta al padiglione 10, chiedendo di poter entrare. Adducendo motivi di sicurezza e procedurali il personale sanitario ha impedito loro di entrare e ha poi chiesto l’intervento di una pattuglia di carabinieri per placare la rabbia dei familiari.

La figlia e il marito della donna hanno sporto denuncia. La procura ha avviato un’indagine su quanto accaduto, allo scopo di appurare eventuali responsabilità penali. È stata acquisita la cartella clinica per indagare sulla terapia somministrata, e sono stati ascoltati alcuni dei sanitari che l’hanno presa in carico. La dottoressa di guardia quella notte è stata indagata con l’imputazione provvisoria di omicidio colposo. La salma resta sotto sequestro: è stata disposta l’autopsia, di cui si attendono i risultati.

L’Asl Toscana Nord-Ovest ha comunque difeso l’operato del personale, e ha attivato un audit interno per capire cosa sia accaduto con esattezza. Un sindacato di categoria ha puntato il dito contro la carenza di personale.

A Livorno prevalgono gli stessi dispositivi custodialistici e post-manicomiali utilizzati nella stragrande maggioranza dei reparti psichiatrici in Italia.
Livorno non fa parte dei 24 reparti psichiatrici no-restraint (su 329 totali), gli unici dove non si legano le persone. E a Livorno si muore legati a un letto di contenzione.
A Livorno nel 10° padiglione le visite esterne sono regolamentate a discrezione del personale sanitario. Troppo spesso questa limitazione comporta sofferenze ulteriori per pazienti e familiari, oltre a una mancanza di controllo su inadempienze e abusi.
Possiamo supporre, inoltre, che una persona appena uscita da una reclusione carceraria abbia bisogno di un sostegno e di una risposta adeguata ai propri bisogni. Fra le altre cose, nelle carceri italiane si vive in una condizione al limite della sopportazione e della stessa dignità umana, dove la somministrazione incontrollata e smisurata di psicofarmaci è nota e costante, a scopo sedatorio e di controllo. Quale trauma ha riportato la donna dopo l’esperienza carceraria? Perché il pronto soccorso ha stabilito di inviarla in Psichiatria?

Manca infine una seria elaborazione statistica dei dati riguardanti i suicidi all’interno dei reparti psichiatrici italiani, come avviene invece per i suicidi in carcere. Come per le carceri, i suicidi in psichiatria non sono eventi episodici ma strutturali. I suicidi avvenuti all’interno delle istituzioni psichiatriche rappresentano in tutto e per tutto, come per chi si toglie la vita in carcere, delle morti di Stato. Il suicidio svela il cortocircuito che si verifica all’interno dell’istituzione psichiatrica: istituzione teoricamente finalizzata alla cura e che, invece, insinua e finisce per innescare essa stessa i fenomeni suicidari.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

per info:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
3357002669 antipsichiatriapisa@inventati.org
artaudpisa.noblogs.org

ROMA: RIVENDICAZIONE ATTACCO INCENDIARIO [18/12/2025]

Diffondiamo:

In un periodo di grandi riassetti economico-politici nel mondo in cui ogni giorno si alzano nuovi venti di guerra, attaccare l’apparato militare e di controllo interno ci sembra un obbiettivo su cui volgere le nostre energie e capacità.
Il corpo della guardia di finanza ha da sempre svolto un ruolo importante nel controllo delle frontiere, nella formazione di polizia estera e nelle missioni di guerra, in particolare con la propria aviazione e marina militare.
Ricordiamo la missione EUPOL COOPS in Palestina, la missine EUBAM in Libia e l’impiego della g.d.f. nell’operazione Frontex per il controllo delle rotte migratorie e dei confini europei.
Inoltre nell ultimo anno di mobilitazione nelle piazze per il sostegno al popolo palestinese si è visto il numeroso impiego dei reparti mobili della finanza, che sebbene le loro innumerevoli ed imbarazzanti figure di merda, hanno svolto in pieno il loro ruolo di protettori dello stato e quindi del genocidio in corso.

Per questo e molto altro, nella notte del 18 Dicembre 2025 abbiamo dato alle fiamme alcune auto private di agenti della guardia di finanza, davanti al commissariato di Nuovo Salario a Roma.

Attaccare lo Stato e chi lo protegge è possibile qui ed ora, senza aspettare momenti propizi o il consenso della massa. Prendere in mano il proprio potenziale, le proprie capacità e scagliarle contro l’esistente è sempre più necessario.
Cospirare, muoversi nella notte e intersecare relazioni di affinità è il nostro orizzonte.

Per la moltiplicazione dell’attacco anarchico, per l’espansione del caos, per l’anarchia!

solidarietà a tuttx lx prigionierx anarchicx,
A Stecco, a Ghespe, ad Alfredo, ad Anna, a Juan, a Dayvid, a Tonio, ax compxs arrestatx per l’operazione Ipogeo tenete duro!