NUOVO BLOG: NON RICICLABILE – ESTRATTI DI LOTTA DA PADOVA E DINTORNI

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Vecchi mostri si riaffacciano dalle discariche ideologiche con una nuova faccia (ma stessa anima). Le stesse idee che ritornano e vengono gettate via per poi essere rimanipolate e ripresentate come il nuovo che avanza. L’opportunismo diventa prassi e la teoria diventa un vortice astratto. In un continuo flusso circolare che si rappresenta sempre uguale, degno figlio della società dello spettacolo.

Vicino ad un cassonetto vecchi sogni di libertà e conflitto attendono il passaggio di un netturbino che mai arriverà. Nella società dello spettacolo riciclabile il dirompente non ha spazio. Il dirompente non è riciclabile, non è riutilizzabile infinte volte per garantire la riciclabilità costante delle stesse forme di potere antagonista.

Tra le crepe dello Stato italiano e dello Stato antagonista la spazzatura abbandonata cospira il giorno della sua liberazione. Dai cassonetti abbandonati e dalle discariche in disuso germogliano alberi dal cibo andato a male. E in primavera, con un po di fortuna, fiori del conflitto sbocceranno da questi rami e queste foglie urlando vecchie parole di libertà.

Non riclabile, estratti di lotta dalle crepe di Padova e dintorni.

Contattaci via mail a: sbagliandosimpara@anche.no

BOLOGNA: BREVE AGGIORNAMENTO SUL PROCESSO RIGUARDANTE LA MOBILITAZIONE CONTRO IL 41BIS IN SOSTEGNO AD ALFREDO COSPITO

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Lo scorso 18 aprile si è tenuta la prima udienza del processo contro 6 compagnx per fatti specifici riguardanti la mobilitazione in sostegno ad Alfredo contro il 41bis, durante la quale vennero presentati le liste testimoni sia dell’accusa che della difesa, con data 8 aprile per lo scioglimento della riserva da parte del giudice.

È quindi notizia di ieri 8 aprile che tutti i testimoni presentati dalla difesa sono stati accolti, tra cui Alfredo Cospito!

La prossima udienza durante la quale potrebbero essere sentiti tutti i testi, sia dell’accusa che della difesa, e quindi Alfredo in videoconferenza, è il 18 maggio alle 9:00.

Anche se da una squallida aula di tribunale, sarà un’occasione per fare uscire la voce di Alfredo da quella tomba per vivi chiamata 41bis in cui è sepolto da quasi 4 anni!

Il 41bis è tortura!
Alfredo libero!
Tuttx liberx!

CATANIA: STRAVOLGIMENTO IN PILLOLE

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Stravolgimento in pillole 
 
Intento di questo scritto non è fornire alla stampa o agli influencers elementi per i propri articoli e nemmeno spiegare il nostro pensiero in modo completo o esaustivo, ma contrastare 30 anni di disinformazione, banalità e cliché che si riproducono congelati nel tempo. A sempiterna dimostrazione di una società decadente che crede di essere devota al progresso e all’innovazione, ma che dimostra di essere al palo, quando non sceglie volutamente di tornare indietro imboccando i vicoli ciechi della reazione. La somministrazione di queste pillole va inserita nel contesto degli spazi occupati e del loro continuo essere sotto attacco in generale e dello sgombero della L.U.P.O. a Catania, in particolare.
 

Le regole sono uguali per tuttx?
Sentiamo dire spesso che le regole sono uguali per tuttx, una pacifica affermazione teorica che dovrebbe mettere d’accordo chiunque, ma che, nella pratica e quindi nella realtà, diventa talmente aleatoria da rasentare l’assurdo. A ben vedere sembra infatti che le regole siano diverse per tuttx.
Lo sono per chi commette lo stesso reato ma non può permettersi un avvocato decente, lo sono per le tasse dellx poverx che in percentuale pagano più di un colosso multimilionario, lo sono per chi non possiede il giusto pezzo di carta per trattenersi nel nostro paese, lo sono per un governante rispetto ad un governato, lo sono per la Russia e per Israele e potremmo continuare all’infinito. Le leggi sono codificazioni di rapporti di forza, non immutabili sacre parole scolpite nella pietra. È legale arrestare e deportare chi non ha commesso reati, è legale vietare la parola che critica Israele, è legale impedire il dissenso attraverso fermi preventivi, è legale l’abuso d’ufficio, ed è legale l’attività di lobbysmo che riduce la politica a mera esecuzione dei dettami dei potenti. Quindi, da eretichx, non ci vergogniamo di sostenere che l’inviolabilità delle vostre sante parole è solo un’opinione, in questo caso un’opinione volta a indirizzarci verso un regime. Gli spazi occupati nascono proprio per sovvertire le regole, per acquisire uno spazio dove le leggi del potere sono estranee e dove si costituiscono altri principi a seconda della comunità che li sostiene.

Spazio per la città?
Non ci appartiene l’ipocrisia di voler restituire un posto alla collettività: questo argomento, usato a destra e a manca, viene utilizzato da istituzioni, giornalisti e anime belle del movimento per giustificare tanto un’occupazione quanto uno sgombero. Ma il bene collettivo punto di fuga a cui tutte le linee politiche dovrebbero tendere è un orizzonte a cui nessuno veramente punta. Ogni scelta che indirizza le regole del gioco proviene da “legittimi” interessi di parte, e chi non detiene abbastanza potere economico è ridotto ad essere privo di voce per difenderli. A Catania i quartieri periferici mancano di servizi essenziali come fognature, reti idriche, illuminazione, scuole, servizi sociali, con strade che sono un colabrodo, e due piazze e un’arteria principale che stanno letteralmente crollando a mare. E quindi perché i fondi del PNRR vengono utilizzati prevalentemente nel centro storico, salotto buono ad uso turistico, e non dove giovano alla collettività? Ed è per il bene della collettività che si costruisce un ecomostro-giudiziario sul trafficato litorale? Chi si fa scudo dell’altruismo spesso nasconde interessi inconfessabili e noi siamo sempre stati ben chiari: un posto occupato non è un centro d’assistenza sociale che eroga servizi. All’interno non vi sono operatori stipendiati o volontari che praticano beneficenza. Uno spazio occupato è un rifugio sicuro per tuttx quellx che sono oppressx da questo sistema sociale e relazionale patogeno e necessitano di potersi esprimere liberamente attraverso attività culturali e sociali non orientate al profitto e non mediate da alcuna autorità. In quanto tale, lo spazio occupato non si rivolge all’intera cittadinanza ma funge da catalizzatore per chi al suo interno si sente ai margini, sfruttatx ed espropriatx della propria possibilità di esprimersi in una società sempre più escludente e dotata di un controllo sempre più soffocante, ma soprattutto per chi vuole reagire a questa condizione e sceglie di organizzarsi orizzontalmente per farlo.

In un mondo di deleghe l’unico rimedio è L’Autogestione
Sappiamo ci vorreste a casa, davanti ai social a regalarvi tutta la nostra intimità, mentre disimpariamo a confrontarci e ad avere relazioni sane ed autentiche, a cedere alla scarsa attenzione e a gioire della superficialità, ad uniformarci al pensiero del gregge. E vorreste vederci diventarne esemplari paladini solamente per paura di affrontare lo stigma sociale attribuito a chi difende le proprie idee fuori dal coro. Ci vorreste a costruire con fatica una vita precaria di sfruttamento e sacrifici per poter consumare in modo da arricchire qualcuno. Ma se proprio non si può sopprimere l’antico male della gioventù, si può attenuarlo attraverso la movida notturna con affollati locali e discoteche. Lì le regole del commercio assicurano il corretto svolgimento secondo i rituali del consumo: lavoro in nero, maltrattamenti e oggettificazione sessuale, orari di lavoro estenuanti, straordinari non pagati, full time pagati part time…Anche risse e furti appartengono a questa ritualità basata sulla contraddizione tra manager e dipendente, esercente e fruitore, negoziante e cliente, delegato e delegante su cui si basa l’inviolabilità della proprietà. In un luogo occupato cessa di esistere la proprietà e con essa il ruolo e la gerarchia divisiva. Chiunque attraversi lo spazio ne è una parte attiva e non un passivo consumatore. Questo permette una maggiore responsabilizzazione e quindi più cura e rispetto per il luogo e le persone senza necessità di buttafuori, sicurezza e guardie varie, ecco perché una comunità forte non necessita di polizie.

Come muoiono gli spazi occupati
Da 30 anni ad ogni sgombero la solita tiritera: “è la fine dei centri sociali!”, “Una volta erano diversi” “Ai miei tempi sono cresciuti lì artisti formidabili”, “Non hanno più la funzione di un tempo”. Verrebbe da dire: meno male!! I tempi cambiano, le persone, le idee, i movimenti e le espressioni artistiche cambiano con essi. Quello che resta è la necessità di un posto reale dove praticarle uscendo dal proprio steccato. Per noi l’autogestione e l’illegalità del posto occupato sono condizioni necessarie al suo libero sviluppo per dispiegare il potenziale sovversivo della cultura.
Quando uno spazio occupato viene sgomberato non si interrompono solamente i tanti progetti e le attività che si svolgono al suo interno ma si spezza una comunità fluida, viva e attiva. Con lo smantellamento di questa comunità additata a fattore di degrado, si prova ad indebolire la locale capacità di riproduzione di idee e culture alternative al capitale e soprattutto la sua capacità di reagire attivamente in una città territorio conteso tra chi la vive e chi la governa. Non ci stupiamo quindi che le autorità attacchino con forza questi luoghi privando queste comunità della dignità di esistere. Esemplare è il caso della L.U.P.O. dove ancora prima di sgomberare si operava ignorando lx occupanti, recintatx all’interno di un cantiere attivo come fossero invisibili. Come sempre, adesso, politici che lucrano su un sistema mafioso di prebende e clientelarismo, che operano attivamente per costruire guerre, che sostengono il genocidio di una intera popolazione, che seguono ligi i dettami di un suprematista bianco pedofilo, che attuano una sorveglianza di massa per difendere i loro privilegi, che incarcerano, deportano, torturano e massacrano, vorrebbero dirci che siamo noi ad essere una comunità simbolo di morte e degrado?

Perché non rilasciamo interviste
Solo quando un luogo come il nostro viene sradicato, alcune parti della città si accorgono della sua esistenza. Un’esistenza inspiegabile per alcunx. Un’esistenza che quindi deve essere ricondotta a concetti più familiari e innocui, in grado di spiegarla ed etichettarla, per poi catalogarla nella semplice dicotomia tra male e bene. Il sistema mediatico, che in teoria dovrebbe basarsi su un accesso equo, gratuito e universale all’informazione, è incompatibile con il sistema capitalista dato che i media al suo interno non sono altro che imprese che vendono consenso. Editori, giornalisti e adesso anche influencer ammantati dalla sacra aura d’inviolabilità democratica possono liberamente fungere da voce mercenaria degli interessi privati dei potenti di turno. Mestieri che forti di questa investitura possono prestarsi a qualsiasi bassezza: sensazionalismo, nessun garantismo per i meno abbienti, informazione parziale o non accurata, razzializzazione dei crimini, strumentalizzazione dei femminicidi, rappresentazione distorta dei rischi, articoli a pagamento, titoloni strappa click, pubblicità trasformate in articoli, e tante altre. Basare la propria comunicazione su mezzi che richiedono benevolenza e magnanimità di un nemico di classe non sembra una mossa sensata ma soprattutto perché mediare la nostra comunicazione e non fare parlare i nostri canali, muri, panchine e cespugli? Perché dobbiamo renderla virale anche al costo di distorcerne totalmente il significato? Perché per sfruttare la scia del momento dobbiamo trasformare le nostre idee in spot? Nonostante tutto hanno provato a metterci parole in bocca, a cucirci addosso i loro cliché preconfezionati, per inquadrarci nella rassicurante narrazione che conviene ai loro sponsor. Ma stavolta i grigi scribacchini del bianco e nero, restando all’asciutto d’informazioni di prima mano e confusi da contrastanti input, si sono dovuti arrendere alla complessità del mondo a colori.

Un grande abbraccio complice a tuttx lx ammutinatx, consapevoli che nonostante i rischi la libertà è sempre un buon bottino!

 

SIAMO LA CODA DEL SERPENTE CHE VIENE GIÙ DAL MONTE PER RITROVARE LA SUA VOCE CHE CI VIEN TOLTA OGNI DÌ

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Siamo una coda composta da diverse soggettività* che abitano l’Appennino.
L’8 marzo abbiamo cantato canzoni con una tradizione di denuncia e lotta e di liberazione.
Abbiamo unito i nostri corpi per dare voce alla stanchezza, alla frustrazione e alla rabbia che ci muovono, ribadendo che l’8 MARZO NON È UNA FESTA.

Da Porretta a Casalecchio, abbiamo scelto di utilizzare il treno in quanto principale mezzo di trasporto pubblico del territorio e luogo dove quotidianamente accadono violenze, molestie e discriminazioni.
Mosse dall’entusiasmo e dalla forza collettiva, abbiamo cantato in mezzo alla strada, all’altezza di Marzabotto, rallentando il traffico per qualche minuto e riempiendo quello spazio simbolico che è la Porrettana: l’arteria principale della Valle del Reno dove anche la domenica pomeriggio sfrecciano veicoli ad alta velocità e dove anche una breve interruzione di quel ritmo è in grado di generare reazioni di rabbia, ostilità e odio.
Lo dimostrano anche alcuni commenti ricevuti:
“Anormali”, “Avrei voluto dare gas e asfaltarvi tutte”, speravo passasse un tir e vi riducesse a strisce pedonali”, “siete solo delle stronze perdigiorno”.
Se tutto questo può aver causato disagio a qualcun, NON CI SCUSEREMO.

Molte le persone solidali che si sono unite ai canti, ma anche tanti gli insulti e le minacce da parte sia di cittadini che di cittadine.
A riprova che la repressione del dissenso e la violenza patriarcale non si esprimono solo con la divisa, sono interiorizzate da chiunque!
Ed è per questo che continueremo a contrastare la cultura patriarcale che normalizza violenze di genere, discriminazioni, molestie, stupri, femminicidi, guerre e ingiustizia sociale!

Continueremo a lottare con convinzione, anche quando questo significherà interrompere il ritmo quotidiano di chi preferisce non vedere e non ascoltare.

Vogliamo difendere i nostri spazi di cura e appropriarci di quegli spazi che il patriarcato rende non sicuri e inaccessibili, per noi e per altre soggettività che sono la coda questo sistema.

Ci insinueremo nelle crepe per allargarle e per fare spazio ai nostri corpi e alle nostre voci, lì dove qualcuno avrebbe preferito invisibilizzarli e farli tacere.

Vogliam cantarle tutte queste strofe tutte queste strofe
Di gioia, di rivolte e liberazione
Del patriarcato si vogliam la fine
Evviva l’autodeterminazione!

*categorie oppresse, marginalizzate, razzializzate, con disabilità, siamo donne, persone non binarie, madri,
lesbiche, disoccupate, lavoratrici, persone trans, studentesse, pendolari, precarie.

ANCORA SUL PROCESSO PER L’OMICIDIO DI VAKHTANG ENUKIDZE

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Continua presso il tribunale di Gorizia il processo per omicidio colposo per la morte di Vakhtang Enukidze, prigioniero georgiano ucciso da un pestaggio delle guardie nel cpr di Gradisca, avvenuto nel gennaio del 2020.Imputati per questi fatti sono Roberto Maria La Rosa, impiegato al centralino la notte della morte di Enukidze e il ben noto Simone Borile, direttore di Ekene all’epoca dei fatti (oggi, alla guida di questa cooperativa, che oltre al campo di Gradisca gestisce anche quelli di via Corelli a Milano e di Ponte Galeria a Roma, c’è la nuora di Borile stesso, Chiara Felpati).

Nell’udienza del 28 febbraio scorso il tribunale ha udito il medico legale incaricato dalla procura di Venezia, Silvano Zancaner, che in questa occasione ha ribadito, a distanza di più di sei anni dall’accaduto, la stessa versione imbastita dai suoi colleghi nelle settimane immediatamente successive all’assassinio: Enukidze è stato nuovamente descritto come un prigioniero tossicodipendente, morto di edema polmonare conseguente a overdose da “eroina mescolata a lidocaina e acetina”, sebbene presentasse anche “lesioni superficiali di tipo traumatico contusivo”, definite banali dal medico incaricato. Queste, in un primo momento, furono attribuite ad una “rissa fra detenuti”, versione velocemente accantonata a favore di quella del “detenuto tossico”.

Evidentemente non contenta della piega che sta prendendo la farsa tribunalizia, la difesa di Ekene ha addirittura portato un consulente tecnico per “la logistica e i canali della comunicazione” che ha riferito i risultati di prove di cosiddetta “avvistabilità fisica e sonora” (concordate in seguito con le guardie e gli operai di Ekene) e le testimonianze di due operai della coop – Ahmed Boutaamout e Kabli Nourdine, quest’ultimo, da quel che si apprende, mediatore culturale nel cpr – mandati a svolgere fino all’ultimo il loro compito di responsabili e coscienti collaboratori attivi al servizio degli scopi del loro datore di lavoro, cioè fare un sacco di soldi dalla galere che ha in appalto. Il prodotto del lavoro è sempre “al di là del bene e del male”.

Su ruolo, funzione e coscienza individuale di queste figure di secondini in pettorina, complici attivi e fondamentali nel controllo, nella repressione e nelle pratiche di tortura all’interno di ogni cpr non ci dilunghiamo ancora, sicuri che le parole a riguardo degli stessi prigionieri siano ben più eloquenti di quanto potremmo esserlo noi.

Se questa vicenda è assai esemplificativa da un lato dei meccanismi del regime di oppressione razzista di stato e dell’altro anche delle sue capacità di riproduzione e autosostentamento a più livelli, possibili grazie ad una catena di evidenti complicità, quella di Moussa Balde lo è in maniera ancora più chiara. Lo stato di norma non si autoprocessa e, se ritiene opportunamente di fingere di farlo, sicuramente non si autocondanna, come ribadito recentemente dalla sentenza di primo grado del processo per la morte di Balde, suicidatosi nel maggio 2021 in cella di isolamento nel cpr di corso Brunelleschi a Torino, dove era stato portato dopo essere stato arrestato perché trovato senza documenti in seguito ad una brutale aggressione razzista subita fuori da un supermercato a Ventimiglia, sulla frontiera francese. Prima di arrivare al cpr, Moussa passò dall’ospedale, fu dimesso nonostante le gravi condizioni fisiche e psicologiche in cui versava e portato in un cella di sicurezza, dove arrivò la convalida al trattenimento in cpr. Sebbene la morte di Moussa Balde sia stata riconosciuta come omicidio con la condanna dell’ex direttrice del centro – all’epoca gestito dalla multinazionale francese della detenzione GEPSA – a un anno di reclusione con sospensione della pena, sono stati assolti sia il medico allora responsabile della gestione sanitaria nel cpr, sia la questura che la prefettura di Torino, l’emanazione dello stato diretta responsabile della gestione di questo e di tutti i campi per le deportazioni.

A Gradisca, come a Torino e come in tutti gli altri luoghi della detenzione amministrativa o penale, nonostante indagini e processi da dare in pasto a una certa pubblica opinione indignata, la macchina di monito, ricatto, selezione e eliminazione deve continuare ad ogni costo a girare a pieno regime una volta “ripulita” e nuovamente oliata. I cpr, le galere del circuito penale, le carceri minorili, possono uccidere ed uccidono in molti modi, non solo quando un detenuto o detenuta vi trova la morte, ma anche attraverso l’annientamento fisico, mentale, psichico, la distruzione di intere esistenze.

Che Vakhtang Enukidze sia morto per il pestaggio subito da una squadra di guardie in antisommossa oppure di overdose in seguito allo stesso pestaggio, che sia stato o meno soccorso con tempestività e attraverso quali canali, è una questione che può veramente interessare solo i tribunali dello stato. Questo – che sempre deve tentare di salvare quel poco che rimane della propria maschera democratico-giustizialista e quel tanto che invece c’è ancora da guadagnare sulla pelle e le vite dei prigionieri in questi campi – porta a processo due dei suoi manovali stipendiati, un operaio ed un ex-capoccia della stessa cooperativa a cui nel settembre 2025 la prefettura di Gorizia ha riaffidato l’appalto della gestione del cpr gradiscano.

Ciò che avviene all’interno dei campi per le deportazioni si situa completamente al di fuori del perimetro del “diritto” – nonostante vaste compagini riformiste e di fatto collaborazioniste si ostinino a dichiarare il contrario –  e in questa stessa ottica lo stato e i suoi apparati cercano di tamponare le magagne che di volta in volta gli si presentano. Pestaggi, gas e idranti, psicofarmaci e sedativi nel cibo avariato, morte in isolamento, appalti al ribasso ad un oligopolio di aziende specializzate nella gestione dei campi, costruzione di nuovi e allargamento di quelli esistenti, deportazioni in paesi governati da dittature militari qualificati come “sicuri” in base a specifici accordi bilaterali, rastrellamenti, retate ed esecuzioni nelle strade, irreggimentazione di tutti coloro che sono deputati al funzionamento della macchina (vedasi il caso dei medici dell’ospedale di Ravenna), un corpus legislativo concepito ad hoc.

Questi sono solo alcuni dei pezzi di un unico impianto utile non solo alla mera propaganda razzista a fini elettorali e alla costruzione di consenso verso una gestione sempre più repressiva di tutto il corpo sociale, ma soprattutto campi di sperimentazione e implementazione di pratiche e dispositivi applicati a specifiche componenti sociali nel contesto di una guerra al reale e potenziale nemico interno – la manodopera sfruttata, i poveri, i marginali, i “socialmente pericolosi”, i ribelli in vario modo all’ordine imposto – in un presente di guerra sempre più dispiegata, che dall’esterno dei confini nazionali penetra, a bassa intensità, al loro interno.

Sotto la gestione di questura e prefettura goriziane, azienda sanitaria locale (ASUGI) che convalida le detenzioni all’interno del cpr e cooperativa Ekene (Via Sant’Elena 34, Battaglia Terme, Padova), sono morti nel cpr di Gradisca – dal dicembre 2019 ad oggi – quattro prigionieri. Oltre a Enukidze, Orgest Turia, Anani Ezzedine e Arshad Jahangir, senza dimenticare Sandrine Bakayoko, morta nel campo di Conetta (Venezia) nel 2017.

Sempre con i rivoltosi/e di tutte le galere

Con chi si batte per la propria libertà, scagliandosi contro le gabbie in cui è rinchiuso/a

Sempre, ed oggi ancor di più, con i compagni e le compagne inquisiti/e e privati/e della libertà per aver lottato con ogni mezzo necessario contro chi lavora al mantenimento di un regime di miseria, sottomissione e morte

Con i compagni/e che non ci sono più, ma il cui ricordo ed esempio vivranno per sempre

 

CATANIA: NOTIZIE DALLA PALESTRA L.U.P.O. [IN AGGIORNAMENTO]

Condividiamo questi testi di aggiornamento dalla Palestra L.U.P.O di Catania. Il 21 marzo lx compagnx hanno ricevuto notizia dell’imminente demolizione dell’edificio e cantierizzazione dell’area, per realizzare l’ennesimo progetto di “riqualificazione urbana” finanziato con i soldi del PNRR. Da quel giorno, compagnx e solidali resistono in presidio permanente contro le ruspe del Nulla che avanza. Tutta la nostra solidarietà a chi continua ad aprire spazi di libertà: contro sgomberi e gentrificazione, lottiamo contro i padroni delle città.


31/03/2026

Dopo otto giorni di presidio permanente in Piazza Pietro Lupo, alle 4 di notte del 31 Marzo 2026 un ingente arrivo di mezzi pesanti e ogni tipo di forza armata circonda la L.U.P.O. per dare il via allo sgombero e simultaneamente alla demolizione.
I presenti al momento dell’irruzione vengono identificati e subito rilasciati.

Il quartiere è militarizzato e tutte le vie d’accesso alla piazza sono bloccate da mezzi pesanti e barriere mobili, impedendo il transito diretto.

Una cinquantina di solidali resta in presidio all’angolo tra Via Teatro Massimo e Piazza Cutelli, il punto più vicino e adiacente raggiungibile.

Un’idea non si demolisce.
Contro galere, cpr e cantieri, fino alla fine.


28/03/2026

Questo non è uno sgombero
Questo non è un cantiere
Questo è un ammutinamento

Che un pezzo di città non volesse rinunciare alla L.U.P.O. era già intuibile, ma la solidarietà immediata dopo l’anomalo tentativo di sgombero ha spazzato via ogni dubbio. La necessità di spazi che non calino dall’alto e che rifiutino le logiche relazionali del profitto è talmente forte che in tantx sono dispostx a combattere per ottenerla.
Il tentativo di recintarci in un cantiere mentre ancora viviamo lo Spazio è la dimostrazione del pressappochismo criminale dell’apparato istituzionale che, galoppando ormai verso un progressivo scenario sempre più militarista, crede di poter disporre di chiunque come di un docile soldato pronto per il fronte.
Ed è proprio in questo scenario che le istituzioni sono colluse, direttamente e indirettamente, in ogni disegno bellico.
A fare grandi affari è l’industria della guerra italiana che nel 2025 ha registrato un volume di transazioni per un totale di 14 miliardi, ma è la società intera che si avvia verso un processo di militarizzazione dell’esistente. Il nuovo modello occidentale è la macchina da guerra sionista alimentata da colonialismo razzista e fanatismo religioso. Con una disciplina che prende piede già nelle scuole e attraverso l’indottrinamento mediatico si mantiene con la pervasiva tecno-sorveglianza.
Disertiamo tutte le guerre e rimandiamo al mittente gli ipocriti attacchi che vengono da chi rappresenta un sistema genocida.
Contrastare la gentrificazione e le logiche di profitto sono la macchia che vogliamo creare nella decorosa trama dietro il cantiere di Piazza Lupo, incuranti delle invettive di politici di quartiere, di presunti residenti preoccupati e degli interessi dei soliti costruttori mafiosi amici del potere.
Crediamo in spazi autogestiti e orizzontali e snaturare questa scelta rimane solo una vigliacca via d’uscita per ricondurre il conflitto a più miti posizioni, forse quelle di chi ha dichiarato in questi giorni la necessità di aprire tavoli di concertazione o proporre creazioni di hub socio-culturali.
Chi difende la L.U.P.O. e chi in varie parti d’Italia e non solo, ha manifestato solidarietà, sa bene che l’autogestione e l’azione diretta sono le pratiche necessarie da contrapporre a strategie di recupero e contrattazione con il potere.

La L.U.P.O. continua
Piazza Pietro Lupo è occupata Permanentemente dal 23 Marzo
Fino all’ultimo ululato collettivo


Il Consiglio del Primo Municipio, per quanto sia un organismo che non riconosciamo e disprezziamo come qualsiasi frammento del grande mosaico istituzionale dell’oppressione, ci fornisce un’occasione per fare chiarezza sullo sgombero della L.U.P.O.
Il vero insulto al riscatto di questo quartiere non sono certo gli abbattimenti delle transenne del cantiere e il non rispettarne la sua sacra inviolabilità ma il prendere per buona l’ennesima proposta che mira a creare una piazza gentrificata ad uso e consumo di profitto e turismo. Crediamo che il vero insulto è la solita salsa pseudo ambientalista delle istituzioni quando, inserendo colonnine di ricarica elettriche e pannelli solari, credono di poter abbindolarci proponendo l’ennesimo parcheggio.
Al dubbio peloso del Primo Consiglio Comunale che si chiede chi, addirittura, potrebbe mai esercitare una tale violenza contro un cantiere rispondiamo con facilità: tutti e tutte le solidali agiscono con protervia per riappropriarsi della città, la cui rinascita non sta certo in nuovi posteggi o demolizioni di luoghi di aggregazione.
E siamo concordi: l’azione diretta non è mai una bravata, mai lo sarà, perché agire senza delega contro chi ci opprime è una parte essenziale della nostra vita. I lavori potranno pure andare avanti in un cantiere al di fuori della stessa legalità che tanto amano, la L.U.P.O. potrà essere demolita alla fine di questa resistenza coraggiosa ma una cosa è certa: chi sta frapponendo i propri corpi contro lo sgombero della L.U.P.O. diffonde autogestione, orizzontalità e lotta ad un esistente sempre più costretto dalle logiche di mercato e di potere.
Alla vostra presunta rigenerazione urbana, al vostro decoro e ai vostri sogni di hub turistici e led a basso consumo pronti a rendere questa città sempre più una vetrina contrapponiamo la nostra passione per la libertà che è più forte di ogni autorità.


25/03/2026

Dopo tre giorni dall’inizio dell’occupazione di Piazza Lupo il messaggio è chiaro: uno sgombero provoca solo ulteriore sovversione e aizza gli animi ad ambire a sempre maggiore libertà d’azione. Il continuo flusso di solidali cementa la concretezza della pratica di autogestione: pranzi e cene sociali diventano routine, così come i confronti durante le assemblee sulla rotta da tenere; ci si scambia esperienze e si tracciano nuovi percorsi. Fiorisce la gratitudine per il vicinato che esprime supporto e non si risparmia l’odio verso ogni tipo di forza dell’ordine che accenna timide e goffe incursioni a sostegno della realizzazione del cantiere.
Nel tardo pomeriggio lx solidali si riappropriano degli spazi sottratti dalla repressione e abbattono le transenne del cantiere muovendosi poi in corteo spontaneo verso il municipio, ricordando al Comune con uno striscione che lo sgombero della Lupo non avverrà in silenzio.
Abbiamo ben presente tuttavia che qualcosa manca: chi è adesso rinchiuso in galera o chi è costrettx a stare lontano da qui a causa dei fogli di via.
Mentre loro sono prigionierx in celle o in confini geografici arbitrari, la Lupo affila gli artigli e si scaglia contro l’assedio che sempre di più sta circondando la sua tana.
Resisteremo anche per loro, perché quando torneranno potranno essere di nuovo parte dei percorsi di lotta che abbiamo condiviso e che sono transitati anche dentro la Palestra Lupo.

È vero, potrebbe finire tutto anche domani. Ma l’oggi che ci stiamo riprendendo vale tutta la posta in gioco.

Le idee non si demoliscono, le barriere si. Fino all’ultima.


24/03/2026

Il comune ha deciso che noi ce ne dobbiamo andare, ma non si assume la responsabilità di buttarci fuori.
La giunta sociale piaciona preferisce non avere ulteriori cali di popolarità. Dopo aver bruciato 2 teatri, restare inerte difronte al crollo di 2 piazze e suscitando l’ilarità generale per la sua incredibile candidatura a capitale della cultura. Operai e municipale dovrebbero spaventare lx occupanti della lupo e indurlx ad abbandonare il luogo. Da due giorni però la lupo resiste. Il cantiere rimane aperto e la piazza Pietro lupo piena di solidali.
Dopo che hanno  provato a recintarci, domani rispondiamo con una nuova giornata di lotta, per affermare con decisione la nostra presenza in città.
La presenza di un’occupazione che da più di 10 anni porta avanti una realtà alternativa al capitale, con pratiche di autogestione.
Domani mattina ore 6:00 colazione diretta.

Il tentativo di accerchiamento fisico della Lupo è proseguito nella giornata di oggi(24/03/2026). Il Comune di Catania continua a delegare agli operai della ditta incaricata di allestire il cantiere il ruolo di confinatore della nostra tana. Nel corso della mattinata, con evidente frustrazione della manovalanza, viene tentata l’ulteriore stretta tramite l’aggiunta di nuove transenne. Il branco non si fa intimidire, difende il territorio ed impedisce che l’asfissia voluta dal potere si concretizzi.
La convivialità, la musica e la solidarietà sono i pilastri di queste giornate, indicando che non c’è volontà di fare nessun passo indietro.

Crediamo sia ora di mostrare gli artigli a chi crede di poter spaventarci solo con la movimentazione di reti, barriere e ostacoli.
L’appuntamento è per le 6:00 con una colazione diretta che dia il via a una giornata di lotta e di riappropriazione di condizioni di vita che ci soddisfano.
La Lupo chiama a raccolta chiunque l’ha transitata, la transita e desidera ancora poterlo fare.
È tempo di ululare, ancora una volta, insieme.

NON SI CHIUDONO LX LUPX IN GABBIA.


23/03/2026

Il comune di Catania, nella giornata di venerdì, si premura di affiggere una serie di avvisi intorno alla L.U.P.O. per comunicare l’avvio del tanto discusso cantiere, con inizio 23/3/26 e fine 31/12/26, finanziato dai fondi del PNRR. È l’epilogo di mesi di rinvii, solleciti e altri ingolfamenti tipici della macchina burocratica.
La notizia corre veloce e decine di solidali iniziano a organizzare una presenza costante, confrontandosi e cercando di fare fronte comune contro la minaccia che incombe.
Il comune di Catania ha fretta, molta fretta, forse perché teme di sforare con le tempistiche dei fondi europei e pertanto invia stamattina di buon’ora gli operai della ditta appaltatrice per delimitare l’area di cantiere, ovvero la Piazza Pietro Lupo. Neanche si cura di avvalersi dei cani da guardia del potere, forse troppo impegnati a vigilare i seggi referendari, per dare manforte all’operazione. C’è solo un problema. La L.U.P.O. non è un mero edificio vuoto, una presunta macchia nel tanto caro decoro cittadino, è anche l’unione di chiunque l’ha transitata negli anni e continua a farlo.
Gli operai si ritrovano a dover perimetrare un cantiere al cui interno il branco ancora ulula, ricordando all’autorità che la tana non si abbandona prima del tempo. Durante la  giornata si susseguono assemblee, incontri, chiacchiere, convivialità. La piazza antistante, bersaglio ambito dal potere, diventa una ulteriore zona di resistenza sottratta alla repressione dove in questi momenti chi è solidale dimostra la propria vicinanza.
Il presidio è permanente, la voglia di restare insieme anche e per tutta la serata di oggi e fino alla mattina di domani è ancora tempo di ululare alla luna.
La L.U.P.O. può anche perdere il posto, ma non il vizio!


21/03/2026

PRESIDIO IN PIAZZA PIETRO LUPO (CT) LUNEDÍ 23/03/26 DALLE 9:00
Dopo averla tirata per le lunghe, fino all’ultima scadenza possibile, per il Comune di Catania è arrivata l’ora dello sgombero della L.U.P.O. Questo spazio aggregativo al di fuori delle logiche di profitto sta per scomparire inghiottito dal Nulla, che tutto divora per trasformare in merce. La L.U.P.O. verrà demolita per fare spazio ad una piazzetta con parcheggio per completare il progetto vetrina del centro città, ad uso esclusivo dei turisti. Con i soldi del PNRR invece di mettere in sicurezza una città devastata da incuria e malagestione in cui il fronte mare crolla, i teatri prendono fuoco e i quartieri popolari restano degradati e privi dei servizi fondamentali, decidono di mettere a profitto ogni singolo pezzo di storia, con la scusa della cultura. L’ipocrisia si trasforma in sfacciataggine, grazie a un’amministrazione che crea una percezione mediatica artificiale, spremendo ogni monumento per monetizzare a favore di una città esclusiva che invece crea marginalità e miseria.
Il clima repressivo che l’intero pianeta sta subendo giustifica ulteriormente l’atteggiamento di un potere che non trova più freni o ostacoli a rallentare la sua marcia, così tramite degli avvisi di zona rimozione affissi alla L.U.P.O., (che fanno riferimento ad una ordinanza sul progetto PUI) validi da lunedì 23 marzo al 31 dicembre ci rendono noto la data dello sgombero o meglio ancora dell’apertura del cantiere per portare a termine la demolizione della L.U.P.O.
Quando la legalità si nutre di sfruttamento del lavoro, sorveglianza, deportazioni, reclusioni, guerre e genocidi, rivendichiamo con orgoglio la nostra indipendenza, rivendichiamo le pratiche di autogestione, rivendichiamo la matrice antifascista, antirazzista, antimachista e anticapitalista che  guida il nostro agire, rivendichiamo di aver sperimentato rapporti sinceri ed orizzontali, rivendichiamo la nostra illegalità.
Con lo sgombero della L.U.P.O. un altro pezzo del puzzle si incastra perfettamente alla creazione della sterile città dei padroni, purgata dal degrado del vivente, consegnata alla monocultura del capitale. In pratica un vero e proprio deserto sociale dove abbandonare le centinaia di ragazzx che ogni settimana hanno attraversato la L.U.P.O. coscienti di essere in un luogo che gli appartiene, conquistato attraverso il conflitto e non per una concessione e malgrado l’opposizione delle istituzioni. Il governo cittadino ha deciso di sgomberare manu militare per sanare una contraddizione con la forza, per imporre la sua decorosa idea di città. Ma un’idea è un fuoco che divampa nelle nostre teste e nessuna repressione può spegnere l’incendio che si è propagato nelle menti di chi ha vissuto la L.U.P.O.

BOLOGNA: SULL’INIZIO DEL PROCESSO PER LA MOBILITAZIONE IN SOLIDARIETÀ AD ALFREDO DURANTE LO SCIOPERO DELLA FAME CONTRO IL 41BIS E L’ERGASTOLO

Diffondiamo:

Condividiamo con voi queste righe di aggiornamento su uno dei processi per la mobilitazione a fianco di Alfredo, con lo stomaco chiuso e una forte stretta al cuore per la morte di Sandro e Sara avvenuta nella notte di giovedì 19 marzo. Due compagni anarchici che se ne sono andati da un mondo in cui ci sarebbe invece sempre più bisogno di cuori sinceri, di sguardi attenti e di mani generose.
Con fermezza e senza indugio ribadiamo la nostra solidarietà e complicità con tuttx lx ribelli e rivoluzionarx che lottano ogni giorno contro lo Stato che reprime, tortura e uccide; contro un sistema guerrafondaio e mortifero e i suoi aguzzini.
Sempre al fianco di chi lotta, di chi trama nella notte!

Fuoco a ‘sto mondo infame!
A Sandro e Sara, per l’anarchia!

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Mercoledì 18 marzo presso il tribunale di Bologna si è tenuta la prima udienza a carico di 6 compagnx per 3 fatti avvenuti prima e durante i mesi di mobilitazione in solidarietà al compagno anarchico Alfredo Cospito in sciopero della fame (danneggiamento di un cantiere durante l’occupazione di una gru, danneggiamento di impianti informatici per due ripetitori andati in fiamme, e l’interruzione di una messa).
È stata discussa la lista testi della difesa, in cui figura anche Alfredo; la giudice ha rinviato all’8 aprile per comunicare la propria decisione in merito. Per la prima udienza abbiamo chiamato una presenza dentro e fuori dall’aula di tribunale e letto degli stralci di una dichiarazione che riportiamo per intero qui sotto, per ribadire la nostra solidarietà e complicità con Alfredo, con tuttx coloro che hanno lottato e che lottano contro il regime di tortura del 41bis, e tutte le galere di questo mondo infame.

DICHIARAZIONE LETTA IN AULA DA 6 COMPAGNX SOTTO PROCESSO A BOLOGNA

I fatti per cui oggi veniamo portati al banco degli imputati riguardano la campagna di solidarietà che si attivò su scala internazionale a cavallo tra il 2022 e il 2023 in sostegno ad Alfredo Cospito, prigioniero anarchico rinchiuso nel regime di 41bis dal maggio 2022 che intraprese uno sciopero della fame di 6 mesi contro questo istituto detentivo e l’ergastolo ostativo.
Condannato a 23 anni, insieme ad Anna Beniamino condannata a 18 anni, per strage politica -il reato più grave previsto dall’ordinamento italiano- pur in assenza di morti e feriti. Diversamente da quanto accaduto per piazza Fontana (17 morti), per la stazione di Bologna (85 morti), per piazza della Loggia (9 morti e 102 feriti), per gli innumerevoli attacchi razzisti (ricordiamo in particolare quello di Castelvolturno del 2008, 8 morti): in nessuno di questi casi la strage politica è comparsa tra i capi di imputazione. Né è mai stato scomodato questo reato per le migliaia di morti sulle coste mediterranee o per le centinaia che ogni anno si verificano sul posto di lavoro -queste sì, vere e proprie stragi prodotte da decisioni politiche deliberate e omicide. E perché? Non certo perché i fatti non si accordassero al codice. È semmai questa la conferma di una verità ben nota, che il codice è strumentale, proprio come le stragi, quelle vere e indiscriminate. Entrambi strumenti, a intensità diversa, con cui uno Stato ipocrita colpisce chi lotta o spaventa la popolazione, riducendola a chinare la testa, a non partire, a lavorare in silenzio, ad accettare le strette autoritarie.

La contemporaneità bellica e le conseguenti strette repressive di cui siamo testimoni ce lo rendono sempre più evidente, ecco perché per noi continuare a lottare è più che mai necessario.
E lo facciamo prendendo parola in quest’aula, perché vogliamo dare ancora voce a chi lo Stato vorrebbe mettere a tacere attraverso un regime carcerario di tortura, la cui natura è stata resa evidente al mondo intero grazie alla lotta di Alfredo.
In quei mesi tanti prigionieri e prigioniere aderirono allo sciopero della fame di Alfredo, altri mostrarono la loro solidarietà rinunciando a benefici o come era loro possibile. Questa coraggiosa lotta ha fatto emergere un ampio e determinato movimento di solidarietà anche fuori dalle carceri.
Raramente, negli ultimi decenni, il sistema carcerario, i suoi dispositivi punitivi, la sistemica violenza di cui è permeato e l’arbitrarietà delle sue regole sono stati analizzati, criticati e contestati anche fuori dai contesti militanti. Questa mobilitazione, invece, ha coinvolto un ampio settore di
società: la mobilitazione studentesca, come la presa di parola e la partecipazione attiva di organizzazioni, associazioni e soprattutto di migliaia di individui hanno rappresentato un’assunzione di consapevolezza con pochi precedenti. L’obiettivo, da parte di questa molteplicità di voci, non era fare pressioni per spingere a riformulare le basi giuridiche di un istituto detentivo, bensì sancirne la fine.

L’eterogeneità di pratiche con cui questo corpo in mobilitazione si è speso è evidente, non serve un tribunale per stabilirlo. Il dato che conta -e che non si può cancellare- è che ha fatto vacillare chi si era così zelantemente prodigato nel rendere giuridicamente possibile l’applicazione del 41bis ad Alfredo. Come scrivemmo in un volantino in quei mesi, “Da una cella di 41bis un anarchico fa tremare lo Stato”. Niente di più vero e nessuna risposta diversa da ciò che ci si poteva aspettare: lo Stato ha mostrato i muscoli e ha azionato la ghigliottina.
Se in tutta Italia è stata attivata la macchina repressiva contro moltissime voci e azioni che hanno accompagnato la lotta di Alfredo Cospito, è perché i motivi di quella lotta sono particolarmente scottanti per lo Stato italiano. L’Istituto dell’antimafia fa parte dei miti fondativi della seconda Repubblica e le sue declinazioni pratiche vengono raramente messe in discussione, nonostante l’evidente fallimento nel contrastare un sistema che resta profondamente intrecciato a quello dello Stato. Sistema sia di potere che economico, al Nord come al Sud.
All’interno dei dispositivi di ingiustizia, arbitrarietà e violenza di cui è dotato il sistema punitivo della giustizia italiana, il 41 bis e l’ergastolo ostativo sono due strumenti di tortura.
E non si tratta di un artificio retorico, ma di un’analisi sostanziale dell’utilizzo di questi istituti, partendo proprio dal significato letterale del termine, che – citando la Treccani – si riferisce a “varie forme di coercizione fisica applicate a un imputato […] allo scopo di estorcere una confessione o altra dichiarazione utile all’accertamento di fatti non altrimenti accertati, dei quali si debba tener conto nel definire il giudizio”.
L’esempio principe del mafioso che scioglie il bambino dell’acido, fonte di giustificazione populistica di infinite nefandezze, ci parla chiaro: il responsabile, condannato anche per altri omicidi, restò in regime di 41 bis per 4 anni per poi essere liberato. Perché fu liberato? Perché scelse di collaborare con lo Stato.
Tuttora – e dai primi anni novanta ad oggi – diverse centinaia di detenutx sono in 41 bis, sottoposti all’isolamento quotidiano e affettivo, allo stigma sociale che ricade anche sui loro affetti, alla deprivazione sensoriale e molti di loro al fine pena mai. Una condizione cinicamente e scientificamente pensata e realizzata al fine di annichilire la persona.

L’origine geografica di coloro a cui viene prevalentemente applicato il 41 bis, inoltre, ci dice chiaramente cosa significhi, oltre le statistiche, il mai estinto approccio coloniale nei confronti del Sud Italia: un ragazzo di 20 anni arrestato per spaccio nel nord Italia difficilmente entrerà in questo regime carcerario, al quale invece verrà quasi sicuramente sottoposto un suo coetaneo del sud, già dalla fase di arresto cautelare.
Ma sarebbe ingenuo limitarsi alla condanna di tale approccio coloniale senza evidenziare il profondo, inscindibile legame esistente tra gli apparati dello Stato che si servono di questa gente, dal pesce piccolo al pesce grosso, e il Sistema di cui essi fanno parte. Il 41 bis nasce come discarica in cui lo Stato getta tutti i pesci che deve fare fuori dopo essersene servito, la tomba per vivi in cui rinchiude chi non deve più poter parlare e da cui si può uscire solo sancendo un patto di collaborazione con il proprio aguzzino. La natura intrinsecamente violenta di questo regime carcerario squisitamente democratico, trova poi la sua estensione nella possibilità di essere applicato al nemico interno, ossia ai “prigionieri politici”, siano essi comunisti (come Lioce, Morandi e Mezzasalma, in 41 bis dai primi anni 2000) o anarchici (come Alfredo Cospito). Per loro, ricordiamolo, l’unica via d’uscita da questo regime di tortura, è l’abiura delle proprie idee, cioè dei propri percorsi di lotta e di vita, sostanzialmente di se stessi. A tanto arriva la democratica violenza dello Stato: deprivare il fisico e la psiche del prigioniero per minare le sue convinzioni qualora esse non siano allineate con il pensiero unico o, ancor peggio, dichiaratamente sue nemiche.

Con la stessa facilità con cui il genocidio del popolo palestinese è passato dall’essere un evento mainstream a un rimosso collettivo, anche la violenza del 41bis, seppur in scala 1:100 a confronto, è velocemente tornata sotto il velo di silenzio in cui giaceva prima della mobilitazione a cui abbiamo fieramente preso parte.
Sintomo dei tempi?
Fa paura, a fronte dello stato di guerra e di polizia in cui stiamo precipitando, pensare alla possibile ulteriore estensione di questo istituto detentivo. Non serve essere antagonisti, anarchici o chicchessia per prenderne coscienza. Sarebbe molto spiacevole dover affermare un giorno “l’avevamo detto”: proprio per questo non siamo disposti a chiedere scusa per aver lottato al fianco di Alfredo e affermiamo con decisione la nostra simpatia, complicità e solidarietà verso qualunque azione fatta nel mondo in quei mesi di sciopero della fame a fianco di Alfredo Cospito e degli altri prigionieri e prigioniere per contrastare il 41bis e la nostra solidarietà verso il popolo palestinese che con estrema tenacia, resiste e trova nella resistenza la sua ragion d’essere.

Imputate e imputati


Testo in pdf: dichiarazione Bologna

NOTIZIE DAL CPR DI MACOMER

Diffondiamo:

Dal CPR di Macomer arrivano informazioni che mostrano nuove forme in cui lo Stato articola razzismo e caccia al migrante. Molti degli uomini sequestrati nella struttura di Macomer vi sono stati deportati non solo dopo essere stati catturati nel corso di rastrellamenti eseguiti nelle strade della Sardegna e di varie parti d’Italia. Sempre con più frequenza vengono sequestrati uomini provenienti da carceri e/o colonie penali, nonostante abbiano scontato l’intera pena, e, in alcuni casi, siano in attesa della risposta alla richiesta d’asilo.

Come già riportato in un altro post, poiché gli operatori della struttura non vengono pagati, il centro è sotto il controllo totale degli sbirri, diretti dal gestore virtuale del CPR sin dalla sua apertura, il dirigente del commissariato Federico Farris. Non è dato, invece, sapere il nome di chi dirige il centro. Ci dicono che il direttore, che non è mai presente, venga cambiato spesso e non viva in Sardegna, per cui la nomina è solo di facciata e la responsabilità ricada sulla facente funzioni Antonia Sanna. Ci raccontano che gli oggetti personali requisiti all’ingresso ai nuovi arrivati, talora spariscono e non verranno mai più riconsegnati, che il medico è presente non più di una mezz’ora al giorno, che il personale paramedico è in numero ridotto, che manca perfino il materiale sanitario di consumo tanto che le ferite vengono chiuse con il nastro adesivo. In altre parole, si confermano la pessima fama di Officine Sociali, cooperativa completamente allo sbando, e della Prefettura di Nuoro, per le sue doti acrobatiche mostrate nel riuscire ad affidare gli appalti ai più impresentabili degli impresentabili, come già accaduto in passato con le precedenti gestioni.

Ciò che è inaudito, però, è il recente ricatto esercitato sui sequestrati nella struttura. Quando hanno bisogno di cure che richiedono terapie diverse dalla somministrazione di paracetamolo e rivotril, vengono invitati (costretti) a pagarsi la visita (abbiamo notizie di pagamenti di diverse centinaia di euro) in uno studio medico privato, in cui vengono condotti scortati dalla polizia. Aldilà della gravità del fatto che il prigioniero non venga condotto in ospedale (forse per paura che, una volta tanto, accertate le sue condizioni di salute, non venga rimandato nella struttura?), e che questo costituisca un’ulteriore forma di punizione per chi non ha mezzi per pagarsi la visita, potrebbe essere interessante sapere chi sceglie il medico (certamente non il prigioniero) e in base a che criteri. Ci sarà mica qualche conflitto d’interessi?

Crediamo che lo Stato a Macomer sta sperimentando un’esternalizzazione totale della gestione dei prigionieri, manca solo la polizia privata e la distopia sarebbe completa.

Da un paese extraeuropeo ci è stato inviato un video che riprende la stanza di isolamento del CPR, stanza che pochi, forse nessuno, a parte i prigionieri, hanno mai visto. Ci raccontano sempre che nel CPR esistono solo stanze di isolamento sanitario. A parte il fatto che un prigioniero con gravi problemi di salute tali da richiedere l’isolamento non potrebbe e non dovrebbe essere trattenuto nel CPR, ci chiediamo in base a cosa il medico responsabile lo prescriva, visto che non è possibile garantire cure e monitoraggio di chi è isolato per evitare di aggravarne le condizioni psicofisiche. Ma ciò che vediamo nel video è una cella punitiva, quella che hanno descritto tanti prigionieri che vi sono stati rinchiusi. Si tratta della gabbia in cui viene ulteriormente imprigionato chi non abbassa la testa, chi si ribella, chi si lamenta del proprio stato di salute e pretende di essere portato in ambulanza in ospedale, chi è reduce da un pestaggio degli sbirri.

Concludiamo con la pubblicazione di parte di un audio (ascolta qui), che è ancora possibile sentire nel CPR, lasciato da due prigionieri che hanno riguadagnato la libertà dopo avere lottato con i loro corpi, per mesi contro questo lager. Speriamo che la stupidità degli sbirri gli impedisca di trovarlo, eliminarlo e ancora in tanti possano sentirlo.

CONTRO TUTTE LE GABBIE E LE GALERE

SOLIDALI E COMPLICI CON I PRIGIONIERI CHE CON LE LORO LOTTE RIDUCONO I CPR IN MACERIE

TUTTX LIBERX

AGGIORNAMENTO SUL PROCESSO DI PRIMO GRADO “CITY”

Diffondiamo

Il 19 Marzo 2026 il PM Scafi, dopo la sua requisitoria, ha richiesto le pene per le/gli imputate/i del primo troncone del cosiddetto processo “City”, relativo ai fatti avvenuti durante il corteo del 4 Marzo 2023 a Torino, in solidarietà ad Alfredo Cospito, ai tempi in sciopero della fame da oltre 5 mesi.

Le pene chieste dalla procura per le/i 18 imputate/i per devastazione e saccheggio si quantificano in più di 130 anni di galera. Per due imputate/i sono stati chiesti più di 12 anni, per altre/i 4 imputate/i più di 9 anni e per tutte/i le/i restante/i piu di 5 anni.

La sentenza per questo troncone del processo sarà pronunciata il 16 Aprile 2026.

Nel frattempo procede anche il processo a carico di altre compagne e compagni accusati per la stessa giornata di lotta, procedimento separato per rendere più rapido il cosiddetto primo troncone.
Il 10 Marzo, in fase di udienza preliminare, la GUP ha archiviato la posizione delle/degli indagate/i per essere stati fermati prima dell’inizio del corteo con l’accusa di quasi reato (art.115 c.p.), nonostante la richieste del PM di applicare la libertà vigilata. Rinvio a giudizio e udienza l’11 Novembre 2026, invece, per compagne e compagni accusati di concorso in devastazione, resistenza aggravata e porto di oggetti atti ad offendere: in totale 29 rinvii a giudizio.

41bis è tortura! Contro galere e CPR.
Alfredo libero. Tutte libere, tutti liberi!

CATANIA: FANNO IL DESERTO E LO CHIAMANO DECORO – PRESIDIO CONTRO LO SGOMBERO DELLA L.U.P.O

Diffondiamo

⚠️PRESIDIO IN PIAZZA PIETRO LUPO (CT) LUNEDI 23/03/26 DALLE 9:00

Dopo averla tirata per le lunghe, fino all’ultima scadenza possibile, per il Comune di Catania è arrivata l’ora dello sgombero della L.U.P.O. Questo spazio aggregativo al di fuori delle logiche di profitto sta per scomparire inghiottito dal Nulla, che tutto divora per trasformare in merce. La L.U.P.O. verrà demolita per fare spazio ad una piazzetta con parcheggio per completare il progetto vetrina del centro città, ad uso esclusivo dei turisti. Con i soldi del PNRR invece di mettere in sicurezza una città devastata da incuria e malagestione in cui il fronte mare crolla, i teatri prendono fuoco e i quartieri popolari restano degradati e privi dei servizi fondamentali, decidono di mettere a profitto ogni singolo pezzo di storia, con la scusa della cultura. L’ipocrisia si trasforma in sfacciataggine, grazie a un’amministrazione che crea una percezione mediatica artificiale, spremendo ogni monumento per monetizzare a favore di una città esclusiva che invece crea marginalità e miseria.

Il clima repressivo che l’intero pianeta sta subendo giustifica ulteriormente l’atteggiamento di un potere che non trova più freni o ostacoli a rallentare la sua marcia, così tramite degli avvisi di zona rimozione affissi alla L.U.P.O., (che fanno riferimento ad una ordinanza sul progetto PUI) validi da lunedì 23 marzo al 31 dicembre ci rendono noto la data dello sgombero o meglio ancora dell’apertura del cantiere per portare a termine la demolizione della L.U.P.O.
Quando la legalità si nutre di sfruttamento del lavoro, sorveglianza, deportazioni, reclusioni, guerre e genocidi, rivendichiamo con orgoglio la nostra indipendenza, rivendichiamo le pratiche di autogestione, rivendichiamo la matrice antifascista, antirazzista, antimachista e anticapitalista che guida il nostro agire, rivendichiamo di aver sperimentato rapporti sinceri ed orizzontali, rivendichiamo la nostra illegalità.

Con lo sgombero della L.U.P.O. un altro pezzo del puzzle si incastra perfettamente alla creazione della sterile città dei padroni, purgata dal degrado del vivente, consegnata alla monocultura del capitale. In pratica un vero e proprio deserto sociale dove abbandonare le centinaia di ragazzx che ogni settimana hanno attraversato la L.U.P.O. coscienti di essere in un luogo che gli appartiene, conquistato attraverso il conflitto e non per una concessione e malgrado l’opposizione delle istituzioni. Il governo cittadino ha deciso di sgomberare manu militare per sanare una contraddizione con la forza, per imporre la sua decorosa idea di città. Ma un’idea è un fuoco che divampa nelle nostre teste e nessuna repressione può spegnere l’incendio che si è propagato nelle menti di chi ha vissuto la L.U.P.O.