TRADUZIONE DI UN TESTO PUBBLICATO SULLA RIVISTA TINDERBOX: COSTELLAZIONI SOTTERRANEE

Diffondiamo:

E’ uscita la traduzione di un testo, poi impaginato a opuscolo, pubblicato nel nr. 7 della rivista Tinderbox: Costellazioni Sotterranee.

Partendo dal contesto statunitense, tratta i temi dell’elaborazione di progettualità di lotta, di prospettive anarchiche a medio/lungo termine, di metodi di organizzazione e di affinità. Poiché sia Tinderbox sia questo specifico articolo sono per scelta non disponibili su internet, sarà lo stesso per questa traduzione. Chi volesse ricevere il  il link per scaricarla può scrivere a costellazionisotterranee2@riseup.net. Sarebbe auspicabile che si usassero mail “sicure”, quindi non gmail, yahoo, libero ecc.

Di seguito un estratto dall’introduzione:

Costellazioni Sotteranee

Mettere in luce gli ingranaggi della guerra e dell’ecocidio

Di cosa c’è bisogno per costruire un progetto di lotta capace di fare il necessario? […] Nella realtà di oggi, certo molto differente, che sforzi potrebbero dar vita ad una tale dinamica di contagio? Che cosa dovrebbe succedere affinché delle reti di anarchici negli Stati Uniti diventino capaci di suggerire delle azioni che ispirino tutti quelli che provano rabbia di fronte al genocidio di Gaza, alla macchina bellica, all’ecocidio? Non è la rabbia a mancare, ma le proposte potenti di azioni dirette che abbandonino gli obiettivi altamente simbolici come gli uffici dei governi o delle imprese per colpire dove più nuoce.

QUI CHI NON TERRORIZZA, SI AMMALA DI TERRORE!

Apprendiamo che il nostro blog, insieme a sottobosko.noblogs.org, è finito sulle pagine di un noto giornale bolognese per via della pubblicazione del testo “Chi sabota è nemico dell’Italia”, relativo ad alcuni sabotaggi alle linee ferroviarie avvenuti di recente in occasione delle olimpiadi di Milano Cortina (alcuni proprio nel bolognese). “La rete del terrore” titolano.

La “rete del terrore” è quella che devasta e saccheggia i territori e le nostre vite nel nome del profitto, della guerra, di Stati che uccidono alle frontiere e in mare, quella che quotidianamente tortura e abusa nelle celle delle carceri e dei CPR. Terrore è una vita rubata sacrificata al ricatto sull’altare del capitalismo.

Quando qualcuno prova a rompere questo monopolio, restituendo un’infinitesimale parte della violenza statale, viene duramente repressx.

Terrore è quello che vorrebbero imporci rinchiudendo in carcere lx nostrx compagnx e cercando di affossarli a colpi di sentenze ed anni di galera, provando a isolare e spezzare la solidarietà per scoraggiarci.

La vera ”notizia” é che sono sempre di piu le persone disposte a rivoltarsi al loro terrore. Tutta la nostra solidarietà e complicità a chi decide di agire!

«In tal modo liberi attacchiamo questo sistema mortifero, forti del fatto che, diffuso ovunque, dappertutto può essere colpito… Fino al suo collasso, fino alla liberazione delle nostre vite e delle altrui esistenze»

Nemiche dell’Italia e di ogni Stato

CHI SABOTA È NEMICO DELL’ITALIA

Diffondiamo:

Queste Olimpiadi non potevano iniziare in maniera migliore.
La mattina del 7 febbraio, giorno della cerimonia inaugurale dei Giochi della Vergogna di Milano-Cortina 2026, ben tre sono state le linee ferroviare sabotate e bloccate fino al pomeriggio.
Intorno alle 6 sono stati piazzati due ordigni incendiari rudimentali accanto ai binari della linea ordinaria di Castel Maggiore, uno in direzione nord e uno in direzione sud. L’obiettivo erano i cavi per il rilevamento della velocità: uno dei due ordigni, quello verso nord, si è azionato verso le 8 danneggiando i cavi, mentre il secondo, quello in direzione Ancona, è rimasto inesploso. Una cabina elettrica verso Pesaro, invece, ha preso fuoco interrompendo i treni da e verso le Marche.
Due anni fa, una serie di attacchi simili per modalità e contesto erano stati lanciati contro 5 diverse infrastrutture della rete LGV intorno a parigi, causando la cancellazione di un quarto dei treni ed enormi disagi dal 26 al 28 luglio, giorni di inaugurazione delle olimpiadi di parigi. Anche per via della militarizzazione completa della città, in quell’occasione le contestazioni dirette si erano limitate ad azioni di disobbedenza civile e non violente. Pochi giorni dopo usciva questa rivendicazione:
    “Rivendicazione del sabotaggio delle linee TGV qualche ora prima della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Parigi 2024
 
E questa la chiamano una festa? Noi ci vediamo una celebrazione del nazionalismo, una gigantesca messa in scena dell’assoggettamento dei popoli da parte degli Stati.
Sotto a una maschera ludica e conviviale, i Giochi Olimpici offrono un campo di sperimentazione per la gestione poliziesca delle folle e il controllo generalizzato dei nostri spostamenti. 
Come tutti i grandi eventi sportivi, sono anche ogni volta l’occasione per fare culto dei valori su cui si fonda il mondo del potere e del denaro, della concorrenza generalizzata, della performatività a ogni costo, del sacrificio per l’integrità e la gloria nazionale. 
L’appagamento di identificarsi in una comunità immaginaria e sostenere il proprio supposto campo di appartenenza non è meno nefasta dell’incitazione permanente a vedere la propria salvezza nella buona salute della propria economia nazionale e nella potenza del proprio esercito nazionale.”

Nei mesi precedenti le olimpiadi di Parigi 2024 furono approvati due pacchetti di leggi, la “Loi sécurité globale” e la “loi olympique”, quest’ultima che autorizzava la sperimentazione di algoritmi per il riconoscimento facciale per tutta la durata delle olimpiadi. Come in francia, anche nella penisola abbiamo visto promulgare il 5 febbraio di quest’anno, 2 giorni prima della cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi, un nuovo pacchetto sicurezza che tra le altre cose consolida l’uso delle zone rosse come strumento di esclusione sociale, autorizza il trattenimento (già abitualmente praticato) per 12 ore da parte delle forze dell’ordine di individux “pericolosx” in concomitanza di manifestazioni pubbliche, introduce il carcere per l’elusione di un controllo di polizia e una pena pecuniaria fino a un massimo di 20000 euro per manifestazione non autorizzata (articolo 18 del TULPS, Regio decreto del 18 giugno 1931). Come a Parigi nel 2024, anche il 7 Febbraio a Milano le contestazioni dirette si sono limitate ad azioni di disobbedenza civile e non violente, fatta eccezione per i momenti finali del corteo lanciato da CIO (Comitato Insostenibili Olimpiadi). Milano in Movimento scrive in proposito:
    “[…]abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la Tangenziale Est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente dispositivo di Polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp). 6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 ferit* di cui 4 ospedalizzat*.”
 
Dopo il corteo, Meloni e compagnia dichiarano in coro:
    “Chi manifesta contro le olimpiadi è nemico dell’italia“.
Che non ci si permetta assolutamente di mettere a critica lo spirito nazionalista, competitivo di questi “giochi” o il loro drenare quantità impressionanti di fondi pubblici mentre paesi interi crollano, in sicilia, al passaggio di un uragano.
D’altronde non c’e nulla di più importante al momento. Non c’è miglior strumento di distrazione per uno stato odierno. Non c’è maschera migliore, in Italia oggi come altrove in passato; solo un esempio sono le Olimpiadi di Berlino del 1936, in piena dittatura nazista.
Pare chiaro, quando i pacchetti sicurezza diventano occasioni praticamente semestrali per stringere le reti della repressione e soffocarci qualunque dissenso, che il dissenso “pulito”, esplicitamente rivendicato, portato avanti nella legalità, non possa più essere efficace.
Così come inizia a non essere più ignorabile l’inefficacia delle modalità di scontro di piazza diretto portate avanti negli ultimi mesi e anni in tutto il territorio.
Pare dunque necessario armarsi degli strumenti della clandestinità, della decentralizzazione del conflitto e la moltiplicazione dei suoi fronti, dell’autodifesa e del sabotaggio per sopravvivere ai tempi cui andiamo incontro.
Per l’eradicazione di questo sistema di morte e sfruttamento,
per la distruzione del controllo totalizzante che ci soffoca.
Ingovernabili, non disobbedienti.
Fuoco alle olimpiadi e a chi le produce. (A)

NUOVO BLOG: ISPIRA-AZIONE

Diffondiamo l’apertura di un nuovo blog: https://ispiraazione.noblogs.org/

Ispirare l’azione…

Come potremmo sovvertire questo mondo se non agiamo per farlo? La lotta, quando è diretta emanazione di una consapevolezza armata di idee e valori divergenti, ha il potere di far cadere la maschera che copre questo mondo ridotto a merce, scuotendo più di mille parole le coscienze assopite dalle luci degli schermi e dal mantra del produci-consuma-crepa. A patto che ci sia qualcuno disposto a guardare oltre, distogliendo lo sguardo dalla routine accattivante del conformismo; che qualcuno sia disposto ad ascoltare le voci dell’abisso che si levano contro la vita spogliata di senso e le devastazioni e le guerre che sono il motore dell’eterna rincorsa alla potenza che caratterizzano il capitalismo e lo stato.

L’agire non è mai privo di senso, perché rappresenta la ripresa tra le proprie mani di una vita espropriata, è esperienza viva di liberazione, è libertà in atto.

La lotta stessa è azione, se non vuole ridursi a mera voce dissonante.

L’autorità ha mille facce e il dominio è globale e pervasivo, non mancano gli obiettivi da colpire o le motivazioni per farlo. Ciò che manca, forse, è un progetto che conferisca senso ed entusiasmo, fiducia nelle proprie capacità e possibilità e la percezione di riuscire a superare i limiti dell’azione per l’azione sentendosi unite ad altre molteplici volontà determinate a sconvolgere l’ordine leviatanico che governa questo mondo.

Questo blog nasce con l’ambizioso proposito di stimolare le menti e armare le mani di chiunque, anarchiche, anarchici, ribelli di ogni risma, senta l’insopprimibile bisogno di liberarsi dalle catene dell’autorità e distruggere le gabbie mentali, virtuali e materiali del carcere a cielo aperto che chiamiamo società.

Qui ci proponiamo di diffondere la conoscenza di ciò che accade anche altrove, tradurre testi di rivendicazioni e notizie di azioni prese dai siti di controinformazione di tutto il mondo come contributo allo sviluppo dell’immaginazione, di progetti di lotta che si pongano in continuità e dialogo con le prospettive di chi condivide una propensione all’azione diretta. Uno sguardo internazionale insomma, che permetta di scorgere e tessere i sottili fili che collegano l’agire anarchico aldilà dei confini degli stati e delle coscienze.

È un contributo volto ad ampliare gli orizzonti di lotta, affinare le nostre competenze pratiche e conoscenza dei punti deboli del nemico, imparando dalle intuizioni altrui e diffondendo le idee che scorgiamo materializzarsi tra i densi fumi le scintille e le detonazioni, con la convinzione che le parole che accompagnano i gesti di rivolta aprano nuovi immaginari, permettendo di individuare bersagli, scoprire modalità di agire ed ispirare ad attaccare i molteplici volti di ciò che opprime quotidianamente le nostre vite.

Questo sito è aperto a contributi, traduzioni e comunicati di chiunque lo reputi uno strumento utile: si pubblicherà tutto ciò che va nella direzione di promuovere l’azione diretta antiautoritaria, compresi manuali per la diffusione di competenze pratiche e informatiche.

ROMA: RIVENDICAZIONE ATTACCO INCENDIARIO [18/12/2025]

Diffondiamo:

In un periodo di grandi riassetti economico-politici nel mondo in cui ogni giorno si alzano nuovi venti di guerra, attaccare l’apparato militare e di controllo interno ci sembra un obbiettivo su cui volgere le nostre energie e capacità.
Il corpo della guardia di finanza ha da sempre svolto un ruolo importante nel controllo delle frontiere, nella formazione di polizia estera e nelle missioni di guerra, in particolare con la propria aviazione e marina militare.
Ricordiamo la missione EUPOL COOPS in Palestina, la missine EUBAM in Libia e l’impiego della g.d.f. nell’operazione Frontex per il controllo delle rotte migratorie e dei confini europei.
Inoltre nell ultimo anno di mobilitazione nelle piazze per il sostegno al popolo palestinese si è visto il numeroso impiego dei reparti mobili della finanza, che sebbene le loro innumerevoli ed imbarazzanti figure di merda, hanno svolto in pieno il loro ruolo di protettori dello stato e quindi del genocidio in corso.

Per questo e molto altro, nella notte del 18 Dicembre 2025 abbiamo dato alle fiamme alcune auto private di agenti della guardia di finanza, davanti al commissariato di Nuovo Salario a Roma.

Attaccare lo Stato e chi lo protegge è possibile qui ed ora, senza aspettare momenti propizi o il consenso della massa. Prendere in mano il proprio potenziale, le proprie capacità e scagliarle contro l’esistente è sempre più necessario.
Cospirare, muoversi nella notte e intersecare relazioni di affinità è il nostro orizzonte.

Per la moltiplicazione dell’attacco anarchico, per l’espansione del caos, per l’anarchia!

solidarietà a tuttx lx prigionierx anarchicx,
A Stecco, a Ghespe, ad Alfredo, ad Anna, a Juan, a Dayvid, a Tonio, ax compxs arrestatx per l’operazione Ipogeo tenete duro!

CHE BELLA UDINE CHE BRUCIA!

Diffondiamo una riflessione sulla repressione delle mobilitazioni in solidarietà con la Palestina, tra cui quella udinese del 14/10/2025:

Per prima cosa, esprimiamo totale e incondizionata solidarietà alle persone fermate e arrestate al termine del corteo contro la partita della vergogna Italia – Israele di martedì 14 ottobre a Udine.

Negli ultimi mesi abbiamo visto scagliarsi un’ondata repressiva brutale sulle partecipatissime manifestazioni in solidarietà alla Palestina che hanno attraversato tutta l’italia.
In moltissimi casi, la repressione si è diretta contro manifestanti alle loro prime esperienze di piazza, spesso minorenni o persone non inserite in contesti militanti o organizzati. Questo elemento, ormai ricorrente, fa pensare che non si tratti di episodi casuali, ma di una strategia precisa su cui vale la pena soffermarsi.

La priorità sembra essere fare prigionierx, non importa chi, né cosa abbia fatto.

L’obiettivo è dare qualcosa in pasto ai giornali, alimentare il racconto securitario e giustificare i mezzi messi in campo. Se un’operazione non produce fermi o arresti, rischia di apparire “inutile” agli occhi dell’opinione pubblica. Il sensazionalismo mediatico sui fermi e gli arresti non è mai compensato dalla stessa attenzione quando le accuse cadono o arrivano le assoluzioni, che quasi sempre passano sotto silenzio.
È un meccanismo di propaganda facile tramite arresti facili.

Questa repressione veicola un messaggio preciso: “in galera ci puoi finire anche tu”, anche se è la prima volta che scendi in piazza. È un tentativo di seminare paura e scoraggiare la partecipazione, soprattutto in un momento in cui le piazze per la Palestina hanno mostrato numeri che in Italia non si vedevano da anni. L’obiettivo è ridurre queste mobilitazioni spontanee e non organizzate a dimensioni “gestibili”, per poi avere campo libero nel colpire chi non desiste, fino a riportare tutto al silenzio, attraverso decreti e leggi sempre più repressive che passano inosservate perché “non ci riguardano”.

I cosiddetti “rastrellamenti a caso” quindi non hanno nulla di casuale. È una strategia consapevole: se vengono fermati militanti notx, la rete di solidarietà si può attivare; se vengono prese “persone comuni”, invece, si rischia che prevalga il silenzio, la paura, la tendenza a dissociarsi.

La repressione non punta solo a colpire chi lotta, ma a isolare, a neutralizzare la solidarietà e a trasformare la paura in rassegnazione.
E proprio così riescono a sedare la partecipazione e a disinnescare la possibilità stessa del conflitto.
Il vero obiettivo è spegnere quel che nasce quando la gente comune scende in piazza e segue il proprio istinto morale.

Ed è in questo quadro che si inserisce anche lo strumento della solidarietà. Se chi è avezzx alla repressione sa che nessunx va lasciato solx, chi mastica meno queste pratiche finisce a trovarsi spiazzatx, non sa a chi rivolgersi e la repressione diventa un fatto individuale e di solitudine.
A questo tentativo di neutralizzare la solidarietà e disincentivare la partecipazione si somma la tanto comoda distinzione fra manifestanti “buonə” e “cattivə” e fra manifestazioni pacifiche e degenerate, abitate da “infiltratə facinorosə”. Secondo questa narrazione, la libertà di manifestare il dissenso è garantita soltanto se espressa “pacificamente”.  Dove per “pacifico”  si intende “pacificato”, ovvero circoscritto e costretto nei limiti di quanto consentito dalle forze dell’ordine: tutto il resto, tutto quello che esistere al di fuori di questo asfissiante perimetro resosempre più angusto da leggi repressive e pacchetti sicurezza) è negativo, e deve essere condannato, pure dallə manifestanti “buonə”, pena la legittimità del loro manifestare e delle loro rivendicazioni agli occhi dell’opinione pubblica e forse pensiamo anche del poliziotto interiorizzato.
Di fatto, peró, il perseguimento di questa legittimità rompe i movimenti dal di dentro e presta il fianco a chi ci vuole divisə, diffidenti, spaventatə e ancor peggio isola chi è represso.

Per questa ragione consolidare narrazioni di questo tipo è complicità con l’oppressore.

Non crediamo in alcuna distinzione , crediamo solo nella diversità e varietà delle pratiche, poichè gli obiettivi politici e gli slanci rivendicativi si perseguono secondo forze diverse, canali diversi ed energie differenti.
Lo slogan “se toccano unx toccano tuttx” deve prendere concretezza effettivamente quando unx viene toccatx. Poco importa se le pratiche adottate in piazza siano condivise o meno: bisogna avere chiaro chi è il nemico.
La polizia è il nemico, che difende i padroni, le politiche genocidarie, chi devasta e avvelena la terra.
Lo stato è il nemico, complice del genocidio, dell’oppressione di razza, di classe e di genere.
Non lo sono invece lx compagnx che stanno al nostro fianco, anche se con tensioni o approcci diversi. La piazza deve restare uno spazio libero, senza registi né guardiani morali, aperto a chi rifiuta le proteste pacificate e addomesticate.

C’è un fuoco nella pancia che nessuno potrà mai domare, e ringraziamo chi con quel fuoco ha illuminato Udine di una bellissima luce!

Le strade e le piazze sono nostre e non le abbandoneremo per paura. Difendiamo chi lotta con noi e accanto a noi, accogliamo chi arriva per la prima volta e facciamo in modo che la solidarietà non rimanga solo uno slogan ma diventi una pratica quotidiana.

Nessun passo indietro!

SULLE PERQUISE DEL 26 GIUGNO E RELATIVE INDAGINI APERTE

Riceviamo e diffondiamo

Scriviamo per portare solidarietà a tuttx Ix compagnx perquisitx (indagatx e non) all’alba del 24 giugno, in diverse parti d’Italia centro settentrionale: la maggior parte delle persone indagate sono compagnx della Romagna, e/o ci hanno vissuto, e ci pareva carino che partissero due parole proprio da noi, che stiamo e lottiamo e sudiamo in questa terra.

I fatti contestati sono l’incendio di due auto degli sbirri ferroviari nell’aprile del 2023 nel parcheggio della stazione di Rimini: azione che, benchè si spieghi da sola, fu rivendicata contro la violenza delle divise che, nella fattispecie sui binari, si occupano principalmente di schedare e acchiappare le persone migranti e si inseriva in una più ampia lotta contro il 41bis in sostegno allo sciopero della fame di quasi sei mesi del compagno anarchico Alfredo Cospito.

Quando delle perquisizioni arrivano a due anni e mezzo dal fatto contestato (a onor del vero un compagno, nuovamente indagato, fu perquisito anche all’indomani dell’azione) ci possiamo sbilanciare un tantinello nel dire che i nostri solerti Zenigata brancolano nel buio, ma dare addosso alle anarchici si casca sempre bene e il camerată Dambruoso (PM) cerca di fare carriera sulla pelle dex compagnx, complice il fatto che il potere in Italia forse non era mai stato così schiettamente fascista come oggi e che il clima di “guerra esterna” che stato e padroni stanno preparando necessita di nemici interni per compattare i ranghi, è una vecchia storia! E anarchicx, ribelli, dissidenze di genere sono sempre ottimi bersagli. Le indagini colpiscono 15 persone, di disparate provenienze geografiche, accusate di danneggiamento e incendio con aggravante di terrorismo: di certo sappiamo che hanno perquisito otto abitazioni tra Romagna, Toscana e Lombardia (non sappiamo tutt’ora per due indagatx come sia andata) e in taluni casi anche le automobili e c’è da precisare che varie persone non sono state trovate, oppure sono state trovate (e perquisite) il giorno dopo.

Nelle case e nelle auto perquisite hanno sequestrato principalmente materiale informatico (tutto quello che sono riusciti a trovare) qualche vestito (felpe nere col cappuccio ne vuoi?!) oltre che dimostrare una vera e propria ossessione per le “shopper”, sì, le sportine di tela.
Inoltre, per quanto ci è dato sapere, le guardie hanno filmato e fotografato grandissime quantità di materiale cartaceo: opuscoli, volantini, libri, riviste fino e forse soprattutto, diari e agende private, corrispondenza, quaderni di lezioni etc.

Questo aspetto ci pare confermi che una delle ragioni per le quali sono scattate queste perquisizioni sia l’aggiornare i database delle questure su legami, relazioni, questioni personali dellx indagatx.
Dalle carte che abbiamo avuto modo di vedere la notizia di reato, ossia la ragione scatenante che avrebbe dato il via alle perquisizioni, porta la data di quest’anno, il che fa supporre che per gli inquisitori nel 2025 è accaduto qualcosa che lega le persone indagate all’azione del 2023.
Purtroppo fino a che le indagini saranno aperte non ne sapremmo di più.
Intanto ci stringiamo attorno allx compagnx inquisitx, perquisitx e diamo la nostra disponibilità come Cassa Antirepressione a collaborare alle spese che si dovranno sostenere: sentiamoci!

La solidarietà e i legami che si creano con le lotte e nel condividere gli stessi sogni, non si possono arrestare, al massimo ci rompete
un po’ le scatole!

Morte all’autorità,
Viva l’Anarchia!

PER CONTATTI: capitanoacab@bruttocarattere.org

LE COMMEDIE DI MAGGIO. RIFLESSIONI SUL CONFLITTO SIMULATO

Riceviamo e diffondiamo queste riflessioni da alcunx studentx della Sapienza di Roma.

Le Commedie di Maggio

Riflessioni sul conflitto simulato

«Intellettuali d’oggi, idioti di domani, ridatemi il cervello che basta alle mie mani»

F. De André

L’abbaglio

Le giornate di mobilitazione andate in scena lo scorso Maggio in diverse città d’Italia, aprono un momento di riflessione importante sull’utilizzo del conflitto simulato come pratica di lotta e sul significato della sua continua riproposizione.

Per lx più informatx non è niente di nuovo, il conflitto simulato è un logoro prodotto italiano che a più riprese, da quasi 30 anni, torna nelle piazze con grande carica estetica e abbaglia le telecamere.

Spesso nel dibattito militante questo tema viene ripreso ma mai rivendicato seriamente da chi lo agisce, nascosto tra confuse giustificazioni e vittimizzazioni, ammiccamenti complici del “famo gli scontri!” o fantasmagoriche narrazioni di esplosive giornate di lotta sulle piattaforme di movimento.

Questa primavera però non è servito un naso allenato per sentire la puzza, dato che la cagata è stata chiaramente proposta a favore di telecamera se non apertamente rivendicata e sbrodolata sui giornali da uno dei “capoccia”, con tanto di giustificazioni ai «poliziotti che fanno bene il loro lavoro» contrapposto a quelli che «si fanno prendere la mano» e andrebbero bacchettati (parole tanto infami non meritano di essere analizzate oltre la loro semplice citazione). 1

Questo asservimento alla politica del compromesso e dello spettacolo, che vuole piazze disciplinate e orchestrate, non è solo una fastidiosa stortura con cui fare i conti ma un’abitudine radicata che crea mostri, spezza le gambe e soffoca la Rivolta; trascinarsi questo cadavere al seguito è una fatica che, se in tempi storici più lontani si diluiva in un conflitto sociale più alto e un apparato repressivo più debole, ad oggi, non possiamo più permetterci.

Queste righe non hanno lo scopo di indicare un modo giusto di fare la lotta, né tracciare una strada da percorrere. Al contrario, sono un invito a valutare seriamente l’abolizione della nostra normalità e la rottura degli argini militanti, per tuffarsi finalmente nell’ignoto, lì dove può nascere l’impensabile.

Conflitto simulato, perché proprio a noi?

Partecipando a giornate di lotta europee, emerge subito un dato evidente: il conflitto a volte c’è, a volte non c’è, è più intenso, meno intenso ma di certo gli unici a tenerlo sotto controllo sono gli sbirri. Non ci sono, né tantomeno potrebbero esserci, avanguardie organizzate che sovrintendono e trattano tempi e modi del conflitto di piazza.

Ma allora perché proprio a noi? Porsi questa domanda è ambizioso e circoscrivere il discorso obbliga a sorvolare discorsi importanti, come il modo in cui l’autorità ha gestito l’ordine pubblico dagli anni ‘70 ad oggi attraverso l’uso della polizia politica e il consequenziale protagonismo storico che la sinistra ha avuto nella repressione del fermento insurrezionale di quegli anni.

Consapevoli di mancare qualche pezzo di storia militante la traiettoria più immediata e utile ai fini del testo è quella che ci porta a individuare nelle “Tute bianche” la genesi, o più probabilmente il perfezionamento, di questa modalità.

Quella delle Tute bianche fu un’esperienza che nacque dall’area più morbida e riformista dei centri sociali (principalmente nel Nord – NordEst) e che ebbe, o almeno provò ad avere, la sua più importante espressione politica nelle giornate di Genova 2001.

Un perfetto inquadramento lo troviamo in un articolo di Repubblica del 14 luglio 2001, in cui un grande simpatizzante del movimento, Luigi Manconi, ex portavoce dei Verdi, elogia la capacità pacificatoria delle Tute bianche, ecco due passaggi iconici:

«…da un decennio, in Italia, non si verificano scontri di piazza paragonabili, per intensità di violenza, a quelli degli anni ’70. Ci sono, piuttosto, rappresentazioni di battaglie di strada e scontri simulati. Spesso, queste performance belliche – grazie alla raffigurazione fotografica o televisiva – sono apparse come vere. Ma, a parte rare eccezioni, si è trattato esclusivamente di rappresentazioni. Posso dirlo perché ho partecipato ad alcune di esse.»

E ancora:

«(…) L’attività delle “tute bianche” è, dunque, letteralmente, un esercizio sportivo, che depotenziа e disinnesca la violenza: perlomeno, la gran parte di essa. Certo, questo presuppone un’idea della violenza di piazza come una sorta di flusso prevedibile, indirizzabile, controllabile: ma è proprio in questi termini che viene trattata da numerosi responsabili dell’ordine pubblico e da molti leader di movimento.»

Successivamente Manconi racconta una riunione svoltasi in una prefettura del Nord-Est dove veniva contrattato con le autorità un punto, segnato da un numero civico, in cui si sarebbe poi svolto uno scontro totalmente simulato con la polizia il quale però apparve veritiero nello schermo televisivo.

Quello che poi saranno le giornate del G8 purtroppo è impossibile da raccontare ma a questo testo interessa solo un pezzo di questa storia.

Dopo roboanti minacce di guerra le Tute bianche arrivano a Genova pensando di portarsi a casa la giornata proprio nel modo profetizzato da Manconi.

La mattina di venerdì 20 luglio non manca nulla: tute, scudi di plexiglas, caschi e i leader in testa a guidare il “Gruppo di contatto”; un feroce servizio d’ordine che disarma e aggredisce i “facinorosi”; la violazione della zona rossa ben organizzata e concordata con la controparte. Insomma tutto è pronto… ma poi il conflitto arriva sul serio.

A Genova migliaia di ribelli, disinteressati allo scontro diretto con la polizia scelgono di disertare l’appuntamento mediatico e, lontano dalla trappola militare della zona rossa, rovesciano interi quartieri, sollevando al cielo l’asfalto e ciò che ci sta sopra; il fuoco non risparmia nulla e arriva fino al carcere di Marassi. Per alcune ore la libertà travolge impetuosa alcune aree della città.

La polizia, presa alla sprovvista e incapace tatticamente di far fronte a questa orda di insorti, è sotto scacco.

L’idea di uno scontro simulato, militarmente tutelato da una manciata di manifestanti organizzati, non può assolutamente soddisfare i migliaia di furiosi presenti a Genova e i primi a rendersene conto sono proprio gli sbirri, i quali non hanno più nessuna intenzione di andare avanti con la sceneggiata concordata con i rappresentanti. Gli ultimi ad accorgersene, in colpevole ritardo, è il gruppo di contatto delle Tute bianche che in via Tolemaide viene travolto da una spietata carica dei carabinieri che li costringe alla fuga.

I restanti 15 mila manifestanti, mozzati della loro testa, si alzano dalla poltrona del pubblico in cui erano stati costretti e ingaggiano una disperata battaglia nelle vie adiacenti, scontrandosi con un dispositivo poliziesco omicida che lancia blindati sulla folla, usa armi fuori ordinanza e infine, messa alle strette dalla tenacia dei manifestanti, spara, uccidendo Carlo Giuliani, 23 anni.

La reazione immediata, poi in parte ritrattata, di una buona parte della società civile, nonché dei referenti delle Tute Bianche, sarà quella di gridare agli “infiltrati” accordati con la polizia per rovinare la manifestazione e prendendo le distanze dai manifestanti come Carlo Giuliani, il quale «…non era una tuta bianca, bensì un punkabbestia, uno squatter, uno degli “utili idioti” contro i quali le tute bianche avevano cercato di mettere in guardia il movimento.» Come riportarono tutti i quotidiani il giorno dopo.

Dirà Oreste Scalzone, ex Autonomia Operaia:

«Come si fa a fare per settimane una “guerriglia mediatica” dicendo “Violeremo la zona rossa, sfonderemo”, usare simbologie ossessivamente militari, guerresche salvo poi precisare “naturalmente, tutto è metaforico, ludico, lasciateci fare, veniamo con le pistole ad acqua…” e poi, a quelli che a sfondare ci vanno con le pietre, oppure, altrettanto simbolicamente, sfondano vetrine di banche o fanno riots, andare a dire che come minimo sono dei rozzi, che non capiscono i sottintesi, non hanno humour, e hanno rovinato tutto?… Come si fa a dare dei teppisti e dei barbari a coloro che hanno lanciato pietre e sfasciato vetrine, e poi gestire tutti assieme la morte di Carlo Giuliani? Carlo chi era?»

Dopo le giornate di Genova si conclude il progetto delle Tute Bianche e rinasce, poco dopo, in quello della “Disobbedienza” il quale terminerà a sua volta nel 2004.

Una precisa area politica raccoglie le pratiche di questo progetto e le porta avanti immutate, rendendole la norma, o peggio l’abitudine, nelle piazze di tutta Italia.

«Solo una cieca ottusità può pensare di razionalizzare secondo criteri di moralità o utilità politica il gesto gratuito e passionale della distruzione, inibendo la sfrenatezza del piacere che è invece l’unica garanzia di autenticità e di senso di una rivolta.»2

Lo spettacolo

I due modi di vedere la lotta proposti negli episodi genovesi si basano sulla contrapposizione tra la “Spettacolarizzazione del rifiuto e il rifiuto della spettacolarizzazione”3 che trovano nelle “Commedie di Maggio” delle iconiche riproduzioni in miniatura.

-La spettacolarizzazione del rifiuto:

Il copione è più o meno sempre lo stesso: un gruppo di contatto, inventandosi una zona proibita da raggiungere, si lancia a peso morto sulla polizia per essere manganellato a favore di telecamera finché un Capo macho non si butta in mezzo insieme alla DIGOS e, tra urla scimmiesche e cenni di intesa, ognuno spinge indietro “i suoi”; una volta portata a casa la credibilità rivoluzionaria grazie agli scontri si conclude la pantomima sui giornali, romanzando la giornata e lamentandosi delle sorprendenti violenze della polizia e della sospensione dello Stato di diritto.

Il passo successivo e tutto contemporaneo è poi l’ossessiva esaltazione estetica delle immagini degli scontri, accompagnate da musiche di sottofondo e slogan ricondivise sui social, per il giubilo della polizia, proprio dalle stesse persone che vi hanno partecipato.

È tragicomico fermarsi un attimo a pensare che tutto questo, senza una telecamera a riprendere la scena, sarebbe completamente inutile (più di quanto già lo sia); ciò che succede in piazza, le persone presenti o l’obiettivo dichiarato, non hanno nessun valore reale, il fine ultimo è unicamente quello di raccontare sé stessi, firmare la giornata e apparire sui social, in una spirale di autocompiacimento senza fine.

Intere comunità politiche fondano le loro battaglie sulla convinzione di poter utilizzare lo strumento mediatico a proprio vantaggio, venendo poi tragicamente recuperati e fagocitati dallo spettacolo stesso o quando il nemico contrattacca davvero.

Dietro questa convinzione ci sono da un lato consapevoli opportunistx elettorali, dall’altro c’è il tentativo di qualche illusx di incasellare il gesto della rivolta come una piccola parte di un grande puzzle che ci porterà tuttx, un giorno, tramite compromessi e confronti democratici, ad una poco chiara “presa del potere” e che finisce poi, nel migliore dei casi, ad essere l’accettazione di un capitalismo un po’ più democratico, un po’ più umano (che mai sarà).

Infine fa riflettere quanto questi scontri alla giornata siano prerogativa unica di persone bianche e privilegiate; per qualcunx invece lo scontro con la controparte non è solo la totalità di un programma ma la diretta conseguenza di una postura nel mondo, nella maggior parte dei casi nemmeno voluta ma obbligata dal fatto di appartenere ad una minoranza minacciata e oppressa.

– Il rifiuto della spettacolarizzazione:

Basterebbe citare, tra i tumulti più recenti, quelli per Alfredo Cospito o per Ramy, le rivolte contro il lockdown, le eccedenze durante i cortei per la Palestina, le passeggiate rumorose dopo i femminicidi o le rivolte dentro le carceri e i CPR, dove è importante anche notare che la polizia ha tutt’altro approccio all’ordine pubblico, molto più violento e senza compromessi.

Alcuni episodi però parlano più di mille giornate e vanno riportati:

Luglio 2017, due persone fanno sesso sul balcone mentre sotto le strade di Amburgo vengono date alle fiamme dalle proteste contro il G20.

Ottobre 2019, Santiago De Chile, sono le giornate dell’Insurrezione Cilena, intorno alla carcassa di un autobus incendiato delle persone si radunano per ballare al ritmo dei colpi sul metallo, qualcuno finge di guidarlo, qualcuno suona l’arpa.

Giugno 2020, una manifestante con la maglietta “Black Lives Matter” twerka verso la polizia durante le proteste dopo la morte di George Floyd.

Non serve comunque cercare esempi in momenti di sommossa generale né tantomeno uscire dai nostri confini per rendere ancora più chiara l’idea:

Una ragazza sale sul cofano di una Tesla e ci piscia sopra durante una passeggiata rumorosa, qualcunx riscopre la sua chitarra o la gamba di un manichino come clava contro la celere, qualcun altrx gioca ad “Un, due, tre, Stella!” o improvvisa un karaoke circondatx dalla celere.

Il filo che lega tra loro queste vicende è l’interruzione della normalità a favore di un capovolgimento del significato degli oggetti e dei luoghi.

Il fine di una rivolta, che sia il calcio in bocca ad un maschio violento o i tre giorni di un rave party, è la sospensione del tempo e l’apertura di squarci nel quotidiano dentro la quale sperimentare gioiosamente avventure di libertà reale e collettiva.

Chiunque abbia provato almeno una volta la sensazione di sovversione del quotidiano conosce la bellezza di riappropriarsi di una parte di ciò che ti viene sottratto ogni giorno ma soprattutto sa perfettamente che il gesto della rivolta non ha bisogno di nessuna legittimazione o argomentazione, è giusto perché è sempre un atto d’amore spontaneo verso sé stessi e gli altri.

Ciò che ci divide dalla possibilità di vivere un gesto rivoluzionario è la difficoltà di scorgerlo quando se ne presenta l’occasione, per il semplice fatto che l’atto rivoluzionario è per definizione qualcosa che nessuno conosce ma che va inventato da zero sul momento.

Agire, bucare questo Velo di Maya, questo muro invisibile che divide noi dall’azione, richiede di coltivare una tensione al pensiero rivoluzionario capace di generare un’intuizione, un’idea; che sia quella di infrangere una vetrina o comunicare un pensiero profondo ad una persona in un momento speciale, in entrambi i casi il peso enorme dei dubbi, delle paure e delle abitudini possono facilmente oscurare il rapidissimo lampo dell’intuizione o appesantirlo fino a spegnerlo.

È desolante che proprio chi cammina al nostro fianco ed è più intimo a questi pensieri, non dia spazio a tutto questo ma anzi si adoperi attivamente per gettare acqua sul fuoco. Lx “Compagnx” che hanno appreso la militanza come un mestiere, annegatx dentro le ideologie e le strutture verticali, per lx qualx il momento di esprimere i desideri non è mai adesso ma domani, nell’avvenire rivoluzionario che loro stanno costruendo per noi.

Si finisce dunque per avere piazze in cui, invece di trovare alleatx, trovi qualcunx che, in perfetto stile “Società dello spettacolo”, mette in scena i tuoi sentimenti al posto tuo, come nel mondo di tutti i giorni; tu rimani in disparte a guardare, a consumare il prodotto e se mai ti venisse in mente di voler anche tu indossare quel casco, armare la tua ira, allora devi prima scalare la gerarchia militante o quantomeno chiedere il permesso.

Domandiamoci perché le nostre piazze, anche le più rabbiose a seguito di tragici eventi, si siano ridotte a veri e propri concerti itineranti per la città, nelle mani di qualche microfonatx che ci traghetta nella miserabile esperienza di urlare la nostra rabbia a ritmo di musica e cori esplosivi, circondatx da un cordone di polizia che ci tutela dal mondo reale.

Alcuni collettivi, nati dal furore di rivendicazioni incandescenti, si sono ridotti ad un team di organizzatori di viaggi turistici delle ricorrenza di lotta, con le istanze politiche ridotte a badge di riconoscimento e finendo poi, a volte, ad abbassarsi al ruolo di guardie quando qualcunx ha l’ardore di arrabbiarsi davvero invece di godersi il ballo di gruppo.

Non c’è da stupirsi poi se, durante i momenti di sommossa questx “Grandi compagnx” restino a braccia conserte mentre bruciano le camionette della Gendarmerie a Saint Soline o sprofondino nel divano quando esplode la rabbia per un ragazzo ucciso dai carabinieri.

È proprio questo quello che dovrebbe spaventarci di più, la messa a nudo davanti alla realtà.

La prova concreta di non saper affrontare quello che hai scimmiottato per anni, e che ti porterà, inesorabilmente, a mancare il tuo appuntamento con l’Insurrezione, a non saperla riconoscere e soprattutto a non sapere come vivertela, perché ti sei dimeticatx pure cosa desideravi.

La lotta anticapitalista non si esaurisce nella giornata di mobilitazione, nell’appuntamento col nemico, ma nella diffusione di comportamenti sovversivi, nella condivisione di spazi di libertà illegale collettivi, dove mettersi alla prova davvero in prima persona, e dove, a volte, poter anche sbagliare ma con la dignità di aver compiuto qualcosa di tuo.

Questo può accadere solo tenendo accesa la tensione verso un agire sovversivo, capire cosa significa per noi, riconoscerlo nei gesti altrui e sceglierlo tutti i giorni, dandogli spazio vitale.

Imparare a prendersi cura di se stessx e di chi ci sta vicino, decostruirsi, boicottare la linea, perché “Il conflitto non avanza linearmente, per linee di classe o soggetti affinitari, bensì si diffonde per risonanza, per cerchi di intensità, attraverso la polarizzazione dei vissuti comuni.”4

«Ai contestatori dell’Impero che insegnano alle persone a lottare per farsi concedere dei “diritti”, i nemici del totalitarismo capitalista ribattono che non ci sono diritti da elemosinare, ma la totalità della vita da conquistare. Ai primi che organizzano scontri e conflitti simbolici funzionali al mercato della rappresentazione politica, i secondi controbattono la necessità di rivolte autentiche e spontanee capaci di creare momenti di libertà immediati, effimere schegge spazio-temporali sottratte all’oppressione del dominio totalitario capitalista.» 5

Vivere nella verità

L’utilizzo del conflitto simulato, con tutte le sue aberrazioni al seguito, è figlio di un’epoca dove saper vendere la rappresentazione spettacolare di sé stessx è la chiave del successo.

La porta d’emergenza per uscire da questo teatro è quella di riconquistare una forza estetica molto più attraente, quella della verità.

Mentire su ciò che succede in piazza, esagerare nei comunicati trionfalistici tutti uguali, decuplicare i numeri delle manifestazioni, ripetere come mantra slogan fiammeggianti in piazze finte e costruite; chi pensate di prendere in giro?

A rimanere imbrigliatx in questa rete di bugie sono lx numerosx poser, opportunistx e abusers, animatorx di quelle relazioni sociali neutralizzanti che intossicano gli spazi di movimento.

A non cadere nella trappola sono invece lx migliaia di possibili giovani ribelli che a ogni spazio non concesso, ad ogni bugia, abbandonano schifatx e delusx la lotta collettiva per chiudersi nell’individualismo ed egoismo capitalista.

Invece di sacrificare energie nelle autonarrazioni teatrali è urgente tornare ad agire azione diretta, tornare a rendere le strade cornici di rivolte autentiche, capaci di attrarre almeno una parte di quella tensione che, costretta nel sottosuolo, trema sempre più forte e irrequieta. Sarà stupefacente riscoprire la potenza sovversiva del dilagare della rabbia di moltitudini furiose, per ora ancora sonnecchianti e represse.

Con la definitiva approvazione del dl Sicurezza, sotto il cielo più nero degli ultimi ottant’anni, è ora di riscoprire la nostra più feroce voglia di vivere e stare insieme, stringendosi a chi, all’ombra dello show, alleva il dubbio, si prende cura della verità e, in silenzio, affila il coltello.

Il più grande pensiero di solidarietà e affetto a Maja e Paolo in sciopero della fame per le brutali condizioni di vita nelle carceri, contro tutte le galere.

GIUGNO 2025
Teppistx, incivili, guastafeste


1 https://www.romatoday.it/politica/intervista-luca-blasi-scontri-no-decreto-sicurezza.html

2 Detour – la canaglia a Genova: https://www.rivoluzioneanarchica.it/detour-la-canaglia-a-genova-2/#/

3 Detour – la canaglia a Genova: https://www.rivoluzioneanarchica.it/detour-la-canaglia-a-genova-2/#/

4 Guy Debord. La società dello spettacolo. Parigi, 1967

5 Marcello Tarì, Il Ghiaccio era sottile – per una storia della Autonomia, Derive e Approdi, 2012, Roma

FUOCO ALLE URNE! – MANIFESTO ANTIELETTORALE

Riceviamo e diffondiamo

FUOCO ALLE URNE!

BRACCATX DALLO STATO E DALLE SUE GUERRE MORDEREMO SEMPRE LA MANO CHE CI NUTRE.

Avversx ad ogni colore politico rifiutiamo la democrazia e i suoi sgherri, fascisti o pseudo antifascisti che siano, per disertare una realtà di gerarchie, razzismi e gabbie, che proprio nel governo “eletto” trova la sua legittimazione autoritaria. Rafforzato da schiere di burattini che non vedono l’ora di imbracciare la loro scheda elettorale e crogiolarsi in un senso civico benpensante e immobile, lo stato italiano nel frattempo costruisce cpr, arma gli sbirri fino ai denti e deporta chi non è idoneo al suoi parametri di utilità. E allora con che volto ora gli stessi firmatari del memorandum libico urlano all’uguaglianza e all’integrazione?

Lo stato democratico è mandante e complice di ogni cadavere lungo le frontiere, di ogni tortura e pestaggio sbirresco, di ogni guerra e massacro anche quando avviene per mano dei suoi alleati. Mai riconosceremo lo stesso potere che perseguita e ingabbia le nostre compagnx.
Mai infileremo le dita nelle vostre urne, perché sappiamo che un martello usato con passione e fantasia è più efficace di mille riforme.
Contro ogni delega l’unico atto rivendicabile è quello di rivolta.
Ci lanciamo verso il profumo inebriante di un mondo diverso, un altrove senza eserciti e senza autorità, dove poter giocare e sperimentare.

NESSUNA URNA POTRÀ MAI CONTENERE I NOSTRI SOGNI

Astensioniste violente

CILE: RIVENDICAZIONE DELL’ATTACCO ESPLOSIVO AI LABORATORI ABOTT – RECALCINE, MAGGIO NERO 2025 – CELLULE RIVOLUZIONARIE BELÉN NAVARRETE

Traduciamo e diffondiamo

Rivendicazione dell’attacco esplosivo ai laboratori Abbott-Recalcine, maggio nero 2025.

“I poveri si lamentano, nessuno li ascolta. Usando le armi, adesso li sentono.”

Le donne formano bande! Questa azione non è un atto di protesta né tanto meno di clemenza, è deliberatamente un atto vendicativo. Qualche anno fa la distribuzione di pillole contraccettive difettose da parte dei laboratori Abbott – Recalcine ha causato centinaia di gravidanze indesiderate, di fronte a questa situazione le aziende responsabili hanno proposto un risarcimento di 38.900 pesos, una somma nemmeno vicina alla metà di quanto ci è costato assemblare questo ordigno esplosivo, e anche se moltx non sono d’accordo con il metodo di azione, almeno siamo d’accordo che la somma offerta è una beffa, un’altra ancora da parte della dittatura democratica-aziendale.

I laboratori Andrómaco, Silesia e Abbott continuano a fare di queste pratiche una politica aziendale: continuare a distribuire contraccettivi difettosi. Niente di nuovo comunque. C’era da aspettarsi che, tanto i gruppi di impresari come lo Stato amministrato dal governo pluri-poliziesco-femminista di Boric e dello stupratore Monsalve, rimarranno in silenzio. Gli interessa solo la riproduzione del ciclo della povertà perché, in sostanza, il capitalismo amministra la vita e la morte per la generazione sistematica di ricchezza, indipendentemente dai danni che possono causare.

Unitx dall’affinità e dall’interesse comune per l’azione, organizziamo le nostre volontà nel campo pratico dell’informalità, lontano da tutti i discorsi vittimistici e pacificatori che posizionano l’azione insurrezionale al di fuori delle possibilità della lotta anarchica. È necessario prendere parte all’offensiva antiautoritaria con gli strumenti necessari per rafforzare il nostro progetto di liberazione.

Le nostre bombe sono state realizzate e trasportate anche con l’imperversare della tormenta e nell’oscurità del cielo. Gli attacchi infiammano l’orizzonte e allora, improvvisamente, cade la maschera della società… chi di voi può giudicare il sabotaggio? I valori dell’offensiva anarchica e l’azione rivoluzionaria si scontrano, con convinzione e coraggio, con l’alienazione capitalistica e con coloro che si coprono il volto con il velo della miseria.

Con questo attacco ricordiamo il compagno Mauricio Morales che a 16 anni dalla sua morte continua ad essere presente nell’avanzata della guerriglia urbana anarchica. In questo Maggio Nero, memoria e azione si intrecciano affinché né il tempo né le distanze cedano il passo alla rassegnazione e alla negazione della storia di lotta dei nostri morti.

Marianna, che il dolce profumo della dinamite passi attraverso i muri. Saremo con te fino alla fine!

Onore, memoria e azione per il compagno anarchico Kyriakos Xymitiris.

In solidarietà con i prigionieri anarchici e antispecisti, abbattiamo le mura delle prigioni!

Creiamo 1, 10, 100 cellule d’azione, continuiamo a scrivere con i fatti la nostra storia di lotta!

Per l’attacco in tutte le direzioni, puntiamo le nostre forze sulla creazione di un progetto internazionale!

“Potete distruggere la vita delle persone, non riuscirete a spegnere il pensiero e le pratiche antiautoritarie. Non riuscirete a spezzare la tensione rivoluzionaria, non riuscirete a spegnere l’anarchia.”– Anna Beniamino.

Cellule rivoluzionarie Belén Navarrete – Nuova sovversione


Testo originale: https://lazarzamora.cl/celulas-revolucionarias-belen-navarrete-reivindican-ataque-explosivo-a-laboratorios-abbott-recalcine/