IL CUORE È ESPLOSIVO, LA GIOIA È COMBUSTIBILE, IL RESPIRO È UN BOATO – RIFLESSIONI INDIVIDUALI A SEGUITO DI ALCUNE OPERAZIONI REPRESSIVE

Diffondiamo (qui il testo in pdf)

All cops are bandogs:
cani da guardia per scelta (è la scelta la loro prima colpa).
La “pappa” gliela danno i politici, miseri giardinieri tuttofare
che fanno creste sulla spesa e scodinzolano
le poche volte che vengono ammessi alla casa padronale.
Se vogliamo davvero che la paura cambi lato
È in quella casa che ci devono sentire,
quelle le finestre che per prime dovranno piangere i vetri
delle nostre pietre e bottiglie di rabbia
quelli i muri che dovranno sanguinare.
Sono pochi, i nomi sono noti,
vogliono farsi credere lontani e
irraggiungibili, ma la puzza della loro merda li tradisce 

 Seguono alcune riflessioni individuali maturate a seguito di quanto avvenuto nel contesto del carnevale no ponte dello scorso uno marzo a Messina, dell’operazione “Ipogeo” della procura di Catania e dello sgombero della Palestra L.U.P.O a Catania.  Riflessioni che sorgono anche dall’assordante silenzio del movimento no ponte, anche il meno istituzionalizzato, riguardo gli arresti e le condanne che hanno seguito il carnevale no ponte e riguardo le applicazioni delle ultime disposizioni in materia di sicurezza nell’arginare e criminalizzare la solidarietà espressa in occasione della prima udienza relativa alle misure cautelari per le persone inquisite per i fatti dello scorso uno marzo a Messina. Quel giorno, il 17 dicembre, oltre un presidio al tribunale di Messina sono state percorse alcune delle strade del centro città in maniera rumorosa e solidale, il che ha maturato (ad oggi) un avviso orale nei confronti di un compagno di Messina ed un foglio di via nei confronti di un compagno di Catania.

Il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Una terra che si muove lenta, frana inesorabilmente, si rende irreversibilmente ostica alla presenza assassina di scavatrici, carri armati e fili spinati. Una patria di militari e di immortali, nomi grossi su petti stretti, cuori labili corrosi da effetti speciali e luci illusorie. Uno spettacolo stridente come le catene dei macchinari della produzione, mezzi, cui obiettivo ultimo è l’asservimento di un’esistenza collettivamente solitaria. La metafora non è aleatoria, ma portatrice di altro. Trincea a fucile spianato, terreno minato. Petti esplosi che manco sanguinano più e che esigono la loro concretezza contro il nostro respiro. Una lunga ed infinita apnea che costringe alla cianosi di corpi ormai tendenzialmente vuoti meccanismi, ingrassati da successi e pezzi di carta certificanti. Distrazione costante dalla vita, esistere consiste nel raggiungere obiettivi per altri; scuole di regime, conoscenze prepotentemente universalizzate, un dito su un grilletto e, poi, un bersaglio target di questo triste esperimento balistico di morte insensata. L’anestesia del sentire nel colore del viso tumefatto dal patriarcato, della schiena spezzata del turno di lavoro, da quel laccio che mi ha addormentato per sempre. Tutto avverrà domani, intanto… confini su confini su confini e chiavi buttate in un mare che non restituisce nient’altro che ulteriori sottrazioni, costante relazione inversamente proporzionale tra vita e ordine. Hanno voluto del galeone un relitto… Ma la mareggiata?! Il lento accasciarsi dei promontori su questi presidi di civiltà?! Così sul letto di queste fiumare asciutte, soffocate dall’asfalto il cuore è esplosivo! La gioia è combustibile! Il respiro è un boato!

Gli occhi?! Costretti ad un post-traumatico immortale fallicamente imposto nel rito dell’ignobile anonima morte in seno ad una banale icona; una croce uncinata, una S doppiamente sbarrata, delle stelle e delle strisce: altari delle patrie, sia che sventoli un tricolore o debito pubblico appena stampato, chi non vi si inginocchia innanzi dev’essere deglutitx da (in)umani voraci di carne, invece, disumanizzata. Le combattono tutte le loro guerre, non ne perdono una, anche quando il segno che precede vita sembra essere sempre più un meno. E le costringono (le guerre) ai topi succubi della loro stridente nenia di flauto ingannatore; disseminata la peste, va asservita a certi e svilenti pensieri. E la loro peste, cui vettore ne è ormai principalmente un drone, imperversa in quello che è considerato da certi un banchetto: il mondo. Fanno della vita detriti schizzati in aria dalle bombe cucite dai loro compari in patria. Fanno della vita una sbrilluccicante brochure per celare un mondo, invece, solo galera. Coloro che ogni cosa e tuttx riempiono di “per” scorrazzano; maledetti, questi non hanno che rantolare il grido del loro allineamento. Qualunque loro sia la posizione, le labbra sono state (s)vendute. Si sentono cuscinetti, ma la loro convivenza con la convenienza li ha smussati a freno motore ormai corroso di un motore altrettanto corroso, frizione bruciata, fetide intenzioni tutte volte alla retromarcia. La sbandata è tutt’altro che garantita. Le iniezioni letali di cemento sono già quelle che, intorpiditi i neuroni, annullano ogni tensione alla tensione; annullano ogni propensione all’irreversibile domanda sul tutto. Garotaggi di persone hanno permesso una soffocazione quasi niente sbagliata di macroaree sentimentali, catalogando(ci) in mega gruppi nei quali contenitori ci si mette troppo spesso volontariamente. Eccoli qui i cantieri, le reti arancioni, l’ennesima dissociazione di un mondo sempre più distante. Una propensione all’arroganza del pastore d’anime ed alla ricerca di un argine dal quale mai fuoriuscire. Sanno bene verso dove far sputare le loro linguacce e quale bestia sbranare per ridurla in strazio con la loro danza sterilizzatrice di vita.

Il mondo-cantiere è indifferente. Oltre replicarsi all’infinito, procede in questo riprodursi senza alcun badare ai sentire delle vite. Non interessa proprio! Procede a testa bassa, deve costruire parcheggi… Nella missione di graduazione e, dunque, valorizzazione delle cose nella supposta sottrazione al de-grado, non vi è tempo per badare agli odori delle epidermidi. Non c’è tempo, hanno valutato ogni singolo istante e, dunque, lo hanno saldato ad un valore, ogni sobbalzo significa problemi. Ogni sobbalzo significa ruberie che vacillano. Sottraggono spazio al “degrado” sostituendolo con cemento, bitume e delle strisce tristemente blu. Ticket orari e “bella vita” tra le vie dove la vita è, invece, criminalizzata, sottratta e voluta infertile. Se non altro per certi visitatori basta un plastico coloriccio simile alle brochure che gli hanno rappresentato i social-network del mercatino della “vita lenta” da consumare in poche ore, così poche da non poter mai scorgere invece il triste nulla su cui si regge quella bella patina di merda. Il mondo cantiere non può badare a nulla se non che al ticchettio di fondi a rischio perdita. Un fondo perduto poiché mai voluto, il loro scavare sembra perpetuo e mai pronto a fermarsi. Fanno i solchi e li riempiono con il loro denaro, fondi su fondi su fondi. Tutto va a fondo.

E del brulicare di vita? Cosa resta? Chiaro; il battere cassa è a certi più importante di qualunque altro battito. Figuriamoci quello cardiaco.

“Fanno il deserto”… E se non lo hanno fatto loro allora bramano di conquistarlo o, comunque, di darne una forma gradita e conosciuta. Bombe? Ruspe? Manganelli? Sfratti? Crisi di panico? Solitudine? Tutto è agito dalla stessa mano stragista protetta dalle leggi e che afferra tutto per stritolarlo nella sua morsa letale. “E lo chiamano decoro”… quello squallido trucco che appongono alla loro morte insensata, per poi volercela schiaffare in petto. Che schifo tuttociò. Decorano la loro maschera da stupratori della vita con parcheggi, quartieri sbrilluccicanti sottratti ad ogni esistenza, case vacanza sempre vuote (anche quando infestate dai soldatini del turismo che viene e che torna), con città fatte sempre più per rapidi (o meno) banchetti e campagne trincerate per simulare il sanguinario gioco della guerra degli Stati (per esempio, lo svolazzare di elicotteri di guerra statunitensi su cieli, anche, dei parchi protetti delle Madonie, nel palermitano). Tutti questi cantieri ci si chiudono in petto e ci opprimono il respiro che a ‘lorsignori’ tanto arreca fastidio. O almeno questo è il loro volere, messo chiaramente a servizio di chi lo ha anche più grosso. Hanno dunque reso l’aria irrespirabile con il loro fiato cancerogeno ed adesso che l’ennesima rete è stata bullonata al suolo cosa avete ottenuto? Pensate veramente di poter offuscare tuttx nella vostra nuvola di cemento sgretolato innalzata dalle vostre ruspe? Pensate di poterla seppellire sotto l’ulteriore cemento che vi apporrete sopra con le vostre betoniere metastatiche?

Una guerra infinita quella della nazione contro le persone e, tra la nazione e queste, tutta una serie di magnaccia e capò si infiltrano saccheggiando e devastando, rapinando, distruggendo, agendo violenza squadrista, organizzata e legittimata dalle leggi degli Stati cui ne proteggono gli interessi. E poi i loro incappucciati manganello muniti aprono la strada come vere e fedeli guide di un padrone che odia la selva e la riproduce all’infinito solo per il gusto di vederla distrutta. Il fronte, la trincea, un esterno che sembra mai giungere sotto gli sguardi pacificati… questi, mentre cercano il feticcio da venerare nei loro riti da salotto impomatato, non tardano a condannare con paternalistico fare quelle bestioline incontrollabili che gli hanno sottratto il totem per farne, invece che culto, strazio iconoclasta. Ma gli egonomi della lotta non tardano a riprendersi il loro pupazzetto di plastica, con l’aiuto dei venerabili delle segreterie di partito, con l’aiuto degli agenti dell’opinione pubblica e delle questure che bramano quell’ordine fetoso della delega e dei leader.

Ma si può veramente costringere definitivamente la vita? La si può veramente ridurre esclusivamente a protocolli, PEC, ed a quanto è più conveniente? È riducibile alla scelta di un candidato? Ad una “quota rosa”? Nelle considerazioni di una procura? La si può sottrarre di pulsazioni quando viene colposamente descritta come deviata? La si può costringere ad un reparto psichiatrico? La si può definire in delle teorie? Nello strame che ne fanno leggi e nazioni? Si può veramente sottrarre la vita dalle vite? La si può ridurre ad un vuoto a rendere?

“Una delle regole essenziali del totalitarismo è la distinzione dei sudditi in categorie protette e categorie prive di protezione. In queste ultime possono poi ricavarsi categorie destinate allo sterminio”. (A. M. Bonanno)

Se l’ atto repressivo è un fatto “normale” di un regno che vede la propria legittimità messa in discussione, bisognerebbe, dunque, domandarsi cosa è che lo normalizza. Cosa rende accettabile il monopolio statale della violenza e della narrativa non-violenta/pacifista? Cosa rende normale il seppellire la vita nelle gattabuie dello Stato? Cosa normalizza il lancio di lacrimogeni in faccia alle persone? Cosa rende normale l’invasione di braccia armate prodromo di cemento e solitudine? Cosa rende normale l’ossessiva presenza di pattuglie e telecamere per le strade delle città? I rastrellamenti a chiara matrice razziale per permettere la voracità dell’industria turistica, come San Berillo a Catania? Cosa rende normale la militarizzazione totale delle polizie e la polizificazione degli eserciti? Cosa rende normali frontiere sanguinarie, serrate e sempre più concepite come aree di ghettizzazione forzata delle persone migranti? Cosa rende normale tutte le persone suicidate nelle carceri? nei CPR? nei reparti psichiatrici? dalla disperazione della povertà? dalla ghettizzazione della vostra morale? Forse una percezione diffusa di impotenza schiacciante. Quella sensazione di nullità di fronte ad un mostro talmente gigante che ci riempie di ricatti. Il lavoro, l’università, la famiglia, debiti, la morale etc. etc. etc… Questa visione del mondo si regge sul guinzaglio corto e soffocante al collo di ognunx. Ogni strattone della bestia vuole essere corrisposto da una presa ancora più salda del suo padrone, il sadismo di costoro è colmato dal soffocamento dei loro sottoposti. Possibile in virtù di un’impalcatura di potere cui potremmo aggiungere definizioni e spiegazioni per parecchio, risalendo il crinale di questa storia sino al punto zero della pace vestfaliana, con la nascita degli Stati-nazione e l’adorazione maschia della “madre patria”. L’applicazione di un sistema tale viene narrato come tutto intra-europeo, la nascita del sistema moderno, del capitale. Ma è vero, invece, che un sistema tale non sarebbe potuto esistere senza l’imposizione della “società coloniale”. Infatti, il sistema di capitale, dapprima fondato su una narrazione unicamente ed esplicitamente identitaria-culturale, conosce le sue prime applicazioni, sotto forma di tragici esperimenti, nel corso delle conquiste delle “terre d’oltre mare”. Così che mentre le compagnie commerciali emettevano i primi titoli azionari per finanziare le proprie imprese commerciali nelle “Indie”, gli eserciti dei regni cattolici estraevano con spada e cannone le materie prime utili ad un mondo che si preparava all’industrializzazione; tra le quali, anche forza lavoro a costo zero.

“Avere palazzi di corte lustri, ma campi incolti e granai vuoti, indossare abiti raffinati e lussuosi e portare alla cintola spade affilate, […] possedere beni e ricchezze ben oltre il necessario, tutto ciò equivale a ladrocinio […]” (Laozi)

È nella politica identitaria che si trova la base dalla quale si costruiscono da un lato le espansioni coloniali e dall’altro le esperienze di sottomissione dei popoli colonizzati. Il sistema capitalistico moderno prende forma attraverso lo stabilirsi di forme specifiche e differenziali, che hanno avuto nel capitalismo coloniale il suo terreno fondamentale di sperimentazione. Le forme di tale dominio coloniale, seppure con i dovuti cambi di rotta, persistono dal momento che le guerre per le indipendenze non hanno prodotto altro che ulteriori Stati attraverso i quali riprodurre quelle medesime strutture di dominio che si andavano organizzando dagli albori delle esperienze coloniali. Così, l’organizzazione della società è ricca di esperienze in cui spossessati si sono trasformati nei più sanguinari servi del vile piano d’oppressione delle stesse nazioni che li ha dapprima bistrattati e, poi, assorbiti nelle sue marginalità, al servizio della tanto continua mobilità delle sue infinite frontiere. Un’inquietante esempio possono essere i sefarditi, in fuga da luoghi dove la loro vita era messa seriamente a rischio ed infatuati dal progetto di poter convivere con altri “ebrei”. Sposare l’identità dello Stato israeliano, che li considera come le “classi” più abiette della società, ha condotto questi ultimi a trasformarsi in sanguinosi torturatori ed efferati sbirri del sionismo pur di mantenere il privilegio dell’incolumità statale che i loro governanti elargiscono. Dall’altro lato come non menzionare le fazioni più efferatamente stataliste che vedono nella “causa palestinese” la concreta possibilità di accostarsi al banchetto dei loro stessi persecutori; con bottoni lucidi sbirri di Gaza opprimono le insurrezioni popolari, concreto rischio per la realizzazione del loro progetto di potere. D’altronde il modello si ripete pedissequamente: le insurrezioni popolari per queste elitès coloniali significano il rischio di perdere i privilegi concessi loro dal colono. Tutte forze che agiscono intorno allo sfruttato “creando un clima di sottomissione ed inibizione che allevia il compito delle forze dell’ordine”. Ma ulteriormente, si potrebbe parlare della composizione sociale delle forze armate e dell’ordine in tutte le nazioni del mondo e si manifesterà la più banale delle verità: non è difficile alimentare le paure degli oppressi. La massa mediata, dunque, sanguinosamente facile da irreggimentare agli scopi dei loro elargitori di privilegi in termini materiali, mentali o altri. Dunque, partiti o individui caratterizzati da un’attività di tipo perlopiù elettorale, non essendo effettivamente interessati ad un rovesciamento totale del sistema, non invocano mai l’uso della forza da parte delle masse, ma la usano come minaccia verso le istituzioni dei coloni al fine di ottenere più peso e potere politico.

“Il reietto impaurito è spesso più miserabile ancora del dominatore, il realista è più feroce del re in persona”. (A. M. Bonanno)

Esiste una continuità con il mondo coloniale che si fonda in maniera sempre più solida su concetti identitari e i differenziali che ne derivano. La replica di questo schema di significare il mondo è concretamente la metastasi del “normale” che affligge percorsi ed esplosioni di libertà opponendone burocrazie e standard, a tutti i livelli. La possibilità di intessere discorsi identitari su tutti i livelli rende possibile la replica all’infinito di confini, affacci da cui il sistema di capitale conduce il suo andamento di espansione-contrazione. I fili spinati dell’identità, pietra angolare della legittimità del sistema capitale-statalista, permeano l’esistenza dei sudditi, influenzandone ogni aspetto dell’esistenza. Lo stesso dispositivo ha, dunque, costruito i confini del discorso d’esclusione che troppo spesso i “movimenti territoriali” (s’intende quelli mediati da pastorx d’anime) hanno dispiegato per corroborare l’indice incolpante contro ormai famosx “infiltratx”. Bisognerebbe prendere atto che le mediazioni politiche, quand’anche non propriamente partitiche, tendono a cloroformizzare la partecipazione spontanea, indipendente ed autonoma. I confini di un “movimento” troppo spesso delineano un contenitore di pratiche e procedure che hanno l’effetto di posporre la vita aderendo all’esistenza inerziale che il mondo colonial-capitalistico desidera. L’idea stessa di movimento “territoriale” suggerisce l’esistenza di caratteristiche specifiche senza le quali non si potrebbe aderire a quella lotta in particolare. Questo particolarismo è utile solo alla riproduzione della posizione di “capo-bastone” che, incistata nel modo di vedere le cose, viene replicata e cucita su ogni forma di vita altra, con la pretesa di ridurne l’esistenza a standard conosciuti e concordati in comunità strette e fortemente mediate da figure “leader”. Questo tipo di organizzazione a livelli fa di moltissimi movimenti “territoriali” delle strutture parecchio simili a quelle dei partiti. Infatti, troppo spesso le istanze di tali movimenti, auto-dichiaratisi indipendenti in principio, finiscono per impolpare il piatto dei contenuti delle campagne elettorali, svuotando definitivamente ogni possibile carica di rivolta dell’istanza “territoriale”.

Tali vescovi dei labili “no” finiscono presto per dimenticare la loro primaria definizione di “movimento territoriale”, stabilendo un differenziale basato sul successo e la “comunicabilità” che apre le porte a strutture organizzate, abdicando definitivamente all’auto-gestione, se non in piccoli e tribali rituali da chiacchiera “infra nos”. I movimenti di lotta “territoriale” così sentono di divenire difensori del milieu territoriale, proponendo “alternative” che non fanno altro che aggravare la portata della loro (innocente?) menzogna. Il “percorso” tanto gradito a tali assemblee, utile a rendersi comprensibili anche “alla vecchina al balcone”, si trasforma in una routinaria e vuota tradizione fatta di appuntamenti periodici e rituali a ripetizione. Il discorso “territoriale” è caratteristico di diversi movimenti, la “difesa del territorio” diviene un elemento fondante di questo tipo di aggregazione scenica. Una modalità di aggregazione che non concede null’altro che la pedissequa ripetizione della  quotidianità, escludendo ogni seducente possibilità di gioia.

Il taboo della violenza, che si concretizza poi nella pacificazione più servile, esclude inoltre la possibilità di un discorso concreto sulla repressione e le strategie- tanto collettive, quanto individuali- che si potrebbero dispiegare nel fronteggiarla, normalizzando di fatti il rapporto di potere unilaterale che intercorre tra oppressore ed oppressx e il suo potere di farci percepire solx. Inoltre, non si può assolutamente eludere l’azione cloroformio che questa vita-galera ci sottopone quotidianamente. Troppo spesso, infatti, ci si trova impreparatx davanti all’aggressione da parte dell’ “ordine costituito”. Ma ulteriormente impreparatx davanti alle furbate di chi cela ulteriori intenzioni oltre quella di “riempire le piazze”. Mentre certi sacerdoti condannano qualunque altra pratica come colpevole di svuotare le fila dei loro movimenti, lasciano aprire le loro sfilate dai segretari di quegli stessi partiti di c.d. opposizione che non hanno esitato e non esitano a porgere il fianco e fare favori a chi la vita la odia!  Trasformando il tutto in un banale e “normale” spettacolino elettorale, tutta carta straccia una volta allontanatesi le urne dai calendari di questi funzionari.

Quando spossessatx fanno scricchiolare le loro catene il mondo dei ben pensati di partito e di movimento si scandalizza. Questo mondo affonda il viso tra le mani per una scritta su un muro, per una vetrina infranta, per una sassaiola su un plotone di polizia e reputa “normali” (normalizzandole) le tragedie umane alle quali quotidianamente questo mondo ci sottopone. Si concepisce possibile tenere i fucili costantemente puntati contro stranierx alle frontiere e ci si scandalizza se per una volta, invece, quella violenza cambia direzione e, anziché essere strumento di riproduzione di potere, diviene mezzo di libertà, di concreta solidarietà senza alcun confine. Così la prima frontiera della repressione, volenti o nolenti, è la pretesa di aderire al copione democratico del dissenso secondo le regole da parte dei movimenti di massa mediata. E poi… lo sbirro che risiede in ognunx (o quasi) di noi.  Ma come micelio, anche se la terra è resa infertile, prima o poi rispunta e, comunque, nel frattempo…seguendo vie differenti da quelle percorse va manifestandosi “altrove”. Anche se spesso certe relazioni di potere si replicano pedissequamente in questi “altrove”, avviene comunque che la gioia esploda e colori oltre che i cieli e i muri delle città, anche le sue strade. Quando le catene scricchiolano a volte, poi, si spezzano. Ed anche se poi, la maggior parte delle volte, tornano più strette di prima, quei momenti sono impossibili da alienare dalla dimensione dei fatti. E così il piatto sopravvivere delle nostre routine delle volte si incrina e prende delle direzioni inaspettate che, seppur non totalizzanti, divengono sempre più consistenti nel se. Le brecce che si sono rotte non possono più risaldarsi, anche opponendovi tutto lo squallore cementificante possibile a questo mondo.

“Illuminata dalla violenza la coscienza del popolo si ribella contro qualsiasi pacificazione. I demagoghi, gli opportunisti, i maghi hanno ormai il compito difficile. La prassi che le ha buttate in un corpo a corpo disperato conferisce alle masse un gusto vorace del concreto. L’impresa di mistificazione diventa, a lunga scadenza, praticamente impossibile.” (F. Fanon)

Tutti quei fuochi di vicinanza, ogni insurrezione e ribellione di solidarietà nei confronti della libertà; ognuna di queste brecce, ognuno di questi momenti in cui la violenza si è ritorta contro il padrone, ogni viso che si è esposto con le persone detenute e/o in lotta contro questo orribile e squallido mondo intriso di “crazia”, ognuna di queste diserzioni ha fatto sì che questo bramoso mostro capitale tremasse ancora un altro po’. Ed ogni esperienza di liberazione, anche se assolutamente effimera, diventa ispirazione, coraggio, propulsione per altri momenti di libertà e per altrx; diventa un’ulteriore sbavatura su tutto questo trucco che edulcora le galere della vita.  Per questo, e molto altro ancora, prendere le distanze e criminalizzare tali atti di libertà significa riprodurre e corroborare relazioni di potere che sono le armi fondamentali con cui il mondo vigente si mantiene in vita.

Queste parole sono tutte contro i nemici della vita, costruttori di ghetti ben sorvegliati! E sono tutte in solidarietà a chi si trova ingabbiatx. Sia dentro un carcere che dentro un’esistenza costantemente sotto la minaccia del “fallimento”. In solidarietà a tutte le persone sole nell’angolo buio di questa non-vita a rilascio prolungato. In solidarietà e vicinanza a chiunque convive e condivide punti interrogativi. In solidarietà agli irreversibili dubbi verso tutto! Contro ogni certezza raggelante e definitoria! Queste parole sono un ennesimo tentativo di liberarmi di queste scarpe di cemento nello sguazzare dentro questa palude.

Con il cuore e lo stomaco stretti in una morsa delle volte letale. Con il formicolio alle mani. CON AMORE E RABBIA!

“DAI CORTEI PER RAMY A MILANO AI CORTEI NAZIONALI E NON PER LA PALESTINA IL PRIMO NEMICO DELL’ INSURREZIONE SONO I MOVIMENTI E I CORPI APPACIFICATORI!
SOLIDARIETÀ ALLX ANARCHICHX RINCHIUSX NELLE GALERE DA CATANIA ALL’INDONESIA.
SEMPRE PACIFISTX, MAI PACIFICX!” (Bak)

CANALE TELEGRAM PER INFORMAZIONI E AGGIORNAMENTI SU “CORPI, LUOGHI FRONTIERE – TRE GIORNI CONTRO LA MERCIFICAZIONE DEI TERRITORI”

Diffondiamo

Canale Telegram per informazioni e aggiornamenti su campeggio e discussioni della tre giorni contro la mercificazione dei territori:
Corpi Luoghi Frontiere – 26, 27, 28 Giugno – Fattizze, Salento

Telegram Channel for info and updates about the camping and the discussions of the three days against the exploitation of local areas:
Corpi Luoghi Frontiere 26th, 27th, 28th of June – Fattizze, Salento

https://t.me/info_corpi_luoghi_frontiere

CATANIA: PRESIDIO SOLIDALE SOTTO AL CARCERE DI PIAZZA LANZA

Diffondiamo:

Venerdì 12 giugno dalle 15

Al fianco di chi ogni giorno resiste dietro le sbarre.
Per portare calore alle persone recluse.

Il carcere è un luogo di sofferenza e disagio che distrugge la personalità degli individui costretti a vivere in condizioni disumane. Ma è lo stesso concetto di prigionia, di privazione della libertà a essere un crimine efferato. Dietro le falsità di reinserimento, risocializzazione e correzione, emergono evidenti i caratteri di vendetta e punizione.
Vivere il carcere significa perdere il controllo della propria vita, dall’aspetto economico e relazionale fino a quello alimentare e sessuale, significa essere sottoposti a umiliazioni e vessazioni quotidiane. È un luogo altamente patogeno, in cui lo stress indebolisce le difese immunitarie, le cure sono insufficienti e forzate, dove detenute e detenuti sono spesso le cavie di terapie sperimentali o oggetto di annichilimento farmacologico. È un luogo di maltrattamenti, torture e omicidi, spesso e volentieri, celati. Venerdì 22 maggio, l’ennesima morte per mano dello stato nel carcere di Piazza Lanza. Un uomo in condizioni di salute precarie è stato lasciato morire in cella.

16 perquisizioni e 3 arresti sono stati effettuati a seguito del corteo del 17 maggio 2025 a Catania contro la repressione per dei fatti avvenuti presso il carcere di Piazza Lanza in solidarietà con le persone detenute. Questa operazione si aggiunge alle altre innumerevoli avvenute di recente nel territorio, come quelle per il Carnevale no ponte, per le proteste pro-Palestina e l’operazione Safe Zone.
Appare evidente che stiamo vivendo in una società piena di carceri, di repressione, di controlli asfissianti che si addentrano fin nei comportamenti individuali e intimi. Il carcere è l’espressione più brutale e immediata del potere e, come il potere, va distrutto. Non può essere progressivamente abolito. Chi pensa di poterlo migliorare per poi distruggerlo ne rimane prigioniero per sempre.

CHIAMATA INTERNAZIONALE: “RAICES Y RADICALIDAD” DA MIGUEL PERALTA E JUAN SORROCHE

Diffondiamo questa nuova chiamata alla poesia, haiku senza haiku e versi liberi e scatenati, nata come continuazione del progetto “Haiku senza haiku” del 2023.

La nuova raccolta prenderà il nome di “Raices y radicalidad”, ed e’ stata lanciata dai compagni Juan Sorroche, detenuto nel carcere di Terni (nel territorio chiamato Italia) e Miguel Peralta, che in qualche parte del mondo in questo momento sfugge alla persecuzione dello “stato messicano”.

Raices y radicalidad aspira a creare uno spazio d’incontro, convergenza ed espressione per le persone che “affrontano, resistono e lottano contro il potere ogni giorno” in diverse latitudini.

Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, sentimenti, parole a questo nuovo progetto.

Diamo il benvenuto a contributi in qualsiasi idioma, lingue originarie che resistono e fioriscono nonostante l’imposizione delle lingue coloniali, così come ad ogni modalità di espressione libera.

Questa è una chiamata per non smettere di sognare, immaginare e realizzare infiniti mondi nuovi!


Dal manifesto di lancio:

Fin dalla colonizzazione, i popoli hanno sviluppato diverse forme di resistenza e sopravvivenza in risposta al modo in cui il capitale ha saccheggiato i loro territori, dall’estrazione dell’oro a quella delle terre rare, dai megaprogetti alla grande menzogna del capitalismo verde, fino alla guerra.
Quanto più il capitale rafforza il suo sfruttamento e l’imperialismo coloniale, reprimendo e sterminando, tanto più la lotta e la resistenza dei popoli per difendere i propri territori devono essere rafforzate in ogni parte del mondo.
Nella nostra vita quotidiana, attraverso l’iperconnettività digitale, abbiamo normalizzato la ricezione di informazioni da tutto il mondo in tempo quasi reale. Abbiamo anche normalizzato l’idea che un click su un “like” ci renda partecipi di una lotta. Questo fenomeno sta limitando le azioni, erodendo pratiche che sono sempre appartenute a popoli e individui e ci priva di spazi per l’autodifesa e l’azione. Con questo appello, vogliamo creare uno spazio di convergenza attraverso la solidarietà internazionalista, condividere i nostri sentimenti per entrare nel profondo delle lotte del Sud globale in una prospettiva anticoloniale, dis-imparare, solidalizzarci e liberarci. Questa è una chiamata rivolta ai popoli in resistenza, ai/lle collettivi/e, alle individualità, alle persone prigioniere, in fuga, in clandestinità, alle persone migranti senza o con i documenti, alle dissidenze sessuali, collettivx di sex workers, alle famiglie in ricerca dei/le figli/e scomparsi, alle autonomie e autodifese, agli spazi occupati, ai gruppi di sostengo per detenutx, a creatrici/ori e artistx dissidenti, a tutti coloro che quotidianamente resistono e sfidano il potere.

Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, sentimenti e parole a questa raccolta che abbiamo intitolato “Raices y Radicalidad”.

Raices y radicalidad, poiché le radici rappresentano l’origine, la memoria collettiva, che si trasmette nel lungo cammino del tempo. Queste radici influenzano la formazione dell’identità, il modo in cui gli individui si riconoscono e si definiscono. A sua volta, il territorio è il luogo in cui si vive, e queste radici si sviluppano ed esprimono in diverse pratiche politiche e socioculturali. Pertanto, la radicalidad è un profondo ritorno all’origine; è come una radice che penetra la terra in cerca d’acqua, scavando in profondità e connettendosi con la memoria e il territorio, vedendo con trasparenza chi siamo e da dove veniamo. È un modo di esistere che non si ferma in superficie, ma cerca le profondità dove nascono idee, identità e cambiamenti.

Vi invitiamo a contribuire con parole, disegni e creazioni a questa raccolta di parole finalmente libere, sillabe incendiarie, haiku senza haiku e versi scatenati dalla logica della metrica e lanciati a briglia sciolta verso l’infinito, scatenati da proprietà e mercificazione. Gli scritti raccolti saranno pubblicati in cartaceo attraverso delle autoproduzioni, verranno letti durante iniziative autogestite e diffusi non solo tra tutte le persone interessate e “libere”, seppur prigioniere nelle carceri, negli istituti psichiatrici e nei centri di detenzione per migranti, ma anche a tutti coloro che sono reclusi nelle scuole, nelle fabbriche, nei quartieri e nelle campagne, ma continuano a sentirsi liberi e non credono nell’illusione che questa società ecocida possa continuare.

“Raices e radicalidad” nasce dal dialogo scritto tra Juan Sorroche, compagno incarcerato nel maggio 2019 dopo due anni di clandestinità e detenuto in un carcere di quella che chiamiamo ancora Italia e Miguel peralta, anarchico della comunità di Eloxochitlan de Flores Magon, detenuto per cinque anni nelle carceri messicane, che ora vaga da qualche parte nel mondo, ma che è ancora sotto processo…

Invia i tuoi Haiku senza Haiku a:

raicesyradicalidad@canaglie.net

oppure

Spazio di documentazione Il Grimaldello
Via della Maddalena 81r.
16124 – Genova – Italia

MESSINA: DOPO L’AVVISO ORALE, ANCHE UN FOGLIO DI VIA

Diffondiamo (qui il testo in pdf):

DOPO L’AVVISO ORALE, A MESSINA, ANCHE UN FOGLIO DI VIA.
LA CARTA È SOLO CARTA, LA CARTA BRUCERÀ!

Dopo l’avviso orale da parte del questore di Messina nei confronti di unx compagnx per un presidio di fronte al tribunale e del successivo corteo solidale in città il 17 dicembre 2025, giorno della prima udienza relativa al Carnevale No Ponte, anche un foglio di via nei confronti di unx altrx compagnx da “fuori provincia”.

“Se per lo Stato la rivolta contro questo schifo di mondo è violenza, allora ben venga la violenza. Una violenza che si opponga alla ferocia della macchina repressiva che tutela il capitale e i suoi interessi. Col cuore strettx allx compagnx in carcere, e il desiderio di riempire le piazze e non lasciarlx solx”. 

Queste le ultime righe del volantino che il 17 dicembre è stato distribuito nella piazza del tribunale di Messina in occasione di un presidio solidale durante l’udienza sulle misure cautelari per le persone inquisite nel quadro dei fatti avvenuti a Messina lo scorso uno marzo, il giorno del carnevale no ponte. Oltre ad un avviso orale (a riguardo sono state diffuse delle riflessioni nello scritto titolato “GUERRA NO, GUERRIGLIA SÌ – UN CONTRIBUTO DA MESSINA A SEGUITO DEL RICEVIMENTO DELL’ AVVISO ORALE”) si aggiunge, ora- alla lista dei provvedimenti polizieschi di quel giorno- un foglio di via della durata di tre anni, emanato dalla questura di Messina nei confronti di unx solidale da “fuori provincia”. Dispensatori di solitudine e frammenti sociali controllabili in una città asfissiante, ove la reattività questurina si fa notare con una certa avidità di attenzioni. Ancora una volta, il provvedimento è accompagnato dall’affermazione dell’ormai tipica retorica dei “provenienti da fuori” e dei “soliti noti”, ben sostenuta dai vari salottieri locali.

Sarebbe ridondante, ma anche mai abbastanza, ripeterci il contesto entro cui si inserisce questa guerra dello stato nei confronti dei modi dello stare insieme differenti dal soffocante tracciato che la socialità del profitto prevede. Ma non stupisce certo il “normale” funzionamento dell’apparato repressivo in una città dove non si muove nemmanco una foglia oltre quello a cui il routinario ‘status quo’ ci ha abituatx (leggi: costrettx). Hanno inondato una città (l’ennesima) di telecamere per sorvegliare bene che l’agonia imposta non si trasformi mai in iato vitale. Soffocano la vita con tribunali, polizie e provvedimenti, mentre sponsorizzano la morte implementandone l’infrastruttura a tutto campo… Si pensi alla zona falcata di Messina, prossima a ri-centrarsi come hub di guerra nel Mediterraneo attraverso la sua “riqualificazione” in chiave squisitamente militare. Una zona sottratta alla vita da tempo, già “cittadella infame” che durante i moti del 48′ sparava cannonate sullx messinesi insortx; nel 900, prima infettata da effimere industrie che hanno presto lasciato spazio all’abbandono e, poi, infestata dagli zombie mimetici a spalle stellettate. I marinai del tricolore, quelli che ricercano migrantx nel Mediterraneo per portarli nei 10 (e, apparentemente altri in costruzione) CPR presenti sull’italico suolo o in Albania, per esempio. Proprio in questo stesso porto, nel 2018, la guardia costiera Libica riceveva in regalo dal governo italiano due motovedette classe “Corrubbia”, consegnate a quei miliziani addestrati in Italia ad assassinare…

E vogliamo parlare del solito e squallido giochino della democrazia che ha visto l’amministrazione comunale in carica invocare il voto anticipato certa di potersi accaparrare- ancora- questa gallina dalle uova di cemento dorato che è la Messina dei milioni del PNRR e del (bancomat) ponte sullo Stretto? O della totale messa in vendita della città nella vetrinetta “concessa” ad MSC crociere in cambio dell’ennesimo squallido cantiere per un futuro (ma manco troppo) hub crocieristico? Un porto del tutto rinnovato; da un lato la vorace industria del turismo e, nella banchina antistante, le navi di una guerra sempre più imminente ai “confini esterni” della società ma già del tutto presente al suo interno.

Ed è proprio nel solco di questa guerra che si muovono le “normali” trame del “più gelido dei gelidi mostri”. Una reattività immediata da parte della questura atta a cauterizzare quello che, altresì, rischierebbe di sfuggirgli di mano. Non lasceranno più che questa teppa si muova indisturbata in città, d’altronde l’isolamento e la mostrificazione mediatica garantita anche dallo spalluccismo di certi personaggi “sinistri”- insieme a fattori intrinsechi ai traumi che la mannaia dello stato dissemina- ha reso ancora più spazio alle prepotenti azioni dei cittadini in divisa. Dietro a cotanto saccheggio di vita, come un vetrino della loro squallida ed imperante scienza, si intravedono non troppo nascoste le trame politiche dei salotti del ben parlare di questo crocevia di squallidi interessi; ma, comunque, la “pericolosità sociale” diviene la primaria piaga da attenzionare ossessivamente. Lo si è già visto in città con la modifica del regolamento di polizia urbana che di fatto istituiva una forma “ammorbidita” di zone rosse nel centro cittadino. Oltre quelle già individuate dalla normativa nazionale, venivano incluse alcune aree ritenute “sensibili” per il loro “degrado” e da lì l’ostracizzazione della vita vissuta per fare spazio a presidi fissi di baschetti fiammella muniti e luci blu- “fanno il deserto e lo chiamano decoro”. Non è questione di vittimismo o di rimanere stupitx davanti alle azioni poliziesche, è che sarebbe quantomeno sprovveduto non mettere a fuoco la questione che se da queste parti l’ordine e la sicurezza hanno il nervo scoperto delle motivazioni dovranno pur esserci: un presidio ed un corteo solidale hanno subito dato adito ad indagini e provvedimenti (attualmente, appunto, due), azioni routinarie in altre aree geografiche sono qui pretesto per un ulteriore accanimento poliziesco. C’entra forse che quelle persone presenti in piazza il 17 dicembre significavano l’ennesimo smacco all’operazione di isolamento che lo stato, per mano delle sue autorità, compie quotidianamente nel tessuto relazionale del vissuto? C’entra forse che questo effetto boomerang dell’azione zelante dei gendarmi mette radicalmente in crisi la percezione che l’unico modo per opporsi alla devastazione delle nostre vite sia quello dettato dal “dissenso democratico”? Sarà che chiunque insinui che nel ponte, nella repressione, nella guerra, nella fame, nella solitudine insista il medesimo virus del profitto e del potere venga fatto aderire tout court a quelle categorie di persone sterminabili? Beh… cosa certa è che in nome del decoro e della sicurezza tutelano e celano succulenti scempi di guadagno.

Insomma, dalle giornate in solidarietà alle persone inquisite per i fatti del carnevale no ponte sono-ad oggi- maturati un avviso orale ed un foglio di via della durata di tre anni, corredati dalle relative denunce (“blocco stradale”, “oltraggio e minaccia aggravata a P.U.”, “manifestazione non autorizzata”, …). Eppure quel giorno ci si è ritrovatx per agire solidarietà in un mondo che ci vorrebbe invece investiti solo dell’angusto ruolo di agitx, per poter far di noi carne da macello nello sterminio scientifico del capitale. Esattamente quella solidarietà che è considerata una scintilla pericolosa in un mondo disseminato di polveriere e, quindi, perseguitata dall’ordine e dalla disciplina a logo ‘S’ doppiamente sbarrata. La solidarietà è, dunque, pericolosa. Lo confermano anche i fogli di via emessi qualche mese fa dalla questura di Varese in occasione di un saluto solidale ad unx amicx e compagnx detenutx lì dentro. Lo confermano anche i trasferimenti da un carcere ad un altro di detenutx che raccolgono la solidarietà da “fuori” e diventano, dunque, scomodx negli equilibri tanto precari che si instaurano nel mantenimento minimo dell’ordine interno. Come successo nel trasferimento verso il carcere di Potenza di una delle tre persone sottoposte a misure cautelari sempre nel quadro del processo relativo ai fatti del carnevale no ponte; a poco è servito questo tentativo di isolamento, la solidarietà- e chi la agisce- disconosce i vostri confini ed il valore divisivo che lorsignori accollano a tempo e spazio- acuminate lame del potere. Il rinnovo della detenzione al 41/bis di Alfredo Cospito sottolinea, ancora, la necessità degli amministratori del potere di creare dei pascoli recintati e ben sorvegliati, alcuni molto angusti, per rinchiudervi le “pecore nere” di questa concreta favola dell’orrore. La necessità di mettere “sotto censura” persone che si ritrovano ristrette e detenute non conferma che certe cose non conoscono il confine della corporeità trasformandosi, invece, in intenzioni osmotiche cui qualunque respiro potrebbe nutrirsi? Le pesantissime misure cautelari inflitte nel contesto dell’operazione “Ipogeo” non mettono in luce, forse, il fatto che da certe parti non è gradito alcun tipo di “innalzamento dell’asticella” dello scontro? Oppure, tutte le misure che lo stato ha inflitto nei confronti di chiunque esprimesse, in maniera attivamente critica, la propria solidarietà con la gente di Palestina, non confermano ancora una volta la pericolosità del “dolore che si fa coscienza” e della “coscienza che si fa azione”? Cosa confermata anche dal moltiplicarsi di personale delle FF. OO. per le strade delle città e dalla loro sempre crescente militarizzazione.

Allora preme rimbombare le parole scritte in “GUERRA NO, GUERRIGLIA SI- UN CONTRIBUTO DA MESSINA A SEGUITO DEL RICEVIMENTO DELL’ AVVISO ORALE”, da Claudio in relazione all’avviso orale sopracitato:  “[…] in faccia alle intimidazioni repressive mi preme dire innanzitutto questo. Mi preme gridare: viva la classe pericolosa!”.

E quindi, “la carta è solo carta, la carta brucerà” è anche un auspicio in tensione verso la pratica della diserzione. Che bruci ogni convocazione al servizio e all’ubbidienza nei confronti di questo mondo-cantiere. E “la carta è solo carta, la carta brucerà” perchè così sarà con questo “regno delle apparenze” che si dota di orpelli che sanno di eternità (seppur a-storica) ma che nulla hanno a che vedere con la sua vera essenza, altrimenti non si spiegherebbe la necessità- da parte di stato e capitale- di mantenere l’esercizio monopolistico della violenza. Il patrimonio è difeso solo in quanto è immagine nitida dell’ordine democratico e della sua percepita eternità. Quindi, contestare tale monopolio e rivolgerlo contro il patrimonio appare, ad oggi, una via concreta per mettere in discussione la fissità del potere, se non la sua stessa esistenza. Proprio per soffocare e stabilizzare ogni vacillamento possibile esistono carceri, fogli di via, avvisi orali, sorveglianze speciali, caserme, sbirri, sbirri interiori, pattuglie, telecamere, collaborazionistx… Proprio in tutela dell’ordine democratico- anche nella sua dimensione più simbolica- dal Codice Rocco, ancora oggi, viene diffusamente applicato il reato di “devastazione e saccheggio”. Eppure la loro stessa legge, nel secondo coma dell’articolo 419 del codice penale, mira a punire chi con la propria azione di “devastazione e saccheggio” comporti “una diminuzione dei mezzi di difesa pubblica e della sottrazione di risorse e sostentamento alle popolazioni”. Domandarsi ancora una volta chi ci devasta e saccheggia davvero la vita, allora, ha ben poco di retorico.

La carta è solo carta, la carta brucerà è un grido di solidarietà “AVEC LE SANS PAPIER”!!! LIBERX TUTTX!! LIBERX SUBITO

SALENTO: LUOGHI – CORPI – FRONTIERE. TRE GIORNI CONTRO LA MERCIFICAZIONE DEI TERRITORI

Diffondiamo:

Tre parole per provare a tracciare ed intrecciare un’idea di internazionalismo che, per diventare concreta, necessita di dare significato a ciò che siamo, entro e attraverso i luoghi che abitiamo. Animate da questa tensione stiamo organizzando un campeggio di 3 giorni, in Salento, confine meridionale della fortezza europea, nel tentativo di agevolare questa prospettiva attraverso incontri e dibattiti. Perché pensiamo che lottare contro la colonizzazione e la rapina capitalista debba necessariamente comportare l’osservazione dei luoghi come a degli organismi complessi, composti di elementi umani e non umani che viaggiano nello spazio e nel tempo, resistendo o piegandosi alla pressione esercitata dall’esterno. Esattamente come fanno i nostri corpi.

Abbiamo visto lo stravolgimento del territorio in cui viviamo sotto la violenza della ragione dello Stato e del mercato: ridotto a discarica di rifiuti della grande industria europea, spopolato dal ricatto occupazionale, stravolto dalle infrastrutture energetiche e militari e oggi venduto sul banco del turismo. Che questa sia storia antica e non solo nostra, non ci induce a consolata rassegnazione ma ci incoraggia a cercare complicità attraverso e oltre quel limes abitato da altre come noi. Sappiamo che il colonialismo, la repressione e lo sfruttamento possono realizzarsi in forme e intensità molto diverse, fino ad arrivare al genocidio e all’ecocidio, ma sappiamo anche che c’è molto che ci accomuna, perché la frontiera, che è fatta per separare, è pur sempre il luogo in cui si può anche stare di fronte, in una postura dialogica.

Radicamento e disposizione alla mobilità hanno permesso di sviluppare una capacità di condivisione che vorremmo sperimentare attraverso la realtà concreta dell’incontro. Durante i tre giorni andranno a susseguirsi interventi e dibattiti, presentazioni ed escursioni alla scoperta del territorio circostante. Parleremo e ci confronteremo su pratiche di lotta ma anche di sussistenza e di resistenza, su forme di organizzazione e modi di intendere il nostro essere nel presente. Presenteremo una rivista antimilitarista redatta in Italia, che guarda da una prospettiva internazionalista alle pratiche di insubordinazione, disfattismo e sabotaggio della macchina bellica. In continuità con questo tema discuteremo di spazio mediterraneo come spazio di guerra con particolare riferimento alle rotte migratorie e alla città di Taranto come avamposto del controllo militare.

Parleremo della terra e del lavoro che la lega agli uomini e alle donne nel passato e nel presente dei territori che viviamo: la resistenza dei contadini attraverso la rivolta contro l’usurpazione e l’esproprio dei mezzi di sussistenza; la condizione del lavoro agricolo oggi, sotto il ricatto dell’industria per la grande distribuzione. Parleremo di turismo come industria di estrazione di profitto, mettendo a confronto le diverse realtà dei nostri territori, discutendo sulle prospettive che riusciamo a rappresentare.

Si parlerà di frontiera come luogo di possibilità: cerniera che mette le comunità una di fronte all’altra, nell’organizzazione di “ecoregioni” come quella occitana premoderna in cui le Alpi occidentali furono fertile luogo di incrocio. Ancora, frontiera come luogo da attraversare, luogo di sospensione e di pericolo, in cui fondamentale è la solidarietà e l’organizzazione: ne parleremo con un compagno attivo sul confine tra Polonia e Bielorussia. E poi ancora di frontiera come spazio di comunicazione e organizzazione fra margini, tema di discussione che sarà introdotto dalla presentazione del lavoro collettivo di “Les peuples veulent”, un piccolo libro illuminante che, in qualche modo, ha dato ispirazione e impresso una forte energia all’organizzazione di questo incontro.

La tre giorni sarà ospite all’interno di un campeggio attrezzato, a circa 5 chilometri dal mar Jonio, completamente autogestita e autofinanziata.

Avremo dunque necessità di sapere quanto prima il numero delle persone partecipanti. A tal fine scriveteci all’indirizzo: maisiaturista@riseup.net

BOLOGNA: CHIAMATA ANTIFASCISTA [9 MAGGIO]

Diffondiamo:

Se la faccia democratica del razzismo, nell’evidenza più stagnante, continua a erigere lager di Stato in cui deporta e uccide sempre più persone -quando non le ammazza nel Mediterraneo-, la sua espressione concreta si perpetua da sempre all’interno di politiche di controllo e sorveglianza su corpi e territori. Con la stessa retorica di confini e identità nazionali da difendere, i nostalgici delle camice nere il 9 maggio escono dalle fogne e chiamano un presidio in città sotto lo stemma di Remigrazione e Riconquista. Burattini consapevoli, agitati dallo stesso Stato Italiano razzista e colonialista, si uniscono in una parata grigia di islamofobia e odio verso persone razzializzate, considerate come la grande minaccia alla patria e alla sua sicurezza.

Ancora una volta, la creazione del nemico pubblico trova spazio tra i più servi per distogliere l’attenzione dall’unico terrorista esistente: lo Stato. E proprio a riproduzione di questo Stato, i fascisti di Remigrazione propongono tra i loro 10 punti anche un fondo per la Natalità Italiana, il cui obiettivo sarebbe quello di sostenere nuove nascite al fine di “contrastare il declino demografico e la crisi identitaria.” I costanti attacchi all’aborto dei cattofascisti si legano a doppio filo nelle mire identitarie dello Stato Nazione: è questo il connubio in cui razzismo e controllo dei corpi delle donne si fondono al fine di riprodurre la bianchezza della popolazione.

Remigrazione e Riconquista, composta da CasaPound e Rete dei Patrioti e sostenuta dalla Lega e dal partito di Vannacci, si inserisce all’interno di un contesto globale sempre più xenofobo e razzista. Non c’è da stupirsi davanti alla comparsa di scritte sioniste o di adesivi islamofobici, come quelli rinvenuti davanti alla Moschea di via Pallavicini, quando la normalità prestabilita si compone di CPR e deportazioni. Ad aggiungersi a tutto questo, anche il nuovo patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che entrerà in vigore da questo giugno, rendendo i confini ancora più invalicabili, permettendo la detenzione dei richiedenti asilo, facilitando le deportazioni e finanziando ulteriori centri di detenzione per migranti Per questo non gridiamo allo scandalo, perché nelle adunate di nostalgici come quella di sabato ritroviamo, in forme diverse, le stesse logiche che governano la nostra società nel suo complesso.

Non abbiamo Stati amici o presunti valori democratici a cui richiamarci, perché sappiamo che il rapporto tra il fascismo e le istituzioni democratiche è un rapporto segnato dalla continuità molto più che dalla rottura. Per questo il nostro antifascismo è militante e conflittuale rispetto all’ordine costituito, e si pratica agendo in prima persona, senza deleghe. Dalla Palestina fino ai sud globali, colpire il colonialismo e i suoi fautori è la chiara risposta di chiunque si opponga alla distruzione e alla morte, e il passo che più ci avvicina alla liberazione. Sotto una lente che si oppone a gabbie mentali e fisiche, rifiutando l’imperialismo in tutte le sue forme, non ci resta che agire sovvertendo. Per tutto questo, il nove maggio facciamo rumore contro lo Stato e i suoi patrioti. Ovunque saranno loro, troveranno anche noi.

CESENA: “DAVANTI ALLA REPRESSIONE” – DISCUSSIONE SU COME TUTELARSI IN OCCASIONE DI INTERVENTI DI POLIZIA E SITUAZIONI DI PIAZZA

Diffondiamo

SABATO 23 MAGGIO 2026
Allo Spazio Libertario “Sole e Baleno”
via Sobborgo Valzania 27, Cesena.

* Ore 18:00 – “DAVANTI ALLA REPRESSIONE”, discussione aperta assieme a legali dell’Associazione di Mutuo Soccorso Per Il Diritto Di Espressione su come tutelarsi in occasione di interventi di polizia e situazioni di piazza + approfondimenti sugli ultimi decreti repressivi del governo.

Chi si avvicina alle lotte è il primo obiettivo della repressione: con questa strategia lo Stato cerca di isolare i movimenti e scoraggiare la partecipazione e la loro crescita.
Un’infarinatura di base… in modo da non farsi prendere dal panico!

spazio-solebaleno.noblogs.org/

PRESIDIO SOTTO LE MURA DEL CARCERE DI FORLÌ

Diffondiamo:

LUNEDÌ 18 MAGGIO 2026
Presidio sotto le mura del carcere di Forlì (lato via della Rocca)

Dalle ore 18.00 alle 20.00

Per rompere l’isolamento di chi è rinchiusx, per non dimenticare che le prigioni sono il frutto di una società ingiusta, spietata, basata sul privilegio che rinchiude ed elimina chi gli é scomodx o contrarix!

QUESTA È LA LEBBRA CHE CHIAMATE CIVILTÀ – CONTRO IL 41 BIS E LE GALERE, ALFREDO LIBERO

Diffondiamo un volantino distribuito nel centro di Cagliari in occasione del rinnovo del 41bis per Alfredo Cospito. Qui il pdf.

“Dopo un anno di silenzio, grazie al vostro imbarazzante e anacronistico procedimento penale, mi è concesso esprimere il mio pensiero pubblicamente. Anche se da remoto, anche se per ii breve tempo di un battito d'ali, oggi posso strapparmi il bavaglio, la mordacchia medievale di un 41 bis che un governo di centrosinistra anni fa mi ha applicato per mettere a tacere una voce scomoda per quanto minoritaria e ininfluente, ma certo nemica di questa vostra democrazia. Questi due anni di regime speciale mi hanno definitivamente aperto gli occhi sul vero volto del vostro diritto, delle vostre garanzie costituzionali, rivelandomi un sistema criminogeno fatto di totalitarismo osceno, quanto crudo e assassino.”

Queste parole sono state pronunciate durante l’udienza del 15 gennaio 2025 da Alfredo Cospito compagno anarchico rinchiuso da quattro anni nel Carcere di Bancali a Sassari in regime di 41 bis, in cui, per protestare contra questo regime, ha intrapreso uno sciopero della fame per 180 giorni. Negli stessi giorni, in tutta Italia, si sono svolte grandi manifestazioni in sua solidarietà.

La galera è uno strumento di tortura per piegarti definitivamente quando finisci nelle mani dello Stato e, il 41 bis, con l’eventuale aggiunta dell’ostatività dei reati, è la sua evoluzione “democratica”, perché non lascia segni visibili della tortura imperialista. Lo stesso Stato che da anni tortura Alfredo ha deciso il rinnovo del 41 bis cercando ancora una volta di mettere a tacere e annientare il nostro compagno.

Il 41 bis è il modello che lo Stato propone per le carceri future, inserito con il pretesto della lotta alla mafia.
Il 41 bis è un monito verso chi non accetta lo Stato e la sua violenza.
Il 41 bis ha lo scopo, come vantato dai suoi ideatori, di estorcere informazioni al nemico annientandolo con le tecniche già usate dalla CIA ad Abu Graib e Guantanamo.
Il 41 bis è un regime di isolamento estremo grazie alla riduzione delle relazioni con qualsiasi altro essere umano.
Il 41 bis è la forma di tortura che ha portato alla morte di Diana Blefari Melazzi.

Lo Stato imprigiona e tenta di annientare chi è improduttivo e inutile, ovvero inadeguato all’idea di normalità. Lo Stato è responsabile dell’eliminazione di chi non si allinea, di chi si ribella e prova ad alzare la testa contro sfruttatori, servi in divisa e i tribunali che li proteggono. Lo Stato è il responsabile dello sterminio di chi tenta di varcare le frontiere, a costo della propria vita, frontiere create perché pochi possano arricchirsi sullo sfruttamento sino alla morte di molti. Lo Stato è il responsabile dell’eccidio di chi prova a scappare dalle guerre, dall’avvelenamento dei territori e della fame che lo Stato stesso ha creato.

Per quanto ci riguarda sappiamo da che parte della barricata stare. Al fianco di Alfredo e di tutti coloro che combattono contro lo Stato per un mondo senza galere e per un mondo senza sfruttati.

"Da quando sono al 41 bis non tocco un filo d'erba, un albero, un fiore solo cemento, sbarre e tv. Negli ultimi mesi con grande fatica sono riuscito a comprare un solo libro, e solo perché di me parlavano i media. I colloqui una sola volta al mese col vetro e con la voce metallica dei citofoni. Le mie sorelle e mio fratello che sono gli unici che possono venire a trovarmi vengono al loro arrivo incerottati sui tatuaggi e sugli orecchini, perché potrebbero comunicare messaggi criptici attraverso i disegni tatuati.” 

ALFREDO COSPITO
FUOCO ALLE GALERE
CON SARA E SANDRO NEL CUORE
ALFREDO LIBERO TUTTX LIBERX

Anarchici contro carcere e repressione