INTACCANDO L’ARROGANZA DEL PRIVILEGIO

Riceviamo e diffondiamo:

Questo testo è stato inizialmente pubblicato sul n° 2 della rivista Caligine primavera-estate 2021 ed è stato pensato come una risposta all’articolo “Distinti saluti! Alcune riflessioni sul femminismo, sulle dinamiche di ammaestramento e sul tentativo di americanizzazione delle lotte” uscito sul Bollettino n. 4 della biblioteca dello Spazio Anarchico “Lunanera” di Cosenza. Decidiamo di dargli una nuova diffusione alla luce del recente dibattito scoppiato in rete perché crediamo contenga delle riflessioni ancora valide visto il contenuto espresso da alcuni testi recenti. L’articolo che segue è stato leggermente rimaneggiato rispetto alla pubblicazione originaria.


INTACCANDO L’ARROGANZA DEL PRIVILEGIO

 “Nella società borghese, è normale sparlare delle persone alle spalle,
ma mai fare critiche costruttive in faccia; allo stesso tempo,
ognuno resiste sistematicamente all’ammettere
qualsivoglia errore commesso.”

David Gilbert
Amore e lotta
Autobiografia di un rivoluzionario negli Stati Uniti

Se mi spingo a scagliare un’altra pietra contro l’ennesima espressione dell’antifemminismo che si annida in seno all’anarchismo italiano non è certo per il piacere di inoltrarmi nel ginepraio velenoso che sembra diventato ultimamente il dibattito attorno a certi argomenti, nella speranza che un giorno le pietre raccoltesi nel tempo attorno al corpo morto del patriarcato possano costituire le fondamenta di un ponderare sovversivo scevro non solo dai suoi dannosi pregiudizi sessisti, ma anche  da tutti quegli orpelli ideologici di cui è uso diffuso agghindare le sue vesti. Questi costituiscono dei veri e propri feticci attorno ai quali il pensiero gregario si raggruma rinnovando il culto alle peggiori espressioni della cultura dominante, quali sono, solo per citarne alcune delle più note e nocive, il dualismo (come separazione di teoria e pratica, mente-corpo, umano-natura, uomo-donna, etc.), il positivismo (inteso come fede nella ragione e nelle sue capacità di discernere una qualsiasi verità), il progressismo (ovvero quella visione della storia come un procedere verso un indiscusso miglioramento futuro).

Lungi da me il voler trattare così difficili e complessi argomenti in questa sede. Il mio contributo vorrebbe essere di ben più modesta portata. Né tanto meno ho intenzione di esprimermi su faccende strettamente femministe o che riguardano la reazione ad una violenza sessuale e sugli strumenti che ci si dà (o che, a piacere, si decide di non darsi) per affrontarla, né sui temi del consenso o dei modelli sessuali che determinano in qualche modo il desiderio. Sono stati già diffusi a questo proposito testi che dimostrano con abbastanza chiarezza la miseria di quella Reazione che appesta l’aria di questi tempi, così come la degna rabbia che è ormai sul costante punto di tracimare ad ogni suo nauseante sentore.

Da parte mia vorrei invece provare ad apportare qualche riflessione su di un tema particolarmente delicato eppure di estrema importanza per quell’anarchismo che prosegue interrogandosi attorno alla cornice epistemologica in cui sono inseriti i suoi tentativi di sovvertire il mondo del dominio: quello del recupero delle lotte da parte del potere, e della posizione di privilegio che è alla radice di un certo modo di concepire ed intendere quest’ultimo.

Credo di poter affermare, senza troppe precauzioni, che una delle caratteristiche di maggior forza che il sistema statale a sfondo democratico-capitalista ha saputo sapientemente sviluppare per sopravvivere è la capacità di recuperare a proprio favore quelle istanze di liberazione che di volta in volta ne mettono in discussione l’ordinamento. Questo elemento costituisce una differenza considerevole rispetto agli stati generalmente definiti autoritari o totalitari, che preferiscono censurare e reprimere duramente qualsiasi voce o gesto dissidente che si discosti dalla norma su cui essi si poggiano e che raramente sono predisposti a concedere alcunché alle insubordinazioni interne. E posso con forse ugual facilità evidenziare che ogni lotta vincente o sconfitta, non avendo raggiunto l’obiettivo del totale e inequivocabile abbattimento del potere, abbia in qualche modo contribuito a rinsaldarlo. Le istituzioni del potere infatti, mantenute intatte le proprie strutture, raccolgono quasi sempre con maggiore efficienza dei loro nemici la lezione tratta dalle peculiarità dello scontro avvenuto, riuscendo poi a utilizzarla a proprio vantaggio. Ne è un chiaro esempio l’evoluzione che costantemente attraversa gli apparati repressivi dal punto di vista giuridico, tecnologico, tattico e strategico. L’argine che gli stati hanno costruito per contrastare l’ondata ribelle degli anni ‘60 e ‘70, tanto per fare un esempio, fornisce ancora numerosi strumenti che la repressione continua ad utilizzare contro chi osa opporsi all’odierna pace sociale.

Ma non è altresì con altrettanta leggerezza che si può affermare che l’esprimersi di una istanza specifica di liberazione “rinforzi il capitalismo e la democrazia”, né in egual modo credo si possa additare le insufficienze teoriche del movimento rivoluzionario come la causa principale delle sue sconfitte. L’insufficienza dei mezzi (anche teorico-analitici) di cui ci si dota lanciandosi all’assalto del cielo si evince con difficoltà nella bolgia del conflitto, ma quasi sempre a posteriori, quando a bocce ferme si ricostruiscono i fattori che hanno stabilito l’esito dello scontro. Dal momento che i risultati di una lotta si determinano nella realtà degli elementi in gioco e la complessità della loro interazione ci impedisce di elaborare una previsione attendibile sullo sviluppo degli eventi è quantomeno presuntuoso pensare di possedere una corretta impostazione teorica che ci tiene al riparo dai rischi della sconfitta.

Storicamente parlando e semplificando all’estremo, il potere ha sempre risposto con un’attitudine repressiva alle esplosioni sociali che ciclicamente mettono in discussione una o più forme del suo operare. Accanto alla dura e cruda violenza è stata però spesso messa in campo una strategia di cooptazione che, attraverso diversi canali e livelli di mediazione, elargendo cariche, beni o privilegi, ha lo scopo di frammentare il fronte delle forze d’opposizione giocando sulle sue differenti disposizioni e condizioni interne. Le porzioni più radicali che rifiutano di adeguarsi alla ragion pratica del compromesso vengono così da principio individuate e isolate dal resto del corpo ribelle, e successivamente stroncate in maniera esemplare. Ogni sollevazione sociale produce infatti nelle circostanze dello scontro delle componenti che si spostano verso posizioni più inclini alla mediazione con le istituzioni del potere al fine di materializzare dei miglioramenti parziali, valorizzando, a seconda delle circostanze, il rapporto di forza raggiunto o altrimenti cercando di garantire la propria sopravvivenza, rinunciando di fatto alle proprie aspirazioni di liberazione totale. Ciò è avvenuto e avviene anche nel movimento anarchico (basti pensare alla Spagna del ‘36), e non c’è impianto teorico che tenga quando si entra nel vivo della violenza controinsurrezionale. Ed è fuori da ogni dubbio che queste tendenze siano utili allo Stato che le recupera per rafforzare la sua legittimità intaccata dalle lotte e indebolire i movimenti di opposizione interni; credo che possiamo facilmente convenirne.

Questa dinamica della repressione è ben riconoscibile nella storia conosciuta, dai tempi delle sommosse dei vari zek, schiavi e plebei contro i loro odiati padroni ed oppressori, passando per le rivolte millenariste e utopiste dei contadini che hanno infiammato l’Europa durante il Medioevo, ai vasti fronti proletari con aspirazioni rivoluzionarie dei secoli XVII, XVIII, XIX e della prima metà del secolo scorso, fino a quelli del contrasto ai movimenti e alla lotta armata nella storia più recente. La sproporzione delle forze in campo e l’astuzia del potere sono elementi che vanno tenuti a mente e soppesati con attenzione quando si vogliono valutare le cause di una sconfitta nei processi di liberazione, sconfitta che non si può imputare (a posteriori) con leggerezza ad una incorretta formulazione teorico-tattica, o alla recuperabilità delle rivendicazioni espresse. Si voglia, per puro amor della memoria storica e dal momento in cui l’argomento è stato di recente menzionato, ricordare ancora l’immensa mole di sforzi che gli stati hanno messo in atto solo nel periodo della contestazione degli anni ‘60 e ‘70. Negli Stati Uniti, la più grande potenza economica e militare del mondo contemporaneo, il movimento contro la guerra del Vietnam e le disuguaglianze, rapidamente evolutosi in movimento antimperialista e rivoluzionario (sintomo di un’approfondita analisi d’insieme sul funzionamento del capitalismo e dello Stato), si vide contrapporre un elevatissimo livello di violenza espresso da tutti gli apparati della repressione, che andò dalla sanguinosa repressione nelle strade e nei campus universitari di coloro che lottavano per l’autodeterminazione dei popoli, all’omicidio mirato e alla tortura delle individualità rivoluzionarie. Basti pensare agli interventi della polizia all’università di Berkeley nel ’64 (circa 800 arresti) e alla Kent State University nel ’70 (quattro morti da arma da fuoco), solo per citare due eventi famosi, o alle stragi dei gruppi militanti afroamericani, vittime di veri e propri agguati e spesso giustiziati sul posto nel corso dei raid delle forze repressive (come l’omicidio a sangue freddo di Fred Hampton, membro delle Pantere Nere, nel 1969). Le stesse tecniche contro-insurrezionali e di contro-guerriglia vennero poi usate anche in Italia e in Europa per contrastare il movimento e il diffondersi della lotta armata grazie alle collaborazioni sul campo all’interno del cosiddetto “blocco occidentale”.

È sintomatico di una qualsivoglia forma di organizzazione societaria che veda minare le fondamenta della propria legittimità aumentare l’uso della violenza per puro e semplice moto di autoconservazione, violenza che cresce in ferocia tanto più si senta messa alle strette. Essa è infatti l’espressione di persone fisiche che hanno paura quanto chiunque altro di perdere il potere che la propria posizione di privilegio gli fornisce all’interno di un determinato sistema di stratificazione sociale.

E’ in questo clima che il femminismo comincia a diffondersi nel movimento contro la guerra aiutandolo – assieme ai contributi analitici di quelle componenti sociali storicamente escluse dall’amministrazione del potere, come le persone non bianche o non eteronormate – ad ampliare il suo sguardo critico circa i rapporti all’interno della società capitalista e a spingere le sue rivendicazioni verso una più coerente e complessiva prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria.

Credo quindi che sia alquanto semplicistico indicare il femminismo “storicamente dato” come complice del “rafforzamento della democrazia e del capitalismo” per sminuirlo, dal momento che questa istanza di liberazione oltre ad aver mobilitato un gran numero di donne nel mondo intero, ha dato un contributo fondamentale alla comprensione del funzionamento del potere nelle sue dinamiche più interiorizzate e normalizzate dagli individui che costituiscono il tessuto di una società. Né si può con tanta superficialità incolpare di questo rafforzamento le sue pratiche poiché, se è indubbiamente vero che una parte del movimento femminista ha agito e agisce in maniera riformista e giustizialista, esso ha dato espressione anche a pratiche ben più radicali, dalle azioni dirette contro negozi e aziende complici della mercificazione dei corpi delle donne, agli attacchi contro medici obiettori di coscienza e strutture sanitarie che effettuavano ricerche biotecnologiche, fino ad esperienze di lotta armata con prospettive rivoluzionarie. È perciò il recupero da parte del potere del femminismo a dover essere osteggiato, e non il femminismo in sé. Sottolineare, facendo un bilancio parziale di un movimento, soltanto il contributo che esso ha dato al rafforzamento del potere vorrebbe dire non riconoscere il valore di tutte quelle lotte che pur non avendo causato un sovvertimento del sistema di potere, hanno comunque comportato un reale miglioramento delle condizioni di vita per migliaia, spesso milioni, di individui, nonché all’arricchimento teorico e pratico del movimento rivoluzionario largamente inteso. La critica radicale anarchica osteggia ogni riformismo perché con esso si permette la perpetuazione della presente organizzazione dello sfruttamento, ma dovrebbe guardarsi dallo scadere in un idealismo elitarista e sprezzante.

Questo atteggiamento è già di per sé sintomo e ignara manifestazione del proprio intrinseco privilegio, basato su condizioni sociali come il benessere economico, la razzializzazione o il genere (e molto spesso, soprattutto quando vengono espressi giudizi tanto duri e trancianti sulle lotte altrui, di tutte queste messe assieme). Parlare di privilegio per l’anarchismo non è, come a volte si è tentato di insinuare, incentivare discorsi o atteggiamenti vittimistici o colpevolizzanti, ma un modo per chiarire il posizionamento preciso nella fitta rete dei rapporti di potere. Dalla propria posizione sociale infatti chiunque perpetua (se non agisce altrimenti) l’oppressione che il suo ruolo rappresenta all’interno di un dato ordinamento societario. Non tenerlo in considerazione porta a sviluppare una concezione assai parziale dei meccanismi di oppressione e di riproduzione del potere nelle società umane, troppo spesso individuati nelle sole istituzioni politiche ed economiche, e a fare di conseguenza una gerarchizzazione dei differenti fronti della guerra sociale. Questa attitudine è una chiara eredità di origine marxista, per la quale tra le diverse contraddizioni del divenire societario la principale a cui fare riferimento per sviluppare un processo rivoluzionario è quella di classe. Se per l’anarchismo la questione centrale è invece quella del potere, non dovremmo permettere alla comprensione delle sue molteplici espressioni di limitarsi alle sole configurazioni dello Stato e del Capitale, quanto considerarla nella sua accezione più intrinsecamente sociale che determina i rapporti quotidiani e le relazioni tra gli individui. Credo infatti che lo spargere sermoni dall’alto della propria posizione, ritenuta con arroganza essere la più coerente ed incisiva, rifletta l’autoritarismo insito in chi propende per una gerarchizzazione delle lotte, mentre un impegno a tutto campo dell’individuo nel contrasto ad ogni forma di potere sia ciò che più si avvicini ad un agire anarchico inteso come antitetico a quel “fare militante” largamente ereditato dalla cosiddetta sinistra rivoluzionaria.

L’assumere una posizione contro ogni rivendicazione parziale è sicuramente ciò che impedisce all’anarchismo di abbracciare una logica gradualista o di riforma del sistema di dominio, nonché di identificarsi completamente con movimenti quali sono quello femminista, ecologista, antispecista. Eppure essi hanno al loro interno espresso dei contenuti che assunti radicalmente comporterebbero le messa in discussione totale dell’attuale organizzazione dell’oppressione. Per questo “semplice” motivo le loro analisi sono state da tempo riconosciute come un contributo prezioso per i modelli di comprensione del funzionamento del potere nella nostra società, permettendo di abbandonare ogni retaggio che costituisca un limite per l’analisi anarchica. Le istanze di liberazione particolari dovrebbero quindi essere al centro della sensibilità anarchica, che rivendica la libera e completa espressione dell’individuo contro qualsiasi tentativo di vederlo relegare in secondo piano da una qualsivoglia priorità teorico-strategica. Esse non sono una riduzione, ma piuttosto un allargamento dello sguardo attraverso il quale si osserva e comprende il mondo. Una libera e completa espressione di sé che non deve essere confusa con quelle concezioni dell’individualismo figlie di una certa interpretazione superomista del pensiero nicciano che porta a giustificare la sopraffazione di un essere umano sull’altro e dell’essere umano sul mondo naturale in nome della sua inviolabile volontà di potenza. Concezioni queste che guarda caso furono fatte proprie dal nazismo e dal fascismo e che tanto bene si sposano con l’individualismo liberale per cui la competizione è la più alta forma di regolazione della vita. Questa maniera di concepire i rapporti tra individui ben si discosta dall’Unione degli Egoisti di cui parla Stirner (anarchicamente intesa) e dovrebbe essere rifiutata con forza da coloro che intendono riflettere su come costruire un rapportarsi vicendevole che rafforzi la lotta contro ogni potere. L’etica anarchica mette infatti al centro della sua riflessione la solidarietà tra gli oppressi attraverso il mutuo appoggio e di conseguenza dovrebbe perseguire il benessere dell’individuo che partecipa all’Unione per il vantaggio dell’Unione stessa. Indi per cui ragionare su come sovvertire le nostre relazioni è una pratica altamente rivoluzionaria perché permette di comprendere il potere come una forza che attraversa, imputridendola fin dalle radici, l’intera società e che coinvolge inevitabilmente anche i gruppi anarchici. È infatti dal riconoscimento delle diverse forme di potere che l’individuo può comprendere l’esperienza dell’oppressione che attanaglia sé stessx e i propri simili e decidere di intessere relazioni il più possibile libere nella comune volontà di secessione dalla società del dominio, oltre che di combattere anima e corpo contro questo mondo di sfruttamento e oppressione che lo incatena.

Credo che la teoria sovversiva non dovrebbe essere utilizzata per innalzarsi su di un pulpito dal quale spargere giudizi sprezzanti, così come la critica assuma una dubbia efficacia se armata di strumenti come la denigrazione o la calunnia al fine di tirare a lucido il proprio ego sovradimensionato. Teoria e critica radicale dovrebbero invece servirci per analizzare il presente e le lotte nell’ottica di rafforzare la guerra sociale, nella consapevolezza che non esiste formulazione teorico-strategica rivoluzionaria che possa condurci con certezza al trionfo e che è necessaria una costante riformulazione dei propri paradigmi per attizzare un conflitto sempre a rischio di soffocamento a causa delle dinamiche di recupero e di rigenerazione del potere. In quest’ottica sarebbe utile che un’analisi di questo tipo si sviluppasse in termini costruttivi sottolineando le proprie mancanze in quanto ad intervento sovversivo (mancanze che si continuano a registrare negli ambienti anarchici, sia a livello pratico che in quanto a comprensione del contingente storico), piuttosto che concentrarsi su quelle altrui con l’obiettivo di screditarne le posizioni in una sorta di competizione di radicalismo o, peggio, per attribuirgli la responsabilità dei propri continui fallimenti. Questi atteggiamenti e comportamenti invece di acuire il pensiero critico, a mio giudizio portano solo scoramento e disillusione. Invece di abbandonarsi ad essi sarebbe più lungimirante e utile investire le proprie energie nel contribuire a migliorare il dibattito con lo scopo di un innalzamento della qualità generale del conflitto sociale, considerando che se il potere un giorno cadrà non sarà con ogni probabilità grazie alla forza soverchiante di una “giusta” e corretta pratica o teoria radicale, ma per la somma dei singoli atti individuali di rivolta. Perciò ben venga la contaminazione e la sinergia delle lotte inserita in una comune ricerca dell’Anarchia piuttosto che qualsiasi forma di “celodurismo” e di purismo, di cui sarebbe bene cominciare a liberarsi in fretta, assieme a tutti gli altri residui di quella cultura machista militante che da troppo tempo ammorba ormai l’anarchismo.

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CATANIA: PROIEZIONE DEL FILM GRECO “LA TEGOLA” E DIBATTITO

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Proiezione del film greco Κεραμίδι -“La Tegola” (42 min)

In un futuro prossimo, lo squat, Fabrika Yfanet, verrà sgomberato e l’edificio sarà riutilizzato. Pano, un urbanista che supervisiona il progetto, si troverà ad affrontare una forza incomprensibile.

Questo film auto-autogestito è stato girato nell’aprile 2022, dentro e fuori lo squat Yfanet, con l’intenzione di ripercorrere attraverso una storia di fantasia i sentieri labirintici di una memoria perduta . Allo stesso tempo, è un piccolo contributo allo sforzo di liberare forme di comunicazione ereditate dall’industria dell’intrattenimento.

⛓️‍💥Fabrika Yfanet è uno spazio occupato a Salonicco, in Grecia, dal 2004. Tempo addietro era una fabbrica tessile che cessò l’attività nel 1967. Il 20 marzo 2004 questo spazio fu occupato da centinaia di persone, riaprendo le porte alla città dopo 36 anni di abbandono.

A seguire, chiacchiera sul contesto attuale in cui stanno vivendo gli/le occupanti della Fabbrica Yfanet a Salonicco e uno sguardo necessario sugli sventramenti urbanistici a Catania, che vorrebbero coinvolgere anche il Laboratorio Urbano Popolare Occupato.🐺

📌Inoltre, durante l’evento sarà attiva la raccolta dei beni per i reclusx nei CPR.

Vi aspettiamo il 31 agosto alle ore 18:30
Alla L.U.P.O. Piazza Pietro Lupo 25

SOSTENIAMO IL LIBRO DI CLAUDIO!

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PER NON DIMENTICARE I MORTI NELLA STRAGE DI STATO NELLE CARCERI DEL 2020, E PER CHI CONTINUA A LOTTARE NELLE GALERE, SOSTENIAMO IL LIBRO DI CLAUDIO

A marzo del 2020, in concomitanza con l’inizio del lockdown, decine e decine di rivolte scoppiarono nelle carceri italiane. Tra evasioni tentate e in parte riuscite e la distruzione di intere sezioni carcerarie, centinaia di persone detenute si ribellavano a quei veri e propri luoghi di sofferenza e morte, che sono le galere dello Stato italiano.

Per sedare questo stato di agitazione che aveva per un frangente messo in crisi quel sistema, lo Stato rispondeva ancora una volta con torture, mancati soccorsi e uccisioni: 14 detenuti morirono tra il carcere Sant’Anna di Modena e i trasferimenti verso altri penitenziari. Nel mondo di fuori, con pochi mezzi ma tanto cuore, un moto di solidarietà verso le persone detenute si è mosso in diverse parti della penisola, tra azioni dirette, presidi, controinformazione e relazioni umane tra persone sconosciute ma unite dal comune orizzonte di abbattimento dei muri delle galere.

Per alcuni frangenti, l’isolamento tra fuori e dentro che lo Stato cerca in ogni modo di difendere è stato spezzato. Non si trattò solo della più grande ondata di rivolte e proteste di detenuti comuni e della più grande strage di stato dal secondo dopoguerra nelle carceri italiane: fu anche un momento storico importante che dobbiamo tenere a mente per comprendere anche il presente della condizione detentiva attuale. A 5 anni di distanza, dopo le archiviazioni di Stato e la rimozione dalla memoria collettiva, c’è chi ancora tiene vivido ricordo di quelle giornate e che vuole estenderne memoria viva, non soltanto per chi ha perso la vita per vigliacca mano di guardie e amministrazione penitenziaria e che impunemente continuano la loro misera vita per complicità di giudici e tribunali, ma anche come monito per tutte quelle persone più giovani cui lo Stato vuole destinare una vita di galera e pena costante.

Infatti, Claudio, uno dei cinque detenuti che per primi decisero di esporsi nel 2020 presentando un esposto in cui denunciavano ciò che lo Stato aveva agito in quei giorni, tuttora detenuto nel carcere di Secondigliano (Napoli), ha scritto un libro che ripercorre dalla sua prospettiva gli accadimenti di quelle giornate e presenta un’analisi della situazione carceraria a partire dalla sua diretta esperienza in diversi penitenziari. La pubblicazione di questo libro, da parte di tutti lx compagni che hanno supportato il suo processo di realizzazione, rappresenta per noi una di quelle fratture al muro di isolamento “tra dentro e fuori” creato dallo Stato e per questo crediamo nell’importanza di sostenerne la più ampia diffusione.

Il libro sta per approdare alla fase di stampa, per cui invitiamo chiunque voglia contribuire economicamente a farlo attraverso questa cena o altre modalità che ritenga opportune. Ci teniamo anche a ricordare che per volontà di Claudio, il ricavato del libro, una volta che sarà pronto per la distribuzione, sarà destinato a sostenere la battaglia per la verità, portata avanti dalle famiglie dei detenuti morti nella strage di Modena. Consapevoli che allo Stato lasciamo le “verità ufficiali”, mentre noi ci teniamo i pezzi di storia raccontati dal lato di chi è oppressi.

CHE LA SOLIDARIETÀ FACCIA MACERIE DI OGNI GALERA
STRAGISTA È LO STATO

 

TERRITORI RESISTENTI – TRE GIORNI CONTRO DOMINIO, CACCIA E COLONIZZAZIONE

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26/27/28 settembre
Riot Dog – Monte San Pietro (Bologna)

Una tre giorni per porre le basi per una mobilitazione contro la caccia con l’intento di intersecarla in maniera radicale e intersezionale con altre lotte come il colonialismo, il patriarcato e l’ecologismo. Questo perché crediamo che parlare di usurpazione dei territori sia fondamentale in questo momento storico e perché sentiamo la necessità di rilanciare l’attivismo antispecista dal basso.

Il programma si strutturerà su 3 filoni:

TEORICO: Confronto sull’antropocentrismo e sulla caccia come espressione del sistema di dominio, come pratica specista, patriarcale, coloniale, militaresca ed ecocida. Dal confronto ci piacerebbe creare un opuscolo a tema con il contributo di tuttx le individualità coinvolte e con le grafiche realizzate durante l’evento.

STRATEGICO: Portando ricerche e approfondimenti sulle nuove proposte di legge sulla caccia e sui principali attori economici e politici coinvolti nel mondo venatorio vorremmo porre le basi per una mobilitazione nazionale su più fronti da estendere nei diversi territori.

ARTISTICO: Verranno proposti Laboratori pratici, di taglio artistico come stencil, serigrafia, land art tramite cui veicolare messaggi di liberazione nei boschi e nelle città; laboratori sensoriali per persone piccole in cui accompagnarle a sviluppare “altri sensi” e de-antropocentrizzare lo sguardo e le rappresentazioni immaginarie; e altri laboratori ancora da definire.

(Il programma è ancora in fase di definizione. Se vuoi aggiornamenti seguici su Instagram e Facebook. Se vuoi proporre dei laboratori 0 metterti in contatto con noi, puoi scrivere a riotdogonlus@gmail.com)

PER TUTTA LA DURATA DELLA TRE GIORNI:
campeggio libero, banchetti selvaggi e autogestione

Riot Dog è un rifugio libertario antipsichiatrico nato nel 2017 sulle colline di Monte San Pietro (Bo), dove i cani possono sperimentare socialità, autogestione, liberx dal possesso.


PROGRAMMA DI TERRITORI RESISTENTI

VENERDÌ

10:00 ANIM-ACTION!
Laboratorio narrativo e interattivo per persone dai 5 anni in su, con
l’obiettivo di creare un fumetto

13:00 PRANZO

13:45 INTRODUZIONE DELL’INCONTRO

14:00 CHIACCHIERA SULLA NUOVA RIFORMA DELLA CACCIA
Una chiacchiera sulla riforma che non vogliamo. Quando uccidere viene
proposto come una necessità per l’ambiente…

15:30 WORKSHOP: CULTURA DELLA SICUREZZA PER L’ATTIVISMO
Strumenti collettivi per ridurre l’impatto della sorveglianza e della
repressione di Stato verso i movimenti di lotta

18:00 DOCUMENTARIO SULL’ANTISPECISMO IN MAROCCO

20:00 CENA

21:00 PRESENTAZIONE SULLA STORIA E LE TECNICHE DI HUNT SABOTEURS
La caccia alla volpe nel Regno Unito… e come è stata sabotata

SABATO

9:00 DIBATTITO TEORICO SUL TEMA DELLA CACCIA
Discussione a gruppi su caccia e specismo e le loro intersezioni con
patriarcato, colonialismo e sistema agro-industriale

13:00 PRANZO

14:00 COLpevoliDIRETTI
Il ruolo di Coldiretti nella promozione delle T.E.A. (a cura del Gruppo
NO OGM) e della caccia al selvatico (a cura di Terrestra)

16:00 CREAZIONE DI UNA CAMPAGNA CONTRO LA CACCIA
Condivisione di informazioni sui principali attori del mondo venatorio e
ideazione di una mobilitazione ad ampio raggio contro la caccia

20:00 CENA

21:00 CONCERTO FTA CREW (punk)
22:30 CONCERTO ANAFEM (rap militante)

DOMENICA

9:00 ART-ATTACK: CHIAMATA ALLE ARTI!
Arte come forma di espressione nella lotta: chiacchiere e laboratori per
la creazione di gruppi di arte urbana e land art

13:00 PRANZO

14:00 CERCHIO FINALE
Feedback, conclusioni e appuntamenti futuri


LOGISTICA e ACCESSIBILITÀ’

L’evento si svolgerà presso il rifugio Riot Dog situato a 30km a
sud-ovest di Bologna. Riot Dog è un rifugio per cani antispecista, antipsichiatrico e libertario dove i cani possono sperimentare socialità libere.

Durante la 3 giorni troverete:
-tanti cani
-spazio all’aperto per chiacchiere in condivisione, laboratori, concerti
e videoproiezioni
-natura per campeggiare
-cucina by vascello vegano
-distro e materiali informativi
-possibilità di esporre il banchetto del proprio collettivo (tavoli ed
eventuale gazebo sono da portare)
-baretto benefit dalle 19,00

Se vieni accompagnat* da un amico cane assicurati che viva bene un contesto affollato con tanti cani e persone e che non metta in difficoltà gli altri cani presenti o quelli ospitati nella struttura.

L’evento si svolgerà interamente all’aperto, con la possibilità di uno spazio al chiuso casalingo se dovesse piovere. L’ambiente che troverete è naturale, con qualche dislivello e poco cemento, pertanto la fruibilità a persone in sedia a ruote è assolutamente possibile ma con una serie di accortezze. In tal caso non esitate a contattarci! Il bagno è al piano terra della casa e accessibile anche in sedia a ruote. Non ci sarà uno spazio specifico di decompressione trovandoci all’aperto con possibilità di passeggiate per raggiungere luoghi isolati e silenziosi. Per dormire ci si deve organizzare autonomamente con la tenda e tutto il necessario per campeggiare. Se avete esigenze (reali!) di un posto letto in camerata al piano superiore contattateci che cerchiamo di organizzarci.

Lo spazio si trova in via Lombardia 2 a Monte San Pietro (1 km sotto a Montepastore), in fondo ad uno stradello sterrato sgangherato e bucolico. Il posto NON ha uno spazio parcheggio adeguato al numero di persone che ci aspettiamo, pertanto vi chiediamo di parcheggiare in paese a Montepastore (dista 15 min a piedi) oppure scriveteci a riotdogonlus@gmail.com per inserirvi nel canale telegram dei passaggi, noi faremo un percorso segnalato per raggiungerci con una piacevole passeggiata in discesa. Vorremmo tenere il parcheggio per chi avesse esigenze specifiche di mobilità, per i camper (o altri mezzi utilizzati per dormirci dentro) e per chi ha un banchetto da scaricare. Il parcheggio in paese è quello della chiesa all’inizio di via Varsellane, altrimenti in via Valle d’aosta. C’è un parcheggio molto comodo anche in via Borgotto, quasi in paese ma ATTENZIONE! è senso unico quindi dovete prendere via Borgotto dal fondo valle, non dal paese!!

Per raggiungerci con i mezzi pubblici invece dovete guardare gli orari della corriera 686 che parte dall’autostazione di Bologna oppure prendere il treno TPER da Bologna centrale in direzione Vignola e scendere a Pilastrino (20 min di viaggio), e dalla stazione di Pilastrino di Zola prendere poi il bus 686. Sul bus dovete chiedere all’autista di farvi scendere all’agriturismo “Cà del buco”, a quel punto salite per via Lavino 150 mt e prendete via Lombardia sulla destra, per poi percorrerla tutta.

La partecipazione all’evento è gratuita! Colazioni, pranzi e cene benefit a offerta libera. Contatta il Vascello Vegano per eventuali intolleranze e allergie: vascellovegano@libero.it
Per contattarci: riotdogonlus@gmail.com

SETTIMANA INTERNAZIONALE DI SOLIDARIETÀ CON LX PRIGIONIERX ANARCHICX [23-30 AGOSTO]

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Contro la società carceraria, creiamo legami.

Quando ci troviamo davanti a una prigione, ci troviamo di fronte alla dura realtà dell’alienazione e della separazione: un muro, una recinzione, torri di guardia, telecamere, cemento e gabbie d’acciaio progettate per tenere gli imputati e i condannati isolati dal resto della società.

Concetti come “riabilitazione” e “pentimento” sono costruiti dalle ideologie degli Stati per sostenere il loro potere, mantenere i territori sotto un’identità nazionale e punire chi si discosta da ciò che considerano legale, progresso o moralità capitalista. Ma una volta fuori dalle mura, possiamo vedere che non sono altro che costruzioni tangibili. È un muro, è materia. Coloro che lo fanno funzionare sono esseri viventi. Sì, la prigione ci isola, ma solo se le diamo quel potere. Quando accettiamo la separazione, i muri diventano permanenti. Per chi sta dentro, l’oblio non è possibile: ogni giorno affrontano la durezza della reclusione. Finché esisteranno gli Stati, ci saranno prigioni e noi saremo dentro le loro mura.

Nella memoria di coloro che ci hanno preceduto manteniamo viva la lotta, dando continuità alle idee e alle azioni di coloro che sono stati segregati dietro sbarre e cemento. Le lotte aldilà delle sbarre fanno parte della memoria collettiva della resistenza.

Dalle dittature più brutali alle “democrazie” dove la violenza di Stato ha un altro volto, ogni Stato cerca di soffocare l’insubordinazione. Anche le idee che sfuggono ai suoi schemi sono perseguitate.

La solidarietà assume molte forme: connessioni, amicizie, scambio di idee, dialoghi e momenti di attacco condivisi. Lx nostrx compagnx non sono isolatx: sono parte viva delle nostre lotte.

In solidarietà con coloro che attraversano le frontiere, con lx fuggitivx, lx esiliatx, lx detenutx in isolamento e coloro che sono caduti nel corso dell’azione o sono stati incriminati.

Contro tutte le prigioni.
Abbiamo scelto una vita di tensione e insubordinazione per cercare una connessione reale.
La forza della vita non può essere sepolta!

https://lapeste.org/semana-internacional-en-solidaridad-por-lxs-presxs-anarquistas-23-al-30-agosto/

IL CPR DI BARI PALESE BRUCIA DA SETTIMANE

Riceviamo e diffondiamo

Ad una settimana di distanza dalle rivolte di inizio luglio il Cpr di Bari è andato di nuovo a fuoco, lx reclusx si sono rivoltatx per tre giorni di seguito. La rabbia si è trasformata in fuoco dopo i continui abusi da parte di sbirri, operatori e sanitari, complici diretti della violenza dello stato che decide chi e come è utile al capitale. Persone che decidono deliberatamente di votare la propria vita a questa macchina di violenza e reclusione, vantando il loro razzismo nei propri profili facebook ed utilizzando la narrazione del supporto, dell’aiuto umanitario e dell’accoglienza come scudo per legittimare la loro complicità.

[21 luglio]

Ieri ci hanno chiamati dal Cpr di Bari palese per avvertirci che nel Modulo 7 erano stati accesi dei fuochi per protesta e che alcuni moduli della struttura erano andati a fuoco.
Dall’interno abbiamo appreso di varie persone finite in ospedale per autolesionismo e per le botte ricevute dagli agenti di polizia. Gli stessi agenti che insieme agli operatori si sarebbero poi rifiutati di portare in ospedale una persona con gambe e braccia rotte.
Oggi ci hanno comunicato che non riusciva nemmeno ad andare in bagno ma che a nessunx interessava, e che uno sbirro ha deciso di dirgli “Fatti la galera”.
Sia nella quotidianita che nei momenti di rivolta, la prevaricazione ed il ricatto sono lo strumento con cui sbirri, operatori e sanitari esercitano il potere.
Molte persone si sono tagliate e nessunx è statx soccorsx.
Anche M., l’amico che ci ha chiamatx, ci ha raccontato che dopo 3 anni che non si tagliava è tornato a farlo per la disperazione che vive in quel posto.
Che questa notte bruci a lungo!

[22 luglio]

La rivolta continua anche stanotte.
Ci hanno chiamatx dal modulo 7 mentre i primi fuochi si accendevano.
Anche i moduli 3 e 6 vanno a fuoco.
Lx operatorx sono tuttx uscitx e il centro è pieno di camionette.
Gi sbirri sono con maschere antigas e manganelli pronti a menare.
Lx reclusx sono sui tetti per non respirare il fumo dell’incendio.
Ci dicono che sono le guardie ad aver iniziato, forse per vendetta della rivolta di ieri.

[23 luglio]

La rivolta non si è mai fermata.
Stamattina lx amicx ci hanno detto che non c’erano fuochi accesi e nessunx era sul tetto ma che si continuava a urlare,battere e lottare!
Alle 17 più o meno, dal modulo 4 ci hanno chiamatx per avvisarci che stavano accendendo nuovi fuochi.

[Notte del 23 Luglio]

Lx solidalx sono andate sotto il Cpr per portare un saluto e dare sostegno allx rivoltosx.
Il saluto é durato 5 ore nelle quali si è riuscitx a comunicare con le persone recluse salite sui tetti che urlavano Libertà.
A l’una di notte, M. ci ha chiamatx per dirci che era stato messo in Isolamento e che il pacco che era stato lasciato per lui non era mai arrivato. Anche tutti gli altri pacchi lasciati sono stati consegnati solo dopo che lx reclusx hanno cominciato a protestare anche per quelli.
M. in chiamata ci ha fatto sentire il rumore del suo letto, completamente fatto di ferro, senza nemmeno un materasso su cui dormire.
Ci ha ringraziato per il sostegno e per i fuochi d’artificio, dal tetto è riuscitx a vederli bene, non li vedeva da tanto tempo.

M. ha 22 anni, dopo 7 anni di prigione è uscito per buona condotta, lavorava e aveva una vita, faceva spettacoli al teatro, un’attività che aveva iniziato in carcere.
Da un giorno all’altro è stato fermato e portato nel Cpr, senza sapere neache perché.
Lo stesso stato che ha concesso la libertà a M. ha deciso di toglierla senza scrupoli.
Una libertà concessa solo perché lo stato aveva deciso di aver piegato M. abbastanza.
La “buona condotta” resa il marchio di chi è stato “aggiustato” dal carcere.
Una libertà durata il tempo di tornare clandestinx, tornare ad essere un problema da rinchiudere.

Verso le 17 di due giorni dopo M. è riuscito a fuggire dal Cpr di Bari Palese; era in isolamento.
Non sappiamo se sia ancora libero ma lo speriamo con tutto il cuore.

[24 luglio]

Oggi la situazione nel lager è più tranquilla.
Lx reclusx sono stanchx e in più l’ufficio immigrazione è stato al centro stamattina per fare terrore psicologico allx rivoltosx.
A. un ragazzo tunisino é stata arrestato per le rivolte di ieri
Non eravamo in contatto con lui purtroppo e non sappiamo chi è il suo avvocato.
Sappiamo della differenza di privilegio che c’è tra chi lotta dentro al Cpr e chi fuori.

Riteniamo fondamentale dare sostegno allx reclusx in questi momenti di rivolta, perchè sappiamo che l’unico modo per chiudere i cpr é attraverso le rivolte, il fuoco e la forza delle persone reclusx di resistere.
É importante essere li sotto per non lasciarlx isolatx in questi momenti, in cui l’apparato repressivo si esprime con violenza non solo attraverso gli arresti, ma anche con il costante ricatto del rimpatrio o del prolungamento della reclusione.

“Fumo denso divampa
e sparge l’urlo per la libertà
dei fratelli imprigionati
La fiamma si alza sconfinando
le alte mura militari
della macchina reclusiva dello stato.
Ombre di giganti con il volto coperto
vanno avanti e indietro
dentro il bianco fumo,
organizzando la rivolta
immaginando l’evasione”

CARCERE DI UTA: CAMBIA DIRETTORE MA LA MERDA RIMANE LA STESSA

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Dopo il clamore suscitato dallo sciopero della fame iniziato a staffetta dai prigionieri di Uta e poi proseguito da un nostro compagno sino al 21 giugno scorso, l’amministrazione del carcere, diretta da Marco Porcu, aveva ben pensato di riempire l’acqua di cloro rendendone impossibile anche l’utilizzo per cucinare.

Visto l’entrata del nuovo direttore, Pietro Borruto, abile a pavoneggiarsi di fronte alle telecamere parlando a vanvera del benessere dei detenutx, qualcuno ha fatto rianalizzare l’acqua a disposizione dei prigionierx per bere, lavarsi, etc.. Le analisi hanno rilevato una quantità di 600 Unità Formanti Colonie (batteriche) per millilitro d’acqua (il limite di legge è 0). In altre parole nell’acqua, che si beve e con cui ci si lava a Uta, è presente una significativa contaminazione fecale.

In altre parole cambia il direttore ma, come ci aspettavamo, la quantità di merda è rimasta la stessa; alla faccia di garanti, politici e leccapiedi che appaiono indaffarati nel criticare la situazione delle galere ma operano perchè tutto rimanga così com’è.

Solidali con i prigionierx, ci rivedremo presto di fronte ai cancelli della galera di Uta

NO 41-BIS NÉ A UTA NÉ ALTROVE

FUOCO ALLE GALERE

TUTTX LIBERX

NUOVO OPUSCOLO: DEPORTAZIONI. RIFLESSIONI PER ATTACCARE GLI INGRANAGGI DEL RAZZISMO DI STATO

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I CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) vanno chiusi e basta, questo è quello che abbiamo imparato in questi lunghi anni di lotte e resistenze da quei campi di morte. Queste strutture sono un vero e proprio monito alle persone libere, un luogo di violenze e dolore, uno strumento di ricatto per la manodopera sfruttata.

Senza dimenticare tutto quello che avviene prima, per riempire un CPR:
retate nei quartieri, sugli autobus, nei ghetti, lungo tutta la penisola.

Nel corso dell’ultimo anno stiamo anche assistendo ad una forte accelerata delle deportazioni. Infatti, considerando il 2024 i dati parlano di un aumento complessivo del 16% rispetto all’anno precedente e il 2025 lascia chiaramente intendere che questi numeri andranno ad aumentare.


Come compagnx riteniamo necessario continuare ad opporci a tutto questo, soprattutto davanti ai nuovi assetti, che per veder crescere le deportazioni alzano il livello di violenza e razzismo in ogni angolo della società.

Ecco il perché di questo testo, nel quale si è cercato di accendere l’attenzione sulle deportazioni, considerando i diversi meccanismi ed attori che le rendono possibili e sottolineando come nel corso degli ultimi anni l’impianto normativo, che regolamenta ogni aspetto dell’esistenza dei/delle non italianx sia diventato sempre più restrittivo, sia nella possibilità di ottenere e mantenere un permesso di soggiorno, sia nella possibilità di entrare in Italia, in Europa.

Un testo, strumento e pretesto, con cui lanciare una mobilitazione contro le deportazioni che avvengono all’ordine del giorno.

Scarica, stampa, diffondi!

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TORINO: AGGIORNAMENTI SUL CPR DI CORSO BRUNELLESCHI

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Il CPR di Torino imprigiona ad oggi una sessantina di persone divise in 3 aree: Blu, Verde e Gialla.
Dalle rivolte che in primavera distrussero l’area Viola e Bianca, Sanitalia – cooperativa gestrice del centro – ha mantenuto un costante livello di terrore volto a scoraggiare ogni tipo di protesta, soprattutto attraverso la minaccia del carcere. Infatti nelle ultime settimane, in più episodi ci sono stati detenuti trasferiti in galera a seguito di singoli episodi di insubordinazione o di litigio tra prigionieri. Il ritorno dal carcere al CPR, dopo pochi giorni, porta con sé in alcuni casi una misura cautelare, in altri un trasferimento punitivo in un altro CPR, e sempre e comunque un’immediata riconvalida della detenzione amministrativa che, di fatto, azzera il conto dei mesi di trattenimento e inevitabilmente allunga i tempi di detenzione.

È ben chiaro come il clima di paura imposto dai gestori del centro sia volto a pacificare la struttura e così guadagnare economicamente il più possibile dal perdurare dello stato delle cose.
A tal proposito è bene raccontare la situazione odierna dentro il lager di Torino e quali sono gli strumenti di cui si stanno dotando i reclusi per resistere e protestare. Parte cruciale della tortura inflitta quotidianamente ai detenuti ruota attorno alla scarsezza e alla nocività dei beni di prima necessità distribuiti. I prodotti per l’igiene personale vengono somministrati in dosi minime, troppo scarse. L’acqua potabile, nonostante il caldo estivo, è limitata a un litro a pranzo e uno alla cena. Il cibo è rancido, maleodorante e immangiabile.

Qualche giorno fa – alla consegna di pane scaduto e con la data di scadenza modificata a penna – molti detenuti di tutte e tre le aree hanno deciso di rifiutare il cibo per un giorno intero.

Grazie a questa protesta, da quel giorno in poi almeno il pane è stato consegnato non scaduto, dimostrando ai dirigenti del CPR come la determinazione dei detenuti vada molto oltre – e possa sfidare – le umiliazioni, i ricatti e le torture a cui sono sottoposti.

Al fianco dei detenuti di tutti i CPR
Tutti liberi!

 

MESSINA: CORTEO NO PONTE

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Sabato 9 agosto
ore 18.00
Piazza Cairoli (ME)

Costellata dagli innumerevoli annunci di Salvini e Ciucci è arrivata una nuova estate. Nel 2023 ci avevano già detto che era l’ultima estate, che eravamo alle soglie dell’avvio dei cantieri del ponte sullo Stretto. Sono passati due anni e ancora una volta ci troviamo di fronte ad accordi e cronoprogrammi che alludono alla messa in moto delle ruspe. Noi sappiamo bene, però, che, al di là dell’effettivo inizio dei lavori, le attività di Stretto di Messina Spa ed Eurolink consumano già risorse e rubano futuro,con la complicità di Regione e Comune di Messina lasciando inevasi i bisogni veri che i nostri territori esprimono.

Ancora una volta ci troviamo, d’altronde, di fronte a una estate di passione per l’assenza di acqua nelle nostre abitazioni. Circa metà di quella che passa dalla rete idrica siciliana va perduta, e in tutta la Sicilia, Messina inclusa, le crisi idriche sono all’ordine del giorno. Nonostante ciò, i soli lavori di costruzione del ponte ruberebbero 5 milioni di litri d’acqua al giorno, pari al 20% del fabbisogno idrico di Messina.

Già nella Relazione che accompagnava il DL 35/2023 il ponte sullo Stretto veniva annoverato come opera di interesse strategico. Già in quella occasione, dunque, Salvini & soci avevano provato a collocarlo dentro un contesto europeo che potesse, da un lato, consentire una corsia preferenziale nei meccanismi autorizzativi e, dall’altro, catturare risorse europee da utilizzare ai fini della progettazione e costruzione dell’opera. Di recente il Governo ha con ancora più forza rappresentato il ponte come opera di interesse militare, collocandolo nel quadro degli impegni strategici della Nato e rendendo la Sicilia, da quasi un secolo occupata dalla presenza di basi militari USA, NATO e italiane, sempre più un avamposto militare nel Mediterraneo.

Tale strategia politica e mediatica è stata messa in atto mentre il mondo intero continua la folle corsa verso la guerra e il riarmo. A tutti gli effetti, dunque, il manufatto d’attraversamento e tutte le opere collaterali previste diventano l’ennesima propaganda di una politica militarista che va contrastata. Essere contro la guerra, così, vuole dire essere contro il ponte ed essere contro il ponte significa essere contro la guerra.

Con i 14 miliardi di euro stanziati per il ponte e i 30 miliardi spesi annualmente in armi dall’Italia, quante delle emergenze strutturali del Sud e delle isole (e non solo) si potrebbero sanare? La siccità, certo. Ma anche ospedali, scuole, autostrade, ferrovie e tanto altro ancora.

Ecco perché, nel dire NO AL PONTE, gridiamo forte che VOGLIAMO L’ACQUA, NON LA GUERRA.