FONDAZIONE STELLA MARIS E TAPPETO CONTENITIVO: COME SE FOSSE UNA COSA NORMALE

Riceviamo e diffondiamo questo testo a cura del Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud sull’ultima udienza del processo sui maltrattamenti ai ragazzi con disabilità ospiti della struttura di Montalto di Fauglia (Pisa) della Stella Maris, dove è venuto fuori dell’uso del tappeto contenitivo.

Come se fosse una cosa normale

In attesa della prossima udienza in programma il prossimo 14 maggio, abbiamo fatto alcune riflessioni sull’andamento del processo che seguiamo da circa un anno. Abbiamo impiegato un po’ di tempo per rimettere a posto le idee, dopo aver assistito all’ennesima udienza (per intenderci, quella dello scorso martedì 12 marzo) del processo sui maltrattamenti ai ragazzi con disabilità ospiti della struttura di Montalto di Fauglia (Pisa) della Stella Maris. Terminato l’interrogatorio di operatori e operatrici è stato il turno delle dottoresse, Paola Salvadori (ascoltata nel corso della precedente udienza) e Patrizia Masoni.

Proprio le parole di Masoni sono quelle che ci hanno fatto più riflettere. Per il loro contenuto, certo. Ma, forse, ancora di più, per la pretesa di neutralità, di naturalità con cui sono state pronunciate.

Ha dichiarato la dottoressa Masoni, psichiatra e responsabile dell’IRM (l’Istituto di riabilitazione, l’altra struttura dipendente dalla Stella Maris, accanto alla struttura residenziale), che a Montalto di Fauglia venivano usati, in caso di crisi degli ospiti, i cosiddetti “tappeti contenitivi”.

Come se fosse una cosa normale, appunto, la dottoressa ha ribadito e meglio specificato uno dei punti più oscuri emerso già anche dalle testimonianze di altri operatori. Quando qualcuno degli ospiti diventava particolarmente irascibile e ingestibile veniva giocata la carta del tappeto contenitivo.

Nella triste logica della contenzione, che ha giustificato e giustifica tuttora metodi, violenti e irrispettosi della dignità umana, di inibizione, di immobilizzazione, di privazione anche assai prolungata dell’uso del corpo (corde, camicie di forza, cinghie, cinture, stanze chiuse a chiave, contenzione farmacologica), la vicenda maltrattamenti alla Stella Maris riesce a conquistarsi un posto di tutto rispetto.

Il tappeto contenitivo funziona in un modo semplice e in un certo senso prevedibile: il paziente viene immobilizzato e arrotolato nel tappeto.

Al presidio di Fauglia, ci ricorda la dottoressa, l’idea del tappeto contenitivo comincia a prendere piede dopo che un non meglio identificato dottore americano ne aveva consigliato l’uso nel corso di un convegno di studi, esaltandone gli innegabili effetti pratici e il fatto che «questo tipo di pazienti non gradisce il contatto fisico» (sempre secondo le parole della dottoressa, qui citate letteralmente).

L’altra tutt’altro che condivisibile motivazione a favore del tappeto contenitivo indicata dal medico americano era che il tappeto avrebbe consentito di avere meno problemi con le famiglie in caso di crisi dei pazienti. Ha affermato testualmente la dottoressa Masoni: «il medico ci aveva detto: ma voi in Italia non avete problemi con le assicurazioni quando i vostri pazienti si fanno male o tornano a casa con i lividi? Da noi il tappeto evita molte di queste problematiche…».

E così, negli anni 2008-2009, ascoltando le parole di questo medico e presumibilmente senza accertarsi della loro veridicità e dell’effettiva possibilità di praticare una simile contenzione in Italia, anche le dottoresse della Stella Maris avrebbero cominciato a utilizzarlo nella struttura, anche se solamente nel 2014 la Regione Toscana lo avrebbe inserito tra gli strumenti contenitivi accreditati.

Questo sempre secondo le parole della dottoressa Masoni: ma, al momento, a noi non risulta che questo metodo sia stato mai accreditato da nessuno, tanto meno dalla Regione Toscana. Tra l’altro gli accreditamenti dovrebbero, in ogni caso, passare dalle Unità sanitarie locali.

Nel frattempo, nella struttura si faceva di necessità virtù. All’inizio operatori e operatrici – secondo il racconto della dottoressa – si arrangiavano con quel che c’era: portavano i tappeti da casa! Solamente dopo qualche tempo sarebbe stato possibile un investimento ulteriore: la dottoressa ha raccontato che, accompagnata da altre operatrici, si sarebbe recata di persona all’Ikea a fare una scorta di tappeti a basso prezzo, come lei ha affermato. E stiamo parlando di un istituto – la Stella Maris – che ogni anno riceve dalla Regione Toscana milioni di euro.

Un’ulteriore questione riguarda il numero delle persone che avrebbero dovuto utilizzare questo tappeto contenitivo formato Ikea. Nelle testimonianze presentate al processo prima del 12 marzo alcuni operatori e la stessa dottoressa Salvadori (direttrice della Residenza Sanitaria per Disabili a Montalto dove sono avvenuti i maltrattamenti) avevano parlato della necessità di cinque persone per poterlo utilizzare: uno per arto più uno per la testa. E proprio questa disposizione avrebbe molte volte impedito l’utilizzo del tappeto a causa della carenza del personale.

Il racconto della dottoressa Masoni continua, invece, con altri particolari che descrivono una realtà (se possibile) ancora peggiore, completando un quadro allucinante. La dottoressa ha, infatti, sostenuto che in realtà un solo operatore sarebbe bastato per l’utilizzo del tappeto, e proprio per facilitare un intervento di questo tipo avevano pensato di aggiungere al tappeto delle “maniglie”, in modo da prendere come con una rete da pesca la persona recalcitrante per procedere successivamente alla procedura dell’arrotolamento.

Dulcis in fundo: in mancanza del personale previsto per svolgere la manovra di contenimento tramite tappeto più volte gli addetti avrebbero impedito un possibile “srotolamento” del malcapitato apponendo una sedia come “fermo” sopra il tappeto arrotolato su cui poi, per completare l’opera, si sarebbero posti a sedere. Cosa che è stata raccontata da altri operatori nel corso del processo.

Dal nostro punto di vista, tutto ciò è veramente troppo. Abbiamo ancora gli occhi offesi dalle immagini scorse ormai due anni fa sullo schermo del tribunale, che testimoniavano in maniera inconfutabile le – altroché presunte… – percosse rivolte agli ospiti della struttura. Abbiamo sentito le ingiurie – pesantissime – ripetute alle stesse persone solamente per il gusto di schiacciare, sottomettere, annichilire le personalità.

Questo ulteriore retroscena ci inorridisce e allo stesso tempo ci spinge a formulare alcune – dovute – considerazioni.

L’uso dei tappeti contenitivi pone a nostro avviso alcune problematiche su due ordini di riflessione. Da una parte il piano giuridico-legale: come è possibile che un crudele quanto rozzo marchingegno di questo tipo possa essere considerato regolare?

Non ci risulta che i tappeti siano presidi sanitari accreditati al pari di altri, pur crudeli, annichilenti e ugualmente inaccettabili strumenti di contenzione usati in lungo e in largo nella quasi totalità delle strutture psichiatriche di “accoglienza e cura”, come ad esempio le cinghie.

E se anche in qualche modo fossero stati legittimati da qualche protocollo interno, dubitiamo che si possano considerare regolari e accreditati i tappeti portati da casa o comprati all’Ikea. Sotto questo aspetto, giudice e/o avvocati di parte civile forse dovrebbero approfondire la questione per rilevare eventuali ulteriori profili di reato.

Ma quello che ci colpisce di più, al di là delle parole accomodanti della dottoressa, è un secondo aspetto della questione, le cui implicazioni vorremmo fossero ben inquadrate.

Non si possono arrotolare esseri umani in un tappeto. Le persone non si legano. Mai.

Non ci sono ragioni che possano giustificare una violenza del genere: tanto più in una istituzione di (presunta) eccellenza deputata all’”accoglienza” e alla “cura”; tanto più verso persone, ragazzi indifesi e bisognosi di altro che di trattamenti disumani e degradanti.

L’oltraggio ai corpi costretti da corde e tappeti di contenzione, annichiliti dagli psicofarmaci, segregati e deumanizzati in quelle strutture sanitarie che continuano a essere istituzioni totali, costituiscono la «negazione agita» (per dirla con le parole del professor Alfredo Verde, estensore della relazione tecnica per la componente di parte civile del processo di Pisa) di quanto asserito dalla stessa Carta dei servizi del presidio di Montalto di Fauglia, dove si afferma che il modello adottato ≪mette prima di tutto al centro il paziente come persona, nella sua individualità, nei suoi bisogni relazionali e personali […].

La nostra filosofia di intervento è ‘prenderci cura’ oltre che curare […]. La nostra organizzazione è centrata sul modello del piccolo gruppo di pazienti condotto da educatori professionali e da assistenti con funzioni educative, che fungono da ‘io’ ausiliario o ‘compagni adulti’ dei pazienti, che li supportano concretamente e psicologicamente in ogni atto della vita quotidiana. […] ogni ragazzo […] è visto come portatore di affetti, bisogni emotivi, aspirazioni, competenze≫.

La presunta eccellenza della Stella Maris è un grande bluff. A Fauglia non si mettevano in atto cure o trattamenti terapeutici ma violenze e trattamenti degradanti e umilianti ai danni degli ospiti. Al di là di procedure, protocolli e linee guida, che possono offrire un imprimatur giuridico e professionale alla necessità, costi quel che costi, di ridurre all’impotenza una persona, tutte le pratiche di contenzione, tra cui anche i tappeti di contenzione rappresentano, oltre che una inaccettabile violenza, uno dei tanti simboli del fallimento dell’utopia psichiatrica.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
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