TI CONOSCO, MASCHERINA! UNA TRAMA AVVINCENTE CON CRACKERS, MACCHINE IN FIAMME E UNA STRUGGENTE STORIA D’AMORE

foto del materiale trattenuto fatta pervenire ai media

Diffondiamo

Cosa è accaduto

Sabato 4 ottobre 2025, un’imponente operazione di controllo e “filtraggio” dei manifestanti è stata messa in piedi in occasione della manifestazione nazionale prevista il giorno stesso. Al casello di Roma Nord macchine e autobus incolonnati in monocorsia venivano smistati verso varie piazzole per poi essere perquisiti. Diciamo subito che il bottino è stato esiguo. Se certa carta stampata ha potuto parlare di «mazze», è sicuramente per licenza poetica e non per malafede. O forse nella telefonata con gli agenti si è persa una sillaba: si trattava di ramazze, insomma, manici di scopa (perlopiù in plastica). In mezzo c’era addirittura una canna da pesca, uno strumento crudele, siamo d’accordo, ma solo per chi respira con le branchie. In questa serie di oggetti (che altro non erano se non aste casarecce), spicca la requisizione avvenuta ai danni di alcunx nostrx compagnx provenienti da Perugia. Nel loro veicolo sono stati rinvenuti alcuni kit di pronto soccorso assemblati per l’occasione: erano infatti direttx al presidio di street medic (primo soccorso autorganizzato di piazza).

Come si può notare dalla foto gentilmente concessa ai giornali, il materiale sospetto consta di:

sacchetto di avanzi della colazione con 1 (uno) mandarino; rotoli di benda elastica; ghiaccio istantaneo; occhiali protettivi; giacca antipioggia con bande riflettenti; valigetta pronto soccorso; filtrante facciale; coperte termiche; assorbenti; mascherine industriali; disinfettante; crackers; compresse di garza; guanti monouso; disinfettante spray.

Tra il materiale trattenuto figurano anche un paio di pantaloni ad alta visibilità con nastro riflettente.

A seguito del ritrovamento, allx compagnx è stato intimato di recarsi in caserma insieme ad altri due autobus, scortatx da 4 veicoli di polizia per non meglio precisati “accertamenti”. Sappiamo che alle persone sui pullman era stato detto che sarebbero state condotte al concentramento: solo dopo aver accostato perché ormai chiaro che il tragitto portava da tutt’altra parte, sono state informate del fatto che anche loro, più di cento persone, erano dirette in caserma. A questo punto, lx compagnx degli autobus, forti del loro numero, sono smontatx e hanno ottenuto di svincolarsi dall’assurdità di un fermo ottenuto con l’inganno. Hanno inoltre intavolato una trattativa per far sì che anche allx compagnx di Perugia fossero restituiti i documenti, e di fronte al rifiuto opposto dalla polizia hanno deciso di seguirlx e presidiare la caserma dove erano statx condottx. Qui, dopo varie lungaggini, lx cinque sono statx rilasciatx previo fotosegnalamento e requisizione del materiale di primo soccorso in quanto «potenzialmente pericoloso» e «incompatibile con una manifestazione pacifica». Il loro fermo, tra ripetute perquisizioni, intimidazioni da parte dei più alti in grado ma anche tanto tanto divertimento, è durato in tutto poco meno di 6 ore.

Per fortuna il corteo era in ritardo.

Le nostre armi sono “non letali”, ciò che da loro vi protegge è “pericoloso”

Nel patetico teatrino del sequestro di cerotti e crackers, polizia e media si sono prodigati nel mettere in risalto le temibili mascherine.

E quindi parliamone, anche se sembra assurdo.

Le mascherine sono un presidio di parziale tutela dagli effetti del gas lacrimogeno. Difficilmente si può immaginare in quale modo possano essere «atte a offendere», salvo impiegarle nella stessa frase: nel qual caso l’offesa c’è, ed è al buonsenso.

Le armi antisommossa hanno il fine di disgregare e seminare caos in un gruppo coeso di persone, contribuendo così alla sua dispersione. In generale, si tratta di strumenti indiscriminati e imprecisi, in quanto loro obiettivo è la massa. Sono a torto dette “non letali”, e sarebbe più corretto definirle come “a bassa letalità”, dato che possono uccidere e non di rado lo fanno. Senza contare che la loro pericolosità aumenta se, come spesso accade, vengono utilizzate in maniera impropria.

Il gas lacrimogeno, di cui si fa largo uso nelle piazze, è arma dagli effetti non circoscrivibili, in quanto colpisce tuttx lx astanti (non è raro che ne facciano le spese gli stessi agenti). In Italia si usa tra gli altri il CS, messo al bando in contesto bellico, ma curiosamente impiegato contro la propria popolazione civile. Il gas causa irritazione oculare, cutanea, stress respiratorio, e in alte concentrazioni o in caso di esposizione prolungata, o ancora se colpisce soggetti con pregresse difficoltà respiratorie, può risultare letale. Pochi giorni fa, a Bologna, l’abitudine a sparare i candelotti “ad alzo zero”, con il fine deliberato di procurare danni da impatto, ha causato il grave ferimento di una ragazza che ha reso necessario un intervento chirurgico per scongiurare la perdita dell’occhio.

Ci sembra superfluo dire che per un intervento di primo soccorso in piazza, e potenziale esposizione prolungata ai gas, i dispositivi di protezione sono imprescindibili.

Manifestanti cattivi e dove trovarli

Il 4 ottobre 2025, dopo due anni di uno sterminio annunciato, è sceso in piazza più di un milione di persone. Sicuramente un grande risultato per chi da due anni (e più) lotta per rompere il silenzio che si è tentato di imporre sull’annientamento della popolazione palestinese. Ma anche un pessimo segno, per una specie che ha la pretesa di definirsi “superiore”. Ci sono voluti due anni di impegno per ricostruire quel basilare senso di dignità che di fronte a un genocidio facesse scendere la gente in strada, il che, diciamocelo, è un po’ il minimo sindacale. Avremmo dovuto bloccare tutto due anni fa, anzi avremmo dovuto bloccare tutto molto prima, ad ogni annuncio dell’apertura di una fabbrica di armi. Ad ogni speculazione di borsa a seguito di una strage. Ad ogni centesimo investito in un sistema di sfruttamento coloniale. Senonché chi sosteneva tali idee e ancor più chi le metteva in pratica veniva tacciatx di “estremismo” e “violenza”, un modo facile per evitare qualsiasi discussione.

Quelle di “estremista” e “violento” sono categorie elastiche: chi oggi presta orecchio al coro dell’unanime condanna dei “violenti” dovrebbe riflettere su quanto sia facile finire nel mazzo dei cattivi. “Violenti” erano lx nostrx compagnx con il kit del primo soccorso. “Violento” era il signore sull’autobus con la canna da pesca a reggere una bandiera. “Violento” era chi ha dato alle fiamme un’auto della polizia, e così via.

Intanto il nostro paese arma chi alle fiamme ci dà le persone. Foraggia i militari e li dota degli ultimi ritrovati in materia di uccisione. Per fare questo taglia salute, istruzione, pensioni, stipendi, saccheggia i territori, alimenta le diseguaglianze e soffia sul fuoco della xenofobia per offrire dei comodi capri espiatori quando il malessere minaccia di esplodere.Ogni accenno di dissenso, per quanto piccolo, è represso con crescente brutalità.Tutto questo non è forse violenza?

Qual è dunque il grado di conflittualità accettabile di fronte a un genocidio e all’industria che vi ruota intorno? Davvero il problema è una mascherina, una canna da pesca, una macchina bruciata?

Chi aveva con sé materiale medico, chi una canna da pesca, chi ha incendiato un’auto, tuttx avevano degli obiettivi, che, sembrerà strano, non erano lo scontro fine a se stesso con le Forze dell’Ordine. Queste ultime, come dice il nome, difendono l’Ordine, lo status quo, qualunque esso sia. Se l’ordine delle cose prevede di collaborare al genocidio, esse verranno impiegate a sua tutela. Presi singolarmente molti agenti potrebbero addirittura non essere d’accordo, ma molto probabilmente non si tireranno indietro, perché – quante volte glielo abbiamo sentito ripetere? –  stanno solo facendo il loro lavoro o, in alternativa, stanno solo eseguendo ordini. Obiettivo della protesta in genere non è l’auto della polizia, ma sicuramente l’auto della polizia si verrà a trovare tra i manifestanti e l’obiettivo della protesta.

Abbiamo ancora lacrime da versare per la macchina?

Perché?

Perché tanto accanimento sulla street medic? A livello operativo, degli agenti sul campo, il mandato era sicuramente ottenere qualcosa, qualsiasi cosa, da dare in pasto ai media per demonizzare la piazza. Non ci fosse stato il materiale medico sarebbe toccato alle aste, e in subordine agli spazzolini da denti, o alle bolle di sapone, non importa.

È però possibile rilevare un’ulteriore motivazione, più o meno conscia, lungo la catena di comando: il materiale della street medic infastidisce perché rappresenta un germe di solidarietà tra le due parti contrapposte nella trita retorica buoni/cattivi che da troppo tempo intossica i movimenti.

Forse il timore è che parte del corteo cosiddetto “pacifico” possa supportare attivamente chi adotta altre modalità d’azione, e resistere all’apparato repressivo dispiegato, minando alla base la frammentazione ottenuta grazie alla velenosa dicotomia violenti/nonviolenti. Nel mondo non mancano esempi, anche recenti, in cui proteste nutrite e variamente conflittuali hanno ottenuto dei risultati, pensiamo a Nepal, Indonesia, Francia.

L’idea stessa alla base del primo soccorso in piazza è la prova dell’esistenza di una sfumatura, di una complicità, di qualcosa che va oltre la divisione in buoni e cattivi. Del fatto che comunque vada, in strada si rimane finché si riesce. E se si va via, lo si fa come si è arrivatx: insieme.

E se questo vuol dire essere violentx, e dellx cattivx manifestanti, allora sì, siamo tuttx violentx, siamo tuttx cattivx manifestanti.

Un momento, e la struggente storia d’amore che ci avevate promesso?

Non c’è, vi abbiamo fregato. Oppure non l’avete vista, non ve lo diremo mai.

LAZIO: HAIKU SENZA HAIKU – SERATE DI POESIA, MUSICA E LIBERTÀ

Diffondiamo:

Presentazione del progetto ispirato da Juan Sorroche, anarchico detenuto nel carcere di Terni.
“Apri gli occhi, dentro e fuori di te, sovverti tutto”
Versi scatenati da prigioni, strade e stelle.

ROMA
venerdì 24 ottobre dalle ore 17.30
Bencivenga Occupato (via Roberto Benciveng 15)
a seguire cena vegana e musichetta benefit Juan

VITERBO
sabato 25 ottobre dalle ore 17.30
Circolo Arci Il Cosmonauta (via dei Giardini 11)
a seguire cena su prenotazione al tel 0761220206

CASPERIA (RIETI)
domenica 26 ottobre dalle ore 12.00
con pranzo benefit condiviso
La Pancho Villa in Sabina (Via Roma 162)

CATANIA: ULTIMO ULULATO – ASSEMBLEA CITTADINA CONTRO LO SGOMBERO DELLA L.U.P.O.

Mercoledì 22 Ottobre h.19.00

Diffondiamo:

Ecco ci risiamo, lo sgombero della L.U.P.O. è alle porte, un’altra volta, ma questa volta sembra che, il progetto di trasformare Piazza Pietro Lupo in parcheggio,sia passato in esecutivo il 2 ottobre.
Passeranno all’azione i paladini della “riqualificazione urbana”, capeggiati dal sindaco fascista e sessista e dal suo assessore all’urbanistica.
Quasi 4 milioni di euro definitivamente stanziati per radere al suolo la palestra lupo e costruire il famoso parcheggio di cui Catania avrebbe così tanto bisogno.

In un articolo di qualche giorno fa non c’era scrupolo nel definire la L.u.p.o. come un posto di aggregazione e socialità e non c’è stato scrupolo neanche nel parlare dello sgombero e della successiva demolizione.
Siamo dunque giuntx al momento dello scontro finale. Il comune di Catania si immagina pronto a sgominare il degrado inferendogli una ferita mortale. Grazie ad i fondi PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) per i PUI (Piani Urbani Integrati), possono ripristinare l’agognato grigio decoro; cacciando via lx migrantx da San Berillo e demolendo i suoi edifici storici per trasformare le sue strette stradine in larghe vie a misura di turistx. Non secondario lo sgombero e la demolizione della L.U.P.O., rea di ospitare ogni settimana centinaia di ragazzx ad eventi socioculturali totalmente autogestiti e senza alcun scopo di lucro.

Non è una novità che lx giovani alla pari dellx migrantx e dellx marginalizzatx siano consideratx coloro che degradano.
Sono queste le priorità della città? No, ovviamente. Queste sono le priorità per i pochi speculatori che ne potranno beneficiare. D’altronde il comune di Catania ha un debito di circa 100 milioni con la Banca Sistema e stenta a portare avanti i minimi incomprimibili di bilancio: rifiuti, servizi sociali e manutenzione essenziale. Quindi l’erogazione di fondi europei sembra rimasto l’unico modo per drenare denaro pubblico e accontentare le imprese dei soliti noti bacini di consenso, che importa se l’ex abitanti non avranno alcun giovamento?
Così Catania è destinata a rimanere la città con meno verde d’Italia, rimarrano i suoi problemi infrastrutturali, rimarrano insufficienti gli ospedali, le scuole continueranno a non formare una delle popolazioni con più ostacoli all’alfabetizzazione d’Europa, la viabilità continuerà ad essere un problema, Librino rimarrà un quartiere dormitorio.

Catania continuerà ad essere una città con poca vista sulla costa e ancor meno accessi al mare, una città in cui le piazze crollano e i quartieri sono sommersi di rifiuti, ma la si vuole fare diventare la “Capitale della Cultura” 2028. Capitale della cultura del profitto derivante dal overtourism, della cultura dello sradicamento, della cultura del Trumpismo di guerra, della sopraffazione della povertà e della riverenza ai ricchi. Capitale dell’indifferenza e del cinismo, d’altronde come può importare delle persone che ci vivono, se gli affari non si fermano nemmeno di fronte ad un genocidio?

La L.U.P.O. è un piccolissimo tassello per i “Signori” della città, ma un grande esempio di cultura critica, di relazioni anticapitaliste, antirazziste e antisessiste per tuttx coloro che la hanno attraversata e si sono ritrovatx a comprendere in prima persona cosa significa autorganizzarsi senza gerarchie. Sono 10 anni che la L.U.P.O. promuove laboratori, workshop, esposizioni, iniziative politiche e solidali, attività sportive e tanta musica, organizzati da collettivi e individualità cittadine a costo zero. Questo è veramente troppo per una politica esclusivamente orientata al profitto che impernia le sue attività culturali e musicali appaltandole esclusivamente all’industria dell’intrattenimento, che recinta le proprie relazioni intorno al consumo patinato nei tavolini dei dehors mentre non ammette alcuna possibilità di espressione per lx proprx abitanti.

A tuttx coloro che hanno partecipato a qualsiasi titolo e in qualsiasi maniera e che qui conservano ricordi preziosi, a tuttx coloro che non hanno avuto la possibilità di attraversare questi spazi, a chiunque arde dalla voglia di sovvertire l’esistente: è adesso il momento di agire, è adesso il momento in cui necessitiamo realmente delle energie di tuttx.
Prima che sia troppo tardi e la memoria di questo posto svanisca insieme alle speranze di un futuro migliore. Prima di non aver lottato abbastanza per quello che ci spetta: la possibilità di autodeterminare i nostri desideri, raggiungerli, e di prendere in mano il nostro destino.

DALLA LUPO LIBERATA ALLA PALESTINA OCCUPATA,
NON SI PUÒ DEMOLIRE UN’IDEA.

MESSINA: CORTEO NO PONTE [29 NOVEMBRE]

Diffondiamo

La grande macchina del ponte sullo Stretto continua a procedere spedita, nonostante il rinvio al mittente del progetto definitivo da parte della Corte dei Conti.
Sappiamo bene, infatti, che l’effettiva costruzione del ponte non è mai stata la vera priorità dei suoi promotori: il ponte è soprattutto un meccanismo attraverso cui si consumano risorse pubbliche e si ruba il nostro futuro. Con la minaccia incombente dell’apertura di quei cantieri che devasterebbero la nostra città e il nostro territorio – e lo possiamo già intuire da ciò che accade a Contesse, dove le discariche per il raddoppio ferroviario Messina-Catania mostrano, seppur in piccolo, ciò che ci aspetta.

Di fronte a tutto questo abbiamo la certezza che il ponte potrà essere fermato solo dalla mobilitazione delle abitanti e degli abitanti dello Stretto, insieme a tutte e tutti coloro che hanno a cuore questo territorio. È una battaglia che non possiamo permetterci di delegare. Per questo torniamo in piazza il 29 novembre, con una grande giornata di mobilitazione.
Dobbiamo fermarli, adesso.
Ora vogliamo essere di più. Tutte e tutti insieme!

Assemblea No Ponte

NOTE SU ANARCHIA RELAZIONALE E GALERE

Diffondiamo

Il carcere fa schifo, e oltre alle disposizioni del giudice in quanto a restrizioni, interviene anche il patriarcato.
La famiglia eteropatriarcale rimane l’unica intermediaria legalmente valida a ricevere tutte le comunicazioni che vanno dal giudice ai legali.
Impedendo e rendendo difficile un percorso collettivo.
Dopo anni a cercare di allontanarci dall’idea della famiglia tradizionale e cercare con difficoltà di decostruire e ricostruire tutto quello che abbiamo imparato dalla nascita sulle relazioni monogame, romantiche ed eteronormate, che rientrano in tutti i binari di genere che cerchiamo di ridurre in frantumi con chiacchiere e autocoscenze, ci ritroviamo a scegliere chi tra gli affetti deve firmare un foglio in cui si dichiara di essere lx fidanzata dellx nostr amic in gabbia.
Quando la scelta basata sulle gerarchie è una delle cose, che, per chi vive l’anarchia relazionale viene totalmente rifiutata.
Le gerarchie non esistono e l’amore tra le amiche ce lo immaginiamo come un grande cerchio in cui siamo tutt sulla stessa linea, una linea molle e volubile, che si muove in maniere diverse, con rapporti declinati in base ad accordi che si autoalimentano e autorigenerano, vivendo le giornate assieme.

“Signor giudice la mia polecola è al gabbio ci deve accettare i colloqui insieme, mica separate!”
Skerzi a parte, fa davvero male non vedere riconosciute le proprie relazioni.

Noi questo stato lo vogliamo in frantumi con tutti i suoi costrutti e regole di merda, la legge non ci rappresenta e manco la concezione di famiglia tradizionale, che guarda caso nel momento in cui si entra in carcere diventa l’unica interlocutrice.
Chiudere tutto all’interno delle 4 mura di casa è una violenza, e violento è lo stato che non permette deviazione.
La galera è pesante, per chi sta dentro e per chi sta fuori. Il lavoro di cura è costante, da entrambe le parti, e se tutto questo peso grava su genitori e familiari diventa un peso insormontabile, economico ed emotivo.

Per non parlare poi, di chi questo privilegio non ce l’ha. Perché le famiglia o non ce le ha più o sono lontane, lontanissime e irraggiungibili. E quindi le persone rimangono isolate, senza un supporto emotivo e materiale, perché le informazioni, a chi sta fuori e non è riconosciuto in quanto tale, non può averle e non é dato sapere neanche queste persone dove si trovano e come stanno.
Parlo delle persone in movimento, corpi che vengono quotidianamente criminalizzati e rinchiusi in galere e cpr. Le comunicazioni dai cpr sono piu semplici a volte, ma se vengono trasferiti in carcere e non c’è nessunx familiare fuori, recuperare i contatti diventa difficile, quasi impossibile.

Il processo di allontanamento dagli affetti, quelli non riconosciuti come importanti e fondamentali è la prima mossa infame che lo stato attua sulle ame recluse, perché la solidarietà fa paura, l’amore , la sorellanza e la vicinanza ad ogni costo fa tremare lo stato, debole e solo, siamo potenti e fortissime insieme, piu di qualsiasi tribunale e magistrato, siamo la forza che farà crollare le mura infami e deboli che rinchiudono corpi.

La nostra quotidianità era fatta di amore, di nanne strett nei letti insieme, di carezze, baci e abbracci , di spazi messi in ordine e disordine in base a come e quanto tempo volevamo dedicare alle nostre amicizie. Decostruire la gelosia , la monogamia , il patriarcato, il machismo e l’eteronormatività di cui siamo intrise sin dalla nascita è un processo lungo e che fa anche male, ed era la strada che stavamo percorrendo.

Il pugno nello stomaco che forzatamente ci riporta a subire la violenza patriarcale che vuole sovradeterminare affetti e relazioni è l’ennesima dimostrazione di quanto lo stato sia viscido e violento verso le nostre vite. Violenza alla violenza e morte allo stato.

VIOLENZA ALLA VIOLENZA
MORTE ALLO STATO

Dopo aver scritto questo testo e aver parlato con amiche che stanno vivendo in modo simile la repressione dei propri affetti, é nata l’idea di scrivere una zine.
L’istituzione rende meccanici tutti i rapporti che in realtà sono umani, a prescindere da quale tipo di relazioni si sceglie di vivere.

Se ti va di realizzarla insieme e mandare un contributo, scritto o disegnato sul tema, questa é la mail: fuocoaicprpuglia@distruzione.org
É una mail sicura, x favore usa solo mail sicure x inviare
I contributi rimarranno anonimi
Baci anarchici

CHE BELLA UDINE CHE BRUCIA!

Diffondiamo una riflessione sulla repressione delle mobilitazioni in solidarietà con la Palestina, tra cui quella udinese del 14/10/2025:

Per prima cosa, esprimiamo totale e incondizionata solidarietà alle persone fermate e arrestate al termine del corteo contro la partita della vergogna Italia – Israele di martedì 14 ottobre a Udine.

Negli ultimi mesi abbiamo visto scagliarsi un’ondata repressiva brutale sulle partecipatissime manifestazioni in solidarietà alla Palestina che hanno attraversato tutta l’italia.
In moltissimi casi, la repressione si è diretta contro manifestanti alle loro prime esperienze di piazza, spesso minorenni o persone non inserite in contesti militanti o organizzati. Questo elemento, ormai ricorrente, fa pensare che non si tratti di episodi casuali, ma di una strategia precisa su cui vale la pena soffermarsi.

La priorità sembra essere fare prigionierx, non importa chi, né cosa abbia fatto.

L’obiettivo è dare qualcosa in pasto ai giornali, alimentare il racconto securitario e giustificare i mezzi messi in campo. Se un’operazione non produce fermi o arresti, rischia di apparire “inutile” agli occhi dell’opinione pubblica. Il sensazionalismo mediatico sui fermi e gli arresti non è mai compensato dalla stessa attenzione quando le accuse cadono o arrivano le assoluzioni, che quasi sempre passano sotto silenzio.
È un meccanismo di propaganda facile tramite arresti facili.

Questa repressione veicola un messaggio preciso: “in galera ci puoi finire anche tu”, anche se è la prima volta che scendi in piazza. È un tentativo di seminare paura e scoraggiare la partecipazione, soprattutto in un momento in cui le piazze per la Palestina hanno mostrato numeri che in Italia non si vedevano da anni. L’obiettivo è ridurre queste mobilitazioni spontanee e non organizzate a dimensioni “gestibili”, per poi avere campo libero nel colpire chi non desiste, fino a riportare tutto al silenzio, attraverso decreti e leggi sempre più repressive che passano inosservate perché “non ci riguardano”.

I cosiddetti “rastrellamenti a caso” quindi non hanno nulla di casuale. È una strategia consapevole: se vengono fermati militanti notx, la rete di solidarietà si può attivare; se vengono prese “persone comuni”, invece, si rischia che prevalga il silenzio, la paura, la tendenza a dissociarsi.

La repressione non punta solo a colpire chi lotta, ma a isolare, a neutralizzare la solidarietà e a trasformare la paura in rassegnazione.
E proprio così riescono a sedare la partecipazione e a disinnescare la possibilità stessa del conflitto.
Il vero obiettivo è spegnere quel che nasce quando la gente comune scende in piazza e segue il proprio istinto morale.

Ed è in questo quadro che si inserisce anche lo strumento della solidarietà. Se chi è avezzx alla repressione sa che nessunx va lasciato solx, chi mastica meno queste pratiche finisce a trovarsi spiazzatx, non sa a chi rivolgersi e la repressione diventa un fatto individuale e di solitudine.
A questo tentativo di neutralizzare la solidarietà e disincentivare la partecipazione si somma la tanto comoda distinzione fra manifestanti “buonə” e “cattivə” e fra manifestazioni pacifiche e degenerate, abitate da “infiltratə facinorosə”. Secondo questa narrazione, la libertà di manifestare il dissenso è garantita soltanto se espressa “pacificamente”.  Dove per “pacifico”  si intende “pacificato”, ovvero circoscritto e costretto nei limiti di quanto consentito dalle forze dell’ordine: tutto il resto, tutto quello che esistere al di fuori di questo asfissiante perimetro resosempre più angusto da leggi repressive e pacchetti sicurezza) è negativo, e deve essere condannato, pure dallə manifestanti “buonə”, pena la legittimità del loro manifestare e delle loro rivendicazioni agli occhi dell’opinione pubblica e forse pensiamo anche del poliziotto interiorizzato.
Di fatto, peró, il perseguimento di questa legittimità rompe i movimenti dal di dentro e presta il fianco a chi ci vuole divisə, diffidenti, spaventatə e ancor peggio isola chi è represso.

Per questa ragione consolidare narrazioni di questo tipo è complicità con l’oppressore.

Non crediamo in alcuna distinzione , crediamo solo nella diversità e varietà delle pratiche, poichè gli obiettivi politici e gli slanci rivendicativi si perseguono secondo forze diverse, canali diversi ed energie differenti.
Lo slogan “se toccano unx toccano tuttx” deve prendere concretezza effettivamente quando unx viene toccatx. Poco importa se le pratiche adottate in piazza siano condivise o meno: bisogna avere chiaro chi è il nemico.
La polizia è il nemico, che difende i padroni, le politiche genocidarie, chi devasta e avvelena la terra.
Lo stato è il nemico, complice del genocidio, dell’oppressione di razza, di classe e di genere.
Non lo sono invece lx compagnx che stanno al nostro fianco, anche se con tensioni o approcci diversi. La piazza deve restare uno spazio libero, senza registi né guardiani morali, aperto a chi rifiuta le proteste pacificate e addomesticate.

C’è un fuoco nella pancia che nessuno potrà mai domare, e ringraziamo chi con quel fuoco ha illuminato Udine di una bellissima luce!

Le strade e le piazze sono nostre e non le abbandoneremo per paura. Difendiamo chi lotta con noi e accanto a noi, accogliamo chi arriva per la prima volta e facciamo in modo che la solidarietà non rimanga solo uno slogan ma diventi una pratica quotidiana.

Nessun passo indietro!

BOLOGNA: AGGIORNAMENTO SULL’OPERAZIONE REPRESSIVA SCATTATA A SEGUITO DELLA CAMPAGNA IN SOLIDARIETÀ AD ALFREDO CONTRO IL 41BIS ED ERGASTOLO OSTATIVO

Diffondiamo:

L’8 ottobre 2025 si è tenuta l’udienza preliminare dell’operazione scattata a Bologna nel 2023 a carico di 19 persone per la mobilitazione in solidarietà ad Alfredo Cospito in sciopero della fame contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo.
Ricordiamo che inizialmente venivano contestati associazione con finalità di terrorismo (art. 270bis) – poi caduto in sede di riesame – e altri fatti specifici: un attacco a dei ripetitori di telecomunicazioni, un tentato danneggiamento a dei camion della ditta MARR, un blocco stradale tramite danneggiamento di cassonetti, l’interruzione di una messa, l’occupazione di una gru in centro a Bologna e contestuale presidio sottostante con manifestazione non autorizzata.
Contestualmente alle indagini ci furono altrettante perquisizioni e prelievi coatti di DNA, con successive misure cautelari a carico di tre persone indagate – obbligo di firma per due persone, obbligo di dimora con rientro notturno e obbligo di firma per una persona.

L’udienza preliminare si è conclusa con l’assoluzione di 11 compagnx e il rinvio a giudizio a marzo per 6 compagnx per 3 reati specifici:
1) il danneggiamento a dei ripetitori di telecomunicazioni (art. 635 quinquies, comma 2)
2) il danneggiamento a una rete durante l’occupazione della gru (art. 635, comma 3),
3) l’interruzione della messa (turbatio sacrorum, art. 405).

Ribadiamo la nostra solidarietà ad Alfredo ancora rinchiuso in 41bis e a tuttx lx prigionierx!

Ribadiamo la nostra solidarietà allx compagnx indagatx di Bologna e a tuttx le persone che stanno affrontando o hanno affrontato la repressione a seguito della mobilitazione in solidarietà con Alfredo!

Ribadiamo la nostra solidarietà ad Andre, Bak e Gui agli arresti domiciliari per il corteo NoPonte!

Ribadiamo la nostra solidarietà a tutte quelle persone picchiate, mutilate, arrestate e che stanno affrontando la repressione a seguito delle piazza per una Palestina libera!

Sempre al fianco di chi lotta, la solidarietà non si spezza!
Finché di ogni galera non rimangano che macerie!
Tuttx liberx!

MA CHI HA DETTO CHE NON C’ERAVAMO?

Riceviamo e diffondiamo:

Di santi, fragilità e anarchia: una risposta breve al testo “Da pari a pari. Contro l’autoritarismo identitario” e ad alcuni altri contributi innecessari

“Así Sí Señora! Fuimos Muy Malas y Fuimos Todas! “

Fenoménicas Brujas e Insurreccionalistas (F.B.I)
Ciudad de México, martes 10 de marzo 2020.

Continuare a leggere sproloqui reazionari che pretendono di cancellare le nostre esperienze anarchiche utilizzando semplificazioni degne di qualche youtuber incel con cappellino da cowboy è intollerabile.
Se alcuni soggetti credono sia ora di prendere posizione perché “troppo hanno aspettato”, allora siamo costrettx a pensare che anche noi “abbiamo tardato troppo”.
E diremo qualcosa di cui stiamo iniziando a non essere fiere.
Abbiamo tardato perché in fondo volevamo credere (e non volevamo rinunciare a riconoscerci) nei rapporti di affinità, nelle esperienze comuni, in quella radicalità che ci ha fatto incontrare molte volte, nella solidarietà internazionalista, nelle pratiche condivise, nell’elaborazione teorica che, chi più e chi meno, ci accomuna(va).
Ma, come è risaputo, l’affinità si basa sul principio di libera associazione, pertanto quando ciò che ci accomuna viene irrimediabilmente meno, un pezzo dopo l’altro, l’affinità con “certi soggetti” cessa di esistere.

Il testo che segue è un contributo corale di compagne (senza C maiuscola, grazie, non abbiamo bisogno della vostra sacra approvazione) che vivono fuori e dentro il territorio italiano.
Non è una posizione universale di un settore specifico, che di fatto non esiste come unicità.
Speriamo non si gridi all’infiltrazione esterna. È penoso, come anarchici.
Non solo perché nega di fatto la tanto sbandierata capacità di essere internazionali e internazionalisti, ma perché ci ricorda tanto la modalità dello Stato o, ancora di più, la classica strategia stalinista: ricorrere al fantasma del nemico esterno per giustificare la creazione di più dispositivi di controllo e repressione.
E quindi sì, scriviamo da molti territori, ma vogliamo ricordare a questi soggetti che ci conosciamo, e non è un modo di dire. Abbiamo partecipato insieme in molte piazze, ci siamo scritti e scambiati traduzioni, abbiamo messo in atto azioni di solidarietà che si richiamavano da un territorio all’altro, abbiamo partecipato a dibattiti nella stessa stanza, a chiacchiere e presentazioni. Peccato.

E quindi eccoci qua con alcune puntualizzazioni.

Dominio e liberazione, niente di nuovo sotto il cielo

Quello che ci interessa meno è impantanarci nel segnalare di nuovo le responsabilità di singoli amichetti nel perpetuare la violenza patriarcale nei suoi molti modi possibili con tante sfumature e gradi.
Che noia, questi esercizi petulanti di filosofia e storia antica.
Alcuni di questi amichetti probabilmente sono stati anche i nostri in alcune occasioni (e per fortuna alcuni proprio no), o i nostri compagni, in senso affettivo e politico. Nessuno qui può dirsi salvo perché il problema è strutturale, come tutte le dominazioni contro cui tanto lottiamo. Quindi anche concentrarsi esclusivamente nel difendere un singolo (tra l’altro quasi rasentando il culto della personalità, che fa molto religione e molto poco anarchia) è fuorviante, perché distoglie dalla questione centrale.

Il sistema di dominazione è complesso e a più livelli e chi lotta per la libertà dovrebbe farlo in maniera altrettanto complessa e multipla, non solo concentrandosi su singoli aspetti o su specifiche forme. È ora che questa pulsione radicale per la liberazione totale sia meno di facciata, e investa con la sua capacità distruttiva non solo lo Stato e il Capitale, ma ogni forma di dominio. Patriarcale e coloniale inclusi.
Per fare questo sarebbe necessario abbracciare le proprie contraddizioni, essere critici con noi stessi così come lo siamo con gli altri, abbandonare questo purismo moralista che puzza di vecchio e costruisce chiese ideologiche invece di bruciarle.
E sopratutto non considerarsi immuni dall’essere noi stessi parte del problema.
Patriarcale e coloniale, dicevamo…
Poveri 5 piccoli indiani.
Il virtuosismo della comparazione con la situazione in atto in Palestina e la narrazione genocida dello stato sionista di israele farebbe quasi ridere se non fosse altamente problematico.
È sufficiente un’analisi grossolana per capire che equiparare una narrazione di violenza volutamente islamofoba e vittimizzante di una forza occupante su chi la resiste coraggiosamente fino alla morte con le denunce di compagnx verso dei coglioni aggressori proprio non regge.

Ci sembra che qualcuno abbia iniziato un processo di beatificazione.
E noi santi e beati non ne abbiamo.
Preferiamo ricordare chi lotta anche con i suoi errori, perché è questo che ci permette essere chi siamo.
Quello che ci dispiace notare, però, è che in questo affannarsi per difendere e santificare, si regalino al potere tanti spunti e dettagli di incontri, dibattiti, campagne di solidarietà, cose che nel nostro modus operandi non dovrebbero essere pubbliche né pubblicate. Ups.
E, ancora più grave, assistiamo attonite a un’autoinvestitura dell’autorità morale nel definire chi è dentro e chi è fuori dalla chiesa, riproducendo proprio quegli atteggiamenti che si criticano.
Per quanto ci si dilunghi in inutili astrazioni, a tratti così stirate che rasentano il ridicolo, l’elefante nella stanza continua ad essere la misoginia dei compagnx e il loro potere di definire chi è compagnx chi non lo è e quali lotte sono giuste e meritevoli.
Da una parte viene criticato il potere di definizione di chi subisce o ha subito violenza, ma dall’altra questo potere di definizione viene costantemente esercitato (difeso e tenuto stretto) nella scelta di chi è dentro e chi è fuori, di cos’è la pratica anarchica e cosa non lo è.

Quale internazionale?

Cosa si intende per “americanizzazione?”
(America é un continente un bel po’ grande, deduciamo che i professori si riferiscono agli Stati Uniti);)
Rimane un concetto vago che sembra uscito da un fumetto del vecchio PCI.
Un verdetto che raccoglie un po’ tutto e avvia il processo della nostra scomunica.
Saremo giudicate dall’inquisizione e condannate all’esilio da tutti i percorsi che da anni portiamo avanti, non come queer ma come anarchiche (perché, sorpresa! ci sono tantx di noi che non sono e non amano come il Papa comanda… se ne erano accorti lor signori?)
Verranno castigati i nostri comportamenti “infantili” o “depravati”?
Abbiamo la sensazione, vostro malgrado, che la direzione sarà piuttosto un’altra…
Rispondiamo (senza gioia) a questi sproloqui perché ci stanno a cuore le lotte e perché certi cappellini da cowboy trumpiani ci allarmano, non per chi li porta, ma per quello che stanno facendo delle nostre idee e della loro possibilità di propagarsi.
Ce lo saremmo volentieri risparmiate.
La “teoria del complotto esterno” è ciò che ci ha colpito di più.
Dove è finita l’essenza profondamente internazionalista del nostro essere anarchico, tanto nelle pratiche quanto nelle teorie e nei dibattiti?
Liquidare certi temi come “ingerenze esterne”, accusare chi riflette sull’oppressione di genere di “americanizzare le lotte” addirittura usando termini come “woke” (grazie bro Trump per aver illuminato i nostri Compagni) è una deriva nazionalista reazionaria a dir poco disgustosa. Da quando le nostre idee devono avere una certificazione nazionale?
Ma detto questo, ci chiediamo perché volontariamente si sorvoli sulle molte riflessioni “nostrane”, che non hanno avuto bisogno di input esterni per affilare teoria e pratica, per rispondere radicalmente all’esistente, per spezzare catene. Riflessioni emerse dai confronti tra moltx compagnx, all’interno e all’esterno delle nostre frontiere territoriali, nei dibattiti accesi, nelle esperienze personali, dal carcere fatto di sbarre a quello fatto di leggi, norme e regole sociali a cui abbiamo deciso da decenni di ribellarci.
Come è possibile che non si riconoscano dopo tutti questi anni, le esperienze radicali, in seno ai nostri spazi, teorici e pratici, che molte di noi hanno elaborato?
Forse semplicemente facilita il gioco etichettarle come “esterne”, perché risparmia il lavoro che ci aspetteremmo da ogni compagno, compagna, compagnx: quello del leggere, conoscere, discutere e praticare, tra noi, per noi, contro chi opprime e reprime.

Né liberali né reazionarie, un po’ di noiosa pedagogia

Ci saremmo volentieri risparmiate questo scomodo lavoro di pedagogia, ma a quanto pare è necessario.
Facciamo chiarezza: molte di noi mai si sono rivendicate all’interno degli orizzonti LGBT, e quando si usa per definirci ci sembra di parlare con i genitori che dicevano “spinello” negli anni 90. E no, non ne facciamo una questione di linguaggio.

Riflessioni sull’identitarismo, sulle sue derive liberali, su certi processi interni che finiscono per diventare giustizialisti, sul rischio del riformismo nelle lotte… ne facciamo da un bel po’, non stavamo aspettando lo spiegotto, e lo facciamo non perché abbiamo paura della scomunica ma perché siamo anarchiche e non c’è bisogno di aggiungere che pensieri sinistroidi e riformisti non ci appartengono affatto.
Ma non è forse un rischio di tutte le lotte specifiche?
Lotte tra l’altro in cui, non c’è bisogno di dirlo ma lo diremo, siamo più che attive; purtroppo troppo spesso al vostro fianco, per fortuna sempre meno.
Carcere, frontiere, inclusa la recente ondata di solidarietà con la Palestina, la lotta per la difesa della terra, l’azione contro la guerra e la tecnologia militare…, non hanno forse tutte questo rischio?
È nostro compito, con le nostre pratiche e idee, rompere le righe in questo senso.
Perché dovrebbe essere diverso in questa lotta specifica? O alcuni ritengono di essere gli unici a saperlo fare? Ad avere l’agilità per non scivolare nel fiume in piena del riformismo sociale?
Cosa spiega questa sfiducia verso le potenzialità della lotta specifica queer o transfemminista? Iniziamo a pensare che se non può valere la stessa regola…c’è qualcosa che puzza.

La generalizzazione ci disturba.
Uno perché è tendenziosa. Silenziare con argomenti facili riflessioni necessarie, depotenziandone in partenza il valore, addirittura scomodando le vacche sacre dell’anarchia, ci ricorda nuovamente la propaganda MAGA, anti-woke (che chi cazzo se ne frega del liberal woke poi…ma chi frequentano ‘sti Compagni?), fatta appunto di semplificazioni aberranti tese a uno scopo specifico: disumanizzare e delegittimare i nemici dei valori tradizionali e patrii per annientarli.
Due perché viene da chiederci: cosa temono veramente questi fragili signori (e signore anche)? Ci aspettavamo più sincerità dopo anni di lotte assieme. È solo provocazione? È solo difesa del neosanto Compagno?
Molti studies (scusate non potevamo resistere)sull’incremento delle spinte reazionarie e autoritarie hanno evidenziato il nesso tra l’aumento esponenziale di una mentalità sempre più conservatrice e la paura mal elaborata di certi settori della società di perdere tutto (sopratutto la loro posizione) ed essere dimenticati, con il conseguente asserragliamento nei vecchi confortevoli valori: dio, patria, famiglia.
Coloro che bruciarono al rogo, incarcerarono, urlarono all’untore, diffamarono e diffusero odio generalizzato all’interno delle proprie comunità appartenevano spesso a questi settori: terrorizzati nel 1400 dalla inusuale libertà della comunità gitana o negli anni 2000 dal flusso in aumento di manodopera economica migrante o attualmente nel profondo degli Stati Uniti, da “negri e froci” destabilizzatori della santa patria.

Infine: la forma che il potere e lo Stato spesso usano per giustificare purghe, repressione o pacificazione sociale è attraverso universalizzare i propri valori e omogenizzare il nemico dell’ordine costituito affermando così la propria sacralità.
Di nuovo un po’ di pedagogia: chi di noi ha riflettuto sulle questioni dell’autodifesa, dell’eteropatriarcato, della cultura dello stupro, della transfobia e delle mille forme che ha il dominio per piegarci (sorry, non c’è riuscito lo Stato, dubitiamo nella capacità dei Compagni di addomesticarci) lo ha fatto in molte forme diverse, con rifermenti diversi, strumenti diversi.
Chi scrive questo testo lo fa abbracciando una prospettiva anarchica, come punto di partenza e arrivo. Ma tutto il resto non si può collocare in un unico contenitore.
Alcune rivendicano l’insurrezionalismo come la forma più etica per non scendere a patti con l’esistente, altre credono nella capacità dirompente delle nostre idee, altre si dedicano a scrivere e pensare.
La diversità delle nostre strategie e tattiche è ciò che fa dell’anarchia quello che è.
Ci giudichiamo, allontaniamo, ritroviamo come fa tutta la galassia anarchica, da sempre.
In questo siamo simili.
E proprio anche in questo siamo simili nell’essere diverse, nel portare avanti riflessioni specifiche e multiple sul tema, ahimè, al centro di questi recenti misfatti.
Chi si definisce queer e chi no, chi non ha mai letto Butler e chi ne apprezza l’analisi, chi lotta in spazi misti, chi solo in quelli separati, chi parte dal transfemminismo, chi ha deciso che non ne vale la pena e chi invece, come noi che scriviamo, ancora cerca quell’ultima possibilità di faticosa pedagogia.
Chi non si definisce femminista e chi lo fa da anni.
Non sempre siamo d’accordo. Anzi, spesso non lo siamo, in pratiche e forme.
Perché questa volontà di rinchiuderci in un’ unica entità omogenea se non per facilitare l’attacco inquisitorio?
Rendere massa informe e omogenea il possibile nemico pubblico è, di nuovo, vecchia strategia del potere.

Ma forse come succede con gli attacchi del nemico, che ci fa ritrovare assieme dallo stesso lato della barricata, anche tale vomitevole ultimo capitolo otterrà lo stesso: fare banda tra noi anche se non siamo d’accordo in tutto.
Un “noi” che si fa ogni volta più ampio e che non si riferisce solo a donne e queer ma che, come abbiamo detto all’inizio, si associa liberamente per affinità e sopratutto si ritrova a condividere almeno il ribrezzo provocatoci dalla scuola etero-bianca-cis-vetero anarchica del funesto demiurgo e compagnia.

Non è una minaccia. Le minacce non sono nel nostro ordine di idee. Le cose si fanno o non si fanno, senza avvisare.
Chissà, è piuttosto una proposta.
E non scomodatevi con un altro noioso spiegotto di cosa siamo e cosa non siamo.
Ci vediamo spesso e (mal)volentieri.
E lì, ci troverete, puntuali come sempre.
Il mondo brucia e abbiamo altro a cui dedicare energia. Vi invitiamo a fare lo stesso e smettere di piagnucolare.

Un po’ di compagnx senza C


Qui il pdf del testo: Ma chi ha detto che non c’eravamo