AIUTA A STAMPARE LA RIVISTA IL MOVENTE – N.0

Diffondiamo ed invitiamo a sostenere la stampa e la distribuzione della neonata rivista  Il Movente! Qui il crowdfunding.

formato A4, 88 pagine, finita di scrivere a gennaio 2026

Dall’editoriale di questo numero 0, dal titolo Mari Maruso (che sta per mare agitato in siciliano):

“In Sicilia, bellezza assoluta e violenza assoluta convivono l’una di fronte all’altra, e a volte si abbracciano, ora in un abbraccio vitale, ora in un abbraccio mortale. […]

Ciò che ci muove nella scrittura di questo foglio è un’esigenza esistenziale. Un’urgenza. Un sentimento che viene dalle viscere, dalla pancia. Abbiamo delle cose da dire, e vogliamo accogliere contributi scritti che possano toccare i cuori di tuttx. […]

Interpretare la Sicilia, i luoghi che attraversiamo e respiriamo, capirne le relazioni di potere e sfruttamento, comprenderne le ingiustizie, le gioie e i dolori, significa capire il significato di questa insularità specifica, la Nostra insularità. […] Nella colonia, nella frontiera, lo Stato inventa le proprie mitologie di autolegittimazione, giustifica la propria esistenza, costruisce legittimità ideologica per rafforzare la cultura statale nell’Isola e allo stesso tempo nutre il potere centrale con risorse simboliche potenti. […]

Nata dalla necessità di indagare geografie incognite o innominate, come lo sono state queste pagine per il luuungo tempo della loro gestazione, alla creatura serviva un nome.
Se l’armonizzazione di mezzi e fini è già un cammino impervio dell’agire, sintetizzare in poche ma significative lettere sguardi, pulsioni e posture che si vogliono dare come aperte e conflittuali lo è ancora meno. A cosa si accordano i mezzi e i fini? Alla volontà! A tutti quei “vogliamo”, a ciò che ci ha portato ad incontrarci e darci proprio questo strumento. IL MOVENTE!
Sovvertendo e rovesciando il lessico della criminalizzazione e della punizione, scegliamo la scomodità di chi non cerca giustificazioni, legittimazioni o scuse, ma esploriamo radicalmente cosa vuol dire conoscersi e desiderare – di cosa vuol dire riappropriarsi e rivendicare – di cosa vuol dire davvero scegliere. Chiedendo “cosa ci muove?” impariamo cosa ci paralizza e costringe – i loro come. Chiedendo “cosa ci muove?” sperimentiamo e mettiamo alla prova chi siamo e chi possiamo essere – i nostri come. Nel porci la domanda, evadiamo la banalità mortifera delle certezze e apriamo alla condivisione di intuizioni, strumenti e tentativi di risposta. Cosa ti muove?” 

Trovi l’editoriale integrale QUI.

Tolte le spese vive, i ricavati dalla distribuzione di questa rivista vanno a sostenere la Cassa anticarceraria VUMSeC – Voglio Un Mondo Senza Carcere

In questo numero dialoghiamo di: colonialismo, repressione, guerra, carceri e cpr, antimafia, Palestina e tante altre cose… dalla Sicilia… in lotta!

Partecipando e condividendo questa raccolta fondi ci puoi aiutare a sostenere lo sforzo necessario a questa pubblicazione e ad approfondire le crepe tra i tanti, troppi, muri che separano il presente dall’orizzonte della liberazione, il come siamo da come vorremmo essere, i corpi e i pensieri reclusi dall’aria aperta della solidarietà complice e del conflitto diretto.

Tra le ricompense, che sono ragionate per facilitare la distribuzione decentrallizzata e collettiva, abbiamo inserito la possibilità di regalare la rivista a compagnx detenutx che riceveranno anche carta, busta e francobollo per comunicare con chi desiderano.

HAI TEMPO PER PREORDINARE FINO AL 7 MARZO POI ANDIAMO FINALMENTE IN STAMPA

Ci vorranno un paio di settimane dalla fine della campagna prima che i preordini partano, viaggeranno come piego di libro (mettete l’indirizzo giusto!).

Per ulteriori informazioni, ordinare copie senza passare dalla piattaforma (!), comunicazioni o contributi puoi scriverci a ilmoventerivista@bruttocarattere.org

FOTOGRAFIA E FREE PARTY

Riceviamo e diffondiamo questo testo relativo alla produzione di contenuti visuali nel contesto dei free party e del problema riguardante la loro condivisione nel mainstream. Qui il pdf.

Se ho deciso di scrivere queste righe è perché ritengo preoccupante la degradazione estetica e comunicativa, interna al Movimento, riguardo la produzione e condivisione di contenuti visuali. Nel momento in cui la repressione poliziesca e legislativa – mai così violenta in più di 30 anni di storia – impone la creazione di nuove tattiche e forme organizzative per sopravvivere, così occorre ripensare il modo in cui vogliamo rappresentarci, eventualmente anche verso l’esterno. Parlo di Movimento con la M maiuscola in quanto, pur conscio di quanto questa concezione verrà osteggiata da alcunx, ritengo ci sia un lungo filo che lega le esperienze controculturali dei free-party dagli anni ‘90 fino ad oggi, in tutta europa e oltre. Parlare di un’epoca d’oro che non c’è più non ha senso perché è solo grazie alla trasformazione continua, la permeabilità, lo spirito di adattamento che ancora oggi esiste un dibattito circa le forme e modalità di vivere gli spazi liberati. Siamo nomadx nello spazio e nella psiche, ci piace immaginare nuovi orizzonti e proiettarci verso il futuro più che sedimentarci in forme stantie. Non dimentichiamo la nostra storia ma non la glorifichiamo nemmeno: è il momento di ripensarci ancora una volta.

  1. Chi di noi non ha mai subito la fascinazione dei colori, delle forme, dei movimenti di una festa? Percezioni visive – a tratti sinestetiche – che ci hanno fatto pensare: “io da qui non voglio andarmene più!”. Quante volte avremmo voluto catturare l’essenza, per sua natura inafferrabile, di una TAZ? Portarla via con noi anche quando i sound finiscono di pompare, i generatori di fare rumore, le carovane di uscire dal luogo occupato. E poi condividere, per quanto possibile, quelle emozioni provate con la propria compagnia, lx amicx che non hanno potuto presenziare, con noi stessx a distanza di anni per ricordare i bei momenti andati. Nella sua concezione più pop, la fotografia serve proprio per catturare l’istante e renderlo eterno ai posteri. Di ciò non dobbiamo affatto meravigliarci dal momento che il suo carattere documentale, sia esso a fini divulgativi, sia esso intimo e personale, è esplicito nella storiografia fotografica a partire dalle riflessioni di Roland Barthes. Non possiamo esimerci dunque dal fare i conti con quello strano e problematico strumento che è una macchina fotografica – o la fotocamera di uno smartphone – nel momento storico in cui tuttx o quasi si presentano in festa con una di esse in tasca. Se negli anni ‘90 fare fotografia era, per ragioni economiche, sicuramente più democratico che un secolo prima, oggigiorno la fotografia ha raggiunto la propria massificazione nella forma più ampia e irreversibile. Avete notato, inoltre, l’evoluzione della nostra comunicazione sui social network? Quando mi sono affacciato al mondo di Facebook la componente testuale era predominante. Con il trasferimento a Instagram è avvenuto invece un primo passaggio verso la predominanza dell’estetica sul contenuto, della verticalità sull’interazione pseudo-circolare. Con Tik Tok questi ultimi aspetti sono portati all’estremo. Non farò un’analisi estesa delle piattaforme social perché onestamente non mi interessano.
    Quello che voglio dire essenzialmente è che nel 2026 si condivide il dancefloor con persone che considerano smartphone e social network una realtà storica imprescindibile: di fatto lo sono! Possiamo scegliere, quasi eroicamente, di gettare il telefono in un tombino, cancellare i nostri profili social, ripartire dal passaparola ecc. Ma non possiamo pretendere che una nuova generazione attraversi gli spazi liberati con strumenti critici che il sistema là fuori non ha nessun interesse a fornire in principio. Senza scomodare poi le new gen, sono le stesse crew, collettivx, laboratorx a promuoversi tranquillamente su Meta e più. La promozione estetica verticale permette di raggiungere più pubblico. Questo traguardo è un traguardo muto, inerme, che riceve e non può rispondere. A prescindere che i profili siano privati o pubblici, l’importanza è spettacolarizzare quello che facciamo affinché la nostra platea ne sia ammaliata e attratta. Alla luce di questa decostruzione, il problema è il mezzo o l’intenzione? Per quanto mi riguarda, sono assolutamente contrario alla regola generale “no foto, no video”. O meglio, implementerei il messaggio con “no foto, no video se…”.
  1. Quando approcciai la fotografia nei primi tempi, da autodidatta, ero affascinato come tantx dalla street photography. Le foto di Cartier-Bressons ed Alex Webb correvano davanti ai miei occhi speranzosi di riuscire a cogliere con la loro stessa raffinatezza quell’attimo irripetibile. Inoltre, la street photography è un genere “economico”, non ha bisogno di chissà che formazione o strumentazione: basta “avere occhio” mentre si gira per strada con qualsiasi fotocamera. Infine, “cogliere l’attimo” non presuppone ragionamenti estesi. Non voglio dire che Martin Parr utilizzasse la propria ironia fotografica casualmente, più che altro riflettere sul fatto che “cogliere l’attimo”, storicamente, ha significato per lo più ritrarre il bizzarro, lo strano, l’assurdo per impressionare un pubblico. In generale, tutta la fotografia documentale e il fotogiornalismo vuole restituire contenuti visuali in grado di impattare, essere ricordati, “fare la storia”.
    Nel contesto di un free-party, dove la libertà espressiva è costitutiva del concetto stesso della situazione alla quale si partecipa, non dovrebbe meravigliarci trovare momenti e persone bizzarre. Bizzarre per chi, poi? Bizzarre rispetto alla formalità di quel mondo che nel free-party non c’è, non partecipa, ne è escluso in origine in quanto contenitore rotto nella cui crepa la TAZ ha potuto germogliare e sbocciare. Non ho mai sentito il bisogno di condividere una storia durante una festa, ma posso affermare con certezza che il meccanismo inconscio che ci porta a diffondere immagini in presa diretta sia lo stesso che portava un fotografo come me a girare per il dancefloor, macchina fotografica alla mano, alla ricerca del momento perfetto da immortalare. Nell’elaborazione successiva di un album fotografico trovavo la commistione di due elementi ritenuti fondamentali: quello soggettivo (far vedere che c’ero, che ho colto “correttamente” la vibe) e quello oggettivo (fotografare per documentare, fare memoria). Questi stessi elementi risultarono alquanto problematici con il passare del tempo. Mi iniziai a chiedere: cosa voglio comunicare? Chi voglio comunicare? Per chi voglio comunicare e come? Iniziai a rendermi conto che un contenuto visuale prodotto nel contesto di una TAZ e successivamente – o contemporaneamente – condiviso al di fuori di essa presupponeva grossi interrogativi etici ed estetici. Realizzai, insomma, che la mia azione era egoistica su entrambi i piani: se soggettivamente riduceva la pratica fotografica a un esercizio di stile per aumentare l’engagement sul mio profilo, d’altra parte non potevo arrogarmi il diritto di documentare oggettivamente una situazione molto più complessa di quella parzialità rappresentata in maniera feticcia – tra l’altro rubando scatti non consensuali nei confronti dex soggettx ritrattx. Capiamo quindi che la fotografia, lungi da essere solo quello strumento innocente in grado di fissare i ricordi, può altresì trasformarsi in arma violenta. Un’arma di controllo, perché una volta condivisi i contenuti al di fuori delle nostre reti non possiamo sapere come verranno utilizzati da chi cerca di reprimerci. Un’arma di spersonalizzazione e oggettificazione, dal momento che la documentazione acritica di ciò che succede non fa altro che alimentare e standardizzare una pornografia estetica dei cliché legati all’ambiente (gente “strana”, sound enormi). Infine un’arma egocentrica, tradendo quel principio basilare per cui la festa siamo tuttx e che ha portato, per esempio, a occultare la figura del dj dietro il muro di casse. Ma un’arma ha sempre bisogno di qualcunx che prema un grilletto per sparare. Io amo la fotografia e non me ne potrei mai separare. Voglio difendere questo mezzo espressivo dalle grandi, fin troppo grandi potenzialità. Per questo ritengo che l’obiettivo qui non sia solamente quello di darci regole d’utilizzo, ma di riformulare completamente i presupposti estetici coi quali vogliamo rappresentarci nel tentativo di prevenire alla radice le criticità. In un mondo di sovraesposizione mediatica, dove anche il dolore dei popoli oppressi è sbattuto continuamente in prima pagina, non dovremmo puntare a farci riconoscere. Più che verso l’alto, metafora di una scalata sociale alla quale non crediamo, dobbiamo correre orizzontalmente per insinuarci nelle fessure che questo sistema ancora mostra. Dobbiamo essere opachi, sgranati, criptici. Dobbiamo ripensare la nostra immagine oltre ai quattro bordi che determinano una foto.
  1. Chi ha avuto la possibilità di confrontarsi con me su questo tema solitamente esprime un grande dubbio: come stabilire un’estetica univoca all’interno di un Movimento eterogeneo e in continua mutazione? La mia risposta è che un’estetica non esiste di per sé, aprioristicamente, secondo concetti di bellezza eterei. Un’estetica è sempre determinata da fattori culturali, etici, economici condivisi all’interno dell’ambiente che la produce. Ragionando rispetto ai valori coi quali vogliamo identificarci penso, dunque, che potremo ricavare qualcosa di buono.
    Ho trovato illuminante a riguardo il lavoro di Hito Steyerl sul rapporto tra immagine di alta qualità e immagine “povera”. La sua critica, dal sapore non velatamente marxista, pone l’accento sul fatto che la nostra ossessione per la risoluzione, ossessione esacerbata ai nostri giorni dai contenuti visuali prodotti dalle ai, non è altro che una fascinazione classista rispetto a ciò che il progresso tecnologico ci mette a disposizione. Di comune accordo con le tendenze social di cui prima, si scambia la qualità di un contenuto per le sue proprietà più prettamente formali, al punto che un’immagine non nitida, non brillante, non propriamente chiara a primo impatto viene automaticamente catalogata come di cattiva fattura. In questo modo, chi ha la disponibilità economica per permettersi strumentazione tecnica di ultima generazione parte esteticamente avvantaggiato rispetto a chi non la possiede. La creazione della nostra estetica pirata parte dal rifiuto dell’immagine “ricca”. Chi non pensa che pay tv e piattaforme di video sharing a pagamento siano un furto? Chi non farebbe un elogio allo streaming illegale? Nel momento stesso in cui appoggiamo la causa della pirateria, stiamo prendendo posizione per un’immagine “povera”. Sgranata ma gratuita, l’immagine “povera” rompe la bellezza formale per andare dritta al contenuto. Alla nitidezza deterministica si preferisce l’ampio campo dell’immaginazione, della risignificazione di ogni pixel visibile. Penso che un Movimento che voglia davvero essere contro-potere debba ripartire da un’estetica contro-egemonica, un’estetica della dissoluzione rispetto a quella della affermazione a tutti i costi. Non intendo dire rinunciare alle nostre rivendicazioni, così come un film piratato non perde il suo significato solo perché in bassa risoluzione. Intendo dire piuttosto che non dobbiamo necessariamente essere compresx da chi questo mondo sotterraneo non lo vive, non dobbiamo per forza uscire da noi stessx esprimendoci con gli strumenti di chi questo mondo sotterraneo non lo comprende, dobbiamo più che altro costruire un nuovo vocabolario visuale in grado di comunicare cripticamente nelle nostre cerchie rispetto a ciò che riteniamo importante per noi. Più di 30 anni di storia ci hanno resx popolari e cosa ci hanno restituito lx nostrx interlocutorx? Oggettificazione, criminalizzazione e conseguente repressione. Un Movimento anti-sistema deve adottare un’estetica comunicativa anti-sistema.
  1. Il problema, se vogliamo, è che la condivisione di materiale “povero” è estremamente rapida e generalista, rispondendo a un’altra necessità della contemporaneità che ci vuole sempre e costantemente presenti sul palcoscenico sociale, ready-to-consume-and-being-consumed. Trovo particolarmente emblematico il fatto che i flyer girino su canali (ipoteticamente) segreti, ma la nostra presenza agli stessi party sia costantemente condivisa online. Se abbiamo parzialmente sistemato la questione dell’orizzontalità della produzione visuale rivendicando la necessità dell’immagine elusiva, dobbiamo ora trovare strategie elusive per la sua condivisione.
    Personalmente, ho trovato utile un ritorno alla fotografia analogica sia da un punto di vista metodologico che da un punto di vista concettuale. Benché moltx possano obiettare che ai nostri giorni potersi permettere di scattare e sviluppare un rullino sia un lusso – ricadendo dunque nel classismo fotografico – credo che i vantaggi derivati dal suo utilizzo superino i rischi insiti nell’utilizzo di apparecchi di ultima generazione, nonché esistano alcuni strumenti per l’abbattimento dei costi previsti per la sua pratica. Il primo, grande vantaggio della fotografia analogica è che accentra l’archivio dati nelle mani di chi produce il contenuto, essendo il negativo un supporto fisico non riproducibile se non digitalizzato. Problematizzare le modalità di archivio è un presupposto fondamentale per una estetica “invisibile”, criptata agli occhi di chi ci osserva con sospetto. Ogni contenuto condiviso sui social, non dobbiamo dimenticarlo, è una cessione volontaria di dati sensibili stipati in database irraggiungibili dall’utenza ma facilmente consultabili da chiunque voglia utilizzarli contro di noi. Il secondo vantaggio è che la fotografia analogica condivide contenuti lentamente. Rallentare il processo di condivisione di contenuti permette di abbattere quella componente egoistica ed egocentrica del “tutto e subito”, della performatività e protagonismo della rappresentazione. Consente di fermarsi per riflettere su ciò che abbiamo registrato, al significato che vogliamo dargli e alle modalità più adeguate della sua eventuale diffusione. Infine, vorrei far notare come l’utilizzo di rullini scaduti (“poveri”), oltre a generare un sensibile risparmio economico, permetta di avvicinarsi a quell’estetica criptica sulla quale sto insistendo. L’alterazione dei chimici presenti sulle pellicole, dovuta al passare del tempo, aumenta il grano e abbatte il contrasto dell’immagine, mentre ulteriori manipolazioni successive possono accentuare o diminuire gli effetti a seconda del risultato desiderato. A questo aggiungerei che il mercato delle apparecchiature analogiche è vertiginosamente più economico del digitale, oltre al fatto che la condivisione di sapere tecnico per la creazione di camere oscure sia certamente più alla portata rispetto a quello per la creazione di server e database sicuri per la circolazione di materiale digitale. Ipotizziamo tuttavia di non possedere quella conoscenza tecnica di base per affacciarsi alla fotografia analogica, ritenerla anacronistica o semplicemente esserne disinteressatx. Anche in fotografia digitale possiamo prediligere quei device di primissima generazione dove, tra bassa risoluzione e aberrazioni varie, l’immagine ci viene restituita sbiadita, impastata, confusa, piatta, alterata. Device che ancora rispettano l’idea di una fotografia lenta, le cui ingombranti memory card devono necessariamente essere inserite in un lettore affinché le immagini al loro interno siano trasferite su un pc. Comunque, sia che si opti per questa possibilità, sia per la digitalizzazione dei negativi analogici, diventa un imperativo la creazione di archivi virtuali interni alla nostra rete che possano fungere da magazzino per l’enorme volume di informazioni che circoleranno, nonché da alternativa ai social network.
  1. Ho provato ad esprimere al meglio possibile quel mare in tempesta che è la mia mente, a volte in maniera approssimativa forse, dal momento che sento l’urgenza di trattare questo tema. Ho tentato di esprimere al meglio la tesi per cui utilizzare modalità di autorappresentazione tipiche del mondo consumista non farà altro che feticizzarci, ho cercato di proporre che la nostra falsa dissoluzione enigmatica possa essere una via da percorrere per sopravvivere nelle crepe. Non ho idea di quali siano le modalità più corrette per ricostruire la nostra immagine, non so quali linguaggi sarà più opportuno adottare per relazionarci. Per facilitare un dibattito che mi auguro si apra da questo momento, aggiungo alcuni punti che personalmente ritengo fondamentali allo scopo, rimanendo in ascolto di tutti i contributi che arriveranno.
  • Boicottaggio totale di tutti i profili social legati a teknoinfluencer, video di feste ecc. Rifiuto della condivisione sui propri profili personali di contenuti visuali legati ai free-party. Problematizzazione in generale del social network come canale per la condivisione di materiale visuale;
  • Ritorno a una diffusione dell’informazione pirata orizzontale tramite fanze autoprodotte, momenti di condivisione di saperi nel contesto di spazi liberati che travalichino la mera libera socialità davanti ai sound, liberazione delle tecniche creative di materiale visuale in maniera sicura;
  • Creazione di archivi fisici e digitali di materiale visuale, indipendenti e criptati verso l’esterno;
  • Rifiuto al tentativo di mediazione comunicativa verso l’esterno;
  • Promozione di una estetica elusiva, scadente, glitchata, non consumabile, lenta, opaca, intervenuta, manipolata, surreale;
  • Rivalutazione del low-fi sull’high quality. Abbattimento deliberato di ogni drone si aggiri sulle nostre teste sottocassa;
  • Rivendicazione del sé come Movimento in continuità storica e non come somma algebrica di individualità riunite.

Per contatti e proposte: foto23@inventati.org

 

TREMENDE EDIZIONI: SOUVENIRS D’ANARCHIE. LA VITA QUOTIDIANA AL TEMPO DE “LA BANDA BANNOT”

E’ stato tradotto in lingua italiana e dato alle stampe per Tremende Edizioni “Souvenirs d’anarchie – la vita quotidiana al tempo de “la Banda Bonnot” di Rirette Maitrejan del 1938.

Dalla quarta di copertina:
Dopo la morte di Libertad, nel 1911, Rirette Maitrejan prende le redini, insieme a Victor Serge, de «l’anarchie» e la sede del giornale viene trasferita a Parigi in rue Fessart XIX.  Si trova responsabile dell’organo individualista in un momento in cui i dibattiti sull’illegalismo lacerano il movimento. Appaiono diversi articoli firmati da Serge, o dai suoi pseudonimi, per dimostrare che l’illegalismo non è una buona strategia. Pur facendo parte di questo movimento e ammettendo in teoria alcune inclinazioni illegali, la coppia ne criticò l’attuazione pratica, sostenendo che i rischi fossero sproporzionati rispetto ai benefici.
L’ambiente anarchico, già messo a nudo dall’istituzione delle leggi infami, ha continuato a ridursi al ritmo degli arresti degli illegalisti. Di fatti nel dicembre 1911 comincia l’affare dei banditi tragici per cui verrà arrestata il 20 marzo 1912.
Rirette, sebbene muova alcune critiche  all’approccio illegalista, è solidale con i suoi compagni e vien in loro aiuto molto regolarmente nonostante la differenza profonda di metodo.  È nella casa che condivide con Victor Serge che Callemin e Garnier vanno a meditare dopo il furto con scasso in rue Ordener.
Durante il processo contro quella che è presentata dai giornali come la Banda Bonnot, Rirette verrà accusata di associazione a delinquere a seguito di una serie di rapine perpetrate da individui vicini a «l’anarchie» – di cui è allora la direttrice ufficiale – e di essere, insieme a Victor Serge, l’ideologa; sconta un anno di detenzione preventiva prima di essere definitivamente assolta. Dopo la sua liberazione si allontana dal movimento individualista di cui condanna la deriva illegalista e osserva una certa riserva politica.
È con grande tenerezza e dovizia di particolari che Rirette descrive nei suoi souvenirs questo piccolo ambiente che circonda l’anarchie. Soudy, il piccolo illegalista, porta a spasso le due figlie di Rirette e il piccolo Dieudonné. Carouy canta storie d’amore durante i giri in bicicletta della banda. Callemin, spaccia denaro falso e gestisce perfettamente la cassa del quotidiano «l’anarchie».

Dall’introduzione:
Ci sono alcuni passaggi di critica di Rirette che troviamo comunque problematici riguardo alcuni modus operandi della banda. Riconosciamo a Rirette però non solo una posizione di critica da parte di chi quelle persone e quelle vicende le ha conosciute in prima persona ma anche l’umanità nel ricordare quelli che riconosce come compagni e amici e nel difenderli nonostante la forse insanabile distanza. […] Abbiamo deciso in ogni caso di dare alle stampe Souvenir d’anarchie perché leggendo questi ricordi è la parte più solidale che ha risuonato dentro di noi e per cui abbiamo creduto valesse la fatica tradurre queste pagine. Non la purezza della militante ma le sensazioni del vissuto umano, fatto di emozioni anche dolorose, di volubilità e dei tentativi di affrontarle, non con l’arroganza di chi è incapace di ascoltarsi ma con l’umiltà dei propri limiti. È in questo che ci siamo riconosciute: la distruzione del mito dell’impavido eroe anarchico. Se il mito serve a spiegare la realtà, sarà poi vero che le anarchiche, e gli anarchici, sono valorose combattenti fatte di pietra adamantina, inscalfibili dal mondo che le circonda? O sono semplici esseri umani, fatte di carne e sangue che soffrono e provano emozioni anche devastanti e sono queste sensazioni che le spingono a ribellarsi ed opporsi all’ oppressione? Vogliamo davvero costruire un immaginario che fagocita tutte le esperienze individuali, comuni ma non per questo banali, per ricollocarle in un’aura di eccezionalità? Correndo il rischio di produrre fantastiche chimere da sognare ad occhi aperti? Non si tratta di un gioco di ruoli in cui si definisce la propria identità sulla basa di un mito, ma piuttosto la disintegrazione del mito come base da cui partire per creare la propria unicità ed individualità. Non siamo interessate a suscitare consenso, stupore, ammirazione, adulazione o fascino nè tantomeno ci alletta la persuasione come metodo di lotta. Preferiamo riportare al presente percorsi e progetti, attraverso la memoria, la valenza dei loro contenuti di vita, di idee e di lotta. Ciò che ci sollecita il cuore e la mente è la possibilità, come forsennati prometei, di rubare il fuoco sacro e bruciare tutto, persino l’idea di mito. Però sta a chi legge decidere cosa fare di queste vite, se usarle come feticcio da venerare (e quindi usarle come mito) o al contrario come punto di partenza per costruire la propria storia.

INDICE:
Introduzione
Souvenirs d’anarchie
Biografie
Appendice (Illegalismo, Individulalismo, Milleux libre, Causerie populaire, Appunti dal carcere La Santè, Le mie memorie di R. Callemin)

Formato 12×16 , pagine 232.
Contributo consigliato 8 euro per singola copia, 6 per i distributori.
Spese d spedizione 1,50 con raccomandata tracciabile 5 euro.
Per copie tremendeedizioni@canaglie.org
Per altri titoli tremendeedizioni.noblogs.org

FAENZA: PROGETTO ERIS FABBRICA DI MORTE

Diffondiamo:

Sabato 31 gennaio, al CSA Capolinea, Faenza

Concerto e piccola chiacchiera/introduzione alla situazione del Progetto ERiS (Emilia Romagna in Space) che pretende di impiantare una fabbrica per la produzione di morte della Leonardo e Thales (tra le altre ditte) a Forlì.

La guerra va sabotata e cancellata dalla storia dell’umanità!

Musica e autogestione, contro ogni autorità e oppressione!!

SUL PROCESSO DI BRESCIA, SEMPRE AL FIANCO DI JUAN

Diffondiamo:

Giovedì 15 gennaio il nostro amico e compagno Juan è stato condannato a 5 anni per «atto con finalità di terrorismo» (280bis) nel processo bresciano per l’azione contro la POLGAI. Se questa condanna divenisse definitiva, il fine pena per Juanito, al momento fissato al 2045, si sposterebbe ancora più in là. Data la fragilità dell’inchiesta e degli elementi a carico del compagno, puntualmente contestati dalla difesa, si poteva sperare in un’assoluzione. Così non è stato: evidentemente i giudici bresciani e i giudici popolari che componevano la corte d’assise, con la consueta viltà e indifferenza per le vite degli altri, non hanno voluto mandare al macero un’indagine durata anni e costata molte migliaia di euro, poiché giunta al terzo tentativo di attribuire a Juan (e inizialmente anche a un altro compagno, poi definitivamente scagionato) la responsabilità dell’azione. Dal canto nostro, nell’attesa del processo d’appello, continuiamo la mobilitazione al fianco del nostro Juan: se è “innocente” merita tutta la nostra solidarietà, se è “colpevole” la merita ancora di più!

I NOSTRI COMPAGNI NON LI SCORDIAMO MAI! JUAN LIBERO, ABBASSO LA POLGAI!

Compagni e compagne

Per continuare a scrivere al compagno:

Juan Antonio Sorroche Fernandez
C. C. di Terni
strada delle Campore 32
05100 Terni

Da Il Rovescio
https://ilrovescio.info/2026/01/17/sempre-a-fianco-di-juan-condannato-a-5-anni-nel-processo-di-brescia/

NUOVO BLOG: ISPIRA-AZIONE

Diffondiamo l’apertura di un nuovo blog: https://ispiraazione.noblogs.org/

Ispirare l’azione…

Come potremmo sovvertire questo mondo se non agiamo per farlo? La lotta, quando è diretta emanazione di una consapevolezza armata di idee e valori divergenti, ha il potere di far cadere la maschera che copre questo mondo ridotto a merce, scuotendo più di mille parole le coscienze assopite dalle luci degli schermi e dal mantra del produci-consuma-crepa. A patto che ci sia qualcuno disposto a guardare oltre, distogliendo lo sguardo dalla routine accattivante del conformismo; che qualcuno sia disposto ad ascoltare le voci dell’abisso che si levano contro la vita spogliata di senso e le devastazioni e le guerre che sono il motore dell’eterna rincorsa alla potenza che caratterizzano il capitalismo e lo stato.

L’agire non è mai privo di senso, perché rappresenta la ripresa tra le proprie mani di una vita espropriata, è esperienza viva di liberazione, è libertà in atto.

La lotta stessa è azione, se non vuole ridursi a mera voce dissonante.

L’autorità ha mille facce e il dominio è globale e pervasivo, non mancano gli obiettivi da colpire o le motivazioni per farlo. Ciò che manca, forse, è un progetto che conferisca senso ed entusiasmo, fiducia nelle proprie capacità e possibilità e la percezione di riuscire a superare i limiti dell’azione per l’azione sentendosi unite ad altre molteplici volontà determinate a sconvolgere l’ordine leviatanico che governa questo mondo.

Questo blog nasce con l’ambizioso proposito di stimolare le menti e armare le mani di chiunque, anarchiche, anarchici, ribelli di ogni risma, senta l’insopprimibile bisogno di liberarsi dalle catene dell’autorità e distruggere le gabbie mentali, virtuali e materiali del carcere a cielo aperto che chiamiamo società.

Qui ci proponiamo di diffondere la conoscenza di ciò che accade anche altrove, tradurre testi di rivendicazioni e notizie di azioni prese dai siti di controinformazione di tutto il mondo come contributo allo sviluppo dell’immaginazione, di progetti di lotta che si pongano in continuità e dialogo con le prospettive di chi condivide una propensione all’azione diretta. Uno sguardo internazionale insomma, che permetta di scorgere e tessere i sottili fili che collegano l’agire anarchico aldilà dei confini degli stati e delle coscienze.

È un contributo volto ad ampliare gli orizzonti di lotta, affinare le nostre competenze pratiche e conoscenza dei punti deboli del nemico, imparando dalle intuizioni altrui e diffondendo le idee che scorgiamo materializzarsi tra i densi fumi le scintille e le detonazioni, con la convinzione che le parole che accompagnano i gesti di rivolta aprano nuovi immaginari, permettendo di individuare bersagli, scoprire modalità di agire ed ispirare ad attaccare i molteplici volti di ciò che opprime quotidianamente le nostre vite.

Questo sito è aperto a contributi, traduzioni e comunicati di chiunque lo reputi uno strumento utile: si pubblicherà tutto ciò che va nella direzione di promuovere l’azione diretta antiautoritaria, compresi manuali per la diffusione di competenze pratiche e informatiche.

NUOVO LIBRO: PAZZI DA MORIRE [ANTIPSICHIATRIA]

Diffondiamo:

È uscito il nuovo libro del collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud, PAZZI DA MORIRE. LE STORIE DELLE PERSONE DECEDUTE E I DISPOSITIVI MORTIFICANTI DELLA PSICHIATRIA edizioni Sensibili alle foglie.

Questo libro raccoglie 106 storie di persone che hanno subìto fino alle estreme conseguenze gli abusi della psichiatria, negli ultimi due decenni, in Italia. Il numero stesso rende l’idea della sistematicità diffusa, del carattere strutturale, non episodico, della violenza psichiatrica. La paziente e dolorosa raccolta di fonti e di dati che il Collettivo Artaud ha svolto restituisce alla società l’età, il luogo, la data e la causa di morte di queste persone decedute per abusi della psichiatria all’interno di diverse strutture psichiatriche. Le singole narrazioni sono raggruppate in sei sezioni (contenzione, TSO, OPG-REMS-ATSM, psicofarmaci, incuria e imperizia, suicidi) precedute da specifiche introduzioni che illustrano criticamente le modalità, i dispositivi e le pratiche dell’abuso psichiatrico esercitato sui singoli individui, fino ad arrivare a un esito mortale.

Il COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD, nato nel 2005, si propone come un gruppo sociale che, costruendo occasioni di confronto e di dialogo, vuole sostenere le persone maggiormente colpite dal pregiudizio psichiatrico. Il Collettivo si riunisce tutti i martedì alle ore 21:30 presso lo Spazio Antagonista Newroz, in via Garibaldi 72, a Pisa. Per le edizioni Sensibili alle foglie ha pubblicato, nel 2014, “Elettroshock. La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute”.

Per info e contatti:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
3357002669 antipsichiatriapisa@inventati.org
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