FORLÌ: ANCORA SUL PROGETTO ERiS!

Diffondiamo:

LUNEDÌ 27 APRILE 2026, FORLÌ, serata di contro-informazione sul “Progetto ERiS”.

ORE 20:30, VIALE ROMA 275 (adiacente la chiesa di S. Giovanni B.), Quartiere Ronco, Forlì.

Forse non tutte e tutti ancora sanno che nel quartiere Ronco, giù gravato dall’areoporto civile e dalla caserma De Gennaro (i cui soldati vanno in giro per il mondo a fare la pace coi carriarmati), il Comune di Forlì avrebbe approvato la costruzione di una fabbrica di componentistica per nano-satelliti.
Queste tecnologie sofisticatissime (prodotte, tra le altre, da Thales e Leonardo, colossi mondiali dell’industria di guerra) sono, per intenderci, indispensabili alla nuova guerra hi-tech che vediamo tutti i giorni sui nostri schermi: possiamo accettare che una cosa del genere succeda a “casa nostra”?!

Ne parliamo con la giornalista e attivista Linda Maggiori che farà una panoramica su che cos’è il progetto, sullo stato attuale dei lavori e sul perchè questo progetto incontra la nostra ferma opposizone.

MORIRE IN CHIESA, AMMANETTATA E CONTENUTA

Riceviamo e diffondiamo:

Novembre 2023. Vigevano, Pavia.
Chiesa della Madonna Pellegrina.

I giornali raccontano che è in corso un funerale. Una donna, già in carico ai servizi psichiatrici, entra, si inginocchia, va in crisi, alza la voce. «Non aveva la percezione del luogo in cui si trovava. Abbiamo quindi pensato di chiedere un intervento di natura sanitaria e di pubblica sicurezza», racconta il parroco alla stampa. Sembrerebbe dunque un TSO in piena regola, ma i resoconti cronachistici sono reticenti e contraddittori. Di certo si capisce che c’è stato l’intervento di due agenti della polizia locale, che avrebbero in qualche modo fermato e contenuto la donna. «La donna era a pancia in giù: uno le teneva la testa bloccata per impedirle di picchiarla contro il pavimento mentre i colleghi le aveva bloccato le gambe», secondo un altro quotidiano.
La donna muore durante il fermo.
C’è un processo attualmente in corso. I due agenti devono difendersi dall’accusa di omicidio colposo. «I poliziotti, infatti, avrebbero immobilizzato e ammanettato la donna […] la quale subito dopo sarebbe morta. La Procura dovrà chiarire se il decesso sia stato causato dalle modalità con cui la 39enne è stata fermata o se sia morta per cause naturali», riferisce ancora la stampa.
Fin qui i resoconti cronachistici. Malgrado le nostre ricerche non c’è stato possibile avere ulteriori informazioni sugli sviluppi del procedimento in corso.
Da quello che risulta, e da quello che siamo riusciti a sapere direttamente, la vittima non era una persona aggressiva, né in quel momento stava commettendo violenza contro altre persone. Esprimeva sicuramente a suo modo uno stato di profonda sofferenza interiore, di difficoltà personale. Sarebbe stato necessario prendersi carico, attuare modalità di protezione, ascolto e cura.
Invece sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, le manette, la contenzione, il soffocamento. Con i mezzi tipici del trattamento sanitario obbligatorio, l’unica pratica “medica” che si mette in atto con l’intervento della forza pubblica, con l’imposizione della “cura”. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
3357002669

ASTRAZIONE E PERDITA DI SIGNIFICATO

Diffondiamo questo scritto, come un dono sempre attuale.

Pensiero e dinamite, il pensiero per sollevare i deboli,
la dinamite per abbattere i potenti
Paolo Schicchi

La pochezza dei tempi non avviene per caso. Per chi ha un mondo da demolire, astrazione e insignificanza stanno sempre più divenendo spettri. Da una parte è chiaro come un sistema estremamente tecnologico renda l’alienazione astratta: reale e virtuale tendono a mischiarsi e il sentire ne viene divorato. Che fare quando l’avvilimento emerge in tutta la sua inconsistenza nel vissuto? Quando si percepisce la stasi ma non se ne vuole vedere la sostanza? Questa greve alienazione senza peso è legata fortemente alla perdita del significato di ogni parola. Con chi discutere se tutto è diventato incomprensibile? Se la giustapposizione ha offuscato la contrapposizione? Se si può dire questo e fare il suo perfetto contrario? Se si considera la vita separata dalla sopravvivenza perché tanto questa separazione rende comodo il fatto di sommergere nella sicurezza del bisogno, piuttosto che inoltrarsi nella selva oscura della libertà desiderata e

inafferrabile?

Allora reinventarsi potrebbe divenire un tentativo tutto da esplorare. La lotta contro l’oppressione non è che una minima parte dell’incombenza insurrezionale che vuole prendersi ciò che è inaudito: la vita. Siamo sempre troppo giovani per aspettare, le nostre esistenze sono troppo brevi e non sono mai state così tante le teste dei tiranni da oltraggiare e i loro regni da distruggere. A divenire merce spendibile nelle false coscienze è l’opinione buona per tutte le stagione e per calmare gli animi: il realismo. Ma le mie idee, il mio corpo, le mie azioni non sono quelle di ieri, non saranno uguali nel domani e non appartengono a nessuno se non a me stessa, perché penso e sento. Di già coniato sulla moneta, di già identificato sulla merce, di già programmato nelle infrastrutture, di già urlato dalla cattività, di già disegnato nell’arte e di già scritto su tantissimi fogli imbrattati, nascosta dietro gli imperativi del vivere quotidiano, c’è solo la schiavitù che ci pone in un vincolo del tutto totalitario: indugiare nel futuro.

I dominatori del tempo e i censori dello spazio vogliono imporre a tutte e a tutti la propria misura. Solo le nostre pretese smisurate possono divenire l’ordigno indispensabile per stravolgere tutto l’abbrutimento di questo mondo. Può sempre accadere qualcosa, al di là dell’insignificanza generalizzata e dell’astrazione alienante.

Senza prendere appuntamento con nessuno, stringendo per mano l’imprevedibile, godendo all’infinito per incarnare ciò che più di lontano esiste dalla tecnologia: l’appassionante bellezza della vendetta.

(Dardi, n. 8)

DI TRALICCI E ORO NERO

Diffondiamo da: infranero.xyz

«Risulta chiaro il concetto che ha determinato la nuova dislocazione dei reparti: ricerca del nemico per batterlo nei suoi punti più delicati»
(Diario storico del Comando divisione Garibaldi Carnia, 1945)

E così, solo ora abbiamo potuto sapere che a fine marzo l’abbattimento di un solo traliccio in Italia avrebbe bloccato per alcuni giorni il rifornimento di petrolio nell’Europa centrale. L’oro nero infatti, una volta arrivato nel porto di Trieste, viene immesso nell’Oleodotto Transalpino (TAL) il quale pare soddisfi nientemeno che il 40% del fabbisogno petrolifero della Germania, il 90% di quello dell’Austria e oltre il 50% di quello della Repubblica Ceca. Ma tutto quel petrolio greggio non scorre sottoterra lungo migliaia di chilometri per grazia ricevuta, per sola forza d’inerzia. Avendo bisogno d’essere pompato, necessita di energia, tanta energia, proveniente da strutture installate un po’ dappertutto sulla terra. Il traliccio abbattuto, ad esempio, che porta il numero 416 ed è stato posizionato da Terna, è situato a Terzo, un paese piccolino di trecento abitanti sulla strada fra Tolmezzo e Paluzza.
Incredibilmente, la notizia del sabotaggio è stata data soltanto dalla stampa tedesca, mentre qui in Italia veniva smentita dal Gruppo TAL (che gestisce l’oleodotto), il quale l’ha definita «notizia destituita di fondamento», preferendo definire l’accaduto «un rallentamento tecnico delle attività»: versione tuttavia smentita a sua volta dalla stessa Terna, la quale viceversa attribuisce a mani «ignote» il danneggiamento della propria linea elettrica. E in effetti le immagini diffuse sono inequivocabili, mostrando alcuni montanti del traliccio tranciati di netto.
Quanto ai responsabili dell’azione, avvenuta proprio in un periodo in cui il petrolio scarseggia in tutto il mondo a seguito della guerra scatenata da Stati Uniti d’America ed Israele contro l’Iran, le indagini sono ancora in corso. C’è chi ci vede lo zampino di qualche 007 straniero più o meno deviato, e chi la mano di qualche ribelle nostrano più o meno anarchico. Due ipotesi entrambe comprensibili. La prima, perché il modo migliore per dissuadere il dilagare di cattivi esempi è quello di attribuirli a trame di Stato e giochi di potere. La seconda, perché ad evocarla è il luogo stesso in cui è avvenuto il sabotaggio.
Perché la Carnia è terra di resistenza e di anarchia. È qui, in mezzo a queste montagne, che si è formata la prima brigata partigiana d’Italia, è qui che fu creata la prima Zona libera dal nazifascismo (esperienza che durò due mesi, nell’estate del 1944, prima di venir repressa nel sangue), è qui che gli anarchici erano talmente radicati da dare vita a interi paesi. Laddove le forze d’occupazione presidiavano strade e villaggi, i partigiani si muovevano nei boschi, appoggiandosi a malghe e stavoli.
Non sarebbe in fondo tanto strano se oggi gli eredi di Aso ripercorressero quegli stessi sentieri di montagna per andare alla ricerca del nemico e batterlo nei suoi punti più delicati.

LETTERA DI LUIGI DAL CARCERE DI PIAZZA LANZA (CT)

Diffondiamo:

“Eppure io ho visto compagne ritrovarsi ad essere, per l’esterno, il punto di riferimento di un compagno prigioniero solo perché quando era libero ogni tanto ci scopava. Eppure quando andavo a trovare un compagno in galera non mi si chiedeva più come stavo io, ma solo come stava lui. Eppure un amico diceva che il 90% delle lettere che riceveva erano inviategli da compagne. Eppure ho visto una compagna senza casa né lavatrice dover fare il bucato di lenzuola di un compagno prigioniero per mesi. Eppure più di un’amica dice che quando il suo ex-compagno con cui aveva avuto una relazione tossica e con cui aveva fortunatamente rotto i ponti era stato arrestato, aveva avuto un irrefrenabile rigurgito d’amore. Eppure ho visto compagni prigionieri esigere castità dalla morosa libera attraverso ricatti emotivi. Eppure sono stata l’ossigeno di un compagno che quando è uscito, è sparito senza dire ciao, figuriamoci grazie”.
Carte Forbici Sassi_Uccidi la crocerossina che è in te

E’ il terzo mese di galera, entro nel quarto. Qualcunx più navigatx di me mi scrive: “bastano pochi giorni per capire il carcere”. In effetti torti non ha, il carcere cristallizza alcune dinamiche, quelle repressive, quelle patriarcali, quelle razziste, cerca di annichilirti e lo fa anche coi tuoi affetti. Mi arriva una lettera di una compagna, sì dopo 3 mesi la percentuale di chi mi scrive resta 80% compagnx/e e 20% compagni, ma quello che mi scrive mi colpisce. Mi chiede: “una volta libero mi piacerebbe continuassimo a sentirci, di solito la corrispondenza con altri compagni non continua una volta liberi”. Questa frase mi colpisce dritto in faccia. Ripenso a questo pezzo di Carta, forbici e sassi, nel frattempo sono immerso nell’opuscolo di N. Vosper Riflessioni sull’impatto emotivo del carcere e della repressione. Provo a buttar giù quello che penso, a mettere a nudo quel che sento, che, ahimé, poco ho sentito esporci in quanto maschi/prigionieri.
Parto dal principio, qui la posta è vita, almeno per me lo è. Io a volte mi sento privilegiato, non solo in quanto detenuto che riceve posta (c’è qualcunx che qui non ha niente), ma anche in quanto persona che passa il suo tempo tra fogli, francobolli, penne, opuscoli, libri, lettere d’amore e d’anarchia. Fuori vivevo in una linea di mezzo, tra lavoro e compagnx. Qui, anche se non lx vedo, sento tantx, ed è bellissimo! Conservo tutte le lettere, rispondo a tuttx, con alcunx si creano bei legami, si fanno bei discorsi, ci si conosce, ci si riconosce, si gioca, si fanno disegnini, ci si immagina altrove, felici, senza gabbie, senza sbarre. Se ‘sta galera pesa meno è grazie a questa cura, a questo affetto.

“Se finisci in carcere, o supporti qualcunx che ci è finito, senza dubbio uscirai influenzatx e cambiatx da questa esperienza” N. Vosper, Riflessioni sull’impatto emotivo del carcere e della repressione.

Io qui, tra queste righe, non voglio spaventare nessunx all’idea di finire tra le sbarre, e non mi sento nemmeno di dire “è una passeggiata”. In questo paese, e credo anche altrove, ogni carcere è diverso, ed in genere è lo specchio del territorio, della repressione e del controllo che su esso vige. Con questo, è da tenere conto che non c’avrai a che fare solo tu. Chi si prenderà cura di te entrerà, seppur in parte, nelle dinamiche della prigione che ti fai. Basta poco affinché un colloquio diventi carico di tensione, in un’ora a settimana ti porti tutto quello che hai vissuto dentro una cella o in sezione, in 20 minuti (hai due chiamate alla settimana da 10 minuti) provi a coltivare il rapporto, a parlare del processo, chiedere quel che manca a te o ad altrx. E’ chiaro l’intento, isolarti ancora di più. Ma questo non succede solo a te. Fuori spesso, almeno finora la mia esperienza è questa, è una persona a farti da ponte, e su di lei grava tantissimo, troppo. E questo accade perché, almeno a mio avviso, non ci si divide il carico di cura. E’ raro vedere a colloquio un detenutx socializzatx come uomo fare colloqui con un altro uomo, c’è quasi sempre una figura femminile dall’altra parte.
La mia non è solo una presa di coscienza, è un invito a provare a non replicare la dinamica, ben spiegata nel libro di cui la citazione all’inizio, combattente/crocerossina. Provare a scardinare la prassi che vede il compagno parlare in assemblea o in piazza mentre la compagna fa la fila al colloquio, lava i vestiti, porta il pacco, si accolla gli sbatti. Questa viene riprodotta sia che tu venga arrestatx da solx, sia che tu abbia coimputatx.

“Quello che immagino di voler dire con ciò è: continuate a esprimere voi stessx, continuate ad amare se vi fate male, sì, farà male, e sì, in prigione farà male mille volte di più, ma il solo modo di rimarginare le ferite è attraverso le relazioni -con voi stessx, con i/le vostrx amici/he, con le persone -nuove e vecchie- che amate. Perché nel momento in cui smetti di sentire, smetti di amare e cominci a disumanizzare te stessx e gli/le altrx, allora hanno davvero vinto. Questa non è solo una guerra per i nostri obiettivi politici, è anche una guerra per i nostri cuori, e l’unica cosa che mi sento di dire è: continuiamo a farli battere.” N. Vosper, Riflessioni sull’impatto emotivo del carcere e della repressione.

Io a ciò voglio aggiungere solo qualche piccolo spunto. Il primo è che scardinare questa ed altre dinamiche non è semplice. Serve autocritica costante, essere dispostx alle volte anche a star male, accettarlo, capire da dove viene, chi lo vuole. Accettare e fare tesoro delle critiche che ricevi, anche se sei reclusx non sottrarti da ciò che scotta, far diventare discussioni orizzontali le problematiche, aprirsi, essere consapevoli che si sbaglia anche da qui. Quando vieni arrestatx, oltre alla repressione ti travolge una solidarietà incredibile. Viene da pensare, alle volte: “beh ho fatto bene, guarda quantx mi vogliono bene”. Ed è allora che sento il privilegio dell’anarchismo, ma quindi è un paracadute? Se poi realizzi che hai messo in gioco il privilegio della libertà, ma la cura e la solidarietà sono sproporzionate in base ai legami che avevi fuori, specie quelli legati alle persone che ti stanno accanto e che si “sbattono”, che ora sono solo quelle socializzate donne. Oh, ci sono esempi anche che scardinano ciò: un compagno accompagnava la “convivente” dellx prigionierx, ed aspettava fuori finché il colloquio non finiva. Si è aperto un dialogo su come combattere in ambienti machisti, come carcere, lavoro, scuola, spazi nostri, ed invito ancora “i maschietti” ad esporsi. Sarebbe bello una volta fuori da qui farne una raccolta. Scrivetemi se vi va, su questo e su altro, è un modo per alleggerire le compagnx/e e per rendere più orizzontale il confronto tra dentro/fuori. Il carcere non si smantella con la lotta “anarcospessa”, ci sono tanti modi per renderlo inefficace. E questa carcerazione, spero provi ad inventarne di nuovi. Qui ci si prova, e spero che quello che dice la compagna, che mi scrive dicendo che quando “siamo fuori” evaporiamo, non succeda in modo sistemico. Io vorrei provare a mantenere tante corrispondenze, vedere nuove e vecchie amicizie, far tesoro di quel che ricevo per alimentare il mio percorso di decostruzione in quanto maschio – ed aggiungerei bianco. La decostruzione è un percorso da iniziare con forza e da solx, poi avrai compagnx di viaggio con lx qualx discuterne, basta ascoltarlx, aprirsi. Fa male a volte, ma fa più male non farlo, trovarsi in un ambiente machista e patriarcale come il carcere e farsi inglobare, riprodurne le dinamiche, o isolarsi pur di non esporsi. Se due ceffoni servono ad aiutare liberazioni, ben vengano, pronti a riceverli.

“Eppure avevo 20 anni ed era molto emozionante ricevere una sua lettera, quel modo di comunicazione così antico, lento, fuori dal tempo, che mi spianava facilmente la strada all’introspezione e al romanticismo, avevo 20 anni e mi sembrava fichissimo flirtare via lettera con il compagnone grande che stava al gabbio… chissà se lui era così scemo da trovare fichissimo filtrare con la ventenne, oppure era solo un uomo medio qualsiasi, ma anarchico. Non cadete nelle mie provocazioni, sto semplicemente dicendo che più il supporto pratico/quotidiano a chi sta al gabbio sarà orizzontale tra tuttx lx compagnx, più avremo possibilità di spezzare i ruoli di genere patriarcali”.
Carte Forbici Sassi_Uccidi la crocerossina che è in te

Piccolo inciso, moltx che mi scrivono, anche i miei affetti più prossimi, hanno detto “è la prima volta che scrivo in carcere”. Eppure si sono buttatx in questa pratica. Io amo scrivere, aiuta ad andare altrove, ho notato che ci si riesce a dire molto su un foglio, a volte anche cose che a voce non si riesce. Ho notato, invece, che chi ha già avuto amicx prigionierx non lo fa, o non l’ha fatto. Maschietti, buttatevi, apritevi, c’è un mondo da sovvertire, anche attraverso queste righe ne esiste un pezzo. Io qui, dalla cella, aspetto le vostre lettere.
Con amore e rabbia.
Freedom, hurriya, libertà.

Luigi Calogero Bertolani
C/o Casa circondariale
Piazza Lanza, 11
95123, Catania (CT)

AGGIORNAMENTI OPERAZIONE IPOGEO [14 APRILE 2026]

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Oggi si è tenuta la prima udienza del processo sulla manifestazione del 17 maggio 2025 a Catania, che ha portato all’arresto di tre persone, due tutt’ora in carcere ed una adesso ai domiciliari. Il PM dopo un’arringa claudicante, contraddicendosi tra la necessità di corroborare il reato di devastazione e saccheggio e l’opportunità di isolare gli/le imputatx dal resto del corteo, per rafforzare la nota tesi dei buoni e dei cattivi, ha richiesto pene complessive per 36 anni contestando reati come devastazione e saccheggio, interruzione di pubblico servizio, lancio di materiale pericoloso, resistenza, oltraggio, rapina e lesioni personali.
Nel corso della prossima udienza, che si terrà il 21 aprile, verranno sentite le difese di alcunx imputatx.
LUIGI & BAK LIBERX!
LIBERX TUTTX!

CESENA: PRESENTAZIONE DELLA FANZA “SBI-LANCIO – PAROLE E IMMAGINI DI UNA LOTTA ANCORA DA FINIRE CONTRO 41BIS ED ERGASTOLO”

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DOMENICA 19 APRILE 2026 / allo Spazio Libertario “Sole e Baleno”, via Sobborgo Valzania 27, Cesena.

Ore 17:30 Presentazione della fanza “SBI-LANCIO – Parole e immagini di una lotta ancora da finire contro 41bis ed ergastolo.”

A seguire aperitivo.

https://spazio-solebaleno.noblogs.org

MILANO: AGGIORNAMENTI DELLE ULTIME SETTIMANE DAL CPR DI VIA CORELLI

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Torniamo a ribadire quanto sia invivibile la vita dentro a un CPR per non assuefarci alle manifestazioni del razzismo di stato nella sua quotidianità.
E quindi lo ripetiamo ancora: al Corelli il cibo è immangiabile, tanto da rendere sfumato il confine tra rifiutare il cibo come protesta, per puro disgusto, o per autotutela, dato che chi sceglie di mangiarlo poi spesso sta male per questo; le persone non vengono curate quando ne hanno bisogno; la risposta a qualsiasi atteggiamento che rischia di arrecare disturbo è l’isolamento, oppure una siringa per calmarti, o ancora un pestaggio, se non una combinazione di tutte e tre le cose.

Il sadismo della struttura non si ferma davanti a nulla: anche persone con gravi problemi di salute fisica e mentale vengono rinchiuse e addirittura se ne trovano tra le mura infami del Corelli alcune che erano state dichiarate non idonee al trattenimento in altri CPR d’Italia.

Continuano anche le deportazioni: nel mese di marzo sono state tre per l’Egitto su voli charter, a cui si aggiungono quelle sui voli di linea per la Tunisia e il Sud America.

Tra sporcizia, docce che non funzionano o che sono così ustionanti da renderle inutilizabili, persone recluse che dormono per terra e le cure più basilari che vengono negate, lo stato ribadisce nei singoli dettagli quotidiani che le vite delle persone migranti valgono solo quando è possibile sfruttarle silenziosamente sul posto di lavoro o per gonfiare le tasche di qualche improbabile cooperativa ‘sociale’.

Ma anche nelle ultime settimane a questa violenza si reagisce con atti di ribellione che assumono varie forme: un fuoco viene acceso, le battiture risuonano assordanti per dare sfogo alla rabbia, c’è chi inzia uno sciopero della fame o si ferisce per farsi sentire. L’esito di queste azioni è spesso imprevedibile: ingerire una batteria può aprirti un’occasione di libertà, oppure può accelerare la tua deportazione.
Infatti, l’arbitrarietà con cui vengono decise la liberazione e la deportazione fa sì che anch’esse diventino strumenti di gestione per la pacificazione del centro.

Al Corelli, così come in ogni gabbia, la vita è invivibile.
E se le giornate dentro scorrono statiche e in attesa, a muoversi rapidamente sono invece i lavori per ampliare questa struttura sadica e mortifera.

Sempre solidalx con chi si ribella
Fuoco ai cpr ⚡️⚡️⚡️

CAMPOBASSO: PRESIDIO DI SOLIDARIETÀ PER L’UDIENZA DI AHMAD SALEM

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14 APRILE ORE 11:30
Davanti il tribunale di Campobasso

Presidio di solidarietà per il processo di Ahmad Salem, ragazzo palestinese arrestato la scorsa primavera dalla digos di Campobasso e tuttora detenuto nel carcere di Rossano in Calabria, in attesa di giudizio, perché, secondo le “autorità” italiane,  alcuni contenuti presenti sul cellulare e diffusi online, configurerebbero una forma di incitamento alla violenza e di propaganda “estremista e terrorista”.
Il caso di Ahmad evidenzia, per tutt  noi un nodo centrale: le “autorità” italiane agiscono sistematicamente violenza razzista e islamofoba, sfruttando gli strumenti sempre più sofisticati delle repressione istituzionale.
L’uso della detenzione preventiva in casi come questo significa inviare un messaggio chiaro: il dissenso diventa pericoloso e la verità può essere criminalizzata se mette in discussione interessi di potere o alleanze politiche, SOPRATTUTTO SE SEI UNA PERSONA PALESTINESE.

AHMAD LIBERO
TUTTX LIBERX
PALESTINA LIBERA

Per più info ecco il link del canale telegram di aggiornamenti https://t.me/+Cm-k0GPrSo83NGI0