MESSINA: CORTEO NO PONTE

Diffondiamo

Sabato 9 agosto
ore 18.00
Piazza Cairoli (ME)

Costellata dagli innumerevoli annunci di Salvini e Ciucci è arrivata una nuova estate. Nel 2023 ci avevano già detto che era l’ultima estate, che eravamo alle soglie dell’avvio dei cantieri del ponte sullo Stretto. Sono passati due anni e ancora una volta ci troviamo di fronte ad accordi e cronoprogrammi che alludono alla messa in moto delle ruspe. Noi sappiamo bene, però, che, al di là dell’effettivo inizio dei lavori, le attività di Stretto di Messina Spa ed Eurolink consumano già risorse e rubano futuro,con la complicità di Regione e Comune di Messina lasciando inevasi i bisogni veri che i nostri territori esprimono.

Ancora una volta ci troviamo, d’altronde, di fronte a una estate di passione per l’assenza di acqua nelle nostre abitazioni. Circa metà di quella che passa dalla rete idrica siciliana va perduta, e in tutta la Sicilia, Messina inclusa, le crisi idriche sono all’ordine del giorno. Nonostante ciò, i soli lavori di costruzione del ponte ruberebbero 5 milioni di litri d’acqua al giorno, pari al 20% del fabbisogno idrico di Messina.

Già nella Relazione che accompagnava il DL 35/2023 il ponte sullo Stretto veniva annoverato come opera di interesse strategico. Già in quella occasione, dunque, Salvini & soci avevano provato a collocarlo dentro un contesto europeo che potesse, da un lato, consentire una corsia preferenziale nei meccanismi autorizzativi e, dall’altro, catturare risorse europee da utilizzare ai fini della progettazione e costruzione dell’opera. Di recente il Governo ha con ancora più forza rappresentato il ponte come opera di interesse militare, collocandolo nel quadro degli impegni strategici della Nato e rendendo la Sicilia, da quasi un secolo occupata dalla presenza di basi militari USA, NATO e italiane, sempre più un avamposto militare nel Mediterraneo.

Tale strategia politica e mediatica è stata messa in atto mentre il mondo intero continua la folle corsa verso la guerra e il riarmo. A tutti gli effetti, dunque, il manufatto d’attraversamento e tutte le opere collaterali previste diventano l’ennesima propaganda di una politica militarista che va contrastata. Essere contro la guerra, così, vuole dire essere contro il ponte ed essere contro il ponte significa essere contro la guerra.

Con i 14 miliardi di euro stanziati per il ponte e i 30 miliardi spesi annualmente in armi dall’Italia, quante delle emergenze strutturali del Sud e delle isole (e non solo) si potrebbero sanare? La siccità, certo. Ma anche ospedali, scuole, autostrade, ferrovie e tanto altro ancora.

Ecco perché, nel dire NO AL PONTE, gridiamo forte che VOGLIAMO L’ACQUA, NON LA GUERRA.

MILANO: SULLA SENTENZA PER IL CORTEO DELL’11 FEBBRAIO

Diffondiamo

Il 17 giugno si è concluso il primo grado del processo per il corteo dell’11 febbraio 2023 in solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito. Le condanne vanno da 1 anno e 6 mesi fino a 4 anni e 7 per resistenza aggravata, danneggiamento e travisamento.

Nelle settimane intorno a questa data la solidarietà con lə imputatə è stata forte, centinaia di persone hanno partecipato ai presidi fuori dal tribunale, al saluto al carcere di San Vittore e al corteo partito dalle colonne di San Lorenzo. Questi momenti di solidarietà hanno rappresentato un’occasione per parlare nuovamente di cosa sia il 41 bis, un luogo di tortura nel quale più di 700 persone sono rinchiuse ancora oggi, un sistema carcerario che non permette nessun tipo di contatto umano puntando ad annientare fisicamente e psicologicamente chi è detenut al suo interno. I limiti imposti dal 41 bis ad Alfredo e le altre persone recluse sono infiniti e arzigogolati; qualche settimana fa la corte di Cassazione ha accolto il ricorso di Dap e ministro della giustizia contro la decisione del tribunale di Sassari che aveva permesso ad Alfredo di tenere in cella farina e lievito.

A maggio la direzione carceraria di Bancali gli ha vietato l’acquisto di un vangelo apocrifo e alcuni libri di fisica e fantascienza perché considerati pericolosi. In ultimo gli avvocati di Alfredo sono stati recentemente segnalati dal direttore del Carcere all’ufficio di disciplina dell’ordine degli avvocati per averlo salutato a fine colloquio con una stretta di mano e due baci, segnalati per aver espresso empatia nei suoi confronti. Questo è il 41 bis, un regime carcerario che ha sempre controllato in maniera ossessiva anche il lavoro degli avvocati e il loro rapporto con i propri assistiti, utilizzando la legittimazione conferita dalla cosiddetta lotta alla mafia per creare un buco nero intorno alle persone lì rinchiuse.

Con la stessa ferocia con cui lo Stato aveva deciso di lasciar morire di fame Alfredo e poi di lasciarlo marcire tra le mura del 41 bis, si abbatte oggi la repressione su chi ha deciso di lottare contro questo ordinamento penitenziario ed esprimere solidarietà nei confronti del compagno e di tutte le persone detenute. Nel 2023, durante lo sciopero della fame di Alfredo, è stata portata avanti in Italia e non solo una grande mobilitazione che ha trovato espressione in molte forme, dagli appelli di avvocati fino all’azione diretta, passando per i numerosi cortei e appuntamenti in strada. Una mobilitazione che è riuscita a squarciare il silenzio e l’indifferenza che aleggiano intorno alla questione del 41 bis, da sempre relegata al mondo mafioso, legittimata dalla narrazione di forte criminalizzazione dei suoi appartenenti e mai messa in discussione. In quei mesi l’orrore del 41 bis, con le sue disposizioni volte ad annientare i detenuti, è venuto a galla insieme all’ostinazione dello Stato di continuare a torturare chi finisce in quel regime.

Ci troviamo oggi con diverse inchieste aperte in Italia riguardo quel periodo di lotta che prevedono accuse e condanne molto gravi: a Torino si sta svolgendo il processo per devastazione e saccheggio per i fatti del 4 marzo 2023, a Bologna si apriranno i processi per i due cortei del 21 dicembre 2022 e del 19 gennaio 2023, inoltre due anni fa è stata aperta un’inchiesta per 270 bis per l’incendio di alcuni ripetitori in opposizione alla guerra in Ucraina e all’imposizione del 41 bis ad Alfredo. Questi sono solo alcuni degli episodi repressivi che riguardano la lotta a fianco di Alfredo e contro il 41 bis.

Nello specifico a Milano le condanne esemplari ricevute il 17 giugno non sono solo l’espressione dell’accanimento di giudici e Stato contro una lotta che ha messo in discussione per alcuni mesi uno dei capisaldi del sistema carcerario italiano, ma anche l’espressione manifesta di anni di aggravamento dei reati di piazza, con continui aumenti di pene per i manifestanti e di maggiori tutele nei confronti delle forze dell’ordine. È lampante il tentativo di delegittimazione dei discorsi e delle pratiche politiche che vengono ridotte a mera questione di ordine pubblico, svuotate di ogni carica rivendicativa e di lotta e represse severamente grazie a un apparato giuridico sempre meglio affilato. Per alcun imputat al processoə milanese l’accusa è di concorso morale in resistenza aggravata: la presenza di queste persone alla manifestazione, e di conseguenza la volontà di portare solidarietà e supporto quel giorno, le ha rese responsabili e quindi perseguibili di quella resistenza che viene contestata in tribunale.

Questo ci fa intuire ancora una volta in che direzione si sta andando. L’obiettivo dello Stato è quello di pacificare ancora di più la società. Il dissenso resta esprimibile finché si parla la lingua della democrazia, finché azioni e concetti rientrano nell’intervallo di valori stabiliti democraticamente; intervallo che è sempre più rosicato dagli innumerevoli interventi legislativi e giudiziari che limitano la possibilità di mettere in campo i propri corpi e le proprie voci per lottare e diffondere l’idea che un mondo diverso sia possibile.

L’accanimento dello Stato nei confronti dei suoi nemici interni, chi lotta e chi rappresenta una minaccia per la sua sicurezza o semplicemente chi è di troppo non è certo niente di nuovo, ma possiamo affermare che l’inasprimento della repressione va di pari passo con il clima di guerra e la corsa al riarmo che i governi stanno portando avanti negli ultimi anni. Per garantirsi quanto più controllo possibile e non lasciare che all’interno dei propri confini la situazione sfugga di mano, da un lato lo Stato mette in campo misure repressive sempre più dure e dall’altro, per assicurarsi un ruolo accanto alle grandi potenze e nei conflitti che generano, firma patti di sicurezza accordando, per esempio, il 5% del PIL nazionale al riarmo e a politiche securitarie.

Per quanto riguarda il processo milanese il discorso non è ancora chiuso, si attendono le motivazioni che arriveranno a 90 giorni dalla sentenza e la fissazione dell’appello. Al di là delle condanne, è stato importante in quelle settimane trovarci in tantə in strada in solidarietà alle persone condannate e contro il 41 bis. Già alla prima assemblea pubblica chiamata a seguito delle richieste di pena della pm, c’è stata molta partecipazione, che non è mancata neanche fuori dal tribunale per i due presidi chiamati in occasione delle due udienze che hanno portato alla sentenza. Molte realtà di movimento si sono sentite di portare il proprio contributo solidale e in tante e tanti abbiamo raggiunto gli appuntamenti in strada per stare vicino alle
persone colpite e riaffermare che il 41bis è tortura. Ciò, oltre a scaldarci i cuori e far sentire meno solə lə compagnə condannatə, ci sembra essere il giusto modo per rispondere a un attacco repressivo.

Ed è così che ci piacerebbe venisse intesa la solidarietà. Laddove colpiscono gli individui rispondere che la lotta è di tuttə e che non si fermerà per delle condanne specifiche, laddove lo Stato ci vuole divisə tra buonə manifestantə e cattivə ribadire che le pratiche di lotta sono tutte valide e che, di fronte alla guerra globale che avanza, sono ancor più da difendere e rilanciare. Anche a Milano lo spazio che ci viene lasciato è esattamente quello che riusciamo a strappare alla controparte; ci sembra allora molto significativa l’unità avuta in strada durante queste due settimane in cui si aspettava la sentenza, presenza e unità che ci fanno apparire più forti agli occhi di chi ci persegue e infine ci giudica. Attenderemo le prossime fasi processuali, con la convinzione che chi lotta non è mai effettivamente solo e che la forza per ribaltare questa sentenza sta nelle mani di chi decide di usarla.

Un sentito grazie a chi ha scelto di esserci; a presto, ancora nelle strade.

Solidarietà a tutt i condannat, indagat e perquisit.
Fuoco alle galere e ai tribunali.

GALIPETTES MILANO

MILANO: SUI FATTI DI MALPENSA

Diffondiamo:

Venerdì 11 luglio si apprende la notizia dell’imminente deportazione di un ragazzo gambiano, arrestato il giorno prima in Francia ed espulso in Italia. La deportazione sarebbe dovuta avvenire dall’aeroporto di Malpensa con il volo AT00951 delle 18.05 diretto a Casablanca, della compagnia aerea Royal Air Maroc. Quattro compagnx da Milano si sono mobilitatx per recarsi all’aereoporto con l’intenzione di distribuire dei volantini per informare i passeggeri di ciò che sarebbe accaduto.

Infatti la volontà delle persone a bordo e del pilota incide sulla possibilità di fare partire o meno l’aereo e quindi fermare la deportazione.
Varcata la soglia dell’aeroporto, prima ancora di aver raggiunto la fila di persone nell’area check-in e senza aver distribuito neanche un volantino, lx compagnx sono statx circondatx da un cospicuo numero di agenti di polizia e digossini, per poi essere trattenutx in stato di fermo.

Poco dopo l’identificazione, le forze dell’ordine hanno proceduto con la perquisizione delle borse e il sequestro di qualche volantino. Al termine delle 5 ore di fermo in aereoporto, lx compagnx sono statx rilasciatx con denuncia a piede libero per i seguenti reati: istigazione a delinquere, attentanto alla sicurezza dei trasporti e interruzione di pubblico servizio. Inoltre, sono stati notificati 4 fogli di via della durata di 3 anni dall’aeroporto e dai comuni limitrofi (Ferno e Somma Lombardo). L’aereo ha preso il volo e il ragazzo gambiano è stato deportato “con successo”.

Riflettendoci, non ci sorprende la presenza degli sbirri in questo contesto e la ridicola sproporzione dei capi d’accusa rispetto all’azione che peraltro non si è realizzata (e lo comunichiamo con rammarico).
È chiaro il messaggio della Questura di Varese: l’areoporto di Malpensa è un luogo estremamente securizzato nel quale non può essere tollerata alcuna espressione di lotta. Ma soprattutto è evidente come lo Stato abbia un enorme interesse a non voler alcun intoppo nella macchina delle deportazioni ed è quindi pronto a dispiegare il suo apparato repressivo per far in modo che ciò non avvenga.

Quanto detto finora è funzionale alla tutela dei privilegi di chi detiene il Potere all’interno della fortezza Europa e non solo, e si inserisce all’interno di un progetto di controllo delle migrazioni sempre più stringente: la creazione e il pattugliamento dei confini; la costituzione di un sistema di leggi che si basa sull’individuazione di un “nemico” interno, e la criminalizzazione di chi viene targhettizzato come tale; l’esistenza di lager in cui le persone vengono recluse con la sola colpa di non avere i documenti giusti e le torture che lì dentro vengono perpetrate; la repressione che punisce qualsiasi tentativo di rivolta e mira a distruggere i legami di solidarietà che si creano dentro e fuori; fino alla deportazione forzata tramite voli di linea e voli charter appositamente designati a questo scopo.

Tutti questi ingranaggi mortiferi vanno ad arricchire schiere di spregiudicati attori: basti pensare alle cooperative a cui lo Stato delega la gestione dei cpr (che poco interesse hanno dei reclusx quanto sul lucrare il più possibile tramite gli appalti che vincono), oppure alle compagnie aeree attraverso cui vengono deportate le persone.
Queste politiche si fondano sulla configurazione di un Sistema mondo coloniale, bianco, occidentalocentrico e capitalista che si basa sulla creazione di categorie di razza e civiltà e sulla loro gerarchizzazione.
Ciò determina l’attuale ordine globale tra stati e l’ordine di privilegi all’interno di essi che giustificano lo sfruttamento sistemico.
La tensione alla libertà che ci spinge a lottare è più forte di qualsiasi tentativo di soffocarla. Non ci faremo intimorire dalle misure adottate dalla Questura di Varese, che non fanno altro che alimentare la nostra rabbia nei confronti di questo Sistema liberticida e di chi lo sostiene.

Il meccanismo delle frontiere e della loro protezione non fiaccherà la pulsione che spinge le persone ad attraversarle, e con essa nemmeno la nostra solidarietà e complicità.

Per un mondo senza Stati, frontiere e galere. Sempre solidali con chi viene oppressx e con chi si ribella.

Assemblea nocpr Milano

PUGLIA: MALEFLICK [BENEFIT 27 LUGLIO]

Riceviamo e diffondiamo

Apprendiamo con ben poco stupore la fine delle indagini per i fatti dell’11 gennaio, sera in cui a Bologna le strade del centro erano attraversate da una nuvola che turbava la tranquillità borghese al grido di vendetta per Ramy.
A vario titolo sono indagate 15 persone, due delle quali fermate quello stesso giorno, per: manifestazione non autorizzata,  interruzione di pubblico servizio, travisamento, resistenza aggravata, lesioni, violenza privata, lancio di oggetti, danneggiamento; nulla che ci stupisca.

Neanche 4 mesi dopo, negli stessi giorni in cui la procura depositava queste denunce, al Corvetto muore un altro ragazzo, Mohamed, nelle stesse circostanze di Ramy. Un inseguimento omicida che racconta di come in quartiere si muoia ancora, e si muoia per mano di un braccio armato classista e razzista, che con un gesto tanto semplice quanto giustificabile a posteriori, toglie la vita a ragazzi giovanissimi. Vite già marchiate dalla società come sacrificabili prima ancora di quelle notti, come d’altronde tutte le vite di serie B: delle persone razzializzate, dei detenuti, di chi lavora giornate intere per stipendi da fame, della gente spinta ai margini, degli abitanti dei quartieri sempre in condizioni precarie e di sussistenza.

Mohamed è morto senza che nessuna strada tremasse per lui, che nessun telegiornale realizzasse servizi. Solo sui quotidiani qualche trafiletto che lo paragonava a Ramy. Perché invece la vicenda di Ramy è stata di risonanza nazionale? Non era certo la prima di questo tipo ma per qualche motivo nei media e nelle persone ha avuto un impatto e una presenza diversa. E’ stata la risposta immediata e spontanea di rabbia e di protesta che i suoi amici e le persone del suo quartiere hanno dato la sera stessa della sua morte a portarla sotto gli occhi di tutti? In un mondo che si sta polarizzando sempre di più i quartieri cosa rappresentano? Che visibilità hanno le persone che li abitano, e perché le loro voci risuonano solo quando le istanze che portano prendono spazio in queste modalità esplosive? Le dimostrazioni di rabbia collettiva sono momenti fini a se stessi, come sempre vengono raccontati? O costruiscono anch’essi la realtà in cui ci muoviamo?

Vorremmo che la stessa risonanza delle vetrine rotte la avessero queste domande che attendono risposte collettive, funzionali ad organizzarsi in modo complice e solidale per contrastare le oppressioni sistemiche quotidiane.

Mentre uccidono i nostri amici e familiari, noi siamo indagati per un livido ad uno sbirro, ACAB. Alcunx dellx imputatx.

Alla luce di queste parole stiamo organizzando (in Puglia) una giornata benefit. Tutto il ricavato verrà utilizzato per affrontare le spese legali dei compagnx inguaiatx.

La giornata sarà caratterizzata da momenti di condivisone, chiacchiere, laboratori, musica, cinema e cibo vagano. Oltre gli svarioni, sarebbe bello anche confrontarci e affrontare dibattiti su temi importanti riguardo la repressione e la criminalizzazione delle persone razzializzate, il ruolo delle strutture detentive quali il carcere e i cpr e il ruolo che assumiamo come individui e come collettività nei confronti di queste tematiche.
Ci piacerebbe che fosse una giornata di co-creazione e condivisione e per questo sono benvenutx tutti coloro che hanno voglia di condividere le loro autoproduzioni, attraverso banketti di ogni genere. Ci sarà anche la possibilità e lo spazio per condividere, in maniera orizzontale, saperi e
pratiche attraverso laboratori. Chiunque voglia organizzare workshop o portare le proprie creazioni può
comunicarlo alla seguente mail: maleflick@mortemale.org (scriveteci le vostre eventuali necessità così
da organizzarci al meglio, cercate di portare tutto l’occorrente tranne la corrente).

Potete scrivere alla stessa email per avere info sul luogo di incontro (loro ci ascoltano, shhh).
Ci sarà la possibilità di rimanere a dormire e campeggiare.

Ci vediamo domenica dalle 11:00

Programma indicativo e per niente preciso:

Mezzogiorno: pranz8 e abbiocco
Pomeriggio: lab-oratorio (poco)seri-grafia e cudd ca v’lit
Tardopomeriggiosera: kiakkiere serietà e comunicazione analogica
Sera: cenetti e sballetti
Post-sera: https://www.youtube.com/watch?v=v9WnNCr_s38

Radio e banketti all day long

Portate ciò che vorreste trovare

No fasci
No sbirri
No machi

Stay rebel
Stay underground

CARCERE DI TRAPANI – UN LAGER INVISIBILE

Diffondiamo

Pochx parlano del carcere di Trapani, la mancanza di lotte territoriali fanno si che in quel territorio lo stato lavori indisturbato.

Solidali che raggiungono la città lo fanno per presidiare il CPR nel quartiere Milo, ma il carcere della città versa in condizioni estreme.

Qualche mese fa dellx reclusx hanno messo a ferro e fuoco la struttura, mettendo alle strette i guardiani per sei ore di fila, rifiutandosi di entrare nelle celle.

Ribaltando per poche ore il gioco di forza che nelle carceri è regola.

Lx rivoltosx erano un centinaio, a conferma che qualcosa cambia, la volontà di isolare i corpi e di tumularli trova risposte dure e concrete, comunità nuove si creano, resistono, combattono, attaccano lo stato, i suoi sgherri.

La conta è di 5 agenti feriti.

Ieri, l’ennesima conferma arriva da fonti parlamentari (sigh!) che a sorpresa fanno visita alla struttura, trovandola fatiscente, celle forni e piene di topi, parlando, come al solito, di agenti stremati.

Diciamo con chiarezza, a queste forze parlamentari, che le condizioni degli agenti non ci interessano, anzi.

Ad oggi la struttura conta di 523 detenutx su una capienza di 400 posti, che lo stato dichiara estendibili a 500.

La situazione al suo interno rischia di collassare, e che le persone detenute possano avere aggravi alla loro salute.

Quindi? che fare?

Di certo queste visite non ci fanno piacere, perché hanno scopi riformisti che in combutta coi giornalai mirano a fare politica sui corpi tumulati e martoriati dallo stato.

Di recente, GIGI, compagno ai domiciliari ci racconta che non può andare a lavoro dalle sue api perché “pericoloso socialmente”. Smascherando una volta per tutte la volontà meramente punitiva del carcere. Altro che riempirsi la bocca con le riabilitazioni.

Giusto ieri si approvavano 15.000 posti in più nelle carceri, per sopperire il sovraffollamento.

Panzane, raccontate ai benpensanti, che non vedono il circolo capitale e del denaro che gira attorno alle detenzioni in Italia.

Delle carceri vogliamo solo macerie, che quelle sbarre dritte vengano piegate e mai più erette.

CHE DELLE GALERE E DEI I CPR LX RECLUSX TROVINO IN MODO DI ABBATTERE MURA E SBARRE.

Fanculo allo Stato ed ai suoi complici che in questi luoghi ci lucrano e/o ci fanno politica.

Concludiamo con due storie:

Nel carcere di Piazza Lanza a CATANIA viene impedito di far lavare i vestiti nelle proprie case dai cari. Così gli odori delle case spariscono, ma non solo. Allo stesso tempo un salumificio finanzia una lavanderia all’interno delle mura dove “lavoreranno” lx reclusx. Forse ne pagheranno anche il lavaggio. Chiaro no?

Da dentro invece, un recluso ci comunica che in seguito al caldo, buttano i materassi a terra, dai cuscini ne escono blatte, dai materassi altrettanto.

Nessuna riforma per questi luoghi, ne vogliamo la completa abolizione.

MORTE ALLE GALERE, MORTE ALLO STATO, MORTE AI SUOI SGHERRI

PUGLIA: CPR BRINDISI RESTINICO – SALUTO ALLX RECLUSX LIBERTÀ PER LX RIVOLTOSX

Diffondiamo:

Sabato 12 Luglio alcunx compagnx sono statx al Cpr di Brindisi Restinco.

H. si trovava in isolamento e in sciopero della fame da 8 giorni e negli ultimi aveva anche smesso di bere acqua e di prendere la terapia.  Non faceva altro che dirci che stava morendo piano piano.

Giovedì ha iniziato a mangiare i tappi di plastica per protesta, ha chiamato un’ambulanza e nessuno è andato a soccorrerlo. Gli dicevano solo di “stare tranquillo”.  Anzi, un ispettore ha anche detto che “forse l’ambulanza ha qualcosa di più importante da fare.”

La sera, dopo una serie di pressioni che ha fatto durante tutta la giornata, e dopo aver ingoiato altri tappi di bottiglia, raccolti anche con l’aiuto dei compagni di sezione, è stato portato in ospedale.

Il giorno dopo H é tornato in isolamento e ha continuato a fare casino e a mangiare oggetti. La polizia e operatorx gli hanno sequestrato il cellulare per tutto il giorno, probabilmente per non permetterci di comunicare con lui e per non permettergli di chiamare le ambulanze.  Restituendolo solo la sera intorno alle 21 per un massimo di 30/40 minuti di chiamata.  Anche il giorno dopo, lo ha potuto usare solo la mattina e subito dopo gli è stato tolto per tutto il giorno impedendogli di nuovo di comunicare.

Lx compagnx hanno deciso di andare a parlare con chi in quel momento era direttamente responsabile della situazione di H e suo aguzzino. In quel lager è già morta una persona, e un’altra sta morendo ammazzata sotto gli occhi di tutti!!!

Uno sbirro e un operatore hanno cercato di convincere che tutto era fatto per il bene di H. Ci hanno detto che è voluto tornare lui dall’ospedale, rifiutando le cure e sminuendo la pratica autolesionistica come forma di protesta.  E che ha continuato l’isolamento perché era troppo agitato, il sequestro del telefono l’hanno prima negato e poi posti davanti all’evidenza l’hanno giustificato, dicendo che era per evitare che lo usasse per “farsi del male” (resistere). Chiaramente sappiamo bene qual è la verità, lx detenutx hanno dei telefoni personali e possono usarli come e quando vogliono, mentre li dentro quello che fanno sono solo abusi di potere.

Dopo pressioni e insulti sbirri e operatorx hanno deciso di far tornare H. dai suoi compagnx, che l’hanno convinto a porre fine allo sciopero.

Avvocato, operatorx, polizia si sono lamentati del fatto che H fa troppo casino, che si agita troppo, e questa cosa non gli permette di andargli incontro.  La loro pretesa è che lui, come tutti gli altri, stia zitto ad aspettare.  Come se fosse colpa sua se sta male, colpa sua se va in isolamento o se si agita, togliendosi da ogni responsabilità.

Mentre sono solo degli aguzzini, carnefici delle morti di stato che avvengono dentro questi lager; la morte arriva piano, le torture che gli infliggono non sono solo fisiche ma anche psicologiche.
L’operatore con cui abbiamo parlato, ha descritto il momento dell’assunzione della terapia come una ATTIVITÀ che lx reclusx svolgono durante la giornata . Come se fosse un gioco, o qualcosa di ricreativo, mentre viene usato per sedare ogni forma di protesta e non permettergli di reagire.

A prova di ciò, a maggio nel cpr di Brindisi Restinco è morto Abel, una persona nigeriana di 37 anni, di overdose da psicofarmaci.

Cercare di sostenere H. non era l’unico motivo per cui lx compagnx sono tornate a Brindisi (non che serva un motivo in particolare per andare sotto quei centri). Dopo le rivolte di Bari, 3 persone sono statx arrestatx, dopo essere statx trasferite in custodia cautelare nel carcere di Bari per 2 giorni sono statx processatx per direttissima.
Hanno tuttx e 3 patteggiato per 6 mesi (pensa sospesa) e sono statx tuttx portatx di nuovo in un Cpr.

J. a Palazzo S.Gervasio (liberato Venerdì)
S. e O. al Cpr di Brindisi.
Quindi dopo aver litigato al gabbiotto d’ingresso lx compagnx si sono spostate sul retro del centro da dove si salutano lx reclusx. Sappiamo che S. e O. stanno “bene” e che hanno sentito le urla di “Libertà!!”.

In questo periodo tantx detenutx sono piccolx e ribellx , vengono punitx perché hanno ancora la forza di lottare contro questo sistema. Hanno tanta forza di ribellarsi. E’ evidente la differenza, le persone più grandi recluse sono stanche. Il sistema di merda razzista reprime costantemente, e a lungo andare le forze per resistere finiscono.

“Lo stato mette il virus del razzismo e della divisione, non ci sono differenze, lo stato lo mette con televisione, loro sono un organizzazione mafiosa”.

Grazie a tuttx i rivoltosx, in strada, nelle carceri e nei Cpr.
Auguriamo una buona libertà a J e che arrivi presto anche per S.,O. e TUTTX!!🐦‍⬛🐈‍⬛

FUOCO AI CPR!!🔥🔥
ABEL VIVE!!🏴
SOLIDARIETÀ A LX COMPAGNX DENUNCIATE ALL’AEREOPORTO DI MALPENSA VENERDI 11 LUGLIO🖤🏴

PRESIDIO IN SOLIDARIETÀ AI RECLUSI DEL CPR DI GRADISCA

Diffondiamo:

Torniamo sotto le mura del lager CPR di Gradisca d’Isonzo, per portare la nostra solidarietà agli ostaggi del razzismo di stato. Il caldo soffocante nelle gabbie, le condizioni miserabili della detenzione etnica, le diverse forme della tortura quotidiana (sanitarie, psicologiche, amministrative, repressive) mostrano il lato più spietato dei meccanismi di razzializzazione. Il CPR deve essere la gabbia dove si consuma la violenza più feroce, ma anche il monito – insieme a tutto il sistema delle espulsioni e della deportazioni – per chi non ha il documento giusto, e così rafforzare la società della segregazione e dello sfruttamento. Un pensiero, a questo punto, va alle campagne (anche quelle friulane…) dove lo sfruttamento razziale raccoglie la frutta e la verdura per le tavole delle bianche cucine climatizzate, o agli operai dell’edilizia (anche triestina…) che ripassano il cemento della riqualificazione e della speculazione.

In questa estate, mentre sarai al mare in Puglia, a pochi passi da te qualcuno sarà piegato di lavoro; mentre salirai sull’aereo a fianco a te ci sarà una persona, scortata e in manette, pronta per essere deportata; mentre starai bevendo l’aperitivo sarà in corso una retata. Per le/gli altri/e, invisibili residui delle catene di sfruttamento di forza lavoro e territori si apriranno le porte dell’inferno.

A Gradisca d’Isonzo, come negli altri lager, si tortura. A Ronchi dei Legionari, come in tantissimi altri aeroporti, si deporta. Nella campagne e nei ghetti si schiavizza.

Tutto ciò accade proprio agli angoli della baracca cadente dell’opulenza, costruita su genocidi e guerra. Questa è la realtà che si nasconde dietro le retoriche sui diritti umani, sugli stranieri, sulla (mancata) integrazione, sui maranza, sui quartieri multietnici.

Per questo stare al fianco di lotta – dei reclusi dei CPR, dei disertori della guerra interna ed esterna – è importante.

Complici e solidali con i rivoltosi!

https://nofrontierefvg.noblogs.org/post/2025/07/13/presidio-in-solidarieta-ai-reclusi-del-cpr-20-luglio-gradisca-disonzo/

ROMA: FUORI ALFREDO DAL 41BIS – ASSEMBLEA NAZIONALE

Diffondiamo:

Sono più di tre anni che il nostro compagno Alfredo Cospito è rinchiuso in quella “tomba per vivi” che è il 41bis. Nel frattempo gran parte dei pretesti repressivi utilizzati per applicarglielo sono venuti meno, visto l’esito di alcuni procedimenti giudiziari che vedevano imputati lui e altri anarchici. Entro maggio del prossimo anno è previsto da parte del ministero il rinnovo di questo regime per altri due anni. A seconda della decisione la difesa potrà fare ricorso, una procedura che potrebbe richiedere mesi prima della fissazione di una udienza. È proprio in vista di tale scadenza che tra varie individualità e collettivi anarchici, nonostante le differenze, abbiamo sentito l’esigenza di ritrovarci per discutere e ragionare assieme su come arrivare a quella data.
Dal momento del suo trasferimento nella sezione 41bis del carcere di Bancali è nata una mobilitazione che è andata man mano crescendo, raggiungendo il suo apice ben dopo l’inizio dello sciopero della fame avviato da Alfredo nell’ottobre del 2022. Vari sono i processi imbastiti oggi dallo Stato contro i compagni e le compagne che hanno partecipato in vari modi a quella mobilitazione che pur con i suoi limiti è ugualmente riuscita a ridare credibilità e visibilità alle idee e alle pratiche anarchiche.

Ma ad oggi il compagno è ancora lì rinchiuso e continuiamo a sentire la responsabilità di non lasciarlo solo in questa lotta. Per questo invitiamo le individualità e i gruppi anarchici a due giorni di dibattito e confronto.

L’incontro si terrà a Roma presso il CSA La Torre, in via Bertero 13, a partire dalle ore 15 di sabato 11 Ottobre, con possibilità di proseguire l’assemblea nella mattinata del giorno seguente.
Per arrivare con i mezzi pubblici prendere o la linea 341 da Ponte Mammolo (metro B) o la 311 da Rebibbia (metro B) e scendere all’ultima fermata di via E. Galbani.

ASSEMBLEA NO 41 BIS
ASSEMBLEA NO 41 BIS testo

UN CALZOLAIO VAL PIÙ DI RAFFAELLO

Diffondiamo sempre a proposito dello scandalo dell’eslcusione e dell’orrido “pamphlet” uscito di recente su qualche sito di area anarchica*:

UN CALZOLAIO VAL PIÙ DI RAFFAELLO[1]

Mi è sempre piaciuta la polemica, la trovo un’attività che sollecita la capacità di riflessione. Se vogliamo siamo anche pertinenti all’argomento tanto caro agli scriventi considerando che il termine deriva dal greco “πολεμικός” che significa “attinente alla guerra”. Ma lasciamo i sofismi agli intellettuali.

Voglio chiarire subito che non mi trovo a dover difendere nessuna Chiesa (non ero tra gli organizzatori/organizzatrici) ma nemmeno nessun Impero (non erano i tre moschettieri  al servizio di Luigi XIII nel romanzo di Dumas? Gli stessi che hanno consegnato Mylady al boia condannandola a morte per poi diventare uno un prete, uno un barone e uno un contadino – scegliete voi, che dite di essere contro la guerra ma vi firmate col nome di coloro che alla guerra partecipavano a fianco del re); preferisco, a livello ideale, appartenere a quel branco di selvaggi e selvagge dell’isola di North Sentinel chiamati dai dominatori Sentinelesi, popolo che nel novembre del 2018 uccise un missionario americano che voleva convertirli al cristianesimo, nel 2006 due pescatori di frodo arenatisi sulla riva delle acque intorno all’isola e che già dalla metà del 1800 rifiutavano i contatti con i funzionari britannici.

Mi pare di scorgere, nello scritto pubblicato, giusto una punta di livore per non essere stati “invitati”, in qualità di autorevoli pensatori in ambito anarchico, al dibattito sulla guerra delle ore 18 di sabato 6 aprile dal titolo _Estrattivismo: pietra angolare del capitalismo europeo in guerra. _Forse il tema per come era trattato, quindi nelle sue caratteristiche qualitative, non soddisfava i criteri della Santa Sede e se un argomento non viene esposto secondo le direttive della Dottrina vigente chiunque ne dibatta in termini differenti può essere tacciato di eresia … Un dubbio sorge: non è che forse sono stati loro stessi ad essersi sentiti esclusi perché hanno frequentazioni con persone responsabili negli ultimi anni   di atti autoritari nei confronti di compagne (alcune delle quali messe alla berlina con scritti indecenti) o loro stessi ne sono autori?

Se il fine non giustifica i mezzi per deduzione logica l’anarchia non può giustificare che certi libri – e i loro editori indicati come autori di violenze – seppur parlino di anarchismo, girino indisturbati in ambienti che hanno la velleità di dirsi anarchici. Immaginiamo però che _il compromesso_ sia una delle contraddizioni con cui questi saggi hanno imparato a convivere fino ad erigerlo ad _etica_. Conviene quindi attaccare chi prova a sollevare il problema della violenza di genere (non come_discriminante fondamentale_ – così suggeriscono Portos, Aramis e Athos – bensì come _presa in carico_ che gli organizzatori e le organizzatrici si assumono nello squarciare il silenzio che da troppo aleggia) invece che partire da sé e porsi la domanda al contrario: chi stiamo escludendo quando ad un’assemblea, un’iniziativa, una presentazione, un corteo è presente una persona che ha usato la violenza come mezzo di sottomissione e oppressione nei confronti di un’altra persona (se evitiamo il genere va meglio?). Chi stiamo escludendo quando non facciamo nulla per allontanare la prima? Che alternativa viene offerta a chi ha subito l’oppressione se non quella di stare nello stesso ambiente di chi l’ha costretta con la forza a subire un atto umiliante o andarsene?

Ed è in questo contesto che non è possibile un dibattito, come sostenete, perchè la vostra interlocutrice è spesso assente per mero spirito di auto-conservazione. E con quale insolenza potete chiedere un confronto (e spero non con i suoi detrattori) quando l’accusa è di infamia e menzogna?  Se concede a _chiunque_ la possibilità di esporne le proprie ragioni, perché non lo fate anche con quegli anarchici che sono interventisti? Perché non ascoltare sfruttatori e oppressori, anche loro avranno la loro buona dose di_ ragioni_ da esporre: quando un detenuto viene picchiato è perché ha aggredito per primo le guardie, quando una persona viene psichiatrizzata è perché è pericolosa per se stessa, quando un animale selvatico viene abbattuto è perché è diventato aggressivo nei confronti degli umani, quando una donna dice di essere stata abusata è un’amante rifiutata … insomma razionalmente hanno tutti le loro buone_ ragioni_, giusto?

Il metodo della Scuola di Atene si baserà sulle _ragioni_ del cervello e della conoscenza – davvero pensiamo sia tutto scibile, soprattutto all’interno di una relazione quando spesso nemmeno le persone direttamente interessate possono spiegare perché hanno tollerato abusi e umiliazioni? – Io preferisco il metodo anarchico fatto di calde viscere e cuori gettati oltre l’ostacolo ma anche di menti brillanti, mai arroganti, che quando è il caso con umiltà sanno ammettere i loro errori.
Cuori e menti aperti al continuo movimento perché sono i vecchi e nuovi poteri (anche anarchici) a voler mantenere l’ordine costituito, la stasi, il ristagno.

Come continuare allora ad essere quel flusso, quella corrente che evita la possibilità di divenire palude? Forse iniziando a chiedersi che ce ne facciamo di un anarchismo che non sa vedere la dominazione (nei casi noti di sesso maschile sul femminile)? Di un anarchismo che grida alle _prove _(purtroppo l’unico caso in cui si era tutti e tutte concordi che lei avesse subito un abuso era documentato da video che gli sbirri avevano trovato nei cellulari dei violentatori)_, _che pubblica _ritagli_ di lettere personali senza nemmeno il consenso di chi le ha scritte (pratica da solerti inquirenti), che mette in dubbio costantemente chi ha subito l’oppressione? Di un anarchismo che si fa forte del branco? Di un anarchismo che usa la parola _infamia_ come fosse senza peso? Di un anarchismo che continuare a servirsi di categorie sociali e non delle reali condizioni di oppressione individuale subite (in fondo siamo tutti anarchici, no? Solo che qualcuno ha abusato di qualcun’altra)? … evidentemente mi sfugge qualcosa … Se il fascismo è guerra lo è anche il sessismo, il patriarcato, lo specismo insomma ogni atto di dominazione è guerra mossa dai dom(in)atori verso i dom(in)ati.

Siete buffi, per non usare altri epiteti, quando riuscite a vedere la violenza di genere per mano dei “mostri sbattuti in prima pagina” nell’intera società civile ma non vi accorgete che ne avete uno seduto a fianco (è proprio il caso di dirlo!). Io credo che vivere da anarchici/anarchiche non sia insegnare agli altri/altre come farlo ma farlo in prima persona.

Già Malatesta nel lontano 1896 in una lettera scrisse _Oggi siamo in tanti a chiamarci anarchici, ma v’è spesso tra un anarchico e l’altro tanta differenza che ogni intesa è impossibile e sarebbe assurda … bisogna innanzitutto dividerci per poi riunire insieme quelli che sono d’accordo ed hanno un terreno comune di azione_. E ancora sulle pagine del giornale «L’Anarchia» si legge _Non pretendiamo che le idee qui esposte siano quelle di tutti gli “anarchici” … e non ci occupiamo nemmeno di sapere se siamo la maggioranza o la minoranza, se siamo molti o pochi. Il nostro scopo è stato quello di esporre le _nostre_ idee. Se questo deve determinare una scissione, che del resto esiste già da anni allo stato più o meno latente, che essa venga presto e sia ben netta, poiché nulla è più dannoso della confutazione e dell’equivoco._

Al netto della frase, che è inserita in un dibattito interno relativo alla questione organizzatori/anti-organizzatori, essa rappresenta una buona sintesi di quello che sta succedendo nel contesto contemporaneo nel territorio dominato dallo Stato italiano.

Ma torniamo alla guerra, quella _buona_ degli anarchici e delle anarchiche che non è contro coloro che non la pensano al medesimo modo ma contro chi favorisce forme di oppressione e chi le pratica, a prescindere che sia anarchico o meno. Non sono le parole che ci definiscono ma le nostre azioni se la nostra bussola è l’anarchia, se non capite quanto questo costituisca un problema di senso come potreste comprendere il resto?

[1] Tratto da un famoso aforisma dei nichilisti: Un calzolaio val più di Raffaello, perchè il primo fa delle cose utili, mentre che l’altro fa delle cose che non sono buone a nulla.


Link utili alla comprensione del testo:

https://ilrovescio.info/2025/07/01/da-pari-a-pari-contro-lautoritarismo-identitario/

https://ilrovescio.info/2025/04/02/lettera-aperta-sullinvito-alla-fiera-delleditoria-e-propaganda-anarchica-di-roma-di-juan-sorroche/

https://rome-anarchistbookfair.espivblogs.net/testo-di-posizionamento/

https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/04/07/la-disputa-del-sacramento/


https://brughiere.noblogs.org/post/2025/04/30/qualche-considerazione-sullo-scandalo-dellesclusione/

https://brughiere.noblogs.org/post/2025/07/18/a-due-a-due-finche-non-diventano-dispari/

SALUTO AL CPR DI BRINDISI RESTINCO

Diffondiamo:

Sabato 28 Giugno era stato chiamato un saluto al Cpr di Brindisi Restinco, in concomitanza ai presidi ai Cpr di Trapani-Milo e Torino.
L’ ultima volta che si era andatx lì fuori è stato a maggio in seguito alla morte di Abel (Mimmo per lx amicx) per salutare lx reclusx, per urlare che si sapeva la verità su quell’omicidio di stato e unire la nostra rabbia con quella dellx reclusx.
Il presidio è stato comunicato e pubblicizzato tramite una locandina pubblica ma senza comunicarlo alle merde.
Poco prima di arrivare al Cpr lx pocx compagnx che erano partite sono statx fermate da un posto di blocco di 2 macchine, dopo poco sono arrivate 3 macchine della Digos e altre volanti tra carabinieri e polizia.
Hanno preso i documenti di tuttx e hanno provato a fare una perquisizione della macchina e degli zaini personali, tutto mentre i digossini filmavano
All’interno della macchina é stato trovato uno striscione che hanno fatto tirar fuori per documentare il tutto
Alla fine del controllo un digossino ha intimato di proseguire sulla nostra strada ma senza fare quello che si aveva intenzione di fare, si è deciso di passare lo stesso in macchina davanti al cpr ma ancora una volta é stata bloccata la strada da una macchina dei carabinieri che ha occupato entrambe le corsie facendo gli abbaglianti, rischiando di far andare la macchina dellx compagnx fuori strada.
Una volta avvicinatx al cpr, il passaggio é stato bloccato una terza volta, si è riuscitx a vedere le decine di macchine di sbirri e una camionetta della celere schieratx in modo da imporre il saluto in una strada lontana dai moduli e chiusa da tutti i lati.
A questo punto lx solidalx hanno deciso di andarsene, con la promessa di tornare il giorno dopo anche se in meno persone.
Domenica 29 alle 3 del pomeriggio con il sole cocente, lx compagnx sono tornate sulla strada verso il cpr e con sorpresa si sono ritrovatx gli stessi poliziotti del giorno prima a bloccarx che nella frustrazione si sono dichiarati schiavi della digos che aveva lasciato loro sotto al sole brindisino. Stessa procedura del giorno prima, una volta finito il controllo ci si rimette in macchina direttx finalmente al cpr, determinatx a portare un saluto dentro in qualsiasi modo, anche soltanto con le urla. Il saluto è riuscito, anche solo con le 5 voci che c’erano, e nessun altro apparecchio, si è riuscitx a comunicare con dentro e ringrangraziare tuttx lx amicx dentro che ogni giorno lottano e con le loro proteste danno forza a tuttx noi ‘liberx’. Sono stati fatti degli interventi in cui si è ritenuto importante soprattutto ripetere il numero di telefono utilizzato per parlare con dentro perchè, per fortuna, la maggior parte degli amici che avevamo nel cpr di Brindisi sono usciti e perciò non avevamo quasi piú conversazione con l’interno. Proprio sotto le mura, in direzione della sezione A, li abbiamo dettato il numero: “3.. Vai.. 5 vaiii e cosi via”
Subito dopo ci sono arrivate 3 chiamate da nuovi numeri, e una chiamata da N.,che era un mese che non chiamava piu perchè aveva perso le speranze e non aveva neanche voglia di raccontarci cosa accade li dentro o chiedere qualcosa da portare con un pacco, ci ha ringraziato per essere tornatx li fuori.
Siamo molto contentx di come è andata, nonostante i bastoni tra le ruote e le provocazioni da parte della polizia, questo non sarà mai sufficiente ad isolare lx detenutx in ogni gabbia.
FUOCO AI CPR
FUOCO ALLE GALERE
VENDETTA PER ABEL! MIMMO VIVE!
PER TUTTE LE MORTI DI STATO
FUOCO ALLE LOCANDINE!
DIGOS BOIA NON SARAI AVVISATA, STAI IN ALLERTA!

AGGIORNAMENTO:
Ad oggi mercoledì 9 luglio H. e un altra persona sono in isolamento da giorni dopo aver provato a suicidarsi facendosi la corda.
H. era in sciopero della terapia e della fame, oggi ha smesso di bere anche l’acqua.
Da giorni ci dice che si sente morire piano piano.
Ogni tanto riusciamo a fargli ascoltare della musica tramite il telefono, unica attività possibile durante le sue giornate.
Da ieri sera in tanti hanno deciso di unirsi allo sciopero della fame.
La situazione come in ogni Cpr è disastrosa.

SOLIDARIETÀ E COMPLICITÀ CON H. E TUTTX LX RECLUSX.
SOLIDARIETÀ CON MOMOH PORTATO AL CARCERE DI BRINDISI DAL CPR DI RESTINCO.