CHI SABOTA È NEMICO DELL’ITALIA

Diffondiamo:

Queste Olimpiadi non potevano iniziare in maniera migliore.
La mattina del 7 febbraio, giorno della cerimonia inaugurale dei Giochi della Vergogna di Milano-Cortina 2026, ben tre sono state le linee ferroviare sabotate e bloccate fino al pomeriggio.
Intorno alle 6 sono stati piazzati due ordigni incendiari rudimentali accanto ai binari della linea ordinaria di Castel Maggiore, uno in direzione nord e uno in direzione sud. L’obiettivo erano i cavi per il rilevamento della velocità: uno dei due ordigni, quello verso nord, si è azionato verso le 8 danneggiando i cavi, mentre il secondo, quello in direzione Ancona, è rimasto inesploso. Una cabina elettrica verso Pesaro, invece, ha preso fuoco interrompendo i treni da e verso le Marche.
Due anni fa, una serie di attacchi simili per modalità e contesto erano stati lanciati contro 5 diverse infrastrutture della rete LGV intorno a parigi, causando la cancellazione di un quarto dei treni ed enormi disagi dal 26 al 28 luglio, giorni di inaugurazione delle olimpiadi di parigi. Anche per via della militarizzazione completa della città, in quell’occasione le contestazioni dirette si erano limitate ad azioni di disobbedenza civile e non violente. Pochi giorni dopo usciva questa rivendicazione:
    “Rivendicazione del sabotaggio delle linee TGV qualche ora prima della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Parigi 2024
 
E questa la chiamano una festa? Noi ci vediamo una celebrazione del nazionalismo, una gigantesca messa in scena dell’assoggettamento dei popoli da parte degli Stati.
Sotto a una maschera ludica e conviviale, i Giochi Olimpici offrono un campo di sperimentazione per la gestione poliziesca delle folle e il controllo generalizzato dei nostri spostamenti. 
Come tutti i grandi eventi sportivi, sono anche ogni volta l’occasione per fare culto dei valori su cui si fonda il mondo del potere e del denaro, della concorrenza generalizzata, della performatività a ogni costo, del sacrificio per l’integrità e la gloria nazionale. 
L’appagamento di identificarsi in una comunità immaginaria e sostenere il proprio supposto campo di appartenenza non è meno nefasta dell’incitazione permanente a vedere la propria salvezza nella buona salute della propria economia nazionale e nella potenza del proprio esercito nazionale.”

Nei mesi precedenti le olimpiadi di Parigi 2024 furono approvati due pacchetti di leggi, la “Loi sécurité globale” e la “loi olympique”, quest’ultima che autorizzava la sperimentazione di algoritmi per il riconoscimento facciale per tutta la durata delle olimpiadi. Come in francia, anche nella penisola abbiamo visto promulgare il 5 febbraio di quest’anno, 2 giorni prima della cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi, un nuovo pacchetto sicurezza che tra le altre cose consolida l’uso delle zone rosse come strumento di esclusione sociale, autorizza il trattenimento (già abitualmente praticato) per 12 ore da parte delle forze dell’ordine di individux “pericolosx” in concomitanza di manifestazioni pubbliche, introduce il carcere per l’elusione di un controllo di polizia e una pena pecuniaria fino a un massimo di 20000 euro per manifestazione non autorizzata (articolo 18 del TULPS, Regio decreto del 18 giugno 1931). Come a Parigi nel 2024, anche il 7 Febbraio a Milano le contestazioni dirette si sono limitate ad azioni di disobbedenza civile e non violente, fatta eccezione per i momenti finali del corteo lanciato da CIO (Comitato Insostenibili Olimpiadi). Milano in Movimento scrive in proposito:
    “[…]abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la Tangenziale Est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente dispositivo di Polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp). 6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 ferit* di cui 4 ospedalizzat*.”
 
Dopo il corteo, Meloni e compagnia dichiarano in coro:
    “Chi manifesta contro le olimpiadi è nemico dell’italia“.
Che non ci si permetta assolutamente di mettere a critica lo spirito nazionalista, competitivo di questi “giochi” o il loro drenare quantità impressionanti di fondi pubblici mentre paesi interi crollano, in sicilia, al passaggio di un uragano.
D’altronde non c’e nulla di più importante al momento. Non c’è miglior strumento di distrazione per uno stato odierno. Non c’è maschera migliore, in Italia oggi come altrove in passato; solo un esempio sono le Olimpiadi di Berlino del 1936, in piena dittatura nazista.
Pare chiaro, quando i pacchetti sicurezza diventano occasioni praticamente semestrali per stringere le reti della repressione e soffocarci qualunque dissenso, che il dissenso “pulito”, esplicitamente rivendicato, portato avanti nella legalità, non possa più essere efficace.
Così come inizia a non essere più ignorabile l’inefficacia delle modalità di scontro di piazza diretto portate avanti negli ultimi mesi e anni in tutto il territorio.
Pare dunque necessario armarsi degli strumenti della clandestinità, della decentralizzazione del conflitto e la moltiplicazione dei suoi fronti, dell’autodifesa e del sabotaggio per sopravvivere ai tempi cui andiamo incontro.
Per l’eradicazione di questo sistema di morte e sfruttamento,
per la distruzione del controllo totalizzante che ci soffoca.
Ingovernabili, non disobbedienti.
Fuoco alle olimpiadi e a chi le produce. (A)

A PADOVA DUE MORTI IN 36 ORE, ECCO LA “NORMALE” AMMINISTRAZIONE CARCERARIA

Diffondiamo:

Pochi giorni fa, nel giro di 36 ore, due detenuti sono morti nel carcere Due Palazzi di Padova. Altri tre, in Italia, hanno fatto la stessa fine da inizio anno, suicidati da uno stato che rinchiude quelli che considera i suoi “scarti”, pile esaurite da buttare, gli indesiderati in una società che complice sceglie di dimenticarli dietro quattro mura, sputandoli fuori, il più lontano possibile dalla vita di chi, per ora, gode della cosiddetta “libertà”.  Poco importa chi sta in quelle celle infami, chi sia lo sventurato che cade negli ingranaggi più brutali di questo sistema perfettamente in salute, cosa gli accade lì dentro, come vive. Perché qui fuori ci dicono che servono più garanzie per i diritti dei reclusi, più risorse agli apparati repressivi, più programmi lavorativi e didattici per i carcerati, più fondi per “rieducare chi sbaglia”. Ma chi dice ciò presuppone che ci troviamo davanti ad un sistema che non funziona bene, e noi non ci crediamo.

Il carcere è il cardine di questa società, ogni suo apparato (dalle questure ai tribunali, passando per sbirri vari e sostenitori di un ordine colpevolmente ingiusto) garantisce che tutto fili liscio nel resto della società. L’importante è che le retrovie di uno stato che schiaccia i popoli e le comunità che amministra spremendone fuori profitto da spartire tra i potenti siano pacificate. Fuori la vita è una merda, si sgobba sperando di mangiare e avere un po’ di avanzi di tempo da dedicare a chi amiamo; dentro la vita fa ancora più schifo. Ma anche nella peggiore merda sappiamo che dentro la vita resiste, che chi è dentro quotidianamente resiste. Dalla rabbia delle rivolte alla determinazione delle battaglie di ogni giorno i carcerati sopravvivono, e noi con loro.

Di questi tempi una cosa ci è sempre più chiara: per questo stato che ci incarcera, ci ammazza e ci picchia non c’è differenza rilevante tra una rapina, una dose spacciata e una bomba. Il carcere è la soluzione a tutto. Il carcere punisce, rinchiude e rieduca. Rieduca all’arancia meccanica, sia chiaro, a forza di botte, soprusi, ricatti e minacce. Sotto ogni criminale “comune” può esserci un sovversivo, perché i cosiddetti crimini “comuni”, tanto quanto quelli “politici”, incrinano la pacificazione sociale e l’ordine che con tanta dedizione ci impongono. Questi crimini mettono a nudo un ordine che impoverisce, che devasta, che costringere alla violenza per guadagnarsi un po’ d’aria respirabile.

“Il carcere deve essere rieducativo”, dicono. E noi ci vogliamo più diseducati. Ce ne fottiamo della loro rieducazione: sputiamo su quello che  ci insegnano e vogliamo ogni galera chiusa e fatta a pezzi. Abolire il carcere significa praticare una nuova società ora, una società dove la sua esistenza non sia più pensabile.
Così si arriva a chi sta dentro e chi sta fuori. Il punto per lo stato non è tanto che i carcerati abbiano sbagliato, ma che quello che dicono abbiano fatto abbia attentato all’ordine delle cose, le abbia rovinate, le abbia increspate. Il loro crimine ha minacciato i sedativi garantiti alla popolazione per accettare una vita impossibile: hanno compromesso la proprietà, la ricchezza accumulata o la “tranquillità sociale”. E non è accettabile. Bisogna toglierli di mezzo per questo.

Del Due Palazzi dicono: “questo carcere non è male”. E ce lo dicono gli operatori, l’amministrazione penitenziaria, altri detenuti in giro per l’Italia.
Ma questo carcere è una merda come tutti gli altri.
Giovanni Pietro Marinaro è morto a 74 anni, il giorno del trasferimento in blocco dei detenuti dell’Alta Sicurezza e della chiusura del reparto. Erano dieci anni che stava al Due Palazzi, ma avevano deciso che doveva essere sbattuto chissà dove perché quelle celle, quelle dell’Alta Sicurezza in cui era rinchiuso assieme ad altri 22 detenuti, potevano ospitare più del triplo delle persone se degradate a comuni. Così, si è consapevolmente scelto di vessare ancora di più le loro vite. Sappiamo bene che ad ogni trasferimento corrisponde un periodo di isolamento, del tempo per adattarsi come si può ad un carcere nuovo con altre regole, altri equilibri, e questo è stato l’ordine di impiccagione di Giovanni Pietro Marinaro.
Dopo due giorni, il 30 gennaio, un altro ragazzo si è impiccato nel bagno della sua cella mentre negli stessi giorni un tentativo di suicidio nel carcere di Potenza è stato sventato ed uno andato a buon fine a Sollicciano, nel fiorentino, da parte di un ragazzo con un passato di tossicodipendenza e disagio psichico. Il carcere risolve tutto, e lo fa molto bene quando ammazza chi inghiotte nel suo ventre: i suicidi non sono un intoppo nella vita carceraria ma normale, perfetta, amministrazione.

Dentro al Due Palazzi attualmente ci sono 668 detenuti per 432 posti, con un sovraffollamento al 155%. Del Due Palazzi, però, si parla solo come eccellenza nel collaborare con le aziende, le cooperative e la società civile del territorio. “Un bel posto” insomma, fino a quando qualcuno non ci muore. Ma noi sappiamo e non ci dimentichiamo delle vessazioni continue che avvengono lì dentro: i pestaggi, i richiami punitivi, i vetri oscurati messi sui blindi tra le sezioni per impedire contatti e semplici scambi di sigarette e giornali. Questi omicidi vanno ad aggiungersi al lungo conto in sospeso che abbiamo con lo stato. Ma i debiti saranno saldati.

Al fianco delle vite resistenti di tuttx lx carceratx e delle loro lotte, portiamo un pensiero a Juan e Anan, recentemente condannati dalla “giustizia” italiana. Le loro condanne per noi sono cartastraccia: tireremo fuori dalle galere lx nostrx compagnx e tuttx lx carceratx.
Fuoco alle galere, liberx tuttx.

ALCUNE BREVI NOTE A PARTIRE DA NISCEMI SUI REATI DI DANNEGGIAMENTO E DEVASTAZIONE

Diffondiamo

In Sicilia succedono cose sempre più inquietanti.
Sì, ci riferiamo ai cicloni e alle frane di questi giorni, effetti di un sistema capitalista che ci sta sempre più velocemente portando senza alcuna remora alla distruzione. Ovvero ci riferiamo alle azioni dei governanti, e dell’imprenditoria turistica e non solo, che stanno esponendo lx abitanti dell’isola a sempre più pericoli. Ma ci preme anche guardare come lo stato, nel suo apparato punitivo che, secondo la vulgata, dovrebbe restituire giustizia, agisce.

La procura ha aperto un fascicolo contro ignoti per “danneggiamento seguito da frana” in riferimento a quanto sta succedendo in questi giorni a Niscemi. 1500 persone sfollate, un territorio devastato, le immagini sono sotto gli occhi di tutti. Invece di puntare l’obiettivo sulle responsabilità dello stato e delle sue articolazioni locali, la procura va a cercare le cause del disastro in chi avrebbe compiuto opere di “danneggiamento” al “solo scopo di danneggiamento” di opere esistenti a difesa dell’acqua.

Il reato di “danneggiamento” è diventato, col decreto sicurezza del 2019, anche un reato di piazza per criminalizzare chi partecipa alle manifestazioni. Sempre più questo reato lascia spazio a quello, ancora più pesantemente punito, di “devastazione e saccheggio”.
A Niscemi, per il potere penale, la frana sarebbe imputabile ad attori che avrebbero danneggiato delle strutture di gestione dell’acqua. Eppure a Niscemi, di fronte a tutte queste persone che hanno perso la casa e al senso di violenta insicurezza che le istituzioni hanno generato aglx abitanti, si mostra che l’operato delle politiche pubbliche sta producendo “rovina, distruzione (…) danneggiamento – comunque complessivo, indiscriminato, vasto e profondo – di una notevole quantità di cose mobili o immobili, tale da determinare non solo il pregiudizio del patrimonio di uno o più soggetti (…) ma anche l’offesa e il pericolo concreti dell’ordine pubblico, inteso come buon assetto o regolare andamento del vivere civile, cui corrispondono, nella collettività, l’opinione e il senso della tranquillità e della sicurezza”. Ovvero il reato di “devastazione e saccheggio”.

Citare la cassazione o ragionare su quanto fa la procura è l’ultima cosa che vorremmo fare, e non pensiamo in alcun modo che ci siano incriminazioni che sarebbero più “giuste”: è chiaro a sempre più persone che il sistema penale produce sistematicamente ingiustizia.
Ma visto che a breve, da un’altra parte dell’isola, a Catania, ci sarà un processo che si basa sui reati di “danneggiamento” e “devastazione e saccheggio”, ci viene da insistere su come le parole “danneggiamento”, “pericolo”, “sicurezza” vengano pervertite dalle istituzioni del loro significato.

Se si guarda cosa lo stato sta facendo a Niscemi e al contempo come lavora alla criminalizzazione di chi ha preso parte a un corteo contro il ddl sicurezza, costruendo l’operazione Ipogeo e tenendo da più di due mesi due persone in carcere e una ai domiciliari, invocando per loro ed altre almeno 8 anni di carcere definitivi, ci viene da chiedere di cosa si parla quando si nomina il reato di devastazione?
Di quale “serio e grave pericolo” per “l’incolumità dei cittadini che si trovino nelle vicinanze”, come recita la giurisprudenza, si disquisice nelle aule dei tribunali?
Chi o cosa ha provocato e sta provocando la “sottrazione di risorse e sostentamento alle popolazioni” indicata nel reato di devastazione?
Chi devasta è lo stato e chi saccheggia è il capitale.

Tutta la solidarietà allx abitantx di Niscemi, già devastatx e saccheggiatx della loro salute, risorse naturali e vita da quella macchina di morte che è il MUOS, e allx abitanti della costa orientale, che questa estate sono già statx compromessx dall’arsenico sparso nell’aria da Webuild e i suoi cantieri e su cui incombe la minaccia del Ponte sullo stretto.
Tutta la complicità a chi contro questo ordine apparentemente inevitabile di perdita, morte e guerra resiste.

Per scrivere ax compagnx arrestatx nell’operazione Ipogeo:

Luigi Calogero Bertolani
C/o casa circondariale
Piazza Lanza 11
95123 Catania

Gabriele Maria Venturi
C/o Casa Circondariale
Via Appia 131
72100 Brindisi

UNA RIFLESSIONE SU “HARRY” da la redazione della neonata rivista IL MOVENTE

Diffondiamo:

“Mari Maruso”, titolo che da mesi si proponeva sul nostro tavolo tra i papabili per questo primo numero, in siciliano, vuol dire mare agitato/pericoloso. Non potevamo di certo prevedere che giusto una manciata di giorni dopo la fine della stesura definitiva di questa rivista ne avremmo visto un’espressione diretta. O meglio, anche se magari non sono state le nostre parole ad evocarne la tempestività, ci sono tonnellate di studi sul cambiamento climatico che da anni si esprimono inequivocabilmente sull’eventualità che fenomeni del genere si sarebbero manifestati nel Mediterraneo secondo uno schema ben preciso: con l’innalzamento delle temperature del mare vedremo i fenomeni metereologici “estremi”, come i cicloni, con minore frequenza ma di maggiore violenza.

Venti fino a 130 km/h, onde alte fino a 16,6 metri (la più alta mai registrata nel Mediterraneo), una scarica di pioggia che in soli 3 giorni ha fatto precipitare la metà della pioggia che normalmente si registra in un intero anno (in Calabria). Il ciclone “Harry”, che si è abbattuto in particolar modo lungo la costa ionica (e pure in Sardegna) tra il 20-23 gennaio, stando alle prime stime ha provocato danni per almeno 2 miliardi di euro.

È stato un evento epocale che non potevamo ignorare.

Cosa che invece, tolte le testate internazionali più “attente”, è stato derubricato dai più a evento di interesse principalmente regionale. Tra il 22 e il 23 gennaio, quando i danni materiali erano ben più che evidenti, la maggioranza dei notiziari nazionali riportavano marginalmente la notizia in coda a quelle di costume o ignorandola del tutto. In diversi si sono subito ricordati dell’allora presidente del consiglio Giovanni Giolitti che, commentando i primi telegrammi arrivati a Roma sul devastante terremoto che rase al suolo Messina e Reggio Calabria nel 1908, se ne uscì così: «L’ennesima fastidiosa lamentela meridionale per il crollo di qualche comignolo».

C’è un evidente schema che si ripropone anche questa volta: i meccanismi di estrazione di risorse (di vario tipo) attivi nel Meridione e nelle Isole, non solo vanno a braccetto con una narrativa-propaganda solidamente costruita attorno alle “colpe” che ben conosciamo di chi abita questi territori, ma ne hanno un bisogno fondamentale per continuare a riprodursi e approfondirsi.

C’è una sostanziale differenza, molto utile agli interessi dei soliti, nel parlare di arretratezza e malaffare invece che di impoverimento sistematico e deliberato saccheggio. Al di là delle parole, anche di lamentela, sul piano fattuale i “danni” della crisi climatica si moltiplicano esponenzialmente quando si sovrappongono alla “normalità” delle “altre” oppressioni e disuguaglianze – che guarda caso sono proprio quelle che fanno in modo che la megamacchina ecocida continui a funzionare per il profitto/”progresso” dei pochi, anzi pochissimi, contribuendo ad inasprire quella stessa crisi.

Un’ultima cosa. È sicuramente vero che nella società dello spettacolo si attiva una maggiore attenzione quando c’è di mezzo qualche “innocente” che crepa. Meglio se male e meglio ancora se del giusto lignaggio, e c’è chi ha sottolineato che lo scarso interesse su Harry e le sue conseguenze sono dovute anche al fatto che non ci sono state vittime su cui lucrare un po’. Questa cosa è falsa, delle vittime morte crepate male ci sono state eccome. 380 migranti risultano dispersi in mare dopo che 8 “imbarcazioni” sono naufragate nel tentativo di raggiungere le coste italiane nei giorni della formazione di Harry. Una sfortunata coincidenza? Sni.

Potrebbe sembrare un collegamento azzardato, ma se insistiamo nel sottolineare il legame che c’è tra la devastazione e il saccheggio dei territori, la spoliazione delle risorse dei loro abitanti, il regime di frontiera e carcerazione che li attanaglia, le dinamiche di militarizzazione legate all’imperialismo, il cambiamento climatico e le tratte migratorie… l’equazione torna.

Il nostro nemico è un sistema di sistemi, con molte teste e infinite sfumature, e dobbiamo ricordarcelo. Dobbiamo continuare ad insistere nello svelare le sue trame (non poi così tanto occulte ormai), e tentare di spezzarne quanti più fili possibile. Per un motivo molto semplice: è tutto maledettamente collegato e affrontare “una questione alla volta” difficilmente ci porterà a “risolverne” qualcuna.

È doloroso dirlo. Fa oggettivamente terrore provare a tratteggiare anche solo i contorni delle mappe del dominio. Affinché quel dolore afono tipico della rabbia inespressa e repressa – che è tutto tranne che ignorante – non si traduca ancora una volta in rassegnazione e abbandono reciproco dobbiamo alzare la testa, tirarci su le maniche, smettere di chiedere e chiedere e chiedere e impugnare tutte le nostre intelligenze, astuzie e tempeste interiori. E portale fuori.

Non c’è spazio per l’ipocrisia e le mezze verità, né in Sicilia né altrove.

È la guerra sociale.”

— la redazione de IL MOVENTE, fine gennaio 2026

ilmoventerivista@bruttocarattere.org

FOTOGRAFIA E FREE PARTY

Riceviamo e diffondiamo questo testo relativo alla produzione di contenuti visuali nel contesto dei free party e del problema riguardante la loro condivisione nel mainstream. Qui il pdf.

Se ho deciso di scrivere queste righe è perché ritengo preoccupante la degradazione estetica e comunicativa, interna al Movimento, riguardo la produzione e condivisione di contenuti visuali. Nel momento in cui la repressione poliziesca e legislativa – mai così violenta in più di 30 anni di storia – impone la creazione di nuove tattiche e forme organizzative per sopravvivere, così occorre ripensare il modo in cui vogliamo rappresentarci, eventualmente anche verso l’esterno. Parlo di Movimento con la M maiuscola in quanto, pur conscio di quanto questa concezione verrà osteggiata da alcunx, ritengo ci sia un lungo filo che lega le esperienze controculturali dei free-party dagli anni ‘90 fino ad oggi, in tutta europa e oltre. Parlare di un’epoca d’oro che non c’è più non ha senso perché è solo grazie alla trasformazione continua, la permeabilità, lo spirito di adattamento che ancora oggi esiste un dibattito circa le forme e modalità di vivere gli spazi liberati. Siamo nomadx nello spazio e nella psiche, ci piace immaginare nuovi orizzonti e proiettarci verso il futuro più che sedimentarci in forme stantie. Non dimentichiamo la nostra storia ma non la glorifichiamo nemmeno: è il momento di ripensarci ancora una volta.

  1. Chi di noi non ha mai subito la fascinazione dei colori, delle forme, dei movimenti di una festa? Percezioni visive – a tratti sinestetiche – che ci hanno fatto pensare: “io da qui non voglio andarmene più!”. Quante volte avremmo voluto catturare l’essenza, per sua natura inafferrabile, di una TAZ? Portarla via con noi anche quando i sound finiscono di pompare, i generatori di fare rumore, le carovane di uscire dal luogo occupato. E poi condividere, per quanto possibile, quelle emozioni provate con la propria compagnia, lx amicx che non hanno potuto presenziare, con noi stessx a distanza di anni per ricordare i bei momenti andati. Nella sua concezione più pop, la fotografia serve proprio per catturare l’istante e renderlo eterno ai posteri. Di ciò non dobbiamo affatto meravigliarci dal momento che il suo carattere documentale, sia esso a fini divulgativi, sia esso intimo e personale, è esplicito nella storiografia fotografica a partire dalle riflessioni di Roland Barthes. Non possiamo esimerci dunque dal fare i conti con quello strano e problematico strumento che è una macchina fotografica – o la fotocamera di uno smartphone – nel momento storico in cui tuttx o quasi si presentano in festa con una di esse in tasca. Se negli anni ‘90 fare fotografia era, per ragioni economiche, sicuramente più democratico che un secolo prima, oggigiorno la fotografia ha raggiunto la propria massificazione nella forma più ampia e irreversibile. Avete notato, inoltre, l’evoluzione della nostra comunicazione sui social network? Quando mi sono affacciato al mondo di Facebook la componente testuale era predominante. Con il trasferimento a Instagram è avvenuto invece un primo passaggio verso la predominanza dell’estetica sul contenuto, della verticalità sull’interazione pseudo-circolare. Con Tik Tok questi ultimi aspetti sono portati all’estremo. Non farò un’analisi estesa delle piattaforme social perché onestamente non mi interessano.
    Quello che voglio dire essenzialmente è che nel 2026 si condivide il dancefloor con persone che considerano smartphone e social network una realtà storica imprescindibile: di fatto lo sono! Possiamo scegliere, quasi eroicamente, di gettare il telefono in un tombino, cancellare i nostri profili social, ripartire dal passaparola ecc. Ma non possiamo pretendere che una nuova generazione attraversi gli spazi liberati con strumenti critici che il sistema là fuori non ha nessun interesse a fornire in principio. Senza scomodare poi le new gen, sono le stesse crew, collettivx, laboratorx a promuoversi tranquillamente su Meta e più. La promozione estetica verticale permette di raggiungere più pubblico. Questo traguardo è un traguardo muto, inerme, che riceve e non può rispondere. A prescindere che i profili siano privati o pubblici, l’importanza è spettacolarizzare quello che facciamo affinché la nostra platea ne sia ammaliata e attratta. Alla luce di questa decostruzione, il problema è il mezzo o l’intenzione? Per quanto mi riguarda, sono assolutamente contrario alla regola generale “no foto, no video”. O meglio, implementerei il messaggio con “no foto, no video se…”.
  1. Quando approcciai la fotografia nei primi tempi, da autodidatta, ero affascinato come tantx dalla street photography. Le foto di Cartier-Bressons ed Alex Webb correvano davanti ai miei occhi speranzosi di riuscire a cogliere con la loro stessa raffinatezza quell’attimo irripetibile. Inoltre, la street photography è un genere “economico”, non ha bisogno di chissà che formazione o strumentazione: basta “avere occhio” mentre si gira per strada con qualsiasi fotocamera. Infine, “cogliere l’attimo” non presuppone ragionamenti estesi. Non voglio dire che Martin Parr utilizzasse la propria ironia fotografica casualmente, più che altro riflettere sul fatto che “cogliere l’attimo”, storicamente, ha significato per lo più ritrarre il bizzarro, lo strano, l’assurdo per impressionare un pubblico. In generale, tutta la fotografia documentale e il fotogiornalismo vuole restituire contenuti visuali in grado di impattare, essere ricordati, “fare la storia”.
    Nel contesto di un free-party, dove la libertà espressiva è costitutiva del concetto stesso della situazione alla quale si partecipa, non dovrebbe meravigliarci trovare momenti e persone bizzarre. Bizzarre per chi, poi? Bizzarre rispetto alla formalità di quel mondo che nel free-party non c’è, non partecipa, ne è escluso in origine in quanto contenitore rotto nella cui crepa la TAZ ha potuto germogliare e sbocciare. Non ho mai sentito il bisogno di condividere una storia durante una festa, ma posso affermare con certezza che il meccanismo inconscio che ci porta a diffondere immagini in presa diretta sia lo stesso che portava un fotografo come me a girare per il dancefloor, macchina fotografica alla mano, alla ricerca del momento perfetto da immortalare. Nell’elaborazione successiva di un album fotografico trovavo la commistione di due elementi ritenuti fondamentali: quello soggettivo (far vedere che c’ero, che ho colto “correttamente” la vibe) e quello oggettivo (fotografare per documentare, fare memoria). Questi stessi elementi risultarono alquanto problematici con il passare del tempo. Mi iniziai a chiedere: cosa voglio comunicare? Chi voglio comunicare? Per chi voglio comunicare e come? Iniziai a rendermi conto che un contenuto visuale prodotto nel contesto di una TAZ e successivamente – o contemporaneamente – condiviso al di fuori di essa presupponeva grossi interrogativi etici ed estetici. Realizzai, insomma, che la mia azione era egoistica su entrambi i piani: se soggettivamente riduceva la pratica fotografica a un esercizio di stile per aumentare l’engagement sul mio profilo, d’altra parte non potevo arrogarmi il diritto di documentare oggettivamente una situazione molto più complessa di quella parzialità rappresentata in maniera feticcia – tra l’altro rubando scatti non consensuali nei confronti dex soggettx ritrattx. Capiamo quindi che la fotografia, lungi da essere solo quello strumento innocente in grado di fissare i ricordi, può altresì trasformarsi in arma violenta. Un’arma di controllo, perché una volta condivisi i contenuti al di fuori delle nostre reti non possiamo sapere come verranno utilizzati da chi cerca di reprimerci. Un’arma di spersonalizzazione e oggettificazione, dal momento che la documentazione acritica di ciò che succede non fa altro che alimentare e standardizzare una pornografia estetica dei cliché legati all’ambiente (gente “strana”, sound enormi). Infine un’arma egocentrica, tradendo quel principio basilare per cui la festa siamo tuttx e che ha portato, per esempio, a occultare la figura del dj dietro il muro di casse. Ma un’arma ha sempre bisogno di qualcunx che prema un grilletto per sparare. Io amo la fotografia e non me ne potrei mai separare. Voglio difendere questo mezzo espressivo dalle grandi, fin troppo grandi potenzialità. Per questo ritengo che l’obiettivo qui non sia solamente quello di darci regole d’utilizzo, ma di riformulare completamente i presupposti estetici coi quali vogliamo rappresentarci nel tentativo di prevenire alla radice le criticità. In un mondo di sovraesposizione mediatica, dove anche il dolore dei popoli oppressi è sbattuto continuamente in prima pagina, non dovremmo puntare a farci riconoscere. Più che verso l’alto, metafora di una scalata sociale alla quale non crediamo, dobbiamo correre orizzontalmente per insinuarci nelle fessure che questo sistema ancora mostra. Dobbiamo essere opachi, sgranati, criptici. Dobbiamo ripensare la nostra immagine oltre ai quattro bordi che determinano una foto.
  1. Chi ha avuto la possibilità di confrontarsi con me su questo tema solitamente esprime un grande dubbio: come stabilire un’estetica univoca all’interno di un Movimento eterogeneo e in continua mutazione? La mia risposta è che un’estetica non esiste di per sé, aprioristicamente, secondo concetti di bellezza eterei. Un’estetica è sempre determinata da fattori culturali, etici, economici condivisi all’interno dell’ambiente che la produce. Ragionando rispetto ai valori coi quali vogliamo identificarci penso, dunque, che potremo ricavare qualcosa di buono.
    Ho trovato illuminante a riguardo il lavoro di Hito Steyerl sul rapporto tra immagine di alta qualità e immagine “povera”. La sua critica, dal sapore non velatamente marxista, pone l’accento sul fatto che la nostra ossessione per la risoluzione, ossessione esacerbata ai nostri giorni dai contenuti visuali prodotti dalle ai, non è altro che una fascinazione classista rispetto a ciò che il progresso tecnologico ci mette a disposizione. Di comune accordo con le tendenze social di cui prima, si scambia la qualità di un contenuto per le sue proprietà più prettamente formali, al punto che un’immagine non nitida, non brillante, non propriamente chiara a primo impatto viene automaticamente catalogata come di cattiva fattura. In questo modo, chi ha la disponibilità economica per permettersi strumentazione tecnica di ultima generazione parte esteticamente avvantaggiato rispetto a chi non la possiede. La creazione della nostra estetica pirata parte dal rifiuto dell’immagine “ricca”. Chi non pensa che pay tv e piattaforme di video sharing a pagamento siano un furto? Chi non farebbe un elogio allo streaming illegale? Nel momento stesso in cui appoggiamo la causa della pirateria, stiamo prendendo posizione per un’immagine “povera”. Sgranata ma gratuita, l’immagine “povera” rompe la bellezza formale per andare dritta al contenuto. Alla nitidezza deterministica si preferisce l’ampio campo dell’immaginazione, della risignificazione di ogni pixel visibile. Penso che un Movimento che voglia davvero essere contro-potere debba ripartire da un’estetica contro-egemonica, un’estetica della dissoluzione rispetto a quella della affermazione a tutti i costi. Non intendo dire rinunciare alle nostre rivendicazioni, così come un film piratato non perde il suo significato solo perché in bassa risoluzione. Intendo dire piuttosto che non dobbiamo necessariamente essere compresx da chi questo mondo sotterraneo non lo vive, non dobbiamo per forza uscire da noi stessx esprimendoci con gli strumenti di chi questo mondo sotterraneo non lo comprende, dobbiamo più che altro costruire un nuovo vocabolario visuale in grado di comunicare cripticamente nelle nostre cerchie rispetto a ciò che riteniamo importante per noi. Più di 30 anni di storia ci hanno resx popolari e cosa ci hanno restituito lx nostrx interlocutorx? Oggettificazione, criminalizzazione e conseguente repressione. Un Movimento anti-sistema deve adottare un’estetica comunicativa anti-sistema.
  1. Il problema, se vogliamo, è che la condivisione di materiale “povero” è estremamente rapida e generalista, rispondendo a un’altra necessità della contemporaneità che ci vuole sempre e costantemente presenti sul palcoscenico sociale, ready-to-consume-and-being-consumed. Trovo particolarmente emblematico il fatto che i flyer girino su canali (ipoteticamente) segreti, ma la nostra presenza agli stessi party sia costantemente condivisa online. Se abbiamo parzialmente sistemato la questione dell’orizzontalità della produzione visuale rivendicando la necessità dell’immagine elusiva, dobbiamo ora trovare strategie elusive per la sua condivisione.
    Personalmente, ho trovato utile un ritorno alla fotografia analogica sia da un punto di vista metodologico che da un punto di vista concettuale. Benché moltx possano obiettare che ai nostri giorni potersi permettere di scattare e sviluppare un rullino sia un lusso – ricadendo dunque nel classismo fotografico – credo che i vantaggi derivati dal suo utilizzo superino i rischi insiti nell’utilizzo di apparecchi di ultima generazione, nonché esistano alcuni strumenti per l’abbattimento dei costi previsti per la sua pratica. Il primo, grande vantaggio della fotografia analogica è che accentra l’archivio dati nelle mani di chi produce il contenuto, essendo il negativo un supporto fisico non riproducibile se non digitalizzato. Problematizzare le modalità di archivio è un presupposto fondamentale per una estetica “invisibile”, criptata agli occhi di chi ci osserva con sospetto. Ogni contenuto condiviso sui social, non dobbiamo dimenticarlo, è una cessione volontaria di dati sensibili stipati in database irraggiungibili dall’utenza ma facilmente consultabili da chiunque voglia utilizzarli contro di noi. Il secondo vantaggio è che la fotografia analogica condivide contenuti lentamente. Rallentare il processo di condivisione di contenuti permette di abbattere quella componente egoistica ed egocentrica del “tutto e subito”, della performatività e protagonismo della rappresentazione. Consente di fermarsi per riflettere su ciò che abbiamo registrato, al significato che vogliamo dargli e alle modalità più adeguate della sua eventuale diffusione. Infine, vorrei far notare come l’utilizzo di rullini scaduti (“poveri”), oltre a generare un sensibile risparmio economico, permetta di avvicinarsi a quell’estetica criptica sulla quale sto insistendo. L’alterazione dei chimici presenti sulle pellicole, dovuta al passare del tempo, aumenta il grano e abbatte il contrasto dell’immagine, mentre ulteriori manipolazioni successive possono accentuare o diminuire gli effetti a seconda del risultato desiderato. A questo aggiungerei che il mercato delle apparecchiature analogiche è vertiginosamente più economico del digitale, oltre al fatto che la condivisione di sapere tecnico per la creazione di camere oscure sia certamente più alla portata rispetto a quello per la creazione di server e database sicuri per la circolazione di materiale digitale. Ipotizziamo tuttavia di non possedere quella conoscenza tecnica di base per affacciarsi alla fotografia analogica, ritenerla anacronistica o semplicemente esserne disinteressatx. Anche in fotografia digitale possiamo prediligere quei device di primissima generazione dove, tra bassa risoluzione e aberrazioni varie, l’immagine ci viene restituita sbiadita, impastata, confusa, piatta, alterata. Device che ancora rispettano l’idea di una fotografia lenta, le cui ingombranti memory card devono necessariamente essere inserite in un lettore affinché le immagini al loro interno siano trasferite su un pc. Comunque, sia che si opti per questa possibilità, sia per la digitalizzazione dei negativi analogici, diventa un imperativo la creazione di archivi virtuali interni alla nostra rete che possano fungere da magazzino per l’enorme volume di informazioni che circoleranno, nonché da alternativa ai social network.
  1. Ho provato ad esprimere al meglio possibile quel mare in tempesta che è la mia mente, a volte in maniera approssimativa forse, dal momento che sento l’urgenza di trattare questo tema. Ho tentato di esprimere al meglio la tesi per cui utilizzare modalità di autorappresentazione tipiche del mondo consumista non farà altro che feticizzarci, ho cercato di proporre che la nostra falsa dissoluzione enigmatica possa essere una via da percorrere per sopravvivere nelle crepe. Non ho idea di quali siano le modalità più corrette per ricostruire la nostra immagine, non so quali linguaggi sarà più opportuno adottare per relazionarci. Per facilitare un dibattito che mi auguro si apra da questo momento, aggiungo alcuni punti che personalmente ritengo fondamentali allo scopo, rimanendo in ascolto di tutti i contributi che arriveranno.
  • Boicottaggio totale di tutti i profili social legati a teknoinfluencer, video di feste ecc. Rifiuto della condivisione sui propri profili personali di contenuti visuali legati ai free-party. Problematizzazione in generale del social network come canale per la condivisione di materiale visuale;
  • Ritorno a una diffusione dell’informazione pirata orizzontale tramite fanze autoprodotte, momenti di condivisione di saperi nel contesto di spazi liberati che travalichino la mera libera socialità davanti ai sound, liberazione delle tecniche creative di materiale visuale in maniera sicura;
  • Creazione di archivi fisici e digitali di materiale visuale, indipendenti e criptati verso l’esterno;
  • Rifiuto al tentativo di mediazione comunicativa verso l’esterno;
  • Promozione di una estetica elusiva, scadente, glitchata, non consumabile, lenta, opaca, intervenuta, manipolata, surreale;
  • Rivalutazione del low-fi sull’high quality. Abbattimento deliberato di ogni drone si aggiri sulle nostre teste sottocassa;
  • Rivendicazione del sé come Movimento in continuità storica e non come somma algebrica di individualità riunite.

Per contatti e proposte: foto23@inventati.org

 

CATANIA: SIAMO TUTTX SAN BERILLO

Diffondiamo:

Mentre la Meloni inveisce contro lx “giovani palestinesi” e accomuna il lottare contro il genocidio di un popolo all’essere complici di un gruppo “terroristico”. Mentre se il DL Gasparri diventerà esecutivo, il solo esprimere dissenso contro lo stato sionista verrà paragonato ad antisemitismo e condannato penalmente.
Non si può che ribadire che gli strumenti per contrastare lo Stato quando incarcera i corpi e silenzia le voci sono continuare a mobilitarsi e a creare reti di solidarietà attorno o assieme (quando è possibile) a chi viene silenziatx, far sentire agli scribacchini e ai detentori del potere decisionale che c’è molta gente che continuerà a parlare e a diffondere la voce deglx oppressx!

È anche grazie alle mobilitazioni solidali che la corte di appello di Torino ha accolto il ricorso degli avvocati e disposto la liberazione di Mohamed Shahin dal CPR di Caltanissetta. Siamo contente che questo tentativo repressivo si sia dovuto scontrare con la liberazione di Mohamed!
Ma siamo anche conscie che la determinazione che c’è stata per Mohamed debba esserci per tuttx lx reclusx dentro i CPR che ogni giorno sopravvivono in condizioni disumane.

L’unione europea ha promulgato nuove leggi sull’immigrazione e reso ancora più difficile la vita a chi non è in possesso di un foglio di carta che documenti la sua identità. Mentre succede tutto questo e molto altro, a Catania, nella notte del 15 dicembre si è riattivata la ormai conosciuta macchina repressiva, con l’operazione denominata “Safe Zone”(Notare l’inglesismo). La squadra mobile di Catania e il commissariato centrale, si legge nei giornali, hanno eseguito delle misure cautelari emesse dal giudice delle indagini preliminari contro 38 persone di varie nazionalità con accuse che vanno da spaccio e ricettazione a ritorsione e rapina.
Il rastrellamento ha coinvolto il quartiere popolare di San Berillo, già da tempo obiettivo di una veloce e inumana campagna di pulizia delle strade e di un implacabile corsa alla gentrificazione. E, ancora una volta, i giornali si piegano a riportare le veline della questura, gli articoli, tutti uguali, danno una narrazione completamente dissociata dal contesto in cui le persone vivono le loro vite.

Abbiamo un sindaco che elogia il lavoro delle forze dell’ordine e che inneggia alla legalità di una vita ordinata. Ma a chi e a cosa si riferisce il nostro sindaco? Quale legalità verrà perpetuata finalmente a San Berillo? Una legalità che continuerà a portare fior fior di quattrini nelle tasche delle solite aziende edili costruttrici e delle agenzie immobiliari. E in quartiere, come tutto il centro storico, ci sarà posto solo per hotel di lusso, hub, ristoranti e bar per turisti e studentati per l’alta borghesia universitaria.
E intanto prosegue lo sfaldamento costante e feroce di comunità che si formano e che creano reti di solidarietà tra persone razzializzate, emarginate, escluse e sfruttate. A San berillo avevano trovato un posto dove non soccombere quelle persone che, a causa del razzismo, della speculazione, delle frontiere, non avrebbero mai potuto trovare una casa in città. Persone per le quali l’unica alternativa sarebbe forse stata lo sfruttamento costante perpetrato nelle campagne, dove lavorare e manco legalmente, per due euro e mezzo l’ora, tredici ore al giorno, e ringraziare se non ci si rimane uccise!

Si può parlare di “integrazione” quando ancora esistono e insistono queste forme di schiavismo? Si può perpetuare la solita, ma purtroppo efficace, narrazione della caccia alla delinquenza e all’illegalità, quando quella delinquenza e quell’illegalità sono stato e capitalismo che la producono ogni giorno col loro razzismo e odio per chi è impoveritx? Si può dare una colpa a chi per rabbia e per sopravvivenza, di fronte alle ingiustizie sistemiche che lo trattano come merce di scarto, toglie il velo dell’ipocrisia e sodalizza e si allea con lx proprix affini?

E allora si scopre che l’opportunità di denuncia per estorsione e rapina è nata da un singolo episodio, avvenuto in un contesto che non avrà mai modo di essere narrato se non attraverso le telecamere della questura e le parole di qualche giornalaio lecchino del potere.
Potessimo noi sapere che tipo di estorsioni e di rapine subiscono ogni giorno lx catanesi dalle loro istituzioni dedite al mantenimento dell’ordine!
In un quartiere come San Berillo, disossato fino a quando non ne ottenerranno la sola carcassa vuota, la solidarietà e la comunanza fanno ancora fatica a sparire. E c’è gente che non ci sta al gioco politico di rendere con sapienza crudele delle persone un problema e poi specularci sopra elettoralmente sbattendole in prima pagina come “criminali”.

Ci stringiamo forte allora, solidali con glx arrestatx e con tutte le persone che hanno subito la violenta repressione delle forze dell’ordine, il 15 dicembre e le tante tante volte prima. Con chi pensava di poter vivere migliorandosi e si è dovuto scontrare con razzismo e discriminazione quotidiani, in una Catania e una Europa sempre più dedite ad approfittare della narrazione del nemico che viene da fuori.
Uno dei capri espiatori più utilizzati dal sistema capitale.

SOLIDALI CON GLX ARRESTATX DI SAN BERILLO
SOLIDALI CON TUTTX LX CARCERATX E x RECLUSX NEI CPR

LUIGI LIBERX
BAK LIBERX
GUI LIBERX
ANDRE LIBERX
ALE LIBERX!
TUTTX LIBERX !!
E FUOCO ALLE GABBIE 🔥

alcunx catanesi infuriatx

IO VENGO A RESTITUIRTI UN PO’ DEL TUO TERRORE, DEL TUO DISORDINE, DEL TUO RUMORE

Diffondiamo:

Con un pensiero ai nostri compagni in carcere e agli arresti domiciliari, con un pensiero a chi continua a lottare dentro e fuori le galere, a dire che il carcere fa schifo e il 41 bis è tortura. E a ribadire che nonostante provino a spezzare la solidarietà, nonostante i loro tentativi di isolarci, spaventarci, separarci dai nostri affetti più cari cercando di stringerci nella morsa della tristezza e della repressione; nonostante gli anni di galera con cui vorrebbero seppellire vivi lx nostrx compagnx, noi siamo e saremo sempre al loro fianco, nelle strade, nelle piazze, sotto le carceri. Che la solidarietà abbatta quelle mura infami.

FINCHÉ DI OGNI GALERA NON RIMANGANO SOLO MACERIE
ALE, BAK, LUIGI LIBERX
TUTTX LIBERX

SHULUK: VENTO DAL SUD, SABBIA TRA GLI INGRANAGGI. ALCUNE RIFLESSIONI SULLE REPRESSIONI DEGLI ULTIMI MESI IN SICILIA.

Diffondiamo:

Non dimentichiamoci che la repressione è una conseguenza (non sempre inevitabile) di territori che lottano, non il punto di partenza di speculazioni intrise di colonialismo. C’è chi dice che l’obiettivo è silenziare un territorio anche in vista di una sempre maggiore speculazione e cantierizzazione, per il ponte e i progetti di turistificazione in atto in tutte le città. C’è chi dice che l’arresto di alcunx compagnx che si organizzano contro i cpr e il sistema delle frontiere è un attacco alla lotta contro questo sistema mortifero. Tutto vero, ma ci si scorda di dire che se la repressione agisce è perché qualcunx si è mossx, perché i territori e i corpi che ospita si sono organizzati per resistere e contrastare dei processi che sempre più spesso ci sono presentati come inevitabili. La narrazione di un sud colpito dalla repressione che non menziona la spinta propulsiva che viene da questi territori non fa che nutrire una visione intrisa di vittimismo, che rappresenta persone passive e bisognose di aiuto. E non è così. Lo SHULUK soffia e la gente resiste nei quartieri, negli spazi liberati, nei cpr, nelle galere (semplicemente resiste, anche più di quanto ci immaginiamo).

In quest’isola sicula ormai sommersa dai turisti, viene narrato, per il piacere “forse” delle folle pacifiste e pacificate che esiste anche un’altra forma di turismo, quella che arriva , devasta e saccheggia… e poi si dilegua . Che poi viene perseguitata e incarcerata, negli stessi identici territori che si dice abbia attraversato come delinquente.. passato di lì per caso. E mentre ci impongono il terrore dell’avanzare del deserto, inaridiscono la vita, riducendola ad esistenza, sopravvivenza. Mentre si ingigantisce il totem dello Stato, mentre tutto vuole essere fatto rientrare nel regolare e quotidiano spettacolo delle apparenze, nello stesso momento la loro inquisizione si intensifica. Mentre svendono la vita al peggiore degli offerenti (quello sì che è saccheggio e devastazione!) applicano sapienti le loro operazioni di water-boarding a respiri altrimenti incendiari. Cercando di congelare il caldo ed umido Scirocco.

Questa replica della santa inquisizione è parte di uno stratagemma di pacificazione delle lotte, un’operazione di pulizia delle individualità categorizzate come problematiche per il normale svolgimento del mondo così per come vogliono che lo conosciamo. Una pacificazione delle lotte territoriali che mira al loro assorbimento nello sceneggiato democratico, negli argini dei proto(ac)colli previsti nelle norme, comprese quelle del “politicamente corretto”. Un banale (in quanto intrinsecamente accettabile) dispositivo di controllo e prevedibilità delle masse che, affinché riesca, necessita di un certo tipo di mediazione; solitamente riprodotta dalle strutture partitiche e/o sindacali, comunque amministrativo-rappresentative. E che si può dire, poi, dell’ altra faccia della medaglia, l’informazione main stream che usa la retorica questurina deglx agitatorx venutx da fuori?! Quasi a sottolineare che la spinta propulsiva non è propria di chi lotta qui, per togliere agentivitá alle comunità siciliane. In più si cerca di isolare una lotta rendendola esclusivamente competenza di un territorio cercando di non farla uscire dai confini arbitrariamente definiti, un affare da silenziare. La solidarietà è un arma e questo fa paura, per tale motivo si cerca di sminuirla quando si fa sentire.

È che poi si scordano che in questa terra lo scirocco quando soffia porta con sé migliaia e migliaia di granelli, irriducibili alle differenziazioni che li vuole soffocati dentro qualche contenitore identitario. SHULUK arriva umido e caldo dalle frontiere che insistono sin sotto le case che abitiamo, ululando contro le vostre vetrine appena lustrate.

DOPO LA CALMA PRIMA DELLA TEMPESTA

Diffondiamo da Infranero: 

In ogni caso, i fatti sono noti. Ripeterli, magari aumentando la dose dei relativi dettagli tecnici, non porta a nulla. Non si provocano né attacchi di panico né esplosioni di rabbia, e non si percepiscono chiare tracce di ansia. La popolazione civilitica è per lo più indifferente a quanto le accade davanti agli occhi — crede ancora di vivere in un mondo che non c’è più. Un mondo stabile e affidabile con le sue quattro stagioni, gli scaffali dei supermercati ben forniti, le vacanze prenotabili online, gli ambiziosi progetti di carriera, la meritata pensione dopo una più o meno dura vita di lavoro, e le soluzioni tecniche per eventuali imprevisti a portata di mano.

Una compostezza a prova di calamità. Alluvioni. Fiumi secchi. Ondate di calore. Tempeste. Incendi boschivi. Scioglimento di ghiacciai. Carestia dei raccolti. Estinzione di specie animali. Tutto continua come prima. Pandemia. Lockdown. Museruole ad hoc. Vaccinazioni dietro ricatto. Guerra. Genocidio. Sì, una seccatura, ma alla fine andrà tutto bene.
Eppure ormai dovrebbe essere chiaro: non esiste una catastrofe imminente, poiché siamo già dentro alla catastrofe. Evocare cupi scenari futuri è del tutto ridicolo e superfluo, il cupo presente è più che sufficiente. Sufficiente? Per stimolare cosa? Duemila anni di religione sacra che preannuncia il paradiso dopo la fine della vita, e duecento anni di religione profana che promette il comunismo dopo la fine del capitalismo, hanno ottenuto il loro migliore effetto: l’attesa. Perenne e fiduciosa. Davanti al susseguirsi delle catastrofi planetarie, l’umore generale è semplicemente passato dall’ottimismo forzato alla paralisi, in un micidiale miscuglio di rassegnazione e confusione. Di tutte le minacce, è questa la più immediata: la ragione è in ritardo rispetto alla realtà, motivo per cui azioni sostitutive si affollano nello spazio intermedio.
Bisogna infatti ammettere che la mente si trova oggi a confrontarsi con condizioni senza precedenti. È impossibile riflettere sulla nuova realtà senza affrontare contemporaneamente la questione di come questa influenzi il pensiero. Per quanto diversi possano essere i pericoli che incombono su tutti noi, hanno almeno un elemento in comune: sono generati dall’essere umano. Ciò significa che bisogna considerare anche il palese fallimento del pensiero.
Già solo la scelta dei vocaboli da usare pone non pochi problemi. È possibile parlare di cose sproporzionate senza utilizzare parole sproporzionate? Catastrofe? Apocalisse? Beh, di certo non si può parlare di crisi o di disastri. L’uso di questi termini, in relazione ai processi globali in corso, è già di per sé una banalizzazione. Se le parole sono importanti, allora vocaboli come crisi e disastri andrebbero tralasciati. Una crisi petrolifera o una crisi finanziaria, ad esempio, vengono percepite come manifestazioni acute di contraddizioni strutturali (dipendenza da una materia prima, movimento del capitale economico). Resta in piedi l’idea che si tratti tutt’al più di una risolvibile interruzione di un sistema altrimenti funzionante. Lo stesso vale per i disastri. Quando si verifica un’alluvione o un incendio boschivo, vengono prese misure di salvataggio, ma non appena l’emergenza non è più pressante la vita quotidiana torna a scorrere come prima. Perché il dis-astro è una disgrazia originata da una cattiva stella, da un destino avverso. Shit happens, dicono gli anglosassoni.
Sebbene meno rassicuranti, termini come collasso o rovina sono a loro volta fin troppo deterministici. In essi, la conclusione è già prestabilita; non c’è spazio per percorsi alternativi. Ma allora, se il destino è già segnato, perché rifletterci sopra e scriverne (per non parlare del perché agire al fine di influenzarlo)? Al contrario, un termine come antropocene alimenta l’illusione di una transizione verso un’èra moderna stabile e sicura. Un ottimismo davvero fuori luogo, che può solo spingere le case automobilistiche a progettare Suv ecosostenibili o i partiti ecologisti a sostituirsi alle redini del governo. Tutto sommato, nessuna di queste caratterizzazioni della situazione attuale è realmente utile. Piuttosto, sono rivelatrici di chi le utilizza.

Ammettiamolo. Da quanti anni siamo tutti consapevoli di viaggiare su un treno diretto ad alta velocità verso il baratro? Da quanti anni vengono lanciati appelli urgenti richiamando l’attenzione sul fatto che all’umanità resta pochissimo tempo per affrontare gli sviluppi allarmanti che minacciano la sua sopravvivenza? Quante volte sono stati ricordati i rischi del riscaldamento globale, dell’estinzione delle specie, del declino delle acque dolci, delle crescenti zone morte negli oceani, della progressiva deforestazione? Quante volte sono state denunciate, in un contesto simile, le crescenti possibilità della diffusione di virus letali? Oppure, quante volte il conflitto nel Donbass è stato annunciato come la scintilla che avrebbe provocato la terza guerra mondiale?
Eppure, non solo non è stato fatto nulla per scongiurarla, ma la situazione è peggiorata ulteriormente in tutti i settori. Cento anni fa, un singolo terribile avvertimento da parte di eminenti studiosi avrebbe gettato il mondo intero nello sgomento, persino nel panico, e non sarebbe stato privo di conseguenze pratiche. Oggi, vale a malapena una breve notizia.
Cos’è successo? Come nella famosa parabola della rana bollita, la maggior parte delle persone sembrano intorpidite dal graduale riscaldamento nella pentola e dalle ripetute notizie che ne derivano. Tutti sono informati, ma nessuno si sente veramente minacciato. Manca poco tempo, sì, sì, lo sappiamo già, non annoiateci. Anche la maniera in cui vengono date tali informazioni contribuisce alla fatale assuefazione. L’imminente apocalisse diventa una notizia da collocare tra un resoconto politico quotidiano e un reality show. Non che le si conceda troppo poco spazio, ci sono servizi su servizi e trasmissioni speciali sull’argomento. Semplicemente questa minaccia immanente è stata trasformata in un «argomento» a sé stante. Cinque minuti di apocalisse, ed ora passiamo allo sport. Come se il peso di quanto sta accadendo non gravasse su tutte le emozioni, i pensieri, i sogni, i progetti umani. La separazione tra catastrofe e vita quotidiana viene mantenuta artificialmente. In questo modo non è solo la catastrofe a venir resa irreale, ma anche e soprattutto la vita quotidiana.
Da qui, la paralisi. Indubbiamente, la ragione di questa paralisi prolungata è un peso immenso e soverchiante. Non è solo l’immaginazione a cedere di fronte alla catastrofe; le dimensioni di quanto sta avvenendo sono troppo smisurate per essere comprese. Il pianeta, l’umanità, la vita: come possono questi concetti non essere irrimediabilmente astratti in relazione alla nostra esistenza, che è pur sempre individuale? Quando gli scienziati si rivolgono «all’umanità», quando i movimenti si rivolgono al «popolo» o al «proletariato», i loro appelli vengono restituiti con la dicitura «destinatario sconosciuto». Ecco allora affiorare l’ovvia tentazione: non sarebbe più saggio smettere di rimuginare su questioni su cui ci si sente impotenti? Beati coloro che hanno un’immaginazione limitata, che senso ha torturarsi? Meglio dedicarsi a progetti concreti che consentano almeno piccoli miglioramenti, magari pompandoli di confortante retorica (dall’ambulatorio popolare all’orto insorto). Invidiabili sono i nostri antenati, a cui era permesso distruggere il proprio ambiente senza troppi rimorsi!
La scelta tra ignoranza e infelicità è un vecchio argomento filosofico e letterario, solo che a noi questa scelta non è più concessa. Tutti sappiamo. E quando ormai c’è la conoscenza, l’unica alternativa possibile al pensiero è la negazione o la rimozione. Ma come è noto, i fatti negati o rimossi non scompaiono affatto. Continuano ad operare. Sul tavolo anatomico dell’accademia, docenti e ricercatori possono ben continuare a sezionare il marxismo, annunciando di aver rinvenuto in esso frammenti primordiali di un pensiero critico. Nelle piazze reali o virtuali delle metropoli, attivisti e militanti possono ben continuare ad agitarsi e ad esaltarsi per il movimento sociale del momento, annunciando di intravedervi la possibilità concreta di sfidare l’ordine delle cose. Non sono che narrazioni autoconsolatorie davanti a una realtà sempre più atroce.

Ciò che è accaduto negli ultimi cinque anni ha terminato di annientare il mondo così come l’abbiamo conosciuto, quello in cui siamo nati e cresciuti, fino ai resti delle sue illusioni. Ognuno ha visto sbriciolare i propri abituali punti di riferimento; chi lo stato di diritto, chi il potere al popolo, chi il risveglio delle coscienze… pilastri ridotti in polvere e macerie dalla tracotanza del dominio e dall’implacabilità dei suoi algoritmi. In un simile contesto si può fingere di vivere ancora nel Novecento e nel suo immediato prolungamento, alimentandone all’infinito le speranze. Oppure si può prendere infine atto di essere alieni in un territorio perennemente straniero e ostile. Se l’orrore per l’immane tracollo dell’intera civiltà, la rabbia di fronte alle devastanti conseguenze, la testardaggine di non volerle subire passivamente, non portano necessariamente né all’ottimismo beota né al pessimismo impotente, vero è che un minimo di lucidità — «la ferita più vicina al sole» — è oggi più che mai un requisito indispensabile per riconoscere e giocarsi le possibilità residue, quali che siano.

SICILIA: ALCUNI APPUNTI SULLE DICHIARAZIONI DEL PROCURATORE IN OCCASIONE DELL’OPERAZIONE “IPOGEO”

Diffondiamo

La scoperta di una camera funeraria scavata nella pietra da il nome alla Via Ipogeo che precede Piazza Lanza, luogo della casa circondariale di Catania. Proprio dal nome di questa via prende il nome dell’operazione condotta dalla procura di Catania ed il reparto antiterrorismo della digos in sinergia con quelli di altre province.

Un’operazione che ha portato alla perquisizione delle abitazione di diversx compagnx tra Catania, Palermo, Bari, Messina, Siracusa e Brindisi ed il trasferimento rispettivamente alla casa circondariale di Piazza Lanza e di Brindisi di due di loro, L. e B. Una terza persona sarebbe soggettx a mandato di cattura europeo ed attualmente (sembrerebbe) ricercata. Unx di loro, B., si trovava già in custodia cautelare presso la sua residenza per i reati contestatele dalla procura di Messina in occasione del carnevale no ponte dello scorso primo di marzo.

Lo stesso ipogeo in cui rinchiudono quotidianamente quelli che loro definiscono corpi carapaci dei loro personalissimi interessi. Il buio della detenzione, ostaggi di stato in una guerra interna tutta voluta da un sistema, quello capitale-coloniale, che non gradisce intoppi alla sua “normale” azione di intumescenza della vita in virtù dello sgocciolante guadagno. Ma il buio del loro sottosuolo non sarà mai veramente così oscuro fino a che a proliferare vi sarà anche il micelio della solidarietà, le luci dell’incendiaria complicità.

Così mentre il procuratore di Catania, F. Curcio, rivendica il diritto al rispetto ed alla dignità del personale in divisa; bisogna ricordarsi di Carlo Giuliani, Aldrovandi, Cucchi, Uva, Riccardo Rasman, Ramy, Rachid Nachat, Ugo Russo…. bisogna ancora ricordarsi di tutte le vittime della reclusione, dai CPR, alle galere, passando per ogni altra forma di localizzazione forzata di corpi nello spazio. Le 55 persone suicidate negli istituti detentivi italiani solo da gennaio a luglio del 2025; Moussa Balde, Ousmane Sylla, Wissem Ben Abdel Latif e tutte le altre persone barbaramente uccise dal sistema di confinamento e deportazione dello stato italiano… domandarsi dove sia il diritto alla dignità e il rispetto per tutte queste persone; prima differenziate dalle molteplici frontiere di questo mondo (tanto interne, quanto esterne; tanto geografiche, quanto morali), poi gerarchizzate, poi marginalizzate, poi risucchiate e poi interrate nell’ipogeo del capitalismo. Ma di questa parola, DIRITTO, non ci si può fidare troppo, dato che strabocca dalle cloache del sistema solo quando serve loro a difendersi, quando serve a PUNIRE.

Continua il procuratore parlando di “attacco gratuito” alle istituzioni. Lo stesso attacco gratuito che i loro squadroni della morte fanno nelle palazzine abitate da gente altrimenti senza casa? Oppure lo stesso che vede i gellieri dei reparti mobili sbombazzare di lacrimogeni le città e i volti delle persone? O forse lo stesso che avviene a Gaza, di cui anche lo stato italiano e i suoi apparati portano le tracce di sangue sulle mani? Lo stesso che ogni manganellata fa schioccare insanguinando persone nelle piazze? Lo stesso attacco fatto dalla loro propaganda di guerra?

È davvero in discussione la possibilità di poter saccheggiare le città? O è assolutamente inconcepibile qualunque intralcio al saccheggio totale non solo delle città?

Cosa saccheggia la vita allora? Cemento? Campi sterminati di pannelli solari? Cavi sotterranei che penetrano terra e fondali? Turismo vorace?Cantierizzazione? Cemento a volontà? Lo stupro quotidiano del lavoro? L’espandersi continuo e ossessivamente vorace del loro progresso (vedi morte)? Le loro infrastrutture della comunicazione e del commercio?

LA VITA È SACCHEGGIATA SOLO DAI LORO PUTRIDI INTERESSI, DIFESI DAI LORO ESERCITI, POLIZIE E TRIBUNALI.

LUIGI, BAK, ANDRE, GUI LIBERX SUBITO!!
LIBERX TUTTX!!!
PALESTINA LIBERA!
NO AL PONTE SULLO STRETTO!

Per scrivere a compagnx reclusx

Luigi Calogero bertolani
C/o casa circondariale
Piazza Lanza 11
95123 Catania

Gabriele Maria Venturi
C/o Casa Circondariale
Via Appia 131
72100 Brindisi