CATANIA: STRAVOLGIMENTO IN PILLOLE

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Stravolgimento in pillole 
 
Intento di questo scritto non è fornire alla stampa o agli influencers elementi per i propri articoli e nemmeno spiegare il nostro pensiero in modo completo o esaustivo, ma contrastare 30 anni di disinformazione, banalità e cliché che si riproducono congelati nel tempo. A sempiterna dimostrazione di una società decadente che crede di essere devota al progresso e all’innovazione, ma che dimostra di essere al palo, quando non sceglie volutamente di tornare indietro imboccando i vicoli ciechi della reazione. La somministrazione di queste pillole va inserita nel contesto degli spazi occupati e del loro continuo essere sotto attacco in generale e dello sgombero della L.U.P.O. a Catania, in particolare.
 

Le regole sono uguali per tuttx?
Sentiamo dire spesso che le regole sono uguali per tuttx, una pacifica affermazione teorica che dovrebbe mettere d’accordo chiunque, ma che, nella pratica e quindi nella realtà, diventa talmente aleatoria da rasentare l’assurdo. A ben vedere sembra infatti che le regole siano diverse per tuttx.
Lo sono per chi commette lo stesso reato ma non può permettersi un avvocato decente, lo sono per le tasse dellx poverx che in percentuale pagano più di un colosso multimilionario, lo sono per chi non possiede il giusto pezzo di carta per trattenersi nel nostro paese, lo sono per un governante rispetto ad un governato, lo sono per la Russia e per Israele e potremmo continuare all’infinito. Le leggi sono codificazioni di rapporti di forza, non immutabili sacre parole scolpite nella pietra. È legale arrestare e deportare chi non ha commesso reati, è legale vietare la parola che critica Israele, è legale impedire il dissenso attraverso fermi preventivi, è legale l’abuso d’ufficio, ed è legale l’attività di lobbysmo che riduce la politica a mera esecuzione dei dettami dei potenti. Quindi, da eretichx, non ci vergogniamo di sostenere che l’inviolabilità delle vostre sante parole è solo un’opinione, in questo caso un’opinione volta a indirizzarci verso un regime. Gli spazi occupati nascono proprio per sovvertire le regole, per acquisire uno spazio dove le leggi del potere sono estranee e dove si costituiscono altri principi a seconda della comunità che li sostiene.

Spazio per la città?
Non ci appartiene l’ipocrisia di voler restituire un posto alla collettività: questo argomento, usato a destra e a manca, viene utilizzato da istituzioni, giornalisti e anime belle del movimento per giustificare tanto un’occupazione quanto uno sgombero. Ma il bene collettivo punto di fuga a cui tutte le linee politiche dovrebbero tendere è un orizzonte a cui nessuno veramente punta. Ogni scelta che indirizza le regole del gioco proviene da “legittimi” interessi di parte, e chi non detiene abbastanza potere economico è ridotto ad essere privo di voce per difenderli. A Catania i quartieri periferici mancano di servizi essenziali come fognature, reti idriche, illuminazione, scuole, servizi sociali, con strade che sono un colabrodo, e due piazze e un’arteria principale che stanno letteralmente crollando a mare. E quindi perché i fondi del PNRR vengono utilizzati prevalentemente nel centro storico, salotto buono ad uso turistico, e non dove giovano alla collettività? Ed è per il bene della collettività che si costruisce un ecomostro-giudiziario sul trafficato litorale? Chi si fa scudo dell’altruismo spesso nasconde interessi inconfessabili e noi siamo sempre stati ben chiari: un posto occupato non è un centro d’assistenza sociale che eroga servizi. All’interno non vi sono operatori stipendiati o volontari che praticano beneficenza. Uno spazio occupato è un rifugio sicuro per tuttx quellx che sono oppressx da questo sistema sociale e relazionale patogeno e necessitano di potersi esprimere liberamente attraverso attività culturali e sociali non orientate al profitto e non mediate da alcuna autorità. In quanto tale, lo spazio occupato non si rivolge all’intera cittadinanza ma funge da catalizzatore per chi al suo interno si sente ai margini, sfruttatx ed espropriatx della propria possibilità di esprimersi in una società sempre più escludente e dotata di un controllo sempre più soffocante, ma soprattutto per chi vuole reagire a questa condizione e sceglie di organizzarsi orizzontalmente per farlo.

In un mondo di deleghe l’unico rimedio è L’Autogestione
Sappiamo ci vorreste a casa, davanti ai social a regalarvi tutta la nostra intimità, mentre disimpariamo a confrontarci e ad avere relazioni sane ed autentiche, a cedere alla scarsa attenzione e a gioire della superficialità, ad uniformarci al pensiero del gregge. E vorreste vederci diventarne esemplari paladini solamente per paura di affrontare lo stigma sociale attribuito a chi difende le proprie idee fuori dal coro. Ci vorreste a costruire con fatica una vita precaria di sfruttamento e sacrifici per poter consumare in modo da arricchire qualcuno. Ma se proprio non si può sopprimere l’antico male della gioventù, si può attenuarlo attraverso la movida notturna con affollati locali e discoteche. Lì le regole del commercio assicurano il corretto svolgimento secondo i rituali del consumo: lavoro in nero, maltrattamenti e oggettificazione sessuale, orari di lavoro estenuanti, straordinari non pagati, full time pagati part time…Anche risse e furti appartengono a questa ritualità basata sulla contraddizione tra manager e dipendente, esercente e fruitore, negoziante e cliente, delegato e delegante su cui si basa l’inviolabilità della proprietà. In un luogo occupato cessa di esistere la proprietà e con essa il ruolo e la gerarchia divisiva. Chiunque attraversi lo spazio ne è una parte attiva e non un passivo consumatore. Questo permette una maggiore responsabilizzazione e quindi più cura e rispetto per il luogo e le persone senza necessità di buttafuori, sicurezza e guardie varie, ecco perché una comunità forte non necessita di polizie.

Come muoiono gli spazi occupati
Da 30 anni ad ogni sgombero la solita tiritera: “è la fine dei centri sociali!”, “Una volta erano diversi” “Ai miei tempi sono cresciuti lì artisti formidabili”, “Non hanno più la funzione di un tempo”. Verrebbe da dire: meno male!! I tempi cambiano, le persone, le idee, i movimenti e le espressioni artistiche cambiano con essi. Quello che resta è la necessità di un posto reale dove praticarle uscendo dal proprio steccato. Per noi l’autogestione e l’illegalità del posto occupato sono condizioni necessarie al suo libero sviluppo per dispiegare il potenziale sovversivo della cultura.
Quando uno spazio occupato viene sgomberato non si interrompono solamente i tanti progetti e le attività che si svolgono al suo interno ma si spezza una comunità fluida, viva e attiva. Con lo smantellamento di questa comunità additata a fattore di degrado, si prova ad indebolire la locale capacità di riproduzione di idee e culture alternative al capitale e soprattutto la sua capacità di reagire attivamente in una città territorio conteso tra chi la vive e chi la governa. Non ci stupiamo quindi che le autorità attacchino con forza questi luoghi privando queste comunità della dignità di esistere. Esemplare è il caso della L.U.P.O. dove ancora prima di sgomberare si operava ignorando lx occupanti, recintatx all’interno di un cantiere attivo come fossero invisibili. Come sempre, adesso, politici che lucrano su un sistema mafioso di prebende e clientelarismo, che operano attivamente per costruire guerre, che sostengono il genocidio di una intera popolazione, che seguono ligi i dettami di un suprematista bianco pedofilo, che attuano una sorveglianza di massa per difendere i loro privilegi, che incarcerano, deportano, torturano e massacrano, vorrebbero dirci che siamo noi ad essere una comunità simbolo di morte e degrado?

Perché non rilasciamo interviste
Solo quando un luogo come il nostro viene sradicato, alcune parti della città si accorgono della sua esistenza. Un’esistenza inspiegabile per alcunx. Un’esistenza che quindi deve essere ricondotta a concetti più familiari e innocui, in grado di spiegarla ed etichettarla, per poi catalogarla nella semplice dicotomia tra male e bene. Il sistema mediatico, che in teoria dovrebbe basarsi su un accesso equo, gratuito e universale all’informazione, è incompatibile con il sistema capitalista dato che i media al suo interno non sono altro che imprese che vendono consenso. Editori, giornalisti e adesso anche influencer ammantati dalla sacra aura d’inviolabilità democratica possono liberamente fungere da voce mercenaria degli interessi privati dei potenti di turno. Mestieri che forti di questa investitura possono prestarsi a qualsiasi bassezza: sensazionalismo, nessun garantismo per i meno abbienti, informazione parziale o non accurata, razzializzazione dei crimini, strumentalizzazione dei femminicidi, rappresentazione distorta dei rischi, articoli a pagamento, titoloni strappa click, pubblicità trasformate in articoli, e tante altre. Basare la propria comunicazione su mezzi che richiedono benevolenza e magnanimità di un nemico di classe non sembra una mossa sensata ma soprattutto perché mediare la nostra comunicazione e non fare parlare i nostri canali, muri, panchine e cespugli? Perché dobbiamo renderla virale anche al costo di distorcerne totalmente il significato? Perché per sfruttare la scia del momento dobbiamo trasformare le nostre idee in spot? Nonostante tutto hanno provato a metterci parole in bocca, a cucirci addosso i loro cliché preconfezionati, per inquadrarci nella rassicurante narrazione che conviene ai loro sponsor. Ma stavolta i grigi scribacchini del bianco e nero, restando all’asciutto d’informazioni di prima mano e confusi da contrastanti input, si sono dovuti arrendere alla complessità del mondo a colori.

Un grande abbraccio complice a tuttx lx ammutinatx, consapevoli che nonostante i rischi la libertà è sempre un buon bottino!