
ESITO UDIENZA PER GABRIELE

Cresciamo nei terreni incolti, nelle zone asciutte e sassose, ai bordi dei viottoli


Diffondiamo:
“Dall’Ungheria alla Palestina Free Them All: al fianco di Gabri, Ilaria, Tobias e i/le compagn* sotto processo, detenut*, ricarcat* “
Il corteo in solidarietà a Ilaria e a tuttx i/le prigionierx è stato bloccato per circa due ore nei pressi dell’ambasciata dell’Ungheria e poi attaccato con una pesante carica per impedire ai compagnx di raggiungere il corteo per la Palestina. Alle 17.30 il corteo è riuscito a ripartire.
LIBERTÀ PER TUTTX LE ANTIFA!


DOMENICA 18 FEBBRAIO
Allo Spazio Autogestito di Via de Rubeis 43, Udine
Il 7 maggio del 2016 un corteo di varie centinaia di persone si batte per diverse ore al passo del Brennero bloccando autostrada e ferrovia per più di mezza giornata, in risposta alla proclamata intenzione del governo austriaco di costruire un muro anti-immigrati alla frontiera italo-austriaca con la complicità dell’Italia.
Lo Stato decise di processare per quella giornata in totale più di 120 compagni e compagne. La sentenza d’appello ha alla fine condannato 63 di loro ad un totale di 123 anni di carcere. Qualora le condanne fossero confermate in Cassazione, il 5 marzo prossimo, una trentina tra compagne e compagni potrebbero finire in carcere, vari altri e altre ai domiciliari.
Come transfemministx riteniamo fondante l’intersezionalità delle lotte e l’importanza di sostenerci l’unx l’altrx contro la repressione che avanza e che colpisce chiunque si esponga contro le nocività e le oppressioni sistemiche.
Ora come allora siamo dalla parte di chi, per mezzo dell’azione diretta, decide di attaccare le strutture e i responsabili di questo sistema di asservimento e devastazione, perchè abbattere le frontiere non può essere solo uno slogan con cui reclamare il ritorno a Schengen o una diversa politica di “accoglienza” da parte delle istituzioni e nemmeno una mera espressione di solidarietà nei confronti dei profughi. Significa battersi autonomamente – con quelli che ci stanno – per sconvolgere un ordine sociale marcio fino al midollo.
PROGRAMMA DELLA GIORNATA
Ore 10.30
Aggiornamento sul processo e discussione a partire da quella giornata di lotta e i suoi legami con il presente.
a seguire PRANZO SOCIALE VEGAN
Nel pomeriggio furious feminist dj set con ERIKA e URANIA IMPOVERITA
Tutto il giorno TATTOO
Come funziona la Tattoo circus
Tattoo Artists presenti:
Lady Electric Ljubljana
Se hai già in mente un tatuaggio (medie o piccole dimensioni) contatta Lady Electric per metterti d’accordo e prenotare un posto scrivendo a ladyelectrictattoo@gmail.com
Krina
Se ti piace lo stile di Krina vieni a vedere il suo flash book e decidi sul momento!
ANGOLO TAROCCHI a cura di Coco
Avete bisogno di un consiglio su quella situazione che vi sembra proprio irrisolvibile? Magari una lettura può aiutarvi a fare chiarezza sui vostri sentimenti e darvi un piccolo suggerimento.
N.B. Qui non si predice il futuro!
Banchetti informativi
Distro
Cibarie vegane e senza glutine
Autoproduzioni
e ciò che va oltre la fantasia…
SE SEI MOLESTO STATTENE A CASA TUA
Se hai domande e curiosità puoi scrivere a laboratoria.tfq.ud@canaglie.org
https://laboratoriatfqudine.noblogs.org/

Riceviamo e diffondiamo la storia di Sereno Quirino, detenuto da sedici anni nella casa circondariale di Parma.
Mi chiamo Luca Sereno e scrivo per denunciare il trattamento a cui è sottoposto mio padre, Sereno Quirino, detenuto da 16 anni nella casa circondariale di Parma. Negli ultimi anni, ha affrontato gravi problemi di salute, tra cui dischi intervertebrali schiacciati lungo la spina dorsale, calcificazione delle rotule della gamba destra e sinistra, 6 tumori benigni rimossi tra intestino e colon, macchie nere nei polmoni e varie altre patologie.
All’arresto, 16 anni fa, mio padre non presentava alcuno di questi problemi, ma ora è costretto a utilizzare stampelle e, in alcuni giorni, una sedia a rotelle. Durante i processi, viene trasportato in ambulanza e giunge in tribunale sdraiato su un lettino a causa dei suoi gravi problemi di salute.
Dopo molte lotte e richieste con il mio avvocato, siamo riusciti a ottenere visite più complete e specializzate per le sue patologie presso il Centro dei Dolori. Prima di queste visite, a mio padre venivano somministrati diversi medicinali, tra cui Seroquel da 200 mg (tre pastiglie al giorno, quindi 600 mg), Irika, Stinox, Contromal e molti altri. La sua cartella clinica è estremamente complessa, e anche ricordare tutti i farmaci a memoria risulta impossibile.
Questo per evidenziare la difficile situazione di salute di mio padre, che necessita di cure adeguate e di un’attenzione particolare da parte delle autorità penitenziarie. Riusciamo a farlo visitare al Centro dei Dolori, dove dopo esami specializzati per i suoi dolori, gli viene prescritto il cerotto di Fentanil. Questo cerotto rilascia il principio attivo nel corpo per tre giorni, successivamente viene cambiato. Inizia con il dosaggio da 25, poi passa a quello da 50 e infine a quello da 100. A ciò si aggiungono i suoi medicinali “di sempre”, con l’eccezione del Contromal, che viene sostituito dal Fentanil in cerotto.
Circa 3-4 mesi fa, mio padre viene sottoposto a un controllo al Centro dei Dolori. Durante questo controllo, la dottoressa, senza spiegazioni, decide di interrompere tutti i medicinali, compreso il cerotto di Fentanil, in un periodo di soli 9 giorni. Questo avviene dopo anni di assunzione regolare, e la rapida diminuzione delle dosi, senza alcun adeguato scalaggio, solleva interrogativi sulla motivazione di una scelta così drastica. È evidente che una persona che ha assunto dosi così elevate di medicinali derivati dalla morfina e oppiacei per molti anni potrebbe reagire in modo significativo a una interruzione così improvvisa e completa del trattamento. Restiamo perplessi e ci chiediamo quale possa essere il motivo dietro una decisione così radicale, specialmente considerando gli anni di somministrazione di questi farmaci. Mio padre non ha certo guarito miracolosamente da un giorno all’altro; al contrario, la sua situazione è peggiorata. È come se andaste dal medico con la febbre e, anziché prescrivervi una normale tachipirina o effettuare esami specialistici, vi privasse improvvisamente del trattamento. Questo esempio, seppur semplice, mira a illustrare la gravità della situazione. Una dottoressa ha compiuto un gesto simile, togliendo tutto senza apparente motivo. Benché conoscessimo il motivo, senza prove non possiamo dichiararlo apertamente. È evidente che si tratti di qualcosa di più, poiché anche un bambino comprenderebbe che un’azione del genere equivale a tortura.
Dopo quel giorno, mio padre ha subito un intervento per rimuovere polipi e tumori (sei in totale, tra colon e stomaco). Sorprendentemente, dopo l’operazione, non gli è stato somministrato alcun antidolorifico o sollievo. Abbiamo presentato denunce, ma le risposte sono state deludenti, come il commento della dottoressa che ha dichiarato di pensare di aver aumentato il cerotto. Questo è solo un esempio delle risposte ricevute.
Ho deciso di condividere questa storia su una pagina Facebook dedicata ai diritti dei detenuti, accompagnata da foto che documentano quanto accaduto. La trasformazione di mio padre da prima di quel tragico giorno a ora è evidente durante le videochiamate, quando lo vedo in una sedia a rotelle, senza parlare e soffrendo visibilmente. La sensazione di impotenza di fronte a questa situazione mi distrugge, e il dolore che sto vivendo è straziante. Mio padre sta morendo lentamente davanti ai miei occhi, e mi sento totalmente impotente. Dopo questo articolo pubblicato su Facebook, una ragazza dell’Associazione Yairaiha ETS, contatta la garante dei detenuti di Parma, che visita immediatamente il carcere per comprendere la situazione. Nonostante le rassicurazioni iniziali, viene promesso a mio padre un sostituto del cerotto con lo stesso principio attivo come antidolorifico. Tuttavia, questa promessa si rivela una presa in giro, poiché dopo diverse settimane, mio padre è ancora nella stessa situazione.
La garante, chiedendo aggiornamenti, riceve risposte ingannevoli, affermando che tutto è a posto. In realtà, a mio padre è stato somministrato solo uno psicofarmaco che, anziché alleviare il dolore, lo ha reso quasi catatonico. È vergognoso vedere come invece di fornire un antidolorifico di cui mio padre ha estremo bisogno, venga somministrato un farmaco che lo sta trasformando in uno stato quasi vegetativo. Fortunatamente, mio padre ha rifiutato questo psicofarmaco, dimostrando una lucidità che sembra mancare nelle decisioni della struttura penitenziaria. La situazione che mio padre sta vivendo è un chiaro caso di tortura, una pratica inaccettabile. Nonostante gli sforzi della garante dei detenuti, la presa in giro continua, e nemmeno le informazioni sui medicinali somministrati vengono fornite chiaramente.
Chiedo a chiunque legga questo testo di aiutarmi. Non sto cercando la liberazione di mio padre né sconti di pena; è responsabile delle sue azioni e deve affrontare le conseguenze. Tuttavia, non merita di essere sottoposto ad una simile tortura. Non sto chiedendo l’impossibile, solo giustizia e un trattamento umano. La sua salute è in serio pericolo, e non posso rimanere inerte, aspettando che la situazione peggiori.
Vi prego, chiunque possa aiutare, chiunque possa fare qualcosa, vi chiedo aiuto. Non so più a chi rivolgermi, mi sento impotente. Questa non è solo una questione di diritti umani, ma di umanità. Spero che la vostra solidarietà possa portare a un cambiamento positivo per mio padre.
Di Luca Sereno, ( figlio di Quirino Sereno)

Diffondiamo:
Oggi 26 gennaio si è tenuta l’udienza in Cassazione per il nostro compagno anarchico Juan, in carcere dal 2019 per un attacco contro la sede della Lega di Villorba, condannato in appello a 14 anni e sette mesi. A Bologna sono stati appesi due striscioni, uno in Piazza dell’Unità, uno in zona universitaria, dove sono stati distribuiti e affissi anche volantini in solidarietà.
Non sappiamo chi ha colpito la sede trevigiana della Lega quel giorno ma abbiamo ben chiaro che le vere stragi sono da un’altra parte.
Solidalirietà a Juan! Contro il razzismo genocida di Stato e Lega Nord! Contro il massacro del popolo palestinese! Solidarietà a tuttx lx antifascistx e rivoltosx internazionalistx in Ungheria, in Europa, nel mondo! Contro le frontiere! Solidarietà allx anarchichx imputatx nel processo del Brennero!



Riceviamo e diffondiamo un aggiornamento sul processo Rondenbarg, Amburgo G20 2017.
Il 18 gennaio ad Amburgo si è aperto il processo Rondenbarg, legato al corteo della mattina del 7 luglio 2017, in occasione del G20. 73 persone di diverse nazionalità (tra cui due italianx) sono accusatx di “grave violazione della quiete pubblica, violenza contro pubblici ufficiali con un caso particolarmente grave, nonché tentate lesioni personali gravi, formazione di gruppi armati e danni alle cose” per aver preso parte ad un corteo di circa 200 persone che fu violentemente represso dalle forze dell’ordine pochi minuti dopo la partenza. Il bilancio dell’operazione fu di un numero imprecisato di feriti tra cui 14 gravi, alcunx con danni permanenti, e 59 arresti, alcunx rilasciatx tre giorni dopo alla fine del vertice, altrx rimastx per settimane o mesi in custodia cautelare in carcere.
Si tratta di un processo politico, nel quale la Procura di Amburgo vuole dimostrare che la sola presenza ad una manifestazione sia sufficiente per condannare per “supporto morale”, reato depenalizzato nel 1970 e reinserito poco prima del G20 appositamente per colpire x manifestantx.
Per ora sono state fissate 25 udienze fino ad agosto. Durante le prime udienze sono stati visionati dei filmati del corteo e si è discusso sulla natura di esso per capire se l’accusa fosse applicabile applicabile o meno. La prossima udienza si terrà l’8 febbraio, seguiranno aggiornamenti.
Segue una traduzione di un quadro di quanto accaduto dal 2017 ad oggi, dal sito https://gemeinschaftlich.noblogs.org/ su cui sono disponibili ulteriori aggiornamenti e informazioni in tedesco.
Qui un aggiornamento a cura di osservatorio repressione https://www.osservatoriorepressione.info/riprendono-processi-g20-del-2017-ad-amburgo/
Informazioni di base sul processo Rondenbarg
Nel luglio 2017 si è svolto ad Amburgo il vertice annuale del G20, in cui si incontrano i capi di Stato e di governo dei venti paesi più potenti del mondo. In quell’occasione decine di migliaia di persone si sono recate ad Amburgo per scendere in piazza contro i negoziati capitalisti e per un mondo più giusto senza sfruttamento e oppressione. Già prima dell’inizio del vertice la città di Amburgo era blindata da forze dell’ordine e da restrizioni alla libertà di aggregazione come il divieto di manifestazioni in un’area di oltre 30 chilometri quadrati dal centro e il divieto di accampamento.
La prima manifestazione “Welcome to hell” della sera del 6 luglio fu brutalmente caricata e dispersa dalla polizia. Il 7 luglio, primo giorno del vertice, migliaia di attivistx erano in giro fin dalle prime ore del mattino per manifestare e bloccare le vie di accesso ai partecipanti al vertice. Dal campeggio autorizzato nel parco di Altona (fuori dall’area oggetto di restrizioni) sono partite diverse manifestazioni che dovevano congiungersi al corteo principale. Sulla strada per il centro della città, in via Rondenbarg, un gruppo di circa 200 persone è stato bloccato da diverse unità di polizia con idranti che hanno chiuso il corteo davanti e dietro e hanno brutalmente caricato la manifestazione da entrambi i lati costringendo le persone a disperdersi. I manifestanti sono stati violentemente buttati a terra, picchiati ed insultati, ci sono state numerose persone ferite che hanno riportato lacerazioni, contusioni, vertebre compresse e fratture ossee anche esposte. I vigili del fuoco sono arrivati sul posto con 12 ambulanze e 5 veicoli sanitari di emergenza e in un comunicato stampa hanno parlato di “incidente con vittime in massa”.[1]
Ferite particolarmente gravi sono state causate tra l’altro da una ringhiera che si è staccata quando i manifestanti hanno tentato di scappare scavalcandola, venendovi spinti contro dalla polizia. La ringhiera si ruppe e alcunx attivistx caddero con essa da un altezza di circa quattro metri. L’episodio venne così commentato alla radio della polizia: “li hanno proprio fatti a pezzi!”.[2] Il dispiegamento di polizia per l’operazione prevedeva oltre a un centinaio di guardie e due idranti, anche l’unità di arresto e conservazione delle prove (BFE) “Blumberg” della polizia federale, nota per i suoi comportamenti violenti, e l’unità speciale di supporto bavarese (USK).
In totale a Rondenbarg sono state fermate 73 persone, di queste, 59 sono state arrestate e portate al centro di raccolta carcerario (GeSa), le altre 14 sono state trasportate in ospedale con ferite gravi e alcune hanno riportato danni permanenti. Alcunx arrestatx sono rimastx per più di 24 ore nelle celle del GeSa costantemente illuminate, strette e soffocanti e sono stati poi trasferitx in vari istituti penitenziari, anche durante la notte, dopo essere statx condannatx dai “Tribunali accelerati” istituiti appositamente per il vertice del G20. Delle 59 persone arrestate, 42 sono state rilasciate solo domenica 9 luglio dopo la conclusione del vertice. Per altre 12 persone invece è stata disposta la custodia cautelare in carcere, che è caduta solamente dopo settimane, o in alcuni casi mesi, di detenzione.[3]
Fabio, italiano, ha trascorso quasi cinque mesi in custodia ad Amburgo dopo il suo arresto a Rondenbarg. Il suo processo è stato sospeso nel febbraio 2018 perché la giudice è andata in maternità. Nel processo di Fabio, la volontà incondizionata della magistratura di perseguire si è espressa non solo nella durata della custodia cautelare in carcere, ma anche nelle dichiarazioni rese dal giudice regionale Tully durante le udienze per la richiesta di revoca della custodia cautelare. Senza nemmeno aver mai visto Fabio e senza avere nemmeno un rapporto a disposizione, il giudice Tully ha ipotizzato che il diciannovenne avesse “un’inclinazione alla violenza” e “significative carenze caratteriali e educative”. Il concetto di “inclinazione alla violenza” fu introdotto nel diritto penale minorile tedesco dai nazisti nel 1941 e venne mantenuto anche durante la revisione della legge nel 1953. [NdT il processo di Fabio è stato archiviato senza ulteriori richieste nell’autunno 2023]
Le indagini sono state seguite dal SOKO Black Block, unità speciale appositamente costituita, che ha successivamente identificato altrx attivistx tramite fotografie e ha effettuato decine di perquisizioni domiciliari. Finora il Tribunale distrettuale ha presentato accuse contro un totale di 73 imputatx divisx in otto gruppi procedurali.[4] Tuttavia, le indagini sono state notificate ad un totale di 85 persone.
Tra questi vi sono tre cittadinx svizzerx che sono stati giudicati dal Tribunale di Zurigo per il procedimento Rondenbarg. Il loro processo, inizialmente rinviato a causa del Covid, si è svolto solamente il 16 aprile 2021 presso il Tribunale distrettuale di Zurigo. In questo processo il giudice aveva già emesso il verdetto in anticipo. Nel fascicolo del Tribunale messo a disposizione per l’ispezione prima del processo c’era infatti un documento con una sentenza già completamente formulata contenente le motivazioni del giudice Vogel, datato autunno 2020. Gli imputati hanno lasciato l’aula durante il processo per protesta contro questa farsa. Il verdetto è arrivato per iscritto il 21 aprile 2021: due compagnx sono statx giudicatx colpevoli e condannatx al pagamento di multe per violenza e minacce contro pubblici ufficiali e per violazione della quiete pubblica,[5] mentre il terzo è stato assolto.
Il 3 dicembre 2020 presso la Camera penale minorile 27 del Tribunale regionale di Amburgo, è iniziato il processo contro x cinque imputatx più giovani, che nel luglio 2017 erano ancora minorenni. L’imputazione, per queste cinque persone come per le altre, è quella di “grave violazione della quiete pubblica, violenza contro pubblico ufficiale con un caso particolarmente grave, nonché tentate lesioni personali gravi, formazione di gruppi armati e danni alle cose”, il processo avrebbe dovuto svolgersi a porte chiuse. Il giudice Halbach, che ha in carico il processo, è noto per le sue dure condanne contro gli occupanti abusivi e per le condanne lievi o sospese contro gli stupratori di gruppo. Tuttavia, solo le prime due udienze hanno avuto luogo il 3 e il 9 dicembre 2020.[6] Il 27 gennaio 2021 il processo è stato annullato a causa del Covid.[7]
Un nuovo tentativo da parte del tribunale nel procedimento Rondenbarg avrà luogo nel gennaio 2024. Il processo contro sei imputatx inizierà il 18 gennaio 2024 ad Amburgo, finora sono state fissate 25 udienze. La procura non accusa lx imputatx di alcuna azione personale: con l’ausilio della formula “azione collettiva” si mira ad emettere condanne senza avere prove concrete e individuali delle accuse, ma basandosi solamente sulla presenza ad una manifestazione. L’obiettivo è criminalizzare chiunque prenda parte ad una manifestazione. Se il Tribunale desse seguito alle richieste del pubblico ministero e condannasse le persone coinvolte nel procedimento Rondenbarg, la libertà di riunione, il mezzo più importante del dibattito politico negli spazi pubblici, sarebbe fortemente messa a rischio.
L’intento della Procura della Repubblica è annullare la riforma sulla violazione della pace del 1970, paragrafo 125: prima del 1970, la semplice presenza in una “assemblea non pacifica” era un reato penale.[8] Oggi, il cosiddetto “supporto morale” viene talvolta utilizzato per condannare le persone come “complici”: questa interpretazione è già stata utilizzata nel processo Elbchausee sempre per fatti accaduti nel contesto del G20, sebbene la Corte federale di giustizia (BGH) abbia più volte sottolineato in passato che la semplice presenza in una “folla violenta” non è sufficiente per una condanna per violazione della pace. Nel 2017, tuttavia, la Corte federale di giustizia ha deciso che le “marce ostentate” [“ostentative Mitmarschieren” NdT] potevano essere punite per violazione della pace, sebbene questa norma dovrebbe applicarsi ai gruppi di hooligan e non alle manifestazioni politiche.[9]
La campagna “Gemeinschaftlicher Widerstand” [resistenza comunitaria NdT] è stata lanciata alla fine del 2019 con l’obiettivo di portare sostegno politico alle persone imputate nel cosiddetto procedimento Rondenbarg del G20 e prevede presidi, manifestazioni, eventi e altre azioni di solidarietà, l’appello alla solidarietà è stato firmato da più di 100 realtà. Sosteniamo le persone colpite attraverso una rete di relazioni e azioni di protesta. La nostra solidarietà va a tuttx x compagnx colpitx dalla repressione dello Stato.
Per la chiusura del procedimento e la liberazione dei prigionieri!
NOTE
1 Comunicato stampa dei vigili del fuoco di Amburgo, 7 luglio 2017 https://web.archive.org/web/20171201032002/https://www.presseportal.de/blaulicht/pm/82522/3679470
2 “Die haben sie ja schön platt gemacht, alter Schwede” Dal giornale serale ARD, 10 agosto 2017 https://www.youtube.com/watch?v=EdJKWGVd5jg
3 Risposta del Senato a un’interrogazione della sinistra sulle misure che comportarono la privazione della libertà durante il vertice del G20, 12 giugno 2018 https://kleineanfragen.de/hamburg/21/13300-freiheitsentziehende-massnahmen-bei-dem-g20-gipfel
4 Comunicato stampa del Tribunale regionale superiore anseatico, 27 novembre 2020 https://web.archive.org/web/20201127171600/https://justiz.hamburg.de/pressemitteilungen/14681614/pressemitteilung-2020-11-27-olg-01/
5 Comunicato sulla sentenza della Rote Hilfe Schweiz, 22 aprile 2021 https://rotehilfech.noblogs.org/post/2021/04/22/urteil-im-zurcher-g20-prozess/
6 Rapporti sul processo di Rondenbarg sul blog della Rote Hilfe Rondenbarg https://rondenbarg-prozess.rote-hilfe.de/category/prozessberichte/ e su United we Stand https://unitedwestand.blackblogs.org/category/rondenbarg/
7 Avviso di chiusura del processo sul blog Rondenbarg della Rote Hilfe https://rondenbarg-prozess.rote-hilfe.de/category/prozessberichte/
8 Articolo al CILIP sulla storia del diritto di manifestare, 7 agosto 2002 https://www.cilip.de/2002/08/07/per-gesetz-gegen-ein-grundrecht-eine-kurze-geschichte-des-demonstrationsrechts/
9 Sentenza della Corte Federale di Giustizia (BGH) del 24 maggio 2017 https://www.hrr-strafrecht.de/hrr/2/16/2-414-16.php
Diffondiamo due testi in solidarietà a Juan Sorroche, in vista del presidio solidale davanti alla corte di cassazione del 26 gennaio 2024, giorno in cui si terrà un’udienza a carico del compagno. Juan, in carcere dal maggio 2019, è stato condannato a 14 anni e 7 mesi in appello per un attacco alla sede della Lega di Villorba (TV) avvenuto nel 2018.


Diffondiamo da Abbattere le frontiere:
Il 5 marzo (data da confermare) la Corte di Cassazione si pronuncerà sulle condanne per il secondo troncone del processo per il corteo del Brennero del marzo 2016.
L’abbiamo già scritto tante volte, ma vale la pena ricordarlo: in quegli anni si assisteva allo spostamento dalla rotta mediterranea a quella balcanica e nel 2016, per fermare i migranti che dall’Italia provavano a raggiungere il nord Europa, l’Austria aveva deciso di costruire un muro al passo del Brennero, uno dei più utilizzati.
Il luogo non era certo dei migliori per organizzare un corteo il cui obiettivo era bloccare le vie di comunicazione (“se non passano le persone, non passano nemmeno le merci”), ma in tanti e in tante siamo andate fino al confine, a urlare con slogan e sassi che non avremmo lasciato che il muro venisse costruito impunemente. Nei mesi precedenti e in quelli successivi sono state tante le azioni, più o meno incisive, con cui abbiamo ribadito da che parte stiamo: al fianco di chi sceglie di fuggire da guerre, devastazioni ambientali e povertà.
L’Austria ha poi rinunciato a costruire il muro, ma l’attraversamento delle frontiere è diventato di anno in anno più difficile e letale.
Oggi, con la guerra in Ucraina e il massacro in atto in Palestina, il nesso tra guerra e frontiere è più evidente che mai e purtroppo il significato di quella giornata di lotta è sempre più attuale.
La guerra parte da qui: dai laboratori, dalle industrie, dalle università della Fortezza Europa.
Oggi come allora ci sono cose che ci risultano inaccettabili e abbiamo l’esigenza quasi fisica di palesarlo: come era scritto nel testo di indizione del corteo “Provare ad abbattere le frontiere è anche un impegno a non accettare l’inaccettabile. Un esercizio di etica del linguaggio, una pratica di libertà, un incontro possibile tra compagni di rotta”.
I più di 130 anni di carcere con cui lo Stato vuole mettere a tacere questo slancio di solidarietà non sono un peso solo per coloro che potrebbero vedere le loro condanne confermate il marzo prossimo. Sono un’ipoteca sulla possibilità collettiva di lottare, non perché smetteremo di farlo, ma perché quando il prezzo da pagare si alza sono meno le persone disposte a rischiare e questo costituisce un pericolo per la libertà di tutti e tutte.
L’unico modo per non farci schiacciare è continuare a tenere la testa alta, a dire forte e chiaro quello che pensiamo e a comportarci di conseguenza.
Intrecciare legami di solidarietà con coloro con cui condividiamo le lotte e con coloro sui quali più pesano le conseguenze del capitalismo.
Sabotare i piani di chi è disposto a uccidere e sfruttare altri esseri umani e devastare il mondo in cui viviamo, spesso senza nemmeno sporcarsi le mani, solo per mantenere in vita un sistema mortifero.
Facciamo capire chiaramente che non ci faremo spaventare dalle loro condanne, che le ragioni di quella lotta sono ancora le nostre, che non riusciranno mai a metterci a tacere perché oggi lottare è un’esigenza imprescindibile.
Che vogliamo restare umani.
Sono tanti i modi per declinare la solidarietà a chi era al Brennero quel 7 maggio: la lotta contro le frontiere è lotta contro la guerra.
Dal 26 febbraio al 5 marzo facciamo capire che chi lotta non è mai solo/a!

Diffondiamo:
Agitiamoci ancora!
Nel 2020, sui muri di Imola (BO) furono attacchinati due manifesti in solidarietà con Alfredo Cospito e Anna Beniamino, in seguito alle condanne di secondo grado del processo Scripta Manent e in solidarietà con i compagni e le compagne all’epoca prigionieri nell’ambito dell’operazione Bialystok.
Il manifesto “Agitiamoci”, in solidarietà con Anna e Alfredo, colpì particolarmente la solerte DIGOS di Imola e per me e Luigi arrivò una denuncia per istigazione a delinquere nella fattispecie dell’apologia di delitti con finalità di terrorismo (art. 414 comma 4 c. p.), oltre che per violenza o minaccia ad un corpo politico (art. 338 c. p.) con l’aggravante del luogo pubblico e del travisamento (art. 339 c. p.). A Luigi, inoltre, viene anche contestata la violazione del foglio di via da Imola. Il PM non poteva essere altri che Gustapane, che si sta costruendo una miserabile carriera a Bologna grazie alle operazioni contro gli anarchici.
Luigi si trova agli arresti domiciliari restrittivi dall’8 agosto 2023 in seguito all’operazione Scripta Scelera contro il quindicinale “Bezmotivny”, ma sapendo di fare cosa a lui gradita, colgo l’occasione dell’udienza preliminare che, per entrambi, si terrà il 23 gennaio, per diffondere il manifesto incriminato. Poiché a giugno dello scorso anno Alfredo e Anna sono stati condannati rispettivamente a 23 anni e 17 anni e 9 mesi di carcere, ho modificato il manifesto in modo da poterlo diffondere ancora, ancora e ancora.
In seguito alla denuncia io e Luigi scrivemmo un volantino, “Idee Chiare”, che diffondo con piacere a maggior ragione proprio perché il compagno è stato zittito dalla repressione.
Il 23 gennaio alle ore 11, presso il tribunale di Bologna, si terrà l’udienza preliminare.
Veronica
PDF: “Agitiamoci”
PDF: “Idee Chiare”
Riceviamo e diffondiamo un comunicato di Stecco relativo all’imposizione della videoconferenza al processo del 19 gennaio a Trieste e una dichiarazione di solidarietà al prigioniero rivoluzionario George Ibrahim Abdallah che ad aprile sarà processato sempre a Trieste.
Ieri, 17 gennaio, mi è stata notificata dalla matricola del carcere di Sanremo la decisione del DAP del 16 gennaio, di impormi la videoconferenza presso il Tribunale di Trieste per i due processi che avrei dovuto avere in presenza i giorni 19 gennaio e 1 febbraio. Il giudice che ha avvallato questa decisione è la dottoressa Valentina Guercini.
Il motivo è semplice, e per noi anarchici ormai noto, cioè di essere classificato come un anarchico insurrezionalista, e quindi per ragioni di sicurezza è stata revocata la precedente traduzione disposta dalla stessa giudice.
Non ripeterò i motivi per cui sono totalmente contro questo tipo di imposizione, in tanti e tante compagne nel tempo ci si è espressi a riguardo, sia sulla impossibilità di difendersi decentemente e guardare in faccia i propri inquisitori, ma soprattutto – cosa più importante – è trasformare questi momenti repressivi in momenti di lotta, di far trasudare anche nelle loro aule lo spirito che ci pulsa dentro, di opposizione, di conflitto, di dignità politica ed umana, di presa di parola.
E visto che proprio per queste occasioni, avevo preparato un testo di solidarietà internazionalista, spendo qualche parola su questa situazione di censura e depoliticizzazione del processo. Cosa che non riguarda me, ma tutti i compagni e compagne, tutti i detenuti e detenute in generale.
Sappiamo bene cosa sta avvenendo nel mondo della giurisprudenza e della giustizia borghese con l’introduzione della tecnologia, conosciamo i responsabili materiali che permettono tutto questo, la cui videoconferenza è per certi versi già antiquata, il futuro è molto più raccapricciante con l’introduzione dell’intelligenza artificiale. Basta leggere giornali e riviste del settore per farsi un’idea del dibattito in corso a riguardo.
Visto che per questi processi non ho ancora potuto vedere di persona la mia avvocatessa di fiducia di Trieste, sarò costretto a partecipare alla videoconferenza per interloquire con lei per alcune questioni tecniche. Fatto questo dichiarerò quello che penso e accuserò la giudicedi questa sua decisione impostale dal DAP, in poche semplici parole, e me ne andrò.
Per essere chiaro questo avverrà in questi due processi al Tribunale di Trieste.
Il 10 gennaio invece mi era stata imposta la videoconferenza dal giudice Marco Tamburino di Trento, con delle scuse più sottili. Vedremo se in futuro mi farà presenziare al processo per l’operazione “Senza nome” come da me richiesto tramite avvocato.
18/01/2024
Carcere di Sanremo
Luca Dolce detto Stecco
Di seguito il testo di solidarietà con il prigioniero palestinese Georges Ibrahim Abdallah:
A causa del confine, che nella percezione dei più del nostro Paese può essere solo di tipo nazionale e linguistico, sono tenuta a dichiarare e dimostrare la mia identità. Chi sono, a chi appartengo, perché scrivo in sloveno o parlo in tedesco. In queste affermazioni c’è un cono di guerra in cui si aggirano fantasmi che rispondono al nome di fedeltà e tradimento, possesso e territorio, mio e tuo. Oltrepassare il confine qui non è un gesto naturale, è un atto politico.
Così scrive l’austriaca Maja Haderlap nel suo romanzo L’angelo dell’oblio, nel descrivere il vissuto della minoranza slovena nella Carinzia austriaca durante la Seconda Guerra Mondiale. Storie di genti che convissero e condivisero fatiche, culture, sfruttamento e violenza.. Da troppo tempo qualcuno mette su carta una linea tratteggiata, che nella realtà si concretizza in uomini e donne armati e in uniforme, tecnologie del controllo, documenti, filo spinato, burocrazia, giudici, propaganda e scribacchini privi di cuore.
Passare quella linea politica era un atto politico, come oggi.
La mia famiglia, di origine istriane da parte di padre e di madre, nel dopoguerra ha dovuto varcare quei confini decisi dai trattati tra lo Stato italiano e quello jugoslavo con la mediazione degli alleati vincitori. Confini i cui cippi, nei decenni, son stati spostati un po’ più in qua, un po’ più in là, a scapito di chi lì ci viveva. Han lasciato tutto, le loro case, le loro reti da pescatori, le loro colline con i peri e i perseghi dove da piccoli andavano a mangiare i loro frutti, che con nostalgia ancora ricordano.
Confini, varchi, zona A, zona B, campi profughi, fame, povertà, pregiudizi, violenza.
Eliseé Reclus descriveva il suo concetto di esule in modo diametralmente opposto a quello che oggi i politici, gli storici, i conservatori nazionalisti vogliono fare: assimilare come concetto patriottico.
L’esule per lui è quella persona che a causa di forze esterne alla propria volontà, è costretto a lasciare la propria terra natia. Ma il ricordo, la memoria, non sono legati allo straccio che si appende nelle caserme o negli uffici pubblici. Bensì ai propri ricordi, ai profumi e frutti della propria terra, ai giochi d’infanzia, al paesaggio che fin da piccoli ci circonda, ai piccoli e grandi avvenimenti della vita, anche negativi. A chi si vuole bene e che t’ha cresciuto, alle storie che t’ han raccontato. Oggi questa parola suona solo come ricordo di divisioni, di odio, di prepotenza, di memoria selezionata, perché essa è intrecciata con una realtà che nasconde ed offusca la vera fonte del dramma dell’esodo istriano-dalmata. Cioè che chi pagò ancora una volta le scelte sconsiderate e nefaste del regime fascista che difendeva i privilegi della borghesia, della vecchia nobiltà e del clero, erano solo e sempre gli ultimi, le escluse, indipendentemente da che parte del conflitto si trovavano.
Dinamiche molto simili successero dopo, in modi differenti, durante il regime titino con i suoi campi come Goli Otok, o nella nuova Repubblica Democratica Italiana.
La Giornata del Ricordo, del 10 febbraio, che si celebrerà tra pochi giorni, sarà ancora il momento della retorica nazionalista, dove le cause che portarono a certi avvenimenti, vengono ancora negate e revisionate per necessità di potere.
Ci si è abituati bene in questi anni ed a queste latitudini con un poco di pace e di abbondanza nel far finta che tutto va per il meglio. Ci si dimentica della recente guerra fratricida jugoslava, dove le bombe della NATO cadevano sulle genti nostre sorelle, con cui da tempo si convive e ci si mescola parole, usanze, vicissitudini.
Si è più vicini di quanto non si creda.
Oggi si dà per scontato che quel confine orientale sia veramente “aperto”, che esso sia un ricordo del passato.
Esso non è aperto per chi scappa da altre violenze, guerre, fame, o semplicemente parte per cambiare vita. Poco importa. Si danno per scontate cose che non lo sono, come l’aver il documento giusto, la fedina penale immacolata, il colore della pelle adatto. Le guardie alle garitte ti lasciano passare solo se hai certi requisiti, ma oggi il confine, non è lì dove c’è concretamente la frontiera, ma ovunque.
Poi succede un avvenimento che si percepisce come lontano, la TV mostra luoghi che sembrano di un’altra epoca, ma ormai ci si è assuefatti a vedere immagini di città bombardate, a gente che estrae i propri morti dalle macerie, alle file di profughi.
Il 7 ottobre 2023 la Resistenza Palestinese attacca Israele. La macchina dello Stato si mette in moto. I telegiornali giustificano la chiusura di quello che la gente non avrebbe più immaginato, cioè i confini di Schengen. Si spargono parole d’odio ed usurate: terrorismo, sicurezza, chiusure, allarme.
Chissà che qualche europeo adagiato nel benessere si risvegli dal proprio sonno e comprenda che queste barriere hanno degli scopi precisi per il mantenimento della divisione dell’umanità in nazioni e classi. Esse sono aperte solo quando chi governa ne ha la necessità e gli vien concesso. Ancora una volta la macchina patriottica macina e schiaccia, innalza il mito della “difesa” della Nazione.
Ogni giorno le immagini della guerra contro le persone palestinesi ci vien sbattuta in faccia con tutta la sua violenza, con il conteggio dei morti, con la retorica cinica e guerrafondaia di chi ha il potere. Dove anche l’Italia con le sue navi da guerra, con le sue basi NATO-USA in Sicilia a Sigonella, con le sue fabbriche di armi e nei suoi laboratori ed università continua inesorabilmente a creare marchingegni di morte tramite la mano d’opera e l’ingegno di chi ha ormai la propria coscienza coperta da un elmetto. L’Italia continua dalla fine della seconda guerra mondiale a supportare il suo blocco imperialista, mentre ancora una volta un’intera comunità viene massacrata, affamata, perseguitata senza fine.
Spendo povere parole da questa cella, in questo carcere dove il confine italo-francese si fa sentire. Dove molte persone sono rimaste impigliate nei fili del controllo della frontiera. Dove la gente muore nella Roja, per i proiettili della gendarmérie, o nei freddi sentieri di montagna. Mentre qualche mese fa il ministro dell’interno Piantedosi proclamava l’apertura di nuovi lager, e nelle radio i discorsi dei politici e dei giornalisti erano perfettamente in sintonia con la vecchia propaganda nazista e fascista. Non vi han fatto rabbrividire le decisioni di utilizzare delle tecniche antropometriche per capire se una persona è maggiorenne o no?
Un giorno all’aria un uomo afghano mi ha chiesto come stava il mio cuore? Lui che non ha nessuno, che non ha niente, si è preoccupato per me, in un giorno in cui i miei pensieri volavano verso qualche mio affetto che non c’è più. Mi ha parlato di chi a Trieste in piazza Libertà, anni fa, gli ha dato un po’ di cibo, un qualcosa con cui scaldarsi. Ha dovuto per anni camminare fino a qui, superare le frontiere e sbirri vari, sentirne il peso degli stivali. Lui che nonostante tutto canta del cielo della sua terra, che è anche il mio, il nostro stesso cielo stellato. Basta così poco a volte per sentirsi fraterni pensavo, mentre ascoltavo la sua nenia.
Scrivo questi pensieri perché al Tribunale di Trieste il 19 gennaio avrò un’udienza per un processo.
Nello stesso luogo i giudici strafanici della storia (nel dialetto triestino strafanici significa anche di uomo malandato, inservibile, da gettare tra i ferrivecchi), con il cuore da burocrati intriso di grigie leggi, tra qualche mese, in aprile, porteranno a processo il prigioniero rivoluzionario palestinese Georges Ibrahim Abdallah per giudicarlo della sua storia, della sua resistenza, della sua dignità di uomo in lotta, rinchiuso da decenni nelle carceri francesi.
Io mi metto al suo fianco, perché ho fatta mia l’idea della solidarietà rivoluzionaria ed internazionalista. Dove la lotta di emancipazione deve scavalcare ogni frontiera, patria, religione, cultura.
Perseguendo nella profondità della propria coscienza, la necessità di una lotta senza respiro contro le forze che ci opprimono e che mai potranno mettere in silenzio le idee di libertà ed emancipazione.
Saluto qui i miei compagni e compagne coimputate con cui il 1 maggio 2021 decidemmo di scendere in piazza al di fuori delle autorizzazioni di questura, per rompere un poco la cappa del controllo e della paura.
Facciamo sentire anche qui la giusta resistenza ed ostilità contro chi ci trascina nell’odio e nell’oblio della guerra fratricida tra sfruttati e sfruttate. Troviamo i modi più consoni per rilanciare il grido di “guerra alla guerra”.
Facciamo nostri gli atti di resistenza che arrivano dai disertori, dalle donne contro la guerra, gli antimilitaristi e antimilitariste della Bielorussia, Russia, Ucraina, di chi in Palestina decide di combattere ed opporsi alla guerra sionista, con obiettivi di emancipazione e libertà.
La nostra patria è il mondo intero!
Per una Palestina libera da Stati, frontiere, per una vita senza autorità!
Libertà per Georges Ibrahim Abdallah!
08/01/2024
Carcere di Sanremo
Luca Dolce detto Stecco