BERLINO: PRESENTAZIONE DI “HAIKU SENZA HAIKU”

Diffondiamo

Presentazione del progetto “Haiku Senza Haiku” e del nuovo appello internazionale “Radici e Radicalità”, nato dal dialogo cartaceo tra Miguel Peralta, anarchico prigioniero nelle carceri del cosiddetto Messico e Juan Sorroche, compagno detenuto in quella che ancora chiamiamo Italia.

03.04.2026
h. 18
Wildenbruchstrasse 24
Soli dinner and talk reading

05.04.2026
h. 16
Infoladen Sherer 8
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Live acustic music, snack, frei alcol drinks

CATANIA: NOTIZIE DALLA PALESTRA L.U.P.O. [IN AGGIORNAMENTO]

Condividiamo questi testi di aggiornamento dalla Palestra L.U.P.O di Catania. Il 21 marzo lx compagnx hanno ricevuto notizia dell’imminente demolizione dell’edificio e cantierizzazione dell’area, per realizzare l’ennesimo progetto di “riqualificazione urbana” finanziato con i soldi del PNRR. Da quel giorno, compagnx e solidali resistono in presidio permanente contro le ruspe del Nulla che avanza. Tutta la nostra solidarietà a chi continua ad aprire spazi di libertà: contro sgomberi e gentrificazione, lottiamo contro i padroni delle città.


31/03/2026

Dopo otto giorni di presidio permanente in Piazza Pietro Lupo, alle 4 di notte del 31 Marzo 2026 un ingente arrivo di mezzi pesanti e ogni tipo di forza armata circonda la L.U.P.O. per dare il via allo sgombero e simultaneamente alla demolizione.
I presenti al momento dell’irruzione vengono identificati e subito rilasciati.

Il quartiere è militarizzato e tutte le vie d’accesso alla piazza sono bloccate da mezzi pesanti e barriere mobili, impedendo il transito diretto.

Una cinquantina di solidali resta in presidio all’angolo tra Via Teatro Massimo e Piazza Cutelli, il punto più vicino e adiacente raggiungibile.

Un’idea non si demolisce.
Contro galere, cpr e cantieri, fino alla fine.


28/03/2026

Questo non è uno sgombero
Questo non è un cantiere
Questo è un ammutinamento

Che un pezzo di città non volesse rinunciare alla L.U.P.O. era già intuibile, ma la solidarietà immediata dopo l’anomalo tentativo di sgombero ha spazzato via ogni dubbio. La necessità di spazi che non calino dall’alto e che rifiutino le logiche relazionali del profitto è talmente forte che in tantx sono dispostx a combattere per ottenerla.
Il tentativo di recintarci in un cantiere mentre ancora viviamo lo Spazio è la dimostrazione del pressappochismo criminale dell’apparato istituzionale che, galoppando ormai verso un progressivo scenario sempre più militarista, crede di poter disporre di chiunque come di un docile soldato pronto per il fronte.
Ed è proprio in questo scenario che le istituzioni sono colluse, direttamente e indirettamente, in ogni disegno bellico.
A fare grandi affari è l’industria della guerra italiana che nel 2025 ha registrato un volume di transazioni per un totale di 14 miliardi, ma è la società intera che si avvia verso un processo di militarizzazione dell’esistente. Il nuovo modello occidentale è la macchina da guerra sionista alimentata da colonialismo razzista e fanatismo religioso. Con una disciplina che prende piede già nelle scuole e attraverso l’indottrinamento mediatico si mantiene con la pervasiva tecno-sorveglianza.
Disertiamo tutte le guerre e rimandiamo al mittente gli ipocriti attacchi che vengono da chi rappresenta un sistema genocida.
Contrastare la gentrificazione e le logiche di profitto sono la macchia che vogliamo creare nella decorosa trama dietro il cantiere di Piazza Lupo, incuranti delle invettive di politici di quartiere, di presunti residenti preoccupati e degli interessi dei soliti costruttori mafiosi amici del potere.
Crediamo in spazi autogestiti e orizzontali e snaturare questa scelta rimane solo una vigliacca via d’uscita per ricondurre il conflitto a più miti posizioni, forse quelle di chi ha dichiarato in questi giorni la necessità di aprire tavoli di concertazione o proporre creazioni di hub socio-culturali.
Chi difende la L.U.P.O. e chi in varie parti d’Italia e non solo, ha manifestato solidarietà, sa bene che l’autogestione e l’azione diretta sono le pratiche necessarie da contrapporre a strategie di recupero e contrattazione con il potere.

La L.U.P.O. continua
Piazza Pietro Lupo è occupata Permanentemente dal 23 Marzo
Fino all’ultimo ululato collettivo


Il Consiglio del Primo Municipio, per quanto sia un organismo che non riconosciamo e disprezziamo come qualsiasi frammento del grande mosaico istituzionale dell’oppressione, ci fornisce un’occasione per fare chiarezza sullo sgombero della L.U.P.O.
Il vero insulto al riscatto di questo quartiere non sono certo gli abbattimenti delle transenne del cantiere e il non rispettarne la sua sacra inviolabilità ma il prendere per buona l’ennesima proposta che mira a creare una piazza gentrificata ad uso e consumo di profitto e turismo. Crediamo che il vero insulto è la solita salsa pseudo ambientalista delle istituzioni quando, inserendo colonnine di ricarica elettriche e pannelli solari, credono di poter abbindolarci proponendo l’ennesimo parcheggio.
Al dubbio peloso del Primo Consiglio Comunale che si chiede chi, addirittura, potrebbe mai esercitare una tale violenza contro un cantiere rispondiamo con facilità: tutti e tutte le solidali agiscono con protervia per riappropriarsi della città, la cui rinascita non sta certo in nuovi posteggi o demolizioni di luoghi di aggregazione.
E siamo concordi: l’azione diretta non è mai una bravata, mai lo sarà, perché agire senza delega contro chi ci opprime è una parte essenziale della nostra vita. I lavori potranno pure andare avanti in un cantiere al di fuori della stessa legalità che tanto amano, la L.U.P.O. potrà essere demolita alla fine di questa resistenza coraggiosa ma una cosa è certa: chi sta frapponendo i propri corpi contro lo sgombero della L.U.P.O. diffonde autogestione, orizzontalità e lotta ad un esistente sempre più costretto dalle logiche di mercato e di potere.
Alla vostra presunta rigenerazione urbana, al vostro decoro e ai vostri sogni di hub turistici e led a basso consumo pronti a rendere questa città sempre più una vetrina contrapponiamo la nostra passione per la libertà che è più forte di ogni autorità.


25/03/2026

Dopo tre giorni dall’inizio dell’occupazione di Piazza Lupo il messaggio è chiaro: uno sgombero provoca solo ulteriore sovversione e aizza gli animi ad ambire a sempre maggiore libertà d’azione. Il continuo flusso di solidali cementa la concretezza della pratica di autogestione: pranzi e cene sociali diventano routine, così come i confronti durante le assemblee sulla rotta da tenere; ci si scambia esperienze e si tracciano nuovi percorsi. Fiorisce la gratitudine per il vicinato che esprime supporto e non si risparmia l’odio verso ogni tipo di forza dell’ordine che accenna timide e goffe incursioni a sostegno della realizzazione del cantiere.
Nel tardo pomeriggio lx solidali si riappropriano degli spazi sottratti dalla repressione e abbattono le transenne del cantiere muovendosi poi in corteo spontaneo verso il municipio, ricordando al Comune con uno striscione che lo sgombero della Lupo non avverrà in silenzio.
Abbiamo ben presente tuttavia che qualcosa manca: chi è adesso rinchiuso in galera o chi è costrettx a stare lontano da qui a causa dei fogli di via.
Mentre loro sono prigionierx in celle o in confini geografici arbitrari, la Lupo affila gli artigli e si scaglia contro l’assedio che sempre di più sta circondando la sua tana.
Resisteremo anche per loro, perché quando torneranno potranno essere di nuovo parte dei percorsi di lotta che abbiamo condiviso e che sono transitati anche dentro la Palestra Lupo.

È vero, potrebbe finire tutto anche domani. Ma l’oggi che ci stiamo riprendendo vale tutta la posta in gioco.

Le idee non si demoliscono, le barriere si. Fino all’ultima.


24/03/2026

Il comune ha deciso che noi ce ne dobbiamo andare, ma non si assume la responsabilità di buttarci fuori.
La giunta sociale piaciona preferisce non avere ulteriori cali di popolarità. Dopo aver bruciato 2 teatri, restare inerte difronte al crollo di 2 piazze e suscitando l’ilarità generale per la sua incredibile candidatura a capitale della cultura. Operai e municipale dovrebbero spaventare lx occupanti della lupo e indurlx ad abbandonare il luogo. Da due giorni però la lupo resiste. Il cantiere rimane aperto e la piazza Pietro lupo piena di solidali.
Dopo che hanno  provato a recintarci, domani rispondiamo con una nuova giornata di lotta, per affermare con decisione la nostra presenza in città.
La presenza di un’occupazione che da più di 10 anni porta avanti una realtà alternativa al capitale, con pratiche di autogestione.
Domani mattina ore 6:00 colazione diretta.

Il tentativo di accerchiamento fisico della Lupo è proseguito nella giornata di oggi(24/03/2026). Il Comune di Catania continua a delegare agli operai della ditta incaricata di allestire il cantiere il ruolo di confinatore della nostra tana. Nel corso della mattinata, con evidente frustrazione della manovalanza, viene tentata l’ulteriore stretta tramite l’aggiunta di nuove transenne. Il branco non si fa intimidire, difende il territorio ed impedisce che l’asfissia voluta dal potere si concretizzi.
La convivialità, la musica e la solidarietà sono i pilastri di queste giornate, indicando che non c’è volontà di fare nessun passo indietro.

Crediamo sia ora di mostrare gli artigli a chi crede di poter spaventarci solo con la movimentazione di reti, barriere e ostacoli.
L’appuntamento è per le 6:00 con una colazione diretta che dia il via a una giornata di lotta e di riappropriazione di condizioni di vita che ci soddisfano.
La Lupo chiama a raccolta chiunque l’ha transitata, la transita e desidera ancora poterlo fare.
È tempo di ululare, ancora una volta, insieme.

NON SI CHIUDONO LX LUPX IN GABBIA.


23/03/2026

Il comune di Catania, nella giornata di venerdì, si premura di affiggere una serie di avvisi intorno alla L.U.P.O. per comunicare l’avvio del tanto discusso cantiere, con inizio 23/3/26 e fine 31/12/26, finanziato dai fondi del PNRR. È l’epilogo di mesi di rinvii, solleciti e altri ingolfamenti tipici della macchina burocratica.
La notizia corre veloce e decine di solidali iniziano a organizzare una presenza costante, confrontandosi e cercando di fare fronte comune contro la minaccia che incombe.
Il comune di Catania ha fretta, molta fretta, forse perché teme di sforare con le tempistiche dei fondi europei e pertanto invia stamattina di buon’ora gli operai della ditta appaltatrice per delimitare l’area di cantiere, ovvero la Piazza Pietro Lupo. Neanche si cura di avvalersi dei cani da guardia del potere, forse troppo impegnati a vigilare i seggi referendari, per dare manforte all’operazione. C’è solo un problema. La L.U.P.O. non è un mero edificio vuoto, una presunta macchia nel tanto caro decoro cittadino, è anche l’unione di chiunque l’ha transitata negli anni e continua a farlo.
Gli operai si ritrovano a dover perimetrare un cantiere al cui interno il branco ancora ulula, ricordando all’autorità che la tana non si abbandona prima del tempo. Durante la  giornata si susseguono assemblee, incontri, chiacchiere, convivialità. La piazza antistante, bersaglio ambito dal potere, diventa una ulteriore zona di resistenza sottratta alla repressione dove in questi momenti chi è solidale dimostra la propria vicinanza.
Il presidio è permanente, la voglia di restare insieme anche e per tutta la serata di oggi e fino alla mattina di domani è ancora tempo di ululare alla luna.
La L.U.P.O. può anche perdere il posto, ma non il vizio!


21/03/2026

PRESIDIO IN PIAZZA PIETRO LUPO (CT) LUNEDÍ 23/03/26 DALLE 9:00
Dopo averla tirata per le lunghe, fino all’ultima scadenza possibile, per il Comune di Catania è arrivata l’ora dello sgombero della L.U.P.O. Questo spazio aggregativo al di fuori delle logiche di profitto sta per scomparire inghiottito dal Nulla, che tutto divora per trasformare in merce. La L.U.P.O. verrà demolita per fare spazio ad una piazzetta con parcheggio per completare il progetto vetrina del centro città, ad uso esclusivo dei turisti. Con i soldi del PNRR invece di mettere in sicurezza una città devastata da incuria e malagestione in cui il fronte mare crolla, i teatri prendono fuoco e i quartieri popolari restano degradati e privi dei servizi fondamentali, decidono di mettere a profitto ogni singolo pezzo di storia, con la scusa della cultura. L’ipocrisia si trasforma in sfacciataggine, grazie a un’amministrazione che crea una percezione mediatica artificiale, spremendo ogni monumento per monetizzare a favore di una città esclusiva che invece crea marginalità e miseria.
Il clima repressivo che l’intero pianeta sta subendo giustifica ulteriormente l’atteggiamento di un potere che non trova più freni o ostacoli a rallentare la sua marcia, così tramite degli avvisi di zona rimozione affissi alla L.U.P.O., (che fanno riferimento ad una ordinanza sul progetto PUI) validi da lunedì 23 marzo al 31 dicembre ci rendono noto la data dello sgombero o meglio ancora dell’apertura del cantiere per portare a termine la demolizione della L.U.P.O.
Quando la legalità si nutre di sfruttamento del lavoro, sorveglianza, deportazioni, reclusioni, guerre e genocidi, rivendichiamo con orgoglio la nostra indipendenza, rivendichiamo le pratiche di autogestione, rivendichiamo la matrice antifascista, antirazzista, antimachista e anticapitalista che  guida il nostro agire, rivendichiamo di aver sperimentato rapporti sinceri ed orizzontali, rivendichiamo la nostra illegalità.
Con lo sgombero della L.U.P.O. un altro pezzo del puzzle si incastra perfettamente alla creazione della sterile città dei padroni, purgata dal degrado del vivente, consegnata alla monocultura del capitale. In pratica un vero e proprio deserto sociale dove abbandonare le centinaia di ragazzx che ogni settimana hanno attraversato la L.U.P.O. coscienti di essere in un luogo che gli appartiene, conquistato attraverso il conflitto e non per una concessione e malgrado l’opposizione delle istituzioni. Il governo cittadino ha deciso di sgomberare manu militare per sanare una contraddizione con la forza, per imporre la sua decorosa idea di città. Ma un’idea è un fuoco che divampa nelle nostre teste e nessuna repressione può spegnere l’incendio che si è propagato nelle menti di chi ha vissuto la L.U.P.O.

PER SARA, PER SANDRONE. MORTI COMBATTENDO PER LA LIBERTÀ

Nella notte tra il 19 e il 20 Marzo 2026 perdono la vita Sara e Sandrone, in seguito all’esplosione accidentale di un ordigno avvenuta in un casolare nel parco degli Acquedotti a Roma.

Ci sono ragioni di vita così profonde, che spingono a immaginare di mettere in gioco tutto. Ragioni di vita che sono contenute in uno sguardo complice, nel silenzio di un casale, prima che un boato frantumi la notte.
Di fronte all’ordine che ci soffoca, Sara e Sandrone hanno fatto una scelta, quella di combattere senza riserve. Nostri compagni di sempre che ricordiamo con fierezza.
Perché quando la società che ci incarcera impedisce la stessa possibilità di alzare la testa, quando la guerra degli Stati imperversa massacrando intere popolazioni, la violenza liberatrice non è più un’opzione, ma la sola via percorribile.
Questo Sara e Sandrone lo hanno sempre saputo. Come una ragione di vita.

Per Sara, per Sandrone morti combattendo per la Libertà!
Per l’Anarchia

 

ROMA: FUORI ALFREDO DAL 41 BIS [18 APRILE]

Diffondiamo:

Quelle carceri sono delle prigioni di guerra. Fuori Alfredo dal 41bis!

La vita di Alfredo Cospito passa di nuovo per le mani del Ministro della Giustizia, quindi del governo, poiché nei primi giorni di maggio scadono i primi 4 anni in regime di 41bis. Da quel momento in poi, il termine vedrà la sua cadenza ogni 2 anni. La storia di Alfredo oggi è conosciuta da ampi settori della società che hanno preso consapevolezza della violenza del 41bis grazie allo sciopero della fame di oltre 180 giorni, che Alfredo ha portato avanti a cavallo tra il 2022 e il 2023, e alla forte mobilitazione nazionale e internazionale in sua solidarietà. Attualmente le condizioni detentive di Alfredo sono peggiorate: non può ricevere alcun tipo di libro (anche quelli privi di contenuti politici), la censura sulle lettere è aumentata e non può ottenere nemmeno la farina per il pane. Questo ulteriore accanimento è un’evidente rappresaglia in seguito alla sentenza contro il Sottosegretario alla Giustizia, Delmastro, condannato per rivelazioni di segreti d’ufficio. Il Sottosegretario alla Giustizia aveva trasmesso a Donzelli, responsabile del partito di governo, dei documenti del DAP riguardanti conversazioni che Alfredo aveva avuto con altri detenuti della sua sezione durante l’ora d’aria.
La solidarietà con Alfredo non è mai stata solo una lotta per Alfredo. Come più volte si è detto, un anarchico in 41bis oggi è un avvertimento per tutt, poichè questa ulteriore estensione di quel regime carcerario costituisce una delle punte più avanzate dell’attuale fase reazionaria. L’accanimento contro di lui, infatti, ha come principale spiegazione la volontà di chiudere la partita con ogni forma di dissenso, da quelle radicali a quelle consentite.
Lo stato permanente di preparazione alla guerra, in cui siamo immers da quattro anni a questa parte, è il risultato di un adeguamento dell’agenda e della propaganda dello Stato. Autoritarismo, tagli alla spesa pubblica, militarizzazione della società, guerra ai poveri, patriarcato, leggi razziste, detenzione amministrativa (CPR), ma soprattutto, la feroce celebrazione di tutto ciò, rappresentano l’impalcatura economica e culturale a cui stanno abituando la popolazione. I poveri sono individui in eccesso da confinare fuori il consesso sociale. Le persone dissidenti sono nemic da combattere, il conflitto sociale terrorismo. L’imperativo è legge e ordine, o prigione.
Ed è per questo che è appropriato considerare le carceri come delle vere e proprie prigioni e le persone detenute vere e proprie prigioniere di una guerra che, pur non avendo ancora fatto esplodere bombe in questo angolo di mondo, impone la necessità preventiva di serrare i ranghi per scoraggiare e disincentivare non solo il conflitto sociale ma ogni forma di opposizione.
Quelle carceri sono delle prigioni per Anan, condannato a 5 anni e 6 mesi in quanto palestinese che ha preso parte alla resistenza contro l’occupazione israeliana; sono delle prigioni per Tarek Dridi, condannato per reato di resistenza all’interno della manifestazione del 5 ottobre 2024; sono delle prigioni per Ahmad Salem, in regime di Alta Sicurezza solamente per aver visionato dei video rintracciabili da chiunque sul web ma ritenuti dagli inquirenti prove della preparazione all’uso di ordigni per il compimento di atti con finalità di terrorismo.
Per Alfredo, per l’abolizione del 41bis, per tutte le persone prigioniere, per la diserzione da ogni guerra, per lo smantellamento dell’apparato militare e dell’ideologia militarista e patriarcale, per tutte le persone colpite dalla repressione per aver agito in solidarietà con la Palestina.
Facciamo appello a coloro che tre anni fa hanno preso una posizione, a quella parte di società che in questi anni è scesa in strada per la Palestina, e che di fronte alle ingiustizie non è solita tacere.

Il 10 aprile assemblea pubblica a Roma.
Il 18 aprile saremo in strada a Roma per Alfredo.

Quelle carceri sono delle prigioni di guerra
Fuori Alfredo dal 41bis

Libertà per tutti e tutte

FORLÌ: CONTRO OGNI MURO, CONTRO OGNI GABBIA! SALUTO AL CARCERE

Diffondiamo:

Per rompere l’isolamento di chi è rinchiusx, per non dimenticare che le prigioni sono il frutto di una società ingiusta, spietata, basata sul privilegio che rinchiude ed elimina chi gli è scomodx o contrarix!

Lunedì 30 marzo (data della sentenza sull’opposizione all’archivizione per il massacro del carcere Sant’Anna di Modena, nel marzo 2020) ore 18:00 Carcere la Rocca, Forlì, lato viale Corridoni.

*****

L’8 marzo 2020 lo Stato italiano ha inaugurato l’esperimento sociale securitario della pandemia con la strage più sanguinosa nelle carceri di tutta la storia repubblicana: 14 morti, subito etichettati come tossici e subito dimenticati. Il 30 marzo 2026 ci sarà l’esito del ricorso fatto dai familiari delle vittime del carcere Sant’Anna di Modena, dove ne hanno ammazzati 8, contro l’archiviazione del caso. Al di là di risvolti giuridici – perchè per noi chi spedisce la gente in galera e poi prova a darsi un tono democraticamente accettabile con la farsa della “giustizia” è comunque complice di oppressione e di morte – ci pare fondamentale non lasciare che la strage del Sant’Anna (così come le botte, le torture, le sevizie in tanti carceri lungo tutto il Bel Paese ogni giorno) non venga dimenticata, nè perdonata. Inoltre, ci pare importante tornare a parlere di galera e parlarne con chi se la vive, da reclusx ma non solo, perchè lo Stato italiano continua ad armarsi di strumenti legali per sbattere sempre più gente in galera (pacchetti sicurezza, decreti Cutro e Caivano etc.) in previsione di anni di incandescenza sociale, visti il presente di miseria e tristezza in cui ci troviamo e il futuro di fame, guerra e catene sempre più vicini. Il carcere è l’espressione massima di una società ingiusta, che prima ti condanna ad essere un emarginatx, unx stranx, unx poverx, unx sconfittx, un alinex, un delinquentx, un terrorista e poi ti condanna a startene in gabbia, per non disturbare il banchetto del libero mercato, del patriarcato, della democrazia con il manganello che pattuglia le strade. Il carcere è un buco nero nella nostra società, e così lo vogliono i governanti: luoghi che devono incutere timore, eterno ricatto per chi sogna di evadere dagli schemi, chi vuole infrangere la pace sociale fondata sulla diseguaglianza strutturale; al suo interno marciscono individui che ci dipingono come mostri, quando chi bombarda e stermina e se la ride pure in mondovisione, fa il presidente o il ministro.

Il 4 Maggio ci sarà inoltre il rinnovo o il rifiuto del regime di detenzione 41bis per il compagno anarchico Alfredo Cospito che il potere vuole utilizzare come monito per tuttx lx compagnx che non si rassegnano: murare vivo lui, primo anarchico nella storia d’Italia in questo regime carcerario infernale, per terrorizzarci tuttx. La lotta di Alfredo, con quasi 6 mesi di sciopero della fame, ha fatto scoprire al mondo intero l’infamia del 41bis e le strade, in quei lunghissimi mesi, si sono incendiate, di giorno e di notte, di rabbia e di solidarietà. Oggi lo Stato si vendica e condanna compagnx solidali che si sono battutx in quei giorni febbrili, con pesantissime richieste di anni di galera (chiesti, per esempio, fino a 12 anni, a Torino, nell’operazione City).
Scendiamo in strada anche per lui e per tuttx lx compagnx prigionierx nel mondo, nostrx fratelli e sorelle, colpevoli del più bel delitto mai sognato e mai commesso, la libertà!

Fino a che di ogni galera non resteranno che macerie!!

BOLOGNA: SULL’INIZIO DEL PROCESSO PER LA MOBILITAZIONE IN SOLIDARIETÀ AD ALFREDO DURANTE LO SCIOPERO DELLA FAME CONTRO IL 41BIS E L’ERGASTOLO

Diffondiamo:

Condividiamo con voi queste righe di aggiornamento su uno dei processi per la mobilitazione a fianco di Alfredo, con lo stomaco chiuso e una forte stretta al cuore per la morte di Sandro e Sara avvenuta nella notte di giovedì 19 marzo. Due compagni anarchici che se ne sono andati da un mondo in cui ci sarebbe invece sempre più bisogno di cuori sinceri, di sguardi attenti e di mani generose.
Con fermezza e senza indugio ribadiamo la nostra solidarietà e complicità con tuttx lx ribelli e rivoluzionarx che lottano ogni giorno contro lo Stato che reprime, tortura e uccide; contro un sistema guerrafondaio e mortifero e i suoi aguzzini.
Sempre al fianco di chi lotta, di chi trama nella notte!

Fuoco a ‘sto mondo infame!
A Sandro e Sara, per l’anarchia!

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Mercoledì 18 marzo presso il tribunale di Bologna si è tenuta la prima udienza a carico di 6 compagnx per 3 fatti avvenuti prima e durante i mesi di mobilitazione in solidarietà al compagno anarchico Alfredo Cospito in sciopero della fame (danneggiamento di un cantiere durante l’occupazione di una gru, danneggiamento di impianti informatici per due ripetitori andati in fiamme, e l’interruzione di una messa).
È stata discussa la lista testi della difesa, in cui figura anche Alfredo; la giudice ha rinviato all’8 aprile per comunicare la propria decisione in merito. Per la prima udienza abbiamo chiamato una presenza dentro e fuori dall’aula di tribunale e letto degli stralci di una dichiarazione che riportiamo per intero qui sotto, per ribadire la nostra solidarietà e complicità con Alfredo, con tuttx coloro che hanno lottato e che lottano contro il regime di tortura del 41bis, e tutte le galere di questo mondo infame.

DICHIARAZIONE LETTA IN AULA DA 6 COMPAGNX SOTTO PROCESSO A BOLOGNA

I fatti per cui oggi veniamo portati al banco degli imputati riguardano la campagna di solidarietà che si attivò su scala internazionale a cavallo tra il 2022 e il 2023 in sostegno ad Alfredo Cospito, prigioniero anarchico rinchiuso nel regime di 41bis dal maggio 2022 che intraprese uno sciopero della fame di 6 mesi contro questo istituto detentivo e l’ergastolo ostativo.
Condannato a 23 anni, insieme ad Anna Beniamino condannata a 18 anni, per strage politica -il reato più grave previsto dall’ordinamento italiano- pur in assenza di morti e feriti. Diversamente da quanto accaduto per piazza Fontana (17 morti), per la stazione di Bologna (85 morti), per piazza della Loggia (9 morti e 102 feriti), per gli innumerevoli attacchi razzisti (ricordiamo in particolare quello di Castelvolturno del 2008, 8 morti): in nessuno di questi casi la strage politica è comparsa tra i capi di imputazione. Né è mai stato scomodato questo reato per le migliaia di morti sulle coste mediterranee o per le centinaia che ogni anno si verificano sul posto di lavoro -queste sì, vere e proprie stragi prodotte da decisioni politiche deliberate e omicide. E perché? Non certo perché i fatti non si accordassero al codice. È semmai questa la conferma di una verità ben nota, che il codice è strumentale, proprio come le stragi, quelle vere e indiscriminate. Entrambi strumenti, a intensità diversa, con cui uno Stato ipocrita colpisce chi lotta o spaventa la popolazione, riducendola a chinare la testa, a non partire, a lavorare in silenzio, ad accettare le strette autoritarie.

La contemporaneità bellica e le conseguenti strette repressive di cui siamo testimoni ce lo rendono sempre più evidente, ecco perché per noi continuare a lottare è più che mai necessario.
E lo facciamo prendendo parola in quest’aula, perché vogliamo dare ancora voce a chi lo Stato vorrebbe mettere a tacere attraverso un regime carcerario di tortura, la cui natura è stata resa evidente al mondo intero grazie alla lotta di Alfredo.
In quei mesi tanti prigionieri e prigioniere aderirono allo sciopero della fame di Alfredo, altri mostrarono la loro solidarietà rinunciando a benefici o come era loro possibile. Questa coraggiosa lotta ha fatto emergere un ampio e determinato movimento di solidarietà anche fuori dalle carceri.
Raramente, negli ultimi decenni, il sistema carcerario, i suoi dispositivi punitivi, la sistemica violenza di cui è permeato e l’arbitrarietà delle sue regole sono stati analizzati, criticati e contestati anche fuori dai contesti militanti. Questa mobilitazione, invece, ha coinvolto un ampio settore di
società: la mobilitazione studentesca, come la presa di parola e la partecipazione attiva di organizzazioni, associazioni e soprattutto di migliaia di individui hanno rappresentato un’assunzione di consapevolezza con pochi precedenti. L’obiettivo, da parte di questa molteplicità di voci, non era fare pressioni per spingere a riformulare le basi giuridiche di un istituto detentivo, bensì sancirne la fine.

L’eterogeneità di pratiche con cui questo corpo in mobilitazione si è speso è evidente, non serve un tribunale per stabilirlo. Il dato che conta -e che non si può cancellare- è che ha fatto vacillare chi si era così zelantemente prodigato nel rendere giuridicamente possibile l’applicazione del 41bis ad Alfredo. Come scrivemmo in un volantino in quei mesi, “Da una cella di 41bis un anarchico fa tremare lo Stato”. Niente di più vero e nessuna risposta diversa da ciò che ci si poteva aspettare: lo Stato ha mostrato i muscoli e ha azionato la ghigliottina.
Se in tutta Italia è stata attivata la macchina repressiva contro moltissime voci e azioni che hanno accompagnato la lotta di Alfredo Cospito, è perché i motivi di quella lotta sono particolarmente scottanti per lo Stato italiano. L’Istituto dell’antimafia fa parte dei miti fondativi della seconda Repubblica e le sue declinazioni pratiche vengono raramente messe in discussione, nonostante l’evidente fallimento nel contrastare un sistema che resta profondamente intrecciato a quello dello Stato. Sistema sia di potere che economico, al Nord come al Sud.
All’interno dei dispositivi di ingiustizia, arbitrarietà e violenza di cui è dotato il sistema punitivo della giustizia italiana, il 41 bis e l’ergastolo ostativo sono due strumenti di tortura.
E non si tratta di un artificio retorico, ma di un’analisi sostanziale dell’utilizzo di questi istituti, partendo proprio dal significato letterale del termine, che – citando la Treccani – si riferisce a “varie forme di coercizione fisica applicate a un imputato […] allo scopo di estorcere una confessione o altra dichiarazione utile all’accertamento di fatti non altrimenti accertati, dei quali si debba tener conto nel definire il giudizio”.
L’esempio principe del mafioso che scioglie il bambino dell’acido, fonte di giustificazione populistica di infinite nefandezze, ci parla chiaro: il responsabile, condannato anche per altri omicidi, restò in regime di 41 bis per 4 anni per poi essere liberato. Perché fu liberato? Perché scelse di collaborare con lo Stato.
Tuttora – e dai primi anni novanta ad oggi – diverse centinaia di detenutx sono in 41 bis, sottoposti all’isolamento quotidiano e affettivo, allo stigma sociale che ricade anche sui loro affetti, alla deprivazione sensoriale e molti di loro al fine pena mai. Una condizione cinicamente e scientificamente pensata e realizzata al fine di annichilire la persona.

L’origine geografica di coloro a cui viene prevalentemente applicato il 41 bis, inoltre, ci dice chiaramente cosa significhi, oltre le statistiche, il mai estinto approccio coloniale nei confronti del Sud Italia: un ragazzo di 20 anni arrestato per spaccio nel nord Italia difficilmente entrerà in questo regime carcerario, al quale invece verrà quasi sicuramente sottoposto un suo coetaneo del sud, già dalla fase di arresto cautelare.
Ma sarebbe ingenuo limitarsi alla condanna di tale approccio coloniale senza evidenziare il profondo, inscindibile legame esistente tra gli apparati dello Stato che si servono di questa gente, dal pesce piccolo al pesce grosso, e il Sistema di cui essi fanno parte. Il 41 bis nasce come discarica in cui lo Stato getta tutti i pesci che deve fare fuori dopo essersene servito, la tomba per vivi in cui rinchiude chi non deve più poter parlare e da cui si può uscire solo sancendo un patto di collaborazione con il proprio aguzzino. La natura intrinsecamente violenta di questo regime carcerario squisitamente democratico, trova poi la sua estensione nella possibilità di essere applicato al nemico interno, ossia ai “prigionieri politici”, siano essi comunisti (come Lioce, Morandi e Mezzasalma, in 41 bis dai primi anni 2000) o anarchici (come Alfredo Cospito). Per loro, ricordiamolo, l’unica via d’uscita da questo regime di tortura, è l’abiura delle proprie idee, cioè dei propri percorsi di lotta e di vita, sostanzialmente di se stessi. A tanto arriva la democratica violenza dello Stato: deprivare il fisico e la psiche del prigioniero per minare le sue convinzioni qualora esse non siano allineate con il pensiero unico o, ancor peggio, dichiaratamente sue nemiche.

Con la stessa facilità con cui il genocidio del popolo palestinese è passato dall’essere un evento mainstream a un rimosso collettivo, anche la violenza del 41bis, seppur in scala 1:100 a confronto, è velocemente tornata sotto il velo di silenzio in cui giaceva prima della mobilitazione a cui abbiamo fieramente preso parte.
Sintomo dei tempi?
Fa paura, a fronte dello stato di guerra e di polizia in cui stiamo precipitando, pensare alla possibile ulteriore estensione di questo istituto detentivo. Non serve essere antagonisti, anarchici o chicchessia per prenderne coscienza. Sarebbe molto spiacevole dover affermare un giorno “l’avevamo detto”: proprio per questo non siamo disposti a chiedere scusa per aver lottato al fianco di Alfredo e affermiamo con decisione la nostra simpatia, complicità e solidarietà verso qualunque azione fatta nel mondo in quei mesi di sciopero della fame a fianco di Alfredo Cospito e degli altri prigionieri e prigioniere per contrastare il 41bis e la nostra solidarietà verso il popolo palestinese che con estrema tenacia, resiste e trova nella resistenza la sua ragion d’essere.

Imputate e imputati


Testo in pdf: dichiarazione Bologna

AGGIORNAMENTO SUL PROCESSO DI PRIMO GRADO “CITY”

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Il 19 Marzo 2026 il PM Scafi, dopo la sua requisitoria, ha richiesto le pene per le/gli imputate/i del primo troncone del cosiddetto processo “City”, relativo ai fatti avvenuti durante il corteo del 4 Marzo 2023 a Torino, in solidarietà ad Alfredo Cospito, ai tempi in sciopero della fame da oltre 5 mesi.

Le pene chieste dalla procura per le/i 18 imputate/i per devastazione e saccheggio si quantificano in più di 130 anni di galera. Per due imputate/i sono stati chiesti più di 12 anni, per altre/i 4 imputate/i più di 9 anni e per tutte/i le/i restante/i piu di 5 anni.

La sentenza per questo troncone del processo sarà pronunciata il 16 Aprile 2026.

Nel frattempo procede anche il processo a carico di altre compagne e compagni accusati per la stessa giornata di lotta, procedimento separato per rendere più rapido il cosiddetto primo troncone.
Il 10 Marzo, in fase di udienza preliminare, la GUP ha archiviato la posizione delle/degli indagate/i per essere stati fermati prima dell’inizio del corteo con l’accusa di quasi reato (art.115 c.p.), nonostante la richieste del PM di applicare la libertà vigilata. Rinvio a giudizio e udienza l’11 Novembre 2026, invece, per compagne e compagni accusati di concorso in devastazione, resistenza aggravata e porto di oggetti atti ad offendere: in totale 29 rinvii a giudizio.

41bis è tortura! Contro galere e CPR.
Alfredo libero. Tutte libere, tutti liberi!

CATANIA: FANNO IL DESERTO E LO CHIAMANO DECORO – PRESIDIO CONTRO LO SGOMBERO DELLA L.U.P.O

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⚠️PRESIDIO IN PIAZZA PIETRO LUPO (CT) LUNEDI 23/03/26 DALLE 9:00

Dopo averla tirata per le lunghe, fino all’ultima scadenza possibile, per il Comune di Catania è arrivata l’ora dello sgombero della L.U.P.O. Questo spazio aggregativo al di fuori delle logiche di profitto sta per scomparire inghiottito dal Nulla, che tutto divora per trasformare in merce. La L.U.P.O. verrà demolita per fare spazio ad una piazzetta con parcheggio per completare il progetto vetrina del centro città, ad uso esclusivo dei turisti. Con i soldi del PNRR invece di mettere in sicurezza una città devastata da incuria e malagestione in cui il fronte mare crolla, i teatri prendono fuoco e i quartieri popolari restano degradati e privi dei servizi fondamentali, decidono di mettere a profitto ogni singolo pezzo di storia, con la scusa della cultura. L’ipocrisia si trasforma in sfacciataggine, grazie a un’amministrazione che crea una percezione mediatica artificiale, spremendo ogni monumento per monetizzare a favore di una città esclusiva che invece crea marginalità e miseria.

Il clima repressivo che l’intero pianeta sta subendo giustifica ulteriormente l’atteggiamento di un potere che non trova più freni o ostacoli a rallentare la sua marcia, così tramite degli avvisi di zona rimozione affissi alla L.U.P.O., (che fanno riferimento ad una ordinanza sul progetto PUI) validi da lunedì 23 marzo al 31 dicembre ci rendono noto la data dello sgombero o meglio ancora dell’apertura del cantiere per portare a termine la demolizione della L.U.P.O.
Quando la legalità si nutre di sfruttamento del lavoro, sorveglianza, deportazioni, reclusioni, guerre e genocidi, rivendichiamo con orgoglio la nostra indipendenza, rivendichiamo le pratiche di autogestione, rivendichiamo la matrice antifascista, antirazzista, antimachista e anticapitalista che guida il nostro agire, rivendichiamo di aver sperimentato rapporti sinceri ed orizzontali, rivendichiamo la nostra illegalità.

Con lo sgombero della L.U.P.O. un altro pezzo del puzzle si incastra perfettamente alla creazione della sterile città dei padroni, purgata dal degrado del vivente, consegnata alla monocultura del capitale. In pratica un vero e proprio deserto sociale dove abbandonare le centinaia di ragazzx che ogni settimana hanno attraversato la L.U.P.O. coscienti di essere in un luogo che gli appartiene, conquistato attraverso il conflitto e non per una concessione e malgrado l’opposizione delle istituzioni. Il governo cittadino ha deciso di sgomberare manu militare per sanare una contraddizione con la forza, per imporre la sua decorosa idea di città. Ma un’idea è un fuoco che divampa nelle nostre teste e nessuna repressione può spegnere l’incendio che si è propagato nelle menti di chi ha vissuto la L.U.P.O.

TORINO: CORPI [S]VINCOLATI

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Chiacchiera e aggiornamenti su solidarietà e complicità dentro e fuori le mura a partire dalle esperienze repressive delle Operazioni Ipogeo e No Ponte. Venerdì 27 marzo, Giardini Saint Bon, Torino.

Dalle 15 aggiornamenti e chiacchiera.
Dalle 18 aperitivo benefit vegan.

Non ci sarà alcool, se lo vuoi portalo.

FUORI TUTTX DA GABBIE E GALERE!

CATANIA: AGGIORNAMENTI SULL’UDIENZA PRELIMINARE DELL’OPERAZIONE IPOGEO

Diffondiamo:

Il 10 marzo, presso il tribunale di Catania si è svolta l’udienza preliminare nel processo dell’Operazione Ipogeo a carico dellx nostrx compagnx, aggiorniamo di seguito

Per tuttx lx imputatx, tranne uno, è stata avanzata richiesta di rito abbreviato

Il Comune di Catania si è costituito parte civile richiedendo un risarcimento di un milione di euro per presunti danni di immagine alla città. La richiesta è stata giudicata poco dettagliata dalla difesa e risultava priva di marca da bollo, circostanza che ha suscitato il richiamo esplicito del GUP nei confronti dell’avvocato del Comune. Il GUP si è riservato la decisione in merito all’ammissibilità della costituzione di parte civile del comune.

Prossime udienze

14 aprile – requisitoria del Pubblico Ministero

21 aprile – arringa dellx avvocatx della difesa non catanesi

16 giugno – arringa dell’avvocato della difesa di Catania

Ci stringiamo complici e solidali contro ogni tribunale e galera.

Per scrivere allx compas ancora in carcere:

Luigi Calogero Bertolani
C/o casa circondariale piazza Vincenzo Lanza n° 11
95123 Catania (CT)

Gabriele Maria Venturi
C/o casa circondariale via Appia n°131
72100 Brindisi