PER SARA E SANDRO

Riceviamo e diffondiamo queste riflessioni scritte da alcunx compagnx di Bologna in seguito alla morte di Sara e Sandro.Qui il pdf.

Ci sono cuori che non trovano riposo né respiro in questo mondo, tanta è l’oppressione che vedono loro intorno.
Sono cuori stanchi, stanchi di portare catene ma mai rassegnati.
Sono cuori che, in una notte di angoscia, danno vita ai loro sogni.
Ci sono cuori che provano ad avvicinarsi alle stelle nonostante il rischio di bruciarsi.
Oltre le leggi della ragione e la ragione delle leggi.

Nella scelta di lottare, nel rischio conseguente alla scelta, due compagni generosi hanno perso la vita. Li piangiamo, e abbiamo chiaro che non è questo il momento in cui vogliamo misurare prossimità e distanze, divergenze e punti in comune. Questo è il momento in cui vogliamo stringerci con la comunità in cui ci riconosciamo, la stessa che tre anni fa, proprio in questo periodo, era in mobilitazione a fianco di Alfredo; quella comunità fatta di individui che hanno scelto la strada della non rassegnazione e della presa di consapevolezza attiva, della riduzione dello scarto tra astratto e concreto, per quanto possibile. È il momento dell’equilibrio, perché gli ingredienti in circolo nel sangue ora sono molti e non vogliamo lasciarci sopraffare dall’urgenza del tempo, dalla frenesia della risposta a tutte le vergognose e vili parole sputate da giornalisti e sbirri.

Il tempo della vita è lungo, tante vite fanno la storia e noi ne siamo parte. Lo sono le vite di Sara e Sandro, lo è e lo sarà la loro morte, così come quella di tutte le compagne e i compagni caduti nella lotta o uccisi dallo Stato. Ricorre proprio in questi giorni il ricordo dei compagni Sole e Baleno e la loro memoria accompagna da oltre 20 anni le nostre lotte. Se nel corso delle nostre fugaci esistenze avessimo la forza per piangere tutti i morti ammazzati dallo Stato e quella per vendicarli, a uno a uno, saremmo persone migliori.

Ma siamo ciò che siamo, nella nostra determinazione, ma anche nella nostra limitatezza. Ciascuno di noi, come i compagni e le che ci hanno preceduto -anche quelli che non abbiamo mai conosciuto- è un tassello di un percorso rivoluzionario, il cui corso è lungo e si sviluppa lungo una temporalità che sfugge tra le nostre dita. A volte tutto ciò ci fa incontrare l’azione, l’amore, la passione, la solidarietà, la gioia; a volte il fallimento, la paura, la galera, il dolore, la morte. Fare i conti con la misura della vita e della morte è un passaggio ineludibile adesso, così come mettere a fuoco e accettare lo scorrere di entrambe e l’inevitabilità dell’una e dell’altra, come parte della possibilità di costruire e di distruggere, cioè come parte della nostra scelta.

Hanno perso la vita due anarchici e, proprio in quanto tali, due persone generose.
Ma che significa essere un compagno o una compagna generosi? Non è facile spiegarlo a parole, anche perché certe cose è nella lotta spalla a spalla che le capisci e le riconosci. Però, volendoci provare, si potrebbe banalmente dire che la generosità nella lotta si riconosce in quelle persone disposte a spendersi senza aspettarsi un ritorno, ma per un’idea rivoluzionaria. Persone disposte – senza tante parole- a rischiare moltissimo in cambio di un risultato spesso misero, o comunque non commisurato al rischio corso.

Rischiare. Questa è una parola importante in tutta questa vicenda. Per chi dell’idea anarchica ha fatto un pezzo di sé, il motore della propria vita e non una postura occasionale, questa è una parola ineludibile, non solo, né tanto, in termini filosofici e metaforici, ma in un senso terribilmente pratico: la galera, lo stigma, la povertà, le botte, la morte. Non si fanno i soldi ad essere anarchici o anarchiche, né si guadagna la gloria o il potere, anzi di solito è esattamente il contrario. E tutto perché? Per poter vivere e gridare quello in cui crediamo: che un altro modo di vivere tra persone è possibile e chi lo impedisce va combattuto. E tanto basta. Questo, unito a tutta la gioia connessa al tentativo di realizzare quella scheggia di anarchia, vale il rischio di quanto sopra.

Solo dei folli farebbero una simile scelta. Non lo neghiamo, ci vuole una buona dose di follia per rischiare così tanto, per far detonare le proprie idee, però a ben guardare il folle è in certi casi più sano del sano. D’altronde viviamo in una società in cui -parafrasando qualcuno- la sanità mentale non è altro che un’eccellente copertura. Una società che ingabbia chi ci vive nella piena impotenza di fronte a uno sfruttamento sempre più brutale, a guerre, catastrofi, crisi economiche, in cui gli standard per essere una persona apprezzabile sono dettati da una performatività irraggiungibile; una società in cui tutto è promesso, ma nulla è davvero arrivabile e in cui se fallisci è solo colpa tua, oppure di qualcuno che sta peggio di te, qualche minoranza ad esempio; una società sempre più fondata su una guerra civile a bassa intensità che torna bene solo a chi comanda.

A fronte di tutto ciò alcune persone -e fra queste Sara e Sandro- decidono di lottare, individuano delle responsabilità -persone in carne e ossa o istituzioni che siano- e si danno gli strumenti per reagire contro di loro anziché sfogare il malessere che questa società produce partecipando ad una spregevole guerra fra poveri. Troppo violenti i mezzi che avevano scelto? Non ci stupiamo che ci sia chi lo pensa, anche se, a fronte del clima di guerra e crisi in cui andiamo scivolando, pare difficile pure che ci si possa meravigliare che qualcuno li possa impiegare. Chi sceglie di giudicarli distoglie l’attenzione dalle cause profonde che muovono simili scelte, facendo un favore ai reali responsabili delle nostre miserie: lo Stato e i padroni.

Non sappiamo a chi i due compagni volessero indirizzare ciò che è esploso tra le loro mani, ma di una cosa siamo certi: non sarebbe stata una stazione affollata, né la carrozza di un treno gremito di persone, non sarebbe stata una manifestazione di lavoratori e lavoratrici, né una scuola, un mercato o un ospedale. E questo perché -la storia più o meno recente lo insegna- sono questi gli obiettivi di bombe ben diverse: quelle che gli Stati, le loro polizie ed eserciti non hanno scrupolo ad usare indiscriminatamente contro le popolazioni civili.

Anarchiche e anarchici saranno pure dei folli perché disposti a rischiare per un’idea di giustizia, ma su certi punti le idee le hanno molto chiare: i nemici li conosciamo bene ed è a costoro che è destinata la violenza rivoluzionaria, non certo a chi -simile a noi- speriamo si unisca alla lotta. Siamo persone che della responsabilità individuale hanno fatto un principio e che delle responsabilità delle proprie azioni si assumono le conseguenze in prima persona; questo Sara e Sandro lo avevano ben chiaro e lo hanno dimostrato, rischiando tutto, in un luogo isolato, per dare forma ai loro sogni che sono anche i nostri e che sono l’urlo di tutte le sfruttate e gli oppressi di questa società.

Alcune anarchiche e anarchici di Bologna

 

SAPENDO PERCHÈ

Da Infranero:

per A. e S.

«A memoria d’uomo non si era vista una cosa simile: tutto un mondo solo in attesa, attento solo all’evento accaduto, compiuto, atterrato diritto nel passato come un frutto maturo caduto dall’albero, il mondo sempre attento soltanto all’evento stagionato come un formaggio, e che vuol solo sapere cosa è stato, al fine di registrarlo, per sapere. Un mondo intero caduto nella pazienza; un mondo di uomini che sono tutto, che fanno tutto, e che si limitano a guardare come se non ci fossero affatto.
A memoria d’uomo non si era vista una cosa simile: un’epoca così mostruosamente abitata da timidezze e da pigrizie senza spina dorsale, da incoscienza e da abdicazioni, e che si agita da sola in preda alle convulsioni, si contorce e sputa sangue; un’epoca malata in cui l’uomo è assente, in cui l’uomo se ne sta tranquillo, rannicchiato nell’avventura e capace solo di crepare: un’epoca in cui nessuno si arrischia a pensare. Nessuno che sia qualcuno. È un brulicare di grandi uomini, quest’epoca, è un brulicare di persone, ma non sono che uomini della folla, oscene immagini che si sforzano d’essere sempre più simili. E il tempo passa.
Si vuole sapere, non si vuole capire — e il sapere vi allontana e la scienza vi inganna: tutto ciò che esce dalla memoria è un presente già divorato, è un passato ancora fresco, ancora fumante: è passato. Tutto il presente è proiettato all’indietro, ci si ritrae e si aspetta. Si aspetta cosa? Ciò che accade: ciò che è accaduto. Si classifica; si conta; e si aspetta ancora. Si guarda passare l’intero presente.
Si vede soltanto quando si chiude: un volto deluso, che non ha più nulla da dire, che non può più dire nulla e che se ne va, lontano, colpito da nullità, colpito da somiglianza con l’immondo come una incomprensibile medaglia ormai invecchiata, sopraffatta dalla somiglianza di tutto…
Ma i cuori semplici sono stati squarciati a coltellate; il nostro mondo è aperto a un improvviso avvenire, spalancato alla sofferenza: il cielo è là, nuovo di zecca, e i forti venti del cielo…
Hanno squarciato il mondo con una coltellata; il mondo aperto e la sua ferita divinatoria in cui guardo. Davvero non c’è nessuno? Nessuno se non quelli che sono morti e che sanno perché? Quelli che non sono morti, sono scampati solo perché non erano vivi?
Non c’è più nessuno che ci provi, oggi, ora, adesso perché è l’ora, a fare nel mondo un posto all’uomo e a scavare nell’uomo un posto per il mondo: gli alberi, le stagioni, le pietre, le costellazioni?
Ebbene no! Rifiuto. Rifiuto alla viltà, al timore, alla debolezza, rifiuto alle forme seducenti e orribili della menzogna, rifiuto alla scienza, al sapere, a quella che chiamate storia, rifiuto ai grandi uomini e al tradimento, rifiuto la mia complicità che non è innocente. Rifiuto e chiamo. Dove sono i miei compagni?».

[Armel Guerne, Mythologie de l’Homme, 1945]

CHI SABOTA È NEMICO DELL’ITALIA

Diffondiamo:

Queste Olimpiadi non potevano iniziare in maniera migliore.
La mattina del 7 febbraio, giorno della cerimonia inaugurale dei Giochi della Vergogna di Milano-Cortina 2026, ben tre sono state le linee ferroviare sabotate e bloccate fino al pomeriggio.
Intorno alle 6 sono stati piazzati due ordigni incendiari rudimentali accanto ai binari della linea ordinaria di Castel Maggiore, uno in direzione nord e uno in direzione sud. L’obiettivo erano i cavi per il rilevamento della velocità: uno dei due ordigni, quello verso nord, si è azionato verso le 8 danneggiando i cavi, mentre il secondo, quello in direzione Ancona, è rimasto inesploso. Una cabina elettrica verso Pesaro, invece, ha preso fuoco interrompendo i treni da e verso le Marche.
Due anni fa, una serie di attacchi simili per modalità e contesto erano stati lanciati contro 5 diverse infrastrutture della rete LGV intorno a parigi, causando la cancellazione di un quarto dei treni ed enormi disagi dal 26 al 28 luglio, giorni di inaugurazione delle olimpiadi di parigi. Anche per via della militarizzazione completa della città, in quell’occasione le contestazioni dirette si erano limitate ad azioni di disobbedenza civile e non violente. Pochi giorni dopo usciva questa rivendicazione:
    “Rivendicazione del sabotaggio delle linee TGV qualche ora prima della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Parigi 2024
 
E questa la chiamano una festa? Noi ci vediamo una celebrazione del nazionalismo, una gigantesca messa in scena dell’assoggettamento dei popoli da parte degli Stati.
Sotto a una maschera ludica e conviviale, i Giochi Olimpici offrono un campo di sperimentazione per la gestione poliziesca delle folle e il controllo generalizzato dei nostri spostamenti. 
Come tutti i grandi eventi sportivi, sono anche ogni volta l’occasione per fare culto dei valori su cui si fonda il mondo del potere e del denaro, della concorrenza generalizzata, della performatività a ogni costo, del sacrificio per l’integrità e la gloria nazionale. 
L’appagamento di identificarsi in una comunità immaginaria e sostenere il proprio supposto campo di appartenenza non è meno nefasta dell’incitazione permanente a vedere la propria salvezza nella buona salute della propria economia nazionale e nella potenza del proprio esercito nazionale.”

Nei mesi precedenti le olimpiadi di Parigi 2024 furono approvati due pacchetti di leggi, la “Loi sécurité globale” e la “loi olympique”, quest’ultima che autorizzava la sperimentazione di algoritmi per il riconoscimento facciale per tutta la durata delle olimpiadi. Come in francia, anche nella penisola abbiamo visto promulgare il 5 febbraio di quest’anno, 2 giorni prima della cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi, un nuovo pacchetto sicurezza che tra le altre cose consolida l’uso delle zone rosse come strumento di esclusione sociale, autorizza il trattenimento (già abitualmente praticato) per 12 ore da parte delle forze dell’ordine di individux “pericolosx” in concomitanza di manifestazioni pubbliche, introduce il carcere per l’elusione di un controllo di polizia e una pena pecuniaria fino a un massimo di 20000 euro per manifestazione non autorizzata (articolo 18 del TULPS, Regio decreto del 18 giugno 1931). Come a Parigi nel 2024, anche il 7 Febbraio a Milano le contestazioni dirette si sono limitate ad azioni di disobbedenza civile e non violente, fatta eccezione per i momenti finali del corteo lanciato da CIO (Comitato Insostenibili Olimpiadi). Milano in Movimento scrive in proposito:
    “[…]abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la Tangenziale Est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente dispositivo di Polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp). 6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 ferit* di cui 4 ospedalizzat*.”
 
Dopo il corteo, Meloni e compagnia dichiarano in coro:
    “Chi manifesta contro le olimpiadi è nemico dell’italia“.
Che non ci si permetta assolutamente di mettere a critica lo spirito nazionalista, competitivo di questi “giochi” o il loro drenare quantità impressionanti di fondi pubblici mentre paesi interi crollano, in sicilia, al passaggio di un uragano.
D’altronde non c’e nulla di più importante al momento. Non c’è miglior strumento di distrazione per uno stato odierno. Non c’è maschera migliore, in Italia oggi come altrove in passato; solo un esempio sono le Olimpiadi di Berlino del 1936, in piena dittatura nazista.
Pare chiaro, quando i pacchetti sicurezza diventano occasioni praticamente semestrali per stringere le reti della repressione e soffocarci qualunque dissenso, che il dissenso “pulito”, esplicitamente rivendicato, portato avanti nella legalità, non possa più essere efficace.
Così come inizia a non essere più ignorabile l’inefficacia delle modalità di scontro di piazza diretto portate avanti negli ultimi mesi e anni in tutto il territorio.
Pare dunque necessario armarsi degli strumenti della clandestinità, della decentralizzazione del conflitto e la moltiplicazione dei suoi fronti, dell’autodifesa e del sabotaggio per sopravvivere ai tempi cui andiamo incontro.
Per l’eradicazione di questo sistema di morte e sfruttamento,
per la distruzione del controllo totalizzante che ci soffoca.
Ingovernabili, non disobbedienti.
Fuoco alle olimpiadi e a chi le produce. (A)

A PADOVA DUE MORTI IN 36 ORE, ECCO LA “NORMALE” AMMINISTRAZIONE CARCERARIA

Diffondiamo:

Pochi giorni fa, nel giro di 36 ore, due detenuti sono morti nel carcere Due Palazzi di Padova. Altri tre, in Italia, hanno fatto la stessa fine da inizio anno, suicidati da uno stato che rinchiude quelli che considera i suoi “scarti”, pile esaurite da buttare, gli indesiderati in una società che complice sceglie di dimenticarli dietro quattro mura, sputandoli fuori, il più lontano possibile dalla vita di chi, per ora, gode della cosiddetta “libertà”.  Poco importa chi sta in quelle celle infami, chi sia lo sventurato che cade negli ingranaggi più brutali di questo sistema perfettamente in salute, cosa gli accade lì dentro, come vive. Perché qui fuori ci dicono che servono più garanzie per i diritti dei reclusi, più risorse agli apparati repressivi, più programmi lavorativi e didattici per i carcerati, più fondi per “rieducare chi sbaglia”. Ma chi dice ciò presuppone che ci troviamo davanti ad un sistema che non funziona bene, e noi non ci crediamo.

Il carcere è il cardine di questa società, ogni suo apparato (dalle questure ai tribunali, passando per sbirri vari e sostenitori di un ordine colpevolmente ingiusto) garantisce che tutto fili liscio nel resto della società. L’importante è che le retrovie di uno stato che schiaccia i popoli e le comunità che amministra spremendone fuori profitto da spartire tra i potenti siano pacificate. Fuori la vita è una merda, si sgobba sperando di mangiare e avere un po’ di avanzi di tempo da dedicare a chi amiamo; dentro la vita fa ancora più schifo. Ma anche nella peggiore merda sappiamo che dentro la vita resiste, che chi è dentro quotidianamente resiste. Dalla rabbia delle rivolte alla determinazione delle battaglie di ogni giorno i carcerati sopravvivono, e noi con loro.

Di questi tempi una cosa ci è sempre più chiara: per questo stato che ci incarcera, ci ammazza e ci picchia non c’è differenza rilevante tra una rapina, una dose spacciata e una bomba. Il carcere è la soluzione a tutto. Il carcere punisce, rinchiude e rieduca. Rieduca all’arancia meccanica, sia chiaro, a forza di botte, soprusi, ricatti e minacce. Sotto ogni criminale “comune” può esserci un sovversivo, perché i cosiddetti crimini “comuni”, tanto quanto quelli “politici”, incrinano la pacificazione sociale e l’ordine che con tanta dedizione ci impongono. Questi crimini mettono a nudo un ordine che impoverisce, che devasta, che costringere alla violenza per guadagnarsi un po’ d’aria respirabile.

“Il carcere deve essere rieducativo”, dicono. E noi ci vogliamo più diseducati. Ce ne fottiamo della loro rieducazione: sputiamo su quello che  ci insegnano e vogliamo ogni galera chiusa e fatta a pezzi. Abolire il carcere significa praticare una nuova società ora, una società dove la sua esistenza non sia più pensabile.
Così si arriva a chi sta dentro e chi sta fuori. Il punto per lo stato non è tanto che i carcerati abbiano sbagliato, ma che quello che dicono abbiano fatto abbia attentato all’ordine delle cose, le abbia rovinate, le abbia increspate. Il loro crimine ha minacciato i sedativi garantiti alla popolazione per accettare una vita impossibile: hanno compromesso la proprietà, la ricchezza accumulata o la “tranquillità sociale”. E non è accettabile. Bisogna toglierli di mezzo per questo.

Del Due Palazzi dicono: “questo carcere non è male”. E ce lo dicono gli operatori, l’amministrazione penitenziaria, altri detenuti in giro per l’Italia.
Ma questo carcere è una merda come tutti gli altri.
Giovanni Pietro Marinaro è morto a 74 anni, il giorno del trasferimento in blocco dei detenuti dell’Alta Sicurezza e della chiusura del reparto. Erano dieci anni che stava al Due Palazzi, ma avevano deciso che doveva essere sbattuto chissà dove perché quelle celle, quelle dell’Alta Sicurezza in cui era rinchiuso assieme ad altri 22 detenuti, potevano ospitare più del triplo delle persone se degradate a comuni. Così, si è consapevolmente scelto di vessare ancora di più le loro vite. Sappiamo bene che ad ogni trasferimento corrisponde un periodo di isolamento, del tempo per adattarsi come si può ad un carcere nuovo con altre regole, altri equilibri, e questo è stato l’ordine di impiccagione di Giovanni Pietro Marinaro.
Dopo due giorni, il 30 gennaio, un altro ragazzo si è impiccato nel bagno della sua cella mentre negli stessi giorni un tentativo di suicidio nel carcere di Potenza è stato sventato ed uno andato a buon fine a Sollicciano, nel fiorentino, da parte di un ragazzo con un passato di tossicodipendenza e disagio psichico. Il carcere risolve tutto, e lo fa molto bene quando ammazza chi inghiotte nel suo ventre: i suicidi non sono un intoppo nella vita carceraria ma normale, perfetta, amministrazione.

Dentro al Due Palazzi attualmente ci sono 668 detenuti per 432 posti, con un sovraffollamento al 155%. Del Due Palazzi, però, si parla solo come eccellenza nel collaborare con le aziende, le cooperative e la società civile del territorio. “Un bel posto” insomma, fino a quando qualcuno non ci muore. Ma noi sappiamo e non ci dimentichiamo delle vessazioni continue che avvengono lì dentro: i pestaggi, i richiami punitivi, i vetri oscurati messi sui blindi tra le sezioni per impedire contatti e semplici scambi di sigarette e giornali. Questi omicidi vanno ad aggiungersi al lungo conto in sospeso che abbiamo con lo stato. Ma i debiti saranno saldati.

Al fianco delle vite resistenti di tuttx lx carceratx e delle loro lotte, portiamo un pensiero a Juan e Anan, recentemente condannati dalla “giustizia” italiana. Le loro condanne per noi sono cartastraccia: tireremo fuori dalle galere lx nostrx compagnx e tuttx lx carceratx.
Fuoco alle galere, liberx tuttx.

ALCUNE BREVI NOTE A PARTIRE DA NISCEMI SUI REATI DI DANNEGGIAMENTO E DEVASTAZIONE

Diffondiamo

In Sicilia succedono cose sempre più inquietanti.
Sì, ci riferiamo ai cicloni e alle frane di questi giorni, effetti di un sistema capitalista che ci sta sempre più velocemente portando senza alcuna remora alla distruzione. Ovvero ci riferiamo alle azioni dei governanti, e dell’imprenditoria turistica e non solo, che stanno esponendo lx abitanti dell’isola a sempre più pericoli. Ma ci preme anche guardare come lo stato, nel suo apparato punitivo che, secondo la vulgata, dovrebbe restituire giustizia, agisce.

La procura ha aperto un fascicolo contro ignoti per “danneggiamento seguito da frana” in riferimento a quanto sta succedendo in questi giorni a Niscemi. 1500 persone sfollate, un territorio devastato, le immagini sono sotto gli occhi di tutti. Invece di puntare l’obiettivo sulle responsabilità dello stato e delle sue articolazioni locali, la procura va a cercare le cause del disastro in chi avrebbe compiuto opere di “danneggiamento” al “solo scopo di danneggiamento” di opere esistenti a difesa dell’acqua.

Il reato di “danneggiamento” è diventato, col decreto sicurezza del 2019, anche un reato di piazza per criminalizzare chi partecipa alle manifestazioni. Sempre più questo reato lascia spazio a quello, ancora più pesantemente punito, di “devastazione e saccheggio”.
A Niscemi, per il potere penale, la frana sarebbe imputabile ad attori che avrebbero danneggiato delle strutture di gestione dell’acqua. Eppure a Niscemi, di fronte a tutte queste persone che hanno perso la casa e al senso di violenta insicurezza che le istituzioni hanno generato aglx abitanti, si mostra che l’operato delle politiche pubbliche sta producendo “rovina, distruzione (…) danneggiamento – comunque complessivo, indiscriminato, vasto e profondo – di una notevole quantità di cose mobili o immobili, tale da determinare non solo il pregiudizio del patrimonio di uno o più soggetti (…) ma anche l’offesa e il pericolo concreti dell’ordine pubblico, inteso come buon assetto o regolare andamento del vivere civile, cui corrispondono, nella collettività, l’opinione e il senso della tranquillità e della sicurezza”. Ovvero il reato di “devastazione e saccheggio”.

Citare la cassazione o ragionare su quanto fa la procura è l’ultima cosa che vorremmo fare, e non pensiamo in alcun modo che ci siano incriminazioni che sarebbero più “giuste”: è chiaro a sempre più persone che il sistema penale produce sistematicamente ingiustizia.
Ma visto che a breve, da un’altra parte dell’isola, a Catania, ci sarà un processo che si basa sui reati di “danneggiamento” e “devastazione e saccheggio”, ci viene da insistere su come le parole “danneggiamento”, “pericolo”, “sicurezza” vengano pervertite dalle istituzioni del loro significato.

Se si guarda cosa lo stato sta facendo a Niscemi e al contempo come lavora alla criminalizzazione di chi ha preso parte a un corteo contro il ddl sicurezza, costruendo l’operazione Ipogeo e tenendo da più di due mesi due persone in carcere e una ai domiciliari, invocando per loro ed altre almeno 8 anni di carcere definitivi, ci viene da chiedere di cosa si parla quando si nomina il reato di devastazione?
Di quale “serio e grave pericolo” per “l’incolumità dei cittadini che si trovino nelle vicinanze”, come recita la giurisprudenza, si disquisice nelle aule dei tribunali?
Chi o cosa ha provocato e sta provocando la “sottrazione di risorse e sostentamento alle popolazioni” indicata nel reato di devastazione?
Chi devasta è lo stato e chi saccheggia è il capitale.

Tutta la solidarietà allx abitantx di Niscemi, già devastatx e saccheggiatx della loro salute, risorse naturali e vita da quella macchina di morte che è il MUOS, e allx abitanti della costa orientale, che questa estate sono già statx compromessx dall’arsenico sparso nell’aria da Webuild e i suoi cantieri e su cui incombe la minaccia del Ponte sullo stretto.
Tutta la complicità a chi contro questo ordine apparentemente inevitabile di perdita, morte e guerra resiste.

Per scrivere ax compagnx arrestatx nell’operazione Ipogeo:

Luigi Calogero Bertolani
C/o casa circondariale
Piazza Lanza 11
95123 Catania

Gabriele Maria Venturi
C/o Casa Circondariale
Via Appia 131
72100 Brindisi

UNA RIFLESSIONE SU “HARRY” da la redazione della neonata rivista IL MOVENTE

Diffondiamo:

“Mari Maruso”, titolo che da mesi si proponeva sul nostro tavolo tra i papabili per questo primo numero, in siciliano, vuol dire mare agitato/pericoloso. Non potevamo di certo prevedere che giusto una manciata di giorni dopo la fine della stesura definitiva di questa rivista ne avremmo visto un’espressione diretta. O meglio, anche se magari non sono state le nostre parole ad evocarne la tempestività, ci sono tonnellate di studi sul cambiamento climatico che da anni si esprimono inequivocabilmente sull’eventualità che fenomeni del genere si sarebbero manifestati nel Mediterraneo secondo uno schema ben preciso: con l’innalzamento delle temperature del mare vedremo i fenomeni metereologici “estremi”, come i cicloni, con minore frequenza ma di maggiore violenza.

Venti fino a 130 km/h, onde alte fino a 16,6 metri (la più alta mai registrata nel Mediterraneo), una scarica di pioggia che in soli 3 giorni ha fatto precipitare la metà della pioggia che normalmente si registra in un intero anno (in Calabria). Il ciclone “Harry”, che si è abbattuto in particolar modo lungo la costa ionica (e pure in Sardegna) tra il 20-23 gennaio, stando alle prime stime ha provocato danni per almeno 2 miliardi di euro.

È stato un evento epocale che non potevamo ignorare.

Cosa che invece, tolte le testate internazionali più “attente”, è stato derubricato dai più a evento di interesse principalmente regionale. Tra il 22 e il 23 gennaio, quando i danni materiali erano ben più che evidenti, la maggioranza dei notiziari nazionali riportavano marginalmente la notizia in coda a quelle di costume o ignorandola del tutto. In diversi si sono subito ricordati dell’allora presidente del consiglio Giovanni Giolitti che, commentando i primi telegrammi arrivati a Roma sul devastante terremoto che rase al suolo Messina e Reggio Calabria nel 1908, se ne uscì così: «L’ennesima fastidiosa lamentela meridionale per il crollo di qualche comignolo».

C’è un evidente schema che si ripropone anche questa volta: i meccanismi di estrazione di risorse (di vario tipo) attivi nel Meridione e nelle Isole, non solo vanno a braccetto con una narrativa-propaganda solidamente costruita attorno alle “colpe” che ben conosciamo di chi abita questi territori, ma ne hanno un bisogno fondamentale per continuare a riprodursi e approfondirsi.

C’è una sostanziale differenza, molto utile agli interessi dei soliti, nel parlare di arretratezza e malaffare invece che di impoverimento sistematico e deliberato saccheggio. Al di là delle parole, anche di lamentela, sul piano fattuale i “danni” della crisi climatica si moltiplicano esponenzialmente quando si sovrappongono alla “normalità” delle “altre” oppressioni e disuguaglianze – che guarda caso sono proprio quelle che fanno in modo che la megamacchina ecocida continui a funzionare per il profitto/”progresso” dei pochi, anzi pochissimi, contribuendo ad inasprire quella stessa crisi.

Un’ultima cosa. È sicuramente vero che nella società dello spettacolo si attiva una maggiore attenzione quando c’è di mezzo qualche “innocente” che crepa. Meglio se male e meglio ancora se del giusto lignaggio, e c’è chi ha sottolineato che lo scarso interesse su Harry e le sue conseguenze sono dovute anche al fatto che non ci sono state vittime su cui lucrare un po’. Questa cosa è falsa, delle vittime morte crepate male ci sono state eccome. 380 migranti risultano dispersi in mare dopo che 8 “imbarcazioni” sono naufragate nel tentativo di raggiungere le coste italiane nei giorni della formazione di Harry. Una sfortunata coincidenza? Sni.

Potrebbe sembrare un collegamento azzardato, ma se insistiamo nel sottolineare il legame che c’è tra la devastazione e il saccheggio dei territori, la spoliazione delle risorse dei loro abitanti, il regime di frontiera e carcerazione che li attanaglia, le dinamiche di militarizzazione legate all’imperialismo, il cambiamento climatico e le tratte migratorie… l’equazione torna.

Il nostro nemico è un sistema di sistemi, con molte teste e infinite sfumature, e dobbiamo ricordarcelo. Dobbiamo continuare ad insistere nello svelare le sue trame (non poi così tanto occulte ormai), e tentare di spezzarne quanti più fili possibile. Per un motivo molto semplice: è tutto maledettamente collegato e affrontare “una questione alla volta” difficilmente ci porterà a “risolverne” qualcuna.

È doloroso dirlo. Fa oggettivamente terrore provare a tratteggiare anche solo i contorni delle mappe del dominio. Affinché quel dolore afono tipico della rabbia inespressa e repressa – che è tutto tranne che ignorante – non si traduca ancora una volta in rassegnazione e abbandono reciproco dobbiamo alzare la testa, tirarci su le maniche, smettere di chiedere e chiedere e chiedere e impugnare tutte le nostre intelligenze, astuzie e tempeste interiori. E portale fuori.

Non c’è spazio per l’ipocrisia e le mezze verità, né in Sicilia né altrove.

È la guerra sociale.”

— la redazione de IL MOVENTE, fine gennaio 2026

ilmoventerivista@bruttocarattere.org

FOTOGRAFIA E FREE PARTY

Riceviamo e diffondiamo questo testo relativo alla produzione di contenuti visuali nel contesto dei free party e del problema riguardante la loro condivisione nel mainstream. Qui il pdf.

Se ho deciso di scrivere queste righe è perché ritengo preoccupante la degradazione estetica e comunicativa, interna al Movimento, riguardo la produzione e condivisione di contenuti visuali. Nel momento in cui la repressione poliziesca e legislativa – mai così violenta in più di 30 anni di storia – impone la creazione di nuove tattiche e forme organizzative per sopravvivere, così occorre ripensare il modo in cui vogliamo rappresentarci, eventualmente anche verso l’esterno. Parlo di Movimento con la M maiuscola in quanto, pur conscio di quanto questa concezione verrà osteggiata da alcunx, ritengo ci sia un lungo filo che lega le esperienze controculturali dei free-party dagli anni ‘90 fino ad oggi, in tutta europa e oltre. Parlare di un’epoca d’oro che non c’è più non ha senso perché è solo grazie alla trasformazione continua, la permeabilità, lo spirito di adattamento che ancora oggi esiste un dibattito circa le forme e modalità di vivere gli spazi liberati. Siamo nomadx nello spazio e nella psiche, ci piace immaginare nuovi orizzonti e proiettarci verso il futuro più che sedimentarci in forme stantie. Non dimentichiamo la nostra storia ma non la glorifichiamo nemmeno: è il momento di ripensarci ancora una volta.

  1. Chi di noi non ha mai subito la fascinazione dei colori, delle forme, dei movimenti di una festa? Percezioni visive – a tratti sinestetiche – che ci hanno fatto pensare: “io da qui non voglio andarmene più!”. Quante volte avremmo voluto catturare l’essenza, per sua natura inafferrabile, di una TAZ? Portarla via con noi anche quando i sound finiscono di pompare, i generatori di fare rumore, le carovane di uscire dal luogo occupato. E poi condividere, per quanto possibile, quelle emozioni provate con la propria compagnia, lx amicx che non hanno potuto presenziare, con noi stessx a distanza di anni per ricordare i bei momenti andati. Nella sua concezione più pop, la fotografia serve proprio per catturare l’istante e renderlo eterno ai posteri. Di ciò non dobbiamo affatto meravigliarci dal momento che il suo carattere documentale, sia esso a fini divulgativi, sia esso intimo e personale, è esplicito nella storiografia fotografica a partire dalle riflessioni di Roland Barthes. Non possiamo esimerci dunque dal fare i conti con quello strano e problematico strumento che è una macchina fotografica – o la fotocamera di uno smartphone – nel momento storico in cui tuttx o quasi si presentano in festa con una di esse in tasca. Se negli anni ‘90 fare fotografia era, per ragioni economiche, sicuramente più democratico che un secolo prima, oggigiorno la fotografia ha raggiunto la propria massificazione nella forma più ampia e irreversibile. Avete notato, inoltre, l’evoluzione della nostra comunicazione sui social network? Quando mi sono affacciato al mondo di Facebook la componente testuale era predominante. Con il trasferimento a Instagram è avvenuto invece un primo passaggio verso la predominanza dell’estetica sul contenuto, della verticalità sull’interazione pseudo-circolare. Con Tik Tok questi ultimi aspetti sono portati all’estremo. Non farò un’analisi estesa delle piattaforme social perché onestamente non mi interessano.
    Quello che voglio dire essenzialmente è che nel 2026 si condivide il dancefloor con persone che considerano smartphone e social network una realtà storica imprescindibile: di fatto lo sono! Possiamo scegliere, quasi eroicamente, di gettare il telefono in un tombino, cancellare i nostri profili social, ripartire dal passaparola ecc. Ma non possiamo pretendere che una nuova generazione attraversi gli spazi liberati con strumenti critici che il sistema là fuori non ha nessun interesse a fornire in principio. Senza scomodare poi le new gen, sono le stesse crew, collettivx, laboratorx a promuoversi tranquillamente su Meta e più. La promozione estetica verticale permette di raggiungere più pubblico. Questo traguardo è un traguardo muto, inerme, che riceve e non può rispondere. A prescindere che i profili siano privati o pubblici, l’importanza è spettacolarizzare quello che facciamo affinché la nostra platea ne sia ammaliata e attratta. Alla luce di questa decostruzione, il problema è il mezzo o l’intenzione? Per quanto mi riguarda, sono assolutamente contrario alla regola generale “no foto, no video”. O meglio, implementerei il messaggio con “no foto, no video se…”.
  1. Quando approcciai la fotografia nei primi tempi, da autodidatta, ero affascinato come tantx dalla street photography. Le foto di Cartier-Bressons ed Alex Webb correvano davanti ai miei occhi speranzosi di riuscire a cogliere con la loro stessa raffinatezza quell’attimo irripetibile. Inoltre, la street photography è un genere “economico”, non ha bisogno di chissà che formazione o strumentazione: basta “avere occhio” mentre si gira per strada con qualsiasi fotocamera. Infine, “cogliere l’attimo” non presuppone ragionamenti estesi. Non voglio dire che Martin Parr utilizzasse la propria ironia fotografica casualmente, più che altro riflettere sul fatto che “cogliere l’attimo”, storicamente, ha significato per lo più ritrarre il bizzarro, lo strano, l’assurdo per impressionare un pubblico. In generale, tutta la fotografia documentale e il fotogiornalismo vuole restituire contenuti visuali in grado di impattare, essere ricordati, “fare la storia”.
    Nel contesto di un free-party, dove la libertà espressiva è costitutiva del concetto stesso della situazione alla quale si partecipa, non dovrebbe meravigliarci trovare momenti e persone bizzarre. Bizzarre per chi, poi? Bizzarre rispetto alla formalità di quel mondo che nel free-party non c’è, non partecipa, ne è escluso in origine in quanto contenitore rotto nella cui crepa la TAZ ha potuto germogliare e sbocciare. Non ho mai sentito il bisogno di condividere una storia durante una festa, ma posso affermare con certezza che il meccanismo inconscio che ci porta a diffondere immagini in presa diretta sia lo stesso che portava un fotografo come me a girare per il dancefloor, macchina fotografica alla mano, alla ricerca del momento perfetto da immortalare. Nell’elaborazione successiva di un album fotografico trovavo la commistione di due elementi ritenuti fondamentali: quello soggettivo (far vedere che c’ero, che ho colto “correttamente” la vibe) e quello oggettivo (fotografare per documentare, fare memoria). Questi stessi elementi risultarono alquanto problematici con il passare del tempo. Mi iniziai a chiedere: cosa voglio comunicare? Chi voglio comunicare? Per chi voglio comunicare e come? Iniziai a rendermi conto che un contenuto visuale prodotto nel contesto di una TAZ e successivamente – o contemporaneamente – condiviso al di fuori di essa presupponeva grossi interrogativi etici ed estetici. Realizzai, insomma, che la mia azione era egoistica su entrambi i piani: se soggettivamente riduceva la pratica fotografica a un esercizio di stile per aumentare l’engagement sul mio profilo, d’altra parte non potevo arrogarmi il diritto di documentare oggettivamente una situazione molto più complessa di quella parzialità rappresentata in maniera feticcia – tra l’altro rubando scatti non consensuali nei confronti dex soggettx ritrattx. Capiamo quindi che la fotografia, lungi da essere solo quello strumento innocente in grado di fissare i ricordi, può altresì trasformarsi in arma violenta. Un’arma di controllo, perché una volta condivisi i contenuti al di fuori delle nostre reti non possiamo sapere come verranno utilizzati da chi cerca di reprimerci. Un’arma di spersonalizzazione e oggettificazione, dal momento che la documentazione acritica di ciò che succede non fa altro che alimentare e standardizzare una pornografia estetica dei cliché legati all’ambiente (gente “strana”, sound enormi). Infine un’arma egocentrica, tradendo quel principio basilare per cui la festa siamo tuttx e che ha portato, per esempio, a occultare la figura del dj dietro il muro di casse. Ma un’arma ha sempre bisogno di qualcunx che prema un grilletto per sparare. Io amo la fotografia e non me ne potrei mai separare. Voglio difendere questo mezzo espressivo dalle grandi, fin troppo grandi potenzialità. Per questo ritengo che l’obiettivo qui non sia solamente quello di darci regole d’utilizzo, ma di riformulare completamente i presupposti estetici coi quali vogliamo rappresentarci nel tentativo di prevenire alla radice le criticità. In un mondo di sovraesposizione mediatica, dove anche il dolore dei popoli oppressi è sbattuto continuamente in prima pagina, non dovremmo puntare a farci riconoscere. Più che verso l’alto, metafora di una scalata sociale alla quale non crediamo, dobbiamo correre orizzontalmente per insinuarci nelle fessure che questo sistema ancora mostra. Dobbiamo essere opachi, sgranati, criptici. Dobbiamo ripensare la nostra immagine oltre ai quattro bordi che determinano una foto.
  1. Chi ha avuto la possibilità di confrontarsi con me su questo tema solitamente esprime un grande dubbio: come stabilire un’estetica univoca all’interno di un Movimento eterogeneo e in continua mutazione? La mia risposta è che un’estetica non esiste di per sé, aprioristicamente, secondo concetti di bellezza eterei. Un’estetica è sempre determinata da fattori culturali, etici, economici condivisi all’interno dell’ambiente che la produce. Ragionando rispetto ai valori coi quali vogliamo identificarci penso, dunque, che potremo ricavare qualcosa di buono.
    Ho trovato illuminante a riguardo il lavoro di Hito Steyerl sul rapporto tra immagine di alta qualità e immagine “povera”. La sua critica, dal sapore non velatamente marxista, pone l’accento sul fatto che la nostra ossessione per la risoluzione, ossessione esacerbata ai nostri giorni dai contenuti visuali prodotti dalle ai, non è altro che una fascinazione classista rispetto a ciò che il progresso tecnologico ci mette a disposizione. Di comune accordo con le tendenze social di cui prima, si scambia la qualità di un contenuto per le sue proprietà più prettamente formali, al punto che un’immagine non nitida, non brillante, non propriamente chiara a primo impatto viene automaticamente catalogata come di cattiva fattura. In questo modo, chi ha la disponibilità economica per permettersi strumentazione tecnica di ultima generazione parte esteticamente avvantaggiato rispetto a chi non la possiede. La creazione della nostra estetica pirata parte dal rifiuto dell’immagine “ricca”. Chi non pensa che pay tv e piattaforme di video sharing a pagamento siano un furto? Chi non farebbe un elogio allo streaming illegale? Nel momento stesso in cui appoggiamo la causa della pirateria, stiamo prendendo posizione per un’immagine “povera”. Sgranata ma gratuita, l’immagine “povera” rompe la bellezza formale per andare dritta al contenuto. Alla nitidezza deterministica si preferisce l’ampio campo dell’immaginazione, della risignificazione di ogni pixel visibile. Penso che un Movimento che voglia davvero essere contro-potere debba ripartire da un’estetica contro-egemonica, un’estetica della dissoluzione rispetto a quella della affermazione a tutti i costi. Non intendo dire rinunciare alle nostre rivendicazioni, così come un film piratato non perde il suo significato solo perché in bassa risoluzione. Intendo dire piuttosto che non dobbiamo necessariamente essere compresx da chi questo mondo sotterraneo non lo vive, non dobbiamo per forza uscire da noi stessx esprimendoci con gli strumenti di chi questo mondo sotterraneo non lo comprende, dobbiamo più che altro costruire un nuovo vocabolario visuale in grado di comunicare cripticamente nelle nostre cerchie rispetto a ciò che riteniamo importante per noi. Più di 30 anni di storia ci hanno resx popolari e cosa ci hanno restituito lx nostrx interlocutorx? Oggettificazione, criminalizzazione e conseguente repressione. Un Movimento anti-sistema deve adottare un’estetica comunicativa anti-sistema.
  1. Il problema, se vogliamo, è che la condivisione di materiale “povero” è estremamente rapida e generalista, rispondendo a un’altra necessità della contemporaneità che ci vuole sempre e costantemente presenti sul palcoscenico sociale, ready-to-consume-and-being-consumed. Trovo particolarmente emblematico il fatto che i flyer girino su canali (ipoteticamente) segreti, ma la nostra presenza agli stessi party sia costantemente condivisa online. Se abbiamo parzialmente sistemato la questione dell’orizzontalità della produzione visuale rivendicando la necessità dell’immagine elusiva, dobbiamo ora trovare strategie elusive per la sua condivisione.
    Personalmente, ho trovato utile un ritorno alla fotografia analogica sia da un punto di vista metodologico che da un punto di vista concettuale. Benché moltx possano obiettare che ai nostri giorni potersi permettere di scattare e sviluppare un rullino sia un lusso – ricadendo dunque nel classismo fotografico – credo che i vantaggi derivati dal suo utilizzo superino i rischi insiti nell’utilizzo di apparecchi di ultima generazione, nonché esistano alcuni strumenti per l’abbattimento dei costi previsti per la sua pratica. Il primo, grande vantaggio della fotografia analogica è che accentra l’archivio dati nelle mani di chi produce il contenuto, essendo il negativo un supporto fisico non riproducibile se non digitalizzato. Problematizzare le modalità di archivio è un presupposto fondamentale per una estetica “invisibile”, criptata agli occhi di chi ci osserva con sospetto. Ogni contenuto condiviso sui social, non dobbiamo dimenticarlo, è una cessione volontaria di dati sensibili stipati in database irraggiungibili dall’utenza ma facilmente consultabili da chiunque voglia utilizzarli contro di noi. Il secondo vantaggio è che la fotografia analogica condivide contenuti lentamente. Rallentare il processo di condivisione di contenuti permette di abbattere quella componente egoistica ed egocentrica del “tutto e subito”, della performatività e protagonismo della rappresentazione. Consente di fermarsi per riflettere su ciò che abbiamo registrato, al significato che vogliamo dargli e alle modalità più adeguate della sua eventuale diffusione. Infine, vorrei far notare come l’utilizzo di rullini scaduti (“poveri”), oltre a generare un sensibile risparmio economico, permetta di avvicinarsi a quell’estetica criptica sulla quale sto insistendo. L’alterazione dei chimici presenti sulle pellicole, dovuta al passare del tempo, aumenta il grano e abbatte il contrasto dell’immagine, mentre ulteriori manipolazioni successive possono accentuare o diminuire gli effetti a seconda del risultato desiderato. A questo aggiungerei che il mercato delle apparecchiature analogiche è vertiginosamente più economico del digitale, oltre al fatto che la condivisione di sapere tecnico per la creazione di camere oscure sia certamente più alla portata rispetto a quello per la creazione di server e database sicuri per la circolazione di materiale digitale. Ipotizziamo tuttavia di non possedere quella conoscenza tecnica di base per affacciarsi alla fotografia analogica, ritenerla anacronistica o semplicemente esserne disinteressatx. Anche in fotografia digitale possiamo prediligere quei device di primissima generazione dove, tra bassa risoluzione e aberrazioni varie, l’immagine ci viene restituita sbiadita, impastata, confusa, piatta, alterata. Device che ancora rispettano l’idea di una fotografia lenta, le cui ingombranti memory card devono necessariamente essere inserite in un lettore affinché le immagini al loro interno siano trasferite su un pc. Comunque, sia che si opti per questa possibilità, sia per la digitalizzazione dei negativi analogici, diventa un imperativo la creazione di archivi virtuali interni alla nostra rete che possano fungere da magazzino per l’enorme volume di informazioni che circoleranno, nonché da alternativa ai social network.
  1. Ho provato ad esprimere al meglio possibile quel mare in tempesta che è la mia mente, a volte in maniera approssimativa forse, dal momento che sento l’urgenza di trattare questo tema. Ho tentato di esprimere al meglio la tesi per cui utilizzare modalità di autorappresentazione tipiche del mondo consumista non farà altro che feticizzarci, ho cercato di proporre che la nostra falsa dissoluzione enigmatica possa essere una via da percorrere per sopravvivere nelle crepe. Non ho idea di quali siano le modalità più corrette per ricostruire la nostra immagine, non so quali linguaggi sarà più opportuno adottare per relazionarci. Per facilitare un dibattito che mi auguro si apra da questo momento, aggiungo alcuni punti che personalmente ritengo fondamentali allo scopo, rimanendo in ascolto di tutti i contributi che arriveranno.
  • Boicottaggio totale di tutti i profili social legati a teknoinfluencer, video di feste ecc. Rifiuto della condivisione sui propri profili personali di contenuti visuali legati ai free-party. Problematizzazione in generale del social network come canale per la condivisione di materiale visuale;
  • Ritorno a una diffusione dell’informazione pirata orizzontale tramite fanze autoprodotte, momenti di condivisione di saperi nel contesto di spazi liberati che travalichino la mera libera socialità davanti ai sound, liberazione delle tecniche creative di materiale visuale in maniera sicura;
  • Creazione di archivi fisici e digitali di materiale visuale, indipendenti e criptati verso l’esterno;
  • Rifiuto al tentativo di mediazione comunicativa verso l’esterno;
  • Promozione di una estetica elusiva, scadente, glitchata, non consumabile, lenta, opaca, intervenuta, manipolata, surreale;
  • Rivalutazione del low-fi sull’high quality. Abbattimento deliberato di ogni drone si aggiri sulle nostre teste sottocassa;
  • Rivendicazione del sé come Movimento in continuità storica e non come somma algebrica di individualità riunite.

Per contatti e proposte: foto23@inventati.org

 

CATANIA: SIAMO TUTTX SAN BERILLO

Diffondiamo:

Mentre la Meloni inveisce contro lx “giovani palestinesi” e accomuna il lottare contro il genocidio di un popolo all’essere complici di un gruppo “terroristico”. Mentre se il DL Gasparri diventerà esecutivo, il solo esprimere dissenso contro lo stato sionista verrà paragonato ad antisemitismo e condannato penalmente.
Non si può che ribadire che gli strumenti per contrastare lo Stato quando incarcera i corpi e silenzia le voci sono continuare a mobilitarsi e a creare reti di solidarietà attorno o assieme (quando è possibile) a chi viene silenziatx, far sentire agli scribacchini e ai detentori del potere decisionale che c’è molta gente che continuerà a parlare e a diffondere la voce deglx oppressx!

È anche grazie alle mobilitazioni solidali che la corte di appello di Torino ha accolto il ricorso degli avvocati e disposto la liberazione di Mohamed Shahin dal CPR di Caltanissetta. Siamo contente che questo tentativo repressivo si sia dovuto scontrare con la liberazione di Mohamed!
Ma siamo anche conscie che la determinazione che c’è stata per Mohamed debba esserci per tuttx lx reclusx dentro i CPR che ogni giorno sopravvivono in condizioni disumane.

L’unione europea ha promulgato nuove leggi sull’immigrazione e reso ancora più difficile la vita a chi non è in possesso di un foglio di carta che documenti la sua identità. Mentre succede tutto questo e molto altro, a Catania, nella notte del 15 dicembre si è riattivata la ormai conosciuta macchina repressiva, con l’operazione denominata “Safe Zone”(Notare l’inglesismo). La squadra mobile di Catania e il commissariato centrale, si legge nei giornali, hanno eseguito delle misure cautelari emesse dal giudice delle indagini preliminari contro 38 persone di varie nazionalità con accuse che vanno da spaccio e ricettazione a ritorsione e rapina.
Il rastrellamento ha coinvolto il quartiere popolare di San Berillo, già da tempo obiettivo di una veloce e inumana campagna di pulizia delle strade e di un implacabile corsa alla gentrificazione. E, ancora una volta, i giornali si piegano a riportare le veline della questura, gli articoli, tutti uguali, danno una narrazione completamente dissociata dal contesto in cui le persone vivono le loro vite.

Abbiamo un sindaco che elogia il lavoro delle forze dell’ordine e che inneggia alla legalità di una vita ordinata. Ma a chi e a cosa si riferisce il nostro sindaco? Quale legalità verrà perpetuata finalmente a San Berillo? Una legalità che continuerà a portare fior fior di quattrini nelle tasche delle solite aziende edili costruttrici e delle agenzie immobiliari. E in quartiere, come tutto il centro storico, ci sarà posto solo per hotel di lusso, hub, ristoranti e bar per turisti e studentati per l’alta borghesia universitaria.
E intanto prosegue lo sfaldamento costante e feroce di comunità che si formano e che creano reti di solidarietà tra persone razzializzate, emarginate, escluse e sfruttate. A San berillo avevano trovato un posto dove non soccombere quelle persone che, a causa del razzismo, della speculazione, delle frontiere, non avrebbero mai potuto trovare una casa in città. Persone per le quali l’unica alternativa sarebbe forse stata lo sfruttamento costante perpetrato nelle campagne, dove lavorare e manco legalmente, per due euro e mezzo l’ora, tredici ore al giorno, e ringraziare se non ci si rimane uccise!

Si può parlare di “integrazione” quando ancora esistono e insistono queste forme di schiavismo? Si può perpetuare la solita, ma purtroppo efficace, narrazione della caccia alla delinquenza e all’illegalità, quando quella delinquenza e quell’illegalità sono stato e capitalismo che la producono ogni giorno col loro razzismo e odio per chi è impoveritx? Si può dare una colpa a chi per rabbia e per sopravvivenza, di fronte alle ingiustizie sistemiche che lo trattano come merce di scarto, toglie il velo dell’ipocrisia e sodalizza e si allea con lx proprix affini?

E allora si scopre che l’opportunità di denuncia per estorsione e rapina è nata da un singolo episodio, avvenuto in un contesto che non avrà mai modo di essere narrato se non attraverso le telecamere della questura e le parole di qualche giornalaio lecchino del potere.
Potessimo noi sapere che tipo di estorsioni e di rapine subiscono ogni giorno lx catanesi dalle loro istituzioni dedite al mantenimento dell’ordine!
In un quartiere come San Berillo, disossato fino a quando non ne ottenerranno la sola carcassa vuota, la solidarietà e la comunanza fanno ancora fatica a sparire. E c’è gente che non ci sta al gioco politico di rendere con sapienza crudele delle persone un problema e poi specularci sopra elettoralmente sbattendole in prima pagina come “criminali”.

Ci stringiamo forte allora, solidali con glx arrestatx e con tutte le persone che hanno subito la violenta repressione delle forze dell’ordine, il 15 dicembre e le tante tante volte prima. Con chi pensava di poter vivere migliorandosi e si è dovuto scontrare con razzismo e discriminazione quotidiani, in una Catania e una Europa sempre più dedite ad approfittare della narrazione del nemico che viene da fuori.
Uno dei capri espiatori più utilizzati dal sistema capitale.

SOLIDALI CON GLX ARRESTATX DI SAN BERILLO
SOLIDALI CON TUTTX LX CARCERATX E x RECLUSX NEI CPR

LUIGI LIBERX
BAK LIBERX
GUI LIBERX
ANDRE LIBERX
ALE LIBERX!
TUTTX LIBERX !!
E FUOCO ALLE GABBIE 🔥

alcunx catanesi infuriatx

IO VENGO A RESTITUIRTI UN PO’ DEL TUO TERRORE, DEL TUO DISORDINE, DEL TUO RUMORE

Diffondiamo:

Con un pensiero ai nostri compagni in carcere e agli arresti domiciliari, con un pensiero a chi continua a lottare dentro e fuori le galere, a dire che il carcere fa schifo e il 41 bis è tortura. E a ribadire che nonostante provino a spezzare la solidarietà, nonostante i loro tentativi di isolarci, spaventarci, separarci dai nostri affetti più cari cercando di stringerci nella morsa della tristezza e della repressione; nonostante gli anni di galera con cui vorrebbero seppellire vivi lx nostrx compagnx, noi siamo e saremo sempre al loro fianco, nelle strade, nelle piazze, sotto le carceri. Che la solidarietà abbatta quelle mura infami.

FINCHÉ DI OGNI GALERA NON RIMANGANO SOLO MACERIE
ALE, BAK, LUIGI LIBERX
TUTTX LIBERX

SHULUK: VENTO DAL SUD, SABBIA TRA GLI INGRANAGGI. ALCUNE RIFLESSIONI SULLE REPRESSIONI DEGLI ULTIMI MESI IN SICILIA.

Diffondiamo:

Non dimentichiamoci che la repressione è una conseguenza (non sempre inevitabile) di territori che lottano, non il punto di partenza di speculazioni intrise di colonialismo. C’è chi dice che l’obiettivo è silenziare un territorio anche in vista di una sempre maggiore speculazione e cantierizzazione, per il ponte e i progetti di turistificazione in atto in tutte le città. C’è chi dice che l’arresto di alcunx compagnx che si organizzano contro i cpr e il sistema delle frontiere è un attacco alla lotta contro questo sistema mortifero. Tutto vero, ma ci si scorda di dire che se la repressione agisce è perché qualcunx si è mossx, perché i territori e i corpi che ospita si sono organizzati per resistere e contrastare dei processi che sempre più spesso ci sono presentati come inevitabili. La narrazione di un sud colpito dalla repressione che non menziona la spinta propulsiva che viene da questi territori non fa che nutrire una visione intrisa di vittimismo, che rappresenta persone passive e bisognose di aiuto. E non è così. Lo SHULUK soffia e la gente resiste nei quartieri, negli spazi liberati, nei cpr, nelle galere (semplicemente resiste, anche più di quanto ci immaginiamo).

In quest’isola sicula ormai sommersa dai turisti, viene narrato, per il piacere “forse” delle folle pacifiste e pacificate che esiste anche un’altra forma di turismo, quella che arriva , devasta e saccheggia… e poi si dilegua . Che poi viene perseguitata e incarcerata, negli stessi identici territori che si dice abbia attraversato come delinquente.. passato di lì per caso. E mentre ci impongono il terrore dell’avanzare del deserto, inaridiscono la vita, riducendola ad esistenza, sopravvivenza. Mentre si ingigantisce il totem dello Stato, mentre tutto vuole essere fatto rientrare nel regolare e quotidiano spettacolo delle apparenze, nello stesso momento la loro inquisizione si intensifica. Mentre svendono la vita al peggiore degli offerenti (quello sì che è saccheggio e devastazione!) applicano sapienti le loro operazioni di water-boarding a respiri altrimenti incendiari. Cercando di congelare il caldo ed umido Scirocco.

Questa replica della santa inquisizione è parte di uno stratagemma di pacificazione delle lotte, un’operazione di pulizia delle individualità categorizzate come problematiche per il normale svolgimento del mondo così per come vogliono che lo conosciamo. Una pacificazione delle lotte territoriali che mira al loro assorbimento nello sceneggiato democratico, negli argini dei proto(ac)colli previsti nelle norme, comprese quelle del “politicamente corretto”. Un banale (in quanto intrinsecamente accettabile) dispositivo di controllo e prevedibilità delle masse che, affinché riesca, necessita di un certo tipo di mediazione; solitamente riprodotta dalle strutture partitiche e/o sindacali, comunque amministrativo-rappresentative. E che si può dire, poi, dell’ altra faccia della medaglia, l’informazione main stream che usa la retorica questurina deglx agitatorx venutx da fuori?! Quasi a sottolineare che la spinta propulsiva non è propria di chi lotta qui, per togliere agentivitá alle comunità siciliane. In più si cerca di isolare una lotta rendendola esclusivamente competenza di un territorio cercando di non farla uscire dai confini arbitrariamente definiti, un affare da silenziare. La solidarietà è un arma e questo fa paura, per tale motivo si cerca di sminuirla quando si fa sentire.

È che poi si scordano che in questa terra lo scirocco quando soffia porta con sé migliaia e migliaia di granelli, irriducibili alle differenziazioni che li vuole soffocati dentro qualche contenitore identitario. SHULUK arriva umido e caldo dalle frontiere che insistono sin sotto le case che abitiamo, ululando contro le vostre vetrine appena lustrate.