UN COMUNICATO DI BAK DAL CARCERE DI BRINDISI

Diffondiamo:

*”Dovete tenere presente che, sebbene voi siate dei giudici ed oggi sedete più in alto di me, molte volte i rivoluzionari, ed io stesso nel caso specifico, vi hanno giudicato, molto prima che voi giudicaste me. Noi ci troviamo in campi opposti, in campi ostili tra loro.*

*I rivoluzionari e la giustizia rivoluzionaria – poiché io non ritengo che questo tribunale rappresenta la giustizia, ma piuttosto la parola giustizia tra virgolette – molte volte giudicano spietatamente i loro nemici, quando hanno la possibilità di imporre la giustizia.*

*Comincerò da molti anni fa. Qui non c’è nessun mio crimine da giudicare. Al contrario, parleremo di crimini, ma non di crimini commessi da me. Parleremo dei crimini dello stato, dei suoi meccanismi, della giustizia e dei crimini della polizia…”*

*Estratto dalla dichiarazione di Nikos Marzitos di fronte alla giuria del tribunale penale di Atene durante un processo tenutosi tra il 5 e 7 luglio 1999, nel quale era accusato di detenzione di armi ed esplosivi e per un fallito attentato in solidarietà alla popolazione di Strimonikos in lotta contro un opera devastante proprio come il Ponte sullo Stretto.*

Qui: Nikos inizia ad elencare crimini e soprusi commessi da polizia, istituzioni e stato greco.

L’11 febbraio io e altrx due compagnx siamo statx giudicati dalla “giustizia” colpevoli per reati come “resistenza e aggressione” e “lesioni gravissime” a pubblico ufficiale, ma io so di essere giudicatx per aver provato a rispondere a un’imposizione della Polizia sul percorso del corteo: deviato tramite prescrizioni per proteggere la caserma dei Carabinieri Bonsignore del comando provinciale, considerata un punto sensibile da proteggere.

Per spiegare la necessità di proteggere una caserma con prescrizioni, schieramenti di celere e cariche potrei seguire l’esempio di Nikos ma la lista sarebbe lunga, a me e alla Questura basta nominare solo Ramy Elgaml un giovane ucciso dai carabinieri di Milano nel quartiere Corvetto la notte del 24 novembre 2025.

Il 1 Marzo, giorno del corteo, a nemmeno 4 mesi dall’omicidio di stato, in piazza ancora ricordavamo il suo nome e la polizia a protezione di quelle mura lo ricordavano ancora più forte.

Quella maledetta caserma è ancora li, come l’ombra del progetto del Ponte e i danni che ha già prodotto con espropri, acque inquinate e l’isola sventrata dai cantieri del raddoppio ferroviario, ma sui muri della città e sui corpi di qualche sbirro sono rimasti i segni dell’odio e della rabbia verso le forze dell’ordine, lo stato e le istituzioni, l’odio e la rabbia in memoria di Ramy e tutti gli omicidi di stati, in nome della terra sfruttata e deturpata e di tutti i corpi che lottano e resistono come in Palestina, che si rivoltano come in Iran o mettono in gioco i propri privilegi in piazza come a Torino il 31 gennaio. Per me questo vale più di ogni libertà.

*”Non ho nient’altro da dire. Aggiungo solo che non mi importa a che pena mi condannerete, perché che sarò condannato è cosa certa, io non mi pento di niente. Resterò quello che sono. Posso anche dire che il carcere è sempre una scuola per un rivoluzionario. Le sue idee e la resistenza della sua anima vengono messe alla prova. E se supera questa prova diviene più forte e si rafforzano le convinzioni per le quali è andato in galera. Non ho niente da aggiungere.”*

Sempre dalla dichiarazione di Nikos. In quel processo fu condannato a 15 anni di prigione, la sua bomba non è esplosa, non ha fatto danni o feriti, ma tanta paura agli oppressori.

L’unica cosa di cui mi pento è essermi fatto prendere.
Per Ramy, Abel e tutti gli omicidi di stato.
Siamo la natura che si vendica della vostra devastazione e del vostro
saccheggio.

Un abbraccio a tutti lx mix coimputati in questo processo e
dell’operazione Ipogeo
PALESTINA LIBERA
TUTTX LIBERX


“A PRISÃO CRIOU-NOS” – LETTERA DI UN COMPAGNO RECLUSO IN UN CENTRO DI DETENZIONE PER MIGRANTI IN PORTOGALLO

Diffondiamo da Vozes De Dentro:

Il nostro trauma è tangibile solo quando riusciamo a confrontarlo con quello dei nostri contemporanei. Quando siamo circondati dalla sofferenza, il nostro rapporto con essa muta e la nostra soglia del dolore si abbassa. La sottomissione all’autorità, ottenuta attraverso la paura, è sempre stata in prima linea in questa guerra spirituale, dove l’arma principale è la delega della volontà imposta dall’autorità.

La nostra unica difesa contro questa sfiducia trasformata in arma e questa campagna di paranoia è la certezza della sicurezza che solo noi stessi possiamo garantirci, una certezza ottenuta attraverso la coerenza consapevole, il sostegno tra pari e l’espressione ponderata, dove troviamo forza nell’autosufficienza e nella cura reciproca.

Quando la polizia ha sentito la parola “Africa” uscire dalla mia bocca, ho visto cambiare il loro linguaggio del corpo. Proprio come i cani di Pavlov quando sentono il suono del campanello, ho visto la loro saliva in senso figurato colare dalle loro bocche aperte. L’Europa è stata molto difficile. Ovunque mi girassi, venivo trattato come se il mio status di immigrato mi rendesse automaticamente incompetente; non solo dal sistema, ma anche da tutti coloro che hanno beneficiato di questa retorica, senza mai rendersi conto o riconoscere tali benefici al di là dell’occasionale “check di privilegio”.

Nonostante provassi affinità con chi vive una dissonanza sociopolitica all’interno del proprio paese, c’era sempre una barriera di comprensione, perché la mentalità dell’immigrato non vive questa dissonanza per scelta. La vive per l’isolamento sistemico dai mezzi per conquistare la propria autonomia.

Una cosa che mi ha dato un po’ di serenità nelle prime quarantotto ore dopo l’arresto, rinchiuso in quella cella di cemento per venti ore di fila, è stata una scritta sul muro:

La prigione non può spezzarci. La prigione ci ha formati.

Questo mi risuonava nella testa mentre capivo che il mio status irregolare in Europa negli ultimi due anni significava che trovare lavoro, casa, soldi, amici e una comunità era una lotta costante. So che tutti affrontano queste difficoltà in misura diversa, ma essere respinti da una casa o da un lavoro solo per una questione di passaporto, o essere isolati per mancanza di lingua o affinità nazionale, fa sì che, come immigrato, fossi già abbastanza limitato, costretto a cercare soluzioni più creative.

Il movimento Okupa è una porta verso la liberazione, poiché affronta direttamente gli aspetti materiali delle nostre lotte. I movimenti di occupazione in Europa, specialmente in Portogallo e Spagna, sono storicamente nati durante le crisi abitative come meccanismo di sopravvivenza per coloro che erano stati esclusi dai sistemi formali di accesso. Infine, poter dare un riparo a me stesso e agli altri significava sicurezza e mi permetteva di usare le mie conoscenze per colmare la presunta incompetenza che i miei documenti implicavano.

Ammiro l’Europa per due cose: la capacità di isolare le sue vittime e incolparle della loro lotta, e l’adesione a una facciata umanitaria. Usando queste due qualità, si può assumere forza nella comunità e impegno politico per legittimare cause umanitarie, purché si rimanga all’interno della narrativa eurocentrica che dipinge gli “eroi virtuosi” del mondo come separati dagli stessi poteri imperiali che hanno portato conquista, genocidio, schiavitù ed estrazione internazionale di risorse senza conseguenze.

La legge sulle occupazioni è l’ultima a subire forti restrizioni sul suolo imperialista, poiché è chiaro che, senza i mezzi per una vita dignitosa e una carriera, le persone migranti possono organizzarsi e provvedere autonomamente a tali necessità. Per sovvertire un sistema di welfare chiuso, possiamo assumere il controllo delle nostre vite attraverso i resti di una civiltà detta del primo mondo.

Nel centro di detenzione, le altre persone si accoglievano con calorosi abbracci, mentre tutti noi ci confrontavamo con storie complesse di migrazioni internazionali e assimilazione fallita. Esercitavamo identità nazionali uniche, legate da una comune mancanza di coerenza.

Un mio amico, H., era un architetto indiano che lavorava in Medio Oriente, che era venuto in Portogallo e lavorava per Glovo per mandare soldi alla moglie e alle figlie. Mentre gli adolescenti europei anticapitalisti si riprendevano dalle feste in nome della lotta contro il conformismo, H. consegnava loro McNuggets. Metteva da parte un quarto del suo stipendio per le tasse e quasi la metà per mandarlo in India, per dare una vita migliore alle sue figlie.

Un altro detenuto, B., dalla Nigeria, era arrivato un mese prima per lavorare in una fattoria, solo per pagare gli studi della figlia sedicenne. Ora entrambi erano rinchiusi in una cella per il “reato” di esistere senza i permessi giusti.

Quando il giudice ha giustificato la mia detenzione, ha detto che se un portoghese fosse arrivato senza documenti in Africa, il trattamento da parte delle autorità sarebbe stato molto peggiore. Questo non ha alcun fondamento storico. I portoghesi sono arrivati senza documenti in Africa e non sono stati arrestati, ma hanno conquistato terre, commesso un genocidio e istituzionalizzato la tratta degli schiavi.

L’ignoranza degli imperialisti non ha limiti, sempre definita da un’ambivalenza morale radicata nella preservazione dell’identità nazionale.

La più grande menzogna che ho visto nelle cerchie attiviste in Europa è l’idea che il fascismo stia solo “risorgendo”. Perché qualcosa possa risorgere, deve prima essere morto. Il fascismo non è mai scomparso. Si adatta, si rimodella, assume nuovi volti. Finché il popolo europeo crederà che il fascismo possa essere smantellato dalle istituzioni che lo sostengono, la rassegnazione sarà sempre l’unica strada consentita alla classe lavoratrice, mentre la dissidenza è inscenata da un’élite riluttante che si finge resistenza.

UNA LETTERA DI PAOLO DAL CARCERE DI UTA

Diffondiamo una lettera di Paolo dal carcere di Uta. Solidali e complici con chi lotta.

https://rifiuti.noblogs.org/post/2026/01/27/una-lettera-di-paolo-da-uta/

Mi chiamo Paolo Todde ed il 16/12/2025 ho presenziato ad un’udienza del tribunale della libertà/riesame a Cagliari, concernente la mia richiesta di mutare la mia detenzione carceraria, in quella meno afflittiva dei domiciliari con braccialetto elettronico.

In quell’udienza avrei voluto parlare di carcere, non ci sono riuscito, perché in parte mi è stato impedito dal presidente, ed anche dal mio stato d’animo molto nervoso ed ansioso.

Ho un tarlo che mi rode, mi sta consumando piano piano, perché devo riuscire a parlare di carcere in maniera esaustiva, senza peli sulla lingua e con poche paure dietro, questo tra l’altro lo devo ai morti, ai disperati di questo lager.

Mi sono sempre occupato di carcere nella mia vita, ed una volta che ci sono finito dentro, ho potuto sperimentare, documentare la vigliaccheria, il sadismo dei “Lei non sa chi sono io”, ed è stato quindi per me molto facile parlare con l’esterno, su come si vive in un carcere dello stato italico.

Questo mio documentare con l’esterno è stato visto dalla componente securitaria, come la rottura di un tabù.

Di carcere, fuori meno se ne sa meglio è, tra l’altro quando gli organi di informazione, quando parlano di carcere, fanno i velinari dei sindacati dei secondini, che in quanto a lamentele sono esperti, ma nessuno si degna di ascoltare/sentire i prigionieri, di noi/loro si parla se in “negativo” di aggressioni ai secondini (senza però chiedersene le ragioni, se in “positivo” quando fanno croci per il giubileo, scrivono poesie e balle varie.

La galera è altro, è sofferenza, è lontananza dagli affetti, è anche stare nelle mani di loschi figuri in divisa, che il più delle volte non hanno nessuna idea di come ci si comporti con la controparte (siamo noi prigionieri), oppure scaricano frustrazioni esterne sul disgraziato di turno che hanno davanti, e meno male che non sono tutti così miseri.

Io di questo parlavo, e parlerò, però come dicevo prima i tabù non bisogna sfiorarli, perché poi in breve tempo sono iniziate le manovre dilatorie, provocazioni di bassa lega nei miei confronti.

La prima che ricordo è stata quando io, comprando in carcere l’”Unione Sarda”, lo ricevevo alle 8 di sera se non anche il giorno dopo. A quel punto dopo varie settimane passate in questa maniera, decidemmo io e L. (una compagna), che lei mi spedisse i quotidiani (una volta la settimana) tramite piego libri (le vecchie stampe).

Anche qui il diavolo (in divisa) si mise a fare i dispetti.

Per ritirare i giornali dovevo (supinamente) che questi invii figurassero come pacchi postali, ovviamente io rifiutavo tutto ciò, ed i giornali si accumulavano nel casellario del carcere, tutto questo era fatto per impedire alle persone che venivano in carcere a farmi colloquio, di portarmi dei pacchi con roba da mangiare, vestiario e altre cose permesse.

In un mese ogni prigioniero non può ricevere più di 4 pacchi, per un max di 20 kg al mese, al conto non si possono mettere giornali, riviste, libri perché hanno un’altra procedura.

“Maestri” di questa viltà erano Pinto e Nonnis (due secondini), uno coordinatore del piano (il 2º in questo caso) l’altro al casellario, alla fine un brigadiere della sorveglianza ha risolto il tutto, facendomi avere giornali (una cinquantina), riviste e libri, non so come abbia saputo di questo stupido giochetto.

Sono diversi mesi che io cerco di poter fare una visita odontoiatrica con una dentista che viene da fuori, non ci sono mai riuscito perché o manca la mia richiesta (falso visto che io le facevo), oppure Chiara (la dentista) veniva cacciata perché fuori tempo massimo, quindi io saltavo la visita, anche perché malgrado fossi messo in una lunga lista di pazienti, io finivo sempre ultimo.

Poiché io ho già subito una condanna sono finito nelle grinfie di Borruto (direttore del carcere), e secondo la prassi dovrei fare la domanda a lui, per potere fare questa dannata visita odontoiatrica, tutte le domandine che ho fatto nel tempo non valgono più, comunque mi rifiuto di fare domanda a Borruto, m’apoderu su dollori ‘e kasciali.

Anche di questa situazione c’è di mezzo un secondino, ne parlerò più avanti.

Ho scoperto di soffrire di claustrofobia, quando un giorno andando in tribunale, sono stato portato con un furgone blindato, dove le cellette con meno di un metro quadro di spazio, completamente buie se non con i led rossi della telecamera interna, a dir poco spettrale la situazione, in verità ci sarebbe anche una lampada sul soffitto della celletta, ma malgrado le mie urla fu tenuta spenta dolosamente.

Nella sezione in cui siamo chiusi (Arborea C, al 2º piano), le celle sono chiuse 24 ore al giorno, l’unica possibilità di libertà sono le ore d’aria, che dovrebbero essere 4 ore al dì, questo in teoria perché, se va bene riusciamo a farne 2 e/o 3 ore al giorno, certo c’è la saletta, ma sempre chiuso sei.

Nelle celle ci sono 4 brande, e con questo dovrebbero starci (secondo loro) 4 persone che su meno di 10 metri quadri calpestabili, per 22/24 ore al giorno sono una tortura al supplizio.

Di notte la situazione peggiora ulteriormente, perché chi soffre di claustrofobia si trova sopra di sé un ostacolo (materasso per incominciare), quindi per evitare problemi mettevo il materasso in terra per potere dormire.

Ho provato a parlare con una psicologa del carcere spiegandogli la situazione, l’unica cosa che voleva fare per me era darmi degli psicofarmaci, per risolvere, secondo lei, i miei problemi.

Ovvio che io ho sdegnosamente rifiutato il tutto, però non avevo fatto i conti con Sarno (ispettore del piano), che nel mese di novembre dell’anno scorso, con un bliz ha cercato di infilare una quarta persona in cella, io gli ho spiegato i miei problemi, ha fatto finta di niente, e mentre comandava ad un suo sottoposto di aprire la cella, io ho dato un cazzotto allo schermo della tv distruggendola, al che si sono bloccati e sono andati via. Scampato pericolo!

Un dieci/quindici giorni dopo nuovo bliz, hanno fatto entrare un quarto in cella, ma sono riuscito ad uscire dalla cella, e mi sono procurato una scopa e uno spazzolone e con quelle ho distrutto numerose lampade del corridoio della sezione; anche allora scampato pericolo, però con due denunce sul groppone perché a nessuno importa delle mie sofferenze.

Per quanto ancora dovrò combattere, dovrò prendere denunce per evitare di stare male, sono più di 14 mesi rinchiuso in una sezione con celle chiuse!

In tutti questi mesi non mi sono fatto mancare niente, ho fatto 44 giorni di sciopero della fame per protestare contro l’inquinamento di coliformi fecali dell’acqua che sgorga dai rubinetti delle celle, per una migliore fruizione della biblioteca, del campo di calcio del carcere. Ora biblioteca blindata, campo di calcio chiuso. Sono stato sconfitto, diciamo vinto ma non convinto.

Mi sono scontrato con un’infermiera (penso sia la responsabile, ma non ho certezza di ciò) che faceva dei giochetti quando di tanto in tanto mi pesavano, tanto che una volta è intervenuto il secondino (penso responsabile) dell’infermeria centrale: Tiziano Portas che si è rivolto a me dicendo – avresti bisogno di schiaffi -, in quel momento gli ho risposto – perché non lo fai tu se hai il coraggio? -.

Ho fatto subito dopo lo sciopero delle medicine, sempre per gli stessi motivi (acqua, biblioteca…) dello sciopero della fame. Dal 25/12 ri-rifiuto le medicine.

Ho salvato la vita a due compagni di cella, che impiccandosi cercavano la morte, per sfuggire alle loro sofferenze (questo con l’aiuto di un altro compagno di cella), in due situazioni temporali distanti.

Sono recidivo di situazioni “scabrose” in carcere, nel 2020/21 ho avuto a che fare con un ispettore (Sanna, ora sta a Buoncammino) che, come mi vedeva, mi faceva il saluto fascista e/o cantava “Faccetta nera”.

Ho raccolto e fatto uscire storie di disperazione come quella di Osvaldo Olla residente a Sinnai, che era finito sotto le grinfie di un secondino di Guasila (oggi presta servizio a Massama), che con prepotenza gliene faceva di tutti i colori, di fatto per impedirgli di utilizzare apparati sanitari (sedia a rotelle, grucce) per aiutarlo nei movimenti in quanto fratturato ad un piede. Dopo un po’ di tempo il tipo si sarebbe sgozzato di notte (sarà vero?).

Che dire di Angelo Frigeri di Tempio, trasferito da Bad’e Carros, perché accusato di avere aiutato Raduano ad evadere dal carcere nuorese.

In quel carcere Frigeri era stato interrogato da un ufficiale proveniente da Uta (Angelucci), ed al tipo, l’ufficiale, disse che avrebbe fatto di tutto affinché fosse trasferito proprio al carcere di Uta, e lì gli avrebbe fatto passare le pene dell’inferno.

Detto e fatto, tanto che il tipo di Tempio dopo un po’ di tempo si è ucciso strozzandosi nel letto.

Ne ho tante altre di storie così, più o meno funeste, sicuramente tristi, ed io imperterrito continuerò a documentarle e a farle uscire dal carcere.

So benissimo anche che, se avessi seguito il consiglio di un amico – est mellusu fai is scimprus po no pagai datziu -, ma io sono un inguaribile idealista, ed è più forte di me: alla prepotenza e alla vigliaccheria non so fare come lo struzzo, è più forte di me devo dire la mia, non riesco a voltarmi con nonchalance, e questo mio modo di fare lo pago sempre.

So long Paullheddu