SIAMO LA CODA DEL SERPENTE CHE VIENE GIÙ DAL MONTE PER RITROVARE LA SUA VOCE CHE CI VIEN TOLTA OGNI DÌ

Diffondiamo:

Siamo una coda composta da diverse soggettività* che abitano l’Appennino.
L’8 marzo abbiamo cantato canzoni con una tradizione di denuncia e lotta e di liberazione.
Abbiamo unito i nostri corpi per dare voce alla stanchezza, alla frustrazione e alla rabbia che ci muovono, ribadendo che l’8 MARZO NON È UNA FESTA.

Da Porretta a Casalecchio, abbiamo scelto di utilizzare il treno in quanto principale mezzo di trasporto pubblico del territorio e luogo dove quotidianamente accadono violenze, molestie e discriminazioni.
Mosse dall’entusiasmo e dalla forza collettiva, abbiamo cantato in mezzo alla strada, all’altezza di Marzabotto, rallentando il traffico per qualche minuto e riempiendo quello spazio simbolico che è la Porrettana: l’arteria principale della Valle del Reno dove anche la domenica pomeriggio sfrecciano veicoli ad alta velocità e dove anche una breve interruzione di quel ritmo è in grado di generare reazioni di rabbia, ostilità e odio.
Lo dimostrano anche alcuni commenti ricevuti:
“Anormali”, “Avrei voluto dare gas e asfaltarvi tutte”, speravo passasse un tir e vi riducesse a strisce pedonali”, “siete solo delle stronze perdigiorno”.
Se tutto questo può aver causato disagio a qualcun, NON CI SCUSEREMO.

Molte le persone solidali che si sono unite ai canti, ma anche tanti gli insulti e le minacce da parte sia di cittadini che di cittadine.
A riprova che la repressione del dissenso e la violenza patriarcale non si esprimono solo con la divisa, sono interiorizzate da chiunque!
Ed è per questo che continueremo a contrastare la cultura patriarcale che normalizza violenze di genere, discriminazioni, molestie, stupri, femminicidi, guerre e ingiustizia sociale!

Continueremo a lottare con convinzione, anche quando questo significherà interrompere il ritmo quotidiano di chi preferisce non vedere e non ascoltare.

Vogliamo difendere i nostri spazi di cura e appropriarci di quegli spazi che il patriarcato rende non sicuri e inaccessibili, per noi e per altre soggettività che sono la coda questo sistema.

Ci insinueremo nelle crepe per allargarle e per fare spazio ai nostri corpi e alle nostre voci, lì dove qualcuno avrebbe preferito invisibilizzarli e farli tacere.

Vogliam cantarle tutte queste strofe tutte queste strofe
Di gioia, di rivolte e liberazione
Del patriarcato si vogliam la fine
Evviva l’autodeterminazione!

*categorie oppresse, marginalizzate, razzializzate, con disabilità, siamo donne, persone non binarie, madri,
lesbiche, disoccupate, lavoratrici, persone trans, studentesse, pendolari, precarie.

ROTE ZORA, ESERCIZIO DI MEMORIA FEMMINISTA

Diffondiamo

51 anni fa una detonazione notturna danneggia l’edificio del tribunale costituzionale contro la criminalizzazione dell’aborto. È la notte del 4 marzo 1975. L’attacco è rivendicato dal gruppo di donne e lesbiche Rote Zora. Inizia così il percorso ventennale del braccio clandestino del movimento femminista tedesco.

Le loro parole ci arrivano oggi con la stessa potenza del fuoco dei loro sabotaggi.
Il libro autoprodotto “Rote Zora. Guerriglia urbana femminista” ne racconta la storia attraverso le loro azioni e i loro comunicati.

Un assaggio in podcast:
https://www.spreaker.com/episode/rote-zora-guerriglia-urbana-femminista–27400139

Per info e copie (300 pag, 10 euro, sconto per le distribuzioni):
rotezoralibro@riseup.net

Ogni cuore è una bomba ad orologeria!

BOLOGNA: NON CI SIAMO TUTTX, MANCANO LX COMPAGNX INCARCERATX

Diffondiamo il testo di un volantino distribuito oggi 25 novembre a Bologna, nella giornata contro la violenza maschile e di genere.

La galera è uno schifo senza se e senza ma, come la società che ne ha bisogno, e di per sé non merita nessuna distinzione ulteriore, fra colpevoli e innocenti o fra categorie di persone. Ciò non toglie che esistono altre carceri dentro al carcere stesso:  in una civiltà ultra-capitalista ed etero-patriarcale, dove la giustizia è nelle mani di chi detiene i maggiori privilegi sociali ed economici, il carcere diventa lo specchio e l’ingranaggio che riflette, perpetua ed esaspera le oppressioni che viviamo e combattiamo “fuori”. Il metodo della segregazione è caro tanto allo Stato nelle sue galere, quanto al patriarcato dentro le mura domestiche. Le violenze subite a casa, in famiglia, sul lavoro, per le strade, sono connesse e si riproducono con la violenza dell’esperienza in prigione. Abusi, violenze, maltrattamenti, pregiudizi, misconoscimento costante… E’ ormai evidente come il carcere non solo non protegga nessunx di noi dalle oppressioni, ma come sia in realtà un meccanismo centrale nel riprodurle sulle classi subalterne, non solo su uomini migranti e poveri, ma anche e soprattutto sulle donne cisgender e trans, gli uomini trans, le persone di genere non binario, gender variant o intersessuali.

Siamo con tuttx lx reclusx che subiscono la doppia violenza del carcere. Con tutte le donne cisgender e trans detenutx, con gli uomini trans imprigionatx, con tutte le persone di genere non binario, gender variant e intersessuali reclusx.

Per alimentare il fuoco delle lotte e collegarle fra di loro. Contro ogni autorità e ogni forma di sfruttamento e oppressione.

CHE LA SOLIDARIETÀ FACCIA MACERIE DI OGNI GALERA

BOLOGNA/APPENNINO: PRESENTAZIONE DI “CARTE FORBICI SASSI. SFIDE DA E CONTRO LE PRIGIONI E IL PATRIARCATO”

Diffondiamo

Presentazione CARTE FORBICI SASSI. Sfide da e contro le prigioni e il patriarcato, a Bologna e in Appennino

– SABATO 22 NOVEMBRE – BOLOGNA
AL TRIBOLO
(via Donato Creti 69/2)

Dalle ore 16:00
Presentazione aperta a tuttx del libro CARTE FORBICI SASSI. Sfide da e contro le prigioni e il patriarcato.

A seguire discussione separata sul carcere tra donne, lesbiche, persone trans* e non binarie.

Alla fine smangiucchi vegan e beveraggio benefit per prigionierx e inguaiatx.

– DOMENICA 23 NOVEMBRE – APPENNINO
TRA TOLÈ E ZOCCA –
Per info scrivere a appenninix@riseup.net

Dalle ore 15:00
Presentazione aperta a tuttx del libro CARTE FORBICI E SASSI. Sfide da e contro le prigioni e il patriarcato.

Dalle 16:30
Discussione separata sul carcere tra donne, lesbiche, persone trans* e non binarie.

Alla fine smangiucchi vegan e beveraggio benefit per inguaiatx NoPonte.
Distro e materiali benefit per tutta la giornata.

NAPOLI: PRESENTAZIONE DI CARTE FORBICI SASSI – RACCONTI ED ESPERIENZE AUTOBIOGRAFICHE CONTRO PRIGIONI E PATRIARCATO

Diffondiamo

Venerdì 14 novembre
La Vampa (Vico Calce n.28)

Ore 18
Presentazione mista del libro “Carte Forbici Sassi” – racconti ed esperienze autobiografiche contro prigioni e patriarcato

Ore 19.30
Cena

Ore 20
Laboratoria separata per confrontarci su esperienze di carcerazione e resistenza, di rapporto tra dentro e fuori, di cosa immaginiamo quando pensiamo alla carcerazione. Aperto a donne, lesbiche, persone trans* e non binarie. Raccomandiamo puntualità!

MA CHI HA DETTO CHE NON C’ERAVAMO?

Riceviamo e diffondiamo:

Di santi, fragilità e anarchia: una risposta breve al testo “Da pari a pari. Contro l’autoritarismo identitario” e ad alcuni altri contributi innecessari

“Así Sí Señora! Fuimos Muy Malas y Fuimos Todas! “

Fenoménicas Brujas e Insurreccionalistas (F.B.I)
Ciudad de México, martes 10 de marzo 2020.

Continuare a leggere sproloqui reazionari che pretendono di cancellare le nostre esperienze anarchiche utilizzando semplificazioni degne di qualche youtuber incel con cappellino da cowboy è intollerabile.
Se alcuni soggetti credono sia ora di prendere posizione perché “troppo hanno aspettato”, allora siamo costrettx a pensare che anche noi “abbiamo tardato troppo”.
E diremo qualcosa di cui stiamo iniziando a non essere fiere.
Abbiamo tardato perché in fondo volevamo credere (e non volevamo rinunciare a riconoscerci) nei rapporti di affinità, nelle esperienze comuni, in quella radicalità che ci ha fatto incontrare molte volte, nella solidarietà internazionalista, nelle pratiche condivise, nell’elaborazione teorica che, chi più e chi meno, ci accomuna(va).
Ma, come è risaputo, l’affinità si basa sul principio di libera associazione, pertanto quando ciò che ci accomuna viene irrimediabilmente meno, un pezzo dopo l’altro, l’affinità con “certi soggetti” cessa di esistere.

Il testo che segue è un contributo corale di compagne (senza C maiuscola, grazie, non abbiamo bisogno della vostra sacra approvazione) che vivono fuori e dentro il territorio italiano.
Non è una posizione universale di un settore specifico, che di fatto non esiste come unicità.
Speriamo non si gridi all’infiltrazione esterna. È penoso, come anarchici.
Non solo perché nega di fatto la tanto sbandierata capacità di essere internazionali e internazionalisti, ma perché ci ricorda tanto la modalità dello Stato o, ancora di più, la classica strategia stalinista: ricorrere al fantasma del nemico esterno per giustificare la creazione di più dispositivi di controllo e repressione.
E quindi sì, scriviamo da molti territori, ma vogliamo ricordare a questi soggetti che ci conosciamo, e non è un modo di dire. Abbiamo partecipato insieme in molte piazze, ci siamo scritti e scambiati traduzioni, abbiamo messo in atto azioni di solidarietà che si richiamavano da un territorio all’altro, abbiamo partecipato a dibattiti nella stessa stanza, a chiacchiere e presentazioni. Peccato.

E quindi eccoci qua con alcune puntualizzazioni.

Dominio e liberazione, niente di nuovo sotto il cielo

Quello che ci interessa meno è impantanarci nel segnalare di nuovo le responsabilità di singoli amichetti nel perpetuare la violenza patriarcale nei suoi molti modi possibili con tante sfumature e gradi.
Che noia, questi esercizi petulanti di filosofia e storia antica.
Alcuni di questi amichetti probabilmente sono stati anche i nostri in alcune occasioni (e per fortuna alcuni proprio no), o i nostri compagni, in senso affettivo e politico. Nessuno qui può dirsi salvo perché il problema è strutturale, come tutte le dominazioni contro cui tanto lottiamo. Quindi anche concentrarsi esclusivamente nel difendere un singolo (tra l’altro quasi rasentando il culto della personalità, che fa molto religione e molto poco anarchia) è fuorviante, perché distoglie dalla questione centrale.

Il sistema di dominazione è complesso e a più livelli e chi lotta per la libertà dovrebbe farlo in maniera altrettanto complessa e multipla, non solo concentrandosi su singoli aspetti o su specifiche forme. È ora che questa pulsione radicale per la liberazione totale sia meno di facciata, e investa con la sua capacità distruttiva non solo lo Stato e il Capitale, ma ogni forma di dominio. Patriarcale e coloniale inclusi.
Per fare questo sarebbe necessario abbracciare le proprie contraddizioni, essere critici con noi stessi così come lo siamo con gli altri, abbandonare questo purismo moralista che puzza di vecchio e costruisce chiese ideologiche invece di bruciarle.
E sopratutto non considerarsi immuni dall’essere noi stessi parte del problema.
Patriarcale e coloniale, dicevamo…
Poveri 5 piccoli indiani.
Il virtuosismo della comparazione con la situazione in atto in Palestina e la narrazione genocida dello stato sionista di israele farebbe quasi ridere se non fosse altamente problematico.
È sufficiente un’analisi grossolana per capire che equiparare una narrazione di violenza volutamente islamofoba e vittimizzante di una forza occupante su chi la resiste coraggiosamente fino alla morte con le denunce di compagnx verso dei coglioni aggressori proprio non regge.

Ci sembra che qualcuno abbia iniziato un processo di beatificazione.
E noi santi e beati non ne abbiamo.
Preferiamo ricordare chi lotta anche con i suoi errori, perché è questo che ci permette essere chi siamo.
Quello che ci dispiace notare, però, è che in questo affannarsi per difendere e santificare, si regalino al potere tanti spunti e dettagli di incontri, dibattiti, campagne di solidarietà, cose che nel nostro modus operandi non dovrebbero essere pubbliche né pubblicate. Ups.
E, ancora più grave, assistiamo attonite a un’autoinvestitura dell’autorità morale nel definire chi è dentro e chi è fuori dalla chiesa, riproducendo proprio quegli atteggiamenti che si criticano.
Per quanto ci si dilunghi in inutili astrazioni, a tratti così stirate che rasentano il ridicolo, l’elefante nella stanza continua ad essere la misoginia dei compagnx e il loro potere di definire chi è compagnx chi non lo è e quali lotte sono giuste e meritevoli.
Da una parte viene criticato il potere di definizione di chi subisce o ha subito violenza, ma dall’altra questo potere di definizione viene costantemente esercitato (difeso e tenuto stretto) nella scelta di chi è dentro e chi è fuori, di cos’è la pratica anarchica e cosa non lo è.

Quale internazionale?

Cosa si intende per “americanizzazione?”
(America é un continente un bel po’ grande, deduciamo che i professori si riferiscono agli Stati Uniti);)
Rimane un concetto vago che sembra uscito da un fumetto del vecchio PCI.
Un verdetto che raccoglie un po’ tutto e avvia il processo della nostra scomunica.
Saremo giudicate dall’inquisizione e condannate all’esilio da tutti i percorsi che da anni portiamo avanti, non come queer ma come anarchiche (perché, sorpresa! ci sono tantx di noi che non sono e non amano come il Papa comanda… se ne erano accorti lor signori?)
Verranno castigati i nostri comportamenti “infantili” o “depravati”?
Abbiamo la sensazione, vostro malgrado, che la direzione sarà piuttosto un’altra…
Rispondiamo (senza gioia) a questi sproloqui perché ci stanno a cuore le lotte e perché certi cappellini da cowboy trumpiani ci allarmano, non per chi li porta, ma per quello che stanno facendo delle nostre idee e della loro possibilità di propagarsi.
Ce lo saremmo volentieri risparmiate.
La “teoria del complotto esterno” è ciò che ci ha colpito di più.
Dove è finita l’essenza profondamente internazionalista del nostro essere anarchico, tanto nelle pratiche quanto nelle teorie e nei dibattiti?
Liquidare certi temi come “ingerenze esterne”, accusare chi riflette sull’oppressione di genere di “americanizzare le lotte” addirittura usando termini come “woke” (grazie bro Trump per aver illuminato i nostri Compagni) è una deriva nazionalista reazionaria a dir poco disgustosa. Da quando le nostre idee devono avere una certificazione nazionale?
Ma detto questo, ci chiediamo perché volontariamente si sorvoli sulle molte riflessioni “nostrane”, che non hanno avuto bisogno di input esterni per affilare teoria e pratica, per rispondere radicalmente all’esistente, per spezzare catene. Riflessioni emerse dai confronti tra moltx compagnx, all’interno e all’esterno delle nostre frontiere territoriali, nei dibattiti accesi, nelle esperienze personali, dal carcere fatto di sbarre a quello fatto di leggi, norme e regole sociali a cui abbiamo deciso da decenni di ribellarci.
Come è possibile che non si riconoscano dopo tutti questi anni, le esperienze radicali, in seno ai nostri spazi, teorici e pratici, che molte di noi hanno elaborato?
Forse semplicemente facilita il gioco etichettarle come “esterne”, perché risparmia il lavoro che ci aspetteremmo da ogni compagno, compagna, compagnx: quello del leggere, conoscere, discutere e praticare, tra noi, per noi, contro chi opprime e reprime.

Né liberali né reazionarie, un po’ di noiosa pedagogia

Ci saremmo volentieri risparmiate questo scomodo lavoro di pedagogia, ma a quanto pare è necessario.
Facciamo chiarezza: molte di noi mai si sono rivendicate all’interno degli orizzonti LGBT, e quando si usa per definirci ci sembra di parlare con i genitori che dicevano “spinello” negli anni 90. E no, non ne facciamo una questione di linguaggio.

Riflessioni sull’identitarismo, sulle sue derive liberali, su certi processi interni che finiscono per diventare giustizialisti, sul rischio del riformismo nelle lotte… ne facciamo da un bel po’, non stavamo aspettando lo spiegotto, e lo facciamo non perché abbiamo paura della scomunica ma perché siamo anarchiche e non c’è bisogno di aggiungere che pensieri sinistroidi e riformisti non ci appartengono affatto.
Ma non è forse un rischio di tutte le lotte specifiche?
Lotte tra l’altro in cui, non c’è bisogno di dirlo ma lo diremo, siamo più che attive; purtroppo troppo spesso al vostro fianco, per fortuna sempre meno.
Carcere, frontiere, inclusa la recente ondata di solidarietà con la Palestina, la lotta per la difesa della terra, l’azione contro la guerra e la tecnologia militare…, non hanno forse tutte questo rischio?
È nostro compito, con le nostre pratiche e idee, rompere le righe in questo senso.
Perché dovrebbe essere diverso in questa lotta specifica? O alcuni ritengono di essere gli unici a saperlo fare? Ad avere l’agilità per non scivolare nel fiume in piena del riformismo sociale?
Cosa spiega questa sfiducia verso le potenzialità della lotta specifica queer o transfemminista? Iniziamo a pensare che se non può valere la stessa regola…c’è qualcosa che puzza.

La generalizzazione ci disturba.
Uno perché è tendenziosa. Silenziare con argomenti facili riflessioni necessarie, depotenziandone in partenza il valore, addirittura scomodando le vacche sacre dell’anarchia, ci ricorda nuovamente la propaganda MAGA, anti-woke (che chi cazzo se ne frega del liberal woke poi…ma chi frequentano ‘sti Compagni?), fatta appunto di semplificazioni aberranti tese a uno scopo specifico: disumanizzare e delegittimare i nemici dei valori tradizionali e patrii per annientarli.
Due perché viene da chiederci: cosa temono veramente questi fragili signori (e signore anche)? Ci aspettavamo più sincerità dopo anni di lotte assieme. È solo provocazione? È solo difesa del neosanto Compagno?
Molti studies (scusate non potevamo resistere)sull’incremento delle spinte reazionarie e autoritarie hanno evidenziato il nesso tra l’aumento esponenziale di una mentalità sempre più conservatrice e la paura mal elaborata di certi settori della società di perdere tutto (sopratutto la loro posizione) ed essere dimenticati, con il conseguente asserragliamento nei vecchi confortevoli valori: dio, patria, famiglia.
Coloro che bruciarono al rogo, incarcerarono, urlarono all’untore, diffamarono e diffusero odio generalizzato all’interno delle proprie comunità appartenevano spesso a questi settori: terrorizzati nel 1400 dalla inusuale libertà della comunità gitana o negli anni 2000 dal flusso in aumento di manodopera economica migrante o attualmente nel profondo degli Stati Uniti, da “negri e froci” destabilizzatori della santa patria.

Infine: la forma che il potere e lo Stato spesso usano per giustificare purghe, repressione o pacificazione sociale è attraverso universalizzare i propri valori e omogenizzare il nemico dell’ordine costituito affermando così la propria sacralità.
Di nuovo un po’ di pedagogia: chi di noi ha riflettuto sulle questioni dell’autodifesa, dell’eteropatriarcato, della cultura dello stupro, della transfobia e delle mille forme che ha il dominio per piegarci (sorry, non c’è riuscito lo Stato, dubitiamo nella capacità dei Compagni di addomesticarci) lo ha fatto in molte forme diverse, con rifermenti diversi, strumenti diversi.
Chi scrive questo testo lo fa abbracciando una prospettiva anarchica, come punto di partenza e arrivo. Ma tutto il resto non si può collocare in un unico contenitore.
Alcune rivendicano l’insurrezionalismo come la forma più etica per non scendere a patti con l’esistente, altre credono nella capacità dirompente delle nostre idee, altre si dedicano a scrivere e pensare.
La diversità delle nostre strategie e tattiche è ciò che fa dell’anarchia quello che è.
Ci giudichiamo, allontaniamo, ritroviamo come fa tutta la galassia anarchica, da sempre.
In questo siamo simili.
E proprio anche in questo siamo simili nell’essere diverse, nel portare avanti riflessioni specifiche e multiple sul tema, ahimè, al centro di questi recenti misfatti.
Chi si definisce queer e chi no, chi non ha mai letto Butler e chi ne apprezza l’analisi, chi lotta in spazi misti, chi solo in quelli separati, chi parte dal transfemminismo, chi ha deciso che non ne vale la pena e chi invece, come noi che scriviamo, ancora cerca quell’ultima possibilità di faticosa pedagogia.
Chi non si definisce femminista e chi lo fa da anni.
Non sempre siamo d’accordo. Anzi, spesso non lo siamo, in pratiche e forme.
Perché questa volontà di rinchiuderci in un’ unica entità omogenea se non per facilitare l’attacco inquisitorio?
Rendere massa informe e omogenea il possibile nemico pubblico è, di nuovo, vecchia strategia del potere.

Ma forse come succede con gli attacchi del nemico, che ci fa ritrovare assieme dallo stesso lato della barricata, anche tale vomitevole ultimo capitolo otterrà lo stesso: fare banda tra noi anche se non siamo d’accordo in tutto.
Un “noi” che si fa ogni volta più ampio e che non si riferisce solo a donne e queer ma che, come abbiamo detto all’inizio, si associa liberamente per affinità e sopratutto si ritrova a condividere almeno il ribrezzo provocatoci dalla scuola etero-bianca-cis-vetero anarchica del funesto demiurgo e compagnia.

Non è una minaccia. Le minacce non sono nel nostro ordine di idee. Le cose si fanno o non si fanno, senza avvisare.
Chissà, è piuttosto una proposta.
E non scomodatevi con un altro noioso spiegotto di cosa siamo e cosa non siamo.
Ci vediamo spesso e (mal)volentieri.
E lì, ci troverete, puntuali come sempre.
Il mondo brucia e abbiamo altro a cui dedicare energia. Vi invitiamo a fare lo stesso e smettere di piagnucolare.

Un po’ di compagnx senza C


Qui il pdf del testo: Ma chi ha detto che non c’eravamo

ANARCHIA E’ LOTTA ALL’OPPRESSIONE ETERO PATRIARCALE. (POTETE ANDARE A VITTIMIZZARVI ALTROVE)

Riceviamo e diffondiamo:

Un nuovo testo si aggiunge! Ci sgomenta ma in effetti non ci stupisce, ed è del tutto coerente con lo stato dominante delle cose e col modus operandi del macho al potere: avere un privilegio, manipolare la realtà al fine di mantenerlo a qualunque costo, pur di non incrinare il sistema che lo sostiene.
Autorx ne sono altrx guardianx dell’anarchismo che sentono di doversi difendere e allertarci sul dominio degli “alfieri queer dell’identità di genere”, i nuovi “nemici della libertà”. Sembra un colpo di scena: questx autorx che si firmano “loggia Bakunin” sembrano voler riprendersi un palco. Chissà se si rendono conto che la loro sceneggiatura lx mostra come personaggi le cui maschere da libertari cadono.

L’atteggiamento tipicamente umiliante e beffardo si palesa deridendo queer rinominandolo qwerty, appropriandosi di un vissuto storico come quello della caccia alle streghe storpiandone il senso e i ruoli, straparlando di femminismo e umanesimo, risguazzando nella solfa dell’ideologia globalizzata di matrice accademica-liberista-punivista.
Si racconta che chi lotta contro l’oppressione quotidiana e sistemica dell’eteropatriarcato vuole sopprimere chi vive pratiche erotiche eterosessuate.
Si continua sistematicamente ad attribuire posizioni legaliste e integrazioniste dell’associazionismo lgbtq allx compagnx che, invece, da sempre identificano (anche) quello come nemico.
è chiaro come il sole! Pur di non lavorare sui propri privilegi e autoritarismi (ci sfugge a questo punto, cosa ci rende compagnx?), si sceglie consapevolmente di non ascoltare, distorcere e controattaccare le istanze dellx compagnx che devono difendersi da un’oppressione in più rispetto a chi è etero cis. Perché ci sono cose che a questx templarx della libertà anarchica danno fastidio: il fatto che circolino testi e pratiche, che si prendano momenti e spazi non misti, che si agisca il conflitto verso chi esprime transfobia, che non si tolleri più chi misgendera i nomi o chi vorrebbe – come un qualunque cattolico provita – che tutte le persone riconoscano un valore alla procreazione.
Si manipolano per l’ennesima volta i discorsi e si raggiungono vette fin’ora forse intoccate di vittimismo.
Cercano riconoscimento di alcunx e il conflitto con altrex, questx autorx.
Ma non abbiamo più tempo da perdere.
Qui e ora, con un altro genocidio in corso, lx autori si trastullano con le parole e parlano di “pulizia etica” per argomentare che le soggettività transfobiche ed etero cis sarebbero sempre più in pericolo di vita negli spazi anarchici.
Chi scrive e pensa tutto questo si qualifica da solo .
Glx autorx continuano a riprodurre l’oppressione, pari pari allo stato e ai fascisti. Ci rifletta anche chi crede che questa faccenda non lx riguardi. La pazienza è finita anche per chi dà a questi contenuti agibilità politica o chiama ancora “compagnx” chi li concepisce.
Mentre compagnx queer, che questx autorx definiscono pure borghesi, finiscono in carcere perché continuano a rischiare in strada corpi e vite per far finire la violenza di questo mondo, voi che fate?
Andate pure a vittimizzarvi altrove.

Ci accusate di omologarci e uniformarci ai canoni liberalpink della sinistra istituzionale, quando sappiamo che come sempre è al contrario: è lo stato che strumentalizza le rivendicazioni delle lotte radicali per rendere la dissidenza un prodotto civile, vendibile e controllabile (vedi antispecismo e vegan washing, green washing, anarchismo e trendy estetica col passamontagna da social).
E non vi fate problemi a mettere una grafica antiabortista e ad appropriarvi di un termine, caccia alle streghe, che è per noi simbolo della repressione e della violenza dell’uomo sulle altre soggettività diverse da lui. Che ipocrisia. Ci accusate di essere le nazifemministe che reprimono ed isolano come fa lo stato contro glx anarchicx, eppure le prigioni le ha inventate e le mantiene proprio quell’apparato etero patriarcale e familistico che voi state strenuamente difendendo. Eppure quando un compagnx mena un fascista o uno sbirro è unx grande, ma se mena un uomo che ha agito violenza è sbagliato. Siete voi gli ipocriti che, come lo stato e i suoi servi, se gli viene puntato il dito urlando “VIOLENZA” reagite attaccando e poi negando tutto. Infatti, nelle vostre colte e articolate frasi e parole, ne manca sempre una. Non la nominate mai, violenza.
Forse alcun di voi non l’hanno mai dovuta affrontare. Probabilmente l’avete esercitata, ma avete terrore a riconoscerlo e rifiuto di responsabilizzarvi, altrimenti questo vittimismo non si spiega. Forse non capite cosa si prova quando la violenza degli uomini e del sistema basato sul loro potere segna ogni giorno della nostra vita da quando abbiamo memoria a oggi. Violenza di tutti i tipi, in tutti i luoghi. Forse alcun di voi pensano che se con più o meno giri di parole veniamo accusatx di “essere insidie al senso ontologico della libertà e al suo perseguimento pratico”, questa violenza smisurata verrà dimenticata, nascosta? Il problema sarà ontologico, sarà in che modo possiamo ben giustificare il nostro essere, le nostre anime, in termini filosofici politici così da poterci affermare in mezzo ai compagni maschi? No, il problema rimane sui nostri corpi ogni volta che siamo accanto a esseri violenti.
Quanti giri di paroloni per camuffare che vi rode il culo.
Veniamo giudicate, umiliate, represse e rinchiuse perché quello che proviamo, sentiamo, desideriamo è diverso dal vostro vissuto. È una violenza che anche se non la nominate mai, ci viene ricordata a ogni vostra parola. Che incide come una catena arrugginita e a volte ci toglie il respiro, a volte ci fa urlare a squarciagola e vuole vendetta.
Strano, che questo tipo di dolore non venga empatizzato da chi dice di essere contro ogni gabbia e catena?
Non si hanno problemi a parlare di Violenza quando si tratta di violenza di stato, violenza sbirresca. Invece quando si collettivizzano atti violenti perpetrati da individui di genere maschile nei confronti di individualità altre, ci si deve sistematicamente imbattere in variopinte forme di deresponsabilizzazione, invalidazione, fino alla patologizzazione di posizioni non compiacenti.
Sappiate che queste nostre parole, queste nostre energie, non sono spese per voi che avete scritto quel testo di merda. (E neanche per tutti gli altri maschi che hanno scritto altri testi di merda tipo i tre moschettieri). Queste nostre parole sono sfogo e creatività e crescita in momenti di sorellanza bellissimi che ci arricchiscono, ci fortificano, ci fanno pensare alle nostre antenate streghe e ai veleni che preparavano quando un uomo potente doveva morire per non fare soffrire più un’amica o una comunità.
Non sentiamo il bisogno di spiegarci, di volervi fare capire e volerci fare rispettare da voi. Vogliamo che chi è vicinx a noi sia complice del nostro disgusto per questi infami sproloqui, che non senta il bisogno di difendersi dalle vostre cagate perché sono palesemente pregne di vittimismo machista, che condivida l’ironia di vedere come dei “compagni” si sono smascherati da soli e cosi poterne stare coscienziosamente lontanx.

Ontologicamentə,
alcunə cagnə infertili catanesə

TRANSFOBIA E CAMPAGNE ANTIGENDER: QUALE ORIGINE?

Pubblichiamo il testo dell’intervento “Transfobia e campagne
anti-gender: quale origine?” presentato alla Fiera dell’editoria e della
propaganda anarchica di Roma del 4-6 aprile 2025. Essendo pensato come
intervento a voce, si è deciso di mantenere nella trascrizione il tono
colloquiale dato dal contesto.

Stiamo assistendo negli ultimi anni a una situazione globale che scivola sempre più verso nuove forme di fascismo: in molti paesi sta prendendo potere l’estrema destra, il controllo dello Stato si fa sempre più stringente sulle nostre vite, vi è un ulteriore incremento della militarizzazione, della repressione, di legislazioni che restringono sempre più i nostri già risicati spazi di libertà, per cui ci troviamo a lottare costantemente per non perdere ulteriormente terreno, oltre a mantenere l’orizzonte sul sovvertimento di questo sistema di dominio nella sua totalità. E’ sempre più evidente il risorgere di forme di nazionalismo, con il loro corollario securitario, che cerchiamo di contrastare con i mezzi in nostro possesso, lottando per esempio contro l’apertura di nuovi carceri e CPR, sostenendo le lotte al loro interno, denunciando le politiche migratorie, i nuovi pacchetti sicurezza, le politiche che aumentano il divario economico e sociale tra la popolazione, e così via.

Quello che però mi stupisce, e che mi pare manchi spesso dall’analisi anarchica sullo stato di cose attuali è come quest’incremento della repressione e della morsa dello Stato vada anche a colpire in altri ambiti rispetto a quelli appena citati. Vada a colpire non solo le persone migranti,
ad esempio, o le persone che si ribellano a questo stato di cose, o le persone povere, aumentando il divario economico tra ricchi e poveri, ma anche, come nei fascismi del passato, tutte quelle persone considerate feccia della società: persone improduttive (tossicodipendenti, persone senza fissa dimora, psichiatrizzate, disoccupati cronici, andando a tagliare tutta una serie di fondi sociali per il sostegno alle persone in difficoltà) o persone il cui genere od orientamento sessuale non è funzionale all’ideale della famiglia bianca borghese che è alla base del nazionalismo (quindi persone frocie e trans, escluse quelle perfettamente integrate negli ideali bianchi borghesi, ma anche donne che reclamano un po’ troppa libertà). […]

Continua qui (PDF): Transfobia e campagne anti-gender

PAROLE CHIARE (détournement di PAROLE SEMPLICI)

Diffondiamo sempre a proposito dello scandalo dell’esclusione e degli scritti usciti di recente su qualche sito di area anarchica:

Chi scrive pensa che la liberazione passi dall’individuo e non dalla brutale collettività, dall’amore per le idee, come dall’odio per qualunque forma di autorità. Agognata è la ricerca della consapevolezza del sé e delle proprie potenzialità e solo la rivolta può demolire la presunta ineluttabilità del mondo che si affronta ogni istante. È agli individui sensibili che si tenta di parlare. I ruoli, le categorie e le identificazioni esistono e vanno distrutti. Il dominio definisce qualunque ruolo per esserci in società. Ogni ruolo ha la sua oppressione e con esso si sviluppa una certa relazione sociale. Ogni clan ha il suo linguaggio, dei gesti specifici e diversi modi di fare che sono propri.

Eccola la prima questione: il tentativo di uniformare forme di versi, come se i vari ostrogoti potrebbero essere recuperati dal primo intellettuale di turno. L’omologazione rimanda ad una istituzione, non al tentativo (oggi impossibile se non si distruggono le basi della civiltà) dell’autonomia individuale; all’ordine delle cose e delle proprie insulse evidenze, non alla scommessa di rivolta anche contro noi stesse e non solo contro il dominio; alle prigioni mentali dell’individuo finito, non alla libertà di quell’individuo fatto della sua storia, dei suoi rimossi e delle proprie torture. La ricerca della libertà o è in estensione con quella di altrx o non è.

Affrontare la problematica di chi disprezza parlare di patriarcato e di violenze di genere è questione fondamentale. Date le molteplici persone di merda che frequentano gli ambienti anarchici il vittimismo a forma di esclusione è diventato attualmente lo strumento cardine per quegli uomini di merda salvati dai kompagni per essersi definiti anarchici, ma profondamente misogini, transfobici e patriarcali: piagnucolano che le compagne anarchiche neanche li degnano di uno sguardo… Poveri narcisi senza il loro specchio, come faranno ad avere un ruolo nell’ambiente sovversivo adesso?

Come faranno, adesso, ad avere la loro platea di gregari?

Il suono del lamento diventa ridondante addirittura quando le compagne non si fermano alla parola ma si vendicano nella pratica. Di solito agli anarchici boriosi piace solo la loro unione di pensiero e azione. Quando essa esce dal loro controllo si turano il naso e non dicono niente. Ormai pochissimx anarchicx difendono le azioni per quello che sono, il complottismo è entrato anche da queste parti. È stato anche fatto un giornale senza motivo per dire che loro sanno quale è l’azione anarchica e quale no. Coglione noi che eravamo rimaste all’azione diretta e al sabotaggio in tutte le forme di libertà possibili e impossibili… Meglio i sex toys che certa stampa anarchica misogina da pari, di giorno e di notte, a pari. Meglio l’ostinazione del nostro immaginario e le compagne con il coltello tra i denti che farsela con chi vuole prendere il posto dell’estrema sinistra stile notav. Meglio tentare la bellezza dell’anarchia che struggersi nella lamentela dell’esclusione dal comitato centrale degli anarchici. Scusate le battute al vetriolo di traverso, ognuna legge quello che vuole ma nessuna porgerà distinti saluti a chi maschera lo stupro con l’agghiacciante archetipo giustificatorio del desiderio maschile.

Spesso le varie questioni si affrontano con l’ottica identitaria di difesa del violentatore di turno, di chi si considera vittima di una cospirazione orchestrata dalle streghe, cioè qualunque individualità al di fuori del maschile. Ora, ciò che non si può accettare è che tale merda stia costringendo a sintomi reazionari e autoritari più che alla libertà, ad una sorta di moralità amicale che produce una avvilente sordità ai mille tentacoli del dominio patriarcale. Non si può dire violenza di genere, ogni gesto contro il patriarcato è tacciato di femminismo accademico alla Butler (qualcunx non se l’è mai cagata quella stronza democratica!!!!!!!!!!!!!!!!), nessun pensiero fuori dal manuale dei comunisti con pose anarchiche può essere detto. O si includono persone di merda e ci si comporta come loro oppure si è tacciati di esclusione, tribunale transfemminista o anarchismo duro e puro. La domanda sorge spontanea: dentro a che cosa? Dall’ansia di tenere la morale della vera idea anarchica che diventa una sorta di polizia storica e del pensiero? Dai retaggi di chi, fondamentalmente, guarda alle persone solo come individui atomizzati senza le loro storie di oppressione? Altro che codici, che ognuna parli come li pare ma che si accolli quello che esprime.

Semplice, come le parole.

È interessante a questo punto fare un parallelo con il modello omologante e stereotipato del dominio. Ogni questione, tranne quella della sua distruzione, viene recuperata dal dominio. Il dominio fagocita (quasi) tutto. Nemici della libertà, si dice oggi, traggono profitto da tutto.

Recupera il femminismo che fa l’occhiolino alla normatività, non quello radicale che sputa su ogni forma di identificazione (che belle stronze queste anarcofemministe sempre incazzate con gli abusanti e i narcisi!). Recupera la questione queer che vuole stare dentro a questo mondo, non quella caotica e antinormazione (a Berlino qualcuno le ha viste, o se non si fanno gli scontri è tutta colpa delle frocie? E poi, ancora con questo sguardo simmetrico del conflitto? Che ovaie!!!) .

Recupera l’autogestione che fa profitto e si allinea a una falsa orizzontalità con gerarchie informali, fino persino a recuperare alcune azioni allo scopo di annacquare i contenuti della radicalità. Al dominio interessa la decrescita felice perché innocua ai suoi piani di sfruttamento, non al possibile ritorno del luddismo. Infine, la parola libertà ormai è il vocabolo più banalizzato di tutti e gli anarcomunisti preferiscono partire insieme e tornare con la stessa congregazione piuttosto che organizzarsi per affinità, fiducia e partire e tornare con chi si vuole, e soprattutto si sceglie, in modo informale.

La tendenza di questa società tecnologica, la quale viene riproposta anche in ambienti cosiddetti sovversivi, è estirpare la singolarità di ognuna. Non da meno, le rivendicazioni tortuose di aver subito delle violenze da parte dei kompagni vengono denigrate perché sono pericolose: fanno saltare il tappo del non detto, dell’abitudine, del codice e della famigliola anarchica. Distruggere la famiglia e i codici rimangono alcune delle tante vie di pensare un mondo di libere e di unici.

Per questo è di distruzione di tutte le oppressioni, anche quella patriarcale che viviamo tuttx, di cui bisognerebbe anche parlare, di diserzione dai ruoli imposti biologicamente e delle categorie conseguenti che vengono appiccicate addosso, di morale introiettata dalla società, di comportamenti che gli individui tendono a riprodurre perché il mondo del dominio è uno con tutte le sue oppressioni latenti. In qualunque ambito si manifesta il potere, anche in quello anarchico ormai pieno zeppo dello spirito comunista, dove è facile scrivere di libertà e urlarlo in piazza, per poi nelle proprie mura domestiche (o negli spazi anarchici) e mentali si continua come se nulla fosse a normalizzarsi nei ruoli di potere. Anormali, sognatrici, creative e ubriachi di stelle ormai non hanno più posto nella quasi totalità degli ambienti anarchici di oggi, quando si parla di confini da sciatta penisola. Si appoggiano i piedi sulla realtà per fortificarla, non sulle nuvole per colpirla. I vetero-normativi con le bandiere rossenere dicono che il problema sia il femminismo, noi, senza nessuna bandiera da difendere, vediamo che la grossa puzza di merda che ristagna nell’anarchismo italico è il prepotente ritorno del comunismo in salsa movimentista del motto mai tramontato “condivisione o stato”.

Se i discorsi sull’oppressione non tengono conto di quanto il patriarcato, ad esempio, abbia inciso e incida ancora sulla determinazione e mantenimento di ruoli ben definiti da cui non si è fatto molto per sfuggire e che si sono reiterati per secoli, come è possibile comprendere ciò che ogni individualità subisce? E come è possibile scardinare il potere, se non si rende il peso necessario, prima di tutto, nelle relazioni quotidiane che viviamo? La critica antiautoritaria o la si fa a tutto il dominio, dalla religione al patriarcato, al capitalismo e alla tecnica, ai ruoli e alla medicalizzazione, alle istituzioni e agli autoritari, ai narcisi e alle bandierine, o diviene recuperabile da chiunque. E ci si chiede: ma come fai a definirti anarchicx se hai atteggiamenti come un qualunque coglionx autoritarix?

Senza l’empatia per le sofferenze altrui, saranno solo le parole del dominio o degli esperti a parlare.

La psicologia è dappertutto: lo è così tanto che qualcuno, per fortificare il proprio Pensiero Unico, scambia l’interrogarsi sugli aspetti emotivi e di cura come comportamenti per controllare gli individui intorno a noi. L’opinione che ne scaturisce è che, in fondo, gli esseri umani sono tutti potenzialmente onnipotenti, non possono aver paura e ansie, soprattutto in una vita ridotta a schermo per esserci, lavoro per sopravvivere e blog o giornali per fomentare le opinioni anarcomuniste. Essere solidali con chi subisce o ha subito un’oppressione vuole dire cercare di sentirla e odiarla per sovvertirla, proprio come chi ha la forza di dire ai propri affetti di aver subito una violenza. Se Adamo ed Eva hanno rappresentato l’immutabilità di una condizione per secoli, Hiroshima e Auschwitz, con le loro conseguenze, sono il mondo di oggi.

Siamo anche il frutto della società in cui viviamo, sarebbe il caso di non nascondersi più anche per chi detiene la fede anarchica (chi è più attuale oggi parla di cultura anarchica, dicendoci quali libri sono fondamentali e quali no, e al bando ogni singolarità, acculturiamoci tuttx, ma come dicono loro!!!!). Oggi alcune e alcuni anarchici sono profondamente antifemministi (che bel termine cognato proprio dai nemici della libertà), credono nell’individuo fatto e finito come fonte di progresso, ma è l’infinito che apre le porte alla libertà. C’è chi si masturba su Kropoktin, c’è chi ci ha propinato che “l’insurrezione che (s)viene” e i suoi autori erano geniali e c’è chi sogna senza limiti con “Il ladro” di Darien. Ad ognuno il suo, in ordine sparso, ma a debita distanza.

E allora è bene dirsi che, comunque vengano presentate, è di questioni personali e sociali che si parla, che il patriarcato e le relazioni che fomenta fanno parte del dominio, e che a furia di non riconoscere gli elementi latenti di oppressione, la critica al mondo e la possibilità della sua demolizione spariscono nel brusio del lamento all’esclusione del solito individuo abusante. Ma se ci pensate bene, ogni individuo può essere soggetto ad avere atteggiamenti oppressivi contro qualcuno di altrx nelle proprie relazioni. Questo modo di relazionarsi lo possiamo riconoscere per tentare di distruggerlo? Non stiamo scrivendo il riformista decostruirlo o destituirlo, ma proprio di demolirlo in noi. E che facciamo, diciamo che le individualità anarchiche vivono fuori dal mondo e che queste cose non possono capitare? Dovremmo elencare la sfilza di relazioni e di incontri occasionali fra anarchicx che si sono rilevati violenti? E l’inclusione delle sopravvissute incazzate che vogliono mettere a ferro e a fuoco il mondo o semplicemente di quelle individue che si sono sentite ascoltate dopo aver subito violenza? Continuiamo a costruire recinti contro le oppresse e le torturate?

Ma è bene anche chiedersi: quali relazioni si stanno costruendo alla luce di dare pacche sulle spalle a chi nelle proprie relazioni amicali, affettive e sessuali usa strumenti autoritari senza neanche riconoscerlo? Esiste ancora qualcosa di intimo, personale, individuale da custodire, che sia irriducibile a qualsiasi categoria che è giocoforza autoritaria?

L’odio e la rabbia provata per le prese di posizione fatte da gente che si è comportata di merda sono una delle fonti che danno senso agli io che vogliono rompere con qualunque pastoia del dominio.

PAROLE, PAROLE, PAROLE.

È una strana sensazione quella provata nel leggere testi tutti uguali, nel deserto del niente, senza emozioni, che non fanno incendiare le menti anche se pieni di parole che divengono slogan mal assemblati. Meccanicismo del cameratismo, altro che parole che osano l’impossibile. L’ossimoro con cui si è deturnato il testo che compare nel titolo è quello che vorremmo sentire nei cuori ardenti, non per dare l’idea di cosa è l’anarchia vera (fanculo gli autorevoli da ricette gastronomiche dell’ordine militante) ma per rendere omaggio a quelle individualità anarchiche (non certamente le uniche, per scardinare ogni mitopoiesi) che hanno dato il loro contributo ad un’idea di anarchia fatta di pensiero, azione e solidarietà contro tutte e tutti. Oggi quell’idea è sempre meno viva: la virtualità ha preso il posto dell’immaginazione, il mito sta uccidendo l’utopia, la realtà sembra un macigno in cui si può solo soccombere e ormai è meglio leggere Bordiga e Gramsci, piuttosto che gli individualisti anarchici.

Quando infatti si diffonde un comunicato in cui usa la parola infame per definire una compagna (metodo trito e ritrito per accusare in modo poliziesco, denigrazione forse imparata da Marx quando dava della spia russa a Bakunin), con all’interno delle minacce contro chi solidarizza con chi ha subito violenza e si mettono per iscritto delle accuse mettendo a rischio le relazioni fra anarchici già ultraparanoici (per dare dell’infame a un individuo bisogna essere sicuri, ogni piagnisteo che giustifica questo modo di comunicare è spazzatura), a che cosa siamo di fronte? Come dovremmo considerare chi mette a rischio l’incolumità delle persone che vivono una vita nell’illegalismo, se non gente con cui non avere nulla a che fare? Noi non ci permetteremmo mai di dare dell’infame senza esserne sicure al cento per cento. Almeno questo dovrebbe essere un concetto scontato; ma se non si riconosce che è inaccettabile dare l’infame a caso, come si fa a rendersi conto di tutti i dispositivi di potere e delle brutture di qualunque mondo che non si voglia liberare di ogni forma di autorità e autorevolezza? Ci si lamenta di nome e cognome su una ristampa di un’autobiografia di un’anarchica, ma non si dice che nello stesso libro c’è una lettera pesantissima di un’altra compagna che racconta di altre violenze subite in una relazione con la stessa persona. Qualunque potere va distrutto, sia quello della censura che della propaganda.

Anarcomunisti delle composizioni di classe con un occhio alla moltitudine desiderante e l’altro all’indifendibile, siete assediati dalle streghe rompigonadi! Avete presente “L’angelo sterminatore” di Buñuel?

Carx compagnx demolitx, vituperatx, offesx, incarceratx, torturatx, sofferentx continuiamo a odiare infinitamente amando senza riserve.

poche ma cattive streghe non tue compagne

P.s.: abbiamo svagato su altre questioni, siamo uscitx dai binari, abbiamo preso a mazzate ciò che ci disgusta perché sappiamo che i problemi dell’autoritarismo nell’anarchismo in questo posto di merda chiamato italia partono da lontano. Ma a noi non ci riguardano, abbiamo già scelto di non respirare neanche l’aria inquinata con certe persone e di assumerci la diserzione, ma sempre con una promessa vitale di sedizione.

Testo in PDF

INTACCANDO L’ARROGANZA DEL PRIVILEGIO

Riceviamo e diffondiamo:

Questo testo è stato inizialmente pubblicato sul n° 2 della rivista Caligine primavera-estate 2021 ed è stato pensato come una risposta all’articolo “Distinti saluti! Alcune riflessioni sul femminismo, sulle dinamiche di ammaestramento e sul tentativo di americanizzazione delle lotte” uscito sul Bollettino n. 4 della biblioteca dello Spazio Anarchico “Lunanera” di Cosenza. Decidiamo di dargli una nuova diffusione alla luce del recente dibattito scoppiato in rete perché crediamo contenga delle riflessioni ancora valide visto il contenuto espresso da alcuni testi recenti. L’articolo che segue è stato leggermente rimaneggiato rispetto alla pubblicazione originaria.


INTACCANDO L’ARROGANZA DEL PRIVILEGIO

 “Nella società borghese, è normale sparlare delle persone alle spalle,
ma mai fare critiche costruttive in faccia; allo stesso tempo,
ognuno resiste sistematicamente all’ammettere
qualsivoglia errore commesso.”

David Gilbert
Amore e lotta
Autobiografia di un rivoluzionario negli Stati Uniti

Se mi spingo a scagliare un’altra pietra contro l’ennesima espressione dell’antifemminismo che si annida in seno all’anarchismo italiano non è certo per il piacere di inoltrarmi nel ginepraio velenoso che sembra diventato ultimamente il dibattito attorno a certi argomenti, nella speranza che un giorno le pietre raccoltesi nel tempo attorno al corpo morto del patriarcato possano costituire le fondamenta di un ponderare sovversivo scevro non solo dai suoi dannosi pregiudizi sessisti, ma anche  da tutti quegli orpelli ideologici di cui è uso diffuso agghindare le sue vesti. Questi costituiscono dei veri e propri feticci attorno ai quali il pensiero gregario si raggruma rinnovando il culto alle peggiori espressioni della cultura dominante, quali sono, solo per citarne alcune delle più note e nocive, il dualismo (come separazione di teoria e pratica, mente-corpo, umano-natura, uomo-donna, etc.), il positivismo (inteso come fede nella ragione e nelle sue capacità di discernere una qualsiasi verità), il progressismo (ovvero quella visione della storia come un procedere verso un indiscusso miglioramento futuro).

Lungi da me il voler trattare così difficili e complessi argomenti in questa sede. Il mio contributo vorrebbe essere di ben più modesta portata. Né tanto meno ho intenzione di esprimermi su faccende strettamente femministe o che riguardano la reazione ad una violenza sessuale e sugli strumenti che ci si dà (o che, a piacere, si decide di non darsi) per affrontarla, né sui temi del consenso o dei modelli sessuali che determinano in qualche modo il desiderio. Sono stati già diffusi a questo proposito testi che dimostrano con abbastanza chiarezza la miseria di quella Reazione che appesta l’aria di questi tempi, così come la degna rabbia che è ormai sul costante punto di tracimare ad ogni suo nauseante sentore.

Da parte mia vorrei invece provare ad apportare qualche riflessione su di un tema particolarmente delicato eppure di estrema importanza per quell’anarchismo che prosegue interrogandosi attorno alla cornice epistemologica in cui sono inseriti i suoi tentativi di sovvertire il mondo del dominio: quello del recupero delle lotte da parte del potere, e della posizione di privilegio che è alla radice di un certo modo di concepire ed intendere quest’ultimo.

Credo di poter affermare, senza troppe precauzioni, che una delle caratteristiche di maggior forza che il sistema statale a sfondo democratico-capitalista ha saputo sapientemente sviluppare per sopravvivere è la capacità di recuperare a proprio favore quelle istanze di liberazione che di volta in volta ne mettono in discussione l’ordinamento. Questo elemento costituisce una differenza considerevole rispetto agli stati generalmente definiti autoritari o totalitari, che preferiscono censurare e reprimere duramente qualsiasi voce o gesto dissidente che si discosti dalla norma su cui essi si poggiano e che raramente sono predisposti a concedere alcunché alle insubordinazioni interne. E posso con forse ugual facilità evidenziare che ogni lotta vincente o sconfitta, non avendo raggiunto l’obiettivo del totale e inequivocabile abbattimento del potere, abbia in qualche modo contribuito a rinsaldarlo. Le istituzioni del potere infatti, mantenute intatte le proprie strutture, raccolgono quasi sempre con maggiore efficienza dei loro nemici la lezione tratta dalle peculiarità dello scontro avvenuto, riuscendo poi a utilizzarla a proprio vantaggio. Ne è un chiaro esempio l’evoluzione che costantemente attraversa gli apparati repressivi dal punto di vista giuridico, tecnologico, tattico e strategico. L’argine che gli stati hanno costruito per contrastare l’ondata ribelle degli anni ‘60 e ‘70, tanto per fare un esempio, fornisce ancora numerosi strumenti che la repressione continua ad utilizzare contro chi osa opporsi all’odierna pace sociale.

Ma non è altresì con altrettanta leggerezza che si può affermare che l’esprimersi di una istanza specifica di liberazione “rinforzi il capitalismo e la democrazia”, né in egual modo credo si possa additare le insufficienze teoriche del movimento rivoluzionario come la causa principale delle sue sconfitte. L’insufficienza dei mezzi (anche teorico-analitici) di cui ci si dota lanciandosi all’assalto del cielo si evince con difficoltà nella bolgia del conflitto, ma quasi sempre a posteriori, quando a bocce ferme si ricostruiscono i fattori che hanno stabilito l’esito dello scontro. Dal momento che i risultati di una lotta si determinano nella realtà degli elementi in gioco e la complessità della loro interazione ci impedisce di elaborare una previsione attendibile sullo sviluppo degli eventi è quantomeno presuntuoso pensare di possedere una corretta impostazione teorica che ci tiene al riparo dai rischi della sconfitta.

Storicamente parlando e semplificando all’estremo, il potere ha sempre risposto con un’attitudine repressiva alle esplosioni sociali che ciclicamente mettono in discussione una o più forme del suo operare. Accanto alla dura e cruda violenza è stata però spesso messa in campo una strategia di cooptazione che, attraverso diversi canali e livelli di mediazione, elargendo cariche, beni o privilegi, ha lo scopo di frammentare il fronte delle forze d’opposizione giocando sulle sue differenti disposizioni e condizioni interne. Le porzioni più radicali che rifiutano di adeguarsi alla ragion pratica del compromesso vengono così da principio individuate e isolate dal resto del corpo ribelle, e successivamente stroncate in maniera esemplare. Ogni sollevazione sociale produce infatti nelle circostanze dello scontro delle componenti che si spostano verso posizioni più inclini alla mediazione con le istituzioni del potere al fine di materializzare dei miglioramenti parziali, valorizzando, a seconda delle circostanze, il rapporto di forza raggiunto o altrimenti cercando di garantire la propria sopravvivenza, rinunciando di fatto alle proprie aspirazioni di liberazione totale. Ciò è avvenuto e avviene anche nel movimento anarchico (basti pensare alla Spagna del ‘36), e non c’è impianto teorico che tenga quando si entra nel vivo della violenza controinsurrezionale. Ed è fuori da ogni dubbio che queste tendenze siano utili allo Stato che le recupera per rafforzare la sua legittimità intaccata dalle lotte e indebolire i movimenti di opposizione interni; credo che possiamo facilmente convenirne.

Questa dinamica della repressione è ben riconoscibile nella storia conosciuta, dai tempi delle sommosse dei vari zek, schiavi e plebei contro i loro odiati padroni ed oppressori, passando per le rivolte millenariste e utopiste dei contadini che hanno infiammato l’Europa durante il Medioevo, ai vasti fronti proletari con aspirazioni rivoluzionarie dei secoli XVII, XVIII, XIX e della prima metà del secolo scorso, fino a quelli del contrasto ai movimenti e alla lotta armata nella storia più recente. La sproporzione delle forze in campo e l’astuzia del potere sono elementi che vanno tenuti a mente e soppesati con attenzione quando si vogliono valutare le cause di una sconfitta nei processi di liberazione, sconfitta che non si può imputare (a posteriori) con leggerezza ad una incorretta formulazione teorico-tattica, o alla recuperabilità delle rivendicazioni espresse. Si voglia, per puro amor della memoria storica e dal momento in cui l’argomento è stato di recente menzionato, ricordare ancora l’immensa mole di sforzi che gli stati hanno messo in atto solo nel periodo della contestazione degli anni ‘60 e ‘70. Negli Stati Uniti, la più grande potenza economica e militare del mondo contemporaneo, il movimento contro la guerra del Vietnam e le disuguaglianze, rapidamente evolutosi in movimento antimperialista e rivoluzionario (sintomo di un’approfondita analisi d’insieme sul funzionamento del capitalismo e dello Stato), si vide contrapporre un elevatissimo livello di violenza espresso da tutti gli apparati della repressione, che andò dalla sanguinosa repressione nelle strade e nei campus universitari di coloro che lottavano per l’autodeterminazione dei popoli, all’omicidio mirato e alla tortura delle individualità rivoluzionarie. Basti pensare agli interventi della polizia all’università di Berkeley nel ’64 (circa 800 arresti) e alla Kent State University nel ’70 (quattro morti da arma da fuoco), solo per citare due eventi famosi, o alle stragi dei gruppi militanti afroamericani, vittime di veri e propri agguati e spesso giustiziati sul posto nel corso dei raid delle forze repressive (come l’omicidio a sangue freddo di Fred Hampton, membro delle Pantere Nere, nel 1969). Le stesse tecniche contro-insurrezionali e di contro-guerriglia vennero poi usate anche in Italia e in Europa per contrastare il movimento e il diffondersi della lotta armata grazie alle collaborazioni sul campo all’interno del cosiddetto “blocco occidentale”.

È sintomatico di una qualsivoglia forma di organizzazione societaria che veda minare le fondamenta della propria legittimità aumentare l’uso della violenza per puro e semplice moto di autoconservazione, violenza che cresce in ferocia tanto più si senta messa alle strette. Essa è infatti l’espressione di persone fisiche che hanno paura quanto chiunque altro di perdere il potere che la propria posizione di privilegio gli fornisce all’interno di un determinato sistema di stratificazione sociale.

E’ in questo clima che il femminismo comincia a diffondersi nel movimento contro la guerra aiutandolo – assieme ai contributi analitici di quelle componenti sociali storicamente escluse dall’amministrazione del potere, come le persone non bianche o non eteronormate – ad ampliare il suo sguardo critico circa i rapporti all’interno della società capitalista e a spingere le sue rivendicazioni verso una più coerente e complessiva prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria.

Credo quindi che sia alquanto semplicistico indicare il femminismo “storicamente dato” come complice del “rafforzamento della democrazia e del capitalismo” per sminuirlo, dal momento che questa istanza di liberazione oltre ad aver mobilitato un gran numero di donne nel mondo intero, ha dato un contributo fondamentale alla comprensione del funzionamento del potere nelle sue dinamiche più interiorizzate e normalizzate dagli individui che costituiscono il tessuto di una società. Né si può con tanta superficialità incolpare di questo rafforzamento le sue pratiche poiché, se è indubbiamente vero che una parte del movimento femminista ha agito e agisce in maniera riformista e giustizialista, esso ha dato espressione anche a pratiche ben più radicali, dalle azioni dirette contro negozi e aziende complici della mercificazione dei corpi delle donne, agli attacchi contro medici obiettori di coscienza e strutture sanitarie che effettuavano ricerche biotecnologiche, fino ad esperienze di lotta armata con prospettive rivoluzionarie. È perciò il recupero da parte del potere del femminismo a dover essere osteggiato, e non il femminismo in sé. Sottolineare, facendo un bilancio parziale di un movimento, soltanto il contributo che esso ha dato al rafforzamento del potere vorrebbe dire non riconoscere il valore di tutte quelle lotte che pur non avendo causato un sovvertimento del sistema di potere, hanno comunque comportato un reale miglioramento delle condizioni di vita per migliaia, spesso milioni, di individui, nonché all’arricchimento teorico e pratico del movimento rivoluzionario largamente inteso. La critica radicale anarchica osteggia ogni riformismo perché con esso si permette la perpetuazione della presente organizzazione dello sfruttamento, ma dovrebbe guardarsi dallo scadere in un idealismo elitarista e sprezzante.

Questo atteggiamento è già di per sé sintomo e ignara manifestazione del proprio intrinseco privilegio, basato su condizioni sociali come il benessere economico, la razzializzazione o il genere (e molto spesso, soprattutto quando vengono espressi giudizi tanto duri e trancianti sulle lotte altrui, di tutte queste messe assieme). Parlare di privilegio per l’anarchismo non è, come a volte si è tentato di insinuare, incentivare discorsi o atteggiamenti vittimistici o colpevolizzanti, ma un modo per chiarire il posizionamento preciso nella fitta rete dei rapporti di potere. Dalla propria posizione sociale infatti chiunque perpetua (se non agisce altrimenti) l’oppressione che il suo ruolo rappresenta all’interno di un dato ordinamento societario. Non tenerlo in considerazione porta a sviluppare una concezione assai parziale dei meccanismi di oppressione e di riproduzione del potere nelle società umane, troppo spesso individuati nelle sole istituzioni politiche ed economiche, e a fare di conseguenza una gerarchizzazione dei differenti fronti della guerra sociale. Questa attitudine è una chiara eredità di origine marxista, per la quale tra le diverse contraddizioni del divenire societario la principale a cui fare riferimento per sviluppare un processo rivoluzionario è quella di classe. Se per l’anarchismo la questione centrale è invece quella del potere, non dovremmo permettere alla comprensione delle sue molteplici espressioni di limitarsi alle sole configurazioni dello Stato e del Capitale, quanto considerarla nella sua accezione più intrinsecamente sociale che determina i rapporti quotidiani e le relazioni tra gli individui. Credo infatti che lo spargere sermoni dall’alto della propria posizione, ritenuta con arroganza essere la più coerente ed incisiva, rifletta l’autoritarismo insito in chi propende per una gerarchizzazione delle lotte, mentre un impegno a tutto campo dell’individuo nel contrasto ad ogni forma di potere sia ciò che più si avvicini ad un agire anarchico inteso come antitetico a quel “fare militante” largamente ereditato dalla cosiddetta sinistra rivoluzionaria.

L’assumere una posizione contro ogni rivendicazione parziale è sicuramente ciò che impedisce all’anarchismo di abbracciare una logica gradualista o di riforma del sistema di dominio, nonché di identificarsi completamente con movimenti quali sono quello femminista, ecologista, antispecista. Eppure essi hanno al loro interno espresso dei contenuti che assunti radicalmente comporterebbero le messa in discussione totale dell’attuale organizzazione dell’oppressione. Per questo “semplice” motivo le loro analisi sono state da tempo riconosciute come un contributo prezioso per i modelli di comprensione del funzionamento del potere nella nostra società, permettendo di abbandonare ogni retaggio che costituisca un limite per l’analisi anarchica. Le istanze di liberazione particolari dovrebbero quindi essere al centro della sensibilità anarchica, che rivendica la libera e completa espressione dell’individuo contro qualsiasi tentativo di vederlo relegare in secondo piano da una qualsivoglia priorità teorico-strategica. Esse non sono una riduzione, ma piuttosto un allargamento dello sguardo attraverso il quale si osserva e comprende il mondo. Una libera e completa espressione di sé che non deve essere confusa con quelle concezioni dell’individualismo figlie di una certa interpretazione superomista del pensiero nicciano che porta a giustificare la sopraffazione di un essere umano sull’altro e dell’essere umano sul mondo naturale in nome della sua inviolabile volontà di potenza. Concezioni queste che guarda caso furono fatte proprie dal nazismo e dal fascismo e che tanto bene si sposano con l’individualismo liberale per cui la competizione è la più alta forma di regolazione della vita. Questa maniera di concepire i rapporti tra individui ben si discosta dall’Unione degli Egoisti di cui parla Stirner (anarchicamente intesa) e dovrebbe essere rifiutata con forza da coloro che intendono riflettere su come costruire un rapportarsi vicendevole che rafforzi la lotta contro ogni potere. L’etica anarchica mette infatti al centro della sua riflessione la solidarietà tra gli oppressi attraverso il mutuo appoggio e di conseguenza dovrebbe perseguire il benessere dell’individuo che partecipa all’Unione per il vantaggio dell’Unione stessa. Indi per cui ragionare su come sovvertire le nostre relazioni è una pratica altamente rivoluzionaria perché permette di comprendere il potere come una forza che attraversa, imputridendola fin dalle radici, l’intera società e che coinvolge inevitabilmente anche i gruppi anarchici. È infatti dal riconoscimento delle diverse forme di potere che l’individuo può comprendere l’esperienza dell’oppressione che attanaglia sé stessx e i propri simili e decidere di intessere relazioni il più possibile libere nella comune volontà di secessione dalla società del dominio, oltre che di combattere anima e corpo contro questo mondo di sfruttamento e oppressione che lo incatena.

Credo che la teoria sovversiva non dovrebbe essere utilizzata per innalzarsi su di un pulpito dal quale spargere giudizi sprezzanti, così come la critica assuma una dubbia efficacia se armata di strumenti come la denigrazione o la calunnia al fine di tirare a lucido il proprio ego sovradimensionato. Teoria e critica radicale dovrebbero invece servirci per analizzare il presente e le lotte nell’ottica di rafforzare la guerra sociale, nella consapevolezza che non esiste formulazione teorico-strategica rivoluzionaria che possa condurci con certezza al trionfo e che è necessaria una costante riformulazione dei propri paradigmi per attizzare un conflitto sempre a rischio di soffocamento a causa delle dinamiche di recupero e di rigenerazione del potere. In quest’ottica sarebbe utile che un’analisi di questo tipo si sviluppasse in termini costruttivi sottolineando le proprie mancanze in quanto ad intervento sovversivo (mancanze che si continuano a registrare negli ambienti anarchici, sia a livello pratico che in quanto a comprensione del contingente storico), piuttosto che concentrarsi su quelle altrui con l’obiettivo di screditarne le posizioni in una sorta di competizione di radicalismo o, peggio, per attribuirgli la responsabilità dei propri continui fallimenti. Questi atteggiamenti e comportamenti invece di acuire il pensiero critico, a mio giudizio portano solo scoramento e disillusione. Invece di abbandonarsi ad essi sarebbe più lungimirante e utile investire le proprie energie nel contribuire a migliorare il dibattito con lo scopo di un innalzamento della qualità generale del conflitto sociale, considerando che se il potere un giorno cadrà non sarà con ogni probabilità grazie alla forza soverchiante di una “giusta” e corretta pratica o teoria radicale, ma per la somma dei singoli atti individuali di rivolta. Perciò ben venga la contaminazione e la sinergia delle lotte inserita in una comune ricerca dell’Anarchia piuttosto che qualsiasi forma di “celodurismo” e di purismo, di cui sarebbe bene cominciare a liberarsi in fretta, assieme a tutti gli altri residui di quella cultura machista militante che da troppo tempo ammorba ormai l’anarchismo.

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