CEMENTO MORI

Diffondiamo un testo scritto da alcunx compagnx sicilianx in vista del corteo No Ponte del 18 maggio a Villa San Giovanni (RC).

CEMENTO MORI
“Oggi mi libero della paura. La pazienza si vendica”.

Scilla «Latra terribilmente: la voce è quella di un cucciolo di una cagna, ma è un mostro spaventoso, e nessuno, neanche un dio, avrebbe piacere a trovarsi sulla sua strada. Ha dodici piedi, tutti orribili e sei colli lunghissimi, e su ognuno di loro una testa spaventosa e tre file di denti fitti e serrati, pieni di nera morte. Per metà è immersa nella grotta profonda, ma sporge le teste fuori dal baratro orribile e là pesca, frugando intorno allo scoglio, delfini e foche e bestie anche più grandi. Nessun navigante può vantarsi di esserle sfuggito illeso sulla sua nave; con ogni testa afferra un uomo, portandolo via dalla nave nera». «Di fronte a Scilla sta Cariddi in agguato all’ombra del fogliame di un immenso fico, su una rupe inaccessibile. Il mostro Cariddi per tre volte al giorno inghiotte e vomita dall’orrenda bocca enormi quantità di acqua con tutto quel che contiene».

Così Circe descrive a Odisseo questo pezzetto di mare, crocevia dei più diversi popoli che lo attraversano da sempre, incontrandosi, commerciando e scontrandosi.
Due mostruose figure femminili che distruggono chiunque passi fra loro, come due lame di una stessa cesoia. E se fossero invece le anime di una terra stanca di essere stuprata? Di un sud, tra i ‘sud’ del mondo, dal quale stato e capitale estraggono valore?
Succhiano vita, cacano disperazione e ce la spacciano per progresso:

“Gioite selvaggi, lavorerete per costruire la vostra stessa miseria. Sarete lavoratori e lavoratrici in nero al servizio dell’industria turistica e i vostri figli cresceranno in placente con alto contenuto di plastica. Sarete operai e operaie del petrolchimico, vi spetta in premio un cancro per famiglia. Sarete operatori e operatrici nei lager per migranti, secondini, militari e poliziotti: e mangerete pane condito col sangue e le lacrime dei vostri vicini di casa. La maggior parte di voi rimarrà disoccupata, ma se ci supplicherete come si deve potremmo sempre edificare altre magnifiche opere che vi daranno da sopravvivere e vi condurranno più rapidamente alla morte, vi libereremo così anche dall’onere di lavorare!”

Ma noi, avanzi di furti subìti, dignità del dubbio che sa imporsi, grideremo il nostro discorso politico senza saliva: “Se invece fossimo il vento e la sabbia che si incontrano e si fanno bufera? Se fossimo le onde che stanno per rompersi? Siamo la forza delle nostre montagne e i nostri sogni sono radici di ginestra che cresce nel fuoco. Siamo pazienze stanche pronte a vendicarsi. E la zagara ci accompagna e la madonna nera ci protegge. E i cormorani e i pescispada ci sono amici. Nelle vene ci scorre il sangue brigante delle lotte passate. La nostra vita non è in vendita!”

Il ponte sullo stretto, nell’ideologia prima e nella messa in opera dei lavori poi, è l’ultimo manifesto dell’economia simbolica del potere. Ma chi è questo potere? Nella fitta maglia dei rapporti sociali e politici è possibile cercare, con l’anima in spalla e la determinazione in mano, i redattori di questa storia che ha ancora la possibilità di finire in modo diverso. Una rapida occhiata al sito di WeBuild suggerisce un’impresa non solo attenta a valori come la sostenibilità o la compatibilità delle sue mega-infrastrutture con i territori e chi li abita, ma anche promotrice di uno sviluppo incentrato su “un domani migliore” – per dirla con le parole dell’amministratore delegato Pietro Salini.

Ma la domanda qui sorge spontanea: migliore per chi? Infatti, a guardar bene gli effetti degli interessi economici del gruppo in determinate aree si può nitidamente vedere quale sia il modello di sviluppo tanto caro a WeBuild e a chi appalta la realizzazione di opere per il “bene pubblico” – che coinciderebbe con l’aumento dei profitti per i soliti noti. La necessità di estrarre valore ad ogni costo ha troppo spesso indotto a nascondere volutamente tutta una serie di effetti di questa visione del mondo: ma quegli effetti sono invece ciò che non si può più tacere, né tantomeno accettare.


WEBUILD: ANATOMIA DEL CEMENTO

La specializzazione del gruppo WeBuild è la costruzione di dighe: operando principalmente nel continente africano, in Asia e nel latino-america, ha costruito più di 300 impianti.

Ma WeBuild è solo il capitolo più recente di un percorso imprenditoriale che ha inizio negli anni 30’ del secolo scorso. Un capitolo che ha inizio quando la Salini S.p.a. si consolida nel mercato edilizio ed infrastrutturale in Italia, dopo Impregilo ed Astaldi.

Diversi sono gli esempi in cui il gruppo imprenditoriale, con il suo agire, ha determinato una serie di effetti devastanti sui luoghi interessati dalle sue opere e sulle persone che li abitavano. Pensiamo alla costruzione della diga di El Quimbo, in Colombia, per la quale sono stati inondati circa 8.500 ettari di terra, che erano prima coltivati e servivano in qualche modo da sussistenza per chi viveva quelle zone; inoltre, non si sarebbe veramente tenuto in conto di quanto la deviazione dei flussi idrici interessati nella costruzione della diga avrebbe potuto impattare negativamente sull’abitabilità di quelle zone per diverse specie, tra cui quella umana. In altre parole, il tessuto sociale, economico e biologico è stato del tutto lacerato dalla predominanza del cemento. L’imposizione di un processo tecnologico, giustificato dalla necessità di produrre energia elettrica (ma per chi? e per cosa?), ha avuto conseguenze devastanti ovunque si sia verificato. Altro progetto esemplificativo del progresso targato webuild è la diga Gibe III, costruita sulla valle dell’Omo tra Etiopia e Kenya. Gli scopi di questa infrastruttura idro-elettrica sono quello di produrre energia per il compartimento industriale (ossia da vendere sul mercato) e quello di deviare l’acqua per l’irrigazione di circa 500 ettari di terreno destinati ad uso commerciale dallo Stato etiope. Si possono anche solamente immaginare quali siano stati gli effetti della costruzione della Gibe III su popolazioni per cui l’acqua e la terra erano tutto. Vengono private dei mezzi di sussistenza di base parecchie persone che sono costrette per lo più ad andare a (soprav)vivere altrove. Inoltre, da un rapporto dell’human right watch del 2012, emergono dettagli tetri circa il trattamento riservato a chi aveva avuto l’ardire di opporsi a questo stupro della Terra. Il nome Gibe III proviene dall’esistenza di Gibe I e Gibe II, altre due turbine idro-elettriche costruite nella Valle dell’Omo. Tra l’altro per la Gibe II anche il governo italiano prese parte all’opera attraverso il ministero degli affari esteri. Ma i dettagli inquietanti sembrano non finire mai quando si scava nel passato della ex Salini Impregilo, coinvolta anche nella costruzione della diga del Chixoy, in Guatemala: per portare a termine i ‘lavori’, in quel caso, intere comunità vennero disgregate e centinaia di persone massacrate a morte. Attualmente WeBuild ha in corso, solo nel Meridione d’Italia, circa 19 mega progetti (che spaziano dalla realizzazione di nuove linee ferroviarie ad alta velocità ed alta capacità, a tutta una serie di lotti autostradali, ed infine ad alcune linee metropolitane). Tutto questo apparato cantieristico per l’infrastruttura è retto da due “centri di addestramento avanzato per il lavoro” che si trovano in Sicilia e in Campania: terminologia niente affatto casuale, implicita ammissione di una vera e propria invasione, nella cui logica interna la persona che lavora in cantiere è considerata alla stregua di personale militare. Questa occupazione economico-militare dei territori fa tanto pensare ad un dislocamento bellico pronto alla grande operazione, come potrebbe essere la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina. Le modalità sono sempre le stesse, la predatorietà pure.

Sembra quasi che le loro reti, i loro jersey e le loro ruspe appaiano tutte all’improvviso, precedute da una retorica di miglioramento delle condizioni dei luoghi dove operano, praticano senza pietà le loro amputazioni su di un corpo che ai loro occhi algoritmici appare ridotto in fin di vita ed è pertanto un’ottima cavia per sperimentare e per arricchirsi.

La logica dell’invasione pervade in tutti i sensi la comunicazione e le modalità operative di queste corporazioni; WeBuild non è l’unica a leccarsi i baffi dinanzi a un bottino appetibile a molti interessi – tutti volti al mero guadagno, al crescere dei flussi turistici, alla necessità di una sempre maggiore quantità di energia elettrica, beffardamente spacciata per green. La logica dell’invasione, le sue ruspe e gli scudi e i manganelli che le ‘scortano’ quando alziamo la testa, incalza ogni giorno i nostri corpi, bracca le fibre di cui è fatta la nostra vita. Ma la cattura non è mai completa: ogni giorno succede che qualche sensibilità si incammini, da sola o in compagnia, in direzione ostinata e contraria; e non smettono di aprirsi crepe, e varchi, ogni volta che i nostri polmoni riescono a non arrendersi all’aria del tempo, e i nostri cuori a respirare, disertare, insorgere.

“L’unico organo della virtù è l’immaginazione. Ed è solamente in base a questa forza che si giudica la moralità del tuo comportamento. Il tuo primo imperativo ordunque sia: <immagina!>. E il secondo, immediatamente connesso al primo: <combatti coloro che coltivano l’indebolimento di questa funzione.>”

‘A zzoccula ‘nta l’ingranaggi

Link alla versione PDF: Cemento_Mori_

 

PARCO DON BOSCO: IL DIAVOLO FA I TAVOLI MA NON LE PANCHE


Riceviamo e diffondiamo questo testo sugli ultimi risvolti al Parco Don Bosco a Bologna.

PARCO DON BOSCO: IL DIAVOLO FA I TAVOLI MA NON LE PANCHE

E come nelle migliori favole bolognesi, oggi sui media mainstream vince l’ipocrisia targata PD.

Il Sindaco Lepore, a nemmeno due giorni dalla brutale aggressione poliziesca al giovane che presidiava il parco, mette in campo le sue armi democratiche invitando il comitato dei cittadini, che attendeva questa possibilità da mesi, al “dialogo”. Parole distensive e tavoli di trattativa in cui sarà presente anche il sedicente “comitato del sì”.

All’indomani del pestaggio e delle taserate notturne, a livello pubblico pare tutto archiviato, quando è evidente che se il parco don Bosco esiste ancora non è perché “ha vinto il dialogo sulla violenza”, ma per la forza e la determinazione con cui nei giorni scorsi una comunità plurale ed eterogenea ha resistito contro la violenza di chi voleva distruggerlo.

Rimangono in secondo piano le responsabilità del Sindaco e della sua giunta, che solo una manciata di ore fa smanganellava per tagliare metà parco, e oggi ne esce quasi come protagonista vittorioso del “dialogo”, mentre Nordio e Piantedosi riempiono le pagine di “conflitto democratico”, “legalità” e “proporzionalità” contro “i violenti”.

Quello che è successo nella notte i giorni scorsi al presidio ci riguarda tuttx: due taserate sui nostri corpi non possono essere acqua passata.

Dopo la sperimentazione avviata a settembre 2018, è dal febbraio del 2022 che la polizia bolognese ha in dotazione la pistola elettrica. Il 10 marzo a Bologna anche al Cas di via Mattei un ragazzo è stato colpito col taser dalle forze dell’ordine.

Persone colpite ripetutamente, cardiopatici, persone fragili rischiano di morire se colpite da queste armi di “deterrenza”. Abbiamo rischiato il morto nella rappresaglia poliziesca dell’altra notte, mentre si blatera di “democrazia”.

Tavoli per distendere la tensione, tavoli per pacificare la rabbia, tavoli per dividere e abbassare la forza di un movimento che sta raccogliendo troppo consenso.

La “partecipazione” svela il suo volto repressivo: se non si sottostà alla progettualità imposta dall’alto si può essere smanganellati e taserati. Lo ha dichiarato il questore Sbordone qualche giorno fa alla stampa: le proteste sono accettabili solo quando sono inefficaci.

Perché non si tratta solo del Parco Don Bosco ma di un intero territorio che subisce da anni e anni la morsa di scelte imposte e non volute: una città sempre più escludente ed esclusiva dove le lotte ecologiste, per la casa e per altri mondi possibili vengono duramente represse, e vivere diventa sempre più difficile per moltx.

Riusciremo a sovvertire finali già visti in città? Di proposte inaccettabili? Di ipotetiche modifiche al progetto che non cambieranno nulla e magari permetteranno all’amministrazione di rivendicarsi anche di averci provato, mentre il parco verrà tagliato?

Alcunx abitantx in lotta

BOLOGNA: PRIMAVERA AL DON BOSCO

Diffondiamo:

Il primo giorno di primavera, mentre la sistematica devastazione di alberi e verde urbano rende l’aria irrespirabile, celere, digos, carabinieri e municipale sono arrivati per proteggere l’abbattimento degli alberi del terrapieno di via Serena e fare spazio al cantiere del Tram.  Fin dal mattino presto un folto presidio solidale si è opposto all’ennesimo scempio con battiture sulle recinzioni, mentre un gruppo di abitanti si è spostato all’ingresso della Cosmoprof per disturbare la kermesse fieristica e difendere un’altra idea di città.

Celere e guardie sono ancora schierati, il presidio permanente al Parco Don Bosco continua!

QUALCHE NOTIZIA SULLA FORESTA DI HAMBACH

Riceviamo e diffondiamo questa preziosa chiacchiera con due compagnx che da molti anni vivono nella foresta di Hambach.

La miniera di Hambach è una voragine profonda fino a 500 metri, la maggiore depressione d’europa, che raggiunge i 300 metri sotto il livello del mare e che si estende per 85 km2 (il doppio del centro storico di Bologna, la metà dell’intera città di Milano, 30 km2 in meno di Napoli). Una parte della terra scavata dalla miniera è stata usata per erigere la più alta collina artificiale del mondo, alta 300 metri. Vi si estrae lignite, un combustibile fossile di bassa qualità con un contenuto di carbone attorno al 30%. Dal 1978, anno di apertura della miniera, le comunità locali si battono contro la privatizzazione e la devastazione del territorio. Dal 2012, con l’occupazione della foresta, è stata creata una zona autonoma in cui si sperimentano forme di vita basate sull’autogestione, l’antispecismo, il superamento del binarismo di genere e la liberazione dal patriarcato, dove si lotta contro il capitalismo e ogni forma di dominio dell’essere umano, sui viventi e sul pianeta. Da allora vari sgomberi della foresta sono stati eseguiti in modo violento dalla polizia tedesca. A questi è sempre seguita la rioccupazione della foresta, con la costruzione di strutture e case sugli alberi. Gli sgomberi spesso avvengono in concomitanza con la “stagione di taglio”, alcune settimane durante l’autunno, in cui è legale in Germania procedere con gli abbattimenti di foreste. La RWE, compagnia tedesca che gestisce la miniera, negli ultimi anni ha cambiato strategia, interrompendo il taglio della foresta, ma continuando comunque ad espandersi intorno ad essa. Inoltre per evitare che la miniera si inondi, viene costantemente pompata via l’acqua del sottosuolo, cosa che rende il terreno sempre più secco, portando verso la morte quel che rimane della foresta. Sotto l’illusione della svolta “verde”, la compagnia porta avanti un nuovo progetto che riguarda la trasformazione di una parte della miniera in un lago con parchi solari ed eolici, nuove aree protette, creando nuovi posti di lavoro nel capitalismo green. Con estrema arroganza, chi si è arricchito devastando quest’area, ora si vanta di voler dare nuova vita alla distruzione causata da loro stessi senza alcun riguardo per le vite che vi si svolgevano. Una lotta, quindi, che non è vinta, né conclusa. E che porta con sé una memoria densa e ricca. All’interno della foresta si trova il memoriale, un luogo in cui vengono ricordate le persone che hanno partecipato alla lotta nella foresta e che ora non ci sono più. Nel 2018, durante uno dei tanti violenti sgomberi, viene ucciso il compagno Stephen per mano della repressione da parte dello stato e dei suoi alleati, così come Lobo e Shain compagnx internazionalistx che tanto della loro passione e rabbia avevano dedicato alla foresta per poi scegliere di continuare la lotta a fianco del popolo kurdo, cadendo martirx in Kurdistan. Oltre all’occupazione della foresta, nella zona ci sono vari spazi occupati, in cui le diverse anime di un movimento vario e multiforme trovano espressione con spirito di mutuo aiuto e solidarietà, contro il mondo capitalista. Queste zone autonome vanno difese e vissute, perché è qui che si sperimenta l’utopia di libertà che è slancio e destinazione del nostro agire politico.

Nella carta: in blu ciò che resta della foresta di hambach, in rosso il progetto di espansione della miniera (che è in grigio), in arancione la collina artificiale.

1° gennaio 2024, campo di Hambi.

La prima domanda che vorremmo farvi è: quando è iniziata la lotta di Hambach e perché. Potete raccontarci quale è il ruolo della compagnia mineraria nella regione e quali sono i suoi obiettivi?

In questa zona c’è la compagnia RWE, che è una compagnia di estrazione del carbone, costruisce miniere a cielo aperto per estrarre la lignite dal terreno e portarla alle fabbriche o alle centrali elettriche per produrre elettricità. Qui, hanno iniziato ad estrarre lignite nel ’78. Stanno costruendo una miniera a cielo aperto, quindi non scavano nel sottosuolo ma il terreno viene aperto dalla superficie per estrarre il carbone; la miniera deve essere molto grande e profonda perché il carbone si trova in profondità. Un sacco di terra viene distrutta. La miniera è stata aperta nel ’78 e anche qui la resistenza è iniziata presto, perché le persone si sono viste togliere la terra e anche dove c’erano i villaggi la compagnia ha iniziato a scavare. Così la gente è stata, ed è tuttora, costretta a spostarsi, ad andarsene, in modo che la compagnia possa ottenere terra per distruggerla e continuare ad allargare questa enorme miniera. C’è stata una forte resistenza locale e la gente ha cercato di protestare contro la compagnia, poi nel 2012 è iniziata la prima occupazione della foresta. Ci sono diverse miniere in quest’area, ma questa, la miniera di Hambach, è la più grande, prima quasi tutto il terreno era foresta, e c’erano anche alcuni villaggi. L’occupazione della foresta rappresenta solo un decimo della foresta originale, quindi è davvero molto piccola. Dal 2012 nonostante i continui sgomberi e le conseguenti nuove occupazioni, le persone continuano ad esserci.

Cosa ci dite invece del fatto che la compagnia vuole trasformare la miniera in un lago mentre quel che rimane della foresta sta morendo?

Ora abbiamo una situazione dove la miniera si sta estendendo da un lato, quindi la miniera è ancora in funzione e le scavatrici ancora funzionano, ma il piano della compagnia sta cambiando. In base a questo cambiamento forse la miniera potrebbe fermarsi. In Germania il governo dice che nel 2030 usciranno dal carbone fossile, quindi lo sfruttamento di quest’area dovrà cambiare. I vecchi progetti della miniera risalgono agli anni ’80, quindi devono escogitare un altro fine per quando la miniera non sarà più utilizzata. Vogliono fare un grande lago: immaginate un buco enorme che sarà riempito d’acqua prendendola dai fiumi che già, dopo tutti questi anni di siccità, di acqua non ne hanno abbastanza. Il progetto è enorme, vogliono costruire grandi tubi per portare l’acqua e anche in questo caso la conca non sarebbe piena, ma l’acqua sarebbe qualche decina di metri più bassa del margine, quindi non sarebbe proprio come un lago, anche se accadesse. Con l’uscita dal carbone, non verrà più prodotta energia carbonfossile, quindi la miniera non sarà più utilizzata e a questo punto vorranno sviluppare la regione incrementando posti di lavoro per la gente in altro modo. Inoltre, se prima dicevano che il villaggio dove ci troviamo ora doveva essere distrutto, ora hanno cambiato idea e il villaggio può rimanere, e questo è parte dei nuovi piani che hanno deciso, cioè investimenti per nuovi progetti di capitalismo green. La miniera si sta ancora espandendo da un lato, anche se non sul lato dove c’è la foresta. Però quando la foresta finisce inizia la miniera, e pompano via le acque sotterranee dalla miniera perché devono scavare molto in profondità per il carbone. Quindi abbiamo un problema enorme con l’acqua nella foresta e anche il microclima sta cambiando, ci sono molte tempeste, fa molto caldo in estate, e la foresta è una piccola isola non collegata a nessun’altra foresta; da un lato c’è questo buco molto grande e dall’altro c’è un villaggio e alcuni campi dove vogliono ancora scavare: la foresta è ancora in pericolo.

Vogliono tagliare anche una nuova parte della foresta di Hambach, vicino al villaggio di Manheim. Questa, supponiamo, verrà tagliata la prossima stagione perché si trova vicina al punto dove ora si sta scavando. In quel punto c’è un’altra parte della foresta che ora non è collegata al resto e sarebbe importante collegarle di nuovo un giorno, ma la compagnia vuole continuare a scavare.

Quanti anni ha la foresta?

Dodicimila anni. Parte di questa foresta non è mai stata utilizzata dall’uomo, quindi è un ecosistema super antico e prezioso.

Come è cambiata la lotta nel tempo? Quali sono stati i momenti più significativi chiave della lotta?

Sicuramente quando è iniziata l’occupazione della foresta, quello è stato un momento chiave, credo.

L’occupazione della foresta è stata un momento di incontro fra tutte le forme di resistenza che c’erano nella zona, perché tutte le altre forme di protesta avevano fallito, e non erano riuscite a bloccare il progetto. C’erano stati tentativi tramite cause in tribunale contro la miniera. Era una novità che la gente andasse nella foresta e la occupasse, così tutti coloro che erano contrari alla miniera parteciparono a questa occupazione. Questo è stato uno dei momenti chiave. Un altro momento è stato nel 2014/15 quando ci sono state azioni violente contro l’azienda, contro le pompe ecc. e il personale dell’azienda non voleva più entrare nella foresta. È stato un momento importante perché c’è stato il tempo per creare uno spazio sicuro nella foresta, quella che è diventata poi una zona autonoma. Prima, la sicurezza della compagnia e i poliziotti entravano nella foresta e la gente non riusciva a proteggerla. Poi in questo periodo ci sono stati più sabotaggi e attacchi violenti, quindi le guardie della compagnia non volevano più ad entrare nella foresta. Questo ha significato anche una maggiore costruzione di strutture sugli alberi e una maggiore organizzazione, le persone si sentivano un po’ più sicure e meno minacciate dall’esterno. Poi, nel 2017 c’è stato uno stop alla stagione dei tagli. Ogni anno, per un paio di mesi in autunno-inverno, c’è la “stagione di taglio” dove è permesso tagliare gli alberi, anche grosse superfici di foresta. Nel 2017, un tribunale ha fermato la stagione dei tagli e questo ha permesso alle persone di costruire più strutture sugli alberi e di essere più rilassate, in quanto gli alberi non venivano tagliati e le persone hanno avuto tempo per organizzarsi. In questo modo le persone potevano prepararsi per gli anni successivi e questo era davvero importante per avanzare nella lotta e costruire più strutture. Ovviamente nel 2018, un anno dopo, c’è stato il più grande sgombero e la più grande operazione di polizia che è avvenuta nell’area, portando alla distruzione di tutto ciò che era stato costruito nella foresta, come reazione c’è stata anche una grande mobilitazione di persone e i media hanno iniziato a parlarne portando molte persone a unirsi alla lotta. Questo grazie al periodo precedente in cui le persone hanno potuto prepararsi. Durante lo sgombero di Hambach del 2018 moltissime persone sono arrivate in supporto e c’è stato un corteo di 500mila persone. È stato un momento in cui tante persone sono state coinvolte, c’è stato tanto sostegno dall’esterno e molte persone sono venute nella foresta. E hanno aiutato a rioccupare la foresta!

Quanto era grande, prima dello sgombero, l’area occupata?

C’erano quasi 90 alberi con case e strutture nella foresta, e hanno distrutto tutto. Lo sgombero è durato poco più di tre settimane, in totale. In un barrio1 addirittura ci vivevano diverse centinaia di persone, era davvero grande. Così, mentre loro continuavano a sgomberare e a distruggere una parte della foresta, in un’altra parte la gente rioccupava e ricominciava a costruire.

Come ha funzionato la repressione in questa lotta? Quali sono stati e quali sono gli effetti della repressione prima e ora?

Penso che la repressione sia aumentata. Le persone sono state criminalizzate molto e sono state mandate in prigione con pene sempre più dure. Nel 2017 e nel 2018 c’è stata molta repressione e questo ha portato le persone a stare più attente e a non fare più molte cose. Nel 2015-16 ci sono state diverse persone finite in carcere o in custodia cautelare per mesi, senza che ci fosse una accusa concreta. In molti casi ciò che le persone facevano era rifiutarsi di fornire la propria identità. In molti casi questo funzionava abbastanza bene, e anche se talvolta ciò significava che le persone dovevano rimanere più a lungo in prigione o in custodia mentre cercavano di scoprire l’identità della persona, alla fine si riusciva ad evitare le condanne.

Qual è l’accusa che hanno usato maggiormente? C’è stata qualche costruzione mediatica sulle persone che vivono qui e sull’occupazione della foresta nella propaganda dei media mainstream?

All’inizio, durante il primo sgombero degli alberi, hanno cambiato la strategia mediatica. C’è stato un programma, sul canale ufficiale, che in Germania è governativo, in cui i giornalisti in tv erano vicini agli alberi e non parlavano di uno sgombero ma di un’operazione di salvataggio. È stato molto interessante perché il reporter era ripreso davanti ad un’ambulanza, con le luci blu nell’immagine, come a dire: “Dobbiamo salvare questa persona che si trova nel tunnel sotto terra e la polizia sta facendo di tutto per lui”. Prima eravamo i terroristi, le scimmie e tutto il resto. Hanno sempre cercato di criminalizzarci. C’erano incursioni della polizia nell’accampamento che sta ai margini della foresta per cercare armi, spezzare la solidarietà, sequestravano materiale con cui si immaginavano che le persone costruissero molotov e portavano via carta igienica, plastica e quant’altro. Un posto a Durrin (villaggio nelle vicinanze), una struttura di supporto, è stato oggetto di diverse perquisizioni. L’accusa che addossavano era soprattutto di resistenza contro i poliziotti, resistenza aggravata, invasione.

In questo periodo Negli ultimi tempi ci sono stati diversi attacchi alla foresta, come sono collegati alla repressione?

Ci sono sempre stati attacchi di questo tipo, cioè persone che non ci amano, a volte non sappiamo chi siano, spesso supponiamo siano persone che sostengono RWE, lavoratori della miniera, quindi non vogliono persone contrarie a questa attività mineraria. Vengono di giorno per insultaci, e a volte anche di notte. Ci sono attacchi notturni, probabilmente sono anche nazisti, abbiamo avuto auto bruciate nel villaggio. Un piccolo campo vicino alla foresta è stato attaccato con molotov e bruciato, l’anno scorso abbiamo avuto molti incendi di strutture vuote, sei più o meno. Ci sono sempre stati attacchi da parte dei nazi, solo la prima occupazione della foresta non è stata attaccata.

Riguardo alla solidarietà che avete ricevuto: che reazioni e quali azioni ci sono state da parte delle persone del territorio? In che modo le persone vi hanno dato solidarietà e in che modo continuano a darla?

La solidarietà è stata dimostrata in molti modi diversi, c’è stato e c’è un grande sostegno da parte delle persone, alcune persone son venute per vedere la foresta, altre sono semplicemente interessate a venire, conoscere e parlare con chi vive qui. Alcunx vengono una prima volta e poi continuano a tornare. Alcun magari non ci sono mai stati prima e poi tornano a visitarla. Le persone ci aiutano con i materiali, portando molte cose, chiedendo cosa ci serve, offrendo posti per dormire o per riposare, donazioni di ogni tipo, cibo. Le persone ci supportano anche organizzando cose al di fuori della foresta, tramite manifestazioni, facendo controinformazione, raccontando alla gente quello che succede qui, facendo azioni da qualche parte, non solo nella zona, ma anche in altre città. C’è un’enorme rete di supporto, anche in altre città. La gente fa un sacco di cose diverse!

Per quanto riguarda il luogo in cui ci troviamo, l’accampamento di Hambi, anche questo è stato un segno di sostegno da parte di una persona del villaggio, vuoi dirci qualcosa di più a riguardo?

Innanzitutto, questo è collegato, c’era e c’è ancora il campo di Mado. C è una persona solidale della zona che possiede questo campo, una persona che sin dall’inizio, da quando è iniziata l’occupazione della foresta ci ha dato il suo campo da usare, e nel mentre aveva anche delle cause giudiziarie, per cercare di mantenere la sua terra e non doverla vendere a RWE. Era davvero molto coinvolta, e poi anche più tardi ha continuato a provare ad aprire molte cause legali contro la miniera.

Poi, quando nel 2018 c’è stato lo sgombero nella foresta, è iniziato il primo campo di hamby nell’altro villaggio per sostenere lo sgombero e la rioccupazione, per avere un luogo sicuro da dove le persone potessero entrare ed uscire dalla foresta. Quando non è stato più possibile rimanere lì, la gente ha iniziato a chiedere in giro per il villaggio e abbiamo trovato una donna molto gentile che ha dato il suo giardino per l’accampamento di hamby, quello dove siamo ora, dove abbiamo acqua ed elettricità e un sacco di strutture che possono stare indisturbate in questo giardino per sostenere l’occupazione della foresta.

In questi anni, ad Hambach, è stata costruita un’enorme zona autonoma. Cosa significa per voi? Come funziona? Quali sono gli aspetti positivi? Perché è ancora importante mantenere questa zona autonoma?

Perché, come hai detto tu, è una zona autonoma molto grande e penso che sia stata e sia tuttora importante perché c’è molto scambio tra persone provenienti da diverse aree e paesi e da diverse lotte che possono trovarsi qui per imparare a vicenda, per aiutarsi e sostenersi. Inoltre, poiché questo luogo è al di fuori della civiltà, si può imparare molto dalla vita nella foresta, che è davvero molto diversa dalla vita della maggior parte delle persone. Unirsi e imparare l’uno dall’altro e fare rete è importantissimo. Dopo 10 anni di lotta per mantenere questo luogo, penso che valga la pena lottare per mantenerlo. È uno spazio aperto, il che è davvero significativo? perché le persone possono venire liberamente senza annunciarsi, si può semplicemente venire e trovare il proprio posto, ma d’altra parte il fatto che sia così aperto crea anche molti problemi e molto lavoro. Tutto questo funziona grazie a chi contribuisce al progetto, attraverso le persone che vengono. E’ davvero importante che le persone vivano in questa zona autonoma per qualche tempo e la rendano vivibile.

Hambach è stata la prima foresta occupata, dopo però sono state occupate altre foreste, come ad esempio Tumbletown. Cosa pensi della diffusione di questa pratica?

È davvero bello vedere che queste tattiche funzionano, le occupazioni sugli alberi, non solo come forma di azione diretta, le persone cercano di creare più zone autonome, anche temporanee in altre foreste e cercano di vivere l’anarchismo insieme, lottando contro ciò che succede e proteggendo la foresta. C’erano e ci sono ancora connessioni tra le occupazioni delle foreste, le persone si visitano e si sostengono a vicenda. Durante questo periodo ci sono state molte occupazioni di foreste ma non tutte hanno avuto successo. Le persone però hanno imparato molte cose, sono cresciute e si sono spostate in altre occupazioni. A volte questa occupazione diventa un punto di ritrovo, abbiamo cercato di condividere conoscenze sull’ arrampicata, abbiamo organizzato eventi in modo che le persone potessero andare via da qui e ricreare questo tipo di lotta anche in altri luoghi, in modo che ci siano diversi scambi di conoscenze e per accrescere le strategie e le conoscenze pratiche.

Che tipo di solidarietà possono portare le persone a questa lotta, e cosa possono fare qui e da altre parti da cui provengono?

Penso che la cosa migliore sia lo scambio di conoscenze ed esperienze o la condivisione di come funzionano altri luoghi, cosa è andato bene e cosa no, come fare le cose, che tipo di problemi ci sono. In questo modo possiamo scoprire e conoscere altri modi diversi di fare le cose. Questo credo sia davvero importante! Anche conoscere altri progetti in altri Paesi, quali sono quelli simili, come sono collegati tra loro e come renderli pubblici. Tutti possono aiutare se c’è più rete.

Ultima domanda… cosa pensi in generale delle lotte ambientali? Che percezioni hai riguardo a queste? Come è cambiata in questi anni, sia dal punto di vista interno sia dal punto di vista del nemico?

Non sono molto positivx riguardo gli ultimi sviluppi che stanno avvenendo perché non vedo grandi cambiamenti in nulla e penso che il governo e le aziende stiano cercando di dipingere il tutto di verde ma continuando con il capitalismo, quindi non vedo grandi cambiamenti in atto.

1 Le diverse strutture costruite nella foresta sono suddivise in diverse zone, chiamate “Barrio”, ovvero quartiere.

 

BOLOGNA: MANIFESTAZIONE CONTRO LE OPERE INUTILI, IMPOSTE E DANNOSE

Diffondiamo:

Sabato 9 marzo, ore 14 – Piazza Maggiore

“Come è trattato l’ambiente a Bologna? Ce lo dicono le reti arancioni che stiamo vedendo dappertutto, ce lo mostrano le centinaia di alberi tagliati ai bordi della tangenziale, nei parchi e nelle strade. Nonostante il consumo di suolo in atto, nella regione Emilia Romagna si costruisce al ritmo di 2 mq al secondo.”

IL PARCO DON BOSCO NON SI TOCCA! GIÙ LE MANI DI SPECULATORI E PALAZZINARI DALLA CITTÀ!

CREMONA: MISERIA E CARCASSE

Riceviamo e diffondiamo un volantino distribuito mercoledì 28 febbraio a davanti alla Prosus, una ditta in provincia di Cremona che è letteralmente un mattatoio.

I lavoratori delle cooperative che da anni lavoravano nello stabilimento hanno occupato l’azienda e montato le tende davanti ai cancelli per quattro mesi quando Prosus li ha licenziati per mettere la fabbrica sul mercato ad un prezzo più “vantaggioso”. Circa due settimane fa il presidio è stato sgomberato.

Fra sindacalismo, recupero delle possibili tensioni di rivolta, oppressione e macelli di maiali, industrialismo e tecnologia, alcune rompigonadi hanno voluto dire la loro riguardo la totalità della situazione ad un pubblico gremito per l’arrivo della celebrità di turno al presidio davanti ai cancelli.

Qui il volantino distribuito in pdf: Miseria e carcasse


Cogliamo l’occasione per condividere di seguito una riflessione:

Sabotare la macchina, mettere in discussione quel lavoro nocivo che ammazza e ci ammazza, rivendicare la nostra autodeterminazione fuori dal ricatto di un salario fatto per ghermire e ghermirci, solidarizzare tra oppressx, diventa sempre più necessario se vogliamo rovesciare quell’ordine capitalista e patriarcale che ci opprime.

La catena che siamo costrette ad ingrassare è la stessa che ci lega mani e piedi.

Le innovazioni tecnologiche capitaliste non ci hanno affatto liberatx dallo sfruttamento e dal lavoro, ma hanno permesso ai padroni un migliore e più efficiente sfruttamento sul lavoro.

Se è sul lavoro di milioni di persone che questo modello di sviluppo insensato si regge, è evidente che non si può trattare più solo di diritto “sul lavoro” ma di sabotare la macchina, sottrarsi alla morsa di quel lavoro, vorace e ingordo, che divora ecosistemi, territori e comunità, basato su pratiche crudeli e oppressive, che ingrassano alcuni e tengono alla corda altri.

Non c’è un’altra possibilità, abbiamo una vita e basta per riprenderci quanto ci serve e ribellarci alla macchina, abbiamo una vita e basta per rischiare di essere liberx!

 

BOLOGNA: MICROZAD AL PARCO DON BOSCO

Cosa ci fanno delle casette sull’albero al Parco Don Bosco? Perché c’è sempre gente, iniziative e socialità? Cosa succede a Bologna accanto alle Scuole Besta? Di seguito un piccolo racconto, sicuramente parziale e non esaustivo, dell’inedita resistenza che sta vedendo protagonista un parco e i suoi abitanti, nel contesto del cemento bolognese.

Da diversi mesi un comitato di cittadinx è riuscito a rompere il silenzio intorno al progetto di “riqualificazione” delle scuole Besta. Parliamo di oltre 18 milioni di euro per abbattere decine di alberi ad alto fusto, distruggere la fauna presente, non ristrutturare e demolire la scuola esistente, e ricostruirne una nuova accanto – “green” – asfaltando il parco. Un vero capolavoro.

Il 16 dicembre 2023 circa duecento persone tra abitanti e giovani del quartiere, collettivi e realtà ecologiste, cittadine e cittadini in lotta contro il Passante di mezzo, e un’idea di città escludente ed esclusiva, hanno attraversato il quartiere San Donato in corteo per dire no alla devastazione del Parco Don Bosco. Sono state organizzate iniziative, momenti di incontro e confronto, oltre che costanti presidi per impedire l’inibizione dell’accesso al parco.

Il 29 gennaio, quando operai e municipale si sono presentati per recintare definitivamente l’area in vista degli abbattimenti, un gruppo di cittadinx si legato agli alberi, mentre le abitanti del quartiere hanno divelto le recinzioni per impedire l’allestimento del cantiere. Da quel giorno il Parco Don Bosco è presidiato costantemente, animato da iniziative, momenti di incontro e libera socialità, colazioni, pranzi, cene, merende, bricolage, sculture in legno, casette sull’albero, tende, tessuti, trapezi, musica e discussioni!

Una situazione assolutamente inedita e singolare per le nostre latitudini, soprattutto all’interno di contesti iper-urbanizzati, una vera e propria micro ZAD in città – Zone a Defendre, Zona da difendere – inserita come un cuneo tra i palazzi della fiera e i progetti dell’amministrazione, in cui abitanti del quartiere, di età e generazioni diverse, si stanno incontrando, vincendo pregiudizi e paure, non solo per difendere un parco, ma contro un modello di sviluppo insensato che annienta la vita di individui, territori e comunità, e un’idea di città “green” come il colore dei soldi. In barba a chi avrebbe già voluto vederlo distrutto, il Parco Don Bosco oggi è più vivo che mai!

ZAD – Zone a Defendre, Zona da Difendere – è un neologismo francese che indica quelle occupazioni che hanno lo scopo di bloccare progetti dannosi e nocivi per comunità e ambienti, rendendo possibile, qui e ora, la riappropriazione collettiva da parte delle comunità dei territori che abitano, oltre le logiche del consumo e del profitto.

Qualcuno non aveva fatto i conti con una comunità ostinata!
Siamo tuttx invitatx a presidiare il Parco!

IL PARCO DON BOSCO NON SI TOCCA!

Alcunx abitanti in lotta


Testo in PDF: MICROZAD AL PARCO DON BOSCO

BOLOGNA: SPECULAZIONE, PROFITTO, CEMENTO, IN LOTTA CONTRO OGNI ABBATTIMENTO

Parco Don Bosco

Diffondiamo:

Ieri al Parco Don Bosco si è tenuto un partecipatissimo presidio contro la riqualificazione delle Scuole Besta e la distruzione del parco. C’è stato un aggiornamento del comitato Besta, sono stati distribuiti volantini e materiale informativo, oltre che vin brulè caldo per sostenere la solidarietà e le prossime iniziative. È stato un momento di libera convivialità contro il deserto sociale imperante, dove molte abitanti del quartiere che non si riconoscono in questo modello di città hanno condiviso la loro determinazione a non farsi portare via dalla speculazione e dal cemento l’ennesimo luogo di incontro e libertà.

Siamo tuttx invitatx a presidiare il parco, a farlo vivere con idee e iniziative!

Con il Parco Don Bosco e le Scuole Besta in lotta, contro la città vetrina!