PISA: PRESENTAZIONE DEL LIBRO “PAZZI DA MORIRE” – LE STORIE DELLE PERSONE DECEDUTE E I DISPOSITIVI MORTIFICANTI DELLA PSICHIATRIA

Diffondiamo:

Sabato 28 febbraio dalle ore 17:30
al Newroz (Via Garibaldi 72), con la partecipazione di Multi-Sindacato Sociale
Presentazione del nuovo libro del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud “PAZZI DA MORIRE” – le storie delle persone decedute e i dispositivi mortificanti della psichiatria (edizioni Sensibili alle Foglie)

A seguire Apericena e Concerto con “Nothing To Lose”.

Questo libro raccoglie 106 storie di persone che hanno subìto fino alle estreme conseguenze gli abusi della psichiatria, negli ultimi due decenni, in Italia. Il numero stesso rende l’idea della sistematicità diffusa, del carattere strutturale, non episodico, della violenza psichiatrica. La paziente e dolorosa raccolta di fonti e di dati che il Collettivo Artaud ha svolto restituisce alla società l’età, il luogo, la data e la causa di morte di queste persone decedute per abusi della psichiatria all’interno di diverse strutture psichiatriche. Le singole narrazioni sono raggruppate in sei sezioni (contenzione, TSO, OPG-REMS-ATSM, psicofarmaci, incuria e imperizia, suicidi) precedute da specifiche introduzioni che illustrano criticamente le modalità, i dispositivi e le pratiche dell’abuso psichiatrico esercitato sui singoli individui, fino ad arrivare a un esito mortale.

CESENA: PRESENTAZIONE DEL LIBRO “NEXT STOP MODENA 2020 – VIAGGIO TRA LE CARCERI”

Diffondiamo:

Venerdì 6 marzo
presso lo Spazio Sole e Baleno (Cesena)
presentazione del libro “Next Stop Modena 2020, viaggio tra le carceri”.
Ore 19.30 cena vegan
Ore 20.30 presentazione e discussione con una curatrice del libro

Il periodo “pandemico”, come viene oggi chiamato, in Italia inaugura la sua funzione di esperimento sociale di reclusione, controllo, domesticazione con un massacro all’interno nelle carceri italiane che non ha eguali nella storia repubblicana: 13 detenuti morti, tutti dimenticati e catalogati dal potere come “tossici morti di overdose”

Claudio, uno dei detenuti che c’era, in quel momento imprigionato al Sant’Anna di Modena, ricostruisce quei giorni di violenza sistemica (ma anche di sfogo liberatorio da parte dei rivoltosi, di solidarietà) e riflette sulla natura del carcere in quanto istituzione totale.

Un libro che l’autore non può presentare, perché tutt’ora recluso nelle patrie galere, ma che grazie alla generosità e all’impegno di alcunx compagnx può portare in giro le idee e il vissuto di Claudio e di chi c’era, dal lato giusto della barricata.

PER UN MONDO SENZA GALERE!

TORINO: INIZIATIVE SOLIDALI CON LX IMPUTATX DELL’OPERAZIONE CITY

Diffondiamo

Iniziative solidali con lx imputatx dell’Operazione City a Torino

24 febbraio ore 9
Tribunale di Torino – aula maxi 3
Presenza solidale in aula e fuori dal tribunale

27 febbraio ore 18
Radio Blackout (Via Cecchi 21/A)
Presentazione dell’opuscolo “Il conflitto e il suo rimosso” – discussione a partire dal reato di devastazione e saccheggio e aggiornamenti dal processo City


Dall’ottobre 2022 alla primavera 2023, una importante mobilitazione ha accompagnato lo sciopero della fame di Alfredo Cospito, compagno anarchico prigioniero in 41bis. Iniziative, manifestazioni, azioni dirette hanno segnato in Italia e in molte altre parti del globo i passi di un movimento eterogeneo che è cresciuto nel dare forza alla protesta di Alfredo: una protesta che ha rivendicato l’abolizione del 41bis e dell’ergastolo ostativo, il “fine pena mai”, con cui lo Stato italiano condanna quasi 1300 detenuti a morire in galera.

Ovviamente quello stesso stato, che probabilmente avrebbe lasciato morire di fame Alfredo, non ha tardato a presentare il conto con inchieste e processi in vari territori e città dove si è propagata la mobilitazione di quei mesi. A Torino, questa controffensiva dello Stato si sta manifestando principalmente per mezzo della cosiddetta “operazione City”: che ha emanato, nel 2023, un buon numero di misure cautelari e ha aperto due filoni processuali di cui si stanno tenendo le udienze. Nel primo troncone, di cui è prevista la sentenza di primo grado verso metà Aprile, i compagni e le compagne sono tuttx accusatx di “concorso in devastazione e saccheggio”. La chiamata in causa del “concorso” svela la finalità politica per cui viene utilizzato: spaventare e dissuadere dal manifestare, poiché l’arbitraria punizione potrà colpire chiunque scenda in strada e in qualunque modo decida di farlo. Il secondo troncone – la cui udienza preliminare sarà il 26 Febbraio – vede imputatx 53 compagnx accusatx di vari reati tra cui spicca, anche in questo caso, il reato di “concorso in devastazione e saccheggio” e il, rarissimo, “quasi reato” (art 115 c.p.) contestato a coloro che sono statx fermatx prima del corteo.

Ricordare oggi il corteo del 4 Marzo 2023 non è solo un modo per portare solidarietà alle e agli imputatx, e non lasciarlx solx davanti alla controparte. Ma è anche un modo per ricordare che la lotta contro il 41bis e l’ergastolo ostativo è una lotta sempre attuale: contro il carcere e la società che ne ha bisogno. Inoltre in questa contemporaneità bellica e genocidiaria, il reato di devastazione e saccheggio è sempre più usato dalle procure italiane per reprimere il più duramente possibile le piazze conflittuali e così terrorizzare su larga scala chi sceglie di manifestare. A tal proposito ricordiamo in particolare l’operazione Ipogeo, scattata a Catania nel novembre 2025, che ha portato 3 compagnx in carcere (di cui unx si trova ora agli arresti domiciliari). Se l’accusa di devastazione e saccheggio non è l’unica arma affilata in mano alla magistratura per cercare di reprimere il dissenso (ricordiamo l’uso smodato e continuo dell’art. 270bis), di certo il tentativo di scoraggiare chi partecipa alle piazze conflittuali con lunghe e gravose cautelari e con il timore di anni di galera non è ha sottovalutare.

Nel cercare di cogliere il momento storico che attraversiamo – fatto sia di piazze piene e,a volte, conflittuali nonché di continue ondate repressive – incontriamoci con il fine di riflettere sui tempi che corrono, le pratiche di solidarietà, dissenso e azione che possiamo, o vogliamo, mettere in campo.

La lotta contro il fine-pena-mai, la tortura del 41bis e le galere è legata a filo doppio con la resistenza al colonialismo, posizionandosi al fianco di chi resiste ai genocidi. Tessere le fila di un discorso unitario – che sappia affiancare le pratiche alle analisi – ci permette non solo di raffinare il nostro modo di agire ma anche di non lasciare nessunx indietro.

MILANO: PRESIDIO SOTTO AL CPR DI VIA CORELLI

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Sabato 28 febbraio h. 15:00
Ritrovo parcheggio di via Cavriana di fronte al centro sportivo

Ci vediamo di nuovo sotto le mura infami del CPR di Milano Corelli per portare un saluto di solidarietà ai reclusi e squarciare il silenzio che lo Stato e la città di Milano vorrebbero imporre attraverso la detenzione amministrativa. A ridosso dell’approvazione in Consiglio Ue di un nuovo patto sulle migrazioni e di un disegno di legge del governo italiano che rendono ancora più precarie le condizioni delle persone senza documenti, nei Cpr d’Italia si continua a morire. Per ultimo ci giunge notizia di un giovane morto nel cpr di Bari: ad uccidere sono le condizioni degradanti all’interno di queste strutture, la privazione della libertà e il razzismo sistemico.

Vogliamo ribadire che dei cpr non devono rimanere che macerie. Sappiamo cosa succede in questi posti di merda, centri di morte e tortura. Sappiamo delle violenze, dei ricatti, dei pestaggi, del forzato imbottimento di psicofarmaci e tutte le sofferenze imposte che si dispiegano in ogni sfaccettatura del quotidiano di chi vive dentro. Sappiamo delle morti e vogliamo vendetta.
Ma sappiamo anche delle forme di ribellione che lx ribelli portano avanti con il proprio corpo quotidianamente, da Gradisca a Trapani, passando per Gjader e Macomer.

Continuiamo a gridare che l’unico cpr accettabile è quello in fiamme.
Portiamo solidarietà e calore a chi dentro prova a restituire allo Stato un briciolo della violenza quotidiana che riceve.
Per Abdel, morto di cpr
Per un ragazzo ucciso dal razzismo di cui lo stato ancora non diffonde il nome, perché a queste persone non viene nemmeno concessa la possibilità di esistere come individui

Freedom, hurriya, libertà!

TAZ BENEFIT OPERAZIONE IPOGEO E NO PONTE [7 MARZO, MILANO AREA]

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All’ingresso della festa ci sarà la possibilità di lasciare un’offerta libera. Tutto il ricavato della festa, della cena e del bar andrà in benefit per le operazioni “No Ponte” e “Ipogeo”. Porta il tuo banchetto (con tavolino e luce) e se puoi lascia parte del ricavato in benefit. Per info è possibile contattare la mail tazbenefitinfo@protonmail.com
Dalle 19 aggiornamenti dai territori colpiti dalla repressione e chiacchiera su pratiche di solidarietà, cena veg e a seguire musica fino all’alba. Alla festa sarà presente un’area chillout e il bar.

Tra settembre e novembre 2025 due operazioni infami hanno colpito compagnx e territori del sud Italia. A settembre tre compagnx sono statx arrestatx in merito ai fatti avvenuti durante un corteo di Marzo a Messina in occasione del Carnevale No Ponte. Andre, Gui e Bak sono statx rinchiusx in carcere e poi agli arresti domiciliari come misura cautelare. A maggio 2025 invece, in risposta al Decreto Sicurezza che sancisce sotto forma di legge lo stato di guerra interna in cui ci troviamo, un corteo determinato e rabbioso sfilava per le vie di Catania. Anche stavolta la risposta repressiva non si è fatta attendere: una valanga di denunce, perquisizioni in diverse case tra Catania, Palermo, Messina, Siracusa e Bari. Due compagnx, Luigi e Bak sono in carcere con vari capi d’accusa, tra cui spiccano devastazione e saccheggio e rapina.

Queste operazioni repressive puntano a sostenere la narrazione dellx violentx venutx da fuori e dellx infiltratx per sminuire la volontà di opporsi allo Stato di guerra e alle devastazioni dei territori. Questi fatti dimostrano come il tentativo di isolamento delle pratiche di lotta più conflittuali va di pari passo con quello di isolare chi si oppone ai piani del capitale e del mondo-guerra, ma la solidarietà travalica i confini e attraverso la condivisione di pratiche, stringe le anime affini in un obiettivo comune: la libertà. Nella chiacchiera che faremo ci sarà la possibilità di ricevere aggiornamenti sulle operazioni repressive citate e di discutere su cosa intendiamo per solidarietà, la sua importanza e le varie pratiche che possiamo portare avanti per diffonderla (anche in festa!).

La riuscita della festa è una responsabilità collettiva, abbi cura di te stessx ma anche delle persone che ti circondano, rispetta il consenso altrui, rendi lo spazio accessibile. Non saranno tollerati atteggiamenti prevaricatori e discriminatori. Se subisci molestie non sei solx, chiedi una mano al bar o all’area chillout.
Anche partecipare a una festa è una pratica di solidarietà: cerca di venire presto e se riesci fermati fino alla fine per supportare!
Se riesci, lascia il cane a casa!
No machi, no fasci, no sbirri, no sionisti.
Tuttx liberx. Fuoco alle galere

PESCARA: PRESIDIO AL CARCERE, PER TAREK E PER TUTTX

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Venerdì 20 febbraio ore 18
Pescara, Via Enzo Tortora (all’inizio della prima curva)

Da qualche giorno il nostro compagno Tarek si è cucito la bocca per reagire ai soprusi che sta ricevendo nel carcere di Pescara.
Per venerdì 20 febbraio è stato chiamato un nuovo presidio davanti al Carcere di Pescara per sostenere la lotta di Tarek e tutti i detenuti, in continuità con i diversi presidi che ci saranno davanti alle carceri di Melfi, Ferrara e Terni, e davanti ai tribunali di Campobasso e Torino.

Tarek è detenuto dal 5 ottobre 2024, giornata in cui migliaia di persone sono scese in piazza a Porta San Paolo, a Roma, in solidarietà con la Palestina, sfidando il divieto del governo per quella manifestazione e le sperimentazioni di quello che è poi diventato il primo decreto sicurezza di questo governo.

Diversi mesi fa, è stato trasferito dal carcere romano di Regina Coeli, assieme a decine di altr3 detenut3, all’improvviso e senza avvisare le persone a lui vicino, neanche l’avvocato che è venuto a saperlo tentando di contattarlo.
Da quando è a Pescara, Tarek ha perso quel poco di relazioni che si creano durante la detenzione, non ha potuto portare diverse cose che aveva, gli è stata vietata la possibilità di avere colloqui e impedito la consegna di pacchi, negandogli addirittura la solidarietà di qualche calzino e vestito . Inoltre, la struttura è stata problematica impedendogli anche di partecipare alle udienze che lo riguardano: in continuità con la strategia di isolamento propria della detezione gli è stato permesso di partecipare alle udienze solo in collegamento video, nel giorno dell’udienza mancava addirittura la luce.

Tarek ha usato il proprio corpo come strumento di lotta. Per molte persone in detenzione, nelle carceri come nei CPR, il corpo resta ciò di cui non si può essere privati e permette di urlare fuori dalle mura la violenza che si consuma dentro.

Ma se un corpo può gridare fino a spezzarsi, l’incidenza sul reale — quella che sfonda il muro e trasforma una singola denuncia in forza collettiva — può amplificarsi quando, fuori, ci sono persone che si organizzano, capaci di raccogliere quel gesto, sottrarlo all’isolamento imposto e restituirlo alla lotta comune contro quel sistema carcerario che punisce e reprime, che vorrebbe relegare al silenzio. Nelle carceri ci sono persone, in carne ed ossa, che subiscono repressioni di ogni tipo e in ogni forma possibile.

Perché ciò che Tarek ci sta urlando dal carcere di San Donato non resti sepolto tra le mura di cemento, è necessario rispondere con una mobilitazione collettiva per dargli solidarietà materiale e forza politica.

In questi due anni c’è chi ha riempito le piazze di questo paese, bloccato porti, strade e fabbriche, ostacolato come possibile la macchina genocidiaria che parte da paesi come l’Italia.
La Palestina insegna, non lasciamo da sol3 l3 attivist3 palestinesi e solidali colpit3 dalla repressione!

La solidarietà è un’arma, usiamola!

Con Tarek, Anan, Hannoun, Dawoud, Ahmad.
Per la Palestina libera dal fiume fino al mare.

FERRARA: PRESIDIO AL CARCERE – LIBERTÀ PER DAWOUD, LIBERTÀ PER TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI

Diffondiamo

Continua la vendetta dello Stato italiano, complice del sionismo, contro chi gli scorsi mesi ha contribuito a bloccare il paese, contro chi ha lottato per lo stop al genocidio e per la liberazione della Palestina!

Spiccano le minacce del governo alle comunità e alle associazioni palestinesi in Italia, che si sono tramutate in arresti per terrorismo che hanno colpito il presidente e altri 8 membri dell’API (Associazione Palestinesi d’Italia), tra cui Raed e Yaser, portati e detenuti in custodia cautelare nella sezione di massima sicurezza del carcere di Ferrara. Raed è stato rilasciato mentre Yaser rimane in carcere ma è stato trasferito nel sud Italia. Dawoud è stato da poco trasferito a Ferrara con le stesse modalità.

È inaccettabile che lo Stato italiano utilizzi “prove” fornite dall’entità sionista, la stessa che ha accusato anche l’ONU, l’UNRWA, la Flottilla e numerose ONG di essere affiliate ad Hamas. È inaccettabile che se “Israele” dice che sei un terrorista vieni arrestato e messa alla gogna mediatica in attesa di processo.

A Dawoud va tutta la nostra solidarietà e complicità, come a Mohammad Hannoun, Riyad e Yaser, come ad Anan Yaesh, Ahmad Salem e Tarek, come a tutti i prigionieri politici palestinesi, non ci fermeremo fino a quando non saranno stati tutti liberati!

Ci vediamo il 21 febbraio davanti il carcere di Ferrara, via Arginone 327, alle ore 15:00.

MODENA: PRESENTAZIONE DEL LIBRO “NEXT STOP MODENA 2020. VIAGGIO TRA LE CARCERI”

Diffondiamo

8 marzo 2026 H 19
Istituto Storico della Resistenza
Sala Ulivi, Viale Ciro Menotti 137 (Modena)

La preziosa testimonianza di Claudio, uno dei cinque detenuti firmatari dell’esposto alla Procura di Modena per i fatti avvenuti l’8 marzo 2020 nel carcere di Sant’Anna: la rivolta e la violenta repressione che ne seguì portarono alla morte di 9 prigionieri. Nelle sommosse di quei giorni morirono in totale 14 detenuti negli istituti penitenziari italiani.
Si tratta della più grande strage carceraria della storia repubblicana.


8 MARZO 2020:  in concomitanza con l’inizio del lockdown, scoppiano decine di rivolte negli istituti penitenziari italiani. Tra tentativi d’ evasione di massa e la distruzione di intere sezioni, centinaia di persone detenute si ribellano a quei veri e propri luoghi di sofferenza e morte che sono le patrie galere. Per sedare le agitazioni in un clima di crescente paura, lo Stato risponde con una violenta repressione, torture e mancati soccorsi.
Il bilancio di quei giorni è tragico: 14 detenuti muoiono nelle prigioni in sommossa, 9 solo nella rivolta del Sant’ Anna di Modena.
Si tratta della più grande strage carceraria italiana dal dopoguerra.

A 6 anni di distanza, dopo le varie archiviazioni di Stato e il tentativo di rimozione dalla memoria collettiva,  c’è chi ancora vuole tenere vivo il ricordo di quelle giornate attraverso il racconto di chi l’ha vissuto da dentro, in prima persona.

Next Stop Modena 2020 è la preziosa testimonianza di Claudio Cipriani, uno dei cinque firmatari dell’ esposto alla procura di Modena per i fatti dell’ 8 marzo 2020. Essendo Claudio tuttora detenuto,  la pubblicazione del suo libro  rappresenta una forte crepa nel muro di isolamento tra dentro e fuori e per questo crediamo nell’importanza di sostenerne la più ampia diffusione. Inoltre, per volontà dell’ autore, il ricavato del libro sarà destinato a sostenere la battaglia per la verità portata avanti dai familiari dei detenuti morti.

Abbiamo quindi organizzato la presentazione del libro di Claudio in  Sala Ulivi presso l’istituto storico della Resistenza di Modena domenica 8 marzo. Che la crepa nel muro che ci divide diventi un varco; che delle galere restino solo macerie.

“A PRISÃO CRIOU-NOS” – LETTERA DI UN COMPAGNO RECLUSO IN UN CENTRO DI DETENZIONE PER MIGRANTI IN PORTOGALLO

Diffondiamo da Vozes De Dentro:

Il nostro trauma è tangibile solo quando riusciamo a confrontarlo con quello dei nostri contemporanei. Quando siamo circondati dalla sofferenza, il nostro rapporto con essa muta e la nostra soglia del dolore si abbassa. La sottomissione all’autorità, ottenuta attraverso la paura, è sempre stata in prima linea in questa guerra spirituale, dove l’arma principale è la delega della volontà imposta dall’autorità.

La nostra unica difesa contro questa sfiducia trasformata in arma e questa campagna di paranoia è la certezza della sicurezza che solo noi stessi possiamo garantirci, una certezza ottenuta attraverso la coerenza consapevole, il sostegno tra pari e l’espressione ponderata, dove troviamo forza nell’autosufficienza e nella cura reciproca.

Quando la polizia ha sentito la parola “Africa” uscire dalla mia bocca, ho visto cambiare il loro linguaggio del corpo. Proprio come i cani di Pavlov quando sentono il suono del campanello, ho visto la loro saliva in senso figurato colare dalle loro bocche aperte. L’Europa è stata molto difficile. Ovunque mi girassi, venivo trattato come se il mio status di immigrato mi rendesse automaticamente incompetente; non solo dal sistema, ma anche da tutti coloro che hanno beneficiato di questa retorica, senza mai rendersi conto o riconoscere tali benefici al di là dell’occasionale “check di privilegio”.

Nonostante provassi affinità con chi vive una dissonanza sociopolitica all’interno del proprio paese, c’era sempre una barriera di comprensione, perché la mentalità dell’immigrato non vive questa dissonanza per scelta. La vive per l’isolamento sistemico dai mezzi per conquistare la propria autonomia.

Una cosa che mi ha dato un po’ di serenità nelle prime quarantotto ore dopo l’arresto, rinchiuso in quella cella di cemento per venti ore di fila, è stata una scritta sul muro:

La prigione non può spezzarci. La prigione ci ha formati.

Questo mi risuonava nella testa mentre capivo che il mio status irregolare in Europa negli ultimi due anni significava che trovare lavoro, casa, soldi, amici e una comunità era una lotta costante. So che tutti affrontano queste difficoltà in misura diversa, ma essere respinti da una casa o da un lavoro solo per una questione di passaporto, o essere isolati per mancanza di lingua o affinità nazionale, fa sì che, come immigrato, fossi già abbastanza limitato, costretto a cercare soluzioni più creative.

Il movimento Okupa è una porta verso la liberazione, poiché affronta direttamente gli aspetti materiali delle nostre lotte. I movimenti di occupazione in Europa, specialmente in Portogallo e Spagna, sono storicamente nati durante le crisi abitative come meccanismo di sopravvivenza per coloro che erano stati esclusi dai sistemi formali di accesso. Infine, poter dare un riparo a me stesso e agli altri significava sicurezza e mi permetteva di usare le mie conoscenze per colmare la presunta incompetenza che i miei documenti implicavano.

Ammiro l’Europa per due cose: la capacità di isolare le sue vittime e incolparle della loro lotta, e l’adesione a una facciata umanitaria. Usando queste due qualità, si può assumere forza nella comunità e impegno politico per legittimare cause umanitarie, purché si rimanga all’interno della narrativa eurocentrica che dipinge gli “eroi virtuosi” del mondo come separati dagli stessi poteri imperiali che hanno portato conquista, genocidio, schiavitù ed estrazione internazionale di risorse senza conseguenze.

La legge sulle occupazioni è l’ultima a subire forti restrizioni sul suolo imperialista, poiché è chiaro che, senza i mezzi per una vita dignitosa e una carriera, le persone migranti possono organizzarsi e provvedere autonomamente a tali necessità. Per sovvertire un sistema di welfare chiuso, possiamo assumere il controllo delle nostre vite attraverso i resti di una civiltà detta del primo mondo.

Nel centro di detenzione, le altre persone si accoglievano con calorosi abbracci, mentre tutti noi ci confrontavamo con storie complesse di migrazioni internazionali e assimilazione fallita. Esercitavamo identità nazionali uniche, legate da una comune mancanza di coerenza.

Un mio amico, H., era un architetto indiano che lavorava in Medio Oriente, che era venuto in Portogallo e lavorava per Glovo per mandare soldi alla moglie e alle figlie. Mentre gli adolescenti europei anticapitalisti si riprendevano dalle feste in nome della lotta contro il conformismo, H. consegnava loro McNuggets. Metteva da parte un quarto del suo stipendio per le tasse e quasi la metà per mandarlo in India, per dare una vita migliore alle sue figlie.

Un altro detenuto, B., dalla Nigeria, era arrivato un mese prima per lavorare in una fattoria, solo per pagare gli studi della figlia sedicenne. Ora entrambi erano rinchiusi in una cella per il “reato” di esistere senza i permessi giusti.

Quando il giudice ha giustificato la mia detenzione, ha detto che se un portoghese fosse arrivato senza documenti in Africa, il trattamento da parte delle autorità sarebbe stato molto peggiore. Questo non ha alcun fondamento storico. I portoghesi sono arrivati senza documenti in Africa e non sono stati arrestati, ma hanno conquistato terre, commesso un genocidio e istituzionalizzato la tratta degli schiavi.

L’ignoranza degli imperialisti non ha limiti, sempre definita da un’ambivalenza morale radicata nella preservazione dell’identità nazionale.

La più grande menzogna che ho visto nelle cerchie attiviste in Europa è l’idea che il fascismo stia solo “risorgendo”. Perché qualcosa possa risorgere, deve prima essere morto. Il fascismo non è mai scomparso. Si adatta, si rimodella, assume nuovi volti. Finché il popolo europeo crederà che il fascismo possa essere smantellato dalle istituzioni che lo sostengono, la rassegnazione sarà sempre l’unica strada consentita alla classe lavoratrice, mentre la dissidenza è inscenata da un’élite riluttante che si finge resistenza.

CHI SABOTA È NEMICO DELL’ITALIA

Diffondiamo:

Queste Olimpiadi non potevano iniziare in maniera migliore.
La mattina del 7 febbraio, giorno della cerimonia inaugurale dei Giochi della Vergogna di Milano-Cortina 2026, ben tre sono state le linee ferroviare sabotate e bloccate fino al pomeriggio.
Intorno alle 6 sono stati piazzati due ordigni incendiari rudimentali accanto ai binari della linea ordinaria di Castel Maggiore, uno in direzione nord e uno in direzione sud. L’obiettivo erano i cavi per il rilevamento della velocità: uno dei due ordigni, quello verso nord, si è azionato verso le 8 danneggiando i cavi, mentre il secondo, quello in direzione Ancona, è rimasto inesploso. Una cabina elettrica verso Pesaro, invece, ha preso fuoco interrompendo i treni da e verso le Marche.
Due anni fa, una serie di attacchi simili per modalità e contesto erano stati lanciati contro 5 diverse infrastrutture della rete LGV intorno a parigi, causando la cancellazione di un quarto dei treni ed enormi disagi dal 26 al 28 luglio, giorni di inaugurazione delle olimpiadi di parigi. Anche per via della militarizzazione completa della città, in quell’occasione le contestazioni dirette si erano limitate ad azioni di disobbedenza civile e non violente. Pochi giorni dopo usciva questa rivendicazione:
    “Rivendicazione del sabotaggio delle linee TGV qualche ora prima della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Parigi 2024
 
E questa la chiamano una festa? Noi ci vediamo una celebrazione del nazionalismo, una gigantesca messa in scena dell’assoggettamento dei popoli da parte degli Stati.
Sotto a una maschera ludica e conviviale, i Giochi Olimpici offrono un campo di sperimentazione per la gestione poliziesca delle folle e il controllo generalizzato dei nostri spostamenti. 
Come tutti i grandi eventi sportivi, sono anche ogni volta l’occasione per fare culto dei valori su cui si fonda il mondo del potere e del denaro, della concorrenza generalizzata, della performatività a ogni costo, del sacrificio per l’integrità e la gloria nazionale. 
L’appagamento di identificarsi in una comunità immaginaria e sostenere il proprio supposto campo di appartenenza non è meno nefasta dell’incitazione permanente a vedere la propria salvezza nella buona salute della propria economia nazionale e nella potenza del proprio esercito nazionale.”

Nei mesi precedenti le olimpiadi di Parigi 2024 furono approvati due pacchetti di leggi, la “Loi sécurité globale” e la “loi olympique”, quest’ultima che autorizzava la sperimentazione di algoritmi per il riconoscimento facciale per tutta la durata delle olimpiadi. Come in francia, anche nella penisola abbiamo visto promulgare il 5 febbraio di quest’anno, 2 giorni prima della cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi, un nuovo pacchetto sicurezza che tra le altre cose consolida l’uso delle zone rosse come strumento di esclusione sociale, autorizza il trattenimento (già abitualmente praticato) per 12 ore da parte delle forze dell’ordine di individux “pericolosx” in concomitanza di manifestazioni pubbliche, introduce il carcere per l’elusione di un controllo di polizia e una pena pecuniaria fino a un massimo di 20000 euro per manifestazione non autorizzata (articolo 18 del TULPS, Regio decreto del 18 giugno 1931). Come a Parigi nel 2024, anche il 7 Febbraio a Milano le contestazioni dirette si sono limitate ad azioni di disobbedenza civile e non violente, fatta eccezione per i momenti finali del corteo lanciato da CIO (Comitato Insostenibili Olimpiadi). Milano in Movimento scrive in proposito:
    “[…]abbiamo deciso di rilanciare la parola d’ordine dei grandi scioperi dello scorso autunno: blocchiamo tutto – nel nostro caso, la Tangenziale Est di Milano, al suo ingresso da piazzale Corvetto. Un imponente dispositivo di Polizia, che già negli scorsi giorni aveva paralizzato la città per fare posto ai fascisti dell’amministrazione Trump e alla delegazione dello Stato genocida di Israele, militarizzando i quartieri popolari di Corvetto e San Siro, ha risposto con lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche violente, idranti sulla folla. Il corteo è rimasto compatto e ha poi deciso di spostarsi insieme verso Brenta dove si è sciolto, per tornare al PalaUtopiadi (ex PalaSharp). 6 persone sono state fermate durante le cariche e poi rilasciate con denuncia a piede libero. Nel bilancio segnaliamo anche 2 fogli di via da Milano e 15 ferit* di cui 4 ospedalizzat*.”
 
Dopo il corteo, Meloni e compagnia dichiarano in coro:
    “Chi manifesta contro le olimpiadi è nemico dell’italia“.
Che non ci si permetta assolutamente di mettere a critica lo spirito nazionalista, competitivo di questi “giochi” o il loro drenare quantità impressionanti di fondi pubblici mentre paesi interi crollano, in sicilia, al passaggio di un uragano.
D’altronde non c’e nulla di più importante al momento. Non c’è miglior strumento di distrazione per uno stato odierno. Non c’è maschera migliore, in Italia oggi come altrove in passato; solo un esempio sono le Olimpiadi di Berlino del 1936, in piena dittatura nazista.
Pare chiaro, quando i pacchetti sicurezza diventano occasioni praticamente semestrali per stringere le reti della repressione e soffocarci qualunque dissenso, che il dissenso “pulito”, esplicitamente rivendicato, portato avanti nella legalità, non possa più essere efficace.
Così come inizia a non essere più ignorabile l’inefficacia delle modalità di scontro di piazza diretto portate avanti negli ultimi mesi e anni in tutto il territorio.
Pare dunque necessario armarsi degli strumenti della clandestinità, della decentralizzazione del conflitto e la moltiplicazione dei suoi fronti, dell’autodifesa e del sabotaggio per sopravvivere ai tempi cui andiamo incontro.
Per l’eradicazione di questo sistema di morte e sfruttamento,
per la distruzione del controllo totalizzante che ci soffoca.
Ingovernabili, non disobbedienti.
Fuoco alle olimpiadi e a chi le produce. (A)