ALCUNE BREVI NOTE A PARTIRE DA NISCEMI SUI REATI DI DANNEGGIAMENTO E DEVASTAZIONE

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In Sicilia succedono cose sempre più inquietanti.
Sì, ci riferiamo ai cicloni e alle frane di questi giorni, effetti di un sistema capitalista che ci sta sempre più velocemente portando senza alcuna remora alla distruzione. Ovvero ci riferiamo alle azioni dei governanti, e dell’imprenditoria turistica e non solo, che stanno esponendo lx abitanti dell’isola a sempre più pericoli. Ma ci preme anche guardare come lo stato, nel suo apparato punitivo che, secondo la vulgata, dovrebbe restituire giustizia, agisce.

La procura ha aperto un fascicolo contro ignoti per “danneggiamento seguito da frana” in riferimento a quanto sta succedendo in questi giorni a Niscemi. 1500 persone sfollate, un territorio devastato, le immagini sono sotto gli occhi di tutti. Invece di puntare l’obiettivo sulle responsabilità dello stato e delle sue articolazioni locali, la procura va a cercare le cause del disastro in chi avrebbe compiuto opere di “danneggiamento” al “solo scopo di danneggiamento” di opere esistenti a difesa dell’acqua.

Il reato di “danneggiamento” è diventato, col decreto sicurezza del 2019, anche un reato di piazza per criminalizzare chi partecipa alle manifestazioni. Sempre più questo reato lascia spazio a quello, ancora più pesantemente punito, di “devastazione e saccheggio”.
A Niscemi, per il potere penale, la frana sarebbe imputabile ad attori che avrebbero danneggiato delle strutture di gestione dell’acqua. Eppure a Niscemi, di fronte a tutte queste persone che hanno perso la casa e al senso di violenta insicurezza che le istituzioni hanno generato aglx abitanti, si mostra che l’operato delle politiche pubbliche sta producendo “rovina, distruzione (…) danneggiamento – comunque complessivo, indiscriminato, vasto e profondo – di una notevole quantità di cose mobili o immobili, tale da determinare non solo il pregiudizio del patrimonio di uno o più soggetti (…) ma anche l’offesa e il pericolo concreti dell’ordine pubblico, inteso come buon assetto o regolare andamento del vivere civile, cui corrispondono, nella collettività, l’opinione e il senso della tranquillità e della sicurezza”. Ovvero il reato di “devastazione e saccheggio”.

Citare la cassazione o ragionare su quanto fa la procura è l’ultima cosa che vorremmo fare, e non pensiamo in alcun modo che ci siano incriminazioni che sarebbero più “giuste”: è chiaro a sempre più persone che il sistema penale produce sistematicamente ingiustizia.
Ma visto che a breve, da un’altra parte dell’isola, a Catania, ci sarà un processo che si basa sui reati di “danneggiamento” e “devastazione e saccheggio”, ci viene da insistere su come le parole “danneggiamento”, “pericolo”, “sicurezza” vengano pervertite dalle istituzioni del loro significato.

Se si guarda cosa lo stato sta facendo a Niscemi e al contempo come lavora alla criminalizzazione di chi ha preso parte a un corteo contro il ddl sicurezza, costruendo l’operazione Ipogeo e tenendo da più di due mesi due persone in carcere e una ai domiciliari, invocando per loro ed altre almeno 8 anni di carcere definitivi, ci viene da chiedere di cosa si parla quando si nomina il reato di devastazione?
Di quale “serio e grave pericolo” per “l’incolumità dei cittadini che si trovino nelle vicinanze”, come recita la giurisprudenza, si disquisice nelle aule dei tribunali?
Chi o cosa ha provocato e sta provocando la “sottrazione di risorse e sostentamento alle popolazioni” indicata nel reato di devastazione?
Chi devasta è lo stato e chi saccheggia è il capitale.

Tutta la solidarietà allx abitantx di Niscemi, già devastatx e saccheggiatx della loro salute, risorse naturali e vita da quella macchina di morte che è il MUOS, e allx abitanti della costa orientale, che questa estate sono già statx compromessx dall’arsenico sparso nell’aria da Webuild e i suoi cantieri e su cui incombe la minaccia del Ponte sullo stretto.
Tutta la complicità a chi contro questo ordine apparentemente inevitabile di perdita, morte e guerra resiste.

Per scrivere ax compagnx arrestatx nell’operazione Ipogeo:

Luigi Calogero Bertolani
C/o casa circondariale
Piazza Lanza 11
95123 Catania

Gabriele Maria Venturi
C/o Casa Circondariale
Via Appia 131
72100 Brindisi

PRESIDIO IN SOLIDARIETÀ AI RECLUSI DI GRADISCA E DI TUTTI I CPR

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21 febbraio 2026 – ore 16:30
CPR di Gradisca d’Isonzo (GO)

Perché portare la solidarietà sotto quelle mura non sia un rituale stanco ma una complicità necessaria

La guerra alla popolazione migrante ritenuta eccedente – così come quella condotta contro tutti i nemici interni, attuali e potenziali – si fa di giorno in giorno più serrata, nei cosiddetti regimi liberali come in quelli totalitari: in tempi di intensificazione ed estensione dei conflitti fra Stati nazionali, i fronti interni devono essere resi inoffensivi e le collettività devono essere “pacificate” con ogni mezzo di cui dispongono gli apparati giudiziari, legislativi e polizieschi.

Contro la parte di popolazione non valorizzabile in termini produttivi (dunque, eccedente), si dispiega un armamentario fatto di retate nelle strade e di ronde nei quartieri a opera dalla manovalanza fascista; di negazione della richiesta d’asilo; di sistematica profilazione razziale; di ostracizzazione violenta delle soggettività migranti, mediante i processi burocratici che rendono sempre più complessa la conquista dei documenti, presupposto necessario per poter accedere a un livello minimo di sopravvivenza e per sfuggire alle deportazioni coatte.

Oltreoceano, l’accelerazione dei processi di guerra allo straniero e all’oppositore politico – che contemplano, come sempre, l’eliminazione materiale dei nemici dello Stato – sancisce un ulteriore salto di qualità in termini di spettacolarizzazione e propaganda dell’azione repressiva, rispetto a quanto, da molti anni, avviene anche nei nostri territori: se evolvono in parte i metodi, gli obiettivi e i presupposti dell’attacco restano, tuttavia, i medesimi, su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Lo Stato italiano, inoltre, utilizza gli strumenti della detenzione amministrativa e dell’espulsione non solo al fine di ricattare, controllare e sfruttare le vite di tutti i suoi potenziali prigionieri, ma anche come leve per favorire la violenta pacificazione delle lotte: esemplari le vicende di Anan Yaeesh (condannato per terrorismo a più di 5 anni e 6 mesi di carcere), di Alì e Mansour, dei membri dell’Associazione Palestines d’Italia arrestati a Genova, di Ahmad Salem, Tarek Dridi, Zulfiqar Khan e Mohamed Shahin, tutti colpevoli di essersi schierati in solidarietà alla popolazione della Palestina, prendendo parte alla sua lotta di resistenza.

Se abbiamo letto con gioia della liberazione dell’imam torinese, la rabbia per il sistema repressivo dei rimpatri forzati continua ad accompagnarci, consapevoli che le deportazioni – soprattutto verso l’Egitto – proseguono senza sosta, riempiendo di indesiderabili i voli charter e di denaro le tasche delle compagnie aeree. Il corpo della persona migrante è, infatti, sfruttato dalle istituzioni occidentali in ogni momento della sua permanenza in Europa, dal suo ingresso nella Fortezza alla sua espulsione.

Un’altra storia che racconta l’evoluzione nella gestione dei confini da parte dell’Europa e dello Stato italiano, anche a fronte del nuovo “Patto sulla migrazione e l’asilo”, è quella di M., ragazzo minorenne sequestrato qualche mese fa dalla polizia sul confine orientale di Fernetti e portato illegalmente al CPR di Gradisca.

Se abbiamo potuto ascoltare la voce del protagonista di questa vicenda, significativa degli abusi perpetrati dalle istituzioni – anche rispetto agli standard imposti dalle leggi di cui esse stesse si fanno paladine – è soltanto grazie ai legami di solidarietà e mutualismo costruiti nel tempo e con la lotta. Probabilmente anche per rompere questi legami, la cooperativa Ekene (gestore del CPR di Gradisca, assieme alla Prefettura) ha iniziato da diversi mesi a requisire il cellulare ai nuovi prigionieri, consegnando loro un telefono sostitutivo, privo di fotocamera, soltanto in seguito alla convalida. Negare l’accesso a qualsiasi strumento che consenta di rompere il buio e il silenzio delle carceri amministrative – fatto non esclusivo di Gradisca – è un modo ulteriore per isolare i reclusi, tentando di perpetrare indisturbati le pratiche di tortura e deportazione che si consumano dentro a quelle mure.

Dal campo di Gradisca, continuano, in ogni caso, a trapelare i racconti delle tentate evasioni, degli atti di autolesionismo, delle rivolte, oltre che degli abusi quotidiani che ne caratterizzano la vita interna. Un prigioniero con una mano rotta, alla richiesta di essere portato in ospedale, è stato pestato da un operaio della cooperativa Ekene: un fatto per niente raro o isolato, ma che ci ricorda, ancora una volta, il ruolo delle cooperative nella gestione dei campi per le deportazioni. Ci arriva anche notizia del perdurare dell’epidemia di scabbia all’interno del campo e della sistematica somministrazione di cibo avariato e riempito di psicofarmaci.

Per tutto questo, saremo di nuovo a Gradisca d’Isonzo, sabato 21 febbraio, dalle ore 16:30.

Per denunciare la guerra in atto alla popolazione migrante e ai nemici interni.
Per lottare contro i nuovi strumenti di repressione, marginalizzazione ed eliminazione di chi è considerato eccedenza, per la società dello sfruttamento.
Soprattutto, per l’urgenza e la necessità di rendere udibile la nostra solidarietà, costruendo legami di complicità con le persone rinchiuse in quel lager.

Con la Palestina nel cuore.

Con i rivoltosi di ogni prigione.

Fuoco a tutte le galere!