ANARCHIA E’ LOTTA ALL’OPPRESSIONE ETERO PATRIARCALE. (POTETE ANDARE A VITTIMIZZARVI ALTROVE)

Riceviamo e diffondiamo:

Un nuovo testo si aggiunge! Ci sgomenta ma in effetti non ci stupisce, ed è del tutto coerente con lo stato dominante delle cose e col modus operandi del macho al potere: avere un privilegio, manipolare la realtà al fine di mantenerlo a qualunque costo, pur di non incrinare il sistema che lo sostiene.
Autorx ne sono altrx guardianx dell’anarchismo che sentono di doversi difendere e allertarci sul dominio degli “alfieri queer dell’identità di genere”, i nuovi “nemici della libertà”. Sembra un colpo di scena: questx autorx che si firmano “loggia Bakunin” sembrano voler riprendersi un palco. Chissà se si rendono conto che la loro sceneggiatura lx mostra come personaggi le cui maschere da libertari cadono.

L’atteggiamento tipicamente umiliante e beffardo si palesa deridendo queer rinominandolo qwerty, appropriandosi di un vissuto storico come quello della caccia alle streghe storpiandone il senso e i ruoli, straparlando di femminismo e umanesimo, risguazzando nella solfa dell’ideologia globalizzata di matrice accademica-liberista-punivista.
Si racconta che chi lotta contro l’oppressione quotidiana e sistemica dell’eteropatriarcato vuole sopprimere chi vive pratiche erotiche eterosessuate.
Si continua sistematicamente ad attribuire posizioni legaliste e integrazioniste dell’associazionismo lgbtq allx compagnx che, invece, da sempre identificano (anche) quello come nemico.
è chiaro come il sole! Pur di non lavorare sui propri privilegi e autoritarismi (ci sfugge a questo punto, cosa ci rende compagnx?), si sceglie consapevolmente di non ascoltare, distorcere e controattaccare le istanze dellx compagnx che devono difendersi da un’oppressione in più rispetto a chi è etero cis. Perché ci sono cose che a questx templarx della libertà anarchica danno fastidio: il fatto che circolino testi e pratiche, che si prendano momenti e spazi non misti, che si agisca il conflitto verso chi esprime transfobia, che non si tolleri più chi misgendera i nomi o chi vorrebbe – come un qualunque cattolico provita – che tutte le persone riconoscano un valore alla procreazione.
Si manipolano per l’ennesima volta i discorsi e si raggiungono vette fin’ora forse intoccate di vittimismo.
Cercano riconoscimento di alcunx e il conflitto con altrex, questx autorx.
Ma non abbiamo più tempo da perdere.
Qui e ora, con un altro genocidio in corso, lx autori si trastullano con le parole e parlano di “pulizia etica” per argomentare che le soggettività transfobiche ed etero cis sarebbero sempre più in pericolo di vita negli spazi anarchici.
Chi scrive e pensa tutto questo si qualifica da solo .
Glx autorx continuano a riprodurre l’oppressione, pari pari allo stato e ai fascisti. Ci rifletta anche chi crede che questa faccenda non lx riguardi. La pazienza è finita anche per chi dà a questi contenuti agibilità politica o chiama ancora “compagnx” chi li concepisce.
Mentre compagnx queer, che questx autorx definiscono pure borghesi, finiscono in carcere perché continuano a rischiare in strada corpi e vite per far finire la violenza di questo mondo, voi che fate?
Andate pure a vittimizzarvi altrove.

Ci accusate di omologarci e uniformarci ai canoni liberalpink della sinistra istituzionale, quando sappiamo che come sempre è al contrario: è lo stato che strumentalizza le rivendicazioni delle lotte radicali per rendere la dissidenza un prodotto civile, vendibile e controllabile (vedi antispecismo e vegan washing, green washing, anarchismo e trendy estetica col passamontagna da social).
E non vi fate problemi a mettere una grafica antiabortista e ad appropriarvi di un termine, caccia alle streghe, che è per noi simbolo della repressione e della violenza dell’uomo sulle altre soggettività diverse da lui. Che ipocrisia. Ci accusate di essere le nazifemministe che reprimono ed isolano come fa lo stato contro glx anarchicx, eppure le prigioni le ha inventate e le mantiene proprio quell’apparato etero patriarcale e familistico che voi state strenuamente difendendo. Eppure quando un compagnx mena un fascista o uno sbirro è unx grande, ma se mena un uomo che ha agito violenza è sbagliato. Siete voi gli ipocriti che, come lo stato e i suoi servi, se gli viene puntato il dito urlando “VIOLENZA” reagite attaccando e poi negando tutto. Infatti, nelle vostre colte e articolate frasi e parole, ne manca sempre una. Non la nominate mai, violenza.
Forse alcun di voi non l’hanno mai dovuta affrontare. Probabilmente l’avete esercitata, ma avete terrore a riconoscerlo e rifiuto di responsabilizzarvi, altrimenti questo vittimismo non si spiega. Forse non capite cosa si prova quando la violenza degli uomini e del sistema basato sul loro potere segna ogni giorno della nostra vita da quando abbiamo memoria a oggi. Violenza di tutti i tipi, in tutti i luoghi. Forse alcun di voi pensano che se con più o meno giri di parole veniamo accusatx di “essere insidie al senso ontologico della libertà e al suo perseguimento pratico”, questa violenza smisurata verrà dimenticata, nascosta? Il problema sarà ontologico, sarà in che modo possiamo ben giustificare il nostro essere, le nostre anime, in termini filosofici politici così da poterci affermare in mezzo ai compagni maschi? No, il problema rimane sui nostri corpi ogni volta che siamo accanto a esseri violenti.
Quanti giri di paroloni per camuffare che vi rode il culo.
Veniamo giudicate, umiliate, represse e rinchiuse perché quello che proviamo, sentiamo, desideriamo è diverso dal vostro vissuto. È una violenza che anche se non la nominate mai, ci viene ricordata a ogni vostra parola. Che incide come una catena arrugginita e a volte ci toglie il respiro, a volte ci fa urlare a squarciagola e vuole vendetta.
Strano, che questo tipo di dolore non venga empatizzato da chi dice di essere contro ogni gabbia e catena?
Non si hanno problemi a parlare di Violenza quando si tratta di violenza di stato, violenza sbirresca. Invece quando si collettivizzano atti violenti perpetrati da individui di genere maschile nei confronti di individualità altre, ci si deve sistematicamente imbattere in variopinte forme di deresponsabilizzazione, invalidazione, fino alla patologizzazione di posizioni non compiacenti.
Sappiate che queste nostre parole, queste nostre energie, non sono spese per voi che avete scritto quel testo di merda. (E neanche per tutti gli altri maschi che hanno scritto altri testi di merda tipo i tre moschettieri). Queste nostre parole sono sfogo e creatività e crescita in momenti di sorellanza bellissimi che ci arricchiscono, ci fortificano, ci fanno pensare alle nostre antenate streghe e ai veleni che preparavano quando un uomo potente doveva morire per non fare soffrire più un’amica o una comunità.
Non sentiamo il bisogno di spiegarci, di volervi fare capire e volerci fare rispettare da voi. Vogliamo che chi è vicinx a noi sia complice del nostro disgusto per questi infami sproloqui, che non senta il bisogno di difendersi dalle vostre cagate perché sono palesemente pregne di vittimismo machista, che condivida l’ironia di vedere come dei “compagni” si sono smascherati da soli e cosi poterne stare coscienziosamente lontanx.

Ontologicamentə,
alcunə cagnə infertili catanesə

BOLOGNA: UN RESOCONTO DAL PRESIDIO AL CARCERE DELLA DOZZA

Diffondiamo:

Ieri in tante ci siamo raccolte in presidio davanti all’ingresso del carcere della Dozza per portare solidarietà a tuttx i/le detenute e per farci sentire dalla giovane arrestata nella piazza del 7 ottobre contro il genocidio e in sostegno alla resistenza palestinese. È stato fatto un saluto prima in prossimità delle sezioni femminili, poi da quelle maschili, per rompere il muro di isolamento che divide le lotte tra dentro e fuori. È stato condiviso quanto avvenuto in questi giorni a Bologna come in tutta Italia, i blocchi e le mobilitazioni, è stata ribadita la complicità dello Stato italiano al genocidio in Palestina e l’ipocrisia del comune di Bologna, che millanta solidarietà mentre stringe appalti con aziende come Alstom, complici del genocidio, e vieta le piazze in sostegno alla resistenza palestinese. È stata letta una lettera di Anan, prigioniero palestinese in sciopero della fame dal 4 ottobre, recluso ora al carcere di Melfi, e sono stati lasciati i riferimenti di Mezz’ora d’aria, trasmissione contro il carcere in onda ogni sabato alle 17:30 sulle frequenze di Radio Citta Fujiko, FM 103.1.

Dentro, nonostante le minacce che sempre guardie e secondini riservano ai/alle recluse, la solidarietà per una Palestina libera si è sentita, forte e chiara, contro il governo meloni fascista, contro la complicità dello stato al genocidio, contro le infami galere, specchio di questo stato razzista.

Infine ci si è spostate all’ingresso: il giudice non ha convalidato l’arresto della giovane, ritenendolo illegittimo, Cristina è stata liberata e ha potuto riabbracciare i suoi affetti, amici e amiche.

Rifiutiamo la condanna della resistenza da parte di chi arma il genocidio e sostiene politicamente ed economicamente l’occupazione sionista.

Continueremo a lottare, finché la Palestina non sarà libera dal fiume fino al mare!

IMOLA: DI DISAGI, COLLETTIVITÀ E VISIONI ANTIPISICHIATRICHE

Diffondiamo:

19 ottobre 2025
al Brigata Prociona, via Riccione 4 (Imola)

DI DISAGI, COLLETTIVITÀ E VISIONI ANTIPISICHIATRICHE
Giornata di confronto e autofinanziamento per la cassa transfemminista queer di sostegno economico per il supporto psicologico.

Apertura alle 14:30

Dalle 15:30, CONFRONTIAMOCI!
Limiti e possibilità della gestione collettiva di situazioni di malessere psicologico/psichiatrizzazione.
Come ci rapportiamo alla diagnosi? Un confronto fra le diverse tensioni: dalla critica antipsichiatrica alla visione della diagnosi come strumento di validazione.

Dalle 20:00 cena vegan con panini e altre sciccherie benefit per la cassa transfemminista queer di sostegno economico per il supporto psicologico.

A seguire concerto con Anafem
Spazio per distro e banchetti per tutta la giornata

NO MACHI NO FASCI NO SBIRRI NO SIONISTI

COS’È LA CASSA TRANSFEMMINISTA QUEER DI SOSTEGNO ECONOMICO PER IL SUPPORTO PSICOLOGICO?

L’idea di questa cassa nasce dalla constatazione che moltx di noi o persone vicine a noi fronteggiano condizioni psicologiche tremendamente precarie e spesso invalidanti. Spesso è difficile trovare strumenti autogestiti per affrontare queste situazioni, specialmente quando lo stratificarsi di traumi e oppressioni sistemiche porta ad un malessere cronico.
Per questo motivo alcunx fanno la scelta di intraprendere percorsi di psicoterapia o di altre discipline che si sentono più vicine. O desidererebbero farlo: i costi sono inaccessibili per moltx. Per questo abbiamo pensato ad una cassa solidale di supporto per questo tipo di spese.

La cassa è transfemminista e queer: si occupa di persone che non siano maschi etero-cis. Siamo partitx da noi, e dalla consapevolezza che l’eterocis patriarcato è un’oppressione sistemica che espone duramente a compromissioni della nostra salute mentale e contemporaneamente ci limita nell’accesso alle risorse economiche.
Siamo consapevoli ce una condizione invalidante della salute psicologica può inficiare e minare la partecipazione alle lotte. Spesso l’ambiente di lotta o le reti amicali non riescono a offrire supporto adeguato con il rischio di lasciare indietro compagnx.

Il nostro pensiero sul professionalismo della cosiddetta salute mentale, e del professionalismo in generale, è estremamente critico. Tuttavia ammettiamo l’utilità e l’efficacia di questi percorsi nel risolvere o alleviare disagi molto profondi e duraturi, quando affrontarli da soli o nella collettività non è possibile. Per noi questo ha anche un valore di prevenzione alla psichiatria, a cui troppo spesso ci si rivolge in assenza di alternative (senza giudizio verso chi vi i rivolge). Questa cassa è un’idea riproducibile, un invito a trovare modalità di presa in cura collettiva.

Vorremmo creare occasioni di incontro e confronto attorno alle iniziative di autofinanziamento, per visibilizzare il tema del disagio all’interno dei movimenti, tradurre le visioni antipsichiatriche in pratica e pratiche, condividere strumenti ed esperienze di autogestione e autoformarci.
Chiunque può sostenere questo progetto organizzando iniziative di autofinanziamento e incontri.

Per info: cassasupportopsi@riseup.net

LETTERA DI GUI DAL CARCERE DI VARESE

Riceviamo oggi, a 16 giorni dalla data di invio, questa lettera di  Gui che era in quel momento reclusx nel carcere di Varese. Al momento si trova ai domiciliari da sua madre, lontanx da casa sua e dai suoi affetti, con il divieto di comunicare con l’esterno e l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico.

22/09/2025 – Carcere di Varese

ciao amix 🙂

ormai dieci giorni fa, non senza una certa difficoltà, vi avevo mandato una bella lettera, piena di speranza e tenacia, per raccontarvi come stavo, come sono le condizioni qua dentro, cosa pensavo in quei primi giorni dietro queste sbarre. non so bene cosa sia andato storto, forse le poste l’hanno persa, forse gli sbirri se la sono tenuta – anche se mi assicurano sia stata spedita e, in caso di sequestro, sono tenuti a farmi una notifica. in ogni caso, quella lettera a casa non ci è mai arrivata. in questi tredici giorni dentro è cambiato tutto e niente.

il mio primo concellino ha ottenuto i domiciliari, è arrivato un altro ragazzo qui con me che ha più meno la mia età, i miei gusti musicali e un bel po’ di altre passioni in comune. i giorni passano, appunto, sempre uguali ma diversi. ogni giorno con gli altri detenuti constatiamo che stiamo “bene ma male, male ma bene”. loro mi insegnano un po’ di arabo, io un po’ di francese, ormai conosco tutti e tutti conoscono me in sezione, c’è affetto, mutuo aiuto, solidarietà e più leggerezza possibile sotto al peso di queste sbarre. so di essere in una posizione di privilegio rispetto alla maggior parte di queste persone, e cerco di sfruttarla meglio che posso.

chi ne ha bisogno sa che mi può chiedere un tabacco, un caffè, una cassetta d’acqua, di dire qualcosa a qualcunx fuori, di cercare unx buonx avvocatx per qualcuno che non lo ha. tutti dicono che uscirò presto pensando ai reati che mi sono imputati, io non ne sono così sicuro sapendo che sotto accusa non ci sono quei reati ma il mio stesso modo di essere, pensare, legarmi allx altrx. in aula non vanno imbrattamenti e minacce che loro sostengono io abbia perpetrato, ma il mio essere anarchicx, il mio criticare sistema, stato e polizia. in due settimane ho subito due perquisizioni, col forte sospetto che nascondessero un secondo fine, che fosse la semplice pressione psicologica o l’installazione di qualcuna delle loro diavolerie tecnologiche.

in due settimane mi sono state sequestrate, per ordine del pm, due lettere indirizzate allo stesso, caro amico. ficcano il naso ovunque, cercano di entrarmi nella testa e togliermi questo beffardo sorriso che continuo a portare, fierx e sicurx delle mie idee e delle mie ragioni. tutto ciò rasenta, dal mio punto di vista, il ridicolo ed evidenzia la loro impotenza di fronte al nostro essere e restare così intensamente, profondamente e radicalmente umanx. loro non possono nulla, noi tutto. non lo nascondo, questi sequestri della mia corrispondenza privata mi fanno imbufalire, io quando scrivo a qualcunx che amo rovescio nella busta una parte delle mie budella e odio, odio, odio profondamente che quelle budella finiscano sul tavolo di qualche magistrato.

mi fa schifo. quella gente non merita di sapere cosa provo, cosa sento verso lx mix amix e verso questo mondo infame. che schifezza, che merdosissima odiosa schifezza infame. ma questa specifica, insulsa rabbia dura ben poco, presto tornano la rabbia vera e profonda, universale, mossa dall’odio mosso dall’amore che provo per voi e per questo mondo per il quale non perdo mai la speranza.

fino a che di ogni stato, galera, cpr, soldato, bulldozer e banconota non resteranno che ceneri e macerie. tuttx liberx, subito e per sempre. morte allo stato. un abbraccio fortissimo, stretto stretto, a chiunque là fuori e qua dentro mantenga la proprià umanità e la capacità di pensar(si)e libertà. grazie per ogni segno che mi avete mandato finora, vi sento intensamente.
a presto, gui <3

BARI: PRIGIONI FUORI DALLE MURA. IL LOOP DELLA DETENZIONE AMMINISTRATIVA

Diffondiamo

B, un amico che è stato rinchiuso 6 mesi nel Cpr di Bari-Palese è uscito a fine giugno con il solito decreto di espulsione. Dopo essere uscito ha avviato le procedure per ottenere i pezzi di carta utili secondo la logica infame dello stato, che solo dopo il loro rilascio smetterebbe di perseguirti e vivere nella paura.
Ma dopo soli 3 mesi di libertà è stato fermato giovedì 2 ottobre alla stazione di Bolzano, e portato nel Cpr di Ponte Galeria.
Al momento del fermo ha mostrato i documenti agli sbirri per provare di aver avviato le pratiche per il permesso di soggiorno, il matrimonio in Italia, e un contratto di lavoro, ma gli sbirri hanno risposto picchiandolo e rompendogli un ginocchio, dopo averlo minacciato di un’accusa per resistenza.
B sabato é stato portato in ospedale, dove hanno accertato la rottura del ginocchio. Dopo essere tornato nel cpr gli hanno detto che sarebbe stato rimpatriato con il primo volo per il Gambia.

B. Una volta uscito dal Cpr a giugno, aveva ripreso con fatica la sua vita, iniziato a lavorare, provando ogni giorno ad
inseguire le istituzioni per regolarizzarsi e iniziare a vivere la sua libertà con la famiglia.
Era andato a Bolzano per le procedure necessarie a completare le pratiche ed ora é stato nuovamente ingabbiato in un lager dallo stato e i suoi aguzzini.

L’udienza di B é stata fissata subito lunedì 6, l’avvocata che lo segue (come al solito) non ha mai risposto al telefono, ma fortunatamente, si é presentata in udienza e B é tornato libero il giorno successivo.
Non riponiamo alcuna fiducia negli avvocati, soprattutto quelli di ufficio di galere e cpr, corrotti e mafiosi, ma purtroppo rimangono un anello dell’ingranaggio nella catena dello stato infame, fondamentale per la liberazione dalle gabbie.

Il terrore e il trauma di uscire e rientrare in questi lager é una tortura quotidiana.
Lo stato tenta di rendere il passaggio di reclusione di rito per chi é clandestino in Italia.

Contro ogni frontiera, odiamo lo stato e le torture su tutti i fratelli fermati e aggrediti nelle piazze e nelle stazioni, poi reclusi nei lager.

FUOCO AI CPR
COMPLICI CON GLI HARRAGA
FREEDOM HURRIYA LIBERTÀ

GENOVA: CHI DEVASTA È LO STATO

Diffondiamo:

A distanza di 24 anni dagli eventi del G8 fa la sua ricomparsa a Genova il reato di devastazione e saccheggio (ad 419 c.p. che prevede dagli 8 ai 15 anni di reclusione) con un’inchiesta portata avanti dalla procura a carico di un numero di persone ancora in via di definizione, appartenenti a varie aree dei movimenti genovesi.

L’inchiesta fa riferimento alle giornate di mobilitazione in risposta agli arresti avvenuti la notte del 3 maggio 2024 di fronte all’Ex Latteria Occupata.

La mobilitazione di piazza in quei 3 giorni, determinata e diffusa, fu la naturale risposta al clima di militarizzazione che conosciamo bene: controlli pervasivi attraverso telecamere, identificazioni e profilazioni, presidi fissi nelle strade di guardie di ogni tipo, rastrellamenti, retate e sgomberi di spazi sociali, provvedimenti di daspo urbano e misure di limitazione preventiva della libertà. Questi dispositivi colpiscono ripetutamente persone straniere, persone ai margini e tuttx coloro che non si adeguano alla devastante avanzata della città-vetrina piegata agli interessi di pochi e banco di prova di nuove tecnologie repressive.

Non ci sembra un caso che l’articolo 419 venga applicato in un periodo in cui le piazze si riempiono contro la guerra e lo sterminio dei popoli; lo abbiamo già visto ampiamente usare per infliggere anni di galera ai rivoltosi dentro le carceri e i CPR, nelle lotte antifasciste ed anticapitaliste più conflittuali e, recentemente, per colpire la mobilitazione contro il carcere e il 41bis.

Non ci faremo intimidire da queste strategie e non smetteremo di supportare la resistenza palestinese e di tutti i popoli in lotta, senza dimenticarci le responsabilità non solo del governo sionista ma di tutti quegli stati e quelle aziende che costruiscono il loro profitto sul colonialismo e sullo sfruttamento dei corpi e dei territori.

NÉ GOVERNI NÉ CONFINI

 

BOLOGNA: ANCHE I DETENUTI LAVORATORI IN SCIOPERO


Diffondiamo:

Preso atto di quello che sta avvenendo a Gaza, noi dipendenti della F.I.D abbiamo deciso di scioperare il 3.10.25.
Per noi reclusi andare a lavorare è un momento di libertà dal contesto carcerario in cui viviamo. Nonostante ciò, rinunciamo a un giorno di libertà e al nostro stipendio. Questa decisione è stata presa per manifestare tutta la nostra indignazione per il genocidio in atto e per supportare le persone della Flotilla, arrestate con l’unica colpa di essere ambasciatori di umanità. Questo è il minimo che possiamo fare per poter ringraziare tutti quei cittadini che ogni giorno si battono per i diritti dei detenuti.

TORINO: AGGIORNAMENTO DAL CPR DI CORSO BRUNELLESCHI – SETTEMBRE 2025

Diffondiamo:

La quotidianità nel centro torinese durante le ultime settimane é stata scandita da continui momenti di protesta. Venerdì 19 settembre una stanza dell’area Verde è stata resa completamente inagibile dal fuoco. Il seguente trasferimento di una persona in carcere (liberata qualche giorno dopo sia dalla detenzione penale che amministrativa) non ha però minato la determinazione dei reclusi. Infatti nel pomeriggio di mercoledì 24 settembre é giunta all’esterno del lager la notizia che in una stanza dell’area Gialla l’insofferenza si era trasformata in rabbia; nuovamente con l’utilizzo del fuoco. Nel frattempo – fuori le mura – un gruppo di solidali si é radunato per far sentire la propria vicinanza e solidarietà ai detenuti. Sappiamo che successivamente una persona sembra essere stata portata in carcere (non si hanno più sue notizie) mentre la stanza in questione resta in funzione.

Visibilizzare questi due momenti non deve distogliere lo sguardo da quanto sia proprio la quotidianità ad essere insopportabile ai reclusi. Infatti essi quotidianamente si battono anche per le esigenze di base delle quali vengono costantemente deprivati da Sanitalia; la quale sta mostrando infine il suo reale volto (vedi anche aggiornamenti Torino, luglio 2025 e Aggiornamento 23.04.2025). I momenti di insubordinazione sono quotidiani cosi come gli atti di autolesionismo.
Queste ultime giornate torinesi, molto piovose, hanno portato all’allagamento delle parti esterne alle aree: rendendo molto complessa attraversabilità degli spazi e imponendo ai detenuti di restare, per gran parte del tempo, negli spazi interni.
Sappiamo che ad ora sono recluse 24 persone nell’area Verde, una ventina sia nell’area Gialla che nell’area Blu. Nel frattempo é in via di ultimazione la ristrutturazione dell’area Viola, resa inagibile dalla rivolta del 30 Aprile.

LA MACCHINA DELLE DEPORTAZIONI

Nella settimana fra il 15 e il 19 settembre 6 persone sono state prelevate dalle aree e sono state trasferite nel CPR in Albania mentre venerdi 26 due detenuti pakistani sono stati tratti in inganno (con l’ormai nota trappola della terapia) e non hanno piu fatto ritorno. Non si hanno notizie certe sulla loro sorte ma i reclusi si dicono sicuri di una deportazione, dal modo in cui la gestione del centro ha operato. Infatti, successivamente al prelievo delle persone verso “l’infermeria”, alcuni operatori sono passati nella stanza dei detenuti in questione per raccogliere velocemente i loro effetti personali.
Nella stessa settimana una persona gambiana è stata deportata, una seconda giovedì 25 e una terza sabato 27.
É notizia di venerdì 26 che è partito un charter diretto in Egitto riempito di persone espulse. In concomitanza, anche a Torino hanno tentato la deportazione due persone molto giovani dall’area Verde ma, per via della resistenza che esse hanno messo in campo, il trasferimento in aeroporto é fallito.

MANTENIAMO VIVA LA SOLIDARIETÀ

Oltre alla presenza fuori dalle mura nei momenti di lotta dentro, due giorni fa alcuni solidali si sono recati presso il centro per portare dei pacchi. Se nei primi mesi di funzione del CPR, Sanitalia e prefettura si erano mostrati abbastanza compiacenti (probabilmente per evitare attriti interni) negli ultimi mesi é stata adottata una politica di ostruzionismo volta, si può supporre, ad evitare il consolidamento di legami di fiducia fra dentro e fuori, con la scusa di una possibile infezione a scabbia. É ormai praticamente vietato l’ingesso di vestiti sia nuovi (a discrezione di chi é di turno) che sopra`ttutto usati seppure sanificanti in lavanderia.
É evidente la deliberata scelta di affliggere così i detenuti, vista la scarsissima quantità di vestiti che viene fornita dentro il CPR e la loro inadeguatezza alla stagione fredda alle porte.
Nonostante l’impossibilità di ingresso di vestiti a fuori ormai da tempo, é notizia di oggi che 3 persone hanno contratto la scabbia e sono in isolamento sanitario in una stanza adiacente l’infermeria.

Inoltre, successivamente alla consegna dei pacchi alimentari, ad alcuni reclusi è stato intimato di non parlare più con i solidali fuori: minacciandoli di eventuali conseguenze punitive non meglio specificate.
Nulla di nuovo, sappiamo perfettamente quanto siano preoccupanti, per chi gestisce il CPR, le reti di solidarietà che si creano attorno ai detenuti nonché vedere da lontano la possibilità di pressioni congiunte fra dentro e fuori. Apparentemente i gestori del centro ritengono necessaria l’attivazione di contromisure vessatorie verso coloro che sono nella posizione di maggiore ricattabilità e vulnerabilità. Questo é chiaro sia a chi é recluso che a chi sta fuori.
Come  chiaro chi sono gli aguzzini conto i quali rivolgere la propria rabbia.

Fuoco a galere e CPR sempre per la libertà

CONTRO LEONARDO, IL SISTEMA-GUERRA E I SUOI SERVI

Riceviamo e diffondiamo questo testo relativo al corteo del 13/09 contro lo stabilimento di Leonardo S.P.A di Ronchi e alla cacciata di un giornalista della Rai dal corteo (e alle successive prese di posizione di giornalai e sindacati vari):

Non è necessario indossare l’uniforme, la tenuta anti-sommossa e il distintivo (e/o il borsello) per appartenere allo schieramento degli apparati di controllo e repressione dello Stato, è sufficiente esercitare una certa funzione “pubblica” e soprattutto esprimerne insieme la legittimità. Può bastare un tesserino di giornalista.

Ma cosa fanno questi “professionisti dell’informazione che spesso operano in un clima di tensione”? Ti piantano in faccia le loro arroganti telecamere e quando cerchi di spiegare loro che non possono farlo contro la tua volontà e che no vuol dire no, si appellano alla legge che loro rispetterebbero e continuano imperterriti a mancarti di rispetto, poi quando la contestazione al loro operato diventa collettiva, allora si lamentano e invocano conseguenze penali per chi ha osato contestarli. Ecco, questi difensori della libertà di parola e della democrazia, svolgono una precisa funzione, quella di servi dello Stato.

E infatti sono sempre pronti a consegnare alla Digos i loro filmatini (alla faccia della libertà di espressione e di opinione!).
E infatti, anche in occasione di questa mobilitazione contro la Leonardo spa di Ronchi e in solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese contro il genocidio portato avanti dallo Stato di Israele, mobilitazione auto-organizzata da parte di varie realtà del territorio riunite nell’Assemblea no Leonardo, senza partiti, padrini e né padroni, chi intercettano questi campioni dell’informazione?
Politicanti d’assalto che si fanno largo e per avere il loro momento di visibilità “radicale” e si permettono valutazioni sulla mobilitazione confrontandola con quella del dicembre 2023, notabili riformisti, mitomani provocatori in odor di sionismo. Chiunque pur di non andare al cuore delle questioni, chiunque pur di sminuire e stigmatizzare le proteste e di mantenere e difendere lo schifo esistente.
E infatti, a titolo di esempio paradigmatico, che cosa hanno fatto questi sinceri professionisti, millantatori dell’attività di informare, durante le stragi nelle carceri italiane dell’8-9 marzo 2020? Naturalmente hanno riportato solo le versioni dei carcerieri, questo sanno fare i servi del potere e questo fanno!

Non possiamo non rispondere al comunicato della Rai del Friuli-Venezia Giulia perché non porre argine alla falsificazione degli avvenimenti si tradurrebbe per noi in una accettazione delle manipolazioni ai nostri danni e nel consentire al trionfo della passività sul mondo e siccome non siamo un ammasso di docili pezzi di carne inerti in attesa di essere macinati per gli spettatori, ci rivoltiamo.

Riportiamo le parole del giornalista inviato di guerra Chris Hedges dal blog Invicta Palestina:
“I giornalisti occidentali sono complici a pieno titolo del genocidio. Amplificano le menzogne israeliane che sanno essere menzogne, tradendo i colleghi palestinesi che vengono calunniati, presi di mira e uccisi da Israele”.
Usigrai, RAI, coordinamento CdR della RAI regionale FVG, hanno manifestato solidarietà attiva nei confronti degli oltre 250 giornalisti palestinesi uccisi a Gaza da Israele?

Nella tragedia di Pasolini I Turcs tal Friûl, scritta a ridosso del 1945 e ispirata alle invasioni turche del ‘500, le persone di una periferia remota e dimenticata discutono ed elaborano piani di autodifesa di fronte al pericolo imminente di un’invasione e alla prospettiva di una minaccia concreta al loro vivere quotidiano. Emergono due atteggiamenti, l’uno rinunciatario e rassegnato, l’altro combattivo e vitale, destinato a soccombere. Sono personificati nei due fratelli Colùs, Paolo e Meni, il secondo andrà a combattere e non ritornerà, come un eroe tragico, e i turchi alla fine risparmieranno misteriosamente il villaggio.

Partecipare al corteo di Ronchi del 13 settembre ha fatto pensare ai turchi in duplice senso, nel primo, alla lettera, ovvero nel fatto che nei prossimi mesi dallo stabilimento Leonardo di Ronchi usciranno droni micidiali concepiti in Turchia dalla Baykar; nel secondo, più allegorico, ovvero che questo fatto non viene percepito in loco come un pericolo imminente, come una minaccia concreta alla comunità, ma si preferisce una pseudo-normalità fatta di quieto vivere. Allo stesso modo questo atteggiamento di pseudo-normalità si è riproposto anche in alcune componenti che hanno partecipato al corteo del 13 settembre, quelle “istituzionali-pacifiste”, che non perdono occasione per prendersi uno spazio di parola, sottraendolo agli altri. Quello spazio che faticosamente si è cercato di costruire, con la ricerca e l’agitazione, nei pochi mesi trascorsi da quando è scaturita, tra i collettivi e le individualità che si sono incontrati, la proposta di fare qualcosa. Allo stesso modo, cioè con fatica, gli interventi al microfono e gli slogan lanciati durante il corteo hanno voluto esprimere ai residenti lo sgomento e la paura, oltre che il merito, oltre a denunciare il fatto cioè che il tessuto industriale della zona si sta rapidamente rivolgendo verso il settore difesa e il dual-use1; ma insieme a ciò hanno voluto esprimere anche una scelta chiara, quella di reagire al fatalismo.

Ci è rimasto impresso un aneddoto di un compagno, molto istruttivo. Ai tempi delle lotte antimilitariste alla base NATO di Comiso nei primi anni ‘80, il prefetto di Ragusa lo fece prelevare dalla polizia con altri compagni, si informò sulle loro intenzioni. Alla risposta che volevano entrare nella base per distruggerla, il prefetto rispose che “Se venite con la gente, potete farlo, se siete da soli, non ve lo consiglio”2.

Il prezioso suggerimento, per non soccombere, è quello di prepararsi, concretamente, con il ragionamento e con l’azione.

Udine 18 settembre 2025

Qualcuno che c’era


1 Adriatronics cambia proprietà, salvi trecentotrenta posti di lavoro, “Il Piccolo”, 12/9/25; Difesa, fra Trieste, Pordenone e Gorizia in “distretto” del militare, “Tgr Rai Friuli Venezia Giulia”, 31/7/25. Sono solo due esempi eclatanti.

2 A.M.BONANNO, Errico Malatesta e la violenza rivoluzionaria, Trieste, 2023, pp.51-52