SALUTO ALLX DETENUTX DEL CPR DI BRINDISI-RESTINICO

Riceviamo e diffondiamo

SABATO 28 GIUGNO ORE 18 SALUTO ALLX DETENUTX DEL CPR DI BRINDISI-RESTINCO.

PER ABEL E TUTTE LE PERSONE UCCISE DALLO STATO.

Le istituzioni e i media sembrano aver dimenticato l’omicidio di Abel, anche alcunx professionistx che sembrava volessero fare uscire la merda che c’è nascosta ora sembrano tacere.
Noi non abbiamo dimenticato Abel, così come i suoi amicx, o anche le persone che l’hanno visto morire in cella nel Cpr di Brindisi Restinco.
Brucia ancora dentro, noi sappiamo sempre con più certezza chi e cosa ha ucciso Abel, così come sappiamo delle torture e degli abusi che ogni giorno ci sono in questo e in tutti i Cpr.
In attesa della vendetta, sabato 28 Giugno alle 18 torniamo davanti al Cpr di Brindisi Restinco per urlare che Abel non verrà dimenticato e per unirci alla rabbia dei reclusi!!🏴🐈‍⬛🔥

ABEL VIVE!!
VENDETTA PER ABEL!
VENDETTA PER TUTTX GLI OMICIDI DI STATO!
FUOCO AI CPR!
FREEDOM HURRIYA LIBERTÀ!

IERI COME OGGI – IN SOLIDARIETÀ AI CONDANNATI/E A MILANO

Riceviamo e diffondiamo:

IERI COME OGGI

La sentenza di primo grado per il corteo dell’11 febbraio 2023 a Milano al fianco di Alfredo Cospito, all’epoca da quattro mesi in sciopero della fame contro il regime 41bis e l’ergastolo ostativo, ha condannato 10 compagni e compagne a un cumulo complessivo di quasi quarant’anni.

A tutti e tutte loro va la nostra solidarietà e complicità.

Dieci condanne di questa entità sono l’ennesima, sinistra, conferma della progressiva e veloce torsione autoritaria e carceraria dei governi a regime democratico in un contesto di sempre più palese spinta alla guerra dispiegata a scala globale e del conseguente ingabbiamento repressivo che la classe dominante e i suoi apparati repressivi vorrebbero sempre più totale. Una società-carcere a cielo aperto che, se vede nella “mordacchia medievale” del 41bis il suo apice, è resa sempre più tale dai continui salti in avanti repressivi del cosiddetto diritto penale del nemico, passando per uno sfruttamento di terre e popolazioni sempre più brutale, una sorveglianza di massa e una militarizzazione dei territori sempre più capillari, un indottrinamento e disciplinamento sempre più pervasivi.

La lotta con e al fianco di Alfredo, per liberare il suo respiro – e quello degli oltre 700 detenuti e detenute al 41bis – dalla tomba del carcere duro e il nostro da questa affumicante cappa pacificata, è stata una boccata d’ossigeno, un piccolo ma necessario slancio oltre le gabbie – fisiche ma soprattutto mentali – imposte dal nemico che aveva segregato un compagno anarchico a un regime di tortura per farne un monito per tutti e tutte coloro che dentro e fuori le mura delle galere ostacolano – con metodi e pratiche al di là e al di fuori degli schemi dati dalle uniche rappresentazioni mediatico-spettacolari consentite – il tranquillo svolgimento dei piani di riassetto del capitale in incessante ricerca di risorse e manodopera vitali alla sua rigenerazione, con dietro e davanti a sé un abisso di morte e devastazione.

Fare il possibile, fare il necessario, in quei mesi voleva anche dire battersi contro i dispositivi di sbarramento dello stato e della sua polizia e provare a rispedire indietro un poca della violenza che quotidianamente viene somministrata dai suoi servi con e senza divisa, a Milano, a Torino, a Roma, a Trieste e ovunque ci fossero le forze per farlo.

Quel pomeriggio c’eravamo e ci saremo ancora, anche solo per interrompere per qualche ora lo svolgersi di una normalità che si vorrebbe già scritta, l’inesorabilità della vendetta di stato. Anche solo per ribadire che – come dimostrano la resistenza palestinese, i renitenti e i disertori di tutte le guerre, i prigionieri in lotta nei Cpr e nelle carceri, gli insorti in ogni luogo – c’è chi continua e continuerà a ribellarsi e lottare scegliendo di non sottomettersi alla società e al mondo che ci si profila all’orizzonte.

Con Alfredo Cospito

Con tutti i compagni e le compagne prigionieri e in ogni forma privati della libertà

Fuoco a tutte le galere

Compagni e compagne a nordest

 

FORLÌ: DECRETI PENALI DI CONDANNA

Riceviamo e diffondiamo

Negli scorsi giorni abbiamo avuto notizia di tre “decreti penali di condanna” per la partecipazione al bel presidio dell’8 febbraio 2025 a Forlì contro l’ex ddl 1660, detto “sicurezza”, poi trasformato dal governo in Decreto Legge ed approvato definitivamente lo scorso 4 giugno.

Il presidio in pieno centro città, con la presa bene di circa settanta persone si è trasformato in un corteo spontaneo; poca cosa di fronte all’ampiezza dello sfacelo che ci troviamo di fronte ma di certo qualcosa di bello e inaspettato per la sonnolenta Forlì, che ha interrotto la noia e la quiete borghese della città. Crediamo sia questo che deve aver infastidito i tutori dell’ordine, che infatti hanno provveduto a recapitare i decreti di condanna a tre compagn*.

I rapporti della digos indicano le tre persone, tra la settantina di presenti, come promotrici di una manifestazione che non ha rispettato il preavviso alla questura, obbligo peraltro introdotto dall’ordinamento fascista. Gli é addebitato l’aver preso pubblicamente parola e/o avere esposto uno striscione contro il decreto sicurezza, che in quel momento era in discussione in parlamento per la successiva autorizzazione.

Queste misure repressive, che si vanno ad aggiungere alle tante e simili piovute contro chi da nord a sud ha partecipato alle proteste contro il decreto liberticida del governo, giungono in coincidenza della sua conversione in legge che rappresenta un atto di guerra al dissenso interno e alla marginalità sociale in un’epoca di guerra globale. E suonano come tentativi di scoraggiare le resistenze dal basso.

Siamo nemiche e nemici di quest’ordine sociale della guerra e della morte, e veniamo trattat* di conseguenza. Di fronte a compagn* seppellit* da decenni di galera, ribelli pestat* nelle questure, internat* in inferni amministrativi come i CPR o i “centri d’igiene mentale”, tre decreti penali sono quasi un nonnulla, ma vogliamo con queste poche note esprimere solidarietà alle tre persone coinvolte, ribadendo che è fondamentale, anche di fronte all’approvazione del “decreto sicurezza” e a questi tentativi continui di zittire il dissenso, continuare a mobilitarci contro la repressione e mettere in pratica la libertà.

Nemic* dell’autorità

SALUTO AL CPR DI PALAZZO S. GERVASIO

Riceviamo e diffondiamo

Domenica 15 Giugno alcunx compagnx si sono ritrovatx sotto le mura del Cpr di Palazzo S. Gervasio per portare solidarietà ai reclusi e mostrare che c’è chi lotta ed è complice in ogni territorio ‘del pezzo di terra chiamato Italia’ con un CPR attivo.

E che nessuno è solo, neanche nei Cpr più isolati e nascosti del paese. Da alcuni contatti diretti con reclusi sappiamo che ci hanno sentitx e che era felici del saluto. Non abbiamo avuto modo di sentire le risposte dei reclusi per il breve tempo del saluto (la cui maggior parte del tempo è stato cori e fuochi d’artificio, rendendo difficile ricevere risposta).

È stato lasciato anche qualche ricordo del nostro passaggio all’esterno della struttura, fortunatamente non ci sono stati problemi e lx compagnx sono andate via senza problemi. Questo è solo l’inizio.

I RECLUSI DEL CPR DI PALAZZO NON SOLO SOLI!
FUOCO A TUTTI I CPR🔥
PER UN MONDO SENZA FRONTIERE E GALERE🐈‍⬛🏴

Anarchicx contro i CPR

SULL’OTTIMA SINERGIA TRA VENTO E FUOCO IL 14 GIUGNO A DECIMOMANNU

Dalla Sardegna, diffondiamo due testi sul corteo antimilitarista del 14 giugno a Decimomannu:

Lo scorso sabato lo Stato italiano ha dimostrato quanto sconsideratamente sia in grado di reagire, se messo di fronte a una minaccia che non ha idea di come gestire.

Pur di disperdere lə manifestanti che si avvicinavano all’aeroporto militare di Decimomannu, le forze del disordine hanno fatto bene il loro lavoro: hanno utilizzato un elicottero come sfollagente, facendolo pericolosamente avvicinare alle teste delle persone, e contemporaneamente, da dentro la base hanno lanciato lacrimogeni, sperando di crearci fastidio e disperdere ulteriormente il corteo. Uno di questi ha preso fuoco, e il vento creato dall’elicottero ha contribuito a diffondere le fiamme.

Dopo la manifestazione il questore ha parlato di ‘ottima sinergia’ e non capiamo sinceramente fra chi: forse fra l’elicottero e i lacrimogeni per dar fuoco all’aeroporto militare? O forse con l’idrante che avevano portato per rivolgerlo contro di noi ma che poi è stato usato per cercare di domare il fuoco?
Se questa fiera dell’incompetenza non avesse realmente messo in pericolo le persone lì presenti potremmo pure dire che vedere una base militare che brucia non può che farci piacere 🔥

Siamo comunque costrettə a costatare ancora una volta quanto, allo Stato italiano, non interessi nemmeno più mantenere una facciata da Stato di diritto e che gli interessi della guerra imperialista siano ormai l’unica cosa realmente importante. Oltre a tutti i discorsi sulla tutela dell’ambiente o sulla pubblica sicurezza, chiaramente non prendibili nemmeno in considerazione.

Ci rendiamo anche conto che ogni persona, nella lotta, è fondamentale.
La macchina bellica è più fragile di quanto pensiamo, e se qualche centinaio di persone li ha messi davvero così in difficoltà, beh cerchiamo di essere in qualche migliaia la prossima volta e di gridargli tuttə assieme A FORAS🔥

Rispetto si, solo per i pompieri però.

Solidarietà a Luca, compagno di lotte, arrestato il giorno prima del corteo.

Con la Palestina nel cuore e l’aeroporto di Decimo che brucia ancora davanti agli occhi 🇵🇸


14 GIUGNO BRUCIA L’AEROPORTO DI DECIMOMANNU

Oggi [14 giugno] siamo stat3 all’aeroporto militare di decimomannu, ci siamo trovat3 davanti a un enorme dispiegamento di forze dell’ordine, perquisizioni personali e alle auto. Noi non eravamo migliaia, la fortuna, diciamolo, non sembrava girare dalla nostra parte, eppure…
Eppure, siamo riuscit3 a fargliela anche questa volta, con tutta la nostra determinazione abbiamo deviato per i campi per avvicinarci all’aeroporto militare. Siamo riuscit3 ad arrivare in prossimità delle reti  e la polizia, ormai tesissima, ha tirato lacrimogeni contro il corteo. Contemporaneamente, l’elicottero è stato usato come sfolla gente, e scendeva ad altezza uomo per fare vento.

Chiaramente, i lacrimogeni tirati dalla polizia hanno dato fuoco ai campi e il vento generato dall’elicottero ha contributo a far divampare l’incendio, facendo sì che, nonostante idrante e vigili del fuoco, fosse molto difficile da spegnere.
La leggerezza con cui hanno messo a rischio l’incolumità di tant3 manifestanti ci dà solo la conferma di essere dalla parte giusta e di dover continuare a lottare.

Preparano guerre e genocidi in giro per il mondo e noi non dimenticheremo mai la gioia di veder sventolare la bandiera palestinese davanti a uno dei loro avamposti che brucia.

Speriamo che la giornata di oggi sia di ispirazione per tutte quelle future, che ci dia la consapevolezza che siamo forti e nulla è mai perduto, che nuovi immaginari e possibilità si possono aprire sempre anche nei momenti che sembrano più bui.

Con la resistenza palestinese nel cuore

Con tutta la solidarietà al nostro compagno arrestato ieri

Per vedere la nostra terra libera

Ainnantis

BARI: SOLIDARIETÀ A G.

Riceviamo e diffondiamo

A Bari lunedì 16 Giugno intorno le 11.30, quattro poliziotti della squadra mobile di Bari hanno accerchiato G., un compagnx anarchicx mentre aspettava un FlixBus. Gli hanno chiesto i documenti, sequestrato oggetti personali e hanno provato a farli sbloccare il telefono.

Mentre il compagnx chiedeva spiegazioni sul suo stato e motivo del fermo, gli agenti hanno fatto arrivare una volante per il trasporto in questura. Solo una volta arrivatx in questura ,su pressioni di G., un poliziotto gli ha comunicato che era in arresto ma che non avrebbe avuto altre informazioni. Dall’inizio dell’arresto G. ha chiesto di chiamare un avvocatx, anche se questo non è mai avvenuto, G. non ha mai avuto contatti con lui, anche se ha più volte urlato, fatto casino e minacciato di farsi del male se non lo avessero chiamato.

Mentre la Digos e la Polizia provvedevano con la stesura degli atti a G. è stato detto che sarebbe stato necessario andare al Centro Polifunzionale della Polizia per le foto segnaletiche, il deposito delle impronte digitali e un campione di DNA. Nonostante alcunx agenti di Polizia cercassero di fare ottenere il permessodi contattare un avvocato a G., la Digos ha comunque deciso di negare il contatto col legale e, piuttosto, hanno deciso di ammanettarlo e portarlo di forza in macchina, mentre filmavano.

Solo una volta arrivatx al Centro, G. è stato avvisatx che sarebbe andatx ai domiciliari in attesa dell’udienza, poiché indagatx per fatti riguardanti il corteo in solidarietà col popolo palestinese di Sabato 14 Giugno, senza però specificare i capi d’imputazione, scoperti solo alla fine delle procedure e alla firma dei verbali verso le 18.30 dopo più di 7 ore di fermo. 7 ore in cui a G. è stata negata qualsiasi informazione su ciò che stava succedendo e qualsiasi contatto con l’esterno.

Alla fine G. è accusatx di:
“- Lesioni personali cagionate ad un Ufficiale ed un Agente di Pubblica Sicurezza nel corso di una manifestazione pubblica (ex.artt. 582 e 583 quater c.p.)
– Violenza a pubblico ufficiale (ex.art. 337 c.p.) e per il reato previsto dall’art. 5 bis L. 22 maggio 1975 n.152.

In poche parole:
LACRIME DA DIGOSSINO!🔥🐈‍⬛️😭

FORLÌ: RESISTENZA VERDE. APERITIVO E DISCUSSIONE SULLA LOTTA DEI SARAYAKU

Riceviamo e diffondiamo:

FORLÌ, GIOVEDI’ 19 GIUGNO 2025
al parchetto del centro commerciale “Portici” (zona stazione FC) – Forlì
(in caso di pioggia si farà al circolo ARCI ASYOLI c.so Garibaldi 280 – Forlì)

– ORE 19:30 – APERITIVO VEGAN
– ORE 20:30 – Chiacchierata con Federica Falancia partendo dai suoi libri “I GUARDIANI DELLA FORESTA” e “LA FORZA INVISIBILE” (in prossima uscita).
Dalla lotta dei Kichwa Sarayaku della foresta amazzonica ecuadoriana contro le estrazioni petrolifere ai “diritti della Natura”.

Tutto ha inizio alla fine degli anni ‘90, quando lo Stato dell’Ecuador concede ad una multinazionale argentina il permesso di estrarre petrolio dal territorio dei Sarayaku e la  comunità, composta di sole 1400 persone compresi i bambini si oppone al gigante « Stato » e ai suoi militari. Il libro mette in discussione le certezze della tradizione giuridica occidentale. I sarayaku ci insegnano ad andare oltre il diritto conosciuto e a metterci in ascolto della grande Selva Vivente che li ospita.

Troverai anche un banchetto di materiale informativo.

– SOLIDARIETA’ AX 3 COMPAGNX DENUNCIATX PER IL BEL PRESIDIO/CORTEO DELL’8 FEBBRAIO 2025 IN PIAZZA SAFFI CONTRO IL DDL 1660
___________
Collettivo Samara.
X info:  samara@inventati.org

Iniziativa in collaborazione con Equal Rights Forlì

SARDEGNA: COMPLICI E SOLIDALI CON LUCA

Diffondiamo

Venerdì scorso è stato arrestato e messo ai domiciliari, Luca, compagno sardo. Per un corteo che vi era stato qualche settimana prima a Cagliari contro l’occupazione militare dell’isola e per la Palestina.
Il suo arresto è stato proprio il giorno prima della manifestazione contro la base militare di Decimomannu, in cui i manifestanti sono riusciti ad entrare nell’area e il lancio di lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine ha provocato alcuni incendi.
Quelle che seguono sono le parole di Luca, a cui ci stringiamo con affetto, solidarietà e complicità.

“I fatti sopra descritti possono essere considerati indici di un’indole incline alla prevaricazione e alla sopraffazione, specie nei confronti delle istituzioni militari, sintomatica di una personalità pericolosa e socialmente allarmante.”
Con queste parole, tra le tante, nel pomeriggio di ieri 13 giugno, è stato disposto il mio arresto domiciliare in seguito ai fatti avvenuti il 10 maggio a Cagliari durante un corteo in solidarietà al popolo palestinese. In quell’occasione nel porto di Cagliari era presente la nave militare Trieste nella quale venivano eseguiti screening pediatrici gratuiti sponsorizzati dalla fabbrica di Bombe RWM, da Amazon, Terna e altre multinazionali.

Sono nato e cresciuto in una terra colonizzata e piegata agli interessi di uno Stato che ci usa come discarica, come laboratorio di guerra e come luna park per gli eserciti di mezzo mondo, come luogo in cui costruire super carceri anziché ospedali, un luogo buono per piantare pale eoliche e pannelli fotovoltaici, anziché permettere lo sviluppo di attività autoctone e sostenibili per l’ambiente. La miseria in cui ci hanno ridotto è la stessa che ci porta ad accettare tutto, a non lamentarci mai di nulla, a non lottare per modificare la nostra condizione subalterna, la stessa che porta tante persone a non capire le mie scelte, che sono poi quelle che mi hanno portato a questa condizione. Ma le condizioni sono buone o cattive in base a dove le si guarda, se per tanta gente la mia situazione è considerata una disgrazia, perché sono rinchiuso in casa, per un’abitante di Gaza non sono altro che un privilegiato che almeno una casa ce l’ha. Cosa c’è da aggiungere davanti alle immagini dello sterminio e dei bombardamenti, davanti alle più atroci azioni di prevaricazione e sopraffazione?

Per me l’unico posto giusto è quello a fianco a chi prova ad opporsi.
Sempri ainnantis
Po una vida e una terra liberas dae sa gherra e dae sa tirrania
Cun sa Palestina in su coru.


IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

SOLIDALI CON LUCA

Gli innocenti non fanno rumore, non si sporcano le mani, neppure quando le stringono agli sbirri, dialogando con loro e accettano le loro prescrizioni. Opposizione democratica, gradita al sistema.

I petardi fanno rumore, il rumore dei colpevoli di combattere questo Stato di guerra autore e complice del genocidio che non si può fermare né con passeggiate, né con discorsi.

Stasera un nostro compagno è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di aver lanciato un petardo durante la manifestazione pro Palestina del 10 maggio a Cagliari.

Non ci interessa sapere chi l’abbia lanciato; l’abbiamo lanciato tutti, e continueremo a lanciarli, sperando che in futuro siano molto più rumorosi ed efficaci.

Con la Palestina nel cuore

Luca libero, Tuttx liberx

Anarchicx contro carcere e repressione

[da rifiuti.noblogs]


 

CATANIA: TAZ NO BORDER

Diffondiamo

Domenica 22 giugno ore 16
Piazza Carlo Alberto

Torniamo in piazza, lo facciamo per rilnciare il presidio che si terrà fuori dall mura del CPR di Trapani-Milo il 28 Giugno

Questa sarà occasione per stringerci alle persone recluse nei centri per rimpatrio, iniziando una raccolta beni e fondi che da questa occasione e nei prossimi mesi sarà fondamentale per ridurre le distanze che questo stato razzista cerca di imporci.

(Nelle slide i beni che possono entrare dentro un CPR – servono vestiti leggeri freschi per l’estate e cibi confezionati – raccogliamo questi e anche maledetti euri per la cassa No Border)

Lo faremo in una giornata di sport popolare, con compagnx della San Berillo ASD, una realtà che pratica lo sport in maniera orizzontale e trasversale

Musica e bella vita – porta quello che vuoi trovare e che hai piacere di condividere

Ci sarà spazio anche per banchetti di autoproduzione, porta il tuo sbanchetto in maniera autogestita

Ci vediamo in Piazza Carlo Alberto alle h.16.00

LE COMMEDIE DI MAGGIO. RIFLESSIONI SUL CONFLITTO SIMULATO

Riceviamo e diffondiamo queste riflessioni da alcunx studentx della Sapienza di Roma.

Le Commedie di Maggio

Riflessioni sul conflitto simulato

«Intellettuali d’oggi, idioti di domani, ridatemi il cervello che basta alle mie mani»

F. De André

L’abbaglio

Le giornate di mobilitazione andate in scena lo scorso Maggio in diverse città d’Italia, aprono un momento di riflessione importante sull’utilizzo del conflitto simulato come pratica di lotta e sul significato della sua continua riproposizione.

Per lx più informatx non è niente di nuovo, il conflitto simulato è un logoro prodotto italiano che a più riprese, da quasi 30 anni, torna nelle piazze con grande carica estetica e abbaglia le telecamere.

Spesso nel dibattito militante questo tema viene ripreso ma mai rivendicato seriamente da chi lo agisce, nascosto tra confuse giustificazioni e vittimizzazioni, ammiccamenti complici del “famo gli scontri!” o fantasmagoriche narrazioni di esplosive giornate di lotta sulle piattaforme di movimento.

Questa primavera però non è servito un naso allenato per sentire la puzza, dato che la cagata è stata chiaramente proposta a favore di telecamera se non apertamente rivendicata e sbrodolata sui giornali da uno dei “capoccia”, con tanto di giustificazioni ai «poliziotti che fanno bene il loro lavoro» contrapposto a quelli che «si fanno prendere la mano» e andrebbero bacchettati (parole tanto infami non meritano di essere analizzate oltre la loro semplice citazione). 1

Questo asservimento alla politica del compromesso e dello spettacolo, che vuole piazze disciplinate e orchestrate, non è solo una fastidiosa stortura con cui fare i conti ma un’abitudine radicata che crea mostri, spezza le gambe e soffoca la Rivolta; trascinarsi questo cadavere al seguito è una fatica che, se in tempi storici più lontani si diluiva in un conflitto sociale più alto e un apparato repressivo più debole, ad oggi, non possiamo più permetterci.

Queste righe non hanno lo scopo di indicare un modo giusto di fare la lotta, né tracciare una strada da percorrere. Al contrario, sono un invito a valutare seriamente l’abolizione della nostra normalità e la rottura degli argini militanti, per tuffarsi finalmente nell’ignoto, lì dove può nascere l’impensabile.

Conflitto simulato, perché proprio a noi?

Partecipando a giornate di lotta europee, emerge subito un dato evidente: il conflitto a volte c’è, a volte non c’è, è più intenso, meno intenso ma di certo gli unici a tenerlo sotto controllo sono gli sbirri. Non ci sono, né tantomeno potrebbero esserci, avanguardie organizzate che sovrintendono e trattano tempi e modi del conflitto di piazza.

Ma allora perché proprio a noi? Porsi questa domanda è ambizioso e circoscrivere il discorso obbliga a sorvolare discorsi importanti, come il modo in cui l’autorità ha gestito l’ordine pubblico dagli anni ‘70 ad oggi attraverso l’uso della polizia politica e il consequenziale protagonismo storico che la sinistra ha avuto nella repressione del fermento insurrezionale di quegli anni.

Consapevoli di mancare qualche pezzo di storia militante la traiettoria più immediata e utile ai fini del testo è quella che ci porta a individuare nelle “Tute bianche” la genesi, o più probabilmente il perfezionamento, di questa modalità.

Quella delle Tute bianche fu un’esperienza che nacque dall’area più morbida e riformista dei centri sociali (principalmente nel Nord – NordEst) e che ebbe, o almeno provò ad avere, la sua più importante espressione politica nelle giornate di Genova 2001.

Un perfetto inquadramento lo troviamo in un articolo di Repubblica del 14 luglio 2001, in cui un grande simpatizzante del movimento, Luigi Manconi, ex portavoce dei Verdi, elogia la capacità pacificatoria delle Tute bianche, ecco due passaggi iconici:

«…da un decennio, in Italia, non si verificano scontri di piazza paragonabili, per intensità di violenza, a quelli degli anni ’70. Ci sono, piuttosto, rappresentazioni di battaglie di strada e scontri simulati. Spesso, queste performance belliche – grazie alla raffigurazione fotografica o televisiva – sono apparse come vere. Ma, a parte rare eccezioni, si è trattato esclusivamente di rappresentazioni. Posso dirlo perché ho partecipato ad alcune di esse.»

E ancora:

«(…) L’attività delle “tute bianche” è, dunque, letteralmente, un esercizio sportivo, che depotenziа e disinnesca la violenza: perlomeno, la gran parte di essa. Certo, questo presuppone un’idea della violenza di piazza come una sorta di flusso prevedibile, indirizzabile, controllabile: ma è proprio in questi termini che viene trattata da numerosi responsabili dell’ordine pubblico e da molti leader di movimento.»

Successivamente Manconi racconta una riunione svoltasi in una prefettura del Nord-Est dove veniva contrattato con le autorità un punto, segnato da un numero civico, in cui si sarebbe poi svolto uno scontro totalmente simulato con la polizia il quale però apparve veritiero nello schermo televisivo.

Quello che poi saranno le giornate del G8 purtroppo è impossibile da raccontare ma a questo testo interessa solo un pezzo di questa storia.

Dopo roboanti minacce di guerra le Tute bianche arrivano a Genova pensando di portarsi a casa la giornata proprio nel modo profetizzato da Manconi.

La mattina di venerdì 20 luglio non manca nulla: tute, scudi di plexiglas, caschi e i leader in testa a guidare il “Gruppo di contatto”; un feroce servizio d’ordine che disarma e aggredisce i “facinorosi”; la violazione della zona rossa ben organizzata e concordata con la controparte. Insomma tutto è pronto… ma poi il conflitto arriva sul serio.

A Genova migliaia di ribelli, disinteressati allo scontro diretto con la polizia scelgono di disertare l’appuntamento mediatico e, lontano dalla trappola militare della zona rossa, rovesciano interi quartieri, sollevando al cielo l’asfalto e ciò che ci sta sopra; il fuoco non risparmia nulla e arriva fino al carcere di Marassi. Per alcune ore la libertà travolge impetuosa alcune aree della città.

La polizia, presa alla sprovvista e incapace tatticamente di far fronte a questa orda di insorti, è sotto scacco.

L’idea di uno scontro simulato, militarmente tutelato da una manciata di manifestanti organizzati, non può assolutamente soddisfare i migliaia di furiosi presenti a Genova e i primi a rendersene conto sono proprio gli sbirri, i quali non hanno più nessuna intenzione di andare avanti con la sceneggiata concordata con i rappresentanti. Gli ultimi ad accorgersene, in colpevole ritardo, è il gruppo di contatto delle Tute bianche che in via Tolemaide viene travolto da una spietata carica dei carabinieri che li costringe alla fuga.

I restanti 15 mila manifestanti, mozzati della loro testa, si alzano dalla poltrona del pubblico in cui erano stati costretti e ingaggiano una disperata battaglia nelle vie adiacenti, scontrandosi con un dispositivo poliziesco omicida che lancia blindati sulla folla, usa armi fuori ordinanza e infine, messa alle strette dalla tenacia dei manifestanti, spara, uccidendo Carlo Giuliani, 23 anni.

La reazione immediata, poi in parte ritrattata, di una buona parte della società civile, nonché dei referenti delle Tute Bianche, sarà quella di gridare agli “infiltrati” accordati con la polizia per rovinare la manifestazione e prendendo le distanze dai manifestanti come Carlo Giuliani, il quale «…non era una tuta bianca, bensì un punkabbestia, uno squatter, uno degli “utili idioti” contro i quali le tute bianche avevano cercato di mettere in guardia il movimento.» Come riportarono tutti i quotidiani il giorno dopo.

Dirà Oreste Scalzone, ex Autonomia Operaia:

«Come si fa a fare per settimane una “guerriglia mediatica” dicendo “Violeremo la zona rossa, sfonderemo”, usare simbologie ossessivamente militari, guerresche salvo poi precisare “naturalmente, tutto è metaforico, ludico, lasciateci fare, veniamo con le pistole ad acqua…” e poi, a quelli che a sfondare ci vanno con le pietre, oppure, altrettanto simbolicamente, sfondano vetrine di banche o fanno riots, andare a dire che come minimo sono dei rozzi, che non capiscono i sottintesi, non hanno humour, e hanno rovinato tutto?… Come si fa a dare dei teppisti e dei barbari a coloro che hanno lanciato pietre e sfasciato vetrine, e poi gestire tutti assieme la morte di Carlo Giuliani? Carlo chi era?»

Dopo le giornate di Genova si conclude il progetto delle Tute Bianche e rinasce, poco dopo, in quello della “Disobbedienza” il quale terminerà a sua volta nel 2004.

Una precisa area politica raccoglie le pratiche di questo progetto e le porta avanti immutate, rendendole la norma, o peggio l’abitudine, nelle piazze di tutta Italia.

«Solo una cieca ottusità può pensare di razionalizzare secondo criteri di moralità o utilità politica il gesto gratuito e passionale della distruzione, inibendo la sfrenatezza del piacere che è invece l’unica garanzia di autenticità e di senso di una rivolta.»2

Lo spettacolo

I due modi di vedere la lotta proposti negli episodi genovesi si basano sulla contrapposizione tra la “Spettacolarizzazione del rifiuto e il rifiuto della spettacolarizzazione”3 che trovano nelle “Commedie di Maggio” delle iconiche riproduzioni in miniatura.

-La spettacolarizzazione del rifiuto:

Il copione è più o meno sempre lo stesso: un gruppo di contatto, inventandosi una zona proibita da raggiungere, si lancia a peso morto sulla polizia per essere manganellato a favore di telecamera finché un Capo macho non si butta in mezzo insieme alla DIGOS e, tra urla scimmiesche e cenni di intesa, ognuno spinge indietro “i suoi”; una volta portata a casa la credibilità rivoluzionaria grazie agli scontri si conclude la pantomima sui giornali, romanzando la giornata e lamentandosi delle sorprendenti violenze della polizia e della sospensione dello Stato di diritto.

Il passo successivo e tutto contemporaneo è poi l’ossessiva esaltazione estetica delle immagini degli scontri, accompagnate da musiche di sottofondo e slogan ricondivise sui social, per il giubilo della polizia, proprio dalle stesse persone che vi hanno partecipato.

È tragicomico fermarsi un attimo a pensare che tutto questo, senza una telecamera a riprendere la scena, sarebbe completamente inutile (più di quanto già lo sia); ciò che succede in piazza, le persone presenti o l’obiettivo dichiarato, non hanno nessun valore reale, il fine ultimo è unicamente quello di raccontare sé stessi, firmare la giornata e apparire sui social, in una spirale di autocompiacimento senza fine.

Intere comunità politiche fondano le loro battaglie sulla convinzione di poter utilizzare lo strumento mediatico a proprio vantaggio, venendo poi tragicamente recuperati e fagocitati dallo spettacolo stesso o quando il nemico contrattacca davvero.

Dietro questa convinzione ci sono da un lato consapevoli opportunistx elettorali, dall’altro c’è il tentativo di qualche illusx di incasellare il gesto della rivolta come una piccola parte di un grande puzzle che ci porterà tuttx, un giorno, tramite compromessi e confronti democratici, ad una poco chiara “presa del potere” e che finisce poi, nel migliore dei casi, ad essere l’accettazione di un capitalismo un po’ più democratico, un po’ più umano (che mai sarà).

Infine fa riflettere quanto questi scontri alla giornata siano prerogativa unica di persone bianche e privilegiate; per qualcunx invece lo scontro con la controparte non è solo la totalità di un programma ma la diretta conseguenza di una postura nel mondo, nella maggior parte dei casi nemmeno voluta ma obbligata dal fatto di appartenere ad una minoranza minacciata e oppressa.

– Il rifiuto della spettacolarizzazione:

Basterebbe citare, tra i tumulti più recenti, quelli per Alfredo Cospito o per Ramy, le rivolte contro il lockdown, le eccedenze durante i cortei per la Palestina, le passeggiate rumorose dopo i femminicidi o le rivolte dentro le carceri e i CPR, dove è importante anche notare che la polizia ha tutt’altro approccio all’ordine pubblico, molto più violento e senza compromessi.

Alcuni episodi però parlano più di mille giornate e vanno riportati:

Luglio 2017, due persone fanno sesso sul balcone mentre sotto le strade di Amburgo vengono date alle fiamme dalle proteste contro il G20.

Ottobre 2019, Santiago De Chile, sono le giornate dell’Insurrezione Cilena, intorno alla carcassa di un autobus incendiato delle persone si radunano per ballare al ritmo dei colpi sul metallo, qualcuno finge di guidarlo, qualcuno suona l’arpa.

Giugno 2020, una manifestante con la maglietta “Black Lives Matter” twerka verso la polizia durante le proteste dopo la morte di George Floyd.

Non serve comunque cercare esempi in momenti di sommossa generale né tantomeno uscire dai nostri confini per rendere ancora più chiara l’idea:

Una ragazza sale sul cofano di una Tesla e ci piscia sopra durante una passeggiata rumorosa, qualcunx riscopre la sua chitarra o la gamba di un manichino come clava contro la celere, qualcun altrx gioca ad “Un, due, tre, Stella!” o improvvisa un karaoke circondatx dalla celere.

Il filo che lega tra loro queste vicende è l’interruzione della normalità a favore di un capovolgimento del significato degli oggetti e dei luoghi.

Il fine di una rivolta, che sia il calcio in bocca ad un maschio violento o i tre giorni di un rave party, è la sospensione del tempo e l’apertura di squarci nel quotidiano dentro la quale sperimentare gioiosamente avventure di libertà reale e collettiva.

Chiunque abbia provato almeno una volta la sensazione di sovversione del quotidiano conosce la bellezza di riappropriarsi di una parte di ciò che ti viene sottratto ogni giorno ma soprattutto sa perfettamente che il gesto della rivolta non ha bisogno di nessuna legittimazione o argomentazione, è giusto perché è sempre un atto d’amore spontaneo verso sé stessi e gli altri.

Ciò che ci divide dalla possibilità di vivere un gesto rivoluzionario è la difficoltà di scorgerlo quando se ne presenta l’occasione, per il semplice fatto che l’atto rivoluzionario è per definizione qualcosa che nessuno conosce ma che va inventato da zero sul momento.

Agire, bucare questo Velo di Maya, questo muro invisibile che divide noi dall’azione, richiede di coltivare una tensione al pensiero rivoluzionario capace di generare un’intuizione, un’idea; che sia quella di infrangere una vetrina o comunicare un pensiero profondo ad una persona in un momento speciale, in entrambi i casi il peso enorme dei dubbi, delle paure e delle abitudini possono facilmente oscurare il rapidissimo lampo dell’intuizione o appesantirlo fino a spegnerlo.

È desolante che proprio chi cammina al nostro fianco ed è più intimo a questi pensieri, non dia spazio a tutto questo ma anzi si adoperi attivamente per gettare acqua sul fuoco. Lx “Compagnx” che hanno appreso la militanza come un mestiere, annegatx dentro le ideologie e le strutture verticali, per lx qualx il momento di esprimere i desideri non è mai adesso ma domani, nell’avvenire rivoluzionario che loro stanno costruendo per noi.

Si finisce dunque per avere piazze in cui, invece di trovare alleatx, trovi qualcunx che, in perfetto stile “Società dello spettacolo”, mette in scena i tuoi sentimenti al posto tuo, come nel mondo di tutti i giorni; tu rimani in disparte a guardare, a consumare il prodotto e se mai ti venisse in mente di voler anche tu indossare quel casco, armare la tua ira, allora devi prima scalare la gerarchia militante o quantomeno chiedere il permesso.

Domandiamoci perché le nostre piazze, anche le più rabbiose a seguito di tragici eventi, si siano ridotte a veri e propri concerti itineranti per la città, nelle mani di qualche microfonatx che ci traghetta nella miserabile esperienza di urlare la nostra rabbia a ritmo di musica e cori esplosivi, circondatx da un cordone di polizia che ci tutela dal mondo reale.

Alcuni collettivi, nati dal furore di rivendicazioni incandescenti, si sono ridotti ad un team di organizzatori di viaggi turistici delle ricorrenza di lotta, con le istanze politiche ridotte a badge di riconoscimento e finendo poi, a volte, ad abbassarsi al ruolo di guardie quando qualcunx ha l’ardore di arrabbiarsi davvero invece di godersi il ballo di gruppo.

Non c’è da stupirsi poi se, durante i momenti di sommossa questx “Grandi compagnx” restino a braccia conserte mentre bruciano le camionette della Gendarmerie a Saint Soline o sprofondino nel divano quando esplode la rabbia per un ragazzo ucciso dai carabinieri.

È proprio questo quello che dovrebbe spaventarci di più, la messa a nudo davanti alla realtà.

La prova concreta di non saper affrontare quello che hai scimmiottato per anni, e che ti porterà, inesorabilmente, a mancare il tuo appuntamento con l’Insurrezione, a non saperla riconoscere e soprattutto a non sapere come vivertela, perché ti sei dimeticatx pure cosa desideravi.

La lotta anticapitalista non si esaurisce nella giornata di mobilitazione, nell’appuntamento col nemico, ma nella diffusione di comportamenti sovversivi, nella condivisione di spazi di libertà illegale collettivi, dove mettersi alla prova davvero in prima persona, e dove, a volte, poter anche sbagliare ma con la dignità di aver compiuto qualcosa di tuo.

Questo può accadere solo tenendo accesa la tensione verso un agire sovversivo, capire cosa significa per noi, riconoscerlo nei gesti altrui e sceglierlo tutti i giorni, dandogli spazio vitale.

Imparare a prendersi cura di se stessx e di chi ci sta vicino, decostruirsi, boicottare la linea, perché “Il conflitto non avanza linearmente, per linee di classe o soggetti affinitari, bensì si diffonde per risonanza, per cerchi di intensità, attraverso la polarizzazione dei vissuti comuni.”4

«Ai contestatori dell’Impero che insegnano alle persone a lottare per farsi concedere dei “diritti”, i nemici del totalitarismo capitalista ribattono che non ci sono diritti da elemosinare, ma la totalità della vita da conquistare. Ai primi che organizzano scontri e conflitti simbolici funzionali al mercato della rappresentazione politica, i secondi controbattono la necessità di rivolte autentiche e spontanee capaci di creare momenti di libertà immediati, effimere schegge spazio-temporali sottratte all’oppressione del dominio totalitario capitalista.» 5

Vivere nella verità

L’utilizzo del conflitto simulato, con tutte le sue aberrazioni al seguito, è figlio di un’epoca dove saper vendere la rappresentazione spettacolare di sé stessx è la chiave del successo.

La porta d’emergenza per uscire da questo teatro è quella di riconquistare una forza estetica molto più attraente, quella della verità.

Mentire su ciò che succede in piazza, esagerare nei comunicati trionfalistici tutti uguali, decuplicare i numeri delle manifestazioni, ripetere come mantra slogan fiammeggianti in piazze finte e costruite; chi pensate di prendere in giro?

A rimanere imbrigliatx in questa rete di bugie sono lx numerosx poser, opportunistx e abusers, animatorx di quelle relazioni sociali neutralizzanti che intossicano gli spazi di movimento.

A non cadere nella trappola sono invece lx migliaia di possibili giovani ribelli che a ogni spazio non concesso, ad ogni bugia, abbandonano schifatx e delusx la lotta collettiva per chiudersi nell’individualismo ed egoismo capitalista.

Invece di sacrificare energie nelle autonarrazioni teatrali è urgente tornare ad agire azione diretta, tornare a rendere le strade cornici di rivolte autentiche, capaci di attrarre almeno una parte di quella tensione che, costretta nel sottosuolo, trema sempre più forte e irrequieta. Sarà stupefacente riscoprire la potenza sovversiva del dilagare della rabbia di moltitudini furiose, per ora ancora sonnecchianti e represse.

Con la definitiva approvazione del dl Sicurezza, sotto il cielo più nero degli ultimi ottant’anni, è ora di riscoprire la nostra più feroce voglia di vivere e stare insieme, stringendosi a chi, all’ombra dello show, alleva il dubbio, si prende cura della verità e, in silenzio, affila il coltello.

Il più grande pensiero di solidarietà e affetto a Maja e Paolo in sciopero della fame per le brutali condizioni di vita nelle carceri, contro tutte le galere.

GIUGNO 2025
Teppistx, incivili, guastafeste


1 https://www.romatoday.it/politica/intervista-luca-blasi-scontri-no-decreto-sicurezza.html

2 Detour – la canaglia a Genova: https://www.rivoluzioneanarchica.it/detour-la-canaglia-a-genova-2/#/

3 Detour – la canaglia a Genova: https://www.rivoluzioneanarchica.it/detour-la-canaglia-a-genova-2/#/

4 Guy Debord. La società dello spettacolo. Parigi, 1967

5 Marcello Tarì, Il Ghiaccio era sottile – per una storia della Autonomia, Derive e Approdi, 2012, Roma