
Diffondiamo:
“Eppure io ho visto compagne ritrovarsi ad essere, per l’esterno, il punto di riferimento di un compagno prigioniero solo perché quando era libero ogni tanto ci scopava. Eppure quando andavo a trovare un compagno in galera non mi si chiedeva più come stavo io, ma solo come stava lui. Eppure un amico diceva che il 90% delle lettere che riceveva erano inviategli da compagne. Eppure ho visto una compagna senza casa né lavatrice dover fare il bucato di lenzuola di un compagno prigioniero per mesi. Eppure più di un’amica dice che quando il suo ex-compagno con cui aveva avuto una relazione tossica e con cui aveva fortunatamente rotto i ponti era stato arrestato, aveva avuto un irrefrenabile rigurgito d’amore. Eppure ho visto compagni prigionieri esigere castità dalla morosa libera attraverso ricatti emotivi. Eppure sono stata l’ossigeno di un compagno che quando è uscito, è sparito senza dire ciao, figuriamoci grazie”.
Carte Forbici Sassi_Uccidi la crocerossina che è in te
E’ il terzo mese di galera, entro nel quarto. Qualcunx più navigatx di me mi scrive: “bastano pochi giorni per capire il carcere”. In effetti torti non ha, il carcere cristallizza alcune dinamiche, quelle repressive, quelle patriarcali, quelle razziste, cerca di annichilirti e lo fa anche coi tuoi affetti. Mi arriva una lettera di una compagna, sì dopo 3 mesi la percentuale di chi mi scrive resta 80% compagnx/e e 20% compagni, ma quello che mi scrive mi colpisce. Mi chiede: “una volta libero mi piacerebbe continuassimo a sentirci, di solito la corrispondenza con altri compagni non continua una volta liberi”. Questa frase mi colpisce dritto in faccia. Ripenso a questo pezzo di Carta, forbici e sassi, nel frattempo sono immerso nell’opuscolo di N. Vosper Riflessioni sull’impatto emotivo del carcere e della repressione. Provo a buttar giù quello che penso, a mettere a nudo quel che sento, che, ahimé, poco ho sentito esporci in quanto maschi/prigionieri.
Parto dal principio, qui la posta è vita, almeno per me lo è. Io a volte mi sento privilegiato, non solo in quanto detenuto che riceve posta (c’è qualcunx che qui non ha niente), ma anche in quanto persona che passa il suo tempo tra fogli, francobolli, penne, opuscoli, libri, lettere d’amore e d’anarchia. Fuori vivevo in una linea di mezzo, tra lavoro e compagnx. Qui, anche se non lx vedo, sento tantx, ed è bellissimo! Conservo tutte le lettere, rispondo a tuttx, con alcunx si creano bei legami, si fanno bei discorsi, ci si conosce, ci si riconosce, si gioca, si fanno disegnini, ci si immagina altrove, felici, senza gabbie, senza sbarre. Se ‘sta galera pesa meno è grazie a questa cura, a questo affetto.
“Se finisci in carcere, o supporti qualcunx che ci è finito, senza dubbio uscirai influenzatx e cambiatx da questa esperienza” N. Vosper, Riflessioni sull’impatto emotivo del carcere e della repressione.
Io qui, tra queste righe, non voglio spaventare nessunx all’idea di finire tra le sbarre, e non mi sento nemmeno di dire “è una passeggiata”. In questo paese, e credo anche altrove, ogni carcere è diverso, ed in genere è lo specchio del territorio, della repressione e del controllo che su esso vige. Con questo, è da tenere conto che non c’avrai a che fare solo tu. Chi si prenderà cura di te entrerà, seppur in parte, nelle dinamiche della prigione che ti fai. Basta poco affinché un colloquio diventi carico di tensione, in un’ora a settimana ti porti tutto quello che hai vissuto dentro una cella o in sezione, in 20 minuti (hai due chiamate alla settimana da 10 minuti) provi a coltivare il rapporto, a parlare del processo, chiedere quel che manca a te o ad altrx. E’ chiaro l’intento, isolarti ancora di più. Ma questo non succede solo a te. Fuori spesso, almeno finora la mia esperienza è questa, è una persona a farti da ponte, e su di lei grava tantissimo, troppo. E questo accade perché, almeno a mio avviso, non ci si divide il carico di cura. E’ raro vedere a colloquio un detenutx socializzatx come uomo fare colloqui con un altro uomo, c’è quasi sempre una figura femminile dall’altra parte.
La mia non è solo una presa di coscienza, è un invito a provare a non replicare la dinamica, ben spiegata nel libro di cui la citazione all’inizio, combattente/crocerossina. Provare a scardinare la prassi che vede il compagno parlare in assemblea o in piazza mentre la compagna fa la fila al colloquio, lava i vestiti, porta il pacco, si accolla gli sbatti. Questa viene riprodotta sia che tu venga arrestatx da solx, sia che tu abbia coimputatx.
“Quello che immagino di voler dire con ciò è: continuate a esprimere voi stessx, continuate ad amare se vi fate male, sì, farà male, e sì, in prigione farà male mille volte di più, ma il solo modo di rimarginare le ferite è attraverso le relazioni -con voi stessx, con i/le vostrx amici/he, con le persone -nuove e vecchie- che amate. Perché nel momento in cui smetti di sentire, smetti di amare e cominci a disumanizzare te stessx e gli/le altrx, allora hanno davvero vinto. Questa non è solo una guerra per i nostri obiettivi politici, è anche una guerra per i nostri cuori, e l’unica cosa che mi sento di dire è: continuiamo a farli battere.” N. Vosper, Riflessioni sull’impatto emotivo del carcere e della repressione.
Io a ciò voglio aggiungere solo qualche piccolo spunto. Il primo è che scardinare questa ed altre dinamiche non è semplice. Serve autocritica costante, essere dispostx alle volte anche a star male, accettarlo, capire da dove viene, chi lo vuole. Accettare e fare tesoro delle critiche che ricevi, anche se sei reclusx non sottrarti da ciò che scotta, far diventare discussioni orizzontali le problematiche, aprirsi, essere consapevoli che si sbaglia anche da qui. Quando vieni arrestatx, oltre alla repressione ti travolge una solidarietà incredibile. Viene da pensare, alle volte: “beh ho fatto bene, guarda quantx mi vogliono bene”. Ed è allora che sento il privilegio dell’anarchismo, ma quindi è un paracadute? Se poi realizzi che hai messo in gioco il privilegio della libertà, ma la cura e la solidarietà sono sproporzionate in base ai legami che avevi fuori, specie quelli legati alle persone che ti stanno accanto e che si “sbattono”, che ora sono solo quelle socializzate donne. Oh, ci sono esempi anche che scardinano ciò: un compagno accompagnava la “convivente” dellx prigionierx, ed aspettava fuori finché il colloquio non finiva. Si è aperto un dialogo su come combattere in ambienti machisti, come carcere, lavoro, scuola, spazi nostri, ed invito ancora “i maschietti” ad esporsi. Sarebbe bello una volta fuori da qui farne una raccolta. Scrivetemi se vi va, su questo e su altro, è un modo per alleggerire le compagnx/e e per rendere più orizzontale il confronto tra dentro/fuori. Il carcere non si smantella con la lotta “anarcospessa”, ci sono tanti modi per renderlo inefficace. E questa carcerazione, spero provi ad inventarne di nuovi. Qui ci si prova, e spero che quello che dice la compagna, che mi scrive dicendo che quando “siamo fuori” evaporiamo, non succeda in modo sistemico. Io vorrei provare a mantenere tante corrispondenze, vedere nuove e vecchie amicizie, far tesoro di quel che ricevo per alimentare il mio percorso di decostruzione in quanto maschio – ed aggiungerei bianco. La decostruzione è un percorso da iniziare con forza e da solx, poi avrai compagnx di viaggio con lx qualx discuterne, basta ascoltarlx, aprirsi. Fa male a volte, ma fa più male non farlo, trovarsi in un ambiente machista e patriarcale come il carcere e farsi inglobare, riprodurne le dinamiche, o isolarsi pur di non esporsi. Se due ceffoni servono ad aiutare liberazioni, ben vengano, pronti a riceverli.
“Eppure avevo 20 anni ed era molto emozionante ricevere una sua lettera, quel modo di comunicazione così antico, lento, fuori dal tempo, che mi spianava facilmente la strada all’introspezione e al romanticismo, avevo 20 anni e mi sembrava fichissimo flirtare via lettera con il compagnone grande che stava al gabbio… chissà se lui era così scemo da trovare fichissimo filtrare con la ventenne, oppure era solo un uomo medio qualsiasi, ma anarchico. Non cadete nelle mie provocazioni, sto semplicemente dicendo che più il supporto pratico/quotidiano a chi sta al gabbio sarà orizzontale tra tuttx lx compagnx, più avremo possibilità di spezzare i ruoli di genere patriarcali”.
Carte Forbici Sassi_Uccidi la crocerossina che è in te
Piccolo inciso, moltx che mi scrivono, anche i miei affetti più prossimi, hanno detto “è la prima volta che scrivo in carcere”. Eppure si sono buttatx in questa pratica. Io amo scrivere, aiuta ad andare altrove, ho notato che ci si riesce a dire molto su un foglio, a volte anche cose che a voce non si riesce. Ho notato, invece, che chi ha già avuto amicx prigionierx non lo fa, o non l’ha fatto. Maschietti, buttatevi, apritevi, c’è un mondo da sovvertire, anche attraverso queste righe ne esiste un pezzo. Io qui, dalla cella, aspetto le vostre lettere.
Con amore e rabbia.
Freedom, hurriya, libertà.
Luigi Calogero Bertolani
C/o Casa circondariale
Piazza Lanza, 11
95123, Catania (CT)









