SALUTO AL CARCERE DI TARANTO

Diffondiamo:

“Un manicomio di pazzi” così, il SAPPE nel 2018 definiva il carcere di Taranto.
“Un vero e proprio manicomio con detenuti pazzi con licenza d’uccidere poiché tanto non pagheranno nulla”, così continuava nella sua orribile descrizione.
Questi “pazzi” secondo il sindacato sarebbero la causa dei continui disordini che si registrano nel carcere di Taranto, uno tra i carceri di grandi dimensioni più affollati d’Italia, con 940 detenut* su una capienza di 500, di cui 720 definitiv*, costrette a scontare lunghe pene in condizioni di disagio.

Dal 2018 ad oggi non è cambiato molto, neanche le scuse usate dalle istituzioni per giustificare le condizioni disumane delle galere. Una relazione del Procuratore Generale della Corte d’appello di Lecce evidenzia come il sovraffollamento non è il problema principale, ma lo sarebbero appunto i cosiddetti pazzi dal Sappe. L* detenut* affett* da disturbi psichiatrici sono 52 secondo il report e l* detenut* in affidamento al serd intramurale, poiché (ex)consumatori di sostanze, sono 258.
Dal report sappiamo anche che dal 1 luglio 2023 al 20 giugno 2024 non si sono verificati suicidi ma ci sono stati ben 27 tentati suicidi, 18 aggressioni ai secondini e 12 risse tra detenut* e qui sentiamo un’ altra lagna dal sindacato: “Per la capienza regolare della struttura (500 posti) servirebbero 349 guardie, il personale in servizio attivo per 940 detenut* invece raggiunge solo 311 e, ancora più importante, l’età media è di 46 anni… chiedetevi: perché nessun* vuole fare l* sbirr*?

Hanno distrutto un territorio, il bello che è rimasto stanno cercando di svenderlo come stanno provando a fare col fiume Tara, dove l’Acquedotto Pugliese vuole costruire un “impianto di dissalazione delle acque salmastre delle sorgenti del fiume Tara” vendendolo come un progetto che porterà acqua potabile a 385.000 persone, ma che sappiamo bene che porterà solo speculazione e distruzione.
Siamo tossic*, delinquent* e pazz* per colpa vostra, siamo malat* per colpa vostra: secondo un report scientifico del 2020 pubblicato su Nature nel 2024, I bambini di età compresa tra 6 e 11 anni identificati nei comuni di Taranto/Statte avevano una prevalenza statisticamente significativa più alta di bambin* affett* da autismo (ASD) rispetto ai bambin* di altri comuni.

I risultati osservati in questo studio sono indicativi dell’associazione tra la vicinanza residenziale alle strutture industriali che emettono inquinanti atmosferici (Ilva) e una maggiore prevalenza di ASD.
Speriamo ci saranno sempre meno sbirri per le vostre carceri e purtroppo, tra zone rosse e repressione in aumento, ci saranno sempre più pazz*, tossic* e delinquent* in quei posti, le vostre carceri crolleranno e noi speriamo di essere ancora lì fuori a supportare chi si rivolta e combatte per farle crollare.
Per questo, la sera del 28 marzo, un gruppo di solidali ha voluto portare un po’ di sana pazzia fuori dal carcere di Taranto, con cori,fuochi e un piccolo discorso si è sovvertita la monotonia e distanza che regna sovrana nei luoghi di detenzione.
Un’ immediata risposta è arrivata dall’interno con cori e battiture, abbiamo sentito la gratitudine dellx reclusx che ci hanno anche avvisatx dell’arrivo delle guardie data la loro posizione di maggiore visibilità. Il loro calore ci ha ricordato ancora una volta quanta potenza, vicinanza e complicità può esplodere con un gesto così piccolo come un saluto.

Solidarietà a l* compagn* fermate e denunciate a Taranto la notte tra il 12 e il 13 marzo.
Tutt* Liber*
Pazz*, tossic* e delinquent* a volte anarchic

MAPPE DELLA DETENZIONE, MILITARIZZAZIONE E REGIME DI FRONTIERA IN SICILIA

Diffondiamo da Sicilia No Border:

SICILIA: UNA COLONIA PENALE E MILITARE, AVAMPOSTO DELLA FORTEZZA EUROPA

In Sicilia, l’apparato tecno-militare-carcerario è parte centrale di un’espropriazione estrattivista di stampo coloniale che da più di un secolo impoverisce e mette costantemente in pericolo chi vi è natx o abita. Questa terra insulare, resa zona di frontiera anche dalla Fortezza Europa, è sempre più un luogo in cui continuare a impiantare l’industria più tossica (petrolchimici e affini), e la sua versione apparentemente green (distese di pannelli solari e pale eoliche), nonché tanti avamposti militari.
L’apparato tecno-militare-carcerario si legittima in Sicilia da un lato come una rara opportunità di lavoro, venendo fatto entrare tramite stage e interventi “educativi” nelle scuole pubbliche o nascondendosi come intervento umanitario (come nel caso dell’indotto lavorativo prodotto dalle cosiddette emergenze sbarchi) e, dall’altro, come veicolo di modernizzazione, anche attraverso una rappresentazione della “mafia” come presunto tratto culturale del popolo siciliano (e non un prodotto preciso dell’agire sinergico e complice di imprenditori e pubblici ufficiali, ovvero di capitalismo e stato nazionale).
La crescente criminalizzazione e detenzione di coloro che vengono considerati come “pericolosi” e portatori di “degrado” (sex worker, ambulanti, giovani delle periferie, ecc.) favorisce inoltre un’altra grande forma di sfruttamento di quest’isola: la sua turistificazione. Le speculazioni sui centri urbani (Palermo, Catania e Siracusa in primis), sulla costa (si pensi a Marzamemi, Taormina o Cefalù) e nei paesi in montagna e campagna (es. le Madonie, il siracusano), aumentano gli affitti e rendono impossibile continuare a vivere per abitanti sempre più impoveritx, espulsx, sfrattatx, incriminatx. In questo senso, l’eventuale costruzione del ponte sullo stretto si configura come un’ulteriore arma di questo attacco, poiché al di là dello sventramento della terra dato dai lavori, aumenterebbero i turisti, il traffico delle merci e anche l’operatività della NATO, che già sta usando la Sicilia per permettere il genocidio in Palestina e le altre guerre.

E’ per questo che militarizzazione, detenzione e confinamento vanno letti e combattuti assieme. Con questi presupposti, qui potete trovare una mappa sui luoghi della detenzione, del confinamento e della militarizzazione legata alla NATO e alla occupazione statunitense in Sicilia. Aprendola troverete  informazioni più specifiche ma, come indicazioni di base, sappiate che in:

  • nero sono indicate le case circondariali e di reclusione per maggiorenni,
  • arancione le strutture detentive per minori,
  • blu le REMS,
  • verde i CPR e i CPRI,
  • rosso gli hostpot,
  • rosa i Centri di prima accoglienza,
  • giallo la sede della polizia europea di frontiera FRONTEX,
  • viola le basi e gli avamposti logistici della NATO e dell’esercito statunitense.

Alcune di queste strutture (CPR/I, Hotspot, CPA) sono espressione diretta del razzismo coloniale del regime europeo di frontiera, ovvero volte al confinamento di persone perché migranti e povere. La criminalizzazione specifica di cui sono oggetto le persone migranti e non (abbastanza) bianche si rivela anche nelle carceri e negli istituti per minorenni: le persone migranti in prigione sono proporzionalmente molte di più (17% della popolazione detenuta, a fronte di un 10% rispetto a quella abitante in Italia).
Lo stato opera poi una differenza tra i cosiddetti detenuti normali e quelli considerati come più pericolosi, esposti a regimi di detenzione ancora più duri. La maggiore pericolosità sociale viene attribuita a chi si organizza con altrx (reati associativi) o a chi viene rappresentato come un “barbaro” “arretrato” (mafiosi, trafficanti, ecc.) autore di “reati” efferati. Questo nasconde la natura politica della criminalizzazione: non è giustizia, ma una vendetta dello stato la scelta di seppellire in carcere chi si ribella alle oppressioni sistemiche e alla violenza guerrafondaia e razzista in cui siamo immersx; punire chi  lavora per la mafia, rappresentandoli come demoni vuol dire celare che in Italia la mafia è un prodotto del capitalismo di stato; il cosiddetto traffico o favoreggiamento dell’immigrazione “clandestina” non esisterebbero se tuttx fossero liberx di muoversi e sostare.
In tutte queste galere, l’oppressione legata all’appartenenza di classe e di genere, nonché all’orientamento sessuale, si amplifica e impatta in maniera diversificata le condizioni di vita, i vissuti di violenza e abuso a cui si è espostx.
È necessario essere consapevoli di come lo stato, differenziando i trattamenti, tenta di creare divisioni, ma tutto il sistema penale va abbattuto, in qualsiasi forma questo si presenti e in qualsiasi modo tenti di legittimarsi.
Nel 2022, nelle carceri siciliane sono “state suicidate” dallo stato 11 persone (in totale 85 in Italia) e vi sono stati 5 tentativi di suicidio negli istituti penali per minorenni (12 in Italia). Nel 2023 sono state invece 8 le persone “suicidate” nell’isola. In altri termini, le carceri siciliane si distinguono anche per la violenza che vi viene esercitata e le molteplici forme di autodifesa che vengono dispiegate.
Nelle carceri e nei CPR si susseguono rivolte, scioperi della fame, tentativi di evasione, che ne compromettono il funzionamento. A chiunque è detenutx vanno dedicate le azioni e pensieri di chi si trova fuori.

 

NUOVA PUBBLICAZIONE: ALCUNI SCRITTI SU KAMINA LIBRE. IDENTITÀ IRRIDUCIBILI DI UNA LOTTA ANTICARCERARIA

Diffondiamo

È uscito il libro “Alcuni scritti su Kamina Libre, identità irriducibili di una lotta anticarceraria”. Il libro, nato dalla tesi di laurea del compagno prigioniero Francisco Solar e poi ampliato, racconta l’esperienza del collettivo di prigionieri Kamina Libre nato nel 1995 nel carcere di Santiago del Cile, che per anni ha portato avanti uno scontro permanente all’interno del Carcere di Alta Sicurezza (CAS) cileno fino ad ottenere il “ritorno in strada” di tutti i suoi membri. La prima presentazione è avvenuta all’interno della sedicesima Tatoo Circus benefit per prigionier* a El Paso (Torino). Nella discussione di sabato 15 l’esperienza di lotta del Kolektivo Kamina Libre tra gli anni Novanta e i Duemila nelle carceri cilene è stata messa a confronto con altre esperienze di lotta dei/delle detenuti/e, come la COPEL in Spagna negli anni Settanta, per riflettere da differenti prospettive sull’autorganizzazione dei/delle prigionieri/e e sul rapporto dentro-fuori dalle mura del carcere. Perché parlare di Kamina Libre oggi? Come espresso da Francisco nella sua prefazione al testo “l’esperienza di Kamina Libre ci mostra l’importanza di portare avanti un atteggiamento combattivo in carcere, di portare avanti in modo autonomo giornate di lotta al suo interno, così come di generare legami di complicità con ambienti solidali, sostenendo una pratica reale di attacco. Scrivere oggi di Kamina Libre significa parlare di scontro e autonomia”.

Dall’introduzione italiana:

Identità irriducibili. Contributo alla traduzione italiana

Oggi attraversiamo un momento cruciale della situazione giuridica del compagno Marcelo Villarroel Sepúlveda nelle carceri cilene, da qualche mese è iniziato un ricorso per cercare di annullare le condanne inflitte dalla giustizia militare durante il periodo di Pinochet che persistono sul compagno.

Marcelo fu arrestato per la prima volta nel novembre 1987, all’età di 14 anni, accusato di aver svolto attività di propaganda armata contro la dittatura all’interno di un liceo di Santiago e per la sua militanza nel MAPU-LAUTARO, un’organizzazione politico-militare marxista-leninista attiva contro la dittatura di Pinochet e nella successiva transizione democratica. Nel 1992 venne di nuovo arrestato dopo due anni di clandestinità nei quali fu ricercato sempre per la sua militanza nel MAPU-LAUTARO, che intanto, dopo la fine della dittatura di Pinochet nel 1990, aveva deciso di continuare la lotta armata “contro il riposizionamento capitalista mascherato da democrazia”. L’operazione antiterrorismo coinvolse trenta agenti e culminò in uno scontro armato che procurò a Marcelo tre ferite di arma da fuoco. Nel 1994 fu inaugurato in Cile il regime di alta sicurezza nel quale Marcelo fu trasferito insieme ad altri 33 prigionieri. In questo primo periodo di detenzione a partire dal 1995 prese parte al Kolektivo Kamina Libre. Successivamente è stato accusato di aver preso parte alla rapina al Banco Santander del settembre 2007 a Valparaíso e alla rapina al Banco Security dell’ottobre 2007 a Santiago, durante la quale l’agente Luis Moyano è morto in una sparatoria. Dopo un periodo di clandestinità, Marcelo fu arrestato il 15 marzo 2008 insieme a Freddy Fuentevilla a Neuquen, in Argentina. Furono poi estradati in Cile il 15 dicembre 2009. Il 2 luglio 2014 il tribunale cileno lo ha condannato a 14 anni di carcere per le due rapine, successivamente si sono poi aggiunte altre accuse, arrivando a un totale di 46 anni di carcere:

-Associazione terroristica: 10 anni e 1 giorno.
-Danneggiamento di un’auto della polizia con gravi lesioni ai carabinieri: 3 anni + 541 giorni.
-Coautore dell’omicidio qualificato come terrorista: 15 anni e 1 giorno.
-Furto con intimidazione, legge 18.314: 10 anni e 1 giorno.
-Attentato esplosivo contro l’ambasciata spagnola: 8 anni.

Lo Stato, i suoi meccanismi ideologici e il capitale tentano ancora una volta di seppellire le fila del movimento combattente, di fare calare il silenzio sui contenuti politici, le scelte di lotta e i decenni di tradizione rivoluzionaria. Compagni in ogni dove (Cile, Italia, Grecia, Spagna ecc…) hanno dedicato, oggi come ieri, la loro vita alla lotta contro l’oppressione per costruire un mondo di uguaglianza e libertà, assumendosi le responsabilità e compiendo scelte che hanno portato alla prigionia o alla morte, dando anima, corpo e pensiero alla causa rivoluzionaria. Tali scelte sono parte integrante di una continuità storica insurrezionale che mantiene viva nei nostri cuori e nelle menti la visione della rivoluzione sociale.

Esportare l’isolamento

Già da fine Ottocento le polizie europee stavano cercando un coordinamento per reprimere il movimento anarchico (le leggi antianarchiche approvate a partire dal 1890 in vari Stati europei e la sistematizzazione della pratica della schedatura politica prendendo a modello la polizia asburgica ne sono un esempio), oggi siamo davanti a una vera e propria globalizzazione della repressione e della controrivoluzione. In questo contesto di coordinamento repressivo tra Stati, l’Italia si sta ponendo come modello nella differenziazione carceraria e nell’isolamento dei prigionieri. Soltanto nell’ultimo anno le democrazie francese e cilena hanno avviato interlocuzioni con i professionisti dell’antimafia e dell’antiterrorismo italiani per esportare nei loro paesi, entrambi attraversati negli ultimi anni da un forte livello di conflittualità sociale, il modello del 41bis.

“Al mattino il Ministro Darmanin e la delegazione sono stati ricevuti alla casa circondariale di Roma Rebibbia dalla capo Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria facente funzioni, Lina Di Domenico, e guidati dal Direttore del Gom – Gruppo operativo mobile, hanno visitato la sezione destinata ai detenuti sottoposti al regime del 41bis. […] A seguire, hanno incontrato il Procuratore Nazionale antimafia, Giovanni Melillo, presso Palazzo Farnese, sede dell’ambasciata di Francia.”[1]

Secondo le dichiarazioni di Darmanin la prima struttura di alta sicurezza ispirata al modello italiano dovrebbe essere completata a fine luglio 2025, con almeno altre due a seguire negli anni successivi. Se in Francia il 41bis è tornato solo oggi un tema della discussione politica nazionale, giustificato anche in questo caso dalla lotta alle mafie e al narcotraffico[2], da oltre un anno nel nuovo Cile democratico di Boric è in corso un dibattito sull’opportunità di implementare il regime del 41-bis, nel contesto più ampio di una riforma della gendarmeria e del regime penitenziario. Per il procuratore nazionale cileno Angél Valencia “È importante guardare all’esperienza italiana, gli italiani hanno ottimizzato i loro sforzi per combattere la criminalità organizzata, hanno creato nuove carceri rispettando gli standard europei sui diritti umani”[3]. Nel settembre 2024 l’ambasciata d’Italia a Santiago ha organizzato un incontro per presentale alla Corte costituzionale cilena il modello del 41-bis e la sua storia[4], tenuto dal Professor Antonello Canzano dell’Università Roma Tre il quale ha sottolineato come la sua genesi si trovi in ben trent’anni di storia repressiva dello Stato italiano.

“Questo quadro non è il risultato di un singolo intervento, ma di una graduale evoluzione normativa nel corso di 30 anni, continuamente adattata in base alla sua efficacia”, ha affermato il professore durante la sua esposizione in Aula, al termine della quale si è generato un interessante dialogo in chiave comparata a cui hanno partecipato anche i ministri Miguel Ángel Fernández, Nancy Yáñez, Héctor Mery e Marcela Peredo. Ampia attenzione è stata dedicata al cosiddetto “modello italiano” di lotta al crimine organizzato, di cui parte integrante rappresenta il regime speciale di detenzione previsto dall’articolo 41bis dell’ordinamento penitenziario italiano, volto a neutralizzare la possibilità che gli autori di reati più gravi, soprattutto legati alla criminalità organizzata, possano condurre attività illecite dal carcere.”[5]

La visita di Canzano in Cile, lungi dall’essere un evento isolato è stata preceduta pochi mesi prima da quella del magistrato Giovanni Tartaglia Polcini, Consigliere del Ministero degli affari Esteri e vicedirettore del programma europeo EL PACCTO 2.0[6], il programma europeo di cooperazione con il Sud America per la lotta alla criminalità organizzata, non a caso con L’Italia come paese coordinatore. Degna di menzione è anche la nuova legge antiterrorismo cilena approvata a inizio febbraio 2025, più “moderna, efficace e democratica” che andrà ad ampliare il reato di associazione terroristica, permettendo la detenzione anche in assenza di reati specifici per chi all’occorrenza ne sarà considerato membro o anche solo “finanziatore” di un’associazione terroristica, andando a colpire in maniera più efficace anche la solidarietà fatta di benefit per i prigionieri.

L’inasprirsi delle tensioni internazionali, sociali e politiche dovute alla tendenza alla guerra e alle contraddizioni insite a questo sistema capitalista richiedono agli Stati un’azione sempre più preventiva, una contro-insurrezione in assenza di insurrezione, per garantire la tenuta del fronte interno in un periodo storico in cui il recupero delle lotte da parte dello Stato portato avanti tramite welfare e piccole concessioni non è ormai più sostenibile. Il carcere distilla “la quintessenza delle pratiche repressive legate alla ristrutturazione sociale e politica, in forme più palesemente autoritarie (quelle più asettiche dell’UE e quelle più becere dei sovranismi nazionali sono equivalenti da questo punto di vista, si vedano le politiche antimmigrazione e la propaganda di guerra in corso) in un occidente che ancora non si capacita di essere in piena crisi e cerca con una mano di arginare con manie securitarie le falle di una nave che affonda e con l’altra di arraffare quanto più possibile per riempirsi le tasche prima del naufragio.”[7] È in questo contesto che la guerra sul fronte interno si allarga e accelera il consolidamento di un diritto penale del nemico, con gli ultimi sviluppi repressivi come il DDL 1660 in Italia il quale prevede l’introduzione del reato di “terrorismo della parola”, fino ad ora non codificato ma comunque utilizzato nelle varie operazioni repressive contro la stampa anarchica come Sibilla e Scripta Scelera. Il DDL 1660 non si risparmia inasprimenti di pena anche sul fronte del carcere, aumentando le pene per rivolte e prevedendo un’aggravante per il reato di “istigazione a disobbedire alle leggi” se il fatto è commesso “all’interno di un istituto penitenziario o a mezzo di scritti o comunicazioni diretti a persone detenute”[8].

I regimi di alta sorveglianza e di isolamento diffusi nel mondo, con apice nel 41bis, puntano a rompere la solidarietà tra il dentro e il fuori del carcere e tra gli stessi prigionieri attraverso la differenziazione carceraria, anche per questo riteniamo che sia importante tornare a riflettere sulle esperienze di chi, come il Kolektivo Kamina Libre, sia sotto la dittatura, sia nel periodo di transizione alla democrazia, ha continuato a lottare sia all’esterno che all’interno del carcere contro l’oppressione e per una società radicalmente diversa, rompendo la divisione dentro/fuori per ottenere il ritorno in strada dei suoi membri, ma anche inserendosi, con le riflessioni sui prigionieri sociali, in un dibattito che in quegli anni sembrava schiacciato dall’opposizione prigionieri comuni versus prigionieri politici.

Marcelo Villarroel in strada!

Tuttx liberx!


Indice:

-Identità irriducibili
-Intervento di Claudio Lavazza per l’edizione in italiano
-Nota delle Ediciones Abandijas
-Come prologo
-Prologo II
-Introduzione
-Antecedenti generali
-Organizzazione ed espressione nel carcere di alta sicurezza
-L’uso del corpo come simbolo di espressione
-Conclusioni
-Allegati
La gabbia d’oro
Gli echi delle eliche
Pensando, pensando
La lotta dentro e al di fuori
Intervista a Kamina Libre
Detenuti sociali
-Alcuni poster e immagini
-Bibliografia
-Qualche domanda a Marcelo Villarroel
-Poche parole su Edizioni El Buen Trato
-Contributo di Marcelo Villarroel alle Edizioni El Buen Trato

Totale 210 pagine

Per contatti: presospolitico@anche.no

[1] https://ambparigi.esteri.it/it/news/dall_ambasciata/2025/02/italia-francia-nordio-incontra-lomologo-darmanin-3-febbraio/

[2] https://www.lefigaro.fr/actualite-france/gerald-darmanin-justifie-les-prisons-haute-securite-pour-les-narcotrafiquants-pour-affirmer-l-autorite-de-l-etat-20250203

[3] https://www.emol.com/noticias/Nacional/2024/04/22/1128642/carcel-italianas-modelo-chile-crimen.html

[4] https://ansabrasil.com.br/english/news/news_from_embassies/2024/09/06/italy-and-chile-united-in-the-fight-against-organised-crime_3ef7f9a4-9206-42ac-9a7b-3d89dad8b577.html

[5] https://ambsantiago.esteri.it/it/news/dall_ambasciata/2024/09/lambasciatrice-valeria-biagiotti-e-il-professor-antonello-canzano-in-visita-protocollare-al-tribunale-costituzionale/

[6] https://iila.org/it/al-via-la-seconda-fase-del-programma-el-paccto-di-lotta-alla-criminalita-organizzata-transnazionale-panama-11-13-marzo-2024/

[7] https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/02/03/anna-beniamino-fisiopatologia-del-mostro-carcerario-veleni-e-antidoti-ottobre-2024/

[8] Opuscolo “Lo Stato è guerra. Il Fronte interno della guerra. Diritto penale del nemico”

TRENTO: STECCO CONDANNATO A 3 ANNI E 6 MESI

Diffondiamo

Ieri [il 21 marzo] si è svolto, presso il tribunale di Trento, il processo di primo grado contro il nostro amico e compagno Stecco, accusato di aver favorito la latitanza dell’amico e compagno Juan e di aver contraffatto dei documenti di identità. Stecco è stato condannato – con rito abbreviato – a 3 anni e 6 mesi di carcere (una pena più alta di quella chiesta dallo stesso PM). Questa sentenza sembra decisamente un monito: chiunque aiuti fuggiaschi e latitanti, la pagherà cara. La condanna di ieri fa il paio con il dispiegamento davvero impressionante di uomini e mezzi che ha portato all’arresto dello stesso Stecco. Su quest’ultimo aspetto, per come emerge dai faldoni dell’operazione “Diana”, uscirà una sintesi di ciò che è utile che compagne e compagni sappiano dell’armamentario del nemico.

Fuori dal tribunale, si è svolto un presidio di solidarietà con Juan e Stecco, in particolare contro l’ennesima imposizione della videoconferenza.

Questo il volantino distribuito:

Un calcolo sbagliato

Questo è il tuo segreto, Butch. Continuano a sottovalutarti.

Pulp fiction

Oggi il nostro amico e compagno Stecco (in carcere a Sanremo) è a processo qui a Trento perché accusato di aver fabbricato dei documenti falsi per un altro nostro amico e compagno, Juan (in carcere a Terni), quando quest’ultimo era latitante. La cosa in sé non richiede grandi parole. Se Stecco ha fabbricato quei documenti, ha fatto bene, perché servivano ad evitare il carcere a un compagno ricercato. Sottrarsi alla polizia politica è una necessità che accompagna da sempre chi lotta per la libertà e per la giustizia sociale. La differenza è che oggi – con la fine dell’“asilo politico” su cui hanno potuto contare per decenni gli esuli e gli oppositori, e il drastico aumento delle forme di controllo tecnologico – è sempre più difficile riuscirci. Una volta introdotti, i dispositivi di sorveglianza possono colpire chiunque (come si è visto, su scala di massa, con il green pass), per cui è necessario non farsi abbindolare dai pretesti con cui vengono giustificati.

Oggi Stecco non sarà fisicamente in aula perché gli è stata imposta la videoconferenza. Quest’ultima, un tempo riservata ai detenuti in 41 bis e poi agli accusati di “terrorismo”, dal Covid in poi è stata estesa praticamente a tutti i prigionieri. In tal modo, il detenuto non può vedere facce amiche in tribunale, non può difendersi adeguatamente (il confronto con l’avvocato avviene solo per telefono) e può dire la sua solo se il giudice non decide di premere un pulsante e tagliare il collegamento audio e video. Nemmeno l’inquisizione era riuscita a far sparire il corpo e la voce degli accusati. Quello di risparmiare sulle spese di trasferimento dal carcere al tribunale è uno sfacciato pretesto: ci sono detenuti che vengono portati in altri carceri dotati dei collegamenti per la videoconferenza invece di essere portati direttamente nei tribunali della stessa regione. Se poi – questa è la tendenza – in futuro le sentenze verranno stabilite dagli algoritmi, le macchine giudicheranno degli umani che aspetteranno la loro sorte dietro gli schermi: un indubbio risparmio di tempo e di carta. Al totalitarismo non si arriva mai tutto d’un colpo, né è mai esistito un potere che affermi di perseguire dei fini apertamente malvagi. La guerra viene promossa in nome della “pace”; la repressione si chiama “sicurezza”; chi si ribella è un “terrorista”.

C’è però un aspetto con cui Stato, padroni e tecnocrati non hanno fatto i conti: la variante umana. Questa si esprime in mille modi: i corpi dei detenuti che si prendono lo spazio con le proteste e le rivolte; i disertori che si rifiutano di diventare carne da cannone; le disfattiste e i disfattisti che sabotano la macchina della guerra; i lavoratori e le lavoratrici che scioperano; il popolo palestinese che resiste. Il prigioniero palestinese Anan Yaeesh (in carcere insieme a Juan), accusato di “terrorismo” da uno Stato italiano complice del sistema genocida israeliano, ha scritto in una sua commovente dichiarazione di sentirsi privilegiato, lui chiuso in una cella, rispetto al suo popolo costretto a vivere tra le macerie, sotto le bombe, senza acqua né elettricità; un popolo imprigionato in un campo di concentramento high tech, ma che la strapotenza israeliana non riesce a domare.

Se i partigiani palestinesi sono “terroristi”, allora diventa motivo di orgoglio essere inquisiti per “terrorismo”, come la polizia politica e la Procura stanno facendo per l’ennesima volta contro anarchiche e anarchici trentini (tra cui Stecco e Juan).

Lo sbaglio dei potenti è pensare che lo spirito di rivolta e l’umano gesto di rifiuto possano essere previsti e impediti dalla smisurata potenza di calcolo delle loro macchine.

Libertà per Juan e Stecco

Basta videoconferenza, vogliamo vedere i nostri compagni in aula!

Con Gaza nel cuore, contro guerra e repressione

anarchiche e anarchici

IVREA/VALCHIUSELLA: SOLE E BALENO (1998 – 2025). LONTANI DALLE COMMEMORAZIONI, VICINI A CHI LOTTA OGGI

Diffondiamo

Sabato 29 marzo
ore 14.30 : Presidio solidale sotto le mura del carcere di Ivrea
ore 18.00 : Presentazione dell’opuscolo “Democrazie reali. Israele come laboratorio modello della nuova modernità per un Occidente sempre più in crisi” presso lo ZAC (Movicentro Ivrea, dietro la stazione fs)
ore 21.00 : Concerto Ecowar european/australian anarchopunk band

Domenica 30 marzo
ore 10.00 : ritrovo in piazza Brosso, camminata verso la Cavallaria. Pranzo al sacco.

Cassa Anti Repressione delle Alpi Occidentali

BOLOGNA: NÈ RECLUSI, NÈ TRASFERITI, TUTTX LIBERX. RESOCONTO DEL PRESIDIO AL CARCERE DELLA DOZZA.

Diffondiamo:

Sabato 15 marzo siamo tornatx sotto al carcere della Dozza per portare la nostra solidarietà ai detenuti, contro l’istituzione di un nuovo regime speciale per “giovani adulti problematici” (provenienti da istituti minorili) all’interno del carcere e i trasferimenti annunciati per quel giorno.

Grida, cori e battiture non si sono fatti attendere.

Da dentro ci è stato comunicato da più voci il decesso di un detenuto all’interno del carcere, in infermeria. La notizia l’abbiamo ritrovata sui giornali i giorni successivi, sulle cronache di regime si parla di una morte in cella, di una terapia con il metadone appena iniziata, di indagini in corso, autopsia. La persona aveva trentacinque anni, era dentro da qualche giorno. L’ennesimo omicidio di Stato.

Ci hanno raccontato del sovraffollamento, dell’isolamento, della mancanza di assistenza sanitaria, di persone anziane e disabili che non riescono a farsi nemmeno la doccia. Del cibo fetido, del sudicio nelle docce, dappertutto. Della mancanza di attività e corsi, della spesa inaccessibile che grava su riferimenti e famiglie, dello sfruttamento lavorativo all’interno e dei pagamenti che non arrivano, delle visite di garanti ed ispettori che non servono a niente. Alcuni detenuti, a fronte di alluvioni e terremoti, si chiedevano quale sarebbe stato il loro destino in caso di terremoto qui, nella consapevolezza di essere solo carne da macello.

Per qualche ora abbiamo comunicato con i reclusx oltre il muro, scambiato informazioni e rotto l’isolamento del carcere.

Un carcere che sta inaugurando un nuovo regime speciale per colpire nei minorili quei detenuti di età compresa tra i 18 e i 25 anni che creano problemi, identificati come non educativamente recuperabili. Di fatto chi non si allinea alle pratiche rieducative del carcere e si rivolta, se ha superato la maggiore età, potrà essere deportato in queste nuove sezioni. La prima qui a Bologna, ma sembra che altre città siano pronte a seguire l’esempio. Per inaugurare questo regime 70 reclusi della sezione “Alta sicurezza 3″ sono stati smistati e deportati in altre carceri, mentre intere sezioni in carcere hanno subito stravolgimenti.

Abbiamo raccontato le rivolte al Beccaria e al carcere minorile di Bari, avvenute proprio di recente. Abbiamo ricordato le rivolte che nel 2020 hanno infiammato le carceri di tutta Italia, i morti al Sant’Anna – il carcere di Modena – la strage di Stato. Abbiamo condiviso quanto il DDL sicurezza all’orizzonte intenda colpire chi lotta dentro ancora più duramente di prima, e allo stesso modo chi da fuori sostiene con la solidarietà. Abbiamo condiviso quanto avviene nelle strade, nei quartieri, i rastrellamenti polizieschi quotidiani sulla linea del colore, il razzismo di Stato. È stata rilanciata la solidarietà al popolo palestinese, ad Anan, detenuto da oltre un anno nelle carceri italiane, perché nessunx sarà liberx finché la Palestina non sarà libera. Abbiamo diffuso i riferimenti del Sindef – sindacato nazionale detenuti e famiglie – un progetto sindacale gestito dai reclusi in sviluppo nelle carceri italiane, e lasciato i riferimenti per scrivere a Mezz’ora d’aria, trasmissione sulle frequenze di Radio Città Fujiko a disposizione dei detenuti e delle detenute qui su Bologna.

La repressione non basterà a fermare la solidarietà

CONTRO IL 41 BIS, L’ALTA SICUREZZA E TUTTI I REGIMI SPECIALI
FUOCO ALLE GALERE

BARI: DI RIVOLTE, IPM, CPR…IN STRADA(?)

Riceviamo e diffondiamo:

Di rivolte in carcere, IPM, Cpr…in strada(?)

Domenica 9 la quiete della città di Bari è stata squarciata dal coraggio e dalla rabbia di alcuni detenuti del IPM “Fornelli” (Istituto penale per minorenni).

Come sempre i media hanno dato voce solo al sindacato dei controllori che, come dopo ogni rivolta o aggressione, non perde tempo per chiedere più repressione e controllo (come per il carcere di Taranto in cui episodi del genere sono all’ordine del giorno); condizioni più severe per l* rivoltos*, chiedendo l’applicazione del regime di sorveglianza particolare e di mettere in forze le procedure che consentono il trasferimento immediato in sezioni speciali lontane dal territorio d’origine per determinat* detenut*. Entrambe previste nell’ordinamento penitenziario.

Una rivolta ha rotto il silenzio di Bari, città pacificata e gentrificata, vetrina di una zona d’Italia sempre più interessata da investimenti statali ed esteri, capoluogo di una regione succube del turismo e dello sfruttamento del territorio; non a caso scelta come sede dell’ultimo G7.
La nostra è una zona dove i movimenti sociali sembrano dormire da tempo; ma anche se le rivolte non avvengono in strada e a primo impatto la pace regna sovrana, due Cpr, un Hotspot, tre CARA e migliaia di strutture per l’accoglienza, fanno della Puglia terra di frontiera… dove c’è frontiera non esiste pace.

E mentre leghist* e razzist* propagandano che il problema e’ esclusivamente chi cerca speranza nel nostro paese; con undici carceri, un IPM e centinaia di comunità penali per minori, la verità è che la Puglia è terra di reclusione, repressione e sofferenza per tutt* l* oppress*.

Si rivoltano nelle carceri, negli IPM, nei CARA e nei Cpr. E in strada? Quando accoglieremo l’urlo della rabbia collettiva?

Anche a Bari da poco hanno istituito le zone rosse, a Foggia ci sono da Febbraio e sono stati eseguiti già 5 ordini di allontanamento, il messaggio è chiaro, non ci vogliono nelle “loro” città.

Anarchic* in cerca di rivolta.

CATANIA: SALUTO AL CARCERE PIAZZA LANZA

In seguito all’assemblea contro ogni galera e frontiera un nutrito gruppo di solidali si è riunito fuori dal carcere per creare un ponte solidale con lx detenutx.

Il cuore ci porta sempre lì, a sostegno dellx reclusx, per portare vicinanza a chi sta dentro le gabbie volute dal potere. Il carcere di Piazza Lanza si staglia nel centro della città, imponente, nel pieno del traffico cittadino.

I cori hanno riecheggiato all’interno delle mura gelide del carcere, lx detenutx si sono affacciate, urlando insieme a noi, sventolando la fiammella degli accendini fuori dalle sbarre, facendo giochi di luce con la lampada della stanza: creando comunicazione si crea comunità.

Non smetteremo di volgere il nostro sguardo verso lx ultimx, non smetteremo di lottare contro una violenza sistemica di Stato che dentro le mura priva di libertà e dignità lx reclusx.

Nella speranza che le rivolte che hanno animato la Sicilia in questi mesi si moltiplichino:

Freedom, Hurrya, Libertà 🏴‍☠️

CATANIA: ASSEMBLEA PUBBLICA CONTRO OGNI GALERA E FRONTIERA

Diffondiamo

📍Catania 11 Marzo 2025 – Bastione degli Infetti h.17.00

🔴 Continuano le mobilitazioni contro il decreto sicurezza che si appresta ad essere approvato. A subirne maggiormente le conseguenze saranno lx detenutx e lx migranti.

⛓️‍💥 Per questo ci vediamo martedì al bastione degli Infetti h.17.00 per parlare del decreto e degli articoli che riguardano le detenzioni, resistenza passiva, reato di rivolta.

🗣️ Ne parliamo con compagnx della rete, presenteremo una mappa interattiva che ha come intento mappare i centri di detenzione, confinamento e basi militari in Sicilia e riapriremo un discorso sulla cassa anti-carceraria che è attiva a Palermo (vogliamo un mondo senza carceri)

🔴 Sarà occasione per riaprire anche un dibattito sul decreto Caivano che pende sul quartiere S.Cristoforo, luogo dell’assemblea, e delle zone rosse cercando di fare il punto sulla situazione

Sempre al fianco dellx ribelli
Con la Palestina nel cuore
No al decreto sicurezza
Tuttx liberx


Programma

-Aggiornamento dalla rete noddl sicurezza Catania su carcere e cpr

– Presentazione mappa centri di detenzione, confinamento e basi militari in Sicilia

– Cassa permanente per detenutx (Palermo)


Il ddl sicurezza che sta venendo discusso in senato mira a rendere ulteriormente invivibili le vite di chi si ritrova impoverit3, sfruttat3 e detenut3.

L’introduzione del reato di rivolta nelle carceri, oltre alla creazione di nuovi capi d’imputazione, renderà ancora più difficile rompere la parete del silenzio assordante che si sente aldilà delle mura. Proprio mentre dentro e attorno alle carceri stanno succedendo cose sempre più infami.
Quest’anno il DAP regionale ha emesso una nuova circolare che ha misure iper restrittive sui pacchi: quasi niente più cibo, niente più vestiti o coperte calde. Secondo loro, le persone detenute possono continuare a crepare di freddo e gli vengono tolti i cibi per cucinare dentro. Al Cavadonna di Siracusa, al Pagliarelli di Palermo, a Gazzi a Messina, in queste settimane ci sono state delle proteste e alcune hanno portato ad ottenere qualcosa. E ciò ci riempie il cuore.

Ma se il dal passa, anche le battiture e lo sciopero del carrello possono diventare occasione per prendersi altri anni di carcere: da 2 a 8 col nuovo reato di rivolta. Per chi governa, la risposta alla invivibilità dentro è quindi ulteriore detenzione. Oppure lavoro forzato.
Se vuoi provare a guadagnare qualche ora di distrazione dal
vuoto delle giornate e dal sovraffollamento, magari uscire, ti concedono, se ti sei dimostrato docile, di farti sfruttare. Non è cosa da poco quella in gioco, perché dentro ogni cosa può apparire buona quando si tratta di mantenersi in vita e non finire a sentire di doversi ammazzare. Le morti dentro le celle nel 2025 sono già 53, di cui 15 suicidi: non si fa fatica a dire che in Italia esiste la pena di morte. Il suicidio infatti è la principale causa dei decessi nelle carceri: “degli 810 decessi registrati nel quinquennio 2020-2024, 340 sono di persone che si sono tolte volontariamente la vita (il 42% del totale)”.

Il punto è che di fronte a questo stillicidio, quello che fa il Ministero della giustizia è ricattare i detenuti e ribadire che, ai più meritevoli, può essere caritatevolmente concessa la possibilità di una formazione professionale.
Si generano situazioni paradossali, come quella con WeBuild, la multinazionale che sta lavorando al raddoppio della linea ferroviaria a Messina, ovvero che sta sventrando la città e spargendo arsenico su chi ci abita. Situazione che per altro peggiorerà se i lavori del ponte, sempre ad opera di Webuild, inizieranno.

Lo stato italiano ha fatto una convenzione con Webuild che, mentre riceve decine di milioni di euro per avvelenare la nostra terra e le nostre vite, si è proposta di offrire le briciole di una formazione professionale a chi sta recluso. Lavoro non pagato, ancora più infame perché avviene sotto minaccia. Mentre i prezzi dei beni dentro aumentano, mentre i soldi per le attività più libere di formazione e socialità non ci sono. Poi c’è anche quanto sta per incombere su San Cristoforo. Assieme ad altri quartieri di grandi città italiane è diventato un obiettivo specifico del governo: secondo loro è un’area urbana piena di criminali che va bonificata. Il nuovo decreto Caivano sta dando quindi al comune di Catania milioni di euro. Chissà che intende farci oltre a portare altri poliziotti e rendere questo
quartiere militarizzato.

Alla luce di questo quadro disarmante crediamo sia necessario incontrarci per discutere tuttx assieme dei risvolti che avrà il ddl sui corpi delle reclus3 e l’approvazione del modello Caivano sul quartiere S.Cristoforo.
CI VEDIAMO MARTEDI’ 11 MARZO AL BASTIONE DEGLI INFETTI H.17.00

BOLOGNA: PRESIDIO AL CARCERE DELLA DOZZA [15/3/2025]

Diffondiamo aggiornamento:

Vista la situazione meteo il presidio sotto al carcere della Dozza previsto per sabato 15 marzo alle 15 è anticipato alle 10:30 del mattino.
Ci vediamo perciò sotto le sezioni maschili (Stradello sterrato – via del Gomito) alle 10:30!

Contro l’istituzione di un nuovo regime speciale per “giovani adulti problematici” (provenienti da istituti minorili) all’interno del carcere della Dozza.
Contro i trasferimenti annunciati per il 15 marzo.
Contro il 41 bis, l’alta sicurezza e tutti i regimi speciali.
Contro il DDL sicurezza e il razzismo di stato.

NE’ RECLUSI, NE’ TRASFERITI, TUTTX LIBERX


Di seguito un volantino diffuso sotto al carcere minorile del Pratello il 25 febbraio. Se in un primo momento i trasferimenti sembrava fossero previsti per quel giorno, nei giorni successivi sono stati annunciati per il 15 marzo -> IL CARCERE FA SCHIFO