FERRARA: RESOCONTO DEL PRESIDIO AL CARCERE DI VIA ARGINONE DI VENERDÌ 10 LUGLIO

Diffondiamo:

Venerdì 10 luglio si è tenuto a Ferrara un presidio sotto alle mura del carcere dove fino a giovedì 9 luglio era tenuto prigioniero il nostro compagno Nico, trasferito lì in AS2 a seguito degli arresti del 16 giugno.
Nonostante il rilascio di Nico insieme allx altrx compagnx per cui il riesame ha disposto la revoca delle misure cautelari, si è deciso comunque di portare la nostra solidarietà a tutte le persone detenute nel carcere di via Arginone.

Per un paio d’ore il presidio ha rotto l’isolamento con musica e interventi, scatenando una bella risposta da dentro. Abbiamo ripercorso i fatti del 16 giugno, ricordando i nostri compagni Tony e Pietro ancora in carcere con l’accusa di 270 quinquies-ter, “terrorismo della parola”, perché oggi anche solo immaginare di rivoltarlo questo mondo è qualcosa che lo stato non intende permettersi, così anche la detenzione di qualche opuscolo o video ritenuto “pericoloso”, basta a rinchiudere compagnx e nemici interni nelle patrie galere.

Siamo andati sotto al carcere di Ferrara, per dire che no, non ci annichiliscono.

È stata portata solidarietà a Ra’ed Dawoud, prigioniero palestinese nell’alta sicurezza ferrarese, arrestato lo scorso 27 dicembre con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale.
Vi sono stati interventi di solidarietà rivolti a tutte le persone che affrontano sulla propria pelle il razzismo di stato e l’oppressione carceraria, e che continuano a rivoltarsi da dentro, ma anche a chi resiste al di fuori delle mura di questa società carcere militarizzata in cui si consumano guerre, genocidi e devastazioni in nome del cosiddetto “ordine democratico dello Stato“.

Fa paura a chi detiene il monopolio della violenza pensare che si capisca che chi ha il potere non è intoccabile.

Lx prigionierx si sono fatti sentire con urla e fischi, e sebbene le loro parole non ci arrivassero chiare, ci è arrivata tutta la determinazione delle loro voci!

Ricordiamo il presidio al carcere di Ferrara sabato 18 luglio alle 18, al fianco di Dawoud e tuttx le prigionierx palestinesx

Con Pietro e Tony, con Alfredo. Con Bak e Luigi, con Dawoud

TUTTX LIBERX

SICILIA: PROIEZIONI DI “181 GIORNI CONTRO IL 41 BIS”

Diffondiamo:

Proiezioni di “181 giorni contro il 41 bis”, documentario che racconta la mobilitazione e le proteste in solidarietà con Alfredo Cospito, e il suo lungo sciopero della fame contro 41 bis ed ergastolo ostativo.

MESSINA
Sabato 11 luglio h.19
Piazza Casa Pia
Cena benefit, proiezione del documentario e dibattito

CATANIA
Domenica 12 luglio h.19
Parco Falcone
Hummus e birrette benefit inguaiatx
Chiacchiere su carcere e repressione

CHIUDERE IL 41 BIS 
LIBERX TUTTX

“DI CARCERE NON SI DEVE MORIRE, DI CARCERE NON SI DEVE VIVERE” – UNA RIFLESSIONE SUL CARCERE DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)

Diffondiamo una riflessione sul carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, nato come Ospedale Psichiatrico Giudiziario, noto per le lussuriose detenzioni concesse ai “grandi” di cosa nostra; oggi casa circondariale con un reparto dedicato alla “tutela della salute mentale”. Una piccola introduzione per descrivere l’origine e la trasformazione della struttura, seguita da alcune parole di Luigi dal carcere di Piazza Lanza, Catania. Qui il testo in pdf.

Il 14 febbraio del 1905 si stipulava il contratto tra l’Amministrazione Carceraria e il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto per l’acquisto di un terreno di 40.000 metri quadrati da servire per la costruzione del Manicomio Criminale. Questo sarebbe diventato, come è stato nel 1925, il primo manicomio giudiziario maschile ad aprire in Italia ed anche l’ultimo a chiudere, nella forma di Ospedale Psichiatrico Giudiziario, nel 2017. Da allora, a Barcellona Pozzo di Gotto si trova la casa circondariale “Vittorio Madia” , dal nome dello psichiatra, allievo di Lombroso, che è stato direttore della struttura fino al 1954. Questo il suo credo: “Studiare i detenuti per conoscerli. Conoscerli per governarli razionalmente. Governarli razionalmente per bonificarli. Bonificarli per utilizzarli”. Nuove sfumature della predazione coloniale, questa volta nei confronti di “pazzi criminali”. Entrare nelle menti etichettate come incivili e malate, “sanificarle” con tutti gli strumenti più infami che la psichiatria può offrire, per poi sfruttarne la messa a lavoro dei corpi.  

Ora la casa circondariale contiene, con le parole della ex direttrice, “una sezione di reclusione, un reparto articolazione per la Tutela della Salute Mentale maschile e femminile” -il più grande d’Italia-, “una Casa di Lavoro, nonché i soggetti sottoposti ad osservazione psichiatrica e i detenuti ai sensi dell’art. 148 cp”, ovvero lx condannatx che iniziano a presentare un’Infermità psichica durante l’esecuzione di una pena detentiva. 

Al primo piano della “Casa di lavoro”, si trova anche una “colonia agricola”. L’art. 215 del codice penale prevede tra le misure di sicurezza personali anche “l’assegnazione a una colonia agricola o ad una casa di lavoro” . Si tratta di un periodo detentivo ulteriore a quello già scontato, di minimo un anno, per coloro che vengono dichiaratx “delinquenti abituali, professionali, per tendenza” e nei confronti di cui viene dichiarata la pericolosità sociale. La ex direttrice si vantava dell’esistenza anche di una sala karaoke dentro l’OPG. Invece, eccole le colonie penali. E i manicomi. 

E la soluzione non sono certo le REMS; in Sicilia ce ne sono ben tre, una a Naso (Me) e due a Caltagirone (Ct), per un totale di 60 posti, che sono sopraggiunte dopo la chiusura degli OPG come strutture d’emergenza per chi ha crisi psichiche acute. D’altronde sappiamo quanto queste residenze fungono da ruspe scavatrici di ogni humus vitale di corpi svuotati a suon di “terapia” ed abbandono. 

Né sono una soluzione le messe a lavoro più “civilizzate”, spacciate per “consensuali”. Come quelle aperte dai vari accordi tra stato e imprese, tra cui gli sgravi fiscali per le aziende che assumono detenuti che sono stati introdotti dal Decreto sicurezza del 2025 -proprio quello contro cui han lottato alcunx compagnx che si trovano ora in detenzione cautelare-. O gli accordi tra Webuild -azienda del ponte e della papabile ricostruzione di Gaza in chiave residence trumpiano- e il Ministero di giustizia. 

Poi quali lezioni di civiltà e buone condotte possono venire da uno stato, che nella sua articolazione del DAP, riproduce le discriminazioni riportate nella lettera che segue? Quei requisiti- riportati (nelle parole di) da Luigi- non parlano di protezione, ma trasudano omofobia, binarismo di genere e fobia per la malattia mentale e per la dipendenza da sostanze. Uno stato che per le sue ragioni di sicurezza, ovvero le sue paure di tenuta dell’istituzione carceraria (perché l’incolumità dei detenutx, è chiaro che diventa un problema solo se è l’incolumità del carcere quella in questione), acuisce la violenza sessista e psicologica di chi reclude. E produce costantemente morte. Nel 2025, nel giro di sei mesi tre persone sono state suicidate a Barcellona Pozzo di Gotto. La prima persona a marzo. A maggio, un ragazzo tunisino di 24 anni si è impiccato in una cella di isolamento, nella quale era stato condotto solo da alcune ore. E ad agosto, una persona di quarantotto anni, nata in India, impiccatasi nelle docce. E poi Francesco, morto a marzo del 2026 nel carcere di Augusta, ma che era stato “tradotto” da quello di Barcellona Pozzo di Gotto due mesi prima. Lì il suo avvocato aveva presentato un’istanza urgente di scarcerazione per le condizioni di salute. Ma la valutazione sanitaria della casa circondariale aveva riportato che “non si evince, in ragione delle patologie psichiatriche, una condizione di incompatibilità con il regime carcerario”. 

“Quando entrai per la prima volta in una prigione, ero studente in medicina. Lottavo contro il fascismo e fui incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. Vi era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri. Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore di un manicomio e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione. Non vi era l’odore di merda, ma vi era un odore simbolico di merda. Mi trovai in una situazione analoga, una intenzione ferma di distruggere quella istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l’istituzione era completamente assurda, che serviva solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese” F. Basaglia 

Il carcere di Barcellona Pozzo di Gozzo annienta -ancora- lx reclusx

Di carcere non si deve morire, di carcere non si deve vivere. Imprimo queste parole su un foglio perché ho la fortuna, il privilegio, la grazia (a me concessa) di poterlo fare.

Mesi fa, unx compagnx mi scriveva preoccupatx. Mi diceva che qualcunx a lxi caro era stato “tradotto” dal carcere di P.za Lanza a quello di Barcellona Pozzo di Gotto, carcere famoso per le barbarie, perpetue, ai danni dellx reclusx. Negli anni questa struttura è stata il luogo dove “uomini di rispetto” e detenuti eccellenti hanno trascorso una discreta e protetta vacanza in attesa del proscioglimento giudiziario. Non a caso è famoso per essere stato il carcere di “don Liggio”.

Quello che segue è uno stralcio di ciò che succedeva lì negli anni 1970. Ma non c’è da stupirsi, e nemmeno da tirare un qualche respiro di sollievo pensando che di tempo ne è trascorso: questo succede ancora.

“XXX mi ha raccontato di essere stato legato al letto anche per mesi. Quando eri legato ti dovevi fare tutto addosso, non ti facevano certo andare al cesso […] A forza di pisciarti addosso ti incrostavi tutto. Come unica forma di igiene personale c’era il lavaggio che, una volta al giorno, ti faceva lo scopino. Passava con una scopa ed un secchio d’acqua, intingeva la scopa nel secchio d’acqua e te la passava addosso. Con l’acqua dello stesso secchio lavava tutti quelli legati. Gran parte del tempo lo passavi inebetito perché ti bombardavano di scopolamina o vari mix di farmaci […] Il più delle volte dovevi aggiungerci le iniziative autonome delle guardie che passavano il tempo a tormentarti. Tra i giochi preferiti c’era quello di spegnare sigarette sui legati e fargli bere acqua salata. (… E le) scommesse che guardie e detenuti di rispetto organizzavano. In cambio di qualche sigaretta, un po’ di caffè, cibo decente o la semplice doccia col sapone, venivano organizzati dei combattimenti tra detenuti. Divertenti risultavano quelli tra detenuti imbottiti di psicofarmaci. Il modo goffo e impacciato di muoversi, i riflessi non allenati e l’equilibrio precario dava al combattimento un tono di comicità particolarmente apprezzato. In ogni caso il sangue doveva scorrere. Il combattimento aveva fine quando uno dei due era realmente Ko”.

Questo quello che avveniva nelle carceri dove eran ristrettx detenutx che sono statx psichatrizzatx, ed ha valenza, almeno per contestualizzare, sapere chi viveva quelle carceri, e chi le vive adesso.

Allora tantx prigionierx politicx, specie in seguito a rivolte o ripetute evasioni, venivano tradottx nelle carceri psichiatriche. L’intento era chiaro come il sole: sedare, annientare ed annichilire dissidenti, ma anche detenutx -e questo, come quello, succede ancora- che agiscono autolesionismo. A questx bisogna aggiungere quei detenuti che invece miravano alla semi-infermità mentale, per lo più uomini rispettati che, così facendo, diventavano una minoranza privilegiata che, grazie alla connivenza, vivevano come in un albergo. E’ il caso di Luciano Liggio a Barcellona Pozzo di Gotto. Soldi, protezione, nessun trattamento sanitario, niente farmaci o manganelli. Nessuno li legava, nessuna camicia di forza, nessuna doccia ghiacciata, nessuna violenza da parte delle guardie.

Ad oggi, di questa parte di popolazione detenuta non ho contezza. Ma a Barcellona Pozzo di Gotto continuano a susseguirsi torture e annichilimento.

Racconto di A. che, con addosso già le sue problematiche che in carcere si erano acuite, da Piazza Lanza è stato tradotto al carcere di Barcellona Pozzo di Gotto. Ma qui, al comune, aveva trovato amicx che gli volevano bene, lo rispettavano ed aiutavano nella carcerazione. Poi, ad aprile viene tradotto. Il perché non si sa: non aveva fatto casini, liti, autolesionismo. Si immagina che di questo spostamento sia complice l’area psico-sanitaria, che il dottor psichiatra abbia deciso che A. non era più idoneo a stare qui. Dopo 2 mesi di tortura, ieri è tornato. Il suo avvocato ha lottato per farlo tornare qui. Viene da dire che l’ha salvato, ma di questo non si è certx. Ora A. non sta più fermo, ha un costante tremolio che prima non aveva. Non parla, non scherza, è pallido, smagrito. Con la voce roca racconta l’atrocità di vivere in quel carcere orrendo. Celle da tre persone, minuscole, senza luce. Non vi è possibilità di cucinare (hanno paura del fuoco i guardiani -il problema non è il fuoco, mai-). Lx reclusx non parlano tra di loro e non si socializza, tanto che A. non si ricorda i nomi dex concellinx e compagnx di sezione. Trema, è rallentato, come se il mondo corresse troppo veloce e lui avesse preso una di quelle sbornie che non passano mai, perché è stata voluta da chi ha scelto per lui.

Qualche settimana fa, giusto in bacheca, c’era un annuncio che cercava lavorantx da trasferire nella struttura di Barcellona. I requisiti, sempre gli stessi: pena non inferiore a due anni e non superiore ai cinque, non aver collezionato rapporti e, la precisazione finale, “non essere omosessuale o transex”. Perché queste persone non devono/possono lavorare. Spero che un giorno ci sia chiarezza da parte del DAP, che continua ad usare questa dicitura come se nulla fosse. La ricopio in forma integrale, perché è vomitevole.

“Si avrà cura di escludere le richieste dei detenuti tossicodipenti, in trattamento sanitario, nonché appartenenti a particolari tipologie (transex, omosessuali, ecc.) ed in genere tutti coloro che hanno problemi di incolumità e/o sono ristretti in sezioni c.d. protette”. E’ agghiacciante, come è agghiacciante che lx reclusx psichiatrizzatx non possano lavorare e, così, magari svagare, tenersi impegnatx, invece che -racconto di A.- passare 2/3 giorni a letto senza nemmeno mangiare.

Ma capisco che ricevere spiegazioni dal DAP non è una cosa semplice, anche perché, se così fosse, le domande sarebbero innumerevoli. E le considerazioni da trarne le stesse : delle galere, solo macerie.

Nell’ultimo mese ho notato un notevole cambiamento della popolazione detenuta. E tutto, a mio parere, grava sull’area sanitaria in combutta con la struttura. E’ entrato un ragazzo che non stava in piedi, tanta la droga che aveva in corpo. Un altro, con un‘infezione legata all’uso di sostanze, che ha avuto sfogo di sangue e pus infetto dalle ginocchia. Oltre che le innumerevoli persone che sono recluse, già considerate “inferme mentalmente”. Ed ancora un uomo andato in ospedale post-intervento per un tumore alla prostata, lo si vedeva in sezione col catetere. Ed in fine un settantatreenne con un cancro ai polmoni. Eppure, al primo ingresso, dovrebbe esserci una visita di idoneità. Ma talvolta viene fatta dopo giorni, altre volte salta del tutto. Talvolta è fatta da medici che sembrano bendati, che poi sanno rispondere “eh, il sovraffollamento!”, facendo finta di non esserne complici. Come appunto la somministrazione delle terapia: basta lamentarsi di non dormire bene la notte per vedersi somministrato lo xanax vita natural durante. E senza visita, senza esami, senza nessun controllo. E Massimo, detenuto morto a fine maggio, è l’apice di tutto questo. Di fronte a tutto questo, c’è spesso solidarietà tra reclusx. Qui molti gli vogliono bene, gli fanno fare due passi, due chiacchiere. Ma ovviamente noi non siamo qualificati come operatori sanitari, non abbiamo strumenti per gestire crisi d’astinenza, patologie create ad hoc. Qui dentro, qualcunx nel vedere come A. è tornato ha anche pianto. Io lo capisco, empatizzo, ed ascolto anche il concellino che mi dice “impazziremo anche noi qui dentro”. Già, perché su una cella da sei, siamo solo due a non aver “patologie psichiche” comprovate (?!). Insomma la situazione qui resta critica, col caldo poi si assiste ad un surriscaldamento del clima all’interno dei cervelli. Tuttx sembrano più incazzatx, rissosx, arrabbiatx. Ed io ho paura, perché sanno fare bene il lavoro i guardiani.

Sanno annichilirti, annientarti ed anche portarti alla morte – vedi Massimo- nel silenzio più totale ed assordante, riuscendo a dire: “non è colpa nostra, abbiamo fatto il possibile”. Io sogno l’impossibile invece, tendo le mani verso la solidarietà, verso l’amore, affinché di una prigione non restino che macerie.

Concludo con le parole di chi mi somiglia, di chi s’è salvato. B. rapinatore anni ’70: “non è che fossimo più furbi di questi, la nostra fortuna era quella di non sentirci mai isolati. Potevano mandarti dove volevano, ma non riuscivano a farti diventare un sepolto vivo. Un esempio, da non sottovalutare, è la posta. Io ricevevo sempre una lettera e una cartolina al giorno. C’era gente che non riceveva nemmeno un biglietto d’auguri di natale da dieci anni. Le guardie queste cose le vedono”.

Carx compagnx, quindi grazie per salvarmi la vita coi vostri pensieri. Un saluto a tuttx – complice e solidale con lx compagnx arrestatx a Roma-Valsusa-Forlì.

Eterna lucha y defiende la tierra – la tierra no se vende.

Carcere di Piazza Lanza, giugno 2026

Luigi Bertolani
c/c casa circondariale
Piazza  V. Lanza n.11
95123 Catania

 

BOLOGNA: RESOCONTO DEL PRESIDIO AL CARCERE DELLA DOZZA DI SABATO 4 LUGLIO

Diffondiamo:

Sabato 4 luglio siamo tornatx sotto al carcere della Dozza per rompere l’isolamento a cui sono costrette le persone recluse e ascoltare un po’ di musica assieme, cosa sempre apprezzata. Si sa che l’estate è un periodo sempre difficile per chi è dietro le sbarre, in particolar modo in questi giorni di caldo estremo abbiamo ritenuto ancora più importante non lasciare solx chi è reclusx.
Al nostro arrivo lx prigionierx si sono fattx subito sentire, è stata urlata a gran voce la mancanza di acqua, da settimane intere sezioni sono infatti senza, una situazione oltre al limite, considerate le temperature. È stata fatta presente la presenza di persone anziane e malate che non si possono lavare, sole. Tante richieste di supporto ma anche tanto odio contro le guardie schierate sul muro di cinta, le cui intimidazioni e minacce non sono servite nè a spegnere la rabbia delle persone reclusx per le condizioni inumane a cui sono sottopostx, nè a impedire la comunicazione dentro-fuori.
Abbiamo portato tutta la nostra solidarietà a chi affronta sulla propria pelle il razzismo di stato e questa società autoritaria, classista e patriarcale. Una violenza che si manifesta nelle strade, alle frontiere, nelle armi prodotte qui, nella distruzione dei territori che abitiamo. In un momento in cui è evidente come gli eventi climatici estremi che stiamo subendo sono la diretta conseguenza di questo sistema che si nutre di sfruttamento e devastazione, abbiamo ricordato lx nostrx compagnx in carcere e ai domiciliari accusatx di voler sovvertire questo mondo, urlando forte e chiaro che, se anche cercano di spezzare la solidarietà e le lotte a colpi di DDL sicurezza e operazioni repressive, ciò che otterranno sarà soltanto che a sostenere le lotte e la solidarietà saremo sempre di più.

Tutta la nostra solidarietà alle persone recluse da settimane senza acqua e a chi subisce la violenza del carcere.

Con Mic, Ste, Nico, Arnau, Toni, Bibi, Pietro, Giulia, Luna. Con Alfredo. Con Bak e Luigi, e tuttx lx prigionierx

1000+3 COLPI PER BAK E LX DETENUTX DEL CARCERE DI BRINDISI

Diffondiamo:

Oggi (1 luglio) una scatenata dozzina di compagnx ha portato la sua solidarietà sotto le mura del carcere di Brindisi, con un saluto MOLTO RUMOROSO per Bak e lx altrx detenutx.

Il nostro amico e compagno, coinvolto nell’operazione Ipogeo, attende, dopo il rinvio del 16 giugno, la sua prossima udienza per il 14 luglio. Tra le accuse, devastazione e saccheggio.

Non smetteremo di supportarlo e non smetteremo di farci sentire.

BAK E LUIGI LIBERI! TUTTX LIBERX!
CHI DEVASTA È LO STATO!

Per scrivere a Bak:
Gabriele Maria Venturi
C/o Casa Circondariale
Via Appia 131, 72100 Brindisi

Per scrivere a Luigi:
Luigi Calogero Bertolani
C/o Casa Circondariale
Piazza Vincenzo Lanza 11,
95123 Catania

ALCUNE RIFLESSIONI, E UN APPELLO ALLA MOBILITAZIONE, IN SOLIDARIETÀ ALLX COMPAGNX ARRESTATX E INQUISITX NELL’OPERAZIONE DEL 16 GIUGNO

Diffondiamo:

Sono passati dieci giorni da quando, all’alba, in varie parti dello stivale, compagnx si svegliavano con i colpi degli sbirri alle porte ed alle barricate; dieci giorni da quando hanno sigillato col cemento il Bencivenga; dieci giorni in cui si è dormito poco, bestemmiato molto, pensato e riflettuto.
Abbiamo bisogno di trasformare l’universo di emozioni e sensazioni che abbiamo dentro attraverso le parole; abbiamo bisogno di ritrovarci nel calore della solidarietà, di un agire concreto che spezzi il dispositivo più atroce della repressione: l’isolamento.

Vogliamo altresì ambire a riflessioni ed analisi che siano all’altezza dei tempi davvero complessi e gravi che stiamo vivendo per provare a farne, invece, un momento propizio. Anche se con la fretta dell’ennesima ghigliottinata alle nostre relazioni di complicità, avvertiamo la priorità di far uscire qualche concetto che, a caldo, consideriamo cardine per la lettura di questa ennesima indagine antianarchica. Ci troviamo di fronte ad un copione che mescola vecchi e nuovi strumenti repressivi in un contesto connotato da profondi mutamenti sociali ma, esistendo tante e più approfondite analisi sul presente che viviamo oggi, vogliamo concentrarci non tanto sul tratteggiare il contesto-mondo nel quale viene calata dal dominio questa operazione, quanto più cosa questa operazione ci dice del mondo.

Gli ingredienti che vengono citati ripetutamente, al fine di persuadere un GIP a firmare la carcerazione dex nostrx compagnx, parlano del contesto di alcune lotte che si sono sviluppate, in italia, negli ultimi anni. E da qui cerchiamo di partire. Ci riferiamo principalmente alla lotta contro al 41bis che, in qualche forma, secondo chi scrive, ha trovato dei rapporti di continuità nelle mobilitazioni per la Palestina, sviluppatesi con forti connotati antiautoritari (nel primo caso squisitamente anarchici) e che, crediamo, sia importante rivendicare come un tassello del nostro presente di conflitto.

Di quei giorni e mesi di rabbia e azione non devono essere le carogne di tribunali, giornali o caserme a parlare per noi, ma quando lo fanno, citandoli esplicitamente come movente della repressione, ci sembra che sia fondamentale soffermarsi sul portato che ha avuto ed avrà, ciò che abbiamo messo, e che metteremo, in campo. Forse non c’è stato il tempo (o la voglia) di analizzare approfonditamente quello che si è giocato in quelle strade e in quelle piazze ma l’operazione repressiva del 16 giugno muove i suoi passi anche da lì e quindi ci pare sensato interrogarci sul perchè.

Il potere parte dalla necessità che lx anarchicx devono essere isolatx, mistificatx, sbattutx sui giornali quando lx si arresta, e poi ritornare nel dimenticatoio della storia. Così, in parte, lo stato riesce a gestire l’esistenza di un’idea-pratica che porterà alla sua distruzione ed estinzione della sua ragion d’essere: il dominio. Quando lx anarchicx invece non sono più alienx ma sono presenti nello spazio pubblico e i loro slogan sono sulle bocche di persone “insospettabili” o quando nelle manifestazioni di massa alcuni temi e pratiche dell’anarchismo si diffondono, ecco che lo stato decide di dare un segnale più forte di altri. La repressione non serve, infatti, solo a tentare di spezzare dei legami consolidati, fiaccare animi e corpi, diffondere allarme tra lx nemichx dell’ordine, ma anche a dissuadere potenziali complici da unirsi ax “cattivx maestrx”. La grandinata di denunce e arresti e misure preventive nei confronti di quellx che si definiscono attivistx è lì a testimoniare che, certo, questo governo è più zelante di altri nel reprimere fino al semplice dissenso, ma questa furia castigatrice ci dice anche che il leviatano deve colpire per mantenersi in vita, scagliandosi sempre più spesso e sempre più violentemente contro lx proprx oppositricx. È la logica stessa della guerra: prosegue solo se hai nemici sempre freschi da combattere e da dare in pasto alla parte di popolazione soggiogata dai rigurgiti patriottici.

Fortunatamente esistono ancora – e sempre esisteranno – minoranze agenti che non solo disertano l’arruolamento patriottico delle coscienze, ma cercano anche di sabotarlo. In questo senso leggiamo lo sgombero di un luogo storico del movimento anarchico, della controcultura, dell’opposizione alla vita metropolitana mercificata: ci tolgono gli spazi perchè è nell’attarversarli assieme (siano essi piazze, squat, cascine, montagne) che si creano legami e possibili cospirazioni. Ci tolgono i nostri luoghi anche per farla finita con la nostra storia, che così come la questione palestinese ci dice, è visceralmente connessa ai territori che abitiamo, in cui lottiamo.

In ogni contesto di guerra la compressione dello spazio pubblcio deve essere massima, figuriamoci sopportare l’esistenza di un’isola di alterità così sfacciata com’è sempre stato il Bencivenga.

E se di guerra si parla è perchè tutto nell’azione della repressione parla il linguaggio bellico: la prova muscolare d’irruzioni sbirresche coi passamontagna calati in faccia; l’apposizione, a mo di sfregio fascista, del tricolore sulla porta appena murata del Benci, che cosa sono se non una diapositiva della guerra che, a macchia di Leonardo è già in atto contro chi sceglie la via della ribellione o percorre, per moto centrifugo della storia, il grande esodo dell’esclusione dai privilegi?

E cosa è stata la celebrazione dei giochi di Milano-Cortina, contro i quali l’azione di sabotaggio dei treni di cui si parla nell’indagine si è scagliata come un fulmine, se non una gigantesca e multimilionaria parata di guerra? (che trova nell’ostentata presenza delle truppe ICE il suo apice)
Il fatto che lo stato, nelle sue stesse vene o arterie – le infrastruttre di trasporti e telecomunicazioni – possa essere ostacolato, indebolito, sabotato, rallentato, è intollerabile per un istituzione totalitaria che si identifica, al netto dei formalismi democratici-liberali, essenzialmente con la sua stessa tensione alla guerra, esterna come interna. Guerra non dichiarata che chiamiamo normalità.

Le armi che si dispiegano in questo stillicidio contro la ribellione e l’alterità, allo stato attuale dell’organizzazione sociale, non sono più rappresentate dal plotone d’esecuzione che si schiera d’innanzi allx condannatx, piuttosto un dedalo di sofisticati tranelli e tagliole che prendono il nome di leggi. Con questo non vogliamo dire che la legge sia uno strumento repressivo nuovo (è purtroppo vecchio quanto l’autorità) ma che assistiamo ad una forma di pan-penalizzazione e pan-normatività, nel contesto italiano, che ci attanaglia, e questa particolare forma di repressione causa tutta una serie di specifiche conseguenze in noi che la subiamo e vi resistiamo.

Inoltre l’arsenale dello stato italiano si è incredibilmente arricchito di nuovi strumenti repressivi negli ultimi anni (senza mai tralasciare di oliare struttre ben rodate e indispensabili come, appunto, il 41bis) e questo, si badi bene, non lo imputiamo alla natura fascista dei governanti attuali: mai come oggi ci permettiamo di dire che democrazia e fascismo sono esattamente due facce della stessa medaglia, intercambiabili e possibilmente coesistenti. Un articolo, tra gli altri, che questa indagine scaglia sul capo dex nostrx compagnx, e che ha giustificato l’arresto di due di loro (arresto che, a parità di condizioni, solo un anno fa non sarebbe avvenuto) che ci pare necessiti un’urgente presa in carico da parte nostra è il 270quinques terzo. Il così detto “terrorismo della parola”.

Se infatti sono anni, decenni, che ci confrontiamo con accuse legati ai reati associativi (270bis) il fatto di punire la semplice detenzione di materiale cartaceo o virtuale che possa essere considerato da lor signori come terrorista, apre la porte a scenari di arresti (in flagranza!) facilissimi per i nostri repressori. Il 270quinques terzo, a differenza del secondo (autoaddestramento) a detta dex legali, è estremamente ostico da smontare in sede processuale perchè non vi è la necessità da parte del PM di dimostrare alcuna intenzionalità nel “passare all’azione”: il semplice fatto di possedere uno scritto incriminato può condurci in galera. Questa legge sembra fatta proprio apposta per un movimento, come quello anarchico, dove gli scritti hanno sempre avuto grande e numeroso risalto sia nella crescita individuale, sia nella propaganda.

Queste le suggestioni che abbiamo ritenuto, dopo confronti tutti da approfondire, di condividere per tracciare un minimo comune terreno di azione e di discorso sul quale vogliamo chiamare la mobilitazione per la solidarietà a chi è statx arrestatx, perquisitx, inquisitx, imprigionatx in casa propria.

Sentiamo forte in questo momento la spinta a fare sì che la repressione non sia mai e poi mai vissuta come una questione privata (benchè si parli di un contesto che non è quello anarchico, il suicidio di due attivisti per la Palestina, a Torino, posti agli arresti domiciliari, ci dà un sanguinario polso della situazione) e vogliamo, in chiusura di questo testo, chiamare alla mobilitazione in solidarietà ax compagnx colpitx nell’operazione del 16 giugno. Proprio per uscire dall’angolo, proprio per riportare nella dimensione pubblica il fatto che c’è un mondo che si sta disfacendo e del quale possiamo accelerare la caduta, costruendo nel mentre quel sogno difficilissimo e irrinunciabile che è l’anarchia.

Nelle giornate dal 10 al 12 luglio, in vista del riesame, facciamo quindi sentire forte la solidarietà ax nostrx compagnx ostaggx dello stato: ognunx nei modi che riterrà opportuno, come sempre diciamo, per uscire dall’angolo della presa male e rilanciare la nostra voglia di ribaltare questo dannato presente. La libertà è possibile e tangibile, nella lotta per la liberazione.

Solidarietà e complicità con lx arrestatx, perquisitx, inquisitx del 16 giugno! Nico, Micol, Pietro, Giu, Luna, Bibi, Toni, Ste liberx subito!

Tuttx liberx, fuoco a tribunali e galere!

Alcunx compagnx solidalx

Di seguito diffondiamo gli estremi del conto sul quale versare benfit e contributi economici per l’operazione del 16 giugno: D’ORA IN AVANTI FATE RIFERIMENTO SOLO A QUESTO CONTO.

Giovanna di Romano
IT67E3608105138259570159586
Numero Carta PostePay
5333174809836489

Questi, al momento gli indirizzi disponibili dex compagnx: scriviamo loro, non facciamolx sentire solx nè isolatx

Andrea Toniolo (Toni):
C.C. di Rossano – Contrada ciminata.
87064 – Corigliano Rossano (CS)

Francesco Benedetti (Bibi):
C.C di Rossano – Contrada ciminata.
87064 – Corigliano Rossano (CS)

Micol Marino:
C.C. Rebibbia femminile – Via Bartolo Longo 92
00156 – Roma (RM)

Stefano Marri:
C.C. di Terni – Strada delle campore 32
05100 – Terni (TR)

Pietro Rosetti:
C.C di Terni – Strada delle Campore  32
05100 – Terni (TR)

Nico Aurigemma:
C.C. di Ferrara – Via arginone 327
44122 – Ferrara (FE)

Arnau Vallet Casadevall:
Regina Coeli
via della Lungara 29
00165 Roma

AGGIORNAMENTO SU PIETRO, TRASFERITO NEL CARCERE DI TERNI

Diffondiamo:

Aggiornamento su Pietro, arrestato nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso.

Pietro è stato trasferito martedì 23 dal carcere di Forlì nella sezione As2 di Terni, dove è recluso anche Juan che vi sta scontando una pena di 14 anni e 7 mesi per un’azione contro la sede della Lega Nord a Treviso più un cumulo di altri 8 anni per diverse lotte (nel circuito dell’Alta Sorveglianza di Terni si trova anche Mohammad Hannoun, arrestato a dicembre 2025 con altri sei attivisti palestinesi con l’accusa di presunti finanziamenti ad Hamas).
Gli avvocati di Pietro hanno ripresentato istanza per i colloqui e la prossima settimana andranno a fargli visita. Da quando è là non l’hanno sentito, perché la sua richiesta di colloquio telefonico con gli avvocati non è ancora arrivata. Hanno saputo però con certezza da un suo compagno di sezione che sta bene.

Famiglia e compagnx continuano ad inviare telegrammi e venerdì 26 anche quel pacco di emergenza con cose essenziali che non era stato accettato lunedì a Forlì.

Per chi volesse scrivergli o mandargli un telegramma il nuovo indirizzo è:
Pietro Rosetti presso Casa Circondariale di Terni, Strada delle Campore n. 32, 05100, Terni (TR).

***

Due parole sul carcere di Terni.

Fatta eccezione per le sezioni As, le sezioni comuni del carcere di Terni (Media Sorveglianza) sono largamente sovraffollate: il carcere “ospita” quasi 600 detenuti (con circa 150 detenuti psichiatrici) per una capienza regolamentare di 423 posti. Il 22 febbraio, pare proprio per il sovraffollamento eccessivo, c’è stata una rivolta nella sezione comuni ma le proteste per il sovraffollamento e le inadeguatezze del servizio medico sembrano abbastanza frequenti. Manca personale sanitario adeguato.

Recente é il caso di un detenuto che si è cucito la bocca dopo aver perso tutti i denti per un’infezione e non aver ricevuto adeguata assistenza e cibo liquido conforme alla sua situazione. Negligenze denunciate anche dal resistente palestinese Anan Yaeesh, lì rinchiuso prima di essere trasferito a Melfi, che nell’estate 2025 ha dovuto ricorrere ad un dentista esterno dopo gli intoppi burocratici e le inefficenze dei servizi interni (ricordiamo che Anan é stato condannato per la sua partecipazione alla resistenza palestinese a 5 anni e 6 mesi dalla Corte d’Assise dell’Aquila, ed é in attesa del processo di Appello).
Inoltre pare sia uno tra i carceri italiani con il maggior numero di suicidi.

ARRESTI DEL 16 GIUGNO, SOLIDARIETÀ DALLA ROMAGNA

Diffondiamo:

SULL’INDAGINE E RELATIVI ARRESTI DEL 16 GIUGNO.
Solidarietà dalla Romagna

…e sono tante, troppe, le mattine così, per tanti, troppi, individui che vengono gettati nel tritacarne del macabro e viscido teatro che lor signori chiamano Giustizia.
Un’ennesima mattina di sveglia con le guardie alla porta, con le loro pettorine da fiction TV, con le pistole alla cintola, i guantini, il puzzo di dopobarba e le facce di chi sta facendo bene il proprio sordido mestiere: applicare la legge.
Non sempre finisce con gli arresti, stavolta sì, e con uno spazio storico sgomberato, spazio che per tantx di noi era casa, per altrx punto di riferimento, scoglio anomalo nel mare di cemento e aperitivi della capitale: il Benci odia ancora!

I fatti, per ora, per quello che ci è dato sapere (visto che le indagini sono tutt’ora in corso) sono più o meno già ampiamente circolati sia in ambienti di movimento, sia nel web-mondo, perciò ci siamo chiestx cosa potevamo dire che ne valesse davvero la pena, in un momento del genere, un momento in cui nove sorelle e fratelli sono tra le grinfie dello stato, al caldo di queste sbarre infami?! (e se ci siamo attardatx tanto per esprimerci pubblicamente, sappiamo che capirete: sono state ore febbrili, di mille cose da pensare e da fare!)

Se le parole hanno un senso in momenti come questo – secondo noi – è di cercare di accostarsi alla pancia e al cuore, cercare di tradurre il magma di sensazioni che proviamo e che tutte non possono esprimersi a gesti: rabbia, rabbia, rabbia, fatica, stanchezza, amaro, impotenza, incredulità, ancora rabbia. Ma, dall’altro lato della barricata interiore dei nostri spiriti inquieti, anche contentezza nel vedere la forza che riusciamo ad esprimere nella solidarietà e la tenacia e la voglia di resistere un secondo in più degli oppressori che mirano a rubarci/intristirici la vita e l’orgoglio di avere compagnx così fortx e dolci allo stesso tempo, così splendidamente imperfettx e incamminatx, a testa alta, verso il nostro sogno comune: la libertà.

Questa è la parte migliore di noi e quando riusciamo a farla emergere, già tocchiamo con mano un pò del mondo che vorremmo, e la repressione – ragion di Stato assassina e vigliacca – ha se non altro questo merito, che ci spinge a tirarla fuori.

Dopo la convalida degli arresti di Toni e Pietro, dopo che anche a Giulia e Luna sono state applicate le misure cautelari (domiciliari con braccialetto elettronico) mentre aspettiamo di sapere dove spediranno tuttx lx nostrx compagnx, che dalle carceri attuali saranno trasferitx nelle sezioni di Alta Sicurezza, come compagnx della Cassa Antirepressione Capitano ACAB vogliamo mandare i nostri abbracci di cuore a tuttx lx arrestatx, perquisitx, inquisitx per questa ennesima operazione del 16 giugno e ci impegniamo a seguire tuttx lx compagnx prigionierx a partire dal nostro compagno, amico, fratello, Pietro, arrestato (come Toni) in ossequio alla logica che vuole che dopo che ste carogne promulgano una nuova legge, qualcunx debba cadervi preda (parliamo qui del 270quinques terzo) per far sorridere di soddisfazione gli aguzzini in giacca e cravatta. Ci pare interessante e importante far cirocolare il nome degli opuscoli che sono valsi la galera per Pietro, visto che hanno giustificato il suo arresto, si chiamano “Taglio e Cucito”, “L’informatore anarchico” e “Stop that train”.

In queste ore roventi (in tutti i sensi!!) ci stiamo dicendo di procedere per passaggi: al momento, in attesa del Riesame che ci auguriamo dissolva o per lo meno ridimensioni il fumoso/fuffoso impianto accusatorio, è seguire lx compagnx nei trasferimenti; è stare vicino agli affetti dellx arrestatx e inquisitx; raccimolare soldi per le molte spese che verranno; farci forza l’un l’altrx, coltivando un sano odio sempre col sorriso, che non ci consumi dentro ma che sappia esondare in faccia ai nostri nemici.
Come sempre diciamo e scriviamo, la miglior solidarietà è proseguir nelle lotte dex compagnx colpitx dalla repressione, e questo vogliamo tenerlo a mente.

Non si tratta di mitizzazione, di martirio per l’ideale, di eroismo o cose del genere, ma di una precisa scelta di campo che lx nostrx compagnx, e noi con loro, abbiamo fatto, da tempo: scegliere il lato scomodo del mondo, per trovare un punto d’appoggio dove far leva, e mandare questo putrido sistema sociale ed economico gambe all’aria.

Scegliere il sogno, l’amore, il conflitto, la solidarietà, l’immischiarsi, il fare la propria parte.
Scegliere, ogni giorno, di non voler essere complici dell’abominio capitalista-statale-patriarcale, ma sabotatorx della normalità, con il fiato sempre corto e il cuore che va a mille. Scegliere di essere vivx, per l’anarchia.

Micol, Ste, Nico, Pietro, Toni, Luna, Giu, Arnau, Bibbi liberx!
Tuttx Liberx!
Con Sara e Sandro nel cuore.

Cassa Antirepressione Capitano ACAB. 22 giugno 2026
capitanoacab@insiberia.net

SALUTO AL CARCERE DI ROSSANO CALABRO

Diffondiamo:

Questa sera, 29 giugno, un saluto rumoroso ha illuminato il cielo e rotto il silenzio intorno al carcere di Rossano Calabro. Una ventina di solidali si sono ritrovati sotto le mura per portare solidarietà e vicinanza a Bibi e Tony, rinchiusi in AS2 da qualche giorno a seguito dell’operazione repressiva del 16 giugno, a Nicola e a tutti gli altri detenuti.

Con tanta gioia abbiamo sentito le loro voci, ci hanno risposto e siamo riusciti a parlarci per qualche minuto. Stanno bene, sono in cella assieme, ringraziano tutte e tutti per il supporto e ci hanno gridato di continuare a lottare qui fuori. Ci hanno detto che stanno ricevendo i telegrammi, ma non ancora le lettere. Sono stati aggiornati dei trasferimenti degli altrx compagnx e dicono di mandare tanti telegrammi a tuttx.

Passati circa 15 minuti, la polizia penitenziaria e i carabinieri sono arrivati a fermare e identificare i solidali.

La AS2 si trova dalla parte del carcere opposta all’ingresso, verso il mare, sul lato costeggiato dalla ferrovia.

Sicuri di tornare presto sotto quelle mura, continuiamo a scrivergli e far sentire la nostra solidarietà!

TUTTI LIBERI TUTTE LIBERE!!!

Ricordiamo gli indirizzi :

Andrea Toniolo (Tony)
Francesco Benedetti (Bibi)
Csa Circondariale di Rossano
Contrada Ciminata Greco 1
87064 Corigliano Rossano (CS)

Micol Marino
C.C Rebibbia femminile, via Bartolo Longo 92, 00156 Roma

Nico Aurigemma
Casa circondariale – Costantino Satta
via Arginone, 327
44122 Ferrara

Arnau Vallet Casadevall
Regina Coeli, via della Lungara 29
00165 Roma

Stefano Marri
Pietro Rosetti
Casa Circondariale di Terni
Strada delle Campore 32

05100 Terni (TR)

BOLOGNA: PRESIDIO AL CARCERE DELLA DOZZA [4 LUGLIO]

Diffondiamo:

Con il caldo che arriva e il perenne sovraffollamento, le celle diventano posti ancor più insostenibili, e il Dap, come se non bastasse, vorrebbe togliere anche i frigo.

Per le strade si inasprisce la guerra a vecchi e nuovi nemici dello stato, repressi a suon di DDL sicurezza e pacchetti immigrazione volti a costruire il nemico interno, dissimulando la minaccia di una guerra esterna che torna ad essere l’unica prospettiva concreta per questo mortifero sistema di sfruttamento.

Ribadiamo la nostra solidarietà a tutte le persone recluse. Per rompere l’isolamento detentivo ora come nel 2020. Perché in cella non si muoia, ma neanche ci si viva.

Se vuoi portare un saluto o dedicare una canzone ci vediamo sabato 4 luglio alle 16 sotto al carcere, strada sterrata, via del Gomito.

Fuoco alle Galere.

Con Mic, Ste, Nico, Arnau, Toni, Bibi, Pietro, Giulia, Luna. Con Alfredo. Con Bak e Luigi, e tuttx le prigionierx