UN COMUNICATO DI BAK DAL CARCERE DI BRINDISI

Diffondiamo:

*”Dovete tenere presente che, sebbene voi siate dei giudici ed oggi sedete più in alto di me, molte volte i rivoluzionari, ed io stesso nel caso specifico, vi hanno giudicato, molto prima che voi giudicaste me. Noi ci troviamo in campi opposti, in campi ostili tra loro.*

*I rivoluzionari e la giustizia rivoluzionaria – poiché io non ritengo che questo tribunale rappresenta la giustizia, ma piuttosto la parola giustizia tra virgolette – molte volte giudicano spietatamente i loro nemici, quando hanno la possibilità di imporre la giustizia.*

*Comincerò da molti anni fa. Qui non c’è nessun mio crimine da giudicare. Al contrario, parleremo di crimini, ma non di crimini commessi da me. Parleremo dei crimini dello stato, dei suoi meccanismi, della giustizia e dei crimini della polizia…”*

*Estratto dalla dichiarazione di Nikos Marzitos di fronte alla giuria del tribunale penale di Atene durante un processo tenutosi tra il 5 e 7 luglio 1999, nel quale era accusato di detenzione di armi ed esplosivi e per un fallito attentato in solidarietà alla popolazione di Strimonikos in lotta contro un opera devastante proprio come il Ponte sullo Stretto.*

Qui: Nikos inizia ad elencare crimini e soprusi commessi da polizia, istituzioni e stato greco.

L’11 febbraio io e altrx due compagnx siamo statx giudicati dalla “giustizia” colpevoli per reati come “resistenza e aggressione” e “lesioni gravissime” a pubblico ufficiale, ma io so di essere giudicatx per aver provato a rispondere a un’imposizione della Polizia sul percorso del corteo: deviato tramite prescrizioni per proteggere la caserma dei Carabinieri Bonsignore del comando provinciale, considerata un punto sensibile da proteggere.

Per spiegare la necessità di proteggere una caserma con prescrizioni, schieramenti di celere e cariche potrei seguire l’esempio di Nikos ma la lista sarebbe lunga, a me e alla Questura basta nominare solo Ramy Elgaml un giovane ucciso dai carabinieri di Milano nel quartiere Corvetto la notte del 24 novembre 2025.

Il 1 Marzo, giorno del corteo, a nemmeno 4 mesi dall’omicidio di stato, in piazza ancora ricordavamo il suo nome e la polizia a protezione di quelle mura lo ricordavano ancora più forte.

Quella maledetta caserma è ancora li, come l’ombra del progetto del Ponte e i danni che ha già prodotto con espropri, acque inquinate e l’isola sventrata dai cantieri del raddoppio ferroviario, ma sui muri della città e sui corpi di qualche sbirro sono rimasti i segni dell’odio e della rabbia verso le forze dell’ordine, lo stato e le istituzioni, l’odio e la rabbia in memoria di Ramy e tutti gli omicidi di stati, in nome della terra sfruttata e deturpata e di tutti i corpi che lottano e resistono come in Palestina, che si rivoltano come in Iran o mettono in gioco i propri privilegi in piazza come a Torino il 31 gennaio. Per me questo vale più di ogni libertà.

*”Non ho nient’altro da dire. Aggiungo solo che non mi importa a che pena mi condannerete, perché che sarò condannato è cosa certa, io non mi pento di niente. Resterò quello che sono. Posso anche dire che il carcere è sempre una scuola per un rivoluzionario. Le sue idee e la resistenza della sua anima vengono messe alla prova. E se supera questa prova diviene più forte e si rafforzano le convinzioni per le quali è andato in galera. Non ho niente da aggiungere.”*

Sempre dalla dichiarazione di Nikos. In quel processo fu condannato a 15 anni di prigione, la sua bomba non è esplosa, non ha fatto danni o feriti, ma tanta paura agli oppressori.

L’unica cosa di cui mi pento è essermi fatto prendere.
Per Ramy, Abel e tutti gli omicidi di stato.
Siamo la natura che si vendica della vostra devastazione e del vostro
saccheggio.

Un abbraccio a tutti lx mix coimputati in questo processo e
dell’operazione Ipogeo
PALESTINA LIBERA
TUTTX LIBERX


NEXT STOP MODENA 2020. VIAGGIO TRA LE CARCERI

Diffondiamo:

Di recente è giunto alle stampe il libro di Claudio Cipriani sulle rivolte nelle carceri del 2020, in particolare quella di Modena, e sulla strage di Stato che in reazione ne seguì, nella quale morirono 14 persone detenute. Il libro ha iniziato il suo “viaggio” fuori, con le prime presentazioni a Napoli e a Udine. Di seguito il blog di riferimento della rete solidale che ha sostenuto l’iniziativa di Claudio, si potranno trovare le presentazioni in programma oltre che aggiornamenti, contributi e lettere dal carcere.

nextstopmodena2020.noblogs.org

PER NON DIMENTICARE I MORTI NELLA STRAGE DI STATO NELLE CARCERI DEL 2020, E PER CHI CONTINUA A LOTTARE DENTRO LE GALERE

“A PRISÃO CRIOU-NOS” – LETTERA DI UN COMPAGNO RECLUSO IN UN CENTRO DI DETENZIONE PER MIGRANTI IN PORTOGALLO

Diffondiamo da Vozes De Dentro:

Il nostro trauma è tangibile solo quando riusciamo a confrontarlo con quello dei nostri contemporanei. Quando siamo circondati dalla sofferenza, il nostro rapporto con essa muta e la nostra soglia del dolore si abbassa. La sottomissione all’autorità, ottenuta attraverso la paura, è sempre stata in prima linea in questa guerra spirituale, dove l’arma principale è la delega della volontà imposta dall’autorità.

La nostra unica difesa contro questa sfiducia trasformata in arma e questa campagna di paranoia è la certezza della sicurezza che solo noi stessi possiamo garantirci, una certezza ottenuta attraverso la coerenza consapevole, il sostegno tra pari e l’espressione ponderata, dove troviamo forza nell’autosufficienza e nella cura reciproca.

Quando la polizia ha sentito la parola “Africa” uscire dalla mia bocca, ho visto cambiare il loro linguaggio del corpo. Proprio come i cani di Pavlov quando sentono il suono del campanello, ho visto la loro saliva in senso figurato colare dalle loro bocche aperte. L’Europa è stata molto difficile. Ovunque mi girassi, venivo trattato come se il mio status di immigrato mi rendesse automaticamente incompetente; non solo dal sistema, ma anche da tutti coloro che hanno beneficiato di questa retorica, senza mai rendersi conto o riconoscere tali benefici al di là dell’occasionale “check di privilegio”.

Nonostante provassi affinità con chi vive una dissonanza sociopolitica all’interno del proprio paese, c’era sempre una barriera di comprensione, perché la mentalità dell’immigrato non vive questa dissonanza per scelta. La vive per l’isolamento sistemico dai mezzi per conquistare la propria autonomia.

Una cosa che mi ha dato un po’ di serenità nelle prime quarantotto ore dopo l’arresto, rinchiuso in quella cella di cemento per venti ore di fila, è stata una scritta sul muro:

La prigione non può spezzarci. La prigione ci ha formati.

Questo mi risuonava nella testa mentre capivo che il mio status irregolare in Europa negli ultimi due anni significava che trovare lavoro, casa, soldi, amici e una comunità era una lotta costante. So che tutti affrontano queste difficoltà in misura diversa, ma essere respinti da una casa o da un lavoro solo per una questione di passaporto, o essere isolati per mancanza di lingua o affinità nazionale, fa sì che, come immigrato, fossi già abbastanza limitato, costretto a cercare soluzioni più creative.

Il movimento Okupa è una porta verso la liberazione, poiché affronta direttamente gli aspetti materiali delle nostre lotte. I movimenti di occupazione in Europa, specialmente in Portogallo e Spagna, sono storicamente nati durante le crisi abitative come meccanismo di sopravvivenza per coloro che erano stati esclusi dai sistemi formali di accesso. Infine, poter dare un riparo a me stesso e agli altri significava sicurezza e mi permetteva di usare le mie conoscenze per colmare la presunta incompetenza che i miei documenti implicavano.

Ammiro l’Europa per due cose: la capacità di isolare le sue vittime e incolparle della loro lotta, e l’adesione a una facciata umanitaria. Usando queste due qualità, si può assumere forza nella comunità e impegno politico per legittimare cause umanitarie, purché si rimanga all’interno della narrativa eurocentrica che dipinge gli “eroi virtuosi” del mondo come separati dagli stessi poteri imperiali che hanno portato conquista, genocidio, schiavitù ed estrazione internazionale di risorse senza conseguenze.

La legge sulle occupazioni è l’ultima a subire forti restrizioni sul suolo imperialista, poiché è chiaro che, senza i mezzi per una vita dignitosa e una carriera, le persone migranti possono organizzarsi e provvedere autonomamente a tali necessità. Per sovvertire un sistema di welfare chiuso, possiamo assumere il controllo delle nostre vite attraverso i resti di una civiltà detta del primo mondo.

Nel centro di detenzione, le altre persone si accoglievano con calorosi abbracci, mentre tutti noi ci confrontavamo con storie complesse di migrazioni internazionali e assimilazione fallita. Esercitavamo identità nazionali uniche, legate da una comune mancanza di coerenza.

Un mio amico, H., era un architetto indiano che lavorava in Medio Oriente, che era venuto in Portogallo e lavorava per Glovo per mandare soldi alla moglie e alle figlie. Mentre gli adolescenti europei anticapitalisti si riprendevano dalle feste in nome della lotta contro il conformismo, H. consegnava loro McNuggets. Metteva da parte un quarto del suo stipendio per le tasse e quasi la metà per mandarlo in India, per dare una vita migliore alle sue figlie.

Un altro detenuto, B., dalla Nigeria, era arrivato un mese prima per lavorare in una fattoria, solo per pagare gli studi della figlia sedicenne. Ora entrambi erano rinchiusi in una cella per il “reato” di esistere senza i permessi giusti.

Quando il giudice ha giustificato la mia detenzione, ha detto che se un portoghese fosse arrivato senza documenti in Africa, il trattamento da parte delle autorità sarebbe stato molto peggiore. Questo non ha alcun fondamento storico. I portoghesi sono arrivati senza documenti in Africa e non sono stati arrestati, ma hanno conquistato terre, commesso un genocidio e istituzionalizzato la tratta degli schiavi.

L’ignoranza degli imperialisti non ha limiti, sempre definita da un’ambivalenza morale radicata nella preservazione dell’identità nazionale.

La più grande menzogna che ho visto nelle cerchie attiviste in Europa è l’idea che il fascismo stia solo “risorgendo”. Perché qualcosa possa risorgere, deve prima essere morto. Il fascismo non è mai scomparso. Si adatta, si rimodella, assume nuovi volti. Finché il popolo europeo crederà che il fascismo possa essere smantellato dalle istituzioni che lo sostengono, la rassegnazione sarà sempre l’unica strada consentita alla classe lavoratrice, mentre la dissidenza è inscenata da un’élite riluttante che si finge resistenza.

CATANIA: PRESIDIO SOLIDALE DAVANTI AL CARCERE DI PIAZZA LANZA

Diffondiamo:

Sabato 14 febbraio 2026 ore 14:00
Presidio solidale davanti al carcere di Piazza Lanza (CT) per portare vicinanza allx reclusx

“Appare evidente che stiamo vivendo in una società piena di carceri, di repressione, di controlli asfissianti che si addentrano fin nei comportamenti individuali e intimi. Il carcere è l’espressione più brutale e immediata del potere e, come il potere va distrutto, non può essere progressivamente abolito. Chi pensa di poterlo migliorare per poi distruggerlo ne rimane prigioniero per sempre.”

Tutte libere, tutti liberi

A PADOVA DUE MORTI IN 36 ORE, ECCO LA “NORMALE” AMMINISTRAZIONE CARCERARIA

Diffondiamo:

Pochi giorni fa, nel giro di 36 ore, due detenuti sono morti nel carcere Due Palazzi di Padova. Altri tre, in Italia, hanno fatto la stessa fine da inizio anno, suicidati da uno stato che rinchiude quelli che considera i suoi “scarti”, pile esaurite da buttare, gli indesiderati in una società che complice sceglie di dimenticarli dietro quattro mura, sputandoli fuori, il più lontano possibile dalla vita di chi, per ora, gode della cosiddetta “libertà”.  Poco importa chi sta in quelle celle infami, chi sia lo sventurato che cade negli ingranaggi più brutali di questo sistema perfettamente in salute, cosa gli accade lì dentro, come vive. Perché qui fuori ci dicono che servono più garanzie per i diritti dei reclusi, più risorse agli apparati repressivi, più programmi lavorativi e didattici per i carcerati, più fondi per “rieducare chi sbaglia”. Ma chi dice ciò presuppone che ci troviamo davanti ad un sistema che non funziona bene, e noi non ci crediamo.

Il carcere è il cardine di questa società, ogni suo apparato (dalle questure ai tribunali, passando per sbirri vari e sostenitori di un ordine colpevolmente ingiusto) garantisce che tutto fili liscio nel resto della società. L’importante è che le retrovie di uno stato che schiaccia i popoli e le comunità che amministra spremendone fuori profitto da spartire tra i potenti siano pacificate. Fuori la vita è una merda, si sgobba sperando di mangiare e avere un po’ di avanzi di tempo da dedicare a chi amiamo; dentro la vita fa ancora più schifo. Ma anche nella peggiore merda sappiamo che dentro la vita resiste, che chi è dentro quotidianamente resiste. Dalla rabbia delle rivolte alla determinazione delle battaglie di ogni giorno i carcerati sopravvivono, e noi con loro.

Di questi tempi una cosa ci è sempre più chiara: per questo stato che ci incarcera, ci ammazza e ci picchia non c’è differenza rilevante tra una rapina, una dose spacciata e una bomba. Il carcere è la soluzione a tutto. Il carcere punisce, rinchiude e rieduca. Rieduca all’arancia meccanica, sia chiaro, a forza di botte, soprusi, ricatti e minacce. Sotto ogni criminale “comune” può esserci un sovversivo, perché i cosiddetti crimini “comuni”, tanto quanto quelli “politici”, incrinano la pacificazione sociale e l’ordine che con tanta dedizione ci impongono. Questi crimini mettono a nudo un ordine che impoverisce, che devasta, che costringere alla violenza per guadagnarsi un po’ d’aria respirabile.

“Il carcere deve essere rieducativo”, dicono. E noi ci vogliamo più diseducati. Ce ne fottiamo della loro rieducazione: sputiamo su quello che  ci insegnano e vogliamo ogni galera chiusa e fatta a pezzi. Abolire il carcere significa praticare una nuova società ora, una società dove la sua esistenza non sia più pensabile.
Così si arriva a chi sta dentro e chi sta fuori. Il punto per lo stato non è tanto che i carcerati abbiano sbagliato, ma che quello che dicono abbiano fatto abbia attentato all’ordine delle cose, le abbia rovinate, le abbia increspate. Il loro crimine ha minacciato i sedativi garantiti alla popolazione per accettare una vita impossibile: hanno compromesso la proprietà, la ricchezza accumulata o la “tranquillità sociale”. E non è accettabile. Bisogna toglierli di mezzo per questo.

Del Due Palazzi dicono: “questo carcere non è male”. E ce lo dicono gli operatori, l’amministrazione penitenziaria, altri detenuti in giro per l’Italia.
Ma questo carcere è una merda come tutti gli altri.
Giovanni Pietro Marinaro è morto a 74 anni, il giorno del trasferimento in blocco dei detenuti dell’Alta Sicurezza e della chiusura del reparto. Erano dieci anni che stava al Due Palazzi, ma avevano deciso che doveva essere sbattuto chissà dove perché quelle celle, quelle dell’Alta Sicurezza in cui era rinchiuso assieme ad altri 22 detenuti, potevano ospitare più del triplo delle persone se degradate a comuni. Così, si è consapevolmente scelto di vessare ancora di più le loro vite. Sappiamo bene che ad ogni trasferimento corrisponde un periodo di isolamento, del tempo per adattarsi come si può ad un carcere nuovo con altre regole, altri equilibri, e questo è stato l’ordine di impiccagione di Giovanni Pietro Marinaro.
Dopo due giorni, il 30 gennaio, un altro ragazzo si è impiccato nel bagno della sua cella mentre negli stessi giorni un tentativo di suicidio nel carcere di Potenza è stato sventato ed uno andato a buon fine a Sollicciano, nel fiorentino, da parte di un ragazzo con un passato di tossicodipendenza e disagio psichico. Il carcere risolve tutto, e lo fa molto bene quando ammazza chi inghiotte nel suo ventre: i suicidi non sono un intoppo nella vita carceraria ma normale, perfetta, amministrazione.

Dentro al Due Palazzi attualmente ci sono 668 detenuti per 432 posti, con un sovraffollamento al 155%. Del Due Palazzi, però, si parla solo come eccellenza nel collaborare con le aziende, le cooperative e la società civile del territorio. “Un bel posto” insomma, fino a quando qualcuno non ci muore. Ma noi sappiamo e non ci dimentichiamo delle vessazioni continue che avvengono lì dentro: i pestaggi, i richiami punitivi, i vetri oscurati messi sui blindi tra le sezioni per impedire contatti e semplici scambi di sigarette e giornali. Questi omicidi vanno ad aggiungersi al lungo conto in sospeso che abbiamo con lo stato. Ma i debiti saranno saldati.

Al fianco delle vite resistenti di tuttx lx carceratx e delle loro lotte, portiamo un pensiero a Juan e Anan, recentemente condannati dalla “giustizia” italiana. Le loro condanne per noi sono cartastraccia: tireremo fuori dalle galere lx nostrx compagnx e tuttx lx carceratx.
Fuoco alle galere, liberx tuttx.

UDINE: PRESENTAZIONE DEL LIBRO “NEXT STOP MODENA 2020. VIAGGIO TRA LE CARCERI” DI CLAUDIO CIPRIANI

Diffondiamo:

SABATO 7 FEBBRAIO alle 17.00 presentazione del libro NEXT STOP MODENA 2020 – Viaggio tra le carceri di Claudio Cipriani edito da Sensibili alle foglie, allo Spazio Autogestito di Udine
Via De Rubeis, 43

MODENA 2020: I DETENUTI CHIESERO SANITÁ, LO STATO RISPOSE «FATELI MORIRE!»

PER NON DIMENTICARE, PER UN MONDO SENZA GABBIE, AL FIANCO DI CHI LOTTA!

Il 20 novembre 2020 cinque uomini coraggiosi, cinque detenuti,presentarono alla procura di Modena un esposto: di fronte alle ripetute falsità e reticenze dei funzionari e delle guardie, responsabili di aver assassinato 9 uomini nel contesto di una massiccia rivolta scoppiata nel carcere modenese nelle giornate di esordio del primo confinamento di massa, in seguito al diffondersi del Covid 19 nel marzo di quell’anno, questi cinque detenuti diedero una svolta, raccontando la verità di quei giorni, raccontando le percosse, gli sputi, le manganellate, le negligenze, le omissioni, il terrore, le brutalità, le umiliazioni.

Il racconto di Claudio, Ferruccio, Mattia, Francesco, Belmonte li espose alle rappresaglie e al rischio di morte: quando si parla franco davanti al potere, quando si dice la verità, ci insegnano gli antichi, la propria vita è esposta al pericolo. Infatti in seguito al loro racconto subirono ulteriori umiliazioni, l’isolamento e il trasferimento conclusivo in 5 differenti carceri. Ma la notizia dell’esposto trapelò e fu fatta circolare da compagne e compagni solidali nelle strade e nei quartieri sotto coprifuoco. In quel caos pilotato che fu l’emergenza Covid 19 l’esposizione mediatica, anche se debole, attutì il colpo repressivo delle autorità sui cinque di Modena.

Claudio Cipriani, uno di loro, ha curato i propri materiali relativi a quella vicenda per darne una restituzione pubblica e riportare l’attenzione su quegli eventi.

La presentazione del libro è promossa dall’Assemblea permanente contro il carcere e la repressione del Friuli e Trieste

liberetutti@autistiche.org
zardinsmagneticsradio.noblogs.org

UNA LETTERA DI PAOLO DAL CARCERE DI UTA

Diffondiamo una lettera di Paolo dal carcere di Uta. Solidali e complici con chi lotta.

https://rifiuti.noblogs.org/post/2026/01/27/una-lettera-di-paolo-da-uta/

Mi chiamo Paolo Todde ed il 16/12/2025 ho presenziato ad un’udienza del tribunale della libertà/riesame a Cagliari, concernente la mia richiesta di mutare la mia detenzione carceraria, in quella meno afflittiva dei domiciliari con braccialetto elettronico.

In quell’udienza avrei voluto parlare di carcere, non ci sono riuscito, perché in parte mi è stato impedito dal presidente, ed anche dal mio stato d’animo molto nervoso ed ansioso.

Ho un tarlo che mi rode, mi sta consumando piano piano, perché devo riuscire a parlare di carcere in maniera esaustiva, senza peli sulla lingua e con poche paure dietro, questo tra l’altro lo devo ai morti, ai disperati di questo lager.

Mi sono sempre occupato di carcere nella mia vita, ed una volta che ci sono finito dentro, ho potuto sperimentare, documentare la vigliaccheria, il sadismo dei “Lei non sa chi sono io”, ed è stato quindi per me molto facile parlare con l’esterno, su come si vive in un carcere dello stato italico.

Questo mio documentare con l’esterno è stato visto dalla componente securitaria, come la rottura di un tabù.

Di carcere, fuori meno se ne sa meglio è, tra l’altro quando gli organi di informazione, quando parlano di carcere, fanno i velinari dei sindacati dei secondini, che in quanto a lamentele sono esperti, ma nessuno si degna di ascoltare/sentire i prigionieri, di noi/loro si parla se in “negativo” di aggressioni ai secondini (senza però chiedersene le ragioni, se in “positivo” quando fanno croci per il giubileo, scrivono poesie e balle varie.

La galera è altro, è sofferenza, è lontananza dagli affetti, è anche stare nelle mani di loschi figuri in divisa, che il più delle volte non hanno nessuna idea di come ci si comporti con la controparte (siamo noi prigionieri), oppure scaricano frustrazioni esterne sul disgraziato di turno che hanno davanti, e meno male che non sono tutti così miseri.

Io di questo parlavo, e parlerò, però come dicevo prima i tabù non bisogna sfiorarli, perché poi in breve tempo sono iniziate le manovre dilatorie, provocazioni di bassa lega nei miei confronti.

La prima che ricordo è stata quando io, comprando in carcere l’”Unione Sarda”, lo ricevevo alle 8 di sera se non anche il giorno dopo. A quel punto dopo varie settimane passate in questa maniera, decidemmo io e L. (una compagna), che lei mi spedisse i quotidiani (una volta la settimana) tramite piego libri (le vecchie stampe).

Anche qui il diavolo (in divisa) si mise a fare i dispetti.

Per ritirare i giornali dovevo (supinamente) che questi invii figurassero come pacchi postali, ovviamente io rifiutavo tutto ciò, ed i giornali si accumulavano nel casellario del carcere, tutto questo era fatto per impedire alle persone che venivano in carcere a farmi colloquio, di portarmi dei pacchi con roba da mangiare, vestiario e altre cose permesse.

In un mese ogni prigioniero non può ricevere più di 4 pacchi, per un max di 20 kg al mese, al conto non si possono mettere giornali, riviste, libri perché hanno un’altra procedura.

“Maestri” di questa viltà erano Pinto e Nonnis (due secondini), uno coordinatore del piano (il 2º in questo caso) l’altro al casellario, alla fine un brigadiere della sorveglianza ha risolto il tutto, facendomi avere giornali (una cinquantina), riviste e libri, non so come abbia saputo di questo stupido giochetto.

Sono diversi mesi che io cerco di poter fare una visita odontoiatrica con una dentista che viene da fuori, non ci sono mai riuscito perché o manca la mia richiesta (falso visto che io le facevo), oppure Chiara (la dentista) veniva cacciata perché fuori tempo massimo, quindi io saltavo la visita, anche perché malgrado fossi messo in una lunga lista di pazienti, io finivo sempre ultimo.

Poiché io ho già subito una condanna sono finito nelle grinfie di Borruto (direttore del carcere), e secondo la prassi dovrei fare la domanda a lui, per potere fare questa dannata visita odontoiatrica, tutte le domandine che ho fatto nel tempo non valgono più, comunque mi rifiuto di fare domanda a Borruto, m’apoderu su dollori ‘e kasciali.

Anche di questa situazione c’è di mezzo un secondino, ne parlerò più avanti.

Ho scoperto di soffrire di claustrofobia, quando un giorno andando in tribunale, sono stato portato con un furgone blindato, dove le cellette con meno di un metro quadro di spazio, completamente buie se non con i led rossi della telecamera interna, a dir poco spettrale la situazione, in verità ci sarebbe anche una lampada sul soffitto della celletta, ma malgrado le mie urla fu tenuta spenta dolosamente.

Nella sezione in cui siamo chiusi (Arborea C, al 2º piano), le celle sono chiuse 24 ore al giorno, l’unica possibilità di libertà sono le ore d’aria, che dovrebbero essere 4 ore al dì, questo in teoria perché, se va bene riusciamo a farne 2 e/o 3 ore al giorno, certo c’è la saletta, ma sempre chiuso sei.

Nelle celle ci sono 4 brande, e con questo dovrebbero starci (secondo loro) 4 persone che su meno di 10 metri quadri calpestabili, per 22/24 ore al giorno sono una tortura al supplizio.

Di notte la situazione peggiora ulteriormente, perché chi soffre di claustrofobia si trova sopra di sé un ostacolo (materasso per incominciare), quindi per evitare problemi mettevo il materasso in terra per potere dormire.

Ho provato a parlare con una psicologa del carcere spiegandogli la situazione, l’unica cosa che voleva fare per me era darmi degli psicofarmaci, per risolvere, secondo lei, i miei problemi.

Ovvio che io ho sdegnosamente rifiutato il tutto, però non avevo fatto i conti con Sarno (ispettore del piano), che nel mese di novembre dell’anno scorso, con un bliz ha cercato di infilare una quarta persona in cella, io gli ho spiegato i miei problemi, ha fatto finta di niente, e mentre comandava ad un suo sottoposto di aprire la cella, io ho dato un cazzotto allo schermo della tv distruggendola, al che si sono bloccati e sono andati via. Scampato pericolo!

Un dieci/quindici giorni dopo nuovo bliz, hanno fatto entrare un quarto in cella, ma sono riuscito ad uscire dalla cella, e mi sono procurato una scopa e uno spazzolone e con quelle ho distrutto numerose lampade del corridoio della sezione; anche allora scampato pericolo, però con due denunce sul groppone perché a nessuno importa delle mie sofferenze.

Per quanto ancora dovrò combattere, dovrò prendere denunce per evitare di stare male, sono più di 14 mesi rinchiuso in una sezione con celle chiuse!

In tutti questi mesi non mi sono fatto mancare niente, ho fatto 44 giorni di sciopero della fame per protestare contro l’inquinamento di coliformi fecali dell’acqua che sgorga dai rubinetti delle celle, per una migliore fruizione della biblioteca, del campo di calcio del carcere. Ora biblioteca blindata, campo di calcio chiuso. Sono stato sconfitto, diciamo vinto ma non convinto.

Mi sono scontrato con un’infermiera (penso sia la responsabile, ma non ho certezza di ciò) che faceva dei giochetti quando di tanto in tanto mi pesavano, tanto che una volta è intervenuto il secondino (penso responsabile) dell’infermeria centrale: Tiziano Portas che si è rivolto a me dicendo – avresti bisogno di schiaffi -, in quel momento gli ho risposto – perché non lo fai tu se hai il coraggio? -.

Ho fatto subito dopo lo sciopero delle medicine, sempre per gli stessi motivi (acqua, biblioteca…) dello sciopero della fame. Dal 25/12 ri-rifiuto le medicine.

Ho salvato la vita a due compagni di cella, che impiccandosi cercavano la morte, per sfuggire alle loro sofferenze (questo con l’aiuto di un altro compagno di cella), in due situazioni temporali distanti.

Sono recidivo di situazioni “scabrose” in carcere, nel 2020/21 ho avuto a che fare con un ispettore (Sanna, ora sta a Buoncammino) che, come mi vedeva, mi faceva il saluto fascista e/o cantava “Faccetta nera”.

Ho raccolto e fatto uscire storie di disperazione come quella di Osvaldo Olla residente a Sinnai, che era finito sotto le grinfie di un secondino di Guasila (oggi presta servizio a Massama), che con prepotenza gliene faceva di tutti i colori, di fatto per impedirgli di utilizzare apparati sanitari (sedia a rotelle, grucce) per aiutarlo nei movimenti in quanto fratturato ad un piede. Dopo un po’ di tempo il tipo si sarebbe sgozzato di notte (sarà vero?).

Che dire di Angelo Frigeri di Tempio, trasferito da Bad’e Carros, perché accusato di avere aiutato Raduano ad evadere dal carcere nuorese.

In quel carcere Frigeri era stato interrogato da un ufficiale proveniente da Uta (Angelucci), ed al tipo, l’ufficiale, disse che avrebbe fatto di tutto affinché fosse trasferito proprio al carcere di Uta, e lì gli avrebbe fatto passare le pene dell’inferno.

Detto e fatto, tanto che il tipo di Tempio dopo un po’ di tempo si è ucciso strozzandosi nel letto.

Ne ho tante altre di storie così, più o meno funeste, sicuramente tristi, ed io imperterrito continuerò a documentarle e a farle uscire dal carcere.

So benissimo anche che, se avessi seguito il consiglio di un amico – est mellusu fai is scimprus po no pagai datziu -, ma io sono un inguaribile idealista, ed è più forte di me: alla prepotenza e alla vigliaccheria non so fare come lo struzzo, è più forte di me devo dire la mia, non riesco a voltarmi con nonchalance, e questo mio modo di fare lo pago sempre.

So long Paullheddu

ALE BENTORNATX A CASA!

Diffondiamo

Finalmente ieri, venerdì 9 gennaio, Ale è uscitx dalla Casa Circondariale di Piazza Lanza, dove era detenutx in arresto preventivo dal 28 novembre scorso. A metà dicembre era stata accolta la richiesta di domiciliari con obbligo di braccialetto elettronico.
Misura alquanto pesante, utilizzata anche per le misure alternative al carcere accettate per lx nostrx compas Gui, Andre e Bak arrestatx in relazione all’operazione repressiva contro il corteo per il Carnevale No Ponte del 1 marzo 2025.
Successivamente, per Bak venne annullata la misura alternativa e venne trasferito al carcere di Brindisi, un’altra volta detenutx, per l’operazione Ipogeo inerente al corteo NO DDL del 17 maggio 2025.

Siamo un botto contentx che, per ora, almeno ALE sia al caldo di una casa affettuosa e famigliare.
Ricordiamo anche GUI e ANDRE ai domiciliari.
BAK e LUIGI ancora in carcere, nelle grinfie del sistema stato.
FORZA BELLE ANIME!!

La nostra solidarietà non cesserà di essere un’arma usata contro lo stato e i suoi sgherri.

BEN TORNATX ALE!!

 

OPERAZIONE IPOGEO: AGGIORNAMENTI SU LUIGI, ALE E BAK IN ARRESTO PREVENTIVO

Diffondiamo

È passato più di un mese e mezzo da quando lx nostrx amicx Luigi, Ale e Bak sono statx arrestatx nel corso dell’Operazione Ipogeo, condotta dalla Procura di Catania lo scorso 20 novembre.
Da allora, Luigi e Ale si trovano incarcerati nella gabbia di Piazza Lanza a Catania. Bak in quella di Brindisi.
I loro arresti preventivi sono volti a colpire la contestazione al ddl sicurezza adottato lo scorso anno dal governo e contro il quale, il 17 maggio, si è svolto un corteo a Catania, proposto dalla rete cittadina contro il ddl 1660.
Come sta accadendo ovunque in Italia, anche in questa occasione, gli inquirenti hanno imposto la narrativa della distinzione tra “buoni” e “cattivi”, dove i secondi sarebbero ovviamente coloro che esprimono con maggior radicalità la propria contestazione verso un ordine delle cose in cui guerra e repressione interna sono le principali bussole che orientano l’agire dei potenti. Così, chi allora contestava con fermezza la violenza del regime carcerario durante il passaggio lungo la via Ipogeo, che conduce alla gabbia di Piazza Lanza, oggi si trova rinchiuso in quella stessa gabbia o in altre altrettanto schifose (1).

Luigi si trova reclusx in uno dei due reparti “maschili” di media sicurezza, in cui si trovano anche la maggior parte delle prigionerx razzializzate. Bak è reclusx nella ex AS2 di Brindisi, ora adibita a detenutx in transito, ovvero in attesa di essere trasferitx nelle sezioni comuni. Le carceri con sezioni ad alta sicurezza hanno strutture ben diverse dalle comuni, e anche se cambiano destinazione d’uso, il cemento resta a soffocare.

Per fortuna a dare aria e respiro ci pensano le alleanze che si creano all’interno tra detenutx, che permettono di continuare a resistere, creare una quotidianità, trovare le energie per costruirsi una vita dentro quelle quattro mura e stare bene, anche con il sottofondo penetrante della televisione sempre accesa. Leggere, scrivere e far sentire la vicinanza attraverso la solidarietà delle amicizie fuori resta una delle cose più potenti che possiamo fare.

Le esperienze dellx nostre compagnx ci raccontano di un posto di sofferenza e resistenza, dove l’equilibrio emotivo di tuttx è instabile, l’odore terribile e la TV sempre accesa. In una cella di pochi metri, costrettx a contendersi lo spazio con altre 5 persone, il mobilio, gli oggetti, i vestiti (puliti e sporchi), si passa il tempo a inventare oggetti utili, sistemi per raffreddare meglio il cibo, si chiacchiera, si guarda la TV, c’è chi va a messa per non impazzire (o forse per impazzire).
Ma la cognizione del tempo ti sfugge troppo facilmente, la luce del sole non sei sicurx che esista. Ogni tanto l’”ora d’aria ” al chiuso, in una stanza col calcetto, più grande della cella e più sgombra ma sempre piena di quell’aria pesante. Ci arriva notizia che Ale a volte si sente “iperattivx”, pienx di energie a cui non può dare sfogo nemmeno camminando su e giù per la cella, non c’è spazio.

Uno degli aspetti che Bak ritiene non secondario del ritrovarsi in gabbia è essere costrettx ad avere come unica alternativa dei cadaveri nei piatti. Ciò è violento, come violento è lo stato che ingabbia ed uccide animalx umanx e non umanx.
In prigione, cucinare il proprio cibo o poter mangiare quello portato da fuori diventa un privilegio economico e sociale, ma anche una pratica concreta di solidarietà tra concellinx e con chi da fuori lx sostiene.

Nelle carceri siciliane questo nutrirsi assieme e da sé è stato ulteriormente ristretto da una circolare regionale quasi un anno fa, che aveva portato moltx detenutx ad organizzarsi in partecipati scioperi, come a Siracusa e a Palermo.
A riprova di come tutto ciò che viene (o non viene) ingerito sia studiato e controllato dallo stato per consumare le nostre vite.

All’interno di queste gabbie, come all’interno dei lager chiamati cpr, uno strumento infame utilizzato sui corpi detenuti sono le terapie di psicofarmaci in grandi quantità,utili ad annientarne e silenziarne rabbia e vitalità.
Lungi da noi stigmatizzare chi ne fa uso e legittimare anche indirettamente logiche proibizioniste, che sono poi quelle che contribuiscono a rendere le galere necessarie e piene. Lungi da noi veicolare giudizi che vengono agiti per moralizzare le condotte e creare ulteriori prevaricazioni, qui ci soffermeremo su l’assunzione in contesti di prigionia dove il tunnel di merda al quale si é sottopostx con la “terapia” rende tanto facile l’accesso a queste droghe quanto difficile la loro sospensione, grazie alla collusione di guardie e medici, che non si  pongono alcun problema sulle condizioni estremamente violente in cui, in particolare per i cpr, le persone si ritroveranno una volta che saranno fuori da quelle grate. E quando qualcunx richiede di smettere, approfittano della dipendenza per impedirlo, violando corpi e volontà dellx reclusx.

Preme nominare anche l’ulteriore violenza che il carcere, con la sua rigida divisione tra reparti cosiddetti “maschili” e “femminili” – riflesso e specchio del binarismo che struttura la società etero-patriarcale in cui viviamo, soffocandoci –  agisce sulle persone trans. Anche dentro Piazza Lanza, ci arrivano notizie di donne trans che si ritrovano in detenzione con uomini cis.  E possiamo solo immaginare di quantx non ci arrivi proprio, ahinoi, alcuna notizia.
È questa realtà infame che suicida le persone in gabbia: oltre 50 quelle che si sono tolte la vita per mano dello stato nel solo periodo compreso tra gennaio e luglio di quest’anno. E ad agosto, proprio a Piazza Lanza, a queste si è aggiunta una persona delle Mauritius, che era reclusa in attesa di giudizio. E proprio a Piazza Lanza, a fine novembre, un giovane recluso si è suicidato nella sua cella e un’altra persona straniera ha rischiato di morirvi. Nel silenzio dei carcerieri, che ne parlano solo per chiedere nuove assunzioni, imputando quelle che definiscono “tragedie” a chissà quale sottorganico. Un silenzio su queste morti reso ancor più assordante dal razzismo sistemico che rafforza l’isolamento e il sentimento di abbandono cui sono sottopostx lx prigionierx quando allo status di reclusx si somma quello di soggettività razzializzatx, magari senza familiari che possano portare vestiti o un qualche supporto o senza una casa “legale” con cui poter tentare la roulette dei domiciliari.

In queste settimane di arresto preventivo, le istanze di trasferimento ai domiciliari presentate dallx legalx hanno avuto esiti diversi per ciascunx dellx nostrx compagnx.

A metà dicembre, i giudici hanno rifiutato l’istanza di riesame con richiesta di trasferimento ai domiciliari per Luix come misura alternativa alla detenzione in carcere. Oltre che devastazione e saccheggio in concorso, resistenza, danneggiamento e lesioni, a Luigi si contesterebbe anche la “rapina” di una paletta ad un vigile urbano, reato molto pesante dal punto di vista repressivo il cui uso, sul piano semantico prima ancora che penale, sembra rimandare a una volontà di accumulare patrimonio che in quel corteo non aveva appiglio alcuno.

Dovremo aspettare altre settimane prima di un nuovo pronunciamento sul suo rilascio ai domiciliari.

La medesima istanza è stata rifiutata dai giudici del riesame anche per B, per lx quale la risposta negativa é arrivata molto in ritardo rispetto alle altre.

Per Ale, la stessa richiesta è stata invece accolta ormai tre settimane fa. Eppure, lx nostrx compagnx aspetta ancora dentro la sua cella. Perché? Viene da chiedersi. La risposta delle guardie è che bisogna che arrivino i braccialetti elettronici. Spesso tardano ad essere riforniti, in diverse aree d’Italia. Non stupisce che Catania sia una delle città più colpite da questi ritardi, visto l’altissimo livello di sovraffollamento carcerario (+70% lo scorso dicembre al Lanza) e repressione cui è sottoposta la sua popolazione, come quella siciliana più in generale. Come iscritto nella relazione coloniale che intercorre fra questa e lo stato italiano.
Sappiamo benissimo quanto spazio di arbitrio questo possa di fatto lasciare nelle mani di giudici e carcerieri. La nostra attenzione non si abbassa mai da quello che succede allx nostrx amicx e compagnx ora in mano dello stato.

Avvertiamo tutta la violenza opprimente di questo ordine delle cose. Ma non ci spezza.

L’INTRECCIO DELLE NOSTRE MANI E’ MOLTO PIÙ FORTE DELLE VOSTRE CATENE.
UN RAMO D’OLIVO, QUANDO SI TAGLIA, ESPLODE DI VITA E NE GENERA MOLTI DI PIÙ.

LIBERTÀ PER LUIGI, ALE, ANDRE, BAK, GUI
LIBERTÀ PER LX ARRESTATX DI SAN BERILLO
LIBERTÀ PER TUTTX LX PRIGIONERX DI CARCERI E CPR

FUOCO ALLE GALERE

Per scrivere allx amicx:

Luigi Calogero Bertolani
C/o Casa circondariale Piazza Vincenzo Lanza 11 – 95123 Catania

Venturi Gabriele Maria
C/o Casa circondariale
Via Appia 131 – 72100 Brindisi

Di Mauro Alessio
C/o Casa circondariale
Piazza Vincenzo Lanza 11 – 95123 Catania
[Consigliamo di spedire con posta raccomandata, così che se dovesse uscire
ai domiciliari prima di ricevere le lettera, questa tornerà indietro
all’indirizzo fornito dal mittente]

(1) https://radioblackout.org/2025/11/operazione-ipogeo-a-catania/

https://distrovo.noblogs.org/post/2025/07/04/carcere-di-piazza-lanza-detenzione-centrale/

PALERMO: OLTRE L’IMMEDIATAMENTE VISIBILE – SERATA BENEFIT CONTRO GABBIE E PATRIARCATO

Diffondiamo:

Venerdì 19 dicembre ore 18.30
Via Fastuca 2 (Palermo)

“EL EMPAPELADO AMARILLO” (La carta gialla) – Rappresentazione teatrale con Maria Laura Caccamo. Adattamento del testo di Charlotte Perkins Gilman. Regia di Carlos Lipsic.
In lingua spagnola con libretto in italiano.

Ingresso 7 euro
posti limitati, si consiglia la prenotazione via mail:
orticarie@bruttocarattere.net

Prenotazioni via Tel:
3278939439
338 7329206

dalle ore 20:30 ingresso libero, si mangia e si balla


Il carcere esiste soprattutto per fare paura, e spesso ci riesce. Le galere stanno lì per terrorizzare e annichilire non solo chi è dentro, ma anche chi resta fuori. In questo senso, pensiamo che cercare di conoscerlo sempre meglio, parlarne apertamente, rompere i muri di silenzio che gli si costruiscono attorno, sia anch’esso un modo che abbiamo per non restare ostaggx della paura e per opporci a questa società – carcere.

Ci siamo chieste cosa avremmo fatto se fossimo state noi a finire in carcere, se fossimo state noi a essere strappate alle nostre vite e ai nostri affetti. Poi, abbiamo spostato ancora lo sguardo: e se fosse stata la nostra compagnx a finire dentro? Abbiamo provato a immaginare cosa potesse voler dire per lei sentire il nostro sostegno da fuori, e cosa avremmo potuto fare per rompere il suo isolamento.

Da qui sono nate alcune domande per noi centrali sulle forme che assume la solidarietà nelle nostre relazioni tra compagnx, e in che modo, nel sostenere chi è dentro, si possono produrre le stesse logiche patriarcali contro cui lottiamo. Ci sembra necessario, infatti, comprendere non solo come la logica detentiva agisce nella riproduzione dei ruoli di genere all’interno del carcere, ma anche come questa estende le proprie maglie oltre quel perimetro fisico e coinvolge chi, pur non essendo reclusx, vive la vicinanza a chi sta dentro o sceglie la solidarietà come pratica quotidiana.

Sono queste ed altre le domande che ci suggerisce lo spettacolo che abbiamo scelto di ospitare. Come liberarsi e sostenere lx altrx nelle loro pratiche di liberazione, riconoscendo che le gabbie hanno mille forme diverse, spesso oltre l’immediatamente visibile?