LAZIO: HAIKU SENZA HAIKU – SERATE DI POESIA, MUSICA E LIBERTÀ

Diffondiamo:

Presentazione del progetto ispirato da Juan Sorroche, anarchico detenuto nel carcere di Terni.
“Apri gli occhi, dentro e fuori di te, sovverti tutto”
Versi scatenati da prigioni, strade e stelle.

ROMA
venerdì 24 ottobre dalle ore 17.30
Bencivenga Occupato (via Roberto Benciveng 15)
a seguire cena vegana e musichetta benefit Juan

VITERBO
sabato 25 ottobre dalle ore 17.30
Circolo Arci Il Cosmonauta (via dei Giardini 11)
a seguire cena su prenotazione al tel 0761220206

CASPERIA (RIETI)
domenica 26 ottobre dalle ore 12.00
con pranzo benefit condiviso
La Pancho Villa in Sabina (Via Roma 162)

CATANIA: ULTIMO ULULATO – ASSEMBLEA CITTADINA CONTRO LO SGOMBERO DELLA L.U.P.O.

Mercoledì 22 Ottobre h.19.00

Diffondiamo:

Ecco ci risiamo, lo sgombero della L.U.P.O. è alle porte, un’altra volta, ma questa volta sembra che, il progetto di trasformare Piazza Pietro Lupo in parcheggio,sia passato in esecutivo il 2 ottobre.
Passeranno all’azione i paladini della “riqualificazione urbana”, capeggiati dal sindaco fascista e sessista e dal suo assessore all’urbanistica.
Quasi 4 milioni di euro definitivamente stanziati per radere al suolo la palestra lupo e costruire il famoso parcheggio di cui Catania avrebbe così tanto bisogno.

In un articolo di qualche giorno fa non c’era scrupolo nel definire la L.u.p.o. come un posto di aggregazione e socialità e non c’è stato scrupolo neanche nel parlare dello sgombero e della successiva demolizione.
Siamo dunque giuntx al momento dello scontro finale. Il comune di Catania si immagina pronto a sgominare il degrado inferendogli una ferita mortale. Grazie ad i fondi PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) per i PUI (Piani Urbani Integrati), possono ripristinare l’agognato grigio decoro; cacciando via lx migrantx da San Berillo e demolendo i suoi edifici storici per trasformare le sue strette stradine in larghe vie a misura di turistx. Non secondario lo sgombero e la demolizione della L.U.P.O., rea di ospitare ogni settimana centinaia di ragazzx ad eventi socioculturali totalmente autogestiti e senza alcun scopo di lucro.

Non è una novità che lx giovani alla pari dellx migrantx e dellx marginalizzatx siano consideratx coloro che degradano.
Sono queste le priorità della città? No, ovviamente. Queste sono le priorità per i pochi speculatori che ne potranno beneficiare. D’altronde il comune di Catania ha un debito di circa 100 milioni con la Banca Sistema e stenta a portare avanti i minimi incomprimibili di bilancio: rifiuti, servizi sociali e manutenzione essenziale. Quindi l’erogazione di fondi europei sembra rimasto l’unico modo per drenare denaro pubblico e accontentare le imprese dei soliti noti bacini di consenso, che importa se l’ex abitanti non avranno alcun giovamento?
Così Catania è destinata a rimanere la città con meno verde d’Italia, rimarrano i suoi problemi infrastrutturali, rimarrano insufficienti gli ospedali, le scuole continueranno a non formare una delle popolazioni con più ostacoli all’alfabetizzazione d’Europa, la viabilità continuerà ad essere un problema, Librino rimarrà un quartiere dormitorio.

Catania continuerà ad essere una città con poca vista sulla costa e ancor meno accessi al mare, una città in cui le piazze crollano e i quartieri sono sommersi di rifiuti, ma la si vuole fare diventare la “Capitale della Cultura” 2028. Capitale della cultura del profitto derivante dal overtourism, della cultura dello sradicamento, della cultura del Trumpismo di guerra, della sopraffazione della povertà e della riverenza ai ricchi. Capitale dell’indifferenza e del cinismo, d’altronde come può importare delle persone che ci vivono, se gli affari non si fermano nemmeno di fronte ad un genocidio?

La L.U.P.O. è un piccolissimo tassello per i “Signori” della città, ma un grande esempio di cultura critica, di relazioni anticapitaliste, antirazziste e antisessiste per tuttx coloro che la hanno attraversata e si sono ritrovatx a comprendere in prima persona cosa significa autorganizzarsi senza gerarchie. Sono 10 anni che la L.U.P.O. promuove laboratori, workshop, esposizioni, iniziative politiche e solidali, attività sportive e tanta musica, organizzati da collettivi e individualità cittadine a costo zero. Questo è veramente troppo per una politica esclusivamente orientata al profitto che impernia le sue attività culturali e musicali appaltandole esclusivamente all’industria dell’intrattenimento, che recinta le proprie relazioni intorno al consumo patinato nei tavolini dei dehors mentre non ammette alcuna possibilità di espressione per lx proprx abitanti.

A tuttx coloro che hanno partecipato a qualsiasi titolo e in qualsiasi maniera e che qui conservano ricordi preziosi, a tuttx coloro che non hanno avuto la possibilità di attraversare questi spazi, a chiunque arde dalla voglia di sovvertire l’esistente: è adesso il momento di agire, è adesso il momento in cui necessitiamo realmente delle energie di tuttx.
Prima che sia troppo tardi e la memoria di questo posto svanisca insieme alle speranze di un futuro migliore. Prima di non aver lottato abbastanza per quello che ci spetta: la possibilità di autodeterminare i nostri desideri, raggiungerli, e di prendere in mano il nostro destino.

DALLA LUPO LIBERATA ALLA PALESTINA OCCUPATA,
NON SI PUÒ DEMOLIRE UN’IDEA.

MESSINA: CORTEO NO PONTE [29 NOVEMBRE]

Diffondiamo

La grande macchina del ponte sullo Stretto continua a procedere spedita, nonostante il rinvio al mittente del progetto definitivo da parte della Corte dei Conti.
Sappiamo bene, infatti, che l’effettiva costruzione del ponte non è mai stata la vera priorità dei suoi promotori: il ponte è soprattutto un meccanismo attraverso cui si consumano risorse pubbliche e si ruba il nostro futuro. Con la minaccia incombente dell’apertura di quei cantieri che devasterebbero la nostra città e il nostro territorio – e lo possiamo già intuire da ciò che accade a Contesse, dove le discariche per il raddoppio ferroviario Messina-Catania mostrano, seppur in piccolo, ciò che ci aspetta.

Di fronte a tutto questo abbiamo la certezza che il ponte potrà essere fermato solo dalla mobilitazione delle abitanti e degli abitanti dello Stretto, insieme a tutte e tutti coloro che hanno a cuore questo territorio. È una battaglia che non possiamo permetterci di delegare. Per questo torniamo in piazza il 29 novembre, con una grande giornata di mobilitazione.
Dobbiamo fermarli, adesso.
Ora vogliamo essere di più. Tutte e tutti insieme!

Assemblea No Ponte

NOTE SU ANARCHIA RELAZIONALE E GALERE

Diffondiamo

Il carcere fa schifo, e oltre alle disposizioni del giudice in quanto a restrizioni, interviene anche il patriarcato.
La famiglia eteropatriarcale rimane l’unica intermediaria legalmente valida a ricevere tutte le comunicazioni che vanno dal giudice ai legali.
Impedendo e rendendo difficile un percorso collettivo.
Dopo anni a cercare di allontanarci dall’idea della famiglia tradizionale e cercare con difficoltà di decostruire e ricostruire tutto quello che abbiamo imparato dalla nascita sulle relazioni monogame, romantiche ed eteronormate, che rientrano in tutti i binari di genere che cerchiamo di ridurre in frantumi con chiacchiere e autocoscenze, ci ritroviamo a scegliere chi tra gli affetti deve firmare un foglio in cui si dichiara di essere lx fidanzata dellx nostr amic in gabbia.
Quando la scelta basata sulle gerarchie è una delle cose, che, per chi vive l’anarchia relazionale viene totalmente rifiutata.
Le gerarchie non esistono e l’amore tra le amiche ce lo immaginiamo come un grande cerchio in cui siamo tutt sulla stessa linea, una linea molle e volubile, che si muove in maniere diverse, con rapporti declinati in base ad accordi che si autoalimentano e autorigenerano, vivendo le giornate assieme.

“Signor giudice la mia polecola è al gabbio ci deve accettare i colloqui insieme, mica separate!”
Skerzi a parte, fa davvero male non vedere riconosciute le proprie relazioni.

Noi questo stato lo vogliamo in frantumi con tutti i suoi costrutti e regole di merda, la legge non ci rappresenta e manco la concezione di famiglia tradizionale, che guarda caso nel momento in cui si entra in carcere diventa l’unica interlocutrice.
Chiudere tutto all’interno delle 4 mura di casa è una violenza, e violento è lo stato che non permette deviazione.
La galera è pesante, per chi sta dentro e per chi sta fuori. Il lavoro di cura è costante, da entrambe le parti, e se tutto questo peso grava su genitori e familiari diventa un peso insormontabile, economico ed emotivo.

Per non parlare poi, di chi questo privilegio non ce l’ha. Perché le famiglia o non ce le ha più o sono lontane, lontanissime e irraggiungibili. E quindi le persone rimangono isolate, senza un supporto emotivo e materiale, perché le informazioni, a chi sta fuori e non è riconosciuto in quanto tale, non può averle e non é dato sapere neanche queste persone dove si trovano e come stanno.
Parlo delle persone in movimento, corpi che vengono quotidianamente criminalizzati e rinchiusi in galere e cpr. Le comunicazioni dai cpr sono piu semplici a volte, ma se vengono trasferiti in carcere e non c’è nessunx familiare fuori, recuperare i contatti diventa difficile, quasi impossibile.

Il processo di allontanamento dagli affetti, quelli non riconosciuti come importanti e fondamentali è la prima mossa infame che lo stato attua sulle ame recluse, perché la solidarietà fa paura, l’amore , la sorellanza e la vicinanza ad ogni costo fa tremare lo stato, debole e solo, siamo potenti e fortissime insieme, piu di qualsiasi tribunale e magistrato, siamo la forza che farà crollare le mura infami e deboli che rinchiudono corpi.

La nostra quotidianità era fatta di amore, di nanne strett nei letti insieme, di carezze, baci e abbracci , di spazi messi in ordine e disordine in base a come e quanto tempo volevamo dedicare alle nostre amicizie. Decostruire la gelosia , la monogamia , il patriarcato, il machismo e l’eteronormatività di cui siamo intrise sin dalla nascita è un processo lungo e che fa anche male, ed era la strada che stavamo percorrendo.

Il pugno nello stomaco che forzatamente ci riporta a subire la violenza patriarcale che vuole sovradeterminare affetti e relazioni è l’ennesima dimostrazione di quanto lo stato sia viscido e violento verso le nostre vite. Violenza alla violenza e morte allo stato.

VIOLENZA ALLA VIOLENZA
MORTE ALLO STATO

Dopo aver scritto questo testo e aver parlato con amiche che stanno vivendo in modo simile la repressione dei propri affetti, é nata l’idea di scrivere una zine.
L’istituzione rende meccanici tutti i rapporti che in realtà sono umani, a prescindere da quale tipo di relazioni si sceglie di vivere.

Se ti va di realizzarla insieme e mandare un contributo, scritto o disegnato sul tema, questa é la mail: fuocoaicprpuglia@distruzione.org
É una mail sicura, x favore usa solo mail sicure x inviare
I contributi rimarranno anonimi
Baci anarchici

CHE BELLA UDINE CHE BRUCIA!

Diffondiamo una riflessione sulla repressione delle mobilitazioni in solidarietà con la Palestina, tra cui quella udinese del 14/10/2025:

Per prima cosa, esprimiamo totale e incondizionata solidarietà alle persone fermate e arrestate al termine del corteo contro la partita della vergogna Italia – Israele di martedì 14 ottobre a Udine.

Negli ultimi mesi abbiamo visto scagliarsi un’ondata repressiva brutale sulle partecipatissime manifestazioni in solidarietà alla Palestina che hanno attraversato tutta l’italia.
In moltissimi casi, la repressione si è diretta contro manifestanti alle loro prime esperienze di piazza, spesso minorenni o persone non inserite in contesti militanti o organizzati. Questo elemento, ormai ricorrente, fa pensare che non si tratti di episodi casuali, ma di una strategia precisa su cui vale la pena soffermarsi.

La priorità sembra essere fare prigionierx, non importa chi, né cosa abbia fatto.

L’obiettivo è dare qualcosa in pasto ai giornali, alimentare il racconto securitario e giustificare i mezzi messi in campo. Se un’operazione non produce fermi o arresti, rischia di apparire “inutile” agli occhi dell’opinione pubblica. Il sensazionalismo mediatico sui fermi e gli arresti non è mai compensato dalla stessa attenzione quando le accuse cadono o arrivano le assoluzioni, che quasi sempre passano sotto silenzio.
È un meccanismo di propaganda facile tramite arresti facili.

Questa repressione veicola un messaggio preciso: “in galera ci puoi finire anche tu”, anche se è la prima volta che scendi in piazza. È un tentativo di seminare paura e scoraggiare la partecipazione, soprattutto in un momento in cui le piazze per la Palestina hanno mostrato numeri che in Italia non si vedevano da anni. L’obiettivo è ridurre queste mobilitazioni spontanee e non organizzate a dimensioni “gestibili”, per poi avere campo libero nel colpire chi non desiste, fino a riportare tutto al silenzio, attraverso decreti e leggi sempre più repressive che passano inosservate perché “non ci riguardano”.

I cosiddetti “rastrellamenti a caso” quindi non hanno nulla di casuale. È una strategia consapevole: se vengono fermati militanti notx, la rete di solidarietà si può attivare; se vengono prese “persone comuni”, invece, si rischia che prevalga il silenzio, la paura, la tendenza a dissociarsi.

La repressione non punta solo a colpire chi lotta, ma a isolare, a neutralizzare la solidarietà e a trasformare la paura in rassegnazione.
E proprio così riescono a sedare la partecipazione e a disinnescare la possibilità stessa del conflitto.
Il vero obiettivo è spegnere quel che nasce quando la gente comune scende in piazza e segue il proprio istinto morale.

Ed è in questo quadro che si inserisce anche lo strumento della solidarietà. Se chi è avezzx alla repressione sa che nessunx va lasciato solx, chi mastica meno queste pratiche finisce a trovarsi spiazzatx, non sa a chi rivolgersi e la repressione diventa un fatto individuale e di solitudine.
A questo tentativo di neutralizzare la solidarietà e disincentivare la partecipazione si somma la tanto comoda distinzione fra manifestanti “buonə” e “cattivə” e fra manifestazioni pacifiche e degenerate, abitate da “infiltratə facinorosə”. Secondo questa narrazione, la libertà di manifestare il dissenso è garantita soltanto se espressa “pacificamente”.  Dove per “pacifico”  si intende “pacificato”, ovvero circoscritto e costretto nei limiti di quanto consentito dalle forze dell’ordine: tutto il resto, tutto quello che esistere al di fuori di questo asfissiante perimetro resosempre più angusto da leggi repressive e pacchetti sicurezza) è negativo, e deve essere condannato, pure dallə manifestanti “buonə”, pena la legittimità del loro manifestare e delle loro rivendicazioni agli occhi dell’opinione pubblica e forse pensiamo anche del poliziotto interiorizzato.
Di fatto, peró, il perseguimento di questa legittimità rompe i movimenti dal di dentro e presta il fianco a chi ci vuole divisə, diffidenti, spaventatə e ancor peggio isola chi è represso.

Per questa ragione consolidare narrazioni di questo tipo è complicità con l’oppressore.

Non crediamo in alcuna distinzione , crediamo solo nella diversità e varietà delle pratiche, poichè gli obiettivi politici e gli slanci rivendicativi si perseguono secondo forze diverse, canali diversi ed energie differenti.
Lo slogan “se toccano unx toccano tuttx” deve prendere concretezza effettivamente quando unx viene toccatx. Poco importa se le pratiche adottate in piazza siano condivise o meno: bisogna avere chiaro chi è il nemico.
La polizia è il nemico, che difende i padroni, le politiche genocidarie, chi devasta e avvelena la terra.
Lo stato è il nemico, complice del genocidio, dell’oppressione di razza, di classe e di genere.
Non lo sono invece lx compagnx che stanno al nostro fianco, anche se con tensioni o approcci diversi. La piazza deve restare uno spazio libero, senza registi né guardiani morali, aperto a chi rifiuta le proteste pacificate e addomesticate.

C’è un fuoco nella pancia che nessuno potrà mai domare, e ringraziamo chi con quel fuoco ha illuminato Udine di una bellissima luce!

Le strade e le piazze sono nostre e non le abbandoneremo per paura. Difendiamo chi lotta con noi e accanto a noi, accogliamo chi arriva per la prima volta e facciamo in modo che la solidarietà non rimanga solo uno slogan ma diventi una pratica quotidiana.

Nessun passo indietro!

BOLOGNA: UN RESOCONTO DAL PRESIDIO AL CARCERE DELLA DOZZA

Diffondiamo:

Ieri in tante ci siamo raccolte in presidio davanti all’ingresso del carcere della Dozza per portare solidarietà a tuttx i/le detenute e per farci sentire dalla giovane arrestata nella piazza del 7 ottobre contro il genocidio e in sostegno alla resistenza palestinese. È stato fatto un saluto prima in prossimità delle sezioni femminili, poi da quelle maschili, per rompere il muro di isolamento che divide le lotte tra dentro e fuori. È stato condiviso quanto avvenuto in questi giorni a Bologna come in tutta Italia, i blocchi e le mobilitazioni, è stata ribadita la complicità dello Stato italiano al genocidio in Palestina e l’ipocrisia del comune di Bologna, che millanta solidarietà mentre stringe appalti con aziende come Alstom, complici del genocidio, e vieta le piazze in sostegno alla resistenza palestinese. È stata letta una lettera di Anan, prigioniero palestinese in sciopero della fame dal 4 ottobre, recluso ora al carcere di Melfi, e sono stati lasciati i riferimenti di Mezz’ora d’aria, trasmissione contro il carcere in onda ogni sabato alle 17:30 sulle frequenze di Radio Citta Fujiko, FM 103.1.

Dentro, nonostante le minacce che sempre guardie e secondini riservano ai/alle recluse, la solidarietà per una Palestina libera si è sentita, forte e chiara, contro il governo meloni fascista, contro la complicità dello stato al genocidio, contro le infami galere, specchio di questo stato razzista.

Infine ci si è spostate all’ingresso: il giudice non ha convalidato l’arresto della giovane, ritenendolo illegittimo, Cristina è stata liberata e ha potuto riabbracciare i suoi affetti, amici e amiche.

Rifiutiamo la condanna della resistenza da parte di chi arma il genocidio e sostiene politicamente ed economicamente l’occupazione sionista.

Continueremo a lottare, finché la Palestina non sarà libera dal fiume fino al mare!

IMOLA: DI DISAGI, COLLETTIVITÀ E VISIONI ANTIPISICHIATRICHE

Diffondiamo:

19 ottobre 2025
al Brigata Prociona, via Riccione 4 (Imola)

DI DISAGI, COLLETTIVITÀ E VISIONI ANTIPISICHIATRICHE
Giornata di confronto e autofinanziamento per la cassa transfemminista queer di sostegno economico per il supporto psicologico.

Apertura alle 14:30

Dalle 15:30, CONFRONTIAMOCI!
Limiti e possibilità della gestione collettiva di situazioni di malessere psicologico/psichiatrizzazione.
Come ci rapportiamo alla diagnosi? Un confronto fra le diverse tensioni: dalla critica antipsichiatrica alla visione della diagnosi come strumento di validazione.

Dalle 20:00 cena vegan con panini e altre sciccherie benefit per la cassa transfemminista queer di sostegno economico per il supporto psicologico.

A seguire concerto con Anafem
Spazio per distro e banchetti per tutta la giornata

NO MACHI NO FASCI NO SBIRRI NO SIONISTI

COS’È LA CASSA TRANSFEMMINISTA QUEER DI SOSTEGNO ECONOMICO PER IL SUPPORTO PSICOLOGICO?

L’idea di questa cassa nasce dalla constatazione che moltx di noi o persone vicine a noi fronteggiano condizioni psicologiche tremendamente precarie e spesso invalidanti. Spesso è difficile trovare strumenti autogestiti per affrontare queste situazioni, specialmente quando lo stratificarsi di traumi e oppressioni sistemiche porta ad un malessere cronico.
Per questo motivo alcunx fanno la scelta di intraprendere percorsi di psicoterapia o di altre discipline che si sentono più vicine. O desidererebbero farlo: i costi sono inaccessibili per moltx. Per questo abbiamo pensato ad una cassa solidale di supporto per questo tipo di spese.

La cassa è transfemminista e queer: si occupa di persone che non siano maschi etero-cis. Siamo partitx da noi, e dalla consapevolezza che l’eterocis patriarcato è un’oppressione sistemica che espone duramente a compromissioni della nostra salute mentale e contemporaneamente ci limita nell’accesso alle risorse economiche.
Siamo consapevoli ce una condizione invalidante della salute psicologica può inficiare e minare la partecipazione alle lotte. Spesso l’ambiente di lotta o le reti amicali non riescono a offrire supporto adeguato con il rischio di lasciare indietro compagnx.

Il nostro pensiero sul professionalismo della cosiddetta salute mentale, e del professionalismo in generale, è estremamente critico. Tuttavia ammettiamo l’utilità e l’efficacia di questi percorsi nel risolvere o alleviare disagi molto profondi e duraturi, quando affrontarli da soli o nella collettività non è possibile. Per noi questo ha anche un valore di prevenzione alla psichiatria, a cui troppo spesso ci si rivolge in assenza di alternative (senza giudizio verso chi vi i rivolge). Questa cassa è un’idea riproducibile, un invito a trovare modalità di presa in cura collettiva.

Vorremmo creare occasioni di incontro e confronto attorno alle iniziative di autofinanziamento, per visibilizzare il tema del disagio all’interno dei movimenti, tradurre le visioni antipsichiatriche in pratica e pratiche, condividere strumenti ed esperienze di autogestione e autoformarci.
Chiunque può sostenere questo progetto organizzando iniziative di autofinanziamento e incontri.

Per info: cassasupportopsi@riseup.net

LETTERA DI GUI DAL CARCERE DI VARESE

Riceviamo oggi, a 16 giorni dalla data di invio, questa lettera di  Gui che era in quel momento reclusx nel carcere di Varese. Al momento si trova ai domiciliari da sua madre, lontanx da casa sua e dai suoi affetti, con il divieto di comunicare con l’esterno e l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico.

22/09/2025 – Carcere di Varese

ciao amix 🙂

ormai dieci giorni fa, non senza una certa difficoltà, vi avevo mandato una bella lettera, piena di speranza e tenacia, per raccontarvi come stavo, come sono le condizioni qua dentro, cosa pensavo in quei primi giorni dietro queste sbarre. non so bene cosa sia andato storto, forse le poste l’hanno persa, forse gli sbirri se la sono tenuta – anche se mi assicurano sia stata spedita e, in caso di sequestro, sono tenuti a farmi una notifica. in ogni caso, quella lettera a casa non ci è mai arrivata. in questi tredici giorni dentro è cambiato tutto e niente.

il mio primo concellino ha ottenuto i domiciliari, è arrivato un altro ragazzo qui con me che ha più meno la mia età, i miei gusti musicali e un bel po’ di altre passioni in comune. i giorni passano, appunto, sempre uguali ma diversi. ogni giorno con gli altri detenuti constatiamo che stiamo “bene ma male, male ma bene”. loro mi insegnano un po’ di arabo, io un po’ di francese, ormai conosco tutti e tutti conoscono me in sezione, c’è affetto, mutuo aiuto, solidarietà e più leggerezza possibile sotto al peso di queste sbarre. so di essere in una posizione di privilegio rispetto alla maggior parte di queste persone, e cerco di sfruttarla meglio che posso.

chi ne ha bisogno sa che mi può chiedere un tabacco, un caffè, una cassetta d’acqua, di dire qualcosa a qualcunx fuori, di cercare unx buonx avvocatx per qualcuno che non lo ha. tutti dicono che uscirò presto pensando ai reati che mi sono imputati, io non ne sono così sicuro sapendo che sotto accusa non ci sono quei reati ma il mio stesso modo di essere, pensare, legarmi allx altrx. in aula non vanno imbrattamenti e minacce che loro sostengono io abbia perpetrato, ma il mio essere anarchicx, il mio criticare sistema, stato e polizia. in due settimane ho subito due perquisizioni, col forte sospetto che nascondessero un secondo fine, che fosse la semplice pressione psicologica o l’installazione di qualcuna delle loro diavolerie tecnologiche.

in due settimane mi sono state sequestrate, per ordine del pm, due lettere indirizzate allo stesso, caro amico. ficcano il naso ovunque, cercano di entrarmi nella testa e togliermi questo beffardo sorriso che continuo a portare, fierx e sicurx delle mie idee e delle mie ragioni. tutto ciò rasenta, dal mio punto di vista, il ridicolo ed evidenzia la loro impotenza di fronte al nostro essere e restare così intensamente, profondamente e radicalmente umanx. loro non possono nulla, noi tutto. non lo nascondo, questi sequestri della mia corrispondenza privata mi fanno imbufalire, io quando scrivo a qualcunx che amo rovescio nella busta una parte delle mie budella e odio, odio, odio profondamente che quelle budella finiscano sul tavolo di qualche magistrato.

mi fa schifo. quella gente non merita di sapere cosa provo, cosa sento verso lx mix amix e verso questo mondo infame. che schifezza, che merdosissima odiosa schifezza infame. ma questa specifica, insulsa rabbia dura ben poco, presto tornano la rabbia vera e profonda, universale, mossa dall’odio mosso dall’amore che provo per voi e per questo mondo per il quale non perdo mai la speranza.

fino a che di ogni stato, galera, cpr, soldato, bulldozer e banconota non resteranno che ceneri e macerie. tuttx liberx, subito e per sempre. morte allo stato. un abbraccio fortissimo, stretto stretto, a chiunque là fuori e qua dentro mantenga la proprià umanità e la capacità di pensar(si)e libertà. grazie per ogni segno che mi avete mandato finora, vi sento intensamente.
a presto, gui <3