A PADOVA DUE MORTI IN 36 ORE, ECCO LA “NORMALE” AMMINISTRAZIONE CARCERARIA

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Pochi giorni fa, nel giro di 36 ore, due detenuti sono morti nel carcere Due Palazzi di Padova. Altri tre, in Italia, hanno fatto la stessa fine da inizio anno, suicidati da uno stato che rinchiude quelli che considera i suoi “scarti”, pile esaurite da buttare, gli indesiderati in una società che complice sceglie di dimenticarli dietro quattro mura, sputandoli fuori, il più lontano possibile dalla vita di chi, per ora, gode della cosiddetta “libertà”.  Poco importa chi sta in quelle celle infami, chi sia lo sventurato che cade negli ingranaggi più brutali di questo sistema perfettamente in salute, cosa gli accade lì dentro, come vive. Perché qui fuori ci dicono che servono più garanzie per i diritti dei reclusi, più risorse agli apparati repressivi, più programmi lavorativi e didattici per i carcerati, più fondi per “rieducare chi sbaglia”. Ma chi dice ciò presuppone che ci troviamo davanti ad un sistema che non funziona bene, e noi non ci crediamo.

Il carcere è il cardine di questa società, ogni suo apparato (dalle questure ai tribunali, passando per sbirri vari e sostenitori di un ordine colpevolmente ingiusto) garantisce che tutto fili liscio nel resto della società. L’importante è che le retrovie di uno stato che schiaccia i popoli e le comunità che amministra spremendone fuori profitto da spartire tra i potenti siano pacificate. Fuori la vita è una merda, si sgobba sperando di mangiare e avere un po’ di avanzi di tempo da dedicare a chi amiamo; dentro la vita fa ancora più schifo. Ma anche nella peggiore merda sappiamo che dentro la vita resiste, che chi è dentro quotidianamente resiste. Dalla rabbia delle rivolte alla determinazione delle battaglie di ogni giorno i carcerati sopravvivono, e noi con loro.

Di questi tempi una cosa ci è sempre più chiara: per questo stato che ci incarcera, ci ammazza e ci picchia non c’è differenza rilevante tra una rapina, una dose spacciata e una bomba. Il carcere è la soluzione a tutto. Il carcere punisce, rinchiude e rieduca. Rieduca all’arancia meccanica, sia chiaro, a forza di botte, soprusi, ricatti e minacce. Sotto ogni criminale “comune” può esserci un sovversivo, perché i cosiddetti crimini “comuni”, tanto quanto quelli “politici”, incrinano la pacificazione sociale e l’ordine che con tanta dedizione ci impongono. Questi crimini mettono a nudo un ordine che impoverisce, che devasta, che costringere alla violenza per guadagnarsi un po’ d’aria respirabile.

“Il carcere deve essere rieducativo”, dicono. E noi ci vogliamo più diseducati. Ce ne fottiamo della loro rieducazione: sputiamo su quello che  ci insegnano e vogliamo ogni galera chiusa e fatta a pezzi. Abolire il carcere significa praticare una nuova società ora, una società dove la sua esistenza non sia più pensabile.
Così si arriva a chi sta dentro e chi sta fuori. Il punto per lo stato non è tanto che i carcerati abbiano sbagliato, ma che quello che dicono abbiano fatto abbia attentato all’ordine delle cose, le abbia rovinate, le abbia increspate. Il loro crimine ha minacciato i sedativi garantiti alla popolazione per accettare una vita impossibile: hanno compromesso la proprietà, la ricchezza accumulata o la “tranquillità sociale”. E non è accettabile. Bisogna toglierli di mezzo per questo.

Del Due Palazzi dicono: “questo carcere non è male”. E ce lo dicono gli operatori, l’amministrazione penitenziaria, altri detenuti in giro per l’Italia.
Ma questo carcere è una merda come tutti gli altri.
Giovanni Pietro Marinaro è morto a 74 anni, il giorno del trasferimento in blocco dei detenuti dell’Alta Sicurezza e della chiusura del reparto. Erano dieci anni che stava al Due Palazzi, ma avevano deciso che doveva essere sbattuto chissà dove perché quelle celle, quelle dell’Alta Sicurezza in cui era rinchiuso assieme ad altri 22 detenuti, potevano ospitare più del triplo delle persone se degradate a comuni. Così, si è consapevolmente scelto di vessare ancora di più le loro vite. Sappiamo bene che ad ogni trasferimento corrisponde un periodo di isolamento, del tempo per adattarsi come si può ad un carcere nuovo con altre regole, altri equilibri, e questo è stato l’ordine di impiccagione di Giovanni Pietro Marinaro.
Dopo due giorni, il 30 gennaio, un altro ragazzo si è impiccato nel bagno della sua cella mentre negli stessi giorni un tentativo di suicidio nel carcere di Potenza è stato sventato ed uno andato a buon fine a Sollicciano, nel fiorentino, da parte di un ragazzo con un passato di tossicodipendenza e disagio psichico. Il carcere risolve tutto, e lo fa molto bene quando ammazza chi inghiotte nel suo ventre: i suicidi non sono un intoppo nella vita carceraria ma normale, perfetta, amministrazione.

Dentro al Due Palazzi attualmente ci sono 668 detenuti per 432 posti, con un sovraffollamento al 155%. Del Due Palazzi, però, si parla solo come eccellenza nel collaborare con le aziende, le cooperative e la società civile del territorio. “Un bel posto” insomma, fino a quando qualcuno non ci muore. Ma noi sappiamo e non ci dimentichiamo delle vessazioni continue che avvengono lì dentro: i pestaggi, i richiami punitivi, i vetri oscurati messi sui blindi tra le sezioni per impedire contatti e semplici scambi di sigarette e giornali. Questi omicidi vanno ad aggiungersi al lungo conto in sospeso che abbiamo con lo stato. Ma i debiti saranno saldati.

Al fianco delle vite resistenti di tuttx lx carceratx e delle loro lotte, portiamo un pensiero a Juan e Anan, recentemente condannati dalla “giustizia” italiana. Le loro condanne per noi sono cartastraccia: tireremo fuori dalle galere lx nostrx compagnx e tuttx lx carceratx.
Fuoco alle galere, liberx tuttx.

CATANIA: ASSEMBLEA CITTADINA CONTRO LA REPRESSIONE

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Mentre il genocidio palestinese viene perpetrato fuori dalla luce dei riflettori, gli stati preparano la guerra. L’Italia prevede di aumentare gradualmente le spese per la difesa nei prossimi tre anni per un totale di circa 12 miliardi, denari che invece di essere utilizzati per istruzione, sanità e altre politiche sociali serviranno ad addestrare soldati ed accumulare armi.

Il quadro che si sta configurando è chiaro: l’Italia, come tutta l’Europa, si muove verso un’economia di guerra a scapito delle masse popolari e, per continuare indisturbata, ha bisogno di disciplinare quelle stesse masse che, già da due anni esprimono il loro dissenso in piazza.

Ne sono un chiaro esempio il DDL sicurezza approvato nel 2025 e il suo “gemello” in preparazione nelle prossime settimane.

Questi decreti delineano una precisa cornice repressiva che incide sui reati di piazza come oltraggio, resistenza, imbrattamenti, travisamenti e lesioni.

La scure repressiva, negli ultimi mesi ha colpito anche qui in Sicilia. Partendo dall’operazione che riguarda il corteo del Carnevale No Ponte tesa a criminalizzare l’opposizione alla grande opera.

A seguire l’Operazione Ipogeo che colpisce una manifestazione contro il Decreto Legge Sicurezza a Catania con 16 perquisizioni, 3 arresti 12 fogli di via e 4 avvisi orali.

Poi è la volta di due cortei per la Palestina e contro il genocidio del 22 settembre e del 3 ottobre. Il “Blocchiamo Tutto”, parola d’ordine che ha radunato affluenze massicce in tutto lo Stivale, è stato il primo vero test per la tenuta del Decreto Sicurezza che solo a Catania ha prodotto 41 multe, 4 obblighi di firma e 13 denunce. Si prosegue con Niscemi, territorio devastato dalla recente frana e mutilato dall’imponente base militare USA, dove il movimento No Muos è stato pesantemente colpito da svariate denunce.

Da menzionare inoltre l’Operazione Safe Zone che con la scusa dello spaccio prova a bonificare la marginalità del quartiere catanese di San Berillo per donare il rione agli speculatori e al turismo.

Se la lotta dei Palestinesi ci insegna qualcosa è che la Solidarietà è il cuore di qualsiasi ribellione e che solo praticandola attivamente abbiamo la possibilità di ribaltare lo stato delle cose.

Per discutere di repressione e creare nuovi sentieri di lotta ci vediamo venerdì 06 febbraio alle 19 .

Tuttx liberx!

TORINO: PRESIDIO SOTTO LE MURA DEL CPR

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8 febbraio ore 15

Ritorniamo sotto le mura del CPR di corso Brunelleschi per rompere l’isolamento imposto da questo lager e portare un po’ di calore a chi si trova privato della libertà!

La violenza razzista dello stato dentro i CPR, che si manifesta ogni giorno sulle persone recluse, non può e non deve essere normalizzata. Una violenza su più livelli, ciascuno con un ruolo nel mantenere in funzione la macchina razzista delle espulsioni: dalle Asl che operano sul territorio e che convalidano l’idoneità per queste prigioni, dall’ente gestore Sanitalia che accresce i suoi guadagni sulla pelle delle persone razzializzate, fino alla violenza della polizia che, tramite retate e pestaggi, riempie i centri di detenzione.

La quotidianità nel CPR di Torino è come sempre scandita da soprusi: somministrazione coatta di psicofarmaci nella colazione, ostacoli all’accesso ad un avvocato e deportazioni, in particolare verso la Tunisia – individuali su voli di linea – in cui almeno una persona a settimana viene prelevata e trasferita con l’uso della forza o dell’inganno. Di fronte alla brutalità di chi opera dentro e attorno a questo centro di tortura, le persone recluse rispondono con atti di insubordinazione e rabbia, come lunedì pomeriggio, quando dopo una rissa, una stanza è stata data alle fiamme ed è ora completamente inagibile e chiusa.

In un mondo sempre più militarizzato e razzista, in cui da due anni è in corso un genocidio in Palestina, legittimato e sostenuto dallo stato, la violenza istituzionale e le leggi repressive si accaniscono sempre di più nelle piazze e contro chi lotta. Il “nemico interno” viene costruito e rafforzato giorno dopo giorno: contro le persone razzializzate, senza il giusto documento e contro chiunque scelga di lottare e resistere. Le forme della repressione si avvicinano e si intrecciano sempre di più: dal caso di Mohamed Shahin, privato del permesso di soggiorno e rinchiuso per oltre un mese nel CPR di Caltanissetta, alle operazioni antiterrorismo della DNAA contro i palestinesi dell’API, fino all3 giovani arrestate e tutt’ora reclus3 al minorile, in comunità o ai domiciliari per aver partecipato alle manifestazioni per la Palestina. Di fronte a tutto questo, sta a noi costruire lotte e pratiche di solidarietà contro il razzismo e la violenza di Stato, in tutte le loro molteplici forme.

Complici e solidali con chi lotta e resiste dentro i CPR!

ALCUNE BREVI NOTE A PARTIRE DA NISCEMI SUI REATI DI DANNEGGIAMENTO E DEVASTAZIONE

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In Sicilia succedono cose sempre più inquietanti.
Sì, ci riferiamo ai cicloni e alle frane di questi giorni, effetti di un sistema capitalista che ci sta sempre più velocemente portando senza alcuna remora alla distruzione. Ovvero ci riferiamo alle azioni dei governanti, e dell’imprenditoria turistica e non solo, che stanno esponendo lx abitanti dell’isola a sempre più pericoli. Ma ci preme anche guardare come lo stato, nel suo apparato punitivo che, secondo la vulgata, dovrebbe restituire giustizia, agisce.

La procura ha aperto un fascicolo contro ignoti per “danneggiamento seguito da frana” in riferimento a quanto sta succedendo in questi giorni a Niscemi. 1500 persone sfollate, un territorio devastato, le immagini sono sotto gli occhi di tutti. Invece di puntare l’obiettivo sulle responsabilità dello stato e delle sue articolazioni locali, la procura va a cercare le cause del disastro in chi avrebbe compiuto opere di “danneggiamento” al “solo scopo di danneggiamento” di opere esistenti a difesa dell’acqua.

Il reato di “danneggiamento” è diventato, col decreto sicurezza del 2019, anche un reato di piazza per criminalizzare chi partecipa alle manifestazioni. Sempre più questo reato lascia spazio a quello, ancora più pesantemente punito, di “devastazione e saccheggio”.
A Niscemi, per il potere penale, la frana sarebbe imputabile ad attori che avrebbero danneggiato delle strutture di gestione dell’acqua. Eppure a Niscemi, di fronte a tutte queste persone che hanno perso la casa e al senso di violenta insicurezza che le istituzioni hanno generato aglx abitanti, si mostra che l’operato delle politiche pubbliche sta producendo “rovina, distruzione (…) danneggiamento – comunque complessivo, indiscriminato, vasto e profondo – di una notevole quantità di cose mobili o immobili, tale da determinare non solo il pregiudizio del patrimonio di uno o più soggetti (…) ma anche l’offesa e il pericolo concreti dell’ordine pubblico, inteso come buon assetto o regolare andamento del vivere civile, cui corrispondono, nella collettività, l’opinione e il senso della tranquillità e della sicurezza”. Ovvero il reato di “devastazione e saccheggio”.

Citare la cassazione o ragionare su quanto fa la procura è l’ultima cosa che vorremmo fare, e non pensiamo in alcun modo che ci siano incriminazioni che sarebbero più “giuste”: è chiaro a sempre più persone che il sistema penale produce sistematicamente ingiustizia.
Ma visto che a breve, da un’altra parte dell’isola, a Catania, ci sarà un processo che si basa sui reati di “danneggiamento” e “devastazione e saccheggio”, ci viene da insistere su come le parole “danneggiamento”, “pericolo”, “sicurezza” vengano pervertite dalle istituzioni del loro significato.

Se si guarda cosa lo stato sta facendo a Niscemi e al contempo come lavora alla criminalizzazione di chi ha preso parte a un corteo contro il ddl sicurezza, costruendo l’operazione Ipogeo e tenendo da più di due mesi due persone in carcere e una ai domiciliari, invocando per loro ed altre almeno 8 anni di carcere definitivi, ci viene da chiedere di cosa si parla quando si nomina il reato di devastazione?
Di quale “serio e grave pericolo” per “l’incolumità dei cittadini che si trovino nelle vicinanze”, come recita la giurisprudenza, si disquisice nelle aule dei tribunali?
Chi o cosa ha provocato e sta provocando la “sottrazione di risorse e sostentamento alle popolazioni” indicata nel reato di devastazione?
Chi devasta è lo stato e chi saccheggia è il capitale.

Tutta la solidarietà allx abitantx di Niscemi, già devastatx e saccheggiatx della loro salute, risorse naturali e vita da quella macchina di morte che è il MUOS, e allx abitanti della costa orientale, che questa estate sono già statx compromessx dall’arsenico sparso nell’aria da Webuild e i suoi cantieri e su cui incombe la minaccia del Ponte sullo stretto.
Tutta la complicità a chi contro questo ordine apparentemente inevitabile di perdita, morte e guerra resiste.

Per scrivere ax compagnx arrestatx nell’operazione Ipogeo:

Luigi Calogero Bertolani
C/o casa circondariale
Piazza Lanza 11
95123 Catania

Gabriele Maria Venturi
C/o Casa Circondariale
Via Appia 131
72100 Brindisi

PRESIDIO IN SOLIDARIETÀ AI RECLUSI DI GRADISCA E DI TUTTI I CPR

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21 febbraio 2026 – ore 16:30
CPR di Gradisca d’Isonzo (GO)

Perché portare la solidarietà sotto quelle mura non sia un rituale stanco ma una complicità necessaria

La guerra alla popolazione migrante ritenuta eccedente – così come quella condotta contro tutti i nemici interni, attuali e potenziali – si fa di giorno in giorno più serrata, nei cosiddetti regimi liberali come in quelli totalitari: in tempi di intensificazione ed estensione dei conflitti fra Stati nazionali, i fronti interni devono essere resi inoffensivi e le collettività devono essere “pacificate” con ogni mezzo di cui dispongono gli apparati giudiziari, legislativi e polizieschi.

Contro la parte di popolazione non valorizzabile in termini produttivi (dunque, eccedente), si dispiega un armamentario fatto di retate nelle strade e di ronde nei quartieri a opera dalla manovalanza fascista; di negazione della richiesta d’asilo; di sistematica profilazione razziale; di ostracizzazione violenta delle soggettività migranti, mediante i processi burocratici che rendono sempre più complessa la conquista dei documenti, presupposto necessario per poter accedere a un livello minimo di sopravvivenza e per sfuggire alle deportazioni coatte.

Oltreoceano, l’accelerazione dei processi di guerra allo straniero e all’oppositore politico – che contemplano, come sempre, l’eliminazione materiale dei nemici dello Stato – sancisce un ulteriore salto di qualità in termini di spettacolarizzazione e propaganda dell’azione repressiva, rispetto a quanto, da molti anni, avviene anche nei nostri territori: se evolvono in parte i metodi, gli obiettivi e i presupposti dell’attacco restano, tuttavia, i medesimi, su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Lo Stato italiano, inoltre, utilizza gli strumenti della detenzione amministrativa e dell’espulsione non solo al fine di ricattare, controllare e sfruttare le vite di tutti i suoi potenziali prigionieri, ma anche come leve per favorire la violenta pacificazione delle lotte: esemplari le vicende di Anan Yaeesh (condannato per terrorismo a più di 5 anni e 6 mesi di carcere), di Alì e Mansour, dei membri dell’Associazione Palestines d’Italia arrestati a Genova, di Ahmad Salem, Tarek Dridi, Zulfiqar Khan e Mohamed Shahin, tutti colpevoli di essersi schierati in solidarietà alla popolazione della Palestina, prendendo parte alla sua lotta di resistenza.

Se abbiamo letto con gioia della liberazione dell’imam torinese, la rabbia per il sistema repressivo dei rimpatri forzati continua ad accompagnarci, consapevoli che le deportazioni – soprattutto verso l’Egitto – proseguono senza sosta, riempiendo di indesiderabili i voli charter e di denaro le tasche delle compagnie aeree. Il corpo della persona migrante è, infatti, sfruttato dalle istituzioni occidentali in ogni momento della sua permanenza in Europa, dal suo ingresso nella Fortezza alla sua espulsione.

Un’altra storia che racconta l’evoluzione nella gestione dei confini da parte dell’Europa e dello Stato italiano, anche a fronte del nuovo “Patto sulla migrazione e l’asilo”, è quella di M., ragazzo minorenne sequestrato qualche mese fa dalla polizia sul confine orientale di Fernetti e portato illegalmente al CPR di Gradisca.

Se abbiamo potuto ascoltare la voce del protagonista di questa vicenda, significativa degli abusi perpetrati dalle istituzioni – anche rispetto agli standard imposti dalle leggi di cui esse stesse si fanno paladine – è soltanto grazie ai legami di solidarietà e mutualismo costruiti nel tempo e con la lotta. Probabilmente anche per rompere questi legami, la cooperativa Ekene (gestore del CPR di Gradisca, assieme alla Prefettura) ha iniziato da diversi mesi a requisire il cellulare ai nuovi prigionieri, consegnando loro un telefono sostitutivo, privo di fotocamera, soltanto in seguito alla convalida. Negare l’accesso a qualsiasi strumento che consenta di rompere il buio e il silenzio delle carceri amministrative – fatto non esclusivo di Gradisca – è un modo ulteriore per isolare i reclusi, tentando di perpetrare indisturbati le pratiche di tortura e deportazione che si consumano dentro a quelle mure.

Dal campo di Gradisca, continuano, in ogni caso, a trapelare i racconti delle tentate evasioni, degli atti di autolesionismo, delle rivolte, oltre che degli abusi quotidiani che ne caratterizzano la vita interna. Un prigioniero con una mano rotta, alla richiesta di essere portato in ospedale, è stato pestato da un operaio della cooperativa Ekene: un fatto per niente raro o isolato, ma che ci ricorda, ancora una volta, il ruolo delle cooperative nella gestione dei campi per le deportazioni. Ci arriva anche notizia del perdurare dell’epidemia di scabbia all’interno del campo e della sistematica somministrazione di cibo avariato e riempito di psicofarmaci.

Per tutto questo, saremo di nuovo a Gradisca d’Isonzo, sabato 21 febbraio, dalle ore 16:30.

Per denunciare la guerra in atto alla popolazione migrante e ai nemici interni.
Per lottare contro i nuovi strumenti di repressione, marginalizzazione ed eliminazione di chi è considerato eccedenza, per la società dello sfruttamento.
Soprattutto, per l’urgenza e la necessità di rendere udibile la nostra solidarietà, costruendo legami di complicità con le persone rinchiuse in quel lager.

Con la Palestina nel cuore.

Con i rivoltosi di ogni prigione.

Fuoco a tutte le galere!